Archivio | 11/02/2018

Soave


Soave

E mentre
a vibrare è il cuore,
la brezza sfiora, carezza.
I tumulti, si riposano ora
e da sottili armonie
sono soffusa.

Raggiante luce e lieve brezza
mi trasportano oltre confine.
Ecco è certezza.

15.2.2002 Poetyca


Sweet

And while
to vibrate is the heart,
the breeze touches, caresses.
The turmoil, rest hours
and subtle harmonies
are soft.

Radiant light and gentle breeze
I carry across the border.
Here is uncertain.

15/02/2002 Poetyca

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Vorrei


Vorrei

Con la mia anima

accarezzare

le tue notti

senza luna

Portarti via

dalle tue terre

di dolore

i n f r a n g e r l o

In un battito di ciglia

r e g a l a r e

strade nuove

senza chieder nulla

Solo un sorriso

senza porre ragione

p e r c h è

non sempre c’è risposta

06.08.2002 Poetyca

I would like

With my soul

caress

your nights

moonless

Take away

from your land

pain

break

In the blink of an eye

give

new roads

without asking anything

Only a smile

without asking why

because

response is not always

06.08.2002 Poetyca

Armonia


Armonia

Impercettibile canto
con colori di vita
nell’essenzialità
dei sogni
Memorie ritornano
a colorarne il senso
con lo sfiorare
di brezze antiche
Rinascita riporta
consapevole passo
che annulla distanze
dalle emozioni
…E l’armonia
rincorre

06.08.2003 Poetyca

Harmony

Invisible hand
with colors of life
the essentiality
dreams
Memories return
to color the way
with tap
breezes of ancient
Rebirth reports
conscious step
which cancels distances
emotions
… and harmony
chases

06.08.2003 Poetyca

Quando scrivi


Quando scrivi

Quando scrivi puoi sentire dentro sensazioni accese da quello che vedi intorno,
da emozioni che prorompono e ti ci adagi piano…
Tendi l’orecchio del cuore e assapori ogni istante.
Comunicare è desiderio di portare quanto hai scoperto,
quanto è inciso e temi di perdere come i cristalli
di ghiaccio che perdono le loro geometrie se compare il sole,
eppure il sole riscalda e si dona.
Ogni attimo è ricchezza che sfiori piano, per paura di perdere
ogni cosa…
Ti accorgi che se racconti o scrivi quello che giace semiaddormentato dentro di te
hai la capacità magica di dar vita agli stessi sorrisi o alle stesse paure
in chi assorbe e raccoglie le tue parole,ti accorgi che se leggi o ti raccontano
di paure o sogni tu stessa sei capace di raccoglierne ogni aspetto.
Un pensiero è una freccia scagliata che attraversa l’infinito e annulla
il tempo se lo scrivi e lo regali a chi lo raccoglie.
Ti accorgi di quanto sia illusione credere distante altre persone
che possono leggerti dentro se solo raccolgono quanto scrivi.
Allora nulla è distante se tutti possono attraversare la strada che porta
al tuo cuore…
Basta uno spazio bianco da riempire con tanti caratteri che composti insieme
possono dare senso a parole e immagini interiori,
basta proiettarsi verso lo spazio e restituire a se stessi e agli altri
la dimensione dei pensieri nati improvvisi come lampi da catturare.

Tutto questo è un percorso magico che apre la porta che da cuore a cuore
permette una comunicazione oltre le parole e quanto è possibile dire.
Scrivere non deve mai essere usato come arma,si deve infatti sempre servire
la coerenza e la verità, abbiamo infatti un’opportunità per donare il meglio possibile, nel rispetto di se stessi e degli altri, della Poesia e dell’Arte che non vanno strumentalizzate come mezzo di offesa ma vanno rispettate apportando un contributo sincero, senza competizioni,
senza disprezzare il lavoro degli altri,senza derubare quanto altri condividono.
Scrivere è confronto con se stessi,trasmettere sentimenti è una responsabilità che ci deve insegnare ad avere la mente sgombra, ad offrire sempre coerenza e la parte migliore di noi stessi, per portare sempre amorevolezza e compassione.

08.04.2003 Poetyca


When you write

When you write you feel inside burning sensations from what you see around,
burst of emotions that we sit and we plan …
I listen and savor every moment of the heart.
Communicating is the desire to bring what you have discovered,
what is recorded and themes of losing as the crystals
ice to lose their geometry if the sun appears,
yet the sun warm and giving.
Each moment has richness that touches floor, for fear of losing
everything …
You realize that if you write stories or what lies half asleep inside of you
you have the magical ability to create the same smiles and the same fears
who absorbs and collects in your words, you realize that if you read or tell you
fears and dreams of yourself you are able to collect every aspect.
A thought is an arrow shot through the infinite void
the time if you write it and give it to whoever picks it up.
Do you realize how far illusion to believe other people
that can read in only if you collect what you write.
So far nothing is whether anyone can cross the road
to your heart …
Just a blank space to be filled with so many characters that all compounds
can give meaning to words and images within,
just projected into space and return to themselves and others
the size of the thoughts born as sudden flashes to capture.

All this is a magical journey that opens the door from heart to heart
allows a communication beyond words, and how much you can say.
Writing should never be used as a weapon, it must always serve
consistency and truth, in fact we have an opportunity to give the best possible, respecting themselves and others, of poetry and art that can not be exploited as a means of offense, but must be respected by making a sincere contribution, without competition ,
no disrespect to the work of others, without robbing the others share.
Writing is compared with themselves, convey feelings is a responsibility that should teach us to have an open mind, to offer more consistency and the best part of ourselves, to bring more kindness and compassion.

08.04.2003 Poetyca

Tao te ching XXXVII


XXXVII – ESERCITARE IL GOVERNO

Il Tao in eterno non agisce
e nulla v’è che non sia fatto.
Se principi e sovrani fossero capaci d’attenervisi,
le creature da sé si trasformerebbero.
Quelli che per trasformarle bramassero operare
io li acquieterei
con la semplicità di quel che non ha nome
anch’esse non avrebbero brame,
quando non han brame stanno quiete
e il mondo da sé s’assesta.

Tao Te Ching – Lao Tzu – chapter 37

Tao abides in non-action,
Yet nothing is left undone.
If kings and lords observed this,
The ten thousand things would develop naturally.
If they still desired to act,
They would return to the simplicity of formless substance.
Without form there is no desire.
Without desire there is tranquility.
And in this way all things would be at peace

Goccia


Goccia

Scivola
lenta
una goccia
tremula
aggrappata
ad una foglia
Come lacrima
come carezza
paura dissolta
nella brezza
della sera
Respira
una forza
nuova
assetata
di tenera
speranza

01.02.2018 Poetyca

Drop

Slips
slow
a drop
tremulous
holding on
to a leaf
Like tear
like caress
fear dissolved
in the breeze
in the evening
Breathe
a force
new
thirsty
of tender
hope

01.02.2018 Poetyca

Sappiamo dare un senso alla sofferenza?


Dolori, patimenti e disagi, sofferenze.

Sappiamo il dolore della fame e del freddo, della carne martoriata, compressa,
ustionata; i patimenti dell’abbandono, del disamore, della prigionia; la
sofferenza delle situazioni-limite che provocano l’uomo ed esigono risposte
indifferibili: la previsione della morte, il disfarsi di ciò che si è in anni
costruito, il rischio del non-senso.

Soffrire (sub ferre), sostenere, sopportare, essere oppressi e a volte
schiacciati dal dubbio e dalla disperazione, mentre la domanda incalza: «Perché?
Perché proprio a me? Perché proprio ora?»

È con la stessa apparizione della coscienza, segnata dalla separazione e
dall’isolamento, che l’umanità ha incontrato la sofferenza: «per il fatto di
essere privati dell’originaria armonia con la natura, caratteristica
dell’animale la cui vita è determinata da istinti innati, e di essere dotati di
ragione e autocoscienza, non possiamo fare a meno di sperimentare la nostra
totale separazione da ogni altro essere umano» (E. Fromm). Separazione dagli
altri esseri umani e separazione dal mondo naturale nel suo insieme. La
solitudine dell’uomo nell’universo, che lo fa isolato anche dal suo stesso
corpo, è all’origine dell’odissea che, con molteplici vie, attraversa la storia
alla ricerca, attraverso un “vero” corpo, il lavoro, la sessualità., di una
possibile reintegrazione nel reale, coincidente con un ritrovamento di senso.

L’esistente è esperienza, l’esperienza dualità, la dualità mancanza. La
separatezza definisce la condizione umana in base al suo vivere nel mondo dei
contrari, alla sua caduta nel tempo ordinario, nel tempo della precarietà. Jung
ci ricorda che non è la sofferenza in sé a essere particolarmente dolorosa
quanto l’incapacità di dare a essa un significato. «La psiconevrosi», egli
scrive, «è in ultima analisi una sofferenza della psiche che non ha trovato il
proprio significato». E poiché «soltanto ciò che ha significato redime» sono le
grandi dottrine di vita che hanno potuto offrire strumenti salvifici e strategie
di dominio del patire (dalle sue forme più crude e oscure fino alla sofferenza
spirituale) in quanto hanno saputo collocare la sofferenza in una
rappresentazione ordinata del mondo, che consente di dare un significato alla
vita e alla molteplicità dei fenomeni.

Se la sofferenza è legata alla separazione, al dualismo e alla precarietà, la
liberazione risiederà in uno stato non-condizionato, uno stato che supera i
contrari e implica una uscita dalle contingenze del tempo, liberando l’uomo da
quello che è stato detto “terrore della storia” (Eliade): è infatti proprio
nella storia che l’umanità incontra le malattie e la morte, le calamità
naturali, le ingiustizie sociali. Le tradizioni spirituali, nelle loro promesse
di altri mondi e/o nelle loro proposte di diversi modi di vivere, possono essere
pertanto viste come procedure di riconciliazione degli opposti e vie di uscita
dall’idolatria della realtà “ordinaria” e dal monoteismo dell’io. L’homo
religiosus mediante il continuo riferimento alla Realtà ultima, assoluta e
non-duale, realizza quella donazione di senso in cui ha sempre riposto la
speranza di liberazione e salvezza.

Tra i diversi scenari in cui le culture hanno collocato la sofferenza, quello
offerto dalla tradizione ebraico-cristiana è caratterizzato dalla
“giustificazione” del male come effetto di una colpa originaria, colpa che ha
introdotto nel mondo la distruzione, la malattia e la morte. Incapace di
autonoma salvezza, l’uomo attende il compimento di una promessa inimmaginabile e
inaudita perché proveniente da dio stesso: quella di un mondo senza il male,
quella in cui il dio redentore «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà
più la morte né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap.,
21, 4). Saranno realizzati un tempo nuovo, una eterna domenica della vita, e uno
spazio nuovo, un luogo di cui si possa dire: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e
ameremo, ameremo e loderemo» (Agostino, De Civ. Dei , 29, 5). Il santo si nutre
di questa speranza, la conserva e diffonde; ma la fede, intanto, è messa alla
prova dall’interminabile attesa ed estenuata
dall’angosciata domanda: «Fino a quando, Signore?» (Sal., 13).

Un diverso scenario incontriamo nelle tradizioni orientali e, tra esse, in
particolare, nel buddhismo. In questa prospettiva, positivo e negativo,
costruzione e distruzione, nascita e morte, nella loro inseparabilità
costituiscono il flusso circolare e ininterrotto della vita, da accogliere nella
totalità dei suoi aspetti. Il dolore non ha dunque bisogno di una
giustificazione particolare, non più di qualunque altro aspetto del reale.
L’impermanenza e la mancanza di consistenza dei fenomeni e dell’io divengono
fonte di patimento se si mettono in atto attaccamenti e avversioni, basati
sull’ignoranza (avidya=ignoranza trascendentale, collettiva e individuale) e
sull’immatura protesta di chi vorrebbe un mondo illusoriamente diverso da quello
che è. Il messaggio dell’Illuminato è pertanto quello di una pratica incessante
di attenzione, rivolta a vedere le cose come sono: «L’attenzione è il sentiero
che conduce all’immortalità, la disattenzione è il sentiero della morte. Coloro
che sono attenti non muoiono, i disattenti sono già come morti» (Dhp., 21). La
“via di mezzo”, tra mortificazione di sé e passioni egoistiche e incontrollate,
è la via che conduce al Nirvana, sinonimo di libertà e pace. La saggezza,
illuminata dalla luce della Vacuità, sa che nulla ci appartiene, non la vita e
neppure il dolore. L’approssimarsi della morte può essere allora vissuto come un
prepararsi a ritornare serenamente a casa, la casa da dove siamo venuti. Quando
ci verrà chiesto di restituire ciò che non era nostro, il saggio potrà
rispondere, con le parole di Seneca: «Riprenditi un animo migliore di come l’hai
dato; non tergiverso, non mi sottraggo; hai qui pronto e da una persona
consapevole ciò che le hai dato senza che ne avesse percezione: porta pure via».

La modernità ha prodotto storicismo (l’uomo si è voluto “storico”),
secolarizzazione (l’uomo ha voluto essere il garante della sua propria
salvezza), utopia (la terra senza il male realizzata dall’opera dell’uomo).
Nella postmodernità (e postsecolarizzazione), compreso che il maggior pericolo
per l’uomo è diventato l’uomo stesso, senza più difese esterne contro il
“terrore della storia”, l’umanità si muove tra una tecnologia, per sua natura
ambivalente, a volte incontrollabile, sempre parziale e dunque sempre
“relativa”, e il tentativo di recupero di tradizioni religiose e sapienziali che
faticano ad adattarsi al mondo contemporaneo. Ma il dolore esige risposte e non
consente rinvii: la vera questione di vita o di morte rimane sempre la lotta per
dare senso alla sofferenza, per mettere una cornice al quadro del negativo, per
contenerlo, circoscriverlo, dominarlo: ma il contenuto spesso preme, minaccia di
debordare e dilagare in tragedia; la cornice deve venire allargata,
per comprenderlo, ancora e di nuovo. Ognuno è chiamato a questa sfida, a
esercitare quotidianamente la sua volontà buona nell’esercizio di bonifica
almeno di un frammento del mondo, nel ricostruire e adattare, giorno dopo
giorno, le cornici che ha a disposizione perché il male possa essere
circoscritto, avere “la sua parte” nel mondo (Jung) e, in tal modo, forse, anche
redenzione.

(pubbl. in Gigi Ghirotti-Notizie, Trimestrale del Com. naz. Gigi Ghirotti 2000,
n. 4)

Pain, suffering and hardships, sufferings. 

We know the pain of hunger and cold, the flesh torn, compressed, 
burned, the sufferings of abandonment, of estrangement, imprisonment, and the 
suffering of the extreme situations that cause the man and demand answers 
postponed: the prediction of death, to get rid of what you have in years 
built, the risk of non-sense. 

Suffering (sub iron), sustain, endure, be oppressed, and sometimes 
overwhelmed by doubt and despair, while the question persisted: “Why? 
Why me? Why now? ” 

It is with the same appearance of consciousness, marked by separation and 
isolation, that mankind has encountered the suffering “because of 
be deprived of the original harmony with nature, a characteristic 
the animal whose life is determined by innate instincts, and be equipped with 
reason and self-awareness, we can not help but experience our
completely independent of every other human being “(E. Fromm). Separation by 
other people and separation from the natural world as a whole.The 
alone in the universe, which makes him isolated even from his own 
body, the odyssey that is at the origin, with multiple pathways, through history 
looking through a “real” body, work, sexuality., a 
possible reintegration into the real, coincident with a sense of discovery. 

The existing experience, the experience of duality, the duality lack. The 
separation defines the human condition based on its experience in the world of 
contrary, its fall in ordinary time, in time of uncertainty. Jung 
reminds us that suffering is not in itself to be particularly painful 
as the inability to give a meaning to it. “The psycho-neuroses,” he 
writes, “is ultimately a pain in the psyche that did not find the 
its meaning. ” And since “only what it meant saving grace” are the 
great doctrines of life that they could offer saving tools and strategies 
domain of suffering (from its most raw and dark until the pain 
spiritual) as they have been able to locate the pain in a 
orderly representation of the world, allowing you to give meaning to 
living and the multiplicity of phenomena. 

If the pain is related to separation, duality and insecurity, 
Liberation will reside in a non-conditional, a state that exceeds 
against and imply an exit from the contingencies of time, freeing man from 
what has been called the “terror of history” (Eliade) is in fact 
in history that humanity meets the illness and death, disasters 
natural, social injustice. The spiritual traditions, in their promises
of other worlds and / or proposals in their different ways of living, can be 
therefore seen as a process of reconciliation of opposites and the way out 
idolatry of reality “ordinary” and the monotheism of the self.Homo 
religiosus by the continual reference to the ultimate reality, absolute and 
non-dual, the donation makes sense that he always placed the 
hope of deliverance and salvation. 

Among the different scenarios in which cultures have placed the suffering, the 
offered by the Jewish-Christian tradition is characterized by 
“Justification” of evil as an effect of original sin, guilt has 
introduced the world to destruction, disease and death. Unable to 
self-salvation, the man waits for the fulfillment of a promise and unimaginable 
unheard of because it came from God himself: that of a world without evil, 
one in which the redeeming God “will wipe away every tear from their eyes, there will be 
no more death or crying or pain, for the former things have passed away “(Rev., 
21, 4). Will be made once again, an eternal life Sunday, and a 
new space, a place where you can say: “There shall rest and see, and we will see 
we will love, love and praise “(Augustine, De Civ. Dei, 29, 5).The saint feeds 
This hope, preserves and spreads, but the faith, meanwhile, is put to 
exhausted by the endless waiting and testing 
anxiety question: “How long, Lord?” (Ps. 13). 

A different scenario, we meet in the Eastern traditions, and among them, in 
particularly in Buddhism. In this perspective, positive and negative, 
construction and destruction, birth and death, in their inseparability 
represent the circular flow of life, uninterrupted, to be accepted in 
all of its aspects. The pain did not therefore need a 
special justification, any more than any other aspect of reality. 
The impermanence and lack of consistency of phenomena and the ego becomes 
source of suffering if you put in place attachments and aversions, based 
ignorance (Avidya = ignorance transcendental collective and individual) and 
sull’immatura protest from those who would like a world different from the illusory 
it is. The message of the Enlightened One, therefore, is a ceaseless practice 
of attention paid to see things as they are: “Attention is the path 
that leads to immortality, inattention is the path of death. Those 
who are careful not die, the heedless are already as dead “(Dhp., 21). The 
“Middle path” between self-mortification of passions and selfish and uncontrolled, 
is the path that leads to Nirvana, stands for freedom and peace.Wisdom, 
illuminated by the light of emptiness, he knows that nothing belongs to us, not life and 
even pain. The approach of death can then be experienced as a 
prepare to return home peacefully, the house where we came from. When 
we will be asked to return what was not ours, the essay will 
respond with the words of Seneca: “Snap out a mind better than you do 
given, do not fiddle around, I do not subtract, you have a person here and ready 
aware of what you gave that he had no perception also leads on. ” 

Modernity has produced historicism (the man he wanted to “historical”) 
secularization (the man wanted to be the guarantor of its own 
salvation), Utopia (the land without evil created by man). 
In postmodernity (and postsecolarizzazione), including that the greatest danger 
for man has become the man himself, with no outer defenses against 
“Terror of history”, humanity is moving from a technology, by its nature 
ambivalent, at times uncontrollable, always partial, and therefore always 
“Relative”, and the attempted recovery of religious traditions and wisdom that 
struggle to adapt to the contemporary world. But the pain is demanding answers and not 
allows postponement: the real question of life or death is always the struggle for 
give meaning to suffering, to put a frame to the picture of the negative, for 
restrain, circumscribe it, dominate it: but the content is often pressed, the threat of 
overflowing and spreading in tragedy; the frame must be enlarged, 
to understand it, again and again. Everyone is called to this challenge, 
good day to exercise his will during the remediation 
at least a fragment of the world, to rebuild and fit, day after 
days, the frames he has available because evil can be 
circumscribed, have “their part” in the world (Jung) and, thus, perhaps, even 
redemption. 

(Published in Gigi Ghirotti-News, Quarterly of Com Nat. Ghirotti Gigi 2000, 
No 4)