Archivio | 09/06/2019

Al ritmo della vita


magiclife

Al ritmo della vita

Vita scivola come gocce di rugiada
 sul petalo di una rosa
 Vita fatta d’istanti
dove ogni cosa è preziosa
 Vita mia e tua
dove tutto è armonia
di emozioni e sogni
 Vita giocosa
 di voglia di correre scalzi su prati
Vita da amare ed amata
 Vita destino di tutti
 e mai dimenticata
 dove comanda la fantasia
Vita amore
 mio e tuo
 che s’invola sempre con forza
 a rincorrere gli istanti vissuti
 e da vivere ancora
 Vita giardino che sorride dentro
Vita che sogna e mai si stanca
 Vita che è voce dell’anima che canta :
  –  Amore mio –

15.09.2003 Poetyca

To the rhythm of life

Life slips like dewdrops
  on the petal of a rose
  Life made up of instants
where everything is precious
  My life and your
where all is harmony
of emotions and dreams
  life playful
  the desire to run barefoot on grass
Life to love and beloved
  Life destiny of all
  and never forgotten
  where he commanded the imagination
love life
  mine and yours
  that always flies away with force
  chasing the moments lived
  and live again
  Life in garden smiling
Life and dreams that never gets tired
  Life, which is the soul voice that sings:
   – My love –

15.09.2003 Poetyca

Essenziale


Essenziale

Stillano
gocce d’armonia
in fondo al cuore
L’essenziale
ė adesso

12.02.2018 Poetyca

Essential

Ooze
drops of harmony
at the bottom of the heart
The essential
is now

12.02.2018 Poetyca

Nove sutra sulla pace


Nove sutra sulla Pace

I sutra sono fili di un’unica collana.
Insieme formano il gioiello chiamato Pace.

1. La pace è partecipazione all’armonia del ritmo dell’Essere

La pace non altera il ritmo della realtà. Non è statica, né dinamica. Non è nemmeno un movimento dialettico. E non significa assenza di forze o di polarità. L’Essere è ritmico, è ritmo, integrazione a-dualista del movimento e del riposo. La cultura tecnocratica occidentale, coltivando l’accelerazione, ha sconvolto i ritmi naturali: è senza pace.

2. È difficile vivere senza pace esterna; impossibile senza pace interna.

Ogni giorno, dopo l’ultima guerra mondiale, mille persone muoiono vittime della guerra. In tutto il mondo vi sono milioni di profughi, bambini nelle strade e persone che muoiono di fame. Non si deve minimizzare questa degradazione umana della nostra razza. Ma se la pace interna sussiste c’è ancora speranza. D’altronde non si può godere di una pace interna se il nostro ambiente umano ed ecologico è vittima di violenze e di ingiustizie. In tal caso la pace interna è un’illusione. E nessun autentico saggio (da Buddha a Cristo) si rinchiude nell’egoismo e nell’autosufficienza.

3. La pace: non la si conquista per se stessi, né la si impone agli altri. È dono dello Spirito

La pace non proviene né da spiritualità masochiste, né da pedagogie sadiche. I regimi imposti non fondano la pace per chi li riceve: bambino, povero, famiglia o nazione che sia. A noi manca l’atteggiamento più femminile del ricevente. La natura della pace è d’essere grazia, dono. È frutto di una rivelazione: dell’amore, di Dio, della bellezza della realtà, è esistenza della provvidenza, bontà della creazione, speranza, giustizia. È Gabe e Aufgabe, dono e responsabilità.

4. La vittoria ottenuta con la sconfitta violenta del nemico non conduce mai alla pace

La maggior parte delle guerre ha trovato giustificazione come risposta a trattati di pace anteriori. I vinti riappaiono ed esigono ciò che è stato loro rifiutato. La stessa repressione del male non ha risultati durevoli. La pace non è il risultato di un processo dialettico del bene contro il male. Il giovane rabbino di Nazaret invitava a far crescere insieme grano e zizzania. La pace fugge il campo dei vittoriosi (Simone Weil). La vittoria è sempre sulle persone; e le persone non sono mai assolutamente cattive.

5. Il disarmo militare richiede un disarmo culturale

La civiltà occidentale ha sviluppato un arsenale di armamenti, qualitativamente e quantitativamente; deve esservi un che di inerente a questa cultura: spirito di competizione, soggettività, tendenza a trascurare il campo dei sentimenti, senso di superiorità, di universalità, ecc.. Il fatto che i discorsi [per la pace, nella civiltà occidentale] si concentrino sulla distruzione degli armamenti, senza prestare attenzione alle questioni più fondamentali, costituisce un esempio di questo stato spirituale. Allora il disarmo culturale – prerequisito per la pace – è difficile almeno come quello militare. Implica una critica alla cultura e un approccio autenticamente interculturale.

6. Nessuna cultura, religione o tradizione può risolvere isolatamente i problemi del nostro mondo

Oggi nessuna religione potrebbe fornire risposte universali (se non altro perché le domande non sono le stesse). Purtroppo nel momento in cui gran parte delle religioni tradizionali tendono a deporre il manto dell’imperialismo, del colonialismo e dell’universalismo, la cosiddetta visione “scientifica” del mondo sembra raccogliere l’eredità culturale di questi atteggiamenti. Qui bisognerebbe citare la parola pluralismo.

7. La pace appartiene principalmente all’ordine del mythos, non del logos

Shalom, pax, eirene, salam, Friede, shanti, píng-an…: la Pace è polisemica; ha numerosi significati. La mia nozione di pace può non essere pacifica per qualcun altro. La pace non è sinonimo di pacifismo. È un mito, qualcosa in cui si crede in quanto dato. Ma non è irrazionale, anzi rende intelligibile l’atto di intendere. Un tempo la pace veniva firmata in nome di Dio; nella nostra epoca la pace sembra un mito unificante emergente ed è anche in suo nome che si fa guerra. Il mythos non dev’essere separato dal logos, ma i due non dovrebbero venire identificati.

8. La religione, via verso la pace

La religione è stata sempre considerata in passato come via di salvezza. Perciò le religioni erano fattori di pace interiore per i propri adepti e di guerre per gli altri. È un fatto che gran parte delle guerre nel mondo sono state guerre religiose. Oggi siamo testimoni di una trasformazione della nozione stessa di religione: le religioni sono modi di raggiungere la pace (non significa ridurle ad un unico denominatore). E la strada per la pace è rivoluzionaria: esige l’eliminazione dell’ingiustizia, dell’egoismo e della cupidigia.

9. Perdono, riconciliazione, dialogo: solo essi conducono alla pace

Punizione, indenizzo, restituzione, riparazione e cose simili non portano alla pace, non spezzano la legge del karma. Credere che ristabilire l’ordine spezzato risolva la situazione è un modo di pensare grossolano, meccanicistico e immaturo. L’innocenza perduta esige la redenzione e non il sogno di una paradiso ritrovato. La via verso la pace è in avanti e non indietro. La storia umana esige perdono. Per perdonare ci vuole una forza che vada oltre l’ordine meccanico di azione-reazione, ci vuole lo Spirito Santo, Amore pilastro dell’universo.

Da: Raimon Panikkar, Pace e interculturalità, Jaca Book, Milano 2002. (Adattamento. Col permesso dell’A.)

Da: http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2003_03/sutra.htm

 

Nine sutras on Peace 

The sutras are strings of single necklace. 
Together they form the jewel called Peace. 

1. Peace is the harmony of the participation rate of Being 

Peace does not alter the rhythm of reality. Is not static nor dynamic. It is not a dialectical movement. It does not mean lack of power or polarity. Being is rhythmic, it’s rhythm, integration-dualist movement and rest. Western technocratic culture, cultivating the acceleration, has disrupted the natural rhythms: it is no peace. 

2. It’s hard to live without external peace; impossible without inner peace. 

Every day after the last world war, a thousand people die of war victims. Throughout the world there are millions of refugees, children in the streets and people dying of hunger. We must not minimize this degradation of our human race. But if there is internal peace, there is still hope. On the other hand you can not enjoy internal peace if our human and ecological environment is the victim of violence and injustice. In this case, the inner peace is an illusion. And no authentic essay (from Buddha to Christ) to be contained in self and selfishness. 

3. The peace is won not by themselves, nor can it imposes on others. It is a gift of the Spirit 

Peace does not come as spirituality or masochistic, sadistic nor pedagogies. The regimes imposed do not establish peace for those who receive them: child poverty, family or nation it is.We miss the attitude of the recipient female. The nature of peace is to be grace, a gift. It is the result of a revelation of love, of God, the beauty of reality is existence of providence, the goodness of creation, hope, justice. It’s Gabe and Aufgabe, gift and responsibility. 

4. The violent victory with the defeat of the enemy never leads to peace 

Most wars have been justified as a response to earlier peace treaties. The vanquished reappear and demand what they have been refused. The same repression of evil has no lasting results. Peace is not the result of a dialectical process of good versus evil. The young rabbi from Nazareth invited to wheat and weeds grow together. Peace fled the camp of the victors (Simone Weil). The victory is always on people, and people are never quite bad. 

5. The military disarmament disarmament requires a cultural 

Western civilization has developed an arsenal of weapons, both qualitatively and quantitatively, there must be something inherent in this culture: the spirit of competition, subjectivity, a tendency to overlook the range of feelings, a sense of superiority, universality, etc. .. The fact that the speeches [for peace in Western civilization] focus on the destruction of weapons, while ignoring the more fundamental issues, is an example of this spiritual state. Then disarmament culture – a prerequisite for peace – at least as hard as military. Implies a critique of culture and intercultural approach authentically. 

6. No culture, religion or tradition alone can solve the problems of our world 

Today, no religion could provide universal answers (if only because the questions are not the same). Unfortunately, when most of the traditional religions tend to lay the mantle of imperialism, colonialism and universalism, the view of so-called “scientific” in the world seems to collect the cultural heritage of these attitudes. Here one should mention the word pluralism. 

7. Peace belongs mainly to the order of the mythos, not the logos 

Shalom, Pax, Eirene, salam, Friede, shanti, Ping-an …: Peace is polysemic; has many meanings. My notion of peace can not be peaceful for someone else. Peace is not a synonym for pacifism. It is a myth, something you believe as facts. But it is not irrational, even the act of understanding makes it intelligible.Once peace was signed in the name of God, peace in our time seems to be a unifying myth and it is also emerging in his name that makes war. The mythos should not be separated from the logos, but the two should not be identified. 

8. Religion, on the road to peace 

Religion has always been considered in the past as a way of salvation. Therefore, religions were factors of inner peace for their followers and other wars. It is a fact that most wars were religious wars in the world. We are witnessing a transformation of the very notion of religion: the religions are ways of achieving peace (means do not reduce them to a common denominator).And the path to peace is revolutionary: it requires the elimination of injustice, selfishness and greed. 

9. Forgiveness, reconciliation, dialogue: they alone lead to peace 

Punishment, indemnification, restitution, reparation and things like that do not lead to peace, do not break the law of karma.Believe that restoring order to resolve the situation is a broken way of thinking crude, mechanistic and immature. The innocence lost and do not require the redemption of the dream of a paradise regained. The road to peace is forward and not backward. Human history requires forgiveness. To forgive takes a force that goes beyond a mechanical action-reaction, we want the Holy Spirit, Love pillar of the universe. 

From: Raimon Panikkar, Peace and Interculturalism, Jaca Book, Milan 2002. (With permission from the A Adattament..) 

From: http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2003_03/sutra.htm

Sappiamo dare un senso alla sofferenza?


Dolori, patimenti e disagi, sofferenze.

Sappiamo il dolore della fame e del freddo, della carne martoriata, compressa,
ustionata; i patimenti dell’abbandono, del disamore, della prigionia; la
sofferenza delle situazioni-limite che provocano l’uomo ed esigono risposte
indifferibili: la previsione della morte, il disfarsi di ciò che si è in anni
costruito, il rischio del non-senso.

Soffrire (sub ferre), sostenere, sopportare, essere oppressi e a volte
schiacciati dal dubbio e dalla disperazione, mentre la domanda incalza: «Perché?
Perché proprio a me? Perché proprio ora?»

È con la stessa apparizione della coscienza, segnata dalla separazione e
dall’isolamento, che l’umanità ha incontrato la sofferenza: «per il fatto di
essere privati dell’originaria armonia con la natura, caratteristica
dell’animale la cui vita è determinata da istinti innati, e di essere dotati di
ragione e autocoscienza, non possiamo fare a meno di sperimentare la nostra
totale separazione da ogni altro essere umano» (E. Fromm). Separazione dagli
altri esseri umani e separazione dal mondo naturale nel suo insieme. La
solitudine dell’uomo nell’universo, che lo fa isolato anche dal suo stesso
corpo, è all’origine dell’odissea che, con molteplici vie, attraversa la storia
alla ricerca, attraverso un “vero” corpo, il lavoro, la sessualità., di una
possibile reintegrazione nel reale, coincidente con un ritrovamento di senso.

L’esistente è esperienza, l’esperienza dualità, la dualità mancanza. La
separatezza definisce la condizione umana in base al suo vivere nel mondo dei
contrari, alla sua caduta nel tempo ordinario, nel tempo della precarietà. Jung
ci ricorda che non è la sofferenza in sé a essere particolarmente dolorosa
quanto l’incapacità di dare a essa un significato. «La psiconevrosi», egli
scrive, «è in ultima analisi una sofferenza della psiche che non ha trovato il
proprio significato». E poiché «soltanto ciò che ha significato redime» sono le
grandi dottrine di vita che hanno potuto offrire strumenti salvifici e strategie
di dominio del patire (dalle sue forme più crude e oscure fino alla sofferenza
spirituale) in quanto hanno saputo collocare la sofferenza in una
rappresentazione ordinata del mondo, che consente di dare un significato alla
vita e alla molteplicità dei fenomeni.

Se la sofferenza è legata alla separazione, al dualismo e alla precarietà, la
liberazione risiederà in uno stato non-condizionato, uno stato che supera i
contrari e implica una uscita dalle contingenze del tempo, liberando l’uomo da
quello che è stato detto “terrore della storia” (Eliade): è infatti proprio
nella storia che l’umanità incontra le malattie e la morte, le calamità
naturali, le ingiustizie sociali. Le tradizioni spirituali, nelle loro promesse
di altri mondi e/o nelle loro proposte di diversi modi di vivere, possono essere
pertanto viste come procedure di riconciliazione degli opposti e vie di uscita
dall’idolatria della realtà “ordinaria” e dal monoteismo dell’io. L’homo
religiosus mediante il continuo riferimento alla Realtà ultima, assoluta e
non-duale, realizza quella donazione di senso in cui ha sempre riposto la
speranza di liberazione e salvezza.

Tra i diversi scenari in cui le culture hanno collocato la sofferenza, quello
offerto dalla tradizione ebraico-cristiana è caratterizzato dalla
“giustificazione” del male come effetto di una colpa originaria, colpa che ha
introdotto nel mondo la distruzione, la malattia e la morte. Incapace di
autonoma salvezza, l’uomo attende il compimento di una promessa inimmaginabile e
inaudita perché proveniente da dio stesso: quella di un mondo senza il male,
quella in cui il dio redentore «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà
più la morte né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap.,
21, 4). Saranno realizzati un tempo nuovo, una eterna domenica della vita, e uno
spazio nuovo, un luogo di cui si possa dire: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e
ameremo, ameremo e loderemo» (Agostino, De Civ. Dei , 29, 5). Il santo si nutre
di questa speranza, la conserva e diffonde; ma la fede, intanto, è messa alla
prova dall’interminabile attesa ed estenuata
dall’angosciata domanda: «Fino a quando, Signore?» (Sal., 13).

Un diverso scenario incontriamo nelle tradizioni orientali e, tra esse, in
particolare, nel buddhismo. In questa prospettiva, positivo e negativo,
costruzione e distruzione, nascita e morte, nella loro inseparabilità
costituiscono il flusso circolare e ininterrotto della vita, da accogliere nella
totalità dei suoi aspetti. Il dolore non ha dunque bisogno di una
giustificazione particolare, non più di qualunque altro aspetto del reale.
L’impermanenza e la mancanza di consistenza dei fenomeni e dell’io divengono
fonte di patimento se si mettono in atto attaccamenti e avversioni, basati
sull’ignoranza (avidya=ignoranza trascendentale, collettiva e individuale) e
sull’immatura protesta di chi vorrebbe un mondo illusoriamente diverso da quello
che è. Il messaggio dell’Illuminato è pertanto quello di una pratica incessante
di attenzione, rivolta a vedere le cose come sono: «L’attenzione è il sentiero
che conduce all’immortalità, la disattenzione è il sentiero della morte. Coloro
che sono attenti non muoiono, i disattenti sono già come morti» (Dhp., 21). La
“via di mezzo”, tra mortificazione di sé e passioni egoistiche e incontrollate,
è la via che conduce al Nirvana, sinonimo di libertà e pace. La saggezza,
illuminata dalla luce della Vacuità, sa che nulla ci appartiene, non la vita e
neppure il dolore. L’approssimarsi della morte può essere allora vissuto come un
prepararsi a ritornare serenamente a casa, la casa da dove siamo venuti. Quando
ci verrà chiesto di restituire ciò che non era nostro, il saggio potrà
rispondere, con le parole di Seneca: «Riprenditi un animo migliore di come l’hai
dato; non tergiverso, non mi sottraggo; hai qui pronto e da una persona
consapevole ciò che le hai dato senza che ne avesse percezione: porta pure via».

La modernità ha prodotto storicismo (l’uomo si è voluto “storico”),
secolarizzazione (l’uomo ha voluto essere il garante della sua propria
salvezza), utopia (la terra senza il male realizzata dall’opera dell’uomo).
Nella postmodernità (e postsecolarizzazione), compreso che il maggior pericolo
per l’uomo è diventato l’uomo stesso, senza più difese esterne contro il
“terrore della storia”, l’umanità si muove tra una tecnologia, per sua natura
ambivalente, a volte incontrollabile, sempre parziale e dunque sempre
“relativa”, e il tentativo di recupero di tradizioni religiose e sapienziali che
faticano ad adattarsi al mondo contemporaneo. Ma il dolore esige risposte e non
consente rinvii: la vera questione di vita o di morte rimane sempre la lotta per
dare senso alla sofferenza, per mettere una cornice al quadro del negativo, per
contenerlo, circoscriverlo, dominarlo: ma il contenuto spesso preme, minaccia di
debordare e dilagare in tragedia; la cornice deve venire allargata,
per comprenderlo, ancora e di nuovo. Ognuno è chiamato a questa sfida, a
esercitare quotidianamente la sua volontà buona nell’esercizio di bonifica
almeno di un frammento del mondo, nel ricostruire e adattare, giorno dopo
giorno, le cornici che ha a disposizione perché il male possa essere
circoscritto, avere “la sua parte” nel mondo (Jung) e, in tal modo, forse, anche
redenzione.

(pubbl. in Gigi Ghirotti-Notizie, Trimestrale del Com. naz. Gigi Ghirotti 2000,
n. 4)

Pain, suffering and hardships, sufferings. 

We know the pain of hunger and cold, the flesh torn, compressed, 
burned, the sufferings of abandonment, of estrangement, imprisonment, and the 
suffering of the extreme situations that cause the man and demand answers 
postponed: the prediction of death, to get rid of what you have in years 
built, the risk of non-sense. 

Suffering (sub iron), sustain, endure, be oppressed, and sometimes 
overwhelmed by doubt and despair, while the question persisted: “Why? 
Why me? Why now? ” 

It is with the same appearance of consciousness, marked by separation and 
isolation, that mankind has encountered the suffering “because of 
be deprived of the original harmony with nature, a characteristic 
the animal whose life is determined by innate instincts, and be equipped with 
reason and self-awareness, we can not help but experience our
completely independent of every other human being “(E. Fromm). Separation by 
other people and separation from the natural world as a whole.The 
alone in the universe, which makes him isolated even from his own 
body, the odyssey that is at the origin, with multiple pathways, through history 
looking through a “real” body, work, sexuality., a 
possible reintegration into the real, coincident with a sense of discovery. 

The existing experience, the experience of duality, the duality lack. The 
separation defines the human condition based on its experience in the world of 
contrary, its fall in ordinary time, in time of uncertainty. Jung 
reminds us that suffering is not in itself to be particularly painful 
as the inability to give a meaning to it. “The psycho-neuroses,” he 
writes, “is ultimately a pain in the psyche that did not find the 
its meaning. ” And since “only what it meant saving grace” are the 
great doctrines of life that they could offer saving tools and strategies 
domain of suffering (from its most raw and dark until the pain 
spiritual) as they have been able to locate the pain in a 
orderly representation of the world, allowing you to give meaning to 
living and the multiplicity of phenomena. 

If the pain is related to separation, duality and insecurity, 
Liberation will reside in a non-conditional, a state that exceeds 
against and imply an exit from the contingencies of time, freeing man from 
what has been called the “terror of history” (Eliade) is in fact 
in history that humanity meets the illness and death, disasters 
natural, social injustice. The spiritual traditions, in their promises
of other worlds and / or proposals in their different ways of living, can be 
therefore seen as a process of reconciliation of opposites and the way out 
idolatry of reality “ordinary” and the monotheism of the self.Homo 
religiosus by the continual reference to the ultimate reality, absolute and 
non-dual, the donation makes sense that he always placed the 
hope of deliverance and salvation. 

Among the different scenarios in which cultures have placed the suffering, the 
offered by the Jewish-Christian tradition is characterized by 
“Justification” of evil as an effect of original sin, guilt has 
introduced the world to destruction, disease and death. Unable to 
self-salvation, the man waits for the fulfillment of a promise and unimaginable 
unheard of because it came from God himself: that of a world without evil, 
one in which the redeeming God “will wipe away every tear from their eyes, there will be 
no more death or crying or pain, for the former things have passed away “(Rev., 
21, 4). Will be made once again, an eternal life Sunday, and a 
new space, a place where you can say: “There shall rest and see, and we will see 
we will love, love and praise “(Augustine, De Civ. Dei, 29, 5).The saint feeds 
This hope, preserves and spreads, but the faith, meanwhile, is put to 
exhausted by the endless waiting and testing 
anxiety question: “How long, Lord?” (Ps. 13). 

A different scenario, we meet in the Eastern traditions, and among them, in 
particularly in Buddhism. In this perspective, positive and negative, 
construction and destruction, birth and death, in their inseparability 
represent the circular flow of life, uninterrupted, to be accepted in 
all of its aspects. The pain did not therefore need a 
special justification, any more than any other aspect of reality. 
The impermanence and lack of consistency of phenomena and the ego becomes 
source of suffering if you put in place attachments and aversions, based 
ignorance (Avidya = ignorance transcendental collective and individual) and 
sull’immatura protest from those who would like a world different from the illusory 
it is. The message of the Enlightened One, therefore, is a ceaseless practice 
of attention paid to see things as they are: “Attention is the path 
that leads to immortality, inattention is the path of death. Those 
who are careful not die, the heedless are already as dead “(Dhp., 21). The 
“Middle path” between self-mortification of passions and selfish and uncontrolled, 
is the path that leads to Nirvana, stands for freedom and peace.Wisdom, 
illuminated by the light of emptiness, he knows that nothing belongs to us, not life and 
even pain. The approach of death can then be experienced as a 
prepare to return home peacefully, the house where we came from. When 
we will be asked to return what was not ours, the essay will 
respond with the words of Seneca: “Snap out a mind better than you do 
given, do not fiddle around, I do not subtract, you have a person here and ready 
aware of what you gave that he had no perception also leads on. ” 

Modernity has produced historicism (the man he wanted to “historical”) 
secularization (the man wanted to be the guarantor of its own 
salvation), Utopia (the land without evil created by man). 
In postmodernity (and postsecolarizzazione), including that the greatest danger 
for man has become the man himself, with no outer defenses against 
“Terror of history”, humanity is moving from a technology, by its nature 
ambivalent, at times uncontrollable, always partial, and therefore always 
“Relative”, and the attempted recovery of religious traditions and wisdom that 
struggle to adapt to the contemporary world. But the pain is demanding answers and not 
allows postponement: the real question of life or death is always the struggle for 
give meaning to suffering, to put a frame to the picture of the negative, for 
restrain, circumscribe it, dominate it: but the content is often pressed, the threat of 
overflowing and spreading in tragedy; the frame must be enlarged, 
to understand it, again and again. Everyone is called to this challenge, 
good day to exercise his will during the remediation 
at least a fragment of the world, to rebuild and fit, day after 
days, the frames he has available because evil can be 
circumscribed, have “their part” in the world (Jung) and, thus, perhaps, even 
redemption. 

(Published in Gigi Ghirotti-News, Quarterly of Com Nat. Ghirotti Gigi 2000, 
No 4)

Ego – Eckhart Tolle


Ego

“Vi risentite dell’avidità degli altri,
della loro disonestà,dell’assenza di integrità, di ciò che stanno facendo, di ciò che hanno fatto nel passato, di ciò che dicono,
di ciò che hanno mancato di fare,
di ciò che avrebbero
o non avrebbero dovuto fare.
L’ego ama questo”.

Eckhart Tolle

Ego

“You feel the greed of others,
of their dishonesty, of the lack of integrity, of what they are doing, of what they have done in the past, of what they are saying,
of what they failed to do,
of what they would have
or shouldn’t have done.
The ego loves this. ”

Eckhart Tolle

Disegni d’anima


preghiera

Disegni d’anima

Sussurri e silenzi odono
 tra le pause di cuore
 il suono di te
Senza ombre
senza paure
il respiro si allunga
Lieve la vibrazione
stende armonia e gioia
oltre questo confine
Abbraccio infinito
di note e luce
in disegni d’anima

02.10.2013 Poetyca

❤ ❤ ❤

Drawings of soul

Hear whispers and silences
  during pauses in heart
  the sound of you
without shadows
without fear
the breath stretches
Slight vibration
spreads harmony and joy
beyond this boundary
Hug infinite
notes and light
in drawings of soul

02.10.2013 Poetyca