Archivio | 13/09/2017

Respiro consapevole


Respiro consapevole

Riempiamo la nostra vita
di voci che nascondano la paura del silenzio, di cose da fare, per non restare fermi, atterriti da quello smarrimento momentaneo quando la mente vaga per afferrare qualcosa.
Per riconoscere chi siamo riempiamo la testa di diverse identificazioni, idee precostruite e che ci vengono lanciate da altri. Eppure…è nello spazio tra un respiro e l’altro, nel silenzio che svuota le nostre valigie riempite, stracariche di orpelli inutili che riusciamo a riempire il vuoto con la bellezza di un respiro consapevole, silenzioso e ricco d’amore…da non trattenere ma da offrire al mondo.

Un respiro che abbraccia un sorriso consapevole.

07.10.2012 Poetyca

Conscious breathing

We fill our lives
of rumors that hide the fear of silence, things to do, not to stand still, terrified by the momentary loss when the mind wanders to grab something.
To recognize who we fill our heads of different identifications, pre-built and ideas that are thrown by others. And yet … it’s in the space between one breath and the next, in the silence that empties our suitcases filled, overloaded with unnecessary frills that we can fill the void with the beauty of a conscious breath, silent and full of love .. . as not to hold but to offer the world.

A breath that embraces a knowing smile.

07.10.2012 Poetyca

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Lo avete fatto a me


“Ebbi fame e mi deste da mangiare, 
ebbi sete e mi deste da bere, 
fui forestiero e mi accoglieste.”

“Quando mai, Maestro, ti abbiamo fatto queste cose?”

“Ogni volta che avete fatto queste cose per una persona qualsiasi, 
lo avete fatto a me.”

Maestro Gesù di Nazareth

“I was hungry and you gave me food,
I was thirsty and you gave me drink,
I was a stranger and you received me. “

“When ever, Master, we’ve done these things?”

“Whenever you did these things for any person,
you did it to me. “

Master Jesus of Nazareth

Silenzio totale


Nessun pensiero, nessuna azione, nessun movimento, silenzio totale: solo così si manifesta la vera natura e la legge delle cose dal di dentro e inconsciamente, e alla fine divenire uno con il cielo e la terra.

Lao Tzu

♥ ♥ ♥

No thought, no action, no movement, total stillness: only thus can one manifest the true nature and law of things from within and unconsciously, and at last become one with heaven and earth.

LAO TZU

Utopia


L’utopia deve germogliare nell’intimo di un cuore<br />
prima che possa fiorire in una comune virtù,<br />
le trasformazioni interiori portano con naturalità a quelle esteriori.<br />
Un uomo che ha trasformato se stesso, ne trasformerà migliaia. </p>
<p>                                                                                     Paramahansa Yogananda

L’utopia deve germogliare nell’intimo di un cuore
prima che possa fiorire in una comune virtù,
le trasformazioni interiori portano con naturalità a quelle esteriori.
Un uomo che ha trasformato se stesso, ne trasformerà migliaia.

Paramahansa Yogananda

 

Utopia must sprout in the depths of a heart
before it can flourish in a common virtue,
the inner transformations bring with naturalness to those outward.
A man who has transformed himself, he will transform thousands.

Paramahansa Yogananda

Sting e la sincronicità


I Ching, Numerologia Orientale e Feng Shui

Abbiamo visto in un articolo precedente che Carl Gustav Jung, grande cultore dell’I Ching, attribuisce il meccanismo di funzionamento del Libro dei Mutamenti al principio di “sincronicità”. Questa è invece l’interpretazione che ne danno Sting ed i Police nel brano “Synchronicity I” del 1983 di cui è riportato nel seguito il testo originale inglese e la traduzione in italiano.

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Autunno


Autunno

Quando le foglie cadono,
tu non piangere, non ti fare sentire.

Quando credi la vita spenta,
tu non ti fermare, ricorda i colori.

La vita adesso riposa e riporta
dentro al cuore mille Primavere.

22.09.2008 Poetyca


Autumn

When the leaves fall,
you don’t cry, not to make you to feel.

When you believe the out life,
you not do stop you, remembers the colors.

Now life rests and brings
in the heart thousand Springs.

22.09.2008 Poetyca

Piccole storie Zen – Pratica e realizzazione sono una cosa sola


PRATICA E REALIZZAZIONE SONO UNA COSA SOLA

Lo zen ci insegna che pratica e realizzazione (satori) sono un tutt’uno. In altre parole, noi non raggiungiamo lo scopo attraverso la pratica; la pratica in sè stessa è la realizzazione e lo scopo da realizzare è la pratica stessa.

Comunemente si tende a distinguere tra pratica e realizzazione: in termini temporali, prima viene la pratica e poi la realizzazione, ovvero la realizzazione si ottiene come risultato della pratica. Tuttavia, la pratica zen è costituita dalla disciplina zazen (contemplazione la posizione fisica e spirituale di stare stando seduti immobili in silenzio con le gambe incrociate), cioè il compimento di un atto e il compiere un l’atto qui equivale a realizzare lo scopo. Generalmente si insegna che dal momento che lo zazen è pratica e messa in atto, questa dovrà avere uno scopo e lo scopo è la realizzazione. In questo modo lo zazen, finalizzato alla realizzazione, diviene un mezzo per raggiungere un obiettivo. Quando si crede che da una parte vi sia il mezzo e dall’altra lo scopo, desiderare di ottenere la realizzazione attraverso lo zazen diventa un atteggiamento naturale. Se si ragiona come si fa comunemente, questo è senz’altro vero. Tuttavia, così come non si è ladri perché ci si esercita a diventarlo – si è ladri quando effettivamente si ruba qualcosa –si può dire che proprio il compimento dello zazen è il Buddha ed è la realizzazione.

Nello zen, la cosa più incresciosa è separare pratica e realizzazione e interporre tra queste pensieri e distinzioni. Questa attitudine è ciò che viene definito impurità. Lo zazen, invece, deve essere pratica pura. Quando si pratica lo zazen bisogna solo assumere la posizione della seduta. Gli insegnamenti, infatti, ci dicono che non dobbiamo separare mezzi e scopo e che non dobbiamo aspettarci impazientemente la realizzazione durante la pratica dello zazen.

Secoli or sono in Cina, durante il periodo Tang, vi fu un monaco di nome Mazu Daoyi (Baso Doitsu secondo la lettura giapponese) il quale si esercitava nella pratica dello zen. Un giorno, durante una seduta di zazen, arrivò il suo maestro, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo in giapponese) e gli chiese: “Fratello, la tua pratica è davvero ammirabile, ma cosa cerchi di ottenere?”.

“Sto cercando di ottenere la realizzazione” rispose Mazu e subito il maestro Nanyue andò a prendere un mattone, e cominciò a sfregarlo contro una roccia.

Un passo del Diario di Santaro di Jiro Abe dice:
“Noi cresciamo grazie all’amore romantico. Indipendentemente dal fatto che questo amore si realizzi o meno, noi cresciamo. Tuttavia, amare per crescere non è vero amore; è solo un esperimento d’amore. Finché il nostro scopo cosciente è la crescita, un esperimento d’amore non può essere completo. Quando né il successo né l’insuccesso potranno cambiare questo amore, solo allora, per la prima volta, l’esperienza potrà permeare il nostro essere. E come risultato di questo tipo di amore, noi cresciamo.”

Detto in altre parole, ciò significa che noi cresciamo effettivamente quando ci immergiamo in ogni esperienza che ci si presenta e non quando la crescita è il nostro scopo cosciente. Al contrario, quando siamo profondamente immersi in un’esperienza concreta, il concetto di crescita deve dissolversi altrimenti non sarà possibile raggiungere lo scopo. Senza eliminare il nostro desiderio di crescita e senza tornare ai nostri sensi, non potremo mai arrivare alla profondità delle esperienze della vita.

Secondo un detto, “praticare zazen per mezz’ora significa essere un Buddha per mezz’ora”. La convinta pratica zazen avviene quando non si spera di diventare un Buddha o di ottenere la realizzazione. La posizione stessa assunta con lo zazen è il Buddha e la realizzazione. Per questo, invece di praticare per mezz’ora, è meglio praticare per mezza giornata ed essere Buddha per mezza giornata. Più intensamente ci immergiamo nelle esperienze che ci si presentano, più grande sarà la crescita che ne risulterà. Da questa esperienza è nato l’approccio alla vita proprio del buddhista zen che regola la propria esistenza e la rende un tutt’uno con lo zazen, che non cerca ricompense e per il quale un istante è l’eternità e l’eternità non è che un istante.

Lo zazen è un infinito progresso che non ha scopo e questo progresso senza scopo significa che noi raggiungiamo l’obiettivo passo dopo passo durante il cammino.. In altre parole, si tratta di una vita creata nuovamente ogni giorno.

Chissà come hanno percorso questo cammino i saggi del passato…


PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE

In Zen, the unity of Practice and Realization (satori) is taught. In other words, we do not attain the goal by means of practice; practice itself is the goal of realization, and the goal, realization, is at once practice

The common view is that practice and realization are two distinct things; that practice comes first and realization second; that realization comes as a result of having practiced. However, Zen practice is a discipline called zazen (cross-legged sitting meditation), and an actualization; and what we mean by actualization is making a goal come true. Consequently, it is generally thought that as long as zazen is practice and actualization it must have a goal, and that realization is that goal. So, zazen, which has realization as an objective, becomes a means of actualizing that objective. If we come to think that on the one hand we have the means and on the other hand we have a goal, then it is only natural that we should wish to attain realization by zazen. From the every day point of view this is quite right. However, one does not become a thief by training himself to steal; one becomes a thief when he actually steals something from another, and in the same way we can say that assuming the posture of zazen is itself the Buddha and is realization.

In Zen, the most objectionable thing is to separate practice and realization and to interpose between them thoughts and discriminations. This is called impurity. But zazen must be a pure practice. When we practice zazen we must only sit. We are taught not to separate means and end and not to expectantly await realization while practicing zazen.

Once upon a time during the Tang Dynasty in China, there was a monk called Mazu Daoyi (Baso Doitsu, in Japanese) who was undergoing training. One day, he was practicing zazen alone when along came his teacher, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo, in Japanese), who asked, “Brother, your zazen is truly admirable, but just what are you trying to accomplish by it?”

This is a little story which warns us not to use zazen as a means of gaining realization. There is a deep philosophical meaning here, but not even going into that, Zen teaches that practice is not to be used as a means of gaining realization, and that true actualization is pure and does not seek rewards or compensation. There is something our every day minds find difficult to agree with, but somehow or another we must see it this way if our actualization is to be genuine. This is a fact which confronts us twenty-four hours a day seven days a week.

“I’m going to polish it and make a mirror,” Nanyue responded.

When Mazu objected Nanyue retorted, “Even if you polish it you can’t make a mirror of a tile!”

“And do you think you can awaken realization by practicing zazen?”

http://global.sotozen-net.or.jp/ita/library/stories/book1.html