Archivio | 05/10/2019

Alle radici dl tempo


Alle radici del tempo

Il tempo è un granello di sabbia,
portato via dal vento.
Una corsa veloce che ci fa ansimare,
restiamo inchiodati ad antiche paure,
quando proviamo a riprendere
tutte le nostre consunte memorie:
E non siamo più adesso,
ma a guardarci alle spalle
alla brezza serale che graffia
e scompiglia i capelli
al sospiro di un’anima
che vorrebbe trattenere tutto
mentre un tremito ruba emozione

22.02.2012 Poetyca

At the root of the timeTime is a grain of sand,
taken away by the wind.
A fast race that makes us gasp,
remain nailed to old fears,
when we try to resume
worn all our memories:
And we are not now,
but to look back
the evening breeze grazing
and messes up your hair
the sigh of a soul
that would retain all
while a trembling thrill steals

22.02.2012 Poetyca

 
 


Nel silenzio 


Nel silenzio
Nel silenzio
della sera
nulla è tutto
arriva e parte
come sagome
dai contorni incerti
evanescenti palpiti
incisi nella mia anima

27.06.2017 Poetyca

In the silence

In the silence
of the evening
nothing is everything
comes and goes
like silhouettes
from uncertain contours
evanescent palpites
engraved in my soul

27.06.2017 Poetyca

Già finito


Già finito

Passerò a prenderti
tra un sogno
e un’illusione
con te non userò
un linguaggio da favola
e saranno dure
le mie parole :
Solo verità
– nessuna maschera –
Solo analisi
che ti salverà la vita
da passi perduti
strada che fa scivolare
troppo lontano dalla realtà
che non hai mai
voluto affrontare
Ora basta!
Ti porterò via
dalle menzogne
di mondi di fate
dove non sai mai guardare
dentro gli occhi del mondo
dove non sai cercare il senso
di un futuro ben costruito
e tra miti e leggende
credi tutto gia finito

16.09.2003 Poetyvca

Already finished

I will pick you
between a dream
and illusion
with you I will not use
a fabulous language
and will be hard
my words:
Only truth
– No masks –
Only analysis
that will save lives
for lost steps
road slips
too far from reality
you never
wanted to address
That’s enough!
I’ll take you away
the lies
worlds of fairies
You never know where to look
into the eyes of the world
do not know where to find the way
of a future well-constructed
and myths and legends
believe everything already finished

16.09.2003 Poetyvca

Il suono di una sola mano


21. Il suono di una sola mano

Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne. Toyo vedeva che i discepoli più grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.

Anche Toyo voleva fare il Sanzen.

«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».

Ma il piccolo insisteva, e l’insegnante finì con l’acconsentire.

Quella sera, all’ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.

«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l’una contro l’altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».

Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema.

Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe.

«Ah, ho capito!» proruppe.

La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.

«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non è il suono di una sola mano. Non hai capito niente».

Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferì in un luogo tranquillo.

Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso sentì gocciolare dell’acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.

Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell’acqua.

«Che cos’è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell’acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».

Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Sentì il respiro del vento.

Ma quel suono venne respinto.

Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.

Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.

Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.

Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient’altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».

Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.

Tratto da 101 Storie Zen


The Sound of One Hand

The master of Kennin temple was Mokurai, Silent Thunder. He had a little protégé named Toyo who was only twelve years old. Toyo saw the older disciples visit the master’s room each morning and evening to receive instruction in sanzen or personal guidence in which they were given koans to stop mind-wandering.

Toyo wished to do sanzen also.

“Wait a while,” said Mokurai. “You are too young.”

But the child insisted, so the teacher finally consented.

In the evening little Toyo went at the proper time to the threshold of Mokurai’s sanzen room. He struck the gong to announce his presence, bowed respectfully three times outside the door, and went to sit before the master in respectful silence.

“You can hear the sound of two hands when they clap together,” said Mokurai. “Now show me the sound of one hand.”

Toyo bowed and went to his room to consider this problem. From his window he could hear the music of the geishas. “Ah, I have it!” he proclaimed.

The next evening, when his teacher asked him to illustrate the sound of one hand, Toyo began to play the music of the geishas.

“No, no,” said Mokurai. “That will never do. That is not the sound of one hand. You’ve not got it at all.”

Thinking that such music might interrupt, Toyo moved his abode to a quiet place. He meditated again. “What can the sound of one hand be?” He happened to hear some water dripping. “I have it,” imagined Toyo.

When he next appeared before his teacher, he imitated dripping water.

“What is that?” asked Mokurai. “That is the sound of dripping water, but not the sound of one hand. Try again.”

In vain Toyo meditated to hear the sound of one hand. He heard the sighing of the wind. But the sound was rejected.

He heard the cry of an owl. This was also refused.

The sound of one hand was not the locusts.

For more than ten times Toyo visited Mokurai with different sounds. All were wrong. For almost a year he pondered what the sound of one hand might be.

At last Toyo entered true meditation and transcended all sounds. “I could collect no more,” he explained later, “so I reached the soundless sound.”

Toyo had realized the sound of one hand.

By 101 Zen Stories

Imparare ad amare


Imparare ad amare

Un giovane discepolo andò dal saggio e gli disse:
“Come si fa ad imparare ad amare?”
“Beh”, rispose il saggio,
“potresti iniziare a mettere in pratica queste regole:

1) Non dare mai un’immagine falsa di se stessi.
2) Dire sempre di sì, quando è sì, e no, quando è no.
3) Mantenere la parola data, anche e soprattutto se costa.
4) Guardare gli altri ad occhi aperti, cercando di conoscere i pregi e i difetti.
5) Accogliere degli altri non solo i pregi ma anche i difetti e viceversa.
6) Esercitarsi a perdonare.
7) Dare agli altri il meglio di se stessi, senza nascondere loro i propri difetti.
8 ) Riprendere il rapporto con gli altri anche dopo delusioni e tradimenti.
9) Imparare a chiedere scusa, quando ci si accorge di aver sbagliato.
10) Condividere gli amici, vincendo la gelosia.
11) Evitare amicizie chiuse e possessive.
12) Dare agli altri anche quando gli altri non possono darci niente.”
Il discepolo con uno sguardo perplesso disse:
“Sono regole belle ma difficili da vivere!”

“Perché, chi ti ha detto che amare è facile?”, rispose il saggio.
“Non esiste l’amore facile, non esiste l’amore a buon mercato”.
Tutti cercano l’amore ma pochi sono disposti a pagarne il prezzo: il sacrificio!
” Quando potrò dire a me stesso di aver imparato ad amare?” disse il discepolo.
” Mai. Perché la misura dell’amore è amare senza misura”.

Rispose il saggio

Anonimo
Learning to Love

A young disciple went to the sage and said:
“How do you learn to love?”
“Well,” replied the sage,
“You may start to apply these rules:

1) Never give a false image of themselves.
2) Always say yes, when is yes and no, when it is not.
3) Keep your word, even and especially if it costs.
4) Look at the other with open eyes, trying to understand the strengths and weaknesses.
5) To accept the other not only the advantages but also the defects and vice versa.
6) Practice forgiveness.
7) Give to others the best of themselves, without hiding their own flaws.
8) Take your relationship with others even after disappointments and betrayals.
9) Learn to apologize when you realize you were wrong.
10) Share with friends, overcoming jealousy.
11) Avoid friendships closed and possessive.
12) Give to others even when others can not give us anything. “
The disciple said with a puzzled look:
“These rules are beautiful but hard to live!”

“Why, who told you that love is easy?” Said the sage.
“There is no easy love, no love cheap.”
All looking for love but few are willing to pay the price: the sacrifice!
“When I say to myself that I have learned to love?” Said the disciple.
“Never. Because the measure of love is to love without measure. “

Replied the sage

anonymous

Ricerca – Search


🌸Ricerca🌸

La vera ricerca
è profonda ed autentica,
supera gli ostacoli
attraverso la costanza
e forgia come il fuoco
fa con il metallo
o si abbassa la soglia
e la volontà diventa debole.
La pratica non ha sconti.

25.09.2019 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Research

True research
it is deep and authentic,
overcomes obstacles
through constancy
and forge like fire
makes with metal
or lower the threshold
and the will becomes weak.
The practice has no discounts.

25.09.2019 Poetyca

La felicità


La felicità

L’impegno etico più importante è essere felici nell’adesso, attimo per attimo, contenti di ciò che c’è, così come è.
Un infelice è fondamentalmente una persona preda del suo Ego. Come tale non ama nessuno, ma si nutre di disprezzo, a partire dal disprezzo per sé.
Ama il prossimo tuo come te stesso diventa possibile solo se si è felici dentro, cioè se si è liberi dal dominio dell’Ego.
La felicità, a differenza di come si pensa comunemente, non è frutto delle circostanze della vita, più o meno favorevoli. Essa piuttosto nasce naturalmente dalla pratica quotidiana delle qualità dell’essere, come l’apprezzamento, la gratitudine, la generosità, l’integrità, la compassione.
Chi è felice emana onde positive che fanno bene a tutte le persone intorno. E, data la natura dell’inter-essere, far bene agli altri è far bene a se stessi.
A sua volta, l’infelicità origina dalla pratica degli inquinanti mentali, come la rabbia, il risentimento, l’ingratitudine, il disprezzo, l’invidia, il sospetto, la repressione. Gli inquinanti sono i mezzi che l’Ego utilizza per aumentare il suo potere sulla persona. Naturalmente per perseguire questa strategia, deve renderla del tutto inconsapevole: la persona non deve avere neppure il sospetto che sta impegnandosi con tutta se stessa a perseguire il suo male. Al contrario, deve credere che sta facendo le mosse giuste per “difendersi”, “proteggersi”, “perseguire i propri interessi”. Ecco perché la caratteristica fondamentale dell’Ego è la distorsione della realtà, o, in parole povere, la sistematica menzogna. La menzogna è necessaria per mantenere la persona nell’ignoranza. Ma l’Ego individuale non può far tutto da solo. Non ne sarebbe in grado. L’Ego individuale si costruisce attraverso l’interiorizzazione dell’Ego collettivo. Ecco perché è così importante, per sciogliere le proprie nevrosi, cominciare a diventare consapevoli delle sue determinanti culturali e collettive.

Dal punto di vista fisico, l’infelicità è un treno di onde negative, che produce malessere o malattia. E’ una musica stonata, che fa male all’orecchio e al cuore. Come treno di onde, l’infelicità si propaga nell’ambiente circostante, contaminando le persone intorno, a meno che non abbiano sviluppato sufficiente consapevolezza per sottrarsi al fenomeno della risonanza. La presenza di un infelice può rendere un gruppo depresso. Tutti si sentono meno bene, e per sottrarsi a questo dispiacere, facilmente compiono delle mosse controproducenti (v. oltre).

Chi è felice costituisce un esempio che è desiderabile seguire.
Naturalmente ci può essere chi vede nella felicità altrui una minaccia: una minaccia al proprio potere di imporre il suo cattivo umore e attraverso quello condizionare parenti, amici, conoscenti. In altre parole, i leader radicati nelle qualità dell’essere sono mal visti dai leader egoici negativi.

I genitori felici hanno molto più potere nell’educare i figli. Chi è felice significa che dà valore alla felicità. Genitori felici danno valore a ciò che può favorire felicità nei figli: affetto, presenza, empatia, amore. Non hanno quindi bisogno di compensarli per le loro carenze, di viziarli, di cedere ai ricatti. Inoltre, i figli vedono nei genitori dei modelli di come essi stessi potranno diventare nel futuro seguendo il loro esempio. Se i genitori sono tristi e di cattivo umore, i figli non avranno voglia di seguirli. Se cercheranno di insegnare loro qualcosa, mancheranno di leadership. I figli si opporranno: non voglio diventare come te!

Le parti interne meno evolute, le subpersonalità, si comportano come i figli: non hanno alcuna intenzione di seguire le direttive di un io-governo infelice! Rifiuteranno la sua leadership. Si opporranno e continueranno a fare di testa loro. Ma essendo molto piccole come età mentale, il loro contributo sarà scarsamente apprezzabile, se non addirittura dannoso o devastante. Tutte cose che alimenteranno l’infelicità del povero io-governo, sempre meno capace di governare e sempre più pronto a lamentarsi e subire.

Nella nostra filosofia, la felicità è spesso stata confusa con il piacere, senza guardare alle conseguenze che i diversi tipi di piacere recano con se.
Alcuni piaceri sono in realtà pieni di veleno, e oscurano la possibilità di essere felici.
Se una ferita mi prude, grattarmi offre un piacere momentaneo. Ma se continuo a grattarmi, che cosa accadrà? Se mi sento giù, cerco sollievo nell’alcol o nel cibo. Ma alla lunga, questa scelta dove mi porta?

Nella visione buddista, felicità significa gioia dell’essere, senza cause, senza condizioni. Sukha, ananda, non dipendono da prestazioni, aspetto esteriore, successo, salute, anche se possono esserne influenzate.

Dal nostro punto di vista, il cattivo umore è una forma, tra le più subdole, di racket, cioè di mafia psicologica, attraverso la quale una persona ruba l’energia ad un’altra, senza per questo diventare contenta.
In altri termini, è un equivalente aggressivo, una forma passivo-aggressiva: fa del male occultando la sua natura distruttiva. Dato che è una forma molto diffusa, è facile per chi la pratica sottrarsi al feedback e al confronto. In questo modo può continuare su questa strada per anni, senza averne la minima consapevolezza, e spargendo intorno a se molti semi di infelicità.
L’Ego, che si nutre di infelicità, trova in questa forma un modo semplice ed efficace per aumentare il suo potere sulla persona, sulla coppia, sulla famiglia, sul gruppo dove può esercitarla.
Le persone intorno, specie quelle predisposte a soffrire di sensi di colpa, quelle che ritengono che la felicità degli altri dipenda dal loro comportamento, cadono così in un tranello molto rischioso: per sottrarsi al peso del cattivo umore di un compagno o di un amico, cominciano a indagare sui suoi bisogni insoddisfatti, ottenendo in risposta una sequenza di lamentele: mi manca questo, avrei bisogno di quello, c’è questa cosa terribile che non riesco ad eliminare ecc. A questo punto loro si sentono in dovere di lenire il dolore dell’altro, cominciando ad agire in sua vece o facendo promesse che spesso richiederanno un impegno assai superiore alle previsioni, visto la passività della persona sofferente.
Ogni promessa diventa debito. Ed ecco che la relazione con l’altro lamentoso o di cattivo umore diventa una sorta di lavoro che diventa sempre più pesante. Da relazione fraterna, di aiuto, diventa una relazione parassitaria, in cui uno dei due continua a dare, e l’altro a ricevere e disperdere nel vento. Prima c’era una persona infelice, ora ce ne sono due. L’Ego di entrambi può festeggiare.

Aiutare l’altro non significa mai fare le cose al suo posto, addossarsi i suoi carichi, assumersi i suoi impegni e responsabilità. Questo non fa che indebolire l’altro, rendendolo sempre più succube e alimentando la sua rabbia e rancore. Cioè proprio quegli inquinanti che gli impediscono di vedere la realtà così come è, nelle sue infinite possibilità.
L’aiuto è tale solo se accompagnato dall’insieme delle qualità dell’essere. L’amore, in primo luogo. E amare una persona significa favorire la sua evoluzione, la sua crescita psicologica e spirituale. Favorire cioè lo sviluppo delle sue risorse e di un governo interiore ispirato dai messaggi dell’anima, anziché dalla propaganda dell’Ego. Qui sta la differenza tra pietà e compassione. La pietà vede nell’altro solo i suoi problemi. La compassione, oltre ai problemi, vede la sua forza e le sue risorse. Vede nei problemi solo dei sintomi del modo distorto di osservare il mondo. La pietà fa sì che ci si sostituisca all’altro: tu sei un poverino, io sono superiore, in condizioni assai migliori delle tue. La compassione vede nel dolore dell’altro un riflesso del proprio dolore: io, a livello profondo, sono come te, un fuscello che galleggia nel grande fiume della vita. Ho i miei limiti, come tu hai i tuoi. Ma so che c’è qualcosa di più grande che può aiutarci entrambi: la crescita della consapevolezza e l’apertura del cuore.
Quando il cuore è chiuso, gli occhi non vedono davvero la realtà, ma la inventano di sana pianta. La mappa che guida la nostra vita è quindi profondamente falsa e distorta. E’ una mappa paranoide, che vede ostacoli e nemici ovunque.
Aiutare una persona significa fondamentalmente questo: favorire l’apertura del suo cuore attraverso l’apertura del proprio nella presenza e nella consapevolezza.
Il primo passo da compiere in questa direzione è liberarsi dai sensi di colpa, inadeguatezza, indegnità. Tutti radicali nevrotici che dipendono dalla pratica del giudizio, del criticismo, delle doverizzazioni, attraverso i quali la cultura oppressiva ed egoica indebolisce i suoi appartenenti, rendendoli schiavi di false percezioni e di bisogni indotti, certamente incapaci di una rivoluzione che vada al centro dei problemi: smascherare la natura impersonale e perversa dell’Ego e del potere dominio.

Mauro Scardovelli

Tratto da http://www.aleph.ws/news/news.phtml?indice=19

Happiness
The most important ethical commitment is to be happy in the now, moment by moment, content with what there is, as it is.
An unhappy person is basically a prey to his ego. As such it does not love anyone, but it feeds on contempt, from contempt for him.
Love your neighbor as yourself is only possible if you are happy inside, that is, if you are free from the domination of the ego.
Happiness, as opposed to popular belief, is not the result of the circumstances of life, more or less favorable. Rather, it arises naturally from the daily practice of the quality of being, as the appreciation, gratitude, generosity, integrity, compassion.
Who is happy radiate positive and do good to all people around. And given the nature of the interaction-be, do good to others is to do well for themselves.
In turn, the unhappiness stems from the practice of mental pollutants, such as anger, resentment, ingratitude, contempt, envy, suspicion and repression. The pollutants are the means that the ego uses to increase his power over the person. Of course to pursue this strategy, it must make the unaware: the person must not have even a suspicion that it is committing itself to pursue with all its evil. On the contrary, must believe he is doing the right moves to “defend”, “protection”, “pursue their own interests.” This is why the ego is the fundamental characteristic distortion of reality, or, in other words, the systematic falsehood. Lying is necessary to keep the person in ignorance. But the individual Ego can not do everything alone. Would not be able. The individual Ego is constructed through the collective internalization of the ego. That’s why it is so important, to dissolve their own neuroses begin to become aware of its cultural and collective determinants.

From the physical point of view, the misery is a train of negative waves, which produces discomfort or illness. It ‘a music tune, that hurts the ear and heart. As the wave train, unhappiness spreads into the surrounding environment, contaminating the people around, unless you have developed sufficient knowledge to avoid the phenomenon of resonance. The presence of a group can make an unhappy depressed. Everyone feels less well, and to avoid this disappointment, easily make counter moves (see below).

Who is happy is an example that it is desirable to follow.
Of course there may be those who see a threat in the happiness of others: a threat to their power to impose his bad mood, and through that influence relatives, friends and acquaintances. In other words, leaders are rooted in the quality of being unpopular leaders from negative ego.

The happy parents have much more power in educating children. Who is happy means that values ​​happiness. Parents happy with what they value in their children may promote happiness: love, presence, empathy, love. Therefore did not need to compensate for their deficiencies, spoil, to give in to blackmail. In addition, parents of children seen in models of how they themselves can become in the future following their example. If the parents are sad and moody, the children will not want to follow. If they try to teach them anything, fail to leadership. The children will oppose: I do not want to be like you!

The internal parts of less developed, the sub-personalities, they behave like children: they have no intention to follow the directives of a self-governing miserable! Refuse his leadership. Will oppose and will continue to do their own heads. But as tiny as a mental age, their contribution is hardly noticeable, if not downright harmful or destructive. All things that will power the misery of poor self-government, less and less capable of governing and increasingly willing to complain and suffer.

In our philosophy, happiness has often been confused with pleasure, without looking at the effects that different kinds of pleasure traveling with you.
Some pleasures are actually full of poison, and obscure the possibility of being happy.
If a wound feels itchy, scratching offers a momentary pleasure. But if I continue to scratch, what will happen? If I’m feeling down, I seek relief in alcohol or food. But in the long run, this choice takes me?

In the Buddhist view, happiness is the joy of being, without cause, without condition. Sukha, ananda, are not dependent on performance, appearance, success, health, although they may be affected.

From our point of view, the bad mood is one form, one of the most subtle, of racketeering, mob psychology that is, through which a person steals the energy to another, without becoming happy.
In other words, is an equivalent aggressive, passive-aggressive form: evil is hiding his destructive nature. Since it is a very widespread, it is easy for the practitioner to avoid feedback and discussion. In this way it can continue on this road for years, without having the slightest awareness, and spreading around him many seeds of unhappiness.
The ego, which feeds on misery in this form is a simple and effective way to increase his power over the person, the couple, the family, where the group can exercise it.
The people around, especially those prone to suffer from feelings of guilt, those who believe that the happiness of others depends on their behavior, so they fall into a trap very risky: to escape the weight of the bad mood of a companion or a friend, begin to investigate their unmet needs, obtaining a sequence in response to complaints: I miss that, I need that, there is this terrible thing that I can not delete etc.. They will then feel obliged to ease the pain of the other, beginning to act on his behalf or making promises that often require a commitment far more than expected, given the passivity of the sufferer.
Every promise becomes debt. And so the relationship with the other whining or bad mood becomes a kind of work that becomes increasingly heavy. From fraternal relationship, help, becomes a parasitic relationship, where one of the two continues to make, and the other to receive and disperse in the wind. Before there was an unhappy person, now there are two. The ego can both celebrate.

Helping each other is never to do things in his place, his take on the load, its commitments and take responsibility. This only weakens the other, making it ever more dominated and fueling his anger and resentment. That is precisely those pollutants that prevent him from seeing reality as it is, in its infinite possibilities.
The aid is that only if accompanied by all the quality of being. Love in the first place. And to love a person means promote its evolution, its psychological and spiritual growth. To encourage that development of its resources and an inner government inspired by the messages of the soul, rather than by the propaganda of the Ego. Here is the difference between pity and compassion. Piety sees in her only problems. Compassion, in addition to the problems, he sees his strengths and resources. He sees only the symptoms of problems in the distorted way of looking at the world. Piety means that we replace the other: you are a poor man, I am superior in terms of your very best. Compassion sees the suffering of a reflection of your pain: I, at a deep level, I’m like you, a twig floating in the great river of life. I have my limits, as you have yours. But I know there’s something bigger that can help us both: the growth of awareness and openness of heart.
When the heart is closed, the eyes do not really see the reality, but invented out of whole cloth. Map that guides our lives are so profoundly false and distorted. It ‘a map paranoid who sees obstacles and enemies everywhere.
Helping a person is basically this: to promote the opening of his heart through the opening in your presence and awareness.
The first step in this direction is to get rid of guilt, inadequacy, unworthiness. All neurotic radical-dependent practice of judging, of criticism, of doverizzazioni through which culture is oppressive and ego weakens its members, making them slaves of false perceptions and induced needs certainly incapable of a revolution which goes to the heart of the problems : unmasking the impersonal nature of the ego and power and perverse domination.

Mauro Scardovelli

Taken from http://www.aleph.ws/news/news.phtml?indice=19

Magia stupita


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Magia stupita

Gocciola vita
in un respiro
danza e ritmo
in un battito:
 Pace intima

Soffice momento
come piuma
leggera
cullata
brezza della sera

Si stempera
ogni pensiero
non ha appiglio
aria immota:
Magia stupita si rivela

05.04.2014 Poetyca

Surprised spell

drips life
in one breath
dance and rhythm
in a heartbeat:
  inner peace

soft time
as a feather
light
cradled
evening breeze

melts
every thought
did not hold
still air:
surprised  spell reveals

05/04/2014 Poetyca

Nel silenzio – In the silence – Joan Tollifson


🌸Nel silenzio🌸

“Cerchiamo guru, stati ideali,
l’illuminazione, una vita migliore,
un sé più perfetto.
Analizziamo, pensiamo, ci sforziamo
per ‘coglierlo’ alla fine,
totalmente, per conoscere la risposta,
per fare la cosa giusta.
E alla fine—nel sonno,
o nella morte, o nel risveglio
— tutto si dissolve nel silenzio.”

Joan Tollifson
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸In the silence

“We are looking for gurus, ideal states,
enlightenment, a better life,
a more perfect self.
We analyze, we think, we strive
to ‘catch’ him at the end,
totally, to know the answer,
to do the right thing.
And in the end – in sleep,
or in death, or in awakening
– everything dissolves in silence. ”

Joan Tollifson