Da dove vengono i pensieri?


 

“Da dove vengono i pensieri?

Dove sono quando ci appaiono? E dove vanno quando scompaiono?

[…] L’immediata risposta potrebbe essere: «I pensieri vengono dalla mia mente». Non è una buona risposta, perché la ‘mia mente’ sono soltanto parole e noi non andiamo in cerca di parole. Cerchiamo l’esperienza diretta.
[…] Parliamo in continuazione della ‘mia mente’ senza avere la più pallida idea di che cosa sia. Dire che i pensieri sono nella mia mente non significa niente. […]
Nel momento in cui qualcosa sorge nella vostra mente (che si tratti di una canzone pop, di un’emozione, di una sensazione) guardatelo come un’apparizione assolutamente nuova e chiedetevi, senza usare il pensiero concettuale, da dove viene. Guardate direttamente il luogo da dove sorge. Viene da qualche luogo?
[…] La risposta è molto semplice: i pensieri non vengono da un luogo. Quando un pensiero appare nella vostra mente, non viene assolutamente da nessun luogo. Poi, quando scompare, non va da nessuna parte. Non esiste un magazzino mentale e neppure un cimitero degli elefanti dei pensieri, semplicemente scompaiono e cessano di esistere.
[…] Mi piace particolarmente un’immagine presa dalle fiabe. Un cacciatore insegue un cervo bianco che scompare dentro una collina delle fate, lo segue e si trova in un mondo completamente diverso. […]
Praticare è un po’ come cercare di prendere qualcosa osservandone i movimenti. Quando ci perdiamo nei ricordi e li consideriamo reali, ricordiamoci che è un’esperienza presente. Ci concentriamo e proseguiamo con la mentalità del cacciatore, non con l’aspettativa di un lampo di comprensione, ma con il desiderio di afferrare il momento. Se, ad esempio, vogliamo scoprire qualcosa sulla vera natura della rabbia, dobbiamo per prima cosa acchiapparla nel momento cui si presenta.
[…]
Tutti sappiamo che la rabbia causa una sensazione fisica. Questa sensazione fa da intermediario, da ponte, tra la rabbia e la risposta dettata dalla rabbia. Non è facile cogliere questa sensazione fisica appena si presenta. È più probabile che non la notiamo finché non siamo nel mezzo dell’esplosione, o ancora dopo. Spesso passiamo direttamente dalla rabbia alla reazione irata senza accorgerci che è la sensazione che ci spinge all’azione. Se riusciamo a stare con la sensazione senza reagire, possiamo vedere in che modo ci spinge all’azione.
[…] Ma la sensazione di rabbia è la stessa cosa della rabbia stessa? No, c’è un momento in cui siamo arrabbiati ma in cui l’esplosione della sensazione non è ancora avvenuta. L’emozione e la sensazione sembrano la stessa cosa perché identifichiamo completamente questi due aspetti. […]
Non stiamo affatto dicendo di reprimere la rabbia. Non neghiamo le sensazioni di rabbia né tentiamo di cancellarle perché non vogliamo ammetterne l’esistenza. In questa pratica lasciamo spazio a queste sensazioni, ma senza sfogarle né permettere che ci spingano all’azione.
C’è qualcosa di molto speciale nel cogliere la rabbia nell’attimo in cui si presenta. Vediamo che sono in atto due cose: la pura emozionalità della rabbia e il nostro attaccamento a essa. […] Il problema sta nel nostro attaccamento alla rabbia e nel fatto che ci lasciamo completamente assorbire da essa. In quel momento siamo così totalmente identificati con la rabbia o l’odio che sembrano essere la nostra stessa vita, e per questo è così difficile lasciarli andare. È quella totale identificazione egocentrica con l’emozione che deve essere recisa”

Rigdzin Shikpo Non rifiutare nulla. Il sentiero buddhista al di là di speranza e paura
pp. 08-113, 118-119).

“Where are your thoughts?”

Where they are when they appear? And where do they go when they disappear?

[…] The immediate answer might be: “The thoughts are my own mind.” It’s not a good answer, because ‘my mind’ are only words and we do not go looking for words. Let the experience.
[…] We talk constantly of ‘my mind’ without having the faintest idea of what it is. To say that thoughts are in my mind does not mean anything. […]
The moment in which something arises in your mind (be it a pop song, an emotion, a feeling) look at it as a completely new appearance and ask yourself, without the use of conceptual thinking, where is. Look directly at the place where it rises. It comes from somewhere?
[…] The answer is very simple: the thoughts are not from one place. When a thought appears in your mind, there is absolutely nowhere. Then, when it disappears, not going anywhere. There is a warehouse of mind and even a cemetery of elephants thoughts simply disappear and cease to exist.
[…] I particularly like an image taken from the fairy tales. A hunter chasing a white stag, which disappears into a fairy hill, follows and is in a completely different world. […]
Practicing is a bit ‘like trying to take something by observing the movements. When we get lost in memories and look at it real, remember that this is an experience. We focus and we continue with the mentality of the hunter, not with the expectation of a flash of understanding, but with the desire to seize the moment. If, for example, we discover something about the true nature of anger, we must first catch it when they are presented.
[…]
We all know that anger causes a physical sensation. This makes sense as an intermediary, a bridge, between anger and the response dictated by anger. It is not easy to take this feeling just comes natural. It is most likely not notice it until we are in the middle of the explosion, or even later. Often we pass directly from the angry reaction to anger without realizing that it is the feeling that drives us to action. If we can stay with the feeling without reacting, we can see how it moves us to action.
[…] But the feeling of anger is the anger of the very same thing? No, there is a time when we are angry, but where the explosion of sensation has not yet occurred. The emotion and feeling the same thing because they seem to completely identify these two aspects. […]
We’re not saying not to repress anger. We do not deny the feelings of anger or try to delete them because they do not want to admit their existence. In this practice, we leave room for these feelings, but without sfogarle or allow move us to action.
There is something very special in capturing the anger in the moment presents itself. We see that two things are in place: the pure emotion of anger and our attachment to it. […] The problem is our attachment to the anger and the fact that we allow ourselves to fully absorb it. In that moment we are so completely identified with the anger or hatred that seem to be our own lives, and why is it so hard to let go. It is the egocentric total identification with the emotion that must be cut “

Rigdzin Shikpo not refuse anything. The Buddhist path beyond hope and fear
pp. 08-113, 118-119).

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