Archivio | marzo 2020

Ho gettato via la paura


 

Ho gettato via la tua paura

Un vecchio saggio stava attraversando la giungla in compagnia di un suo giovane monaco. Scese la notte e cominciarono a calare le tenebre. Il vecchio saggio chiese al giovane monaco:

“Figlio mio, credi che lungo questo sentiero ci siano pericoli? Questo sentiero attraversa una fitta foresta e stanno calando le tenebre. Abbiamo qualcosa da temere?“‘.

Il giovane monaco era molto sorpreso, poiché in un sannyasin non dovrebbe mai sorgere il problema di avere paura, sia che si trovi in una notte buia oppure illuminata, sia che si trovi in una foresta oppure sulla piazza del mercato, quindi quella domanda era davvero sorprendente. Inoltre, questo vecchio non aveva mai avuto paura. Che cosa gli stava accadendo? Perché adesso mostrava di aver paura? C’era qualcosa che non andava!

Camminarono ancora un po’ e la notte diventò più buia. Il vecchio chiese di nuovo: “C’è qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci? Raggiungeremo presto la città più vicina? Quanto è ancora distante?“. Poi si fermarono vicino a un pozzo per lavarsi le mani e il viso.

Il vecchio consegnò al giovane monaco la borsa, che portava in spalla, dicendogli: “Abbi cura della mia borsa“.

Il giovane pensò: “Certamente deve contenere qualcosa, altrimenti non sarebbe sorto in lui il problema della paura e non avrebbe raccomandato di prendermi cura della borsa“.

Per un sannyasin era insolito anche il fatto di prendersi cura di qualcosa; in questo caso, non avrebbe senso diventare sannyasin, infatti chi ha delle cose da custodire ha una proprietà. Che bisogno ha un sannyasin di prendersi cura di qualcosa?

Il vecchio cominciò a lavarsi il viso e il giovane diede uno sguardo nella borsa: vide che conteneva un lingotto d’oro, e comprese la causa della paura. Lo gettò via, e mise nella borsa una pietra di uguale peso. Il vecchio, subito dopo, tornò in fretta dal giovane e si riprese la borsa; la tastò, ne verificò il peso sollevandola, se la mise sulla spalla e si rimise in cammino.

Dopo un breve tratto, tornò a chiedere: “Sta diventando proprio buio, abbiamo perso la strada? C’è qualche pericolo?“.

Il giovane gli rispose: “Non avere paura. Ho gettato via la tua paura“.

Il vecchio saggio era sconvolto. Guardò immediatamente nella borsa e vide che al posto dell’oro c’era una pietra. Per un attimo rimase attonito e poi, scoppiando in una risata, esclamò:

“Che idiota sono stato! Portavo in spalla una pietra e avevo paura perché credevo fosse un lingotto d’oro“‘.

A quel punto, lo gettò via e disse al giovane monaco: “Dormiremo qui questa notte, visto che al buio è difficile trovare la strada“.

E quella notte dormirono pacificamente nella foresta.

Tratto da Ricominciare da sé di Osho

I threw away your fears

A wise old man was crossing the jungle in the company of his young monaco. Night fell, and darkness began to fall. The wise man asked the young monaco:

“My son, you believe that there are dangers along this path? This trail goes through dense forest and the darkness is falling. We have something to fear? “‘.

The young monaco was very surprised, because a sannyasin should never rise to the problem of being afraid, whether it be on a dark night, or enlightened, whether it be in a forest or on the marketplace, then that question was really surprising. Moreover, this old man had never been afraid. What was happening? Because now appeared to be afraid? There was something wrong!

They walked some more ‘and the night became darker. The old man asked again: “Is there something we need to worry? Soon reach the nearest town? How much is still years away? “. Then they stopped near a well to wash hands and face.

The old man gave the young monaco bag, carrying on his shoulder, telling him: “Take care of my bag.”

The young man thought: “Certainly it must contain something, otherwise he would not have arisen in the problem of fear and would not recommend to take care of the bag.”

For a sannyasin was unusual even the act of taking care of something, in this case, would not make sense to become a sannyasin, in fact, who has things to keep a property. What need has a sannyasin to take care of something?

The old man began to wash his face and the young man glanced in the bag: he saw that it contained a gold ingot, and understood the cause of fear. He threw it away, and put a stone in the bag with the same weight. The old, soon after, hurried back from the young and recovered the bag, and the felt, it occurred by lifting the weight, put it on his shoulder and he resumed his journey.

After a short distance, asked again: “It’s getting really dark, we lost our way? Is there any danger? “.

The young man replied: “Do not be afraid. I threw away your fear. “

The wise old man was shocked. Immediately looked in the bag and saw that there was a stone instead of gold. For a moment he was stunned and then, bursting into a laugh, said:

“What a fool I was! I was wearing a shoulder stone and I was afraid because I thought it was a bar of gold. “‘

At that point, threw it away and told the young monaco: “We’ll sleep here tonight, because the dark is difficult to find your way.”

And that night they slept peacefully in the forest.

Taken from Hope itself Osho

Raccontami


raccontami

Raccontami

Raccontami
l’attimo atteso
respirato
con il tuo cuore
Raccontami
la speranza
incollata ai sogni
mai abbandonati
Raccontami
capriole di cielo
racchiuse
in una mano
Raccontami
il colore di un sorriso
pronto a spiccare il volo
all’alba della tua Primavera

02.05.2013 Poetyca

Tell me

Tell me
the awaited moment
breathed
with your heart
Tell me
hope
glued to the dreams
never abandoned
Tell me
somersaults on sky
enclosed
in one hand
Tell me
the color of a smile
ready to take flight
at the dawn of your Spring

02.05.2013 Poetyca

Nel silenzio


Nel silenzio

Se taciti la mente
è il cuore a tracciare
arabescate immegini
oltre confine
ed ogni silenzio
ha l’aroma di un attimo
che si proietta nell’infinito
come l’offerta di un fiume
al suo mare.

25.07.2006 Poetyca


In the silence

If the silent mind
is the heart in track
arabesque immegini
abroad
and every silence
has the aroma of a moment
that is projected into the infinite
as the offer of a river
at his sea.

25.07.2006 Poetyca


Tutto passa


Tutto passa
Tutto passa
come nubi
nel cielo
Tutto si trasforma
è pronto a svanire
non ti aggrappare
Lascia andare
sia la tua mente
vuota
Tutto passa
come pensieri
che sorgono
Tutto si trasforma
è pronto a svanire
non ti aggrappare
Lascia andare
sia la tua mente
vuota
Tutto passa
come il tempo
che non puoi fermare
Tutto si trasforma
è pronto a svanire
non ti aggrappare
Lascia andare
sia la tua mente
vuota
Tutto passa
come gioie e paure
frazione di un attimo
Tutto si trasforma
è pronto a svanire
non ti aggrappare
Lascia andare
sia la tua mente
vuota
Tutto passa
come respiro
al quale donare attenzione
Tutto si trasforma
è pronto a svanire
non ti aggrappare
Lascia andare
sia la tua mente
vuota

03.09.2016 Poetyca

Everything passes

Everything passes
like clouds
in the sky
Everything changes
It is ready to vanish
no hold on you
Let it go
both your mind
empty
Everything passes
such thoughts
that arise
Everything changes
It is ready to vanish
no hold on you
Let it go
both your mind
empty
Everything passes
what’s like time
that you can not stop
Everything changes
It is ready to vanish
no hold on you
Let it go
both your mind
empty
Everything passes
as joys and fears
in a fraction of a second
Everything changes
It is ready to vanish
no hold on you
Let it go
both your mind
empty
Everything passes
as breath
which give attention
Everything changes
It is ready to vanish
no hold on you
Let it go
both your mind
empty

09/03/2016 Poetyca

Percorso di vita


Percorso di vita

Cerchi la magia
d’un attimo
e le correnti silenti
ti percorrono

Attraversi mondi
sommersi
che regalando vita
palpitano all’unisono

Ti arrendi al turbine
di fluenti percezioni
e tutto si trasforma
catturando gli elementi

Tu atomo dell’Universo
sei ora parte del tutto
e con movenze antiche
la vita ti percorre

21.10.2002 Poetyca

Life path

Looking for the magic
for a moment
and currents silent
you travel

You cross worlds
submerged
that giving life
pulsate in unison

You surrender to the turbines
perceptions of flowing
and everything is transformed
capturing the elements

You atoms in the universe
part of the whole six hours
and ancient movements
then life goes

21.10.2002 Poetyca

Tutto è speranza – All is hope


🌸Tutto è speranza🌸

Un alito
di vita
un volo
di farfalla
o un fiore
Non temere
mai le ombre
o le apparenze
cerca stelle
in cielo
Apri gli occhi
ascolta
il tuo cuore
e non dimenticare
– Tutto è speranza

22.03.2020 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸All is hope

A breath
of life
a flight
butterfly
or a flower
Do not fear
never the shadows
or appearances
look for stars
in the sky
Open your eyes
listen
your heart
and don’t forget
– All is hope

22.03.2020 Poetyca

Sorriso – Smile – Thich Nath Hahn


🌸Sorriso🌸

Grazie al tuo sorriso,
rendi la vita più bella.

Thich Nhat Hanh
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸🌿🌸Smile

Thanks to your smile,
make life more beautiful.

Thich Nhat Hanh

Una perla al giorno – Eckhart Tolle


mandala13
Fate attenzione ad ogni senso di difesa dentro di voi.
Che cosa state difendendo?
Una identità illusoria,
un’immagine della vostra mente, un’entità fittizia.

Eckhart Tolle

 

Pay attention to every sense of defense within you.
What are you defending?
An illusory identity,
an image of your mind, a fictitious entity.

              Eckhart Tolle

Vita e speranze


Vita e speranze


La rima e il sogno
il sorriso e il lampo
per corse al galoppo
su vaste pianure
che accarezzano il silenzio

Frammenti e parole
odore di vita
che sprigiona speranze
respira nel tempo
anche l’ultimo attimo

Sii te stesso
sotto la pioggia
e in trafitture di sole
con le certezza nel pugno
e dove il dubbio ti fa inciampare

Perchè tutto è evanescente
e non lo puoi trattenere
oltre le pareti del cuore
tra parole non dette
e forza nel lasciare andare

16.03.2007 Poetyca


Life and hope

The rhyme and the Dream
smile and flash
for racing gallop
over vast plains
that caress the silence

Fragments and words
smell of life
hopes that releases
breathe in time
the last moment

Be yourself
under the rain
and piercing sun
with certainty in his fist
and where the question makes you stumble

Because everything is evanescent
and you can not hold
beyond the walls of the heart
between words unsaid
and strength in letting go

16.03.2007 Poetyca

Milioni di passi


image

Milioni di passi

Milioni di passi
forse separano
ma ė solo illusione:
il mondo è in tasca
se sai accogliere
ogni attimo
con compassione

14.06.2016 Poetyca

Million steps

Million steps
perhaps separate
But it is only an illusion:
the world is in your pocket
if you know accommodate
every moment
compassionately

14/06/2016 Poetyca

La nostra isola


nottteisola

La nostra isola

Mezza luna

sorride

resta appesa

a guardare

la nostra isola

dove s’intrecciano

le risate

a colorare

i nostri pensieri

24.07.2015 Poetyca

Our island

half moon

smiles

remains hanging

to look at

our island

where intertwine

laughter

to color

our thoughts

07/24/2015 Poetyca

Sulla via della pace


Sulla via della pace

Le battaglie nel mondo

Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare.
Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio.
Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace.
Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
Achaan Chah

La pace è ogni passo

La pace è ogni passo.
Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigloglio tutto intorno!
Com’è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

La pace è ogni passo – Thich Nhat Hanh

Il sentiero della pace

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Brani estratti da un discorso del Venerabile Ajahn Chah indirizzato ai monaci e ai novizi.

POSSIAMO DIRE CHE IL RETTO SENTIERO DELLA PACE, il sentiero che il Buddha ha scoperto e ci ha indicato, che conduce alla pace della mente, alla purezza e alla realizzazione delle qualità di un samana, è formato da sila (freno morale), samadhi(concentrazione) e pañña (saggezza). E’ una strada valida per tutti. Infatti i discepoli del Buddha che divennero illuminati, all’inizio erano delle persone ordinarie, come tutti noi. Anche il Buddha all’inizio era uno come noi. Praticarono e dall’opacità fecero emergere la luce, dalla rozzezza la bellezza e dalle cose vane e inutili grandi benefici per tutti.

Silasamadhi e pañña sono i nomi dati a tre diversi aspetti della pratica. Praticando sila, samadhi pañña, in effetti, praticate con voi stessi. La giusta sila esiste qui in questo momento, il giusto samadhiè qui. Perché? Perché il vostro corpo è qui! La pratica di silariguarda il corpo intero. Quindi, siccome il vostro corpo è qui, le mani, le gambe sono qui, è qui che praticate sila.

Un conto è tenere a mente tutta la lista dei comportamenti sbagliati da evitare, così come elencata nei libri, un altro conto è capire che le potenzialità che questi atteggiamenti hanno di crescere, risiede in voi. Praticare la disciplina morale vuol dire stare attenti ad evitare certe azioni, come uccidere, rubare ed avere una condotta sessuale scorretta. Il Buddha ci ha insegnato a prenderci cura di tutte le nostre azioni, anche delle più semplici.

Forse nel passato avete ucciso degli animali o degli insetti schiacciandoli o non siete stati troppo attenti nel parlare: il parlare sbagliato si ha quando si mente o si esagera la verità, mentre parlare in modo grossolano vuol dire essere aggressivi e offensivi verso gli altri, dicendo in continuazione ‘imbroglione’, ‘idiota’ e così via. Il parlare frivolo si ha quando i discorsi sono solo chiacchiere inutili, senza senso, sconclusionati, che vanno avanti senza voler dire niente. Ci siamo lasciati andare tutti qualche volta a questo genere di discorsi a ruota libera, quindi praticare silasignifica sorvegliare se stessi, sorvegliare le proprie azioni e le proprie parole.

Ma chi sorveglia? Chi si prende la responsabilità delle vostre azioni? Quando vi appropriate di qualcosa che non vi appartiene, chi è consapevole di quell’azione? E’ la mano? Questo è il punto su cui dovete sviluppare la consapevolezza. Chi sa che state per mentire, giurare o dire qualcosa di frivolo? Consapevole di ciò che dice è la bocca, o è colui che conosce il significato delle parole? Contemplate: ‘colui che conosce’, chiunque sia, deve prendersi la responsabilità della vostra sila. Portate questa consapevolezza a sorvegliare le vostre azioni e le parole. Per praticare sila, usate quella parte della mente che dirige le vostre azioni e che vi porta ad agire bene o male, a cacciare il furfante e a trasformarlo in uno sceriffo. Tenete ferma la mente capricciosa e portatela a servire e a prendersi la responsabilità di tutte le vostre azioni e parole. Osservate ciò e contemplatelo. Il Buddha ci ha esortato ad essere consapevoli delle nostre azioni. Chi è consapevole? Il corpo non ne sa niente; sa solo stare in piedi, camminare e cose del genere. Per poter fare qualsiasi cosa deve aspettare che qualcuno glielo ordini. La stessa cose vale per le mani, per la bocca.

La pratica comporta che si instauri sati – cioè la consapevolezza – in ‘colui che conosce’. ‘Colui che conosce’ è quell’intenzione della mente che prima ci portava ad uccidere esseri viventi, a rubare le cose altrui e a indulgere a una sessualità scorretta, a mentire, a calunniare, a parlare in modo sciocco e frivolo, a comportarci nei modi più sfrenati. E’ ‘colui che conosce’ che ci ha spinto a parlare; esso esiste nella mente. Focalizzate la consapevolezza (sati) – questa costante riflessione consapevole – su ‘colui che conosce’. Lasciate che la conoscenza si prenda cura della vostra pratica.

Usate sati, la consapevolezza, per mantenere la mente riflessiva, concentrata nel momento presente, ottenendo così la calma mentale. Fate che la mente badi a se stessa, e che lo faccia bene.

Mantenere sila – o in altre parole, prendersi cura delle azioni e delle parole – non è poi una cosa così difficile, se la mente sa badare a se stessa. Siate sempre consapevoli, ogni momento e in ogni postura: sdraiati, in piedi, camminando e seduti. Prima di compiere qualsiasi azione, prima di parlare o di impegnarvi in una conversazione, stabilite la consapevolezza, sati; dovete essere raccolti, prima di fare qualsiasi cosa. Non importa quello che direte, l’importante è raccogliersi nella mente. Esercitatevi fino a diventare molto abili. Praticate, in modo da essere sempre al corrente di ciò che capita nella mente; praticate fino a quando la consapevolezza diventi così naturale da essere presente ancora prima di agire o di parlare. E’ questo il modo per stabilire la consapevolezza nel cuore. E’ con ‘colui che conosce’ che sorvegliate voi stessi, perché tutte le azioni vengono da lui. E’ qui che hanno origine le intenzioni che produrranno l’azione ed è per questo che la pratica non avrà successo se fate svolgere questo compito a qualcun altro.

Le vostre parole e le vostre azioni, sempre tenute a bada, diventeranno aggraziate e piacevoli sia all’occhio che all’orecchio, mentre voi stessi, sarete perfettamente a vostro agio all’interno di questa disciplina. Se praticate la consapevolezza e il controllo fino a renderli atteggiamenti naturali, la mente diventerà ferma e risoluta nella pratica di sila. Farà costantemente attenzione alla pratica, riuscendo così a concentrarsi completamente. In altre parole, la pratica basata sul controllo e la disciplina, in cui vi prendete costantemente cura delle azioni e delle parole, in cui siete completamente responsabili del comportamento esteriore che avete, si chiama sila, mentre samadhi è caratterizzato dalla saldezza della consapevolezza, a sua volta derivato dalla ferma concentrazione nella pratica di sila. Queste sono le caratteristiche di samadhi, come fattore esterno della pratica. Ma vi è un lato più profondo e interiore.

Una volta che la mente sia concentrata nella pratica e che sila e samadhi si siano stabilizzati, sarete in grado di investigare e riflettere su ciò che è salutare e ciò che non lo è, chiedendo a voi stessi “questo è giusto? O non è giusto?”, man mano che sperimentate i vari contenuti mentali. Quando la mente entra in contatto con cose visive, con suoni, odori, gusti, con sensazioni tattili o con idee, ‘colui che conosce’ apparirà e stabilirà la consapevolezza del piacere e dispiacere, della felicità e della sofferenza, e di tutti gli oggetti mentali che si vanno sperimentando. Riuscirete finalmente a ‘vedere’ chiaramente e osserverete un’infinità di cose diverse.

Se siete consapevoli, vedrete i vari oggetti che passano nella mente e la reazione che accompagna l’esperienza di essi. ‘Colui che conosce’ li prenderà automaticamente come oggetti di contemplazione. Quando la mente è vigile e la consapevolezza ferma e stabile, noterete facilmente le reazioni che si manifestano per mezzo del corpo, della parola o della mente, man mano che si sperimentano questi oggetti mentali. Tale aspetto della mente che identifica e seleziona il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, in mezzo agli oggetti mentali che rientrano nel campo della consapevolezza, è pañña, una pañña allo stadio iniziale, che maturerà con l’avanzare della pratica. Tutti questi vari aspetti della pratica sorgono dall’interno della mente. Il Buddha si riferì a queste caratteristiche chiamandole sila, samadhi e pañña.

Continuando la pratica, vedrete sorgere nella mente altri attaccamenti e illusioni. Questo significa che ora state attaccandovi a ciò che è buono e sano. Diventate timorosi di ogni caduta o errore della mente, temendo che il samadhi ne risenta. Nello stesso tempo cominciate ad essere diligenti nella pratica, ad amarla e a coltivarla, lavorandovi con grande energia.

Continuate a praticare così il più a lungo possibile, fino a quando forse raggiungerete il punto in cui non farete altro che giudicare e trovare errori in chiunque incontrate, ovunque andiate. Reagite continuamente con attrazione o avversione al mondo che vi circonda, diventando sempre più incerti sulla correttezza di ciò che fate. E’ come se foste ossessionati dalla pratica. Ma non preoccupatevene; a questo punto è meglio praticare troppo che troppo poco. Praticate molto e dedicatevi a sorvegliare il corpo, la parola e la mente. Di questo esercizio non ne farete mai abbastanza. Tenetevi ancorati agli oggetti mentali rappresentati dalla consapevolezza e dal controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente, e dalla discriminazione tra giusto e sbagliato. In questo modo svilupperete sempre più la concentrazione e rimanendo costantemente e fermamente ancorati a questo modo di praticare, la mente diventerà essa stessa sila, samadhi e pañña, le caratteristiche della pratica come descritte negli insegnamenti tradizionali.

Man mano che continuate a sviluppare la pratica, queste differenti caratteristiche e qualità, si perfezioneranno nella mente. Tuttavia la pratica di sila, samadhi pañña, a questo livello non è sufficiente per produrre i fattori di jhana (assorbimento meditativo) – la pratica è ancora troppo grossolana. Eppure la mente è abbastanza raffinata (sempre relativamente alla grossolanità di base!). E tale appare a una normale persona non illuminata, che non abbia curato troppo la propria mente e che non abbia praticato la meditazione e la consapevolezza.

A questo livello si può sentire un certo senso di soddisfazione per riuscire a praticare al massimo delle proprie possibilità e lo vedrete da soli. E’ qualcosa che solo il praticante può sperimentare all’interno della propria mente. E se questo avviene, potete ritenervi già sulla giusta via. State camminando solo all’inizio del sentiero – ai livelli più elementari – ma, per certi versi, questi sono gli stadi più difficili. State praticando sila, samadhi e pañña e dovete continuare a praticarli sempre tutti e tre, poiché se ne manca anche solo uno, la pratica non si svilupperà in modo corretto. Più cresce sila, più solida e concentrata diviene la mente. Più la mente è stabile più consistente diventa pañña, e così via; ogni parte della pratica sostiene e si collega all’altra.

Man mano che approfondite e raffinate la pratica, sila, samadhi paññamatureranno insieme sgorgando dalla stessa fonte, come infatti si sono raffinate sbozzandosi dallo stesso materiale grezzo. In altre parole, il Sentiero ha inizi grossolani, ma raffinando ed esercitando la mente con la meditazione e la riflessione, tutto diventa via via più raffinato.

Quando la mente è più raffinata, la pratica della consapevolezza si focalizza meglio, poiché è concentrata su un’area più ristretta. Anzi, la pratica diventa molto più facile, quando la mente si concentra sempre di più su se stessa. Ormai non fate più grossi sbagli, ormai, quando la mente è presa in qualche problema, quando sorgono dubbi se è giusto o no agire o dire certe cose, semplicemente fermate la proliferazione mentale e, intensificando gli sforzi nella pratica, continuate a volgere l’attenzione sempre più in profondità in voi stessi. Così la pratica del samadhi diverrà vieppiù ferma e concentrata, mentre la pratica di pañña si rafforza, permettendo di vedere le cose più chiaramente e più naturalmente.

Il risultato è che potrete vedere la mente e i suoi oggetti nitidamente, senza dover fare distinzione fra mente, corpo e parola. Continuando a volgere l’attenzione all’interno di sé e continuando a riflettere sul Dhamma, la facoltà della saggezza gradualmente maturerà fino al punto che potrete contemplare la mente e gli oggetti mentali soltanto, ciò significa che state cominciando a sperimentare il corpo come immateriale. Quando l’intuizione è così sviluppata, non andrete più a tentoni, incerti su come interpretare il corpo e il suo modo di essere. La mente sperimenterà le caratteristiche fisiche del corpo come oggetti senza forma con cui essa entra in contatto. Infine, contemplerete solo la mente e gli oggetti mentali, cioè quegli oggetti che arrivano a livello di coscienza.

Esaminando ora la vera natura della mente, osserverete che, nel suo stato naturale, non ha preoccupazioni o ambizioni che la sommergano. E’ come una bandiera che sia stata legata all’estremità di un’asta; se niente la muove rimarrà così, tranquilla. E se si muove significa che c’è del vento, una forza esterna che la fa agitare. Allo stato naturale, la mente fa lo stesso – in essa non vi è né amore né odio, né disapprovazione. Essa è indipendente, in uno stato di purezza che è completamente chiaro, raggiante, non offuscato. Nel suo stato puro la mente è pacifica, senza felicità o sofferenza, – in effetti non sperimenta nessun vedana(sensazione). E’ questo il vero stato della mente.

Lo scopo della pratica, quindi, è guardarsi internamente, cercando e investigando fino a quando troverete la mente originale. La mente originale è detta anche la mente pura. La mente pura è la mente senza attaccamenti. E’ in uno stato di perenne conoscenza e attenzione, completamente consapevole di ciò che sta sperimentando. Quando la mente è così non vi sono oggetti mentali piacevoli o spiacevoli che la possano turbare, non li insegue. La mente non ‘diventa’ nulla. In altre parole, nulla può scuoterla. La mente conosce se stessa come purezza. Si è evoluta verso una vera, completa indipendenza; ha raggiunto il suo stato originale.

E come ha potuto raggiungere questo stato originale? Attraverso la facoltà della consapevolezza, riflettendo con saggezza e vedendo che tutte le cose sono solo condizioni che sorgono dal mutuo interagire degli elementi, senza che vi sia nessuno che li controlli. E così capita anche quando sperimentiamo la gioia e la sofferenza. Questi stati mentali sono solo “felicità” e “sofferenza”. Non vi è qualcuno che ‘ha’ la felicità, la mente non ‘possiede’ la sofferenza; gli stati mentali non ‘appartengono’ alla mente. Osservatelo voi stessi. In effetti, queste sono cose che non riguardano la mente, sono separate, distinte da essa. La felicità è solo uno stato di felicità; la sofferenza è solo uno stato di sofferenza. Voi siete solo coloro che sanno questo.

In passato, a causa delle radici dell’avidità, dell’odio e dell’illusione presenti nella mente, essa avrebbe reagito immediatamente quando entravate in contatto con qualcosa di piacevole o spiacevole, e attraverso questa reazione vi sareste ‘impadroniti’ di quell’oggetto mentale, sperimentandolo come sofferenza o gioia. E così potrà avvenire ancora fino a quando la mente non conoscerà se stessa, fino a quando non sarà chiara e illuminata. Quando la mente non è libera, si lascia influenzare da qualsiasi oggetto mentale le capiti di sperimentare. In altre parole, non ha un rifugio, è incapace di dipendere veramente da se stessa. In questa situazione, quando ricevete una piacevole impressione mentale diventate allegri o diventate tristi quando l’oggetto mentale è spiacevole. Così la mente dimentica se stessa.

La mente originale, invece, è al di là del bene e del male, poiché questa è la natura originale della mente. E’ un’illusione essere felici per aver sperimentato un oggetto mentale piacevole. E’ un’illusione essere tristi per aver sperimentato un oggetto mentale spiacevole. Gli oggetti mentali sorgono con il mondo, sono il mondo. Danno l’avvio alla felicità e alla sofferenza, al bene e al male, e a tutto ciò che è soggetto all’impermanenza e all’incertezza. Quando vi separate dalla mente originale, tutto diventa incerto: solo una catena interminabile di nascita e morte, dubbi e apprensioni, sofferenza e fatica, senza la possibilità di fermare, di far cessare tutto ciò. E’ questa la ruota eterna delle rinascite.

Samadhi significa la mente fermamente concentrata, e più praticate più la mente diventa stabile. Più la mente è concentrata, più essa diventa risoluta nella pratica. Più contemplate, più diventate fiduciosi e la mente diventerà così stabile che non potrà più essere smossa da nulla. Sapete perfettamente che nessun oggetto mentale la può scuotere. Gli oggetti mentali sono oggetti mentali; la mente è la mente. La mente sperimenta stati mentali buoni o cattivi, felicità e sofferenza, perché viene illusa dagli oggetti mentali. La mente che non si fa ingannare non può essere turbata da nulla, poiché nello stato di consapevolezza, vede tutte le cose come elementi naturali che sorgono e scompaiono: solo questo! Si può avere questo tipo di esperienza anche quando non si è riusciti a lasciar andare completamente.

Semplificando, lo stato che è sorto, è la mente stessa. Se contemplate seguendo la verità delle cose così come sono, vi accorgerete che esiste un solo sentiero e che è vostro dovere seguirlo. Significa che sapete, fin dall’inizio, che gli stati mentali di felicità e dolore non sono il sentiero da seguire. E’ qualcosa che dovete capire da soli: è la verità delle cose così come sono! Siete in grado di capire tutto ciò – siete consapevoli con la giusta visione delle cose – ma allo stesso tempo non siete in grado di lasciar andare completamente i vostri attaccamenti.

Qual è allora il modo giusto di praticare? State nella via di mezzo, che vuol dire prendere nota dei vari stati di gioia e dolore, ma contemporaneamente teneteli a debita distanza sia da un’esagerazione che dall’altra. Questa è la via corretta di praticare: mantenere la consapevolezza anche se non siete in grado di lasciar andare. E’ la via più giusta, poiché, anche se la mente è aggrappata ai vari stati di gioia o sofferenza, vi è sempre la consapevolezza di questo attaccamento. Ciò significa che quando la mente si attacca a stati di felicità, voi non le date importanza e non ne gioite e altrettanto non criticate gli stati di sofferenza. In questo modo potete veramente osservare la mente così com’è. Quando praticate fino al punto di portare la mente oltre la gioia e l’infelicità, automaticamente sorgerà l’equanimità, e voi non dovrete fare altro che contemplarla come un oggetto mentale e seguirla, pian pianino. Il cuore sa dove andare per essere oltre le negatività, e anche se non è ancora pronto a trascenderle, le mette da parte e continua a praticare.

Quando sorge la felicità e la mente vi si attacca, prendete proprio questa felicità come oggetto di contemplazione; lo stesso, se la mente si attacca all’infelicità, prendete questa infelicità come oggetto di contemplazione. Finalmente la mente raggiungerà uno stadio in cui sarà pienamente consapevole sia della felicità che dell’infelicità. E questo accadrà quando sarà in grado di mettere da parte sia la felicità che la sofferenza, sia il piacere che la tristezza, quando sarà in grado di mettere da parte il mondo per diventare allora il ‘conoscitore dei mondi’. Una volta che la mente ‘colei che conosce’ – può lasciar andare, è qui che si stabilizzerà ed allora la pratica diventa veramente interessante.

Ogni volta che vi è attaccamento nella mente, continuate a battere su quel punto, senza lasciar andare. Se c’è attaccamento alla felicità, continuate a meditarvi sopra, senza permettere che la mente si allontani da quello stato d’animo. Se la mente si attacca alla sofferenza, afferratevi a ciò, tenendovi ben stretti e contemplando subito quella disposizione d’animo. Anche se la mente è intrappolata in uno stato mentale negativo, riconoscetelo come uno stato d’animo negativo e la mente non ne sarà più distratta. E’ come quando si capita in un cespuglio di rovi; ovviamente non lo fate appositamente, anzi cercate di evitarlo, ma può capitare che vi troviate a camminare tra le spine. E come vi sentite allora? Naturalmente provate avversione. Anche se lo sapete, non potete fare a meno di essere ‘in mezzo alle spine’. La mente continua ancora a inseguire i vari stati di felicità e sofferenza, ma non indulge in essi. Il vostro è un continuo sforzo per eliminare ogni attaccamento dalla mente, per eliminare e per ripulire la mente da tutto ciò che è esteriore, mondano.

Alcuni vogliono pacificare la mente, ma essi stessi non sanno che cos’è la pace. Non sanno che cos’è una mente tranquilla! Vi sono due tipi di tranquillità mentale: uno è la pace che viene per mezzo del samadhi,l’altro è la pace che viene da pañña. La mente che è calma per mezzo disamadhi è una mente ancora in preda all’illusione. La pace che si raggiunge per mezzo del solo samadhi, dipende dal fatto che la mente è separata dagli oggetti mentali. Quando non sperimenta alcun oggetto mentale, allora è calma, e perciò uno si attacca alla felicità collegata a questa pace. Tuttavia, quando c’è il contatto con i sensi, la mente vi si precipita dentro subito, poiché ha paura degli oggetti mentali. Ha paura della felicità e della sofferenza; ha paura della lode e della critica, ha paura delle forme, dei suoni, degli odori e dei gusti. Chi ha la pace per mezzo di samadhi ha paura di tutto e non vuole essere coinvolto in niente e con nessuno. La gente che pratica samadhi in questo modo, vorrebbe isolarsi in una grotta, dove può sperimentare in pieno la beatitudine delsamadhi, senza mai doverne uscire fuori. Appena trovano un posto isolato, vi si intrufolano e vi si nascondono.

Questo tipo di samadhi porta con sé molta sofferenza: per loro è difficile uscirne fuori e avvicinarsi agli altri. Non vogliono vedere forme o udire suoni. Non vogliono sperimentare completamente nulla! Devono vivere in appositi luoghi particolarmente tranquilli, dove nessuno possa disturbarli con la presenza o con le parole.

Questo tipo di pace non è utile allo scopo. Quando avete raggiunto un normale livello di calma, allontanatevene. Il Buddha non ci ha insegnato a praticare samadhi nell’illusione. Se vi accorgete di praticare in questa maniera, smettete subito. Se la mente ha raggiunto la calma, usate questa calma come base di contemplazione. Contemplate la pace della concentrazione e usatela per collegare la mente con i vari oggetti mentali che sperimenta, riflettendoci poi sopra. Contemplate le tre caratteristiche di aniccam (impermanenza), dukkham (sofferenza) e anatta (non-sé). Riflettete e quando avrete contemplato abbastanza, potete ristabilire senza pericolo la calma del samadhi, sedendo in meditazione e poi, una volta riottenuta la calma, riprendete la contemplazione. Man mano che acquistate conoscenza, usatela per combattere le negatività e allenare la mente.

La pace che viene per mezzo di pañña è un’altra cosa, perché quando la mente lascia lo stato di calma, la presenza di pañña la salva dal timore per le forme, i suoni, gli odori, i gusti, le sensazioni tattili e le idee. Vuol dire che ogni volta che c’è un contatto sensoriale, la mente è subito consapevole dell’oggetto mentale e lo lascia perdere – la consapevolezza è abbastanza acuta per poterlo fare immediatamente. Questa è la pace che arriva per mezzo di pañña.

Quando praticate in questo modo, la mente diventa molto più raffinata di quando sviluppavate solo samadhi. La mente diventa potentissima e non cerca più di scappare. E’ questa energia che allontana ogni timore. Prima avevate paura di ogni esperienza, ma ora conoscete gli oggetti mentali per quello che sono e non ne siete quindi più spaventati. Conoscete la vostra stessa forza mentale e non ne siete più intimoriti. Quando vedete una forma, la contemplate; quando udite un suono, lo contemplate. Diventate abili nella contemplazione degli oggetti mentali e comunque essi siano, li potete lasciar andare. Vedete chiaramente la felicità e la lasciate andare. Qualsiasi cosa vediate, la lasciate subito andare. In tal modo tutti gli oggetti mentali perdono la loro forza e non possono più trascinarvi con loro. Quando sorgono queste caratteristiche nella mente del praticante, si può cambiare il nome della pratica, chiamandola vipassana, che significa chiara conoscenza in accordo con la verità. E’ tutto qui: conoscenza in accordo con la verità sulle cose così come sono. Questa è pace al più alto livello, la pace di vipassana.

Il vero scopo della pratica, quindi, non è sviluppare samadhi, sedendosi in meditazione e aggrappandosi a quello stato di beatitudine che procura. Dovete anzi evitare questo stato. Il Buddha ha detto che dovete combattere apertamente la vostra battaglia, non nascondervi in una trincea cercando di evitare le pallottole del nemico. Quando è il momento di lottare, dovete saltar fuori con le armi in pugno, dovete per forza uscire dal nascondiglio. Non potete più stare lì a poltrire quando è tempo di battaglia. Questa è la pratica. Non dovete permettere che la mente si nasconda, acquattandosi nell’ombra.

Ho spiegato la pratica a grandi linee, affinché non abbiate ad impantanarvi nel dubbio, affinché non vi siano esitazioni sul modo di praticare. Quando c’è la felicità, osservate quella felicità; quando c’è la sofferenza, osservate quella sofferenza. E così stabilizzati nella consapevolezza, provate a lasciarle andare entrambe, a metterle da parte. Ora che le avete osservate e quindi le conoscete, continuate a lasciarle andare. Non è importante che meditiate seduti o camminando, se continuate a pensare non fa niente. La cosa importante è essere sempre e continuamente consapevoli della propria mente. Se vi trovate invischiati in troppe proliferazioni mentali, raccoglietele tutte insieme, e contemplatele come se fossero un tutt’uno. Ne taglierete l’energia alla radice dicendo: “Tutti questi pensieri, queste idee e immaginazioni sono semplicemente delle proliferazioni mentali e basta. Tutto ciò è aniccam, dukkham anatta. In nessuno di loro risiede la certezza”. E poi lasciatele subito perdere.

© Ass. Santacittarama (& Wat Nong Pah Pong), 2006. Tutti i diritti sono riservati. SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE
GRATUITA. 
On the Road to PeaceThe battles in the worldDo everything with a mind that knows how to let go.
Do not expect any reward or prize.
If you let go a little, you’ll have a little peace.
If you let go completely, you will know complete freedom andpeace.
Your battles with the world come to an end.

Achaan Chah

Peace is every step

Peace is every step.
The shining red sun is my heart.
Each flower smiles with me.
Rigloglio how green all around!
How cool the wind blowing!
Peace is every step.
It is the joyful endless path.

Peace is every step – Thich Nhat Hanh

The Path to Peace

Today I will give a teaching particularly for you as monks and novices, so please determine your hearts and minds to listen. There is nothing else for us to talk about other than the practice of the DhammaVinaya (Truth and Discipline).

Every one of you should clearly understand that now you have been ordained as Buddhist monks and novices and should be conducting yourselves appropriately. We have all experienced the lay life, which is characterised by confusion and a lack of formal Dhamma practice; now, having taken up the form of a Buddhistsamana1, some fundamental changes have to take place in our minds so that we differ from lay people in the way we think. We must try to make all of our speech and actions – eating and drinking, moving around, coming and going – befitting for one who has been ordained as a spiritual seeker, who the Buddha referred to as a samana. What he meant was someone who is calm and restrained. Formerly, as lay people, we didn’t understand what it meant to be a samana, that sense of peacefulness and restraint. We gave full license to our bodies and minds to have fun and games under the influence of craving and defilement. When we experienced pleasant ārammana2, these would put us into a good mood, unpleasant mind-objects would put us into a bad one – this is the way it is when we are caught in the power of mind-objects. The Buddha said that those who are still under the sway of mind-objects aren’t looking after themselves. They are without a refuge, a true abiding place, and so they let their minds follow moods of sensual indulgence and pleasure-seeking and get caught into suffering, sorrow, lamentation, pain, grief and despair. They don’t know how or when to stop and reflect upon their experience.

In Buddhism, once we have received ordination and taken up the life of the samana, we have to adjust our physical appearance in accordance with the external form of the samana: we shave our heads, trim our nails and don the brown bhikkhus’3 robes – the banner of the Noble Ones, the Buddha and the Arahants4. We are indebted to the Buddha for the wholesome foundations he established and handed down to us, which allow us to live as monks and find adequate support. Our lodgings were built and offered as a result of the wholesome actions of those with faith in the Buddha and His teachings. We do not have to prepare our food because we are benefiting from the roots laid down by the Buddha. Similarly, we have inherited the medicines, robes and all the other requisites that we use from the Buddha. Once ordained as Buddhist monastics, on the conventional level we are called monks and given the title ‘Venerable’5; but simply having taken on the external appearance of monks does not make us truly venerable. Being monks on the conventional level means we are monks as far as our physical appearance goes. Simply by shaving our heads and putting on brown robes we are called ‘Venerable’, but that which is truly worthy of veneration has not yet arisen within us – we are still only ‘Venerable’ in name. It’s the same as when they mould cement or cast brass into a Buddha image: they call it a Buddha, but it isn’t really that. It’s just metal, wood, wax or stone. That’s the way conventional reality is.

It’s the same for us. Once we have been ordained, we are given the title Venerable Bhikkhu, but that alone doesn’t make us venerable. On the level of ultimate reality – in other words, in the mind – the term still doesn’t apply. Our minds and hearts have still not been fully perfected through the practice with such qualities as mettā (kindness), karunā (compassion), muditā (sympathetic joy) and upekkhā (equanimity). We haven’t reached full purity within. Greed, hatred and delusion are still barring the way, not allowing that which is worthy of veneration to arise.

Our practice is to begin destroying greed, hatred and delusion – defilements which for the most part can be found within each and every one of us. These are what hold us in the round of becoming and birth and prevent us from achieving peace of mind. Greed, hatred and delusion prevent the samana – peacefulness – from arising within us. As long as this peace does not arise, we are still not samana; in other words, our hearts have not experienced the peace that is free from the influence of greed, hatred and delusion. This is why we practise – with the intention of expunging greed, hatred and delusion from our hearts. It is only when these defilements have been removed that we can reach purity, that which is truly venerable.

Internalising that which is venerable within your heart doesn’t involve working only with the mind, but your body and speech as well. They have to work together. Before you can practise with your body and speech, you must be practising with your mind. However, if you simply practise with the mind, neglecting body and speech, that won’t work either. They are inseparable. Practising with the mind until it’s smooth, refined and beautiful is similar to producing a finished wooden pillar or plank: before you can obtain a pillar that is smooth, varnished and attractive, you must first go and cut a tree down. Then you must cut off the rough parts – the roots and branches – before you split it, saw it and work it. Practising with the mind is the same as working with the tree, you have to work with the coarse things first. You have to destroy the rough parts: destroy the roots, destroy the bark and everything which is unattractive, in order to obtain that which is attractive and pleasing to the eye. You have to work through the rough to reach the smooth. Dhamma practice is just the same. You aim to pacify and purify the mind, but it’s difficult to do. You have to begin practising with externals – body and speech – working your way inwards until you reach that which is smooth, shining and beautiful. You can compare it with a finished piece of furniture, such as these tables and chairs. They may be attractive now, but once they were just rough bits of wood with branches and leaves, which had to be planed and worked with. This is the way you obtain furniture that is beautiful or a mind that is perfect and pure.

Therefore the right path to peace, the path the Buddha laid down, which leads to peace of mind and the pacification of the defilements, is sīla (moral restraint), samādhi (concentration) andpaññā (wisdom). This is the path of practice. It is the path that leads you to purity and leads you to realise and embody the qualities of the samana. It is the way to the complete abandonment of greed, hatred and delusion. The practice does not differ from this whether you view it internally or externally.

This way of training and maturing the mind – which involves the chanting, the meditation, the Dhamma talks and all the other parts of the practice – forces you to go against the grain of the defilements. You have to go against the tendencies of the mind, because normally we like to take things easy, to be lazy and avoid anything which causes us friction or involves suffering and difficulty. The mind simply doesn’t want to make the effort or get involved. This is why you have to be ready to endure hardship and bring forth effort in the practice. You have to use the dhammaof endurance and really struggle. Previously your bodies were simply vehicles for having fun, and having built up all sorts of unskilful habits it’s difficult for you to start practising with them. Before, you didn’t restrain your speech, so now it’s hard to start restraining it. But as with that wood, it doesn’t matter how troublesome or hard it seems: before you can make it into tables and chairs, you have to encounter some difficulty. That’s not the important thing; it’s just something you have to experience along the way. You have to work through the rough wood to produce the finished pieces of furniture.

The Buddha taught that this is the way the practice is for all of us. All of his disciples who had finished their work and become fully enlightened, had, (when they first came to take ordination and practise with him) previously been puthujjana (ordinary worldlings). They had all been ordinary unenlightened beings like ourselves, with arms and legs, eyes and ears, greed and anger – just the same as us. They didn’t have any special characteristics that made them particularly different from us. This was how both the Buddha and his disciples had been in the beginning. They practised and brought forth enlightenment from the unenlightened, beauty from the ugliness and great benefit from that which was virtually useless. This work has continued through successive generations right up to the present day. It is the children of ordinary people – farmers, traders and businessmen – who, having previously been entangled in the sensual pleasures of the world, go forth to take ordination. Those monks at the time of the Buddha were able to practise and train themselves, and you must understand that you have the same potential. You are made up of the five khandhas6 (aggregates), just the same. You also have a body, pleasant and unpleasant feelings, memory and perception, thought formations and consciousness – as well as a wandering and proliferating mind. You can be aware of good and evil. Everything’s just the same. In the end, that combination of physical and mental phenomena present in each of you, as separate individuals, differs little from that found in those monastics who practised and became enlightened under the Buddha. They had all started out as ordinary, unenlightened beings. Some had even been gangsters and delinquents, while others were from good backgrounds. They were no different from us. The Buddha inspired them to go forth and practise for the attainment of magga (the Noble Path) and phala (Fruition)7, and these days, in similar fashion, people like yourselves are inspired to take up the practice of sīlasamādhi and paññā.

Sīlasamādhi and paññā are the names given to the different aspects of the practice. When you practise sīlasamādhi and paññā, it means you practise with yourselves. Right practice takes place here within you. Right sīla exists here, right samādhi exists here. Why? Because your body is right here. The practice of sīla involves every part of the body. The Buddha taught us to be careful of all our physical actions. Your body exists here! You have hands, you have legs right here. This is where you practise sīla. Whether your actions will be in accordance with sīla and Dhamma depends on how you train your body. Practising with your speech means being aware of the things you say. It includes avoiding wrong kinds of speech, namely divisive speech, coarse speech and unnecessary or frivolous speech. Wrong bodily actions include killing living beings, stealing and sexual misconduct.

It’s easy to reel off the list of wrong kinds of behaviour as found in the books, but the important thing to understand is that the potential for them all lies within us. Your body and speech are with you right here and now. You practise moral restraint, which means taking care to avoid the unskilful actions of killing, stealing and sexual misconduct. The Buddha taught us to take care with our actions from the very coarsest level. In the lay life you might not have had very refined moral conduct and frequently transgressed the precepts. For instance, in the past you may have killed animals or insects by smashing them with an axe or a fist, or perhaps you didn’t take much care with your speech: false speech means lying or exaggerating the truth; coarse speech means you are constantly being abusive or rude to others – ‘you scum,’ ‘you idiot,’ and so on; frivolous speech means aimless chatter, foolishly rambling on without purpose or substance. We’ve indulged in it all. No restraint! In short, keeping sīla means watching over yourself, watching over your actions and speech.

So who will do the watching over? Who will take responsibility for your actions? When you kill some animal, who is the one who knows? Is your hand the one who knows, or is it someone else? When you steal someone else’s property, who is aware of the act? Is your hand the one who knows? This is where you have to develop awareness. Before you commit some act of sexual misconduct, where is your awareness? Is your body the one who knows? Who is the one who knows before you lie, swear or say something frivolous? Is your mouth aware of what it says, or is the one who knows in the words themselves? Contemplate this: whoever it is who knows is the one who has to take responsibility for your sīla. Bring that awareness to watch over your actions and speech. That knowing, that awareness is what you use to watch over your practice. To keep sīla, you use that part of the mind which directs your actions and which leads you to do good and bad. You catch the villain and transform him into a sheriff or a mayor. Take hold of the wayward mind and bring it to serve and take responsibility for all your actions and speech. Look at this and contemplate it. The Buddha taught us to take care with our actions. Who is it who does the taking care? The body doesn’t know anything; it just stands, walks around and so on. The hands are the same; they don’t know anything. Before they touch or take hold of anything, there has to be someone who gives them orders. As they pick things up and put them down there has to be someone telling them what to do. The hands themselves aren’t aware of anything; there has to be someone giving them orders. The mouth is the same – whatever it says, whether it tells the truth or lies, is rude or divisive, there must be someone telling it what to say.

The practice involves establishing sati, mindfulness, within this ‘one who knows.’ The ‘one who knows’ is that intention of mind, which previously motivated us to kill living beings, steal other people’s property, indulge in illicit sex, lie, slander, say foolish and frivolous things and engage in all the kinds of unrestrained behaviour. The ‘one who knows’ led us to speak. It exists within the mind. Focus your mindfulness or sati – that constant recollectedness – on this ‘one who knows.’ Let the knowing look after your practice.

In practice, the most basic guidelines for moral conduct stipulated by the Buddha were: to kill is evil, a transgression of sīla; stealing is a transgression; sexual misconduct is a transgression; lying is a transgression; vulgar and frivolous speech are all transgressions of sīla. You commit all this to memory. It’s the code of moral discipline, as laid down by the Buddha, which encourages you to be careful of that one inside of you who was responsible for previous transgressions of the moral precepts. That one, who was responsible for giving the orders to kill or hurt others, to steal, to have illicit sex, to say untrue or unskilful things and to be unrestrained in all sorts of ways – singing and dancing, partying and fooling around. The one who was giving the orders to indulge in all these sorts of behaviour is the one you bring to look after the mind. Use sati or awareness to keep the mind recollecting in the present moment and maintain mental composure in this way. Make the mind look after itself. Do it well.

If the mind is really able to look after itself, it is not so difficult to guard speech and actions, since they are all supervised by the mind. Keeping sīla – in other words taking care of your actions and speech – is not such a difficult thing. You sustain awareness at every moment and in every posture, whether standing, walking, sitting or lying down. Before you perform any action, speak or engage in conversation, establish awareness first – don’t act or speak first, establish mindfulness first and then act or speak. You must have sati, be recollecting, before you do anything. It doesn’t matter what you are going to say, you must first be recollecting in the mind. Practise like this until you are fluent. Practise so that you can keep abreast of what’s going on in the mind; to the point where mindfulness becomes effortless and you are mindful before you act, mindful before you speak. This is the way you establish mindfulness in the heart. It is with the ‘one who knows’ that you look after yourself, because all your actions spring from here.

This is where the intentions for all your actions originate and this is why the practice won’t work if you try to bring in someone else to do the job. The mind has to look after itself; if it can’t take care of itself, nothing else can. This is why the Buddha taught that keeping sīla is not that difficult, because it simply means looking after your own mind. If mindfulness is fully established, whenever you say or do something harmful to yourself or others, you will know straight away. You know that which is right and that which is wrong. This is the way you keep sīla. You practise with your body and speech from the most basic level.

By guarding your speech and actions they become graceful and pleasing to the eye and ear, while you yourself remain comfortable and at ease within the restraint. All your behaviour, manners, movements and speech become beautiful, because you are taking care to reflect upon, adjust and correct your behaviour. You can compare this with your dwelling place or the meditation hall. If you are regularly cleaning and looking after your dwelling place, then both the interior and the area around it will be pleasant to look at, rather than a messy eyesore. This is because there is someone looking after it. Your actions and speech are similar. If you are taking care with them, they become beautiful, and that which is evil or dirty will be prevented from arising.

Ādikalyānamajjhekalyānapariyosānakalyāna: beautiful in the beginning, beautiful in the middle and beautiful in the end; or harmonious in the beginning, harmonious in the middle and harmonious in the end. What does that mean? Precisely that the practice of sīlasamādhi and paññā is beautiful. The practice is beautiful in the beginning. If the beginning is beautiful, it follows that the middle will be beautiful. If you practise mindfulness and restraint until it becomes comfortable and natural to you – so that there is a constant vigilance – the mind will become firm and resolute in the practise of sīla and restraint. It will be consistently paying attention to the practice and thus become concentrated. That characteristic of being firm and unshakeable in the monastic form and discipline and unwavering in the practice of mindfulness and restraint can be referred to as ‘samādhi.’

That aspect of the practice characterised by a continuous restraint, where you are consistently taking care with your actions and speech and taking responsibility for all your external behaviour, is referred to as sīla. The characteristic of being unwavering in the practice of mindfulness and restraint is calledsamādhi. The mind is firmly concentrated in this practice of sīlaand restraint. Being firmly concentrated in the practice of sīlameans that there is an evenness and consistency to the practice of mindfulness and restraint. These are the characteristics of samādhias an external factor in the practice, used in keeping sīla. However, it also has an inner, deeper side to it. It is essential that you develop and maintain sīla and samādhi from the beginning – you have to do this before anything else.

Once the mind has an intentness in the practice and sīla andsamādhi are firmly established, you will be able to investigate and reflect on that which is wholesome and unwholesome – asking yourself… ‘Is this right?’… ‘Is that wrong?’ – as you experience different mind-objects. When the mind makes contact with different sights, sounds, smells, tastes, tactile sensations or ideas, the ‘one who knows’ will arise and establish awareness of liking and disliking, happiness and suffering and the different kinds of mind-objects that you experience. You will come to see clearly, and see many different things.

If you are mindful, you will see the different objects which pass into the mind and the reaction which takes place upon experiencing them. The ‘one who will automatically take them up as objects for contemplation. Once the mind is vigilant and mindfulness is firmly established, you will note all the reactions displayed through either body, speech or mind, as mind-objects are experienced. That aspect of the mind which identifies and selects the good from the bad, the right from the wrong, from amongst all the mind-objects within your field of awareness, ispaññā. This is paññā in its initial stages and it matures as a result of the practice. All these different aspects of the practice arise from within the mind. The Buddha referred to these characteristics assīlasamādhi and paññā. This is the way they are, as practised in the beginning.

As you continue the practice, fresh attachments and new kinds of delusion begin to arise in the mind. This means you start clinging to that which is good or wholesome. You become fearful of any blemishes or faults in the mind – anxious that your samādhiwill be harmed by them. At the same time you begin to be diligent and hard working, and to love and nurture the practice. Whenever the mind makes contact with mind-objects, you become fearful and tense. You become aware of other people’s faults as well, even the slightest things they do wrong. It’s because you are concerned for your practice. This is practising sīlasamādhi and paññā on one level – on the outside – based on the fact that you have established your views in accordance with the form and foundations of practice laid down by the Buddha. Indeed, these are the roots of the practice and it is essential to have them established in the mind.

You continue to practise like this as much as possible, until you might even reach the point where you are constantly judging and picking fault with everyone you meet, wherever you go. You are constantly reacting with attraction and aversion to the world around you, becoming full of all kinds of uncertainty and continually attaching to views of the right and wrong way to practise. It’s as if you have become obsessed with the practice. But you don’t have to worry about this yet – at that point it’s better to practise too much than too little. Practise a lot and dedicate yourself to looking after body, speech and mind. You can never really do too much of this. This is said to be practising sīla on one level; in fact, sīlasamādhi and paññā are all in there together.

If you were to describe the practice of sīla at this stage, in terms of pāramī8 (spiritual perfections), it would be dāna pāramī (the spiritual perfection of giving), or sīla pāramī (the spiritual perfection of moral restraint). This is the practice on one level. Having developed this much, you can go deeper in the practice to the more profound level of dāna upapāramī9 and sīla upapāramī. These arise out of the same spiritual qualities, but the mind is practising on a more refined level. You simply concentrate and focus your efforts to obtain the refined from the coarse.

Once you have gained this foundation in your practice, there will be a strong sense of shame and fear of wrong-doing established in the heart. Whatever the time or place – in public or in private – this fear of wrong doing will always be in the mind. You become really afraid of any wrong doing. This is a quality of mind that you maintain throughout every aspect of the practice. The practice of mindfulness and restraint with body, speech and mind and the consistent distinguishing between right and wrong is what you hold as the object of mind. You become concentrated in this way and by firmly and unshakeably attaching to this way of practice, it means the mind actually becomes sīlasamādhi and paññā – the characteristics of the practice as described in the conventional teachings.

As you continue to develop and maintain the practice, these different characteristics and qualities are perfected together in the mind. However, practising sīlasamādhi and paññā at this level is still not enough to produce the factors of jhāna10 (meditative absorption) – the practice is still too coarse. Still, the mind is already quite refined – on the refined side of coarse! For an ordinary unenlightened person who has not been looking after the mind or practised much meditation and mindfulness, just this much is already something quite refined. It’s like a poor person – owning two or three pounds can mean a lot, though for a millionaire it’s almost nothing. This is the way it is. A few quid is a lot when you’re down and out and hard up for cash, and in the same way, even though in the early stages of the practice you might still only be able to let go of the coarser defilements, this can still seem quite profound to one who is unenlightened and has never practised or let go of defilements before. At this level, you can feel a sense of satisfaction with being able to practise to the full extent of your ability. This is something you will see for yourself; it’s something that has to be experienced within the mind of the practitioner.

If this is so, it means that you are already on the path, i.e. practising sīlasamādhi and paññā. These must be practised together, for if any are lacking, the practice will not develop correctly. The more your sīla improves, the firmer the mind becomes. The firmer the mind is, the bolder paññā becomes and so on… each part of the practice supporting and enhancing all the others. In the end, because the three aspects of the practice are so closely related to each other, these terms virtually become synonymous. This is characteristic of sammā patipadā (right practice), when you are practising continuously, without relaxing your effort.

If you are practising in this way, it means that you have entered upon the correct path of practice. You are travelling along the very first stages of the path – the coarsest level – which is something quite difficult to sustain. As you deepen and refine the practice,sīlasamādhi and paññā will mature together from the same place – they are refined down from the same raw material. It’s the same as our coconut palms. The coconut palm absorbs the water from the earth and pulls it up through the trunk. By the time the water reaches the coconut itself, it has become clean and sweet, even though it is derived from that plain water in the ground. The coconut palm is nourished by what are essentially the coarse earth and water elements, which it absorbs and purifies, and these are transformed into something far sweeter and purer than before. In the same way, the practice of sīlasamādhi and paññā – in other words Magga – has coarse beginnings, but, as a result of training and refining the mind through meditation and reflection, it becomes increasingly subtle.

As the mind becomes more refined, the practice of mindfulness becomes more focused, being concentrated on a more and more narrow area. The practice actually becomes easier as the mind turns more and more inwards to focus on itself. You no longer make big mistakes or go wildly wrong. Now, whenever the mind is affected by a particular matter, doubts will arise – such as whether acting or speaking in a certain way is right or wrong – you simply keep halting the mental proliferation and, through intensifying effort in the practice, continue turning your attention deeper and deeper inside. The practice of samādhi will become progressively firmer and more concentrated. The practice of paññā is enhanced so that you can see things more clearly and with increasing ease.

The end result is that you are clearly able to see the mind and its objects, without having to make any distinction between the mind, body or speech. You no longer have to separate anything at all – whether you are talking about the mind and the body or the mind and its objects. You see that it is the mind which gives orders to the body. The body has to depend on the mind before it can function. However, the mind itself is constantly subject to different objects contacting and conditioning it before it can have any effect on the body. As you continue to turn attention inwards and reflect on the Dhamma, the wisdom faculty gradually matures, and eventually you are left contemplating the mind and mind-objects – which means that you start to experience the body,rūpadhamma (material), as arūpadhamma (immaterial). Through your insight, you are no longer groping at or uncertain in your understanding of the body and the way it is. The mind experiences the body’s physical characteristics as arūpadhamma – formless objects – which come into contact with the mind. Ultimately, you are contemplating just the mind and mind-objects – those objects which come into your consciousness.

Now, examining the true nature of the mind, you can observe that in its natural state, it has no preoccupations or issues prevailing upon it. It’s like a piece of cloth or a flag that has been tied to the end of a pole. As long as it’s on its own and undisturbed, nothing will happen to it. A leaf on a tree is another example – ordinarily it remains quiet and unperturbed. If it moves or flutters this must be due to the wind, an external force. Normally, nothing much happens to leaves; they remain still. They don’t go looking to get involved with anything or anybody. When they start to move, it must be due to the influence of something external, such as the wind, which makes them swing back and forth. In its natural state, the mind is the same – in it, there exists no loving or hating, nor does it seek to blame other people. It is independent, existing in a state of purity that is truly clear, radiant and untarnished. In its pure state, the mind is peaceful, without happiness or suffering – indeed, not experiencing any vedanā (feeling) at all. This is the true state of the mind.

The purpose of the practice, then, is to seek inwardly, searching and investigating until you reach the original mind. The original mind is also known as the pure mind. The pure mind is the mind without attachment. It doesn’t get affected by mind-objects. In other words, it doesn’t chase after the different kinds of pleasant and unpleasant mind-objects. Rather, the mind is in a state of continuous knowing and wakefulness – thoroughly mindful of all it is experiencing. When the mind is like this, no pleasant or unpleasant mind-objects it experiences will be able to disturb it. The mind doesn’t ‘become’ anything. In other words, nothing can shake it. Why? Because there is awareness. The mind knows itself as pure. It has evolved its own, true independence; it has reached its original state. How is it able to bring this original state into existence? Through the faculty of mindfulness wisely reflecting and seeing that all things are merely conditions arising out of the influence of elements, without any individual being controlling them.

This is how it is with the happiness and suffering we experience. When these mental states arise, they are just ‘happiness’ and ‘suffering’. There is no owner of the happiness. The mind is not the owner of the suffering – mental states do not belong to the mind. Look at it for yourself. In reality these are not affairs of the mind, they are separate and distinct. Happiness is just the state of happiness; suffering is just the state of suffering. You are merely the knower of these. In the past, because the roots of greed, hatred and delusion already existed in the mind, whenever you caught sight of the slightest pleasant or unpleasant mind-object, the mind would react immediately – you would take hold of it and have to experience either happiness or suffering. You would be continuously indulging in states of happiness and suffering. That’s the way it is as long as the mind doesn’t know itself – as long as it’s not bright and illuminated. The mind is not free. It is influenced by whatever mind-objects it experiences. In other words, it is without a refuge, unable to truly depend on itself. You receive a pleasant mental impression and get into a good mood. The mind forgets itself.

In contrast, the original mind is beyond good and bad. This is the original nature of the mind. If you feel happy over experiencing a pleasant mind-object, that is delusion. If you feel unhappy over experiencing an unpleasant mind-object, that is delusion. Unpleasant mind-objects make you suffer and pleasant ones make you happy – this is the world. Mind-objects come with the world. They are the world. They give rise to happiness and suffering, good and evil, and everything that is subject to impermanence and uncertainty. When you separate from the original mind, everything becomes uncertain – there is just unending birth and death, uncertainty and apprehensiveness, suffering and hardship, without any way of halting it or bringing it to cessation. This is vatta (the endless round of rebirth).

Through wise reflection, you can see that you are subject to old habits and conditioning. The mind itself is actually free, but you have to suffer because of your attachments. Take, for example, praise and criticism. Suppose other people say you are stupid: why does that cause you to suffer? It’s because you feel that you are being criticised. You ‘pick up’ this bit of information and fill the mind with it. The act of ‘picking up,’ accumulating and receiving that knowledge without full mindfulness, gives rise to an experience that is like stabbing yourself. This is upādāna(attachment). Once you have been stabbed, there is bhava(becoming). Bhava is the cause for jāti (birth). If you train yourself not to take any notice of or attach importance to some of the things other people say, merely treating them as sounds contacting your ears, there won’t be any strong reaction and you won’t have to suffer, as nothing is created in the mind. It would be like listening to a Cambodian scolding you – you would hear the sound of his speech, but it would be just sound because you wouldn’t understand the meaning of the words. You wouldn’t be aware that you were being told off. The mind wouldn’t receive that information, it would merely hear the sound and remain at ease. If anybody criticised you in a language that you didn’t understand, you would just hear the sound of their voice and remain unperturbed. You wouldn’t absorb the meaning of the words and be hurt over them. Once you have practised with the mind to this point, it becomes easier to know the arising and passing away of consciousness from moment to moment. As you reflect like this, penetrating deeper and deeper inwards, the mind becomes progressively more refined, going beyond the coarser defilements.

Samādhi means the mind that is firmly concentrated, and the more you practise the firmer the mind becomes. The more firmly the mind is concentrated, the more resolute in the practice it becomes. The more you contemplate, the more confident you become. The mind becomes truly stable – to the point where it can’t be swayed by anything at all. You are absolutely confident that no single mind-object has the power to shake it. Mind-objects are mind-objects; the mind is the mind. The mind experiences good and bad mental states, happiness and suffering, because it is deluded by mind-objects. If it isn’t deluded by mind-objects, there’s no suffering. The undeluded mind can’t be shaken. This phenomenon is a state of awareness, where all things and phenomena are viewed entirely as dhātu11 (natural elements) arising and passing away – just that much. It might be possible to have this experience and yet still be unable to fully let go. Whether you can or can’t let go, don’t let this bother you. Before anything else, you must at least develop and sustain this level of awareness or fixed determination in the mind. You have to keep applying the pressure and destroying defilements through determined effort, penetrating deeper and deeper into the practice.

Having discerned the Dhamma in this way, the mind will withdraw to a less intense level of practice, which the Buddha and subsequent Buddhist scriptures describe as the Gotrabhū citta12. The Gotrabhū citta refers to the mind which has experienced going beyond the boundaries of the ordinary human mind. It is the mind of the puthujjana (ordinary unenlightened individual) breaking through into the realm of the ariyan (Noble One) – however, this phenomena still takes place within the mind of the ordinary unenlightened individual like ourselves. The Gotrabhūpuggala is someone, who, having progressed in their practice until they gain temporary experience of Nibbāna (enlightenment), withdraws from it and continues practising on another level, because they have not yet completely cut off all defilements. It’s like someone who is in the middle of stepping across a stream, with one foot on the near bank, and the other on the far side. They know for sure that there are two sides to the stream, but are unable to cross over it completely and so step back. The understanding that there exist two sides to the stream is similar to that of the Gotrabhū puggala or the Gotrabhū citta. It means that you know the way to go beyond the defilements, but are still unable to go there, and so step back. Once you know for yourself that this state truly exists, this knowledge remains with you constantly as you continue to practise meditation and develop your pāramī. You are both certain of the goal and the most direct way to reach it.

Simply speaking, this state that has arisen is the mind itself. If you contemplate according to the truth of the way things are, you can see that there exists just one path and it is your duty to follow it. It means that you know from the very beginning that mental states of happiness and suffering are not the path to follow. This is something that you have to know for yourself – it is the truth of the way things are. If you attach to happiness, you are off the path because attaching to happiness will cause suffering to arise. If you attach to sadness, it can be a cause for suffering to arise. You understand this – you are already mindful with right view, but at the same time, are not yet able to fully let go of your attachments.

So what is the correct way to practice? You must walk the middle path, which means keeping track of the various mental states of happiness and suffering, while at the same time keeping them at a distance, off to either side of you. This is the correct way to practise – you maintain mindfulness and awareness even though you are still unable to let go. It’s the correct way, because whenever the mind attaches to states of happiness and suffering, awareness of the attachment is always there. This means that whenever the mind attaches to states of happiness, you don’t praise it or give value to it, and whenever it attaches to states of suffering, you don’t criticise it. This way you can actually observe the mind as it is. Happiness is not right, suffering is not right. There is the understanding that neither of these is the right path. You are aware, awareness of them is sustained, but still you can’t fully abandon them. You are unable to drop them, but you can be mindful of them. With mindfulness established, you don’t give undue value to happiness or suffering. You don’t give importance to either of those two directions which the mind can take, and you hold no doubts about this; you know that following either of those ways is not the right path of practice, so at all times you take this middle way of equanimity as the object of mind. When you practise to the point where the mind goes beyond happiness and suffering, equanimity will necessarily arise as the path to follow, and you have to gradually move down it, little by little – the heart knowing the way to go to be beyond defilements, but, not yet being ready to finally transcend them, it withdraws and continues practising.

Whenever happiness arises and the mind attaches, you have to take that happiness up for contemplation, and whenever it attaches to suffering, you have to take that up for contemplation. Eventually, the mind reaches a stage when it is fully mindful of both happiness and suffering. That’s when it will be able to lay aside the happiness and the suffering, the pleasure and the sadness, and lay aside all that is the world and so become lokavidū(knower of the worlds). Once the mind – ‘one who knows’ – can let go it will settle down at that point. Why does it settle down? Because you have done the practice and followed the path right down to that very spot. You know what you have to do to reach the end of the path, but are still unable to accomplish it. When the mind attaches to either happiness or suffering, you are not deluded by them and strive to dislodge the attachment and dig it out.

This is practising on the level of the yogāvacara, one who is travelling along the path of practice – striving to cut through the defilements, yet not having reached the goal. You focus upon these conditions and the way it is from moment to moment in your own mind. It’s not necessary to be personally interviewed about the state of your mind or do anything special. When there is attachment to either happiness or suffering, there must be the clear and certain understanding that any attachment to either of these states is deluded. It is attachment to the world. It is being stuck in the world. Happiness means attachment to the world, suffering means attachment to the world. This is the way worldly attachment is. What is it that creates or gives rise to the world? The world is created and established through ignorance. It’s because we are not mindful that the mind attaches importance to things, fashioning and creating sankhāra (formations) the whole time.

It is here that the practice becomes really interesting. Wherever there is attachment in the mind, you keep hitting at that point, without letting up. If there is attachment to happiness, you keep pounding at it, not letting the mind get carried away with the mood. If the mind attaches to suffering, you grab hold of that, really getting to grips with it and contemplating it straight away. You are in the process of finishing the job off; the mind doesn’t let a single mind-object slip by without reflecting on it. Nothing can resist the power of your mindfulness and wisdom. Even if the mind is caught in an unwholesome mental state, you know it as unwholesome and the mind is not heedless. It’s like stepping on thorns: of course, you don’t seek to step on thorns, you try to avoid them, but nevertheless sometimes you step on one. When you do step on one, do you feel good about it? You feel aversion when you step on a thorn. Once you know the path of practice, it means you know that which is the world, that which is suffering and that which binds us to the endless cycle of birth and death. Even though you know this, you are unable to stop stepping on those ‘thorns’. The mind still follows various states of happiness and sadness, but doesn’t completely indulge in them. You sustain a continuous effort to destroy any attachment in the mind – to destroy and clear all that which is the world from the mind.

You must practise right in the present moment. Meditate right there; build your pāramī right there. This is the heart of practice, the heart of your effort. You carry on an internal dialogue, discussing and reflecting on the Dhamma within yourself. It’s something that takes place right inside the mind. As worldly attachment is uprooted, mindfulness and wisdom untiringly penetrate inwards, and the ‘one who knows’ sustains awareness with equanimity, mindfulness and clarity, without getting involved with or becoming enslaved to anybody or anything. Not getting involved with things means knowing without clinging – knowing while laying things aside and letting go. You still experience happiness; you still experience suffering; you still experience mind-objects and mental states, but you don’t cling to them.

Once you are seeing things as they are you know the mind as it is and you know mind-objects as they are. You know the mind as separate from mind-objects and mind-objects as separate from the mind. The mind is the mind, mind-objects are mind-objects. Once you know these two phenomena as they are, whenever they come together you will be mindful of them. When the mind experiences mind-objects, mindfulness will be there. Our teacher described the practice of the yogāvacara who is able to sustain such awareness, whether walking, standing, sitting or lying down, as being a continuous cycle. It is sammā patipadā (right practice). You don’t forget yourself or become heedless.

You don’t simply observe the coarser parts of your practice, but also watch the mind internally, on a more refined level. That which is on the outside, you set aside. From here onwards you are just watching the body and the mind, just observing this mind and its objects arising and passing away, and understanding that having arisen they pass away. With passing away there is further arising – birth and death, death and birth; cessation followed by arising, arising followed by cessation. Ultimately, you are simply watching the act of cessation. Khayavayam means degeneration and cessation. Degeneration and cessation are the natural way of the mind and its objects – this is khayavayam. Once the mind is practising and experiencing this, it doesn’t have to go following up on or searching for anything else – it will be keeping abreast of things with mindfulness. Seeing is just seeing. Knowing is just knowing. The mind and mind-objects are just as they are. This is the way things are. The mind isn’t proliferating about or creating anything in addition.

Don’t be confused or vague about the practice. Don’t get caught in doubting. This applies to the practice of sīla just the same. As I mentioned earlier, you have to look at it and contemplate whether it’s right or wrong. Having contemplated it, then leave it there. Don’t doubt about it. Practising samādhi is the same. Keep practising, calming the mind little by little. If you start thinking, it doesn’t matter; if you’re not thinking, it doesn’t matter. The important thing is to gain an understanding of the mind.

Some people want to make the mind peaceful, but don’t know what true peace really is. They don’t know the peaceful mind. There are two kinds of peacefulness – one is the peace that comes through samādhi, the other is the peace that comes through paññā. The mind that is peaceful through samādhi is still deluded. The peace that comes through the practice of samādhi alone is dependent on the mind being separated from mind-objects. When it’s not experiencing any mind-objects, then there is calm, and consequently one attaches to the happiness that comes with that calm. However, whenever there is impingement through the senses, the mind gives in straight away. It’s afraid of mind-objects. It’s afraid of happiness and suffering; afraid of praise and criticism; afraid of forms, sounds, smells and tastes. One who is peaceful through samādhi alone is afraid of everything and doesn’t want to get involved with anybody or anything on the outside. People practising samādhi in this way just want to stay isolated in a cave somewhere, where they can experience the bliss of samādhiwithout having to come out. Wherever there is a peaceful place, they sneak off and hide themselves away. This kind of samādhiinvolves a lot of suffering – they find it difficult to come out of it and be with other people. They don’t want to see forms or hear sounds. They don’t want to experience anything at all! They have to live in some specially preserved quiet place, where no-one will come and disturb them with conversation. They have to have really peaceful surroundings.

This kind of peacefulness can’t do the job. If you have reached the necessary level of calm, then withdraw. The Buddha didn’t teach to practise samādhi with delusion. If you are practising like that, then stop. If the mind has achieved calm, then use it as a basis for contemplation. Contemplate the peace of concentration itself and use it to connect the mind with and reflect upon the different mind-objects which it experiences. Use the calm ofsamādhi to contemplate sights, smells, tastes, tactile sensations and ideas. Use this calm to contemplate the different parts of the body, such as the hair of the head, hair of the body, nails, teeth, skin and so on. Contemplate the three characteristics of aniccam(impermanence), dukkham (suffering) and anattā (not-self). Reflect upon this entire world. When you have contemplated sufficiently, it is all right to reestablish the calm of samādhi. You can re-enter it through sitting meditation and afterwards, with calm re-established, continue with the contemplation. Use the state of calm to train and purify the mind. Use it to challenge the mind. As you gain knowledge, use it to fight the defilements, to train the mind. If you simply enter samādhi and stay there you don’t gain any insight – you are simply making the mind calm and that’s all. However, if you use the calm mind to reflect, beginning with your external experience, this calm will gradually penetrate deeper and deeper inwards, until the mind experiences the most profound peace of all.

The peace which arises through paññā is distinctive, because when the mind withdraws from the state of calm, the presence ofpaññā makes it unafraid of forms, sounds, smells, tastes, tactile sensations and ideas. It means that as soon as there is sense contact the mind is immediately aware of the mind-object. As soon as there is sense contact you lay it aside; as soon as there is sense contact mindfulness is sharp enough to let go right away. This is the peace that comes through paññā.

When you are practising with the mind in this way, the mind becomes considerably more refined than when you are developing samādhi alone. The mind becomes very powerful, and no longer tries to run away. With such energy you become fearless. In the past you were scared to experience anything, but now you know mind-objects as they are and are no longer afraid. You know your own strength of mind and are unafraid. When you see a form, you contemplate it. When you hear a sound, you contemplate it. You become proficient in the contemplation of mind-objects. You are established in the practice with a new boldness, which prevails whatever the conditions. Whether it be sights, sounds or smells, you see them and let go of them as they occur. Whatever it is, you can let go of it all. You clearly see happiness and let it go. You clearly see suffering and let it go. Wherever you see them, you let them go right there. That’s the way! Keep letting them go and casting them aside right there. No mind-objects will be able to maintain a hold over the mind. You leave them there and stay secure in your place of abiding within the mind. As you experience, you cast aside. As you experience, you observe. Having observed, you let go. All mind-objects lose their value and are no longer able to sway you. This is the power of vipassanā (insight meditation). When these characteristics arise within the mind of the practitioner, it is appropriate to change the name of the practice to vipassanā: clear knowing in accordance with the truth. That’s what it’s all about – knowledge in accordance with the truth of the way things are. This is peace at the highest level, the peace of vipassanā. Developing peace through samādhialone is very, very difficult; one is constantly petrified.

So when the mind is at its most calm, what should you do? Train it. Practise with it. Use it to contemplate. Don’t be scared of things. Don’t attach. Developing samādhi so that you can just sit there and attach to blissful mental states isn’t the true purpose of the practice. You must withdraw from it. The Buddha said that you must fight this war, not just hide out in a trench trying to avoid the enemy’s bullets. When it’s time to fight, you really have to come out with guns blazing. Eventually you have to come out of that trench. You can’t stay sleeping there when it’s time to fight. This is the way the practice is. You can’t allow your mind to just hide, cringing in the shadows.

Sīla and samādhi form the foundation of practice and it is essential to develop them before anything else. You must train yourself and investigate according to the monastic form and ways of practice which have been passed down.

Be it as it may, I have described a rough outline of the practice. You as the practitioners must avoid getting caught in doubts. Don’t doubt about the way of practice. When there is happiness, watch the happiness. When there is suffering, watch the suffering. Having established awareness, make the effort to destroy both of them. Let them go. Cast them aside. Know the object of mind and keep letting it go. Whether you want to do sitting or walking meditation it doesn’t matter. If you keep thinking, never mind. The important thing is to sustain moment to moment awareness of the mind. If you are really caught in mental proliferation, then gather it all together, and contemplate it in terms of being one whole, cutting it off right from the start, saying, ‘All these thoughts, ideas and imaginings of mine are simply thought proliferation and nothing more. It’s all aniccamdukkham and anattā. None of it is certain at all.’ Discard it right there.


Footnotes

…samana1
Recluse, monk or holy one – one who has left the home life to pursue the Higher Life.
…ārammana2
Ārammana: mind-objects; the object which is presented to the mind (citta) at any moment. This object is derived from the five senses or direct from the mind (memory, thought, feelings). It is not the external object (in the world), but that object after having been processed by one’s preconceptions and predispositions.
…bhikkhus’3
Bhikkhu: Buddhist monk, alms mendicant.
…Arahants4
Arahant: Worthy one, one who is full enlightened.
5
Venerable: in Thai, ‘Phra‘.
…khandhas6
Khandhas: Groups or aggregates: form (rūpa), feeling (vedanā), perception (saññā), thought formations (sankhārā) and consciousness (viññāna). These groups are the five groups that constitute what we call a person.
7
Magga-phala: Path and fruition: the four transcendent paths – or rather one path and four different levels of refinement – leading to ‘nobility’ (ariya) or the end of suffering, i.e., the insight knowledge which cuts through the fetters (samyojana); and the four corresponding fruitions arising from those paths – refers to the mental state, cutting through defilements, immediately following the attainment of any of these paths.
…pāramī8
Pāramī: refers to the ten spiritual perfections: generosity, moral restraint, renunciation, wisdom, effort, patience, truthfulness, determination, kindness and equanimity.
…upapāramī9
Upapāramī: refers to the same ten spiritual perfections, but practised on a deeper, more intense and profound level (practised to the highest degree, they are called paramattha pāramī)
…jhāna10
Jhāna: Various levels of meditative absorption. The five factors of jhāna are initial and sustained application of mind, rapture, pleasure and equanimity.
…dhātu11
Dhātu: Elements, natural essence. The elementary properties which make up the inner sense of the body and mind: earth (material), water (cohesion), fire (energy) and air (motion), space and consciousness.
…citta12
Gotrabhū citta: Change-of-lineage (state of consciousness preceding jhāna or Path).
Contents: © Wat Nong Pah Pong, 2007 | Last update: March 2008

Sappiamo dare un senso alla sofferenza?


Dolori, patimenti e disagi, sofferenze.

Sappiamo il dolore della fame e del freddo, della carne martoriata, compressa,
ustionata; i patimenti dell’abbandono, del disamore, della prigionia; la
sofferenza delle situazioni-limite che provocano l’uomo ed esigono risposte
indifferibili: la previsione della morte, il disfarsi di ciò che si è in anni
costruito, il rischio del non-senso.

Soffrire (sub ferre), sostenere, sopportare, essere oppressi e a volte
schiacciati dal dubbio e dalla disperazione, mentre la domanda incalza: «Perché?
Perché proprio a me? Perché proprio ora?»

È con la stessa apparizione della coscienza, segnata dalla separazione e
dall’isolamento, che l’umanità ha incontrato la sofferenza: «per il fatto di
essere privati dell’originaria armonia con la natura, caratteristica
dell’animale la cui vita è determinata da istinti innati, e di essere dotati di
ragione e autocoscienza, non possiamo fare a meno di sperimentare la nostra
totale separazione da ogni altro essere umano» (E. Fromm). Separazione dagli
altri esseri umani e separazione dal mondo naturale nel suo insieme. La
solitudine dell’uomo nell’universo, che lo fa isolato anche dal suo stesso
corpo, è all’origine dell’odissea che, con molteplici vie, attraversa la storia
alla ricerca, attraverso un “vero” corpo, il lavoro, la sessualità., di una
possibile reintegrazione nel reale, coincidente con un ritrovamento di senso.

L’esistente è esperienza, l’esperienza dualità, la dualità mancanza. La
separatezza definisce la condizione umana in base al suo vivere nel mondo dei
contrari, alla sua caduta nel tempo ordinario, nel tempo della precarietà. Jung
ci ricorda che non è la sofferenza in sé a essere particolarmente dolorosa
quanto l’incapacità di dare a essa un significato. «La psiconevrosi», egli
scrive, «è in ultima analisi una sofferenza della psiche che non ha trovato il
proprio significato». E poiché «soltanto ciò che ha significato redime» sono le
grandi dottrine di vita che hanno potuto offrire strumenti salvifici e strategie
di dominio del patire (dalle sue forme più crude e oscure fino alla sofferenza
spirituale) in quanto hanno saputo collocare la sofferenza in una
rappresentazione ordinata del mondo, che consente di dare un significato alla
vita e alla molteplicità dei fenomeni.

Se la sofferenza è legata alla separazione, al dualismo e alla precarietà, la
liberazione risiederà in uno stato non-condizionato, uno stato che supera i
contrari e implica una uscita dalle contingenze del tempo, liberando l’uomo da
quello che è stato detto “terrore della storia” (Eliade): è infatti proprio
nella storia che l’umanità incontra le malattie e la morte, le calamità
naturali, le ingiustizie sociali. Le tradizioni spirituali, nelle loro promesse
di altri mondi e/o nelle loro proposte di diversi modi di vivere, possono essere
pertanto viste come procedure di riconciliazione degli opposti e vie di uscita
dall’idolatria della realtà “ordinaria” e dal monoteismo dell’io. L’homo
religiosus mediante il continuo riferimento alla Realtà ultima, assoluta e
non-duale, realizza quella donazione di senso in cui ha sempre riposto la
speranza di liberazione e salvezza.

Tra i diversi scenari in cui le culture hanno collocato la sofferenza, quello
offerto dalla tradizione ebraico-cristiana è caratterizzato dalla
“giustificazione” del male come effetto di una colpa originaria, colpa che ha
introdotto nel mondo la distruzione, la malattia e la morte. Incapace di
autonoma salvezza, l’uomo attende il compimento di una promessa inimmaginabile e
inaudita perché proveniente da dio stesso: quella di un mondo senza il male,
quella in cui il dio redentore «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà
più la morte né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap.,
21, 4). Saranno realizzati un tempo nuovo, una eterna domenica della vita, e uno
spazio nuovo, un luogo di cui si possa dire: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e
ameremo, ameremo e loderemo» (Agostino, De Civ. Dei , 29, 5). Il santo si nutre
di questa speranza, la conserva e diffonde; ma la fede, intanto, è messa alla
prova dall’interminabile attesa ed estenuata
dall’angosciata domanda: «Fino a quando, Signore?» (Sal., 13).

Un diverso scenario incontriamo nelle tradizioni orientali e, tra esse, in
particolare, nel buddhismo. In questa prospettiva, positivo e negativo,
costruzione e distruzione, nascita e morte, nella loro inseparabilità
costituiscono il flusso circolare e ininterrotto della vita, da accogliere nella
totalità dei suoi aspetti. Il dolore non ha dunque bisogno di una
giustificazione particolare, non più di qualunque altro aspetto del reale.
L’impermanenza e la mancanza di consistenza dei fenomeni e dell’io divengono
fonte di patimento se si mettono in atto attaccamenti e avversioni, basati
sull’ignoranza (avidya=ignoranza trascendentale, collettiva e individuale) e
sull’immatura protesta di chi vorrebbe un mondo illusoriamente diverso da quello
che è. Il messaggio dell’Illuminato è pertanto quello di una pratica incessante
di attenzione, rivolta a vedere le cose come sono: «L’attenzione è il sentiero
che conduce all’immortalità, la disattenzione è il sentiero della morte. Coloro
che sono attenti non muoiono, i disattenti sono già come morti» (Dhp., 21). La
“via di mezzo”, tra mortificazione di sé e passioni egoistiche e incontrollate,
è la via che conduce al Nirvana, sinonimo di libertà e pace. La saggezza,
illuminata dalla luce della Vacuità, sa che nulla ci appartiene, non la vita e
neppure il dolore. L’approssimarsi della morte può essere allora vissuto come un
prepararsi a ritornare serenamente a casa, la casa da dove siamo venuti. Quando
ci verrà chiesto di restituire ciò che non era nostro, il saggio potrà
rispondere, con le parole di Seneca: «Riprenditi un animo migliore di come l’hai
dato; non tergiverso, non mi sottraggo; hai qui pronto e da una persona
consapevole ciò che le hai dato senza che ne avesse percezione: porta pure via».

La modernità ha prodotto storicismo (l’uomo si è voluto “storico”),
secolarizzazione (l’uomo ha voluto essere il garante della sua propria
salvezza), utopia (la terra senza il male realizzata dall’opera dell’uomo).
Nella postmodernità (e postsecolarizzazione), compreso che il maggior pericolo
per l’uomo è diventato l’uomo stesso, senza più difese esterne contro il
“terrore della storia”, l’umanità si muove tra una tecnologia, per sua natura
ambivalente, a volte incontrollabile, sempre parziale e dunque sempre
“relativa”, e il tentativo di recupero di tradizioni religiose e sapienziali che
faticano ad adattarsi al mondo contemporaneo. Ma il dolore esige risposte e non
consente rinvii: la vera questione di vita o di morte rimane sempre la lotta per
dare senso alla sofferenza, per mettere una cornice al quadro del negativo, per
contenerlo, circoscriverlo, dominarlo: ma il contenuto spesso preme, minaccia di
debordare e dilagare in tragedia; la cornice deve venire allargata,
per comprenderlo, ancora e di nuovo. Ognuno è chiamato a questa sfida, a
esercitare quotidianamente la sua volontà buona nell’esercizio di bonifica
almeno di un frammento del mondo, nel ricostruire e adattare, giorno dopo
giorno, le cornici che ha a disposizione perché il male possa essere
circoscritto, avere “la sua parte” nel mondo (Jung) e, in tal modo, forse, anche
redenzione.

(pubbl. in Gigi Ghirotti-Notizie, Trimestrale del Com. naz. Gigi Ghirotti 2000,
n. 4)

Pain, suffering and hardships, sufferings. 

We know the pain of hunger and cold, the flesh torn, compressed, 
burned, the sufferings of abandonment, of estrangement, imprisonment, and the 
suffering of the extreme situations that cause the man and demand answers 
postponed: the prediction of death, to get rid of what you have in years 
built, the risk of non-sense. 

Suffering (sub iron), sustain, endure, be oppressed, and sometimes 
overwhelmed by doubt and despair, while the question persisted: “Why? 
Why me? Why now? ” 

It is with the same appearance of consciousness, marked by separation and 
isolation, that mankind has encountered the suffering “because of 
be deprived of the original harmony with nature, a characteristic 
the animal whose life is determined by innate instincts, and be equipped with 
reason and self-awareness, we can not help but experience our
completely independent of every other human being “(E. Fromm). Separation by 
other people and separation from the natural world as a whole.The 
alone in the universe, which makes him isolated even from his own 
body, the odyssey that is at the origin, with multiple pathways, through history 
looking through a “real” body, work, sexuality., a 
possible reintegration into the real, coincident with a sense of discovery. 

The existing experience, the experience of duality, the duality lack. The 
separation defines the human condition based on its experience in the world of 
contrary, its fall in ordinary time, in time of uncertainty. Jung 
reminds us that suffering is not in itself to be particularly painful 
as the inability to give a meaning to it. “The psycho-neuroses,” he 
writes, “is ultimately a pain in the psyche that did not find the 
its meaning. ” And since “only what it meant saving grace” are the 
great doctrines of life that they could offer saving tools and strategies 
domain of suffering (from its most raw and dark until the pain 
spiritual) as they have been able to locate the pain in a 
orderly representation of the world, allowing you to give meaning to 
living and the multiplicity of phenomena. 

If the pain is related to separation, duality and insecurity, 
Liberation will reside in a non-conditional, a state that exceeds 
against and imply an exit from the contingencies of time, freeing man from 
what has been called the “terror of history” (Eliade) is in fact 
in history that humanity meets the illness and death, disasters 
natural, social injustice. The spiritual traditions, in their promises
of other worlds and / or proposals in their different ways of living, can be 
therefore seen as a process of reconciliation of opposites and the way out 
idolatry of reality “ordinary” and the monotheism of the self.Homo 
religiosus by the continual reference to the ultimate reality, absolute and 
non-dual, the donation makes sense that he always placed the 
hope of deliverance and salvation. 

Among the different scenarios in which cultures have placed the suffering, the 
offered by the Jewish-Christian tradition is characterized by 
“Justification” of evil as an effect of original sin, guilt has 
introduced the world to destruction, disease and death. Unable to 
self-salvation, the man waits for the fulfillment of a promise and unimaginable 
unheard of because it came from God himself: that of a world without evil, 
one in which the redeeming God “will wipe away every tear from their eyes, there will be 
no more death or crying or pain, for the former things have passed away “(Rev., 
21, 4). Will be made once again, an eternal life Sunday, and a 
new space, a place where you can say: “There shall rest and see, and we will see 
we will love, love and praise “(Augustine, De Civ. Dei, 29, 5).The saint feeds 
This hope, preserves and spreads, but the faith, meanwhile, is put to 
exhausted by the endless waiting and testing 
anxiety question: “How long, Lord?” (Ps. 13). 

A different scenario, we meet in the Eastern traditions, and among them, in 
particularly in Buddhism. In this perspective, positive and negative, 
construction and destruction, birth and death, in their inseparability 
represent the circular flow of life, uninterrupted, to be accepted in 
all of its aspects. The pain did not therefore need a 
special justification, any more than any other aspect of reality. 
The impermanence and lack of consistency of phenomena and the ego becomes 
source of suffering if you put in place attachments and aversions, based 
ignorance (Avidya = ignorance transcendental collective and individual) and 
sull’immatura protest from those who would like a world different from the illusory 
it is. The message of the Enlightened One, therefore, is a ceaseless practice 
of attention paid to see things as they are: “Attention is the path 
that leads to immortality, inattention is the path of death. Those 
who are careful not die, the heedless are already as dead “(Dhp., 21). The 
“Middle path” between self-mortification of passions and selfish and uncontrolled, 
is the path that leads to Nirvana, stands for freedom and peace.Wisdom, 
illuminated by the light of emptiness, he knows that nothing belongs to us, not life and 
even pain. The approach of death can then be experienced as a 
prepare to return home peacefully, the house where we came from. When 
we will be asked to return what was not ours, the essay will 
respond with the words of Seneca: “Snap out a mind better than you do 
given, do not fiddle around, I do not subtract, you have a person here and ready 
aware of what you gave that he had no perception also leads on. ” 

Modernity has produced historicism (the man he wanted to “historical”) 
secularization (the man wanted to be the guarantor of its own 
salvation), Utopia (the land without evil created by man). 
In postmodernity (and postsecolarizzazione), including that the greatest danger 
for man has become the man himself, with no outer defenses against 
“Terror of history”, humanity is moving from a technology, by its nature 
ambivalent, at times uncontrollable, always partial, and therefore always 
“Relative”, and the attempted recovery of religious traditions and wisdom that 
struggle to adapt to the contemporary world. But the pain is demanding answers and not 
allows postponement: the real question of life or death is always the struggle for 
give meaning to suffering, to put a frame to the picture of the negative, for 
restrain, circumscribe it, dominate it: but the content is often pressed, the threat of 
overflowing and spreading in tragedy; the frame must be enlarged, 
to understand it, again and again. Everyone is called to this challenge, 
good day to exercise his will during the remediation 
at least a fragment of the world, to rebuild and fit, day after 
days, the frames he has available because evil can be 
circumscribed, have “their part” in the world (Jung) and, thus, perhaps, even 
redemption. 

(Published in Gigi Ghirotti-News, Quarterly of Com Nat. Ghirotti Gigi 2000, 
No 4)

Consapevolezza dell’amore


Sei sicuro?

In ognuno di noi c’è un fiume di percezioni, in flusso continuo giorno e notte. Meditare vuol dire sedere sulla riva di quel fiume e osservare tutte le percezioni.

Grazie all’energia della consapevolezza possiamo scoprire la natura delle nostre percezioni e sciogliere i nodi che ci legano alle percezioni errate.

Tutta la nostra sofferenza e’ nelle nostre percezioni errate. Vi invito quindi a praticare il mantra:

“Sei sicuro?”

Thich Nhat Hanh


Consapevolezza dell’amore

Guardare in profondità e praticare la consapevolezza dell’amore ci aiuta a essere lucidi, a essere amorevoli, e quella lucidità e gentilezza amorevole ci servono da protezione, preservandoci da pericoli di ogni genere. Di solito siamo convinti che il pericolo venga fuori da noi, mentre gran parte del pericolo che ci troviamo ad affrontare viene dal nostro interno.
Spesso, se non abbiamo una visione chiara della situazione, la paura e gli equivoci in cui cadiamo ci possono trascinare in situazioni pericolose. Le afflizioni fondamentali (dette anche “I tre veleni”) sono illusione, rabbia e brama; possono essere guarite e trasformate dalla pratica della consapevolezza dell’amore. La consapevolezza dell’amore può aiutarci a fermare la sofferenza fin da subito e ci tiene lontani dalle fiamme dei veleni.
Sappiamo che la compassione deve essere pervasa di comprensione e di saggezza, prajna, perché se non si comprende, non è possibile alcuna comprensione profonda. Ecco perché la pratica della compassione inizia con la pratica dell’osservazione profonda, vipasshyana. Quando pratichiamo la consapevolezza, acquisiamo una comprensione più profonda della situazione; a partire dalla comprensione, la compassione fluisce spontanea. Prajna poi porta con se Mastri che è amore, gentilezza e compassione.
Se sei in conflitto con un’altra persona, la prima cosa che dovresti fare è cercare di capirla a fondo. Guardare in profondità ti farà vedere la sua sofferenza e allora non avrai più voglia di farle del male, di punirla o di farla soffrire, ma accetterai così com’è e cercherai di aiutarla. E’ così che la comprensione contribuisce a rendere possibile l’amore. A sua volta l’amore aiuta la comprensione ad approfondirsi: quando provi simpatia o affetto per qualcuno, sei in una posizione per capirlo o capirla. Se invece non hai alcuna empatia per quella persona, se non l’accetti, non avrai alcuna possibilità di capirla.
L’affetto e l’amore ci aiutano lungo il sentiero di prajna aumentano la nostra energia di comprensione. La comprensione e l’affetto sono interdipendenti fra loro: l’amore fatto di comprensione e la comprensione è fatta d’amore. La consapevolezza dell’amore ci può aiutare in moltissimi modi. Supponiamo che tu stia tornando a casa in auto, consapevole che a casa c’è tuo figlio ad attenderti: se pratichi la consapevolezza dell’amore, se pensi e tuo figlio che ti aspetta che tu arrivi a casa sano e salvo, sarai più presente e guiderai con più attenzione, in modo più sicuro.
Metti che ti venga in mente di bere qualcosa praticando la consapevolezza dell’amore pensi a tuo figlio e sai che fra pochi minuti dovrai metterti al volante. Anche se hai molta voglia di bere perché ti fa sentire bene,praticare la consapevolezza dell’amore ti aiuterà a scegliere di non farlo, in quel momento. E’ una buona pratica mettere una foto di tuo figlio o di qualcuno che ami sul cruscotto dell’auto che ti ricordi di praticare la consapevolezza dell’amore mentre sei al volante così guiderai con attenzione.
Puoi tenere con te una foto della persona che ami, nella cartella del lavoro o in un posto dove la puoi vedere spesso, un immagine che può anche raffigurare un buddha o un bodisattva, tua figlia, tuo figlio, il tuo coniuge o partner, perfino un animale domestico a cui sei affezionato.
Qualunque essere a cui vuoi bene può ispirarti ad essere più consapevole, a prenderti cura di te stesso, di te stessa. E prendendoti cura di te, ti prendi cura delle persone che ami. Questa è una pratica di consapevolezza dell’amore. Non occorre che tu sia una persona molto religiosa o che faccia una quantità di pratiche devozionali: basta che richiami nella mente le persone a cui vuoi bene.
Così richiamare alla mente la forma, la vista o il suono di una manifestazione di compassione può aiutarti a soffrire meno. Ogni volta che pensi a quella persona, ogni volta che prendi consapevolezza di quell’altra, ogni volta che con l’occhio della mente vedi quel luogo bellissimo, immediatamente nel tuo cuore nasce l’elemento della compassione e della comprensione. La consapevolezza dell’amore è la pratica in grado di far sgorgare in noi il nettare della compassione e della comprensione. E che ci aiuta ad evitare ogni genere di pericolo. Quando si corre dietro al denaro, alla notorietà e al potere, quando si permette chela fiamma dell’avidità bruci dentro di se, si stà malissimo.
Se non si sa come praticare, anche il fuoco del desiderio sessuale inappropriato può bruciare e far soffrire. In che modo la consapevolezza della’more e della compassione aiutano a soffrire di meno? Prima di avere una relazione sessuale con qualcuno, pratica la consapevolezza: osserva in profondità la situazione dell’altro e la tua. Quell’atto distruggerà la vostra vita darà origine a un bel po’ di sofferenza per le persone che ami, per la tua famiglia, la consapevolezza e la presenza mentale portano comprensione e saggezza. E la saggezza da come risultato l’amore e la condotta saggia, quella comprensione che ti aiuta ad astenerti dal compiere azioni che portano sofferenza.
E’ così che la consapevolezza della compassione può impedirti di bruciarti alla fiamma del desiderio. Consapevolezza, presenza mentale e compassione rendono molto facile la pratica degli Addestramenti. Una volta che hai l’amore nel cuore non devi fare niente di più: puoi praticare gli Addestramenti alla perfezione e con molta facilità, senza alcuna lotta. Ogni volta che l’energia della consapevolezza ti nasce nel cuore, puoi essere libero dall’avidità. E’ una specie di miracolo, non è una grande fatica.
La pratica dell’amore, la consapevolezza dell’amore, è bellissima; è davvero una porta universale. La compassione ci fa mettere in relazione con le altre persone e altri esseri nel migliore dei modi possibile. E’ per questo che la pratica mira a far scorrere il nettare della compassione: senza compassione ci inaridiremmo completamente, saremmo del tutto soli e isolati. La gente che non ha compassione è quella che di più soffre al mondo è terribilmente sola. Chi si comporta con crudeltà, chi non ha in sé amore e compassione soffre molto; ha bisogno di aiuto da parte nostra, non di punizione o di vendette. Se sei veramente intelligente, sai che generare sofferenza negli altri ti farà ricadere addosso solo altri pericoli e altre sofferenze.
Ogni violenza che facciamo a una persona è un atto di violenza che facciamo contro noi stessi. Se non capisci questa verità elementare, soffrirai sempre di più.
Quando hai subito torture, è molto difficile non provare rabbia nei confronti di chi ti ha fatto del male; a loro volta anche i reduci americani soffrono molto del fatto i aver ucciso o menomato tanta gente. Come aiutare sia chi ha subito violenza sia chi l’ha perpetrata con la consapevolezza e la compassione, la consapevolezza dell’amore.
Possiamo guardare con gli occhi dell’amore la persona che ci fa soffrire: ” questa persona che ho davanti, anche se ha fatto cose crudeli contro di me e contro gli altri, anche se ha perso il contatto con la propria umanità, è a sua volta una vittima della violenza della crudeltà. Praticherò per essere capace con gli occhi dell’amore e di aiutarla a entrare in contatto con la propria umanità”. La prima cosa che si nota quando si pratica la consapevolezza della compassione è che si smette di soffrire.
Quando hai in te abbastanza energia di compassione e di amore, il cuore ti diventa grande e puoi abbracciare ogni cosa, ogni persona, anche quelli che chiami nemici.
Quando sai osservare in profondità il nemico e riesci a vedere che è vittima di idee, concetti e informazioni sbagliate, di condizione di vita, culturali e sociali, allora riesci a restare calmo e a mantenere aperto il cuore e hai più possibilità di riuscire ad aiutarlo a mettersi in contatto con la propria umanità, con la propria innata natura di Buddha, e a trasformare i semi dell’odio e della violenza che ha dentro di sé.

(Il cuore del cosmo – Thich Nhat Hanh

Are you sure?

In each of us is a river of perceptions, in continuous flow day and night. Meditation means to sit on the bank of the river and observe all perceptions.

With energy awareness we discover the nature of our perceptions and loosen the knots that bind us to misperceptions.

All our suffering and ‘in our misperceptions. I therefore invite you to practice the mantra:

“Are you sure?”

Thich Nhat Hanh



Awareness of love

Looking in depth knowledge and practice of love helps us to be polished, to be loving, and loving-kindness and clarity that we need to protect, protecting them from dangers of all kinds. Usually we are convinced that the danger is outside of us, while much of the danger we face comes from within.
Often, if we do not have a clear view of the situation, fear and misunderstanding when we fall we can drag in dangerous situations. The fundamental afflictions (also called “Three Poisons”) is illusion, anger and greed, can be healed and transformed by the practice of awareness of love. Awareness of love can help stop the suffering immediately and keeps us away from the flames of poisons.
We know that compassion must be imbued with understanding and wisdom, prajna, because if you do not understand, can not be any deep understanding. That’s why the practice of compassion begins with the practical observation deep vipasshyana. When we practice awareness, gain a deeper understanding of the situation, starting with understanding, compassion flows spontaneously. Prajna then brings a Masters that is love, kindness and compassion.
If you are in conflict with another person, the first thing you should do is try to understand it thoroughly. Look deeply you will see her suffering and then you will not want to hurt her, to punish her or make her suffer, but will accept as it is and trying to help. It ‘s so that understanding can contribute to making love. In turn love helps to deepen understanding: When you feel sympathy or affection for someone, you are in a position to understand it or understand it. If you have no empathy for that person, if you do not agree, you will have no chance to understand it.
The affection and love help us along the path of prajna increase our understanding of energy. Understanding and affection are interdependent: the love that comprehension and understanding is made of love. Awareness of love can help us in many ways. Suppose you’re going home by car, knowing that your son is at home waiting for you: if you practice awareness of love, if you think that you and your child expects you to get home safely, this will be more and drive more carefully, more safely.
Suppose you have in mind a drink practicing the awareness of love you think your child and you know that in a few minutes you get behind the wheel. Even if you really want to drink because it makes you feel good, practice awareness of love will help you choose not to, at that time. It ‘s a good practice to put a picture of your child or someone you love on the dashboard that you remember to practice the awareness of love while you’re driving so drive carefully.
You can take with you a photo of the person you love, in your work or in a place where you can see often, an image that can depict a Buddha or a bodisattva, your daughter, your son, your spouse or partner, even a pet that you’re fond of.
Whatever you want to be good can inspire you to be more aware to take care of yourself, of yourself. And taking care of yourself, you take care of the people you love. This is a practical awareness of love. You need not be a very religious person, or face a variety of devotional practices: just call in mind that people you love.
So call to mind the shape, sight or sound of a demonstration of compassion can help you suffer less. Every time I think about that person every time you take awareness of that other, each time with the mind’s eye see that beautiful place immediately in your heart comes the element of compassion and understanding. Awareness is the practice of love can flow to us in the nectar of compassion and understanding. And that helps us to avoid any kind of danger. When we run after money, the notoriety and power, when you allow greed claw flame burning inside him, it ‘s terrible.
If you do not know how to practice, even the fire of sexual desire can burn and hurt inappropriate. How della’more awareness and compassion help to suffer less? Before having a sexual relationship with someone, practice awareness: look in depth the situation of others and yours. That act will destroy your life will give rise to a lot ‘of suffering for the people you love, your family, awareness and mindfulness bring understanding and wisdom. And the wisdom to result in love and wise conduct, that understanding that helps you to refrain from actions which bring suffering.
It ‘s so that awareness of compassion may prevent you from burning the flame of desire. Awareness, mindfulness and compassion make it very easy practice drills. Once you have love in the heart does not have to do anything more: you can practice trainings perfectly and very easily without any fight. Whenever the energy of awareness you born in the heart, can be free from greed. It ‘a kind of miracle, not a great effort.
The practice of love, the awareness of love, is beautiful, is really universal in scope. Compassion makes us to relate with other people and other beings in the best way possible. And ‘why the practice is to slide the nectar of compassion without pity we dry up completely, we would be completely alone and isolated. The people who have no compassion is one that suffers most of the world is terribly lonely. Those who behave with cruelty, who did not themselves suffer much love and compassion, it needs help from us, not punishment or vengeance. If you’re really smart, you know that create suffering in others you will only fall back on other hazards and other sufferings.
The violence we do to a person is an act of violence we do against ourselves. If you do not understand this basic truth, will suffer even more.
When you’ve been tortured, it is very difficult not to feel anger towards those who have wronged you, in turn, also the American veterans suffer much of the fact he killed or maimed many people. How to help both those who have suffered violence and those who have perpetrated with the knowledge and compassion, the awareness of love.
We can look with eyes of love the person that makes us suffer, “this person in front of me, even if he has done cruel things against me and against others, even though it has lost touch with their humanity, is itself Once a victim of violent cruelty. Be able to be practicing with the eyes of love and help her get in touch with their humanity. ” The first thing you notice when practice awareness of compassion is that it stops suffering.
When you’re in you enough energy of compassion and love, your heart becomes big and you can embrace everything, every person, even those you call enemies.
When you know the enemy in depth look and you see who is the victim of ideas, concepts and misinformation, living conditions, cultural and social, then you can remain calm and maintain an open heart and you have more chances of being able to help get in touch with their humanity, with its innate Buddha nature, and transform the seeds of hatred and violence that has inside.

(The heart of the cosmos – Thich Nhat Hanh

Storia Zen: I tre ostacoli


Storia Zen: i tre ostacoli

Un giorno un Maestro accolse tre candidati che volevano diventare suoi discepoli. Al primo incontro il Maestro iniziò a comportarsi in modo eccentrico a tavola, facendo discorsi assurdi e avendo atteggiamenti strani. Disse anche talune parolacce e mangiò il suo cibo con le mani, asciugandosi la bocca al polsino della camicia. Uno di questi tre discepoli se ne andò, scandalizzato di questo atteggiamento. Il secondo fu avvisato dai discepoli anziani (istruiti così dal Maestro) che questi era un truffatore, che si stavano organizzando per fargliela pagare e che lui doveva stare ben attento a fidarsi di un uomo così. Anche il secondo uscì dal gruppo. Al terzo il Maestro proibì categoricamente di prendere la parola ogni volta che la chiedeva e di porre qualsiasi tipo di domande. Anche il terzo se ne andò, sdegnato ed offeso. Quando il Maestro fu solo con i suoi allievi disse: “Il comportamento di coloro che se ne sono andati illustra tre validi concetti. Il primo “non giudicare a prima vista”. Il secondo “non giudicare cose di grande importanza da ciò che dicono gli altri”. Il terzo “non fare della tua percezione di stima ed apprezzamento altrui il metro per il tuo giudizio su di loro.”
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
La verità è qui-e-ora.
Solo la verità è.
Non esiste altro.

Perciò, quando sollevi una domanda sulla verità te ne sei già allontanato: sei già altrove, non sei più qui-e-ora. La verità non può essere insegnata perché le parole non possono trasmetterla, sono impotenti. La verità è sconfinata e le parole sono molto limitate: non puoi costringere la verità dentro le parole. impossibile.
L’insegnante è colui che insegna, il Maestro è colui che è. L’insegnante e colui che ti parla della “verità”, il Maestro è egli stesso la verità: tu la puoi apprendere, ma egli non può insegnartela.

Il Maestro può essere presente, aperto, disponibile, ma sei tu a berlo e a mangiarlo: devi imbeverti di lui; ti devi lasciar impregnare da lui.

Maestro è colui che è diventato la verità ed è disponibile per tutti coloro che sono pronti ad assorbirlo. Per questo Gesù disse ai suoi discepoli: “Mangiatemi” La verità può essere mangiata, ma non può essere insegnata. Puoi lasciare che arrivi a te, non può esserti inculcata con la forza, la verità è assolutamente non violenta, non bussa neppure alla tua porta, anzi, un semplice bussare sarebbe troppo aggressivo. Se sei disponibile, accogliente, se sei recettivo, la verità è totalmente presente. Se sei chiuso, se non sei ricettivo, potrai cercarla per milioni di vite e continuerai a lasciartela sfuggire ma la verità è sempre presente, è sempre stata presente. Non devi fare neppure un passo, non devi neanche aprire gli occhi. Non devi fare neanche un piccolo movimento per raggiungerla: la verità e sempre stata presente. Devi soltanto essere recettivo. La verità non può essere insegnata ma può essere appresa, pertanto tutta l’arte consiste nel come diventare un discepolo.

L’umanità si divide in tre parti.

1) Una, la maggioranza, in pratica il novantasei per cento del genere umano, non si interessa mai della verità. Costoro rimangono immemori, sono completamente addormentati. Non indagano, vivono come sonnambuli, L’interrogativo: ‘Cos’è la verità” non sorge mai in loro. Per la maggior parte dell’umanità è così. Costoro vivono nell’ignoranza, sono completamente inconsapevoli di essere ignoranti, e non soltanto sono inconsapevoli di essere ignoranti, possono addirittura pensare e sognare di sapere. Fa parte del loro sonno: pensano di sapere, quindi che bisogno hanno di imparare? Distruggere il bisogno d’imparare: questa è la cosa migliore da fare per continuare a sentire di sapere già tutto. Così il problema di apprendere non esiste e quella gente non sente alcun bisogno di diventare un discepolo: è soddisfatta nella sua tomba. Sono persone già morte! Questa è la condizione della maggior parte dell’umanità.

2) La seconda parte dell’umanità indaga, ma non è pronta perciò continua a girovagare fra teorie, ipotesi, proiezioni, filosofie e trappole metafisiche. Queste persone continuano a cambiare diventando dei girovaghi saltando come canguri da una credenza all’altra. Costoro ricercano, ma non comprendono che questa ricerca necessita di una trasformazione interiore. In questa dimensione l’apprendimento non e come negli altri casi: è possibile imparare la chimica, la fisica, la matematica senza alcun cambiamento nella propria consapevolezza, non hai alcun bisogno di cambiare la tua consapevolezza, così come sei tu puoi imparare. Viceversa, nella dimensione spirituale, è un apprendimento nel quale il requisito base è questo: prima di tutto cambia la tua consapevolezza. Prima ancora che l’apprendimento inizi, devi essere preparato a questo mutamento: e necessaria una lunga preparazione, senza la quale non puoi iniziare alcun apprendimento.
Questa seconda parte dell’umanità diventa una massa vagabonda di indagatori che non guadagnano mai molto. Niente le soddisfa, ma non sono consapevoli che il loro problema non è il Maestro: non sono pronti a essere dei discepoli, e se non sei pronto a essere un discepolo, come puoi trovare il Maestro? La tradizione è questa: quando il discepolo è pronto, il Maestro appare. Non devi neppure cercarlo, il Maestro arriva a te.

3) Poi viene una terza parte costituita da esseri umani molto rari, da eccezioni. Questa terza parte comprende coloro che cercano, che indagano, ma la loro indagine non è intellettuale, è totale.
La loro indagine non assomiglia allo studio di qualsiasi altra materia: indagano in modo così totale, da esser pronti a morire per la loro ricerca. Sono pronti a cambiare tutto il loro essere, sono pronti a soddisfare qualsiasi condizione: anche se morte fosse una condizione inderogabile, sono pronti a morire. A ogni costo vogliono conoscere cos’è la verità, vogliono essere nel mondo della verità e non vogliono vivere nel mondo delle menzogne e delle illusioni e dei sogni e delle proiezioni.
Chi appartiene a questo terzo tipo può diventare un discepolo. E soltanto chi appartiene a questo terzo tipo, quando si sarà realizzato, potrà diventare un Maestro. Ecco perché dico che la verità non può essere insegnata, ma può essere appresa: tutto dipende da te.
Un Maestro esiste. Si deve essere in sua presenza completamente svuotati da se stessi: questo è il significato della morte. Un discepolo arriva e muore davanti al Maestro: ecco cosa significa arrendersi. Egli arriva e lascia se stesso fuori ti dalla porta: dove lascia le proprie scarpe, lascia anche se stesso. Arriva dal Maestro completamente vuoto. Proprio in questo vuoto, la verità è possibile. Proprio in questo vuoto il Maestro comincia a fluire: diventa come una possente cascata d’acqua che precipita nella valle del discepolo. Dalle vette del proprio essere, il Maestro raggiunge le abissali profondità dell’essere del discepolo; e ricorda: il Maestro non fa niente. Accade semplicemente. Quando la valle è pronta, la cascata d’acqua precipita spontaneamente: l’essere del Maestro inizia a fluire nell’essere del discepolo. Non che il Maestro faccia qualcosa. Non che il discepolo faccia qualcosa. Nessuno dei due fa alcunché: il Maestro è alla presenza del discepolo e il discepolo è alla presenza del Maestro e il fenomeno accade spontaneamente. La fiamma del Maestro fa un balzo ne1 cuore del discepolo; ma il cuore del discepolo deve rimanere aperto e il discepolo deve rimanere vuoto: una semplice accoglienza.
Ecco perché continuo a ripetere che l’arte di essere un discepolo è l’arte di essere una consapevolezza femminile ricettiva, accogliente, che non crea barriere, che non chiude le porte, che non cerca di mettersi in salvo e di essere al sicuro. Una consapevolezza che ha fiducia.
Fiducia è la parola esatta; e nella fiducia la verità accade. Avere fiducia significa essere pronti a imparare. Certo, fiducia è la parola esatta: avere fiducia significa essere un discepolo.
Se stai ancora pensando, allora cerchi ancora di controllarti; non ti sei arreso. Se stai ancora dicendo: “Questo è giusto e quello è sbagliato”, allora la tua mente presente e tu appartieni alla seconda parte dell’umanità, non alla terza.

Adesso mi permetto ancora di dividere l’umanità in queste tre parti, ma partendo da una diversa prospettiva.

1) La prima parte dell’umanità ha come propria anima il dubbio, e il dubbio e tanto forte da diventare quasi una fiducia nel dubbio, un credo nel non credere. Il dubbio è così forte perché la prima parte dell’umanità — la parte predominante, la maggioranza – non dubita mai dei propri dubbi, ha fiducia nel dubbio. Chi è assolutamente compenetrato nel dubbio, totalmente certo dei propri dubbi rimane completamente chiuso non apre neppure uno spiraglio. In questo caso essere un discepolo è qualcosa di estremamente remoto, persino diventare uno studente risulta difficile. Addirittura ti è impossibile accettare l’idea che qualcuno sappia più di te.

2) La seconda parte dell’umanità è formata da coloro che indagano: i loro dubbi sono scossi, ma in loro la fiducia non si è ancora radicata. Non fanno più parte della maggioranza dell’umanità, si sono allontanati un pochino dalla maggioranza – ma anche questo poco è troppo per fare marcia indietro — però sono ancora nel limbo, sono sospesi proprio nel mezzo. Non hanno fiducia.
La prima parte dell’umanità ha troppa fiducia nel dubbio la seconda parte è arrivata a dubitare dei propri dubbi ma in costoro la fiducia non è ancora nata.
3) La terza parte dell’umanità ha fiducia nella fiducia: la loro fiducia è assoluta e le persone appartenenti alla seconda parte li definiranno ciechi. La fiducia nella fiducia apparirà loro come una cecità. Mentre invece la prima parte dell’umanità li definiranno folli. La fiducia le sembrerà soltanto una follia: come può una persona raziocinante credere cosi totalmente? È impossibile.
Ma per la terza parte dell’umanità, per coloro cui la fiducia è accaduta, la cecità sarà l’unica capacità di vedere. E per loro, la follia sarà 1 unica cosa sensata.
Queste tre diverse parti di umanità hanno linguaggi differenti non comunicano mai fra loro. E’ un eventualità pressoché impossibile, proprio come quando tu parli a qualcuno che non conosce la tua lingua e tu non conosci la sua — al massimo mediante i gesti diventa possibile un minimo di comunicazione, mi non di più.
Soltanto la terza parte dell’umanità può imparare: per il resto, il loro atteggiamento di chiusura e nell’essere “troppo pieni” di sé, non possono apprendere oltre a ciò che già credono di sapere…
i Maestri Zen sono molto selettivi. È molto difficile essere accettato da un Maestro, è davvero molto difficile; egli erige intorno a sé ogni sorta di ostacoli. La fiducia nella fiducia è la chiave per entrare nel Vero.
Gesù: «Non permettere che la tua mano sinistra conosca ciò che fa la tua mano destra”… vivi completamente nell’oscurità, abbraccia il mistero e abbi fiducia: in questo atteggiamento recuperi la possibilità di gioire nella Luce…
Nelle altre discipline, tu rimarrai sempre lo stesso e continui solo ad accumulare informazioni: se vuoi imparare la geografia, vai da un insegnante e apprendi. Tu rimani sempre lo stesso, in te continuano ad aumentare solo le informazioni; diventi sempre più colto, ma il tuo essere, la tua qualità di essere, il tuo stato dell’essere rimangono gli stessi. Quando vieni da un Maestro spirituale, allora tutto cambia: in te non c’e alcun accumulo d’informazioni, né un aumento del tuo sapere, in te accade una crescita dell’essere. Tu non saprai di più, ma sarai di più. La tua memoria non sarà accresciuta dall’esercizio, niente affatto; viceversa il tuo stesso essere, il tuo vero essere, diventerà più e nutrito e silenzioso, estatico.
“Quando metti una lampada accesa accanto a un’altra spenta, all’improvviso la fiamma balza dalla lampada accesa a quella spenta. La lampada accesa rimane la stessa perché non ha perso nulla, neppure un briciolo di luminosità, ma una nuova luce ha cominciato a esistete. E stato un salto, un balzo della verità dal Maestro al discepolo”.
Se vuoi essere un discepolo, se vuoi permetterti una reale trasformazione, qualsiasi cosa tu sappia devi lasciarla perdere: è necessaria una lavagna pulita. Tu sei stato riempito a dismisura e porti fin troppo sapere nella tu mente. Un uomo si presentò da Maharishi, dicendogli: “Vengo da molto lontano, un paese sperduto, e sono venuto qui per imparare da te». Maharishi gli rispose: “Allora va’ altrove perché qui noi insegniamo a disimparare, non è nostro metodo va’ altrove»…
La ricerca dipende dal ricercatore. I Maestri possono solo mostrate il cammino. La ricerca dipende dal ricercatore: dalle qualità del suo essere, dalla qualità della sua investigazione, dalle qualità che il ricercatore immette nella propria ricerca.
I Maestri possono soltanto mostrare il cammino: possono solo indicarlo, tutto il resto devi farlo tu, deve farlo il discepolo. Non ti sarà imposta alcuna disciplina, nessun Maestro impone mai una disciplina a qualcuno. Egli ti aiuta a trovare la tua disciplina questa è la differenza tra un insegnante e un vero Maestro.
Un insegnante è qualcuno che ha già in mente una formula prefabbricata, ha un modello. Egli impone quel modello a tutti indistintamente, non importa chi arriva davanti a lui; per un insegnante non è molto importante valutare la persona che gli sta di fronte, è solo un numero, non è una persona, e soltanto qualcuno sul quale può proiettare e al quale imporre la propria disciplina, qualcosa di prefabbricato.
Nella mente dell’insegnante esiste già quel progetto. Un insegnante uccide molta gente, distrugge molte persone, perché nell’essere interiore di ciascun essere umano esiste già una traccia individuale della propria crescita; nessun essere umano ha bisogno di un’altra disciplina proveniente dall’esterno. Un vero Maestro non ti impone niente, ti aiuta semplicemente a trovare la tua disciplina interiore, ti aiuta a cercare la tua via, ti aiuta a crescere, non seguendo i suoi schemi, ma assecondando il tuo essere interiore, perché tu sei il seme e il tuo albero nascerà da te.
Al massimo, il Maestro può essere un giardiniere amorevole, compassionevole, una compassione che si riversa di continuo su di te. Si prende cura di te e non ti impone nulla.
Adesso sei qui con me: io non ti costringo a seguire alcuna disciplina, ma ciò non significa che le sia contrario. Niente affatto, io sono del tutto favorevole alla disciplina; ma dovrebbe scaturire dall’interno del tuo essere, la tua disciplina sarà tua, e di nessun altro, il tuo fiore sarà il tuo fiore, non apparterrà a nessun altro. Il tuo fiore sarà unico – qui sta la bellezza della verità ogni volta che viene conquistata, è sempre unica, perché ciascuno la conquista a modo suo. Ciascuno di voi fiorirà in essa come individuo. Diventerete degli individui sempre più autentici. Questo è il significato della “resurrezione”: in te morirà ciò che nel tuo essere è falso; ma ciascun essere umano porta dentro di se il Reale: da sempre ne sei ricolmo, e il Reale che c’e in te dev’essere aiutato.
Un vero Maestro è proprio ciò che Socrate era solito dire di se stesso: “Io sono una levatrice”. Un vero Maestro è una levatrice: non ti dà nulla, aiuta semplicemente il tuo essere interiore a venire alla luce, a nascere.
Oggigiorno, in Occidente, si continua a lavorare molto intorno al concetto di crescita, ma non mi sono ancora imbattuto in qualcuno che opera all’interno del Movimento per la Crescita del potenziale umano che sia consapevole di questa evidenza: la crescita in se non è la meta, non può esserlo. Si può crescere nel modo sano e creativo. Si può crescere nel modo insano e distruttivo.
Ricordalo: la meta non è la crescita in sé, la meta è la crescita sana. E una volta cresciuto in modo inadeguato, bloccarti diventa sempre più difficile, a ogni passo, a ogni livello di crescita più sei andato lontano, più difficile sarà farti tornare indietro, perché la crescita insana e distruttiva diventa un modello rigido. La crescita sana e creativa è una cosa totalmente diversa. Fin dall’inizio devi essere consapevole, di conseguenza hai bisogno di un Maestro altrimenti come potresti essere consapevole fin dal primo passo? Tu diventerai consapevole alla fine della Via, come potresti essere consapevole all’inizio? All’inizio puoi solo brancolare nel buio. Quindi, se inizi il cammino spirituale da solo, avrai novantanove possibilità su cento di crescere nel modo inadeguato rispetto a un reale processo evolutivo… infatti chi può dirti che quello per te non è il modo giusto di crescere? E ogni crescita all’inizio sembra buona, perché ti espandi, il tuo essere interiore si ingrandisce! Ogni crescita ti può sembrare buona anche una crescita insana, una crescita inadeguata non richiede molti sforzi: assomiglia alle erbacce che invadono il giardino, non richiedono molte cure, un po’ d’acqua ogni tanto basterà per farle crescere. Ma se cerchi di far crescere delle rose, comprendi che hanno bisogno di cure, hanno bisogno di un giardino e che di erbacce non ne hai bisogno.
In Occidente, il Movimento per la crescita del potenziale umano si sta muovendo in molte direzioni, ma rimane completamente ignaro del fatto che si può anche aiutare la gente a crescere nel modo inadeguato. In questo caso sorgeranno delle difficoltà, perché si crea nelle persone qualcosa che poi sarà sempre più difficile estirpare, col passare del tempo.
E necessario un Maestro in grado di vedere fin dall’inizio il seme “oscuro”, e capace di aiutarti a estirparlo, in modo da poter trovare in te il seme “luminoso” dato che in te, tu porti anche il seme buono. Voi tutti siete confusi rispetto a ciò che è più opportuno e adeguato per voi… Fate confusione tra le erbacee e le rose: dev’essere presente qualcuno in grado di fare distinzione, perché nello stato attuale della vostra consapevolezza non siete in grado di farlo, tutto il vostro essere è saturo di confusione.
Quando un discepolo va dal Maestro, la prima domanda che sorge nel Maestro è questa: “Perche è venuto da me?”. E inizia a scrutare nell’essere del discepolo: “Perche? Per quale motivo? Cosa lo ha portato da me?”. Devo aver osservato tante persone arrivate da me: accade raramente che qualcuno venga per un motivo giusto. E’ rarissimo. L’umanità sembra essere in pessima forma: è rarissimo che qualcuno si presenti con una adeguata motivazione. Forse può pensare di essere venuto per il motivo giusto, questo è irrilevante: ciò che lui pensa non ha un gran valore, perché la motivazione è nascosta più in profondità, nell’inconscio, non è mai visibile in superficie. Nessuno è in grado di percepirla con il pensiero. La prima domanda che sorge nel Maestro è: “Perché? Perché quest’uomo è venuto da me?”. E il Maestro non può ascoltarti, non può credere in te. Qualsiasi cosa tu dica non ha molto valore per lui, perché l’attimo dopo dirai qualcos’altro. Domani cambierai la tua motivazione: tu sei un flusso, il tuo essere interiore non ha alcun centro cristallizzato in grado di rispondere. Il Maestro deve andare più in profondità, nel tuo stato incosciente, toccare le radici del tuo essere, per vedere perché sei venuto da lui: non ti può ascoltare e non può credere in te, perché ancora non sei credibile. Sei così illusorio e ingannevole da non sapere che sei in grado di illudere perfino te stesso. Una volta rilevata la tua motivazione, si può fare qualcosa: a quel punto la si deve
portare alla luce della tua consapevolezza. La tua crescita futura può essere fondata e costruita solo sulla giusta motivazione.
Il Maestro migliore per te è quello che si accorda meglio al tuo temperamento. Il Maestro è quello che ti trasmette un’esperienza, non solo chiacchiere. Se parla troppo è un insegnante e non un Maestro. La tua evoluzione spirituale sarebbe molto più lenta prendendo l’iniziazione da un insegnante spiritualmente evoluto e non da un Maestro. Il Maestro è capace di respirare attraverso il tuo respiro; di darti la coscienza della sua Anima; di farti toccare il cuore calmando la tua mente; di farti volare tra le più elevate vibrazioni della Luce.
“La piuma vola in alto, ma la perla giace in basso”
Non lasciarti incantare dalla piuma… la strada evolutiva implica un grande investimento energetico; una ricerca attiva; un calarsi nelle profondità degli abissi della pratica trasformativa… Affidarsi a un Maestro di realtà è un vero e proprio tuffo nel mistero: è l’attraversare sé stessi in piena presenza.
La Verità è certamente una sola, ma ha una realtà multidimensionale, e ogni Maestro deve scegliere una dimensione specifica. Non può parlare di tutte le dimensioni contemporaneamente. Ogni maestro ha il proprio stile, il proprio modo di parlare, il proprio modo di esprimersi. Più elevata è la consapevolezza e più diventi unico, più diventi un individuo. Lascia che ti spieghi: individualità non significa personalità. La personalità ti viene data dalla società. L’individualità è la tua natura intrinseca. La personalità è fittizia, falsa. L’individualità è il tuo Buddha interiore, la tua illuminazione interiore, la soglia interiore che conduce al divino. Ma è inevitabile che ogni maestro abbia un modo di esprimersi assolutamente unico. Tutti dicono la stessa cosa, tutti indicano la stessa luna, ma le dita sono diverse. Non possono non esserlo. Il dito di Gesù, il dito del Buddha, il dito di Lao Tzu sono necessariamente diversi. Se si presta troppa attenzione al dito, è inevitabile dimenticare l’oggetto. L’oggetto non era il dito, era la luna. Solo le dita, le espressioni, sono differenti. L’esperienza della verità è una, ma per tradurla in parole ogni maestro deve trovare il proprio strumento. Ecco perché perfino gli illuminati sembrano dire cose diverse, contraddittorie addirittura; perché l’esistenza non ha fonti unidimensionali, è multidimensionale. Accoglie tutte le contraddizioni. Nel Cosmo tutte le contraddizioni si sciolgono.
Ebbene, è impossibile ricondurre l’intero cosmo a un’affermazione, qualunque essa sia. Tutte le filosofie falliscono, tutte le lingue sembrano inadeguate. Le teologie riescono a esprimere una verità molto parziale. E ricorda: una verità parziale non è verità. La verità non può essere divisa in parti. E’ una, organicamente, non meccanicamente. Un’automobile può essere smontata e rimontata di nuovo, ma la stessa cosa non può essere fatta con un organismo vivente. Un uomo non può essere ridotto in pezzi e poi riassemblato. Lo puoi fare, ma l’uomo non ci sarà più. Avrai solo un cadavere tra le mani. Questo è uno dei problemi più difficili che gli illuminati si sono trovati ad affrontare: come trasmettere la verità? E hanno escogitato stratagemmi, metodi, meditazioni. Hanno creato aperture attraverso le quali tu possa vedere la verità con i tuoi occhi. Naturalmente ogni maestro avrà le sue. L’esistenza può essere avvicinata in milioni di modi, e quando un maestro realizza la verità, ci arriva da una via particolare. Ovviamente parlerà della via che ha condotto lui alla verità. La verità è una ma le vie sono molte. E finché non lo comprendiamo, nelle menti dei ricercatori ci saranno sempre conflitti e fraintendimenti.
Ogni maestro è unico, simile a un Everest che si erge maestoso, fino a toccare le stelle; completamente solo. Non paragonare mai due maestri. Il confronto non è l’atteggiamento adeguato nel mondo dei maestri. Il confronto è mentale, è intellettuale e la realizzazione del maestro è al di la della mente: è spirituale. Nel mondo dello spirito, nel mondo del sublime, il confronto non esiste. Ognuno è unico, ma arreso, devoto alla stessa verità da prospettive diverse. Occorre una straordinaria capacità di comprensione, e tale comprensione non deve nascere dalla mente, deve nascere dalla meditazione. La mente è in grado di comprendere tutto ciò che è altro da sé. Il mondo oggettivo è accessibile alla mente: scienza, tecnica, filosofia, teologia: sono tutte mentali.
Ma la tua interiorità si trova dietro la mente, al di la di essa. E si rivela nella meditazione, quando inizi a lasciar cadere i pensieri e ti rilassi sempre più profondamente., quando rimane solo il testimone. Il corpo è remoto, tu non sei più il corpo, la mente è solo un eco nelle valli, tu non sei più la mente. Nel centro più intimo del tuo essere non c’è un solo pensiero, una sola nuvola, tutto è silenzio. In quel silenzio, sorge una comprensione autentica. In quel silenzio, sei in contatto con il divino. Quel silenzio è una via, un ponte, un sentiero, un collegamento con la realtà suprema.
Quando ti trovi di fronte a un Maestro, devi decidere al più presto cosa fare… se rimanere o andare… perché non ti trovi in una situazione ordinaria: corri un rischio enorme, tutta la tua vita è a rischio. Rischi di perdere il tuo ego; rischi di perdere le tue maschere; rischi di perdere il senso dei tuoi autoinganni; rischi una reale e profonda trasformazione interiore; rischi di diventare gioioso e libero da ogni tipo di prigione; rischi di diventare te stesso, autentico, semplice, fluido, leggero, rilassato, luminoso…
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
“Ricorda solo una cosa: ogni volta che chiami in causa la mente, introduci la pazzia, Ogni volta che metti in gioco la mente, introduci un fattore che distorce, un fattore frustrante”

http://www.guarigionezen.it/Maestro%20e%20Discepolo.htm

Zen story: the three obstacles

One day a teacher received three candidates who wanted to become his disciples. At the first meeting the Master began to behave eccentrically at the table, making absurd speeches and having strange attitudes. He also said some bad words and ate his food with your hands, wiping his mouth to the shirt cuff. One of these three disciples went away, shocked by this attitude. The second was warned by senior disciples (as instructed by the Master) that he was a swindler, who were planning to make him pay and that he had to be careful to trust a man like that. The second came from the group. On the third Master categorically forbade to speak whenever asked and to ask any questions. The third went away angry and offended. When the Master was alone with his students said: “The behavior of those who have left shows three valid concepts. The first” do not judge at first sight. “The second” do not judge things of great importance to what they say other. “The third” do not do with your perception of others’ respect and appreciation of the meter for your opinion on them. “
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
The truth is here-and-now.
Only the truth is.
There is no other.

Therefore, when raising a question of the truth did you already removed: you are already somewhere else, you are no longer here-and-now. The truth can not be taught because words can not pass it, they are powerless. The truth is boundless, and the words are very limited: you can not force the truth into words. impossible.
The teacher is one who teaches, the teacher is one who is. The teacher and one who speaks to you the “truth”, the Master himself is the truth: you can learn to, but he can not teach.

The Master can be present, open, available, but you are to drink it and eat it: you have to soak him, you have to let him soak.

Teacher is one who has become the truth and is available for those who are ready to absorb it. This is why Jesus told his disciples: “eat me” The truth can be eaten, but it can not be taught. You can let it get to you, it works for you, inculcated by force, the truth is absolutely non-violent, not even knock on your door, or rather, a simple knock would be too aggressive. If you are comfortable, cozy, if you are receptive, the truth is totally present. If you are closed, if you’re not receptive, you can look for millions of lives and continue to let it slip but the truth is always present, has always been present. You do not have to make even one step, you do not even open his eyes. You do not have to do even a small movement to reach it: the truth has always been present. You just have to be receptive. The truth can not be taught but can be learned, so all the art is how to become a disciple.

Humanity is divided into three parts.

1) A, the majority, in practice the ninety-six percent of the human race, is not interested in the truth ever. They remain oblivious, they are completely asleep. Do not investigate, they live like sleepwalkers, the question: ‘What is truth “never rises in them. For most of humanity is so. They live in ignorance, unaware that they are completely ignorant and unaware that they are not only ignorant, they can even think and dream of knowing. It’s part of their sleep, they think they know, so that they need to learn? Destroy the need to learn: this is the best thing to do to continue to feel that you already know everything. So the problem does not exist and to learn that people do not feel any need to become a disciple, is satisfied in his grave. People are already dead! This is the condition of most of humanity.

2) The second part investigates humanity, but is not ready, therefore, continues to roam between theories, assumptions, projections, philosophies and metaphysical traps. These people continue to change to become wanderers of jumping like kangaroos from a belief to another. They seek, but do not understand that this research requires an inner transformation. In this dimension is not learning as in other cases it is possible to learn chemistry, physics, mathematics without any change in your awareness, you have no need to change your consciousness, just as you are you can learn. Conversely, in the spiritual dimension, in which learning is a basic requirement is this: first of all change your consciousness. Even before learning starts, you must be prepared for this change: a long and necessary preparation, without which no learning can begin.
This second part of humanity becomes a wandering mass of investigators who do not earn much ever. Nothing satisfies them, but they are not aware that their problem is not the Master, are not ready to be disciples, and if you’re not ready to be a disciple, as you can find the Master? The tradition is this: when the disciple is ready the Master appears. You do not even look for him, the Master comes to you.

3) Then comes the third part consists of a very rare human beings, with exceptions. This third part includes those who are seeking, investigating, but their investigation is not intellectual, it is total.
Their study does not look like any other subject in the study: investigating so completely as to be ready to die for their research. I am ready to change their whole being, they are ready to meet any condition, even if death were a mandatory condition, ready to die. At all costs they want to know what the truth is, they want to be in the world of truth and do not want to live in the world of lies and illusions and dreams and projections.
Who belongs to this third type may become a disciple. And only those who belong to this third type, when it will be realized, it can become a Master. That’s why I say that the truth can not be taught, but can be learned: everything depends on you.
A teacher there. It must be completely emptied in his presence for themselves: this is the meaning of death. A disciple dies before the Master comes and here is what it means to surrender. He comes to you and let himself out the door, where he leaves his shoes to leave himself. Teacher comes from completely empty. Precisely in this void, the truth is possible. Precisely in this vacuum the Master begins to flow: it becomes like a mighty waterfall that plunges into the valley of the disciple. From the peaks of their being, the Master reaches the abyssal depths of the disciple, and remember, the Master does nothing. It is simply. When the valley is ready, the waterfall rushes spontaneously: the being of being Master of the disciple begins to flow. Not that the Master do something. Not that the disciple to do something. Neither does anything: the Master is the presence of the disciple and the disciple is the presence of the Master and the phenomenon occurs spontaneously. The flame of the Master jumps NE1 heart of the disciple, but the heart of the disciple and the disciple must remain open should be left blank: a simple reception.
That’s why I keep repeating that the art of being a disciple is the art of being a consciousness receptive female, friendly, does not create barriers that will not close the door, that does not try to escape and be safe. This awareness has confidence.
Trust is the right word, and trust in the truth happens. To trust means to be ready to learn. Of course, trust is the right word: trust is to be a disciple.
If you’re still thinking about it, then try again to control you, you have not given up. If you are still saying: “This is right and what is wrong”, then your mind and you belong to this second part of humanity, not the third.

Now allow me to divide mankind into three parts, but from a different perspective.

1) The first part of humanity has as its core the doubt, and doubt, and so strong as to become almost a faith in doubt, a belief in not believing. The doubt is so strong because the first part of humanity – the predominant part, the majority – never doubts their doubts, trust in doubt. Who is totally penetrated in doubt, doubt remains totally certain of its fully closed will not open even a crack. In this case, being a disciple is something extremely remote, even become a student is difficult. I can not even accept the idea that someone knows more than you do.

2) The second part of mankind is formed by those who investigate: their doubts are shaken, but their confidence has not yet been established. Are no longer part of the majority of humanity, have strayed a little from the majority – but even this is too little to reverse – but they are still in limbo, are suspended in the middle. They have no confidence.
The first part of humanity has too much faith in doubt the second part has come to doubt their own doubts, but in them the confidence is not born yet.
3) The third part of humanity has confidence in confidence, their trust is absolute and persons belonging to the second part will define them blind. The trust will trust them as blindness. While the first part of humanity instead define them crazy. The trust will seem only madness: how can a rational person to believe so completely? It is impossible.
But for the third part of humanity for those whose confidence has occurred, the blindness will be the only ability to see. And for them, the madness will be 1 only sensible thing.
These three different parts of humanity have different languages ​​do not ever communicate with each other. And ‘an almost impossible eventuality, just like when you talk to someone who knows your language and you do not know her – the most by the gestures of communication becomes possible to a minimum, I no more.
Only the third part of humanity can learn, for the rest, their feeling of isolation and being “too full” of himself, can not learn beyond what they already believe they know …
Zen Masters are very selective. It is very difficult to be accepted by a Master, it is very difficult, and he erected around himself all sorts of obstacles. Confidence in the trust is the key to enter the True.
Jesus: “Do not let your left hand know what thy right hand is” … live completely in the dark, embrace the mystery and trust: this attitude has regained its ability to rejoice in the Light …
In other disciplines, you will remain the same, and only continues to accumulate information: if you want to learn geography, Vai and learn from a teacher. You stay the same, continue to grow in you just the information, becomes more and more educated, but your being, the quality of your being, your state of being, remain the same. When you come from a spiritual teacher, then everything changes, in you there is no accumulation of information, or increase your knowledge, growth happens in you being. You will not know more, but you will be more. Your memory will not be increased by exercise, not at all; back your own being, your true self, and become more nourished and quiet, ecstatic.
“When you put a lamp next to another off, suddenly jumps from the flame that lit the lamp off. The lamp remains the same because he has not lost anything, even a bit of brightness, but a new light began to exist. It was a leap, a leap of truth from Master to disciple. “
If you want to be a disciple, if you want to afford a real transformation, you must leave everything you know to lose: you need a clean slate. You were filled to excess and ports too to know you in mind. A man introduced by Maharishi, saying: “I come from far away, a remote village, and I came here to learn from you.” Maharishi replied, “Then it ‘elsewhere because we teach here to unlearn, our method is not to be’ elsewhere ‘…
The search depends on the researcher. The Masters can only show the way. The search depends on the researcher: the quality of his being, the quality of its investigation, the qualities that the researcher enter in your search.
The Masters can only lead the way: they can only point it out, everything else you should do it, the disciple must do. You will not be imposed no discipline, no master ever imposes a discipline someone. He helps you find your discipline that is the difference between a teacher and a true Master.
A teacher is someone who has already had in mind a formula above ground, has a model. He requires that model to all and sundry, no matter who comes before him for a teacher is not very important to evaluate the person in front of him, is just a number, not a person, and only someone who can project and the which impose their own discipline, something prefabricated.
Already exists in the mind of the teacher that project. A teacher kills many people, destroys many people because in the inner being of every human being there is already an individual track their own growth, no human being in need of another discipline from the outside. A true Master does not force you anything, just to help you find your inner discipline, helps you find your way, helps you grow, not followed its design, but indulging your inner being, because you are the seed and your tree will come from you.
At most, the Master Gardener can be a loving, compassionate, a compassion that is poured continuously over you. Take care of yourself and do not impose anything.
You are here with me: I will not force you to follow any rules, but that does not mean that it is not. Not at all, I am completely in favor of the discipline, but should emerge from within your being, your discipline will be yours, and no one else, your flower will be your flower, does not belong to anyone else. Your flower will be unique – here’s the beauty of truth each time it is earned, it is always unique, because each winning in its own way. Each of you will flourish in it as an individual. Individuals become more and more authentic. This is the meaning of “resurrection” in you will die in your being that which is false, but each human being carries within itself the Real: they always are filled, and the real one in you must be helped .
A true Master is precisely what Socrates used to say of himself: “I am a midwife.” A true Master is a midwife: does not give you anything, just helps your inner being to come to light, to be born.
Today, in the West, it continues to work hard around the concept of growth, but I have not come across someone who operates within the Movement for the growth of human potential that is aware of this evidence: the growth itself is not the goal can not be. It can grow in a healthy and creative. It can grow as unhealthy and destructive.
Remember: the goal is not growth itself, the goal is healthy growth. And when he grew poorly, it becomes increasingly difficult to block you at every step, at every level of growth you went away, the harder it will make you go back, because the insane and destructive growth becomes a rigid model. The healthy growth and creative is a totally different thing. From the beginning you should be aware, therefore you need a teacher as otherwise you may be aware from the first step? You will become aware at the end of the path, as you may be aware at the beginning? At the beginning you can only grope in the dark. So, if you start your own spiritual journey, you will have one hundred ninety-nine chance to grow in poorly compared to a real evolutionary process … for who can tell you what for you is not the right way to grow? It looks good all growth at the beginning, because you expand, you enlarge your inner being! All growth you can look good even unhealthy growth, inadequate growth does not require much effort: like the weeds that invade the garden, do not require much care, a bit ‘of water every so often just to grow them. But if you try to grow roses, you understand that they need care, they need a garden of weeds and do not need it.
In the West, the Movement for the growth of human potential is moving in many directions, but remains completely oblivious to the fact that you can also help people to grow in improperly. In this case difficulties arise, because it creates in people, then something will be increasingly difficult to eradicate, as time passes.
It must be able to see a master beginning the seed “dark”, and able to help eradicate it, so you can find in you the seed “bright” as in you, you also bring the good seed. You are all confused as to what is most appropriate and suitable for you … Take the confusion between grass and roses: This must be someone who can make the distinction, because in the current state of your awareness you are unable to do so, your whole being is full of confusion.
When a student goes by the Master, the first question that arises in the Master, is this: “Why you come to me?”. It starts to scan the being of the disciple: “Why? Why? What brought it to me? “. I must have seen many people come to me rarely happens that someone is right for a reason. It ‘very rare. Humanity seems to be in bad shape: it is rare that someone will come up with an adequate justification. Perhaps you could think of coming for the right reason, this is irrelevant: what he thinks has a great value, because motivation is hidden deeper, unconscious, is never visible on the surface. Nobody can perceive it with the thought. The first question that arises in the Master is, “Why? Why this man is come to me? “. And the Master can not hear, can not believe in you. Whatever you say is not worth much to him, because the next moment say anything else. Tomorrow you will change your motivation: you are a stream, your inner being has no center crystallized in a position to respond. The Master must go deeper in your unconscious state, touching the roots of your being, why did you come to see him: you can hear and can not believe in you because you are not yet credible. You are so deceptive and misleading not to know that you are able to deceive even yourself. Once you found your motivation, you can do something, then it must be
bring the light of your awareness. Your future growth can be founded and built only on the right motivation.
The Master’s best for you is what best fits your temperament. The Master is the one that sends you an experience, not just talk. If he talks too much is a teacher and not a master. Your spiritual evolution is much slower taking initiation from a teacher and not spiritually evolved from a Master. The Master is able to breathe through your breath, to give you an awareness of his soul, to make you touch the heart by calming your mind, you can fly to one of the highest vibration of Light.
“The feather flies high, but the pearl lying down”
Do not let yourself be charmed by … down the road of evolution implies a large energy investment, an active search, a descend into the depths of the abyss of transformative practice … Relying on a Master of reality is a real dive into the mystery: it is through self- in full presence.
Truth is certainly one, but it has a multidimensional reality, and every teacher has to choose a specific size. He can not mention all the dimensions simultaneously. Every teacher has their own style, their way of speaking, his way of speaking. The higher the awareness and become more unique, more becomes an individual. Let me explain: it does not mean individual personality. The personality is given to you by the company. Individuality is your intrinsic nature. The personality is fictitious, false. Individuality is your Buddha within, your inner light, inner threshold that leads to the divine. But it is inevitable that every teacher has a unique mode of expression. Everyone says the same thing, all indicate the same moon, but the fingers are different. They must be so. The finger of Jesus, the Buddha’s finger, the finger of Lao Tzu are necessarily different. If you pay too much attention to the finger, it is inevitable to forget the object. The object was not the finger, was the moon. Only the fingers, the expressions are different. The experience of truth is one, but to put it into words, each teacher must find his own instrument. That’s why even the enlightened seem to say different things, even contradictory, because there is not one-dimensional sources, is multidimensional. Welcomes all the contradictions. Cosmos in all its contradictions dissolve.
Well, it is impossible to reduce a claim to the entire cosmos, whatever that is. All philosophies fail, all languages ​​seem inadequate. The theologies fail to express a very partial truth. And remember: a partial truth is not truth. The truth can not be divided into parts. And ‘one, organically, not mechanically. A car can be disassembled and reassembled again, but the same can not be done with a living organism. A man can not be torn to pieces and then reassembled. You can do this, but the man there will be no more. You will have only a corpse in his hands. This is one of the most difficult problems that have illuminated faced: how to convey the truth? And they have devised tricks, methods, meditations. They have created openings through which you can see the truth for yourself. Of course, every teacher will have her. The existence can be approached in a million ways, and when a teacher realizes the truth, it comes from a particular street. Of course, talk about the path that led him to the truth. The truth is one, but the paths are many. And until we understand it, in the minds of researchers there will always be conflicts and misunderstandings.
Every teacher is unique, like an Everest which rises majestically, until you touch the stars, completely alone. Do not ever compare the two masters. The comparison is not the proper attitude of the teachers in the world. The comparison is mental, intellectual, and is the realization of the master is beyond the mind is spiritual. In the spirit world, the world of the sublime, the comparison does not exist. Everyone is unique, but gave up, devoted to the same truth from different perspectives. It should be an extraordinary ability to understand, and that realization should not be born from the mind, must come from meditation. The mind is able to understand everything that is other than itself. The objective world is accessible to the mind: science, technology, philosophy, theology, are all mentally.
But your inner life is behind the mind, beyond it. It is revealed in meditation, when thoughts begin to drop and relax more deeply. When only the witness remains. The body is remote, you are no longer the body, the mind is only an echo in the valleys, you are no longer the mind. In the innermost center of your being there is not a single thought, a single cloud, all is silence. In that silence, there is a genuine understanding. In that silence, you are in touch with the divine. That silence is a way, a bridge, a path, a link with the supreme reality.
When you are faced with a Master, you have to decide soon what to do … whether to stay or go … because you are not in an ordinary situation: run a huge risk, your life is at risk. Risk of losing your ego, you risk losing your masks, you risk losing your sense of self-deception; risk a real and profound inner transformation; risk of becoming happy and free from any kind of prison; risk of becoming yourself, authentic , simple, smooth, light, relaxed, bright …
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
“Just remember one thing: every time you call into question the mind, introduce the madness, Every time you put your mind into play, introduce a factor that distorts, a factor frustrating”

http://www.guarigionezen.it/Maestro% 20e% 20Discepolo.htm

La Via della Devozione Sri Aurobindo


La Via della Devozione Sri Aurobindo

Come quando un’anima si fonde in Dio
per vivere in Lui per sempre e conoscerne la gioia,
la sua coscienza non conobbe più che Lui solo,
e tutto il suo sé separato si perse nel Suo.
Come un cielo stellato circonda la terra felice,
Lui la chiuse in sé in un cerchio di beatitudine
ed in Sé stesso e in lei chiuse il mondo.
Un isolamento senza limiti li unì in un solo essere.

(Savitri, V, III, 372-378, 410)

Se solo gli uomini potessero intravedere le beatitudini infinite, le forze perfette, gli orizzonti luminosi di conoscenza spontanea, le calme vastità del nostro essere che ci aspettano sulle vie che la nostra evoluzione animale non ha ancora conquistato, abbandonerebbero tutto e finché non avessero raggiunto questi tesori non si darebbero pace! Ma il cammino è stretto, le porte sono difficili da forzare, e la paura, la diffidenza, lo scetticismo sono qui, sentinelle della Natura, per impedirci di distogliere i nostri passi dai suoi pascoli consueti.
(Pensieri e Aforismi, 5)

L’Amore divino, a differenza di quello umano, è profondo, vasto e silenzioso; chi vuole diventarne cosciente e rispondervi, deve farsi calmo e tranquillo. Deve avere per suo unico fine di compiere il dono di sé, così da poter diventare ricettacolo e strumento, lasciando alla Saggezza e all’Amore divini la cura di colmarlo di ogni cosa necessaria. Deve anche convincersi che non può pretendere di progredire, evolversi e ottenere la realizzazione entro un dato tempo; deve essere pronto ad aspettare il tempo necessario, perseverare e fare dell’intera sua vita un’aspirazione e un’apertura per un’unica cosa: il Divino. Il segreto della sadhana è darsi, non esigere e prendere. Più ci si darà, più crescerà il potere di ricevere. (Lettere, II, 198)

E’ vero che si vive e si fa tutto in funzione di se stessi, ma questa è la natura dell’uomo: egli è centrato nel proprio ego, e fa tutto per il proprio ego; anche il suo amore e la sua simpatia sono per lo più basate sull’ego. Tutto ciò va cambiato e va centrato nel Divino, fatto per la Madre divina. La sadhana mira proprio a questo. Il silenzio, la crescita dello psichico e tutto il resto intendono arrivare a questo, ma non si può fare tutto in una volta. Quando la coscienza è pronta, allora l’amore psichico, l’impulso al dono di sé, cominciano a rivelarsi nel cuore e avviene il cambiamento – progressivamente, finché il dono di sé diventa totale. (Lettere, V, 131)

Quando l’approccio avviene attraverso il cuore, attraverso l’Amore e la Bhakti, il culmine supremo è in un Ananda trascendente, un’indicibile Felicità o Beatitudine ineffabile di unione con il Divino attraverso l’Amore. (Lettere, I, 89)

Sottomettersi significa darsi al Divino, donare al Divino tutto quello che si è o si possiede e non considerare niente come proprio, obbedire solo alla Volontà divina e a nessun’altra, vivere per il Divino e non per l’ego. Sottomettersi significa essere interamente nelle mani della Madre e non opporsi in alcun modo, per egoismo o altro, alla sua Luce, alla sua Conoscenza, alla sua Volontà, all’azione della sua Forza. Il Divino si dà a coloro che si danno a Lui senza riserva e in ogni loro parte. Per essi è la calma, la luce, il potere, la beatitudine, la libertà, la vastità, le vette della conoscenza, gli oceani dell’Ananda. (Lettere, I, 223)

L’essenza della sottomissione è accettare senza riserve l’influenza e la guida quando la gioia e la pace discendono, accettarle senza porre quesiti o argomenti capziosi, e lasciarle crescere; quando si sente la Forza al lavoro, lasciarla agire senza opporsi; quando viene data la Conoscenza, riceverla e seguirla; quando la Volontà viene rivelata, farsi suo strumento. Il Divino può guidare, ma non costringe. C’è una libertà interiore, concessa a ogni essere mentale detto ‘uomo’, di acconsentire o no alla guida del Divino: come potrebbe altrimenti realizzarsi un’autentica evoluzione spirituale? Ogni persona – a meno che non faccia una sottomissione totale – ha fino a un certo punto la libertà di scelta e, quando la usa, deve accettarne le conseguenze, spirituali o di altro genere. L’aiuto può essere solo offerto, non imposto. L’offerta al Divino serve a liberarsi dall’illusione della separazione: l’atto stesso dell’offrire implica che tutto appartiene al Divino. (Lettere, I, 235-6)

Si può sentire la coscienza divina come uno stato spirituale impersonale: uno stato di pace, luce, gioia, vastità. La Presenza divina può anche essere sentita sotto forma di Qualcuno che è la fonte viva e l’essenza di quella luce, un Essere dunque, non semplicemente uno stato spirituale. La Presenza della Madre è ancora più concreta, distinta, personale: è la presenza non di uno sconosciuto, di un Potere o un Essere, ma di Qualcuno che ci è noto, intimo, che si ama e a cui si può offrire tutto l’essere in un modo concreto e vivente. (Lettere, II, 214)

L’obiettivo stesso dello yoga è un cambiamento di coscienza; acquisendo una nuova coscienza, o portando alla luce la coscienza nascosta del vero essere interiore, manifestandola a poco a poco e perfezionandola sempre più, si ottiene prima il contatto e quindi l’unione con il Divino. L’Ananda e la bhakti fanno parte di questa coscienza più profonda, e solo quando si vive e si cresce in essa possono divenire permanenti. Fino ad allora, si possono solo avere esperienze dell’Ananda e della Bhakti, ma non lo stato costante e permanente. Ma lo stato di bhakti e di sottomissione crescente non arriva a tutti sin dai primi stadi della sadhana; molti sadhaka, in realtà la maggioranza, hanno da percorrere un lungo cammino di purificazione e di tapasya (disciplina) prima che arrivi questo stato. (Lettere, II, 220-1)

Quando l’essere psichico si risveglia, divenite cosciente della vostra anima: conoscete il vostro vero Sé. E non commettete più l’errore di identificarvi con l’essere mentale e vitale, non li scambiate per l’anima. In secondo luogo, una volta risvegliato, l’essere psichico dà la vera bhakti per il Divino. Quella bhakti è completamente diversa dalla bhakti mentale e vitale. Proprio perché lo psichico è in diretto contatto con la Divinità che sta dietro, è capace di vera bhakti: non fa richieste, non ha riserve; sa come obbedire alla Verità nel modo giusto; si abbandona veramente a Dio e poiché è capace di abbandonarsi veramente, di conseguenza sa anche ricevere veramente. (Lettere, IV, 166-7)

La natura dell’Ineffabile è una Beatitudine trascendente, inimmaginabile e inesprimibile con la mente e la parola. Immanente e segreta, impregna tutto l’universo ed ogni cosa nell’universo. La sua presenza viene descritta come un etere segreto della beatitudine dell’essere, di cui la Scrittura dice che se non esistesse, nulla potrebbe vivere né respirare neanche per un istante. Questa beatitudine spirituale è anche qui, nei nostri cuori, celata in profondità, lontana dal lavorìo superficiale della mente che ne afferra solo qualche riflesso debole e imperfetto nelle diverse forme mentali, vitali e fisiche della gioia d’esistenza.
(Sintesi, II, p. 568)

L’amore viene a noi in modi diversi: può venire attraverso il risvegliarsi alla bellezza dell’Amante, alla vista del suo volto e della sua immagine ideale, attraverso i suoi misteriosi segni dietro le migliaia di aspetti delle cose di questo mondo, attraverso un lento o improvviso bisogno del cuore, una vaga sete dell’anima, mediante la sensazione di ‘qualcuno’ vicino a noi che ci attira o ci persegue con amore, o che è beatifico e bello, e che dobbiamo scoprire. Possiamo ricercarlo appassionatamente e inseguire l’invisibile Amato; ma può anche darsi che sia Lui a cercarci senza che noi ci pensiamo; può apparirci in mezzo alla folla e impadronirsi di noi di sua iniziativa, che lo vogliamo o meno. Può persino giungere come un nemico con la collera dell’amore e i nostri primi rapporti possono essere teatro di battaglie e conflitti. Ma Amore e Ananda sono l’ultima parola dell’Essere, il segreto dei segreti, il mistero dei misteri”.
(Ivi, p. 578-9)

Il loto della conoscenza e della perfezione eterna è una gemma chiusa e ravvolta in noi. Si apre in modo rapido o gradatamente, un petalo dopo l’altro, mediante realizzazioni successive, appena l’intelligenza dell’uomo incomincia a volgersi verso l’Eterno, e il suo cuore, non più oppresso dall’attaccamento e confinato alle apparenze finite, si accende d’amore per l’Infinito. Ogni pensiero, tutta la vita e tutta l’energia che si sprigionano dalle nostre facoltà, ogni esperienza, passiva o attiva, divengono da questo momento altrettanti impulsi che lacerano i rivestimenti dell’anima e rimuovono gli ostacoli che impediscono il suo inevitabile schiudersi. Colui che sceglie l’Infinito è stato scelto dall’Infinto. Ha ricevuto l’impulso divino senza il quale non esiste possibilità di risveglio né di apertura spirituale; ma una volta ricevuta la divina chiamata, l’adempimento è sicuro, sia che avvenga per virtù di una rapida conquista in una sola vita umana, o con una paziente ricerca attraverso i numerosi stadi del ciclo delle esistenze nell’universo manifesto.
(Sintesi, I, 53-54)

The Way of Devotion Sri Aurobindo

As when a soul merges in God
to live in Him forever, and know the joy,
his conscience no longer knew that he alone,
and all of his separate self is lost in His.
As a starry sky surrounds the earth happy,
He closed himself in a circle of bliss
and in Himself, and she closed the world.
An isolation unlimited united them into one being.

(Savitri, V, III, 372-378, 410)

If only men could see the endless bliss, perfect strength, the bright horizons of knowledge spontaneously, the calm vastness of our being that await us in the ways that our animal evolution has not yet earned, would drop everything and until they had achieved these treasures would not be alone! But the road is narrow, the doors are hard to break in, and fear, distrust, skepticism here, sentinels of nature, to keep us from our feet away from his usual pasture.
(Thoughts and Aphorisms, 5)

Divine love, unlike the human one, is deep, vast and silent, and whoever wants to become conscious and responding to them, must be calm and quiet. Must have for its sole end of making the gift of himself, so he can become a receptacle and instrument, leaving the divine Wisdom and Love the care of every thing necessary to fill it. It must also be convinced that no one can pretend to forward, evolve and get to be realized within a given time, must be prepared to wait as long as necessary, endure and make the whole of his life an aspiration and an opening for one thing: the Divine. The secret of sadhana is to give oneself, not to demand and take. The more you give, the greater will power to receive. (Letters, II, 198)

It ‘true that we live and do everything according to themselves, but this is the nature of man: he is centered in the ego, and does it all for his ego, even his love and sympathy are mostly based on ego. All this must be changed and should be centered in the Divine, done for the Divine Mother. Sadhana aims at this. The silence, the growth of the psychic and the rest intend to achieve this, but you can not do everything at once. When the consciousness is ready, then the psychic love, the impulse to self-giving, they begin to reveal themselves in the heart and is changing – gradually, until the total gift of self becomes. (Letters, V, 131)

When the approach is through the heart, through love and Bhakti, the climax is a supreme Ananda transcendent, unspeakable happiness or bliss ineffable union with the Divine through love. (Letters, I, 89)

To submit himself to the Divine means, donate to the Divine, or whatever you have and you do not look nothing like their own, only to obey the Will of God and none else, to live for the Divine and not for the ego. To submit means to be entirely in the hands of the Mother and not oppose in any way, for selfish or anything, its light, to his knowledge, his Will, the action of his force. The Divine is given to those who give themselves to Him without reservation and in every part. For them it is the calm, light, power, bliss, freedom, the vastness, the heights of knowledge, Ananda oceans. (Letters, I, 223)

The essence of submission is to accept without reservation the influence and driving when the joy and peace descended, accept them without asking questions or specious arguments, and let them grow, and when you feel the force at work, leave it to act without opposition, when given the knowledge, receive it and follow it, and when the Will is proved, be his instrument. The Divine can guide, but not forced. There is an inner freedom, granted to every mind that ‘man’, or not to consent to the guidance of the Divine: How else could realize genuine spiritual evolution? Every person – unless it makes a total submission – has to some extent the freedom of choice and, when used, must accept the consequences, spiritual or otherwise. The aid may only be offered, not imposed. The offering to the Divine for getting rid of the illusion of separation: the very act of offering implies that everything belongs to the Divine. (Letters, I, 235-6)

You can feel the divine consciousness as an impersonal spiritual state: a state of peace, light, joy, vastness. The Divine Presence can also be heard as someone who is the living source and essence of that light, therefore, a Being, not merely a spiritual state. The Presence of the Mother is even more concrete, distinct, personal: it is not the presence of a stranger, or a Power of Being, but to anyone who we know, underwear, we love you and can offer the whole being and living in a concrete way. (Letters, II, 214)

The very purpose of yoga is a change of consciousness, gaining a new awareness, or bringing to light the hidden consciousness of the true inner being, manifesting gradually increasing and perfecting it, you get the first contact and union with the Divine. The Ananda and bhakti are part of this consciousness more profound, and only when you can live and grow in it may become permanent. Until then, you can only have experience and Bhakti Ananda, but it was constant and permanent. But the state of bhakti and increasing subjugation does not arrive at all since the early stages of sadhana; many sadhaka, in fact the majority, have to go a long way of purification and tapasya (discipline) before it reaches this state. (Letters, II, 220-1)

When the psychic being awakens, you become conscious of your soul: you know your true self. And do not make the mistake of identifying with the mental and vital, they are not mistaken for the soul. Secondly, once awakened, the psychic gives true bhakti for the Divine. That is completely different from bhakti bhakti mind and life. Just because the psychic is in direct contact with the Divinity behind, is capable of true bhakti: no demands, has no reservations; knows how to obey the Truth in the right way, you really leave it to God and is able to truly indulge therefore know very well received. (Letters, IV, 166-7)

The nature of the Ineffable Bliss is a transcendent, inexpressible and unthinkable with the mind and speech. Immanent and secret, permeates the entire universe and everything in the universe. Its presence is described as being an ether secret of happiness, of which Scripture says that if there were, nothing could live or breathe even for a moment. This spiritual bliss is also here, in our hearts, hidden in the depths, far from the surface workings of the mind that only grabs some reflection of weak and imperfect in various forms mental, vital and physical properties of the joy of existence.
(Summary, II, p. 568)

Love comes to us in several ways: it can come through the awakening to the beauty of the lover, the sight of his face and his ideal image, through his mysterious signs behind the thousands of aspects of the things of this world, through a slow or sudden need of the heart, a vague thirst of the soul by the feeling that ‘someone’ close to us that draws us and pursues us with love, or that is blissful and beautiful, and that we must discover. We can search for it passionately and pursue the invisible Amato, but it may be that he is looking for us without us think, can appear in the crowd and get hold of us on his own initiative, whether we like it or not. It may even come as an enemy with the rage of love and our initial reports may be the scene of battles and conflicts. But Love and Ananda are the last word of Being, the secret of secrets, the mystery of mysteries “.
(Ibid, p. 578-9)

The lotus of knowledge and eternal perfection is a bud closed and folded within us. It opens quickly or gradually, one petal after another, by setting an after, as soon as the intelligence of man begins to turn to the LORD, and his heart, no longer burdened by attachment and confined to appearances ended , lights up with love for the Infinite. Every thought, all life and all the energy that emanates from our faculties, every experience, passive or active, by this time become so many impulses that tear the coverings of the soul and removes obstacles that prevent its inevitable unfolding. He who chooses the Infinite was chosen dall’Infinto. He received the divine impulse, without which there is no possibility of revival of spiritual opening, but once received the divine call, the performance is safe, whether it happens by virtue of rapid wins in a single human life, or a patient search through the many stages of the cycle of existence manifested universe.
(Summary, I, 53-54)

Ali di Primavera – Springs wings


🌸Ali di Primavera🌸

Sono aliti
piccoli palpiti
a colorare
il tempo
Attesa
oltre
le cortine
di questo timore
Ali di Primavera
condurranno
in alto
le nostre speranze
Cambierà
tutto cambierà
si strapperà il velo
e si asciugherà il pianto

22.03.2020 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
Spring wings

They are breaths
small heartbeats
to color
the time
waiting
over
the curtains
of this fear
Spring wings
lead
up
our hopes
Will change
everything will change
the veil will be torn
and the tears will dry

22.03.2020 Poetyca

Sofferenza


image

Milioni di persone soffrono: vogliono essere amate
ma non sanno come amare. E l’amore non può
esistere come monologo; è un dialogo, un dialogo
pieno di armonia.

Osho

Millions of people suffer: they want to be loved
but they do not know how to love. And love can not
exist as a monologue; It is a dialogue, a dialogue
full of harmony.

Osho

Verità – Truth – Isaac Newton


🌸Verità🌸

“La verità si ritrova
sempre nella semplicità,
e non nella complessità
e confusione delle cose.”

Isaac Newton
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Truth

“The truth is found
always in simplicity,
and not in complexity
and confusion of things. ”

Isaac Newton

Parole sospese – Suspended words


🌸Parole sospese🌸

Respiro
di vita
in parole
sospese
In attesa
di un raggio
di sole
tra nuvole dense
Non temere
questo silenzio
o il vuoto
intorno
Passerà
per fare spazio
alla forza
di nuove parole

22.03.2020 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Suspended words

Breath
of life
in words
suspended
Waiting
of a ray
of Sun
in dense clouds
Do not fear
this silence
or the void
around
It will pass
to make room
to force
of new words

22.03.2020 Poetyca

Una perla al giorno – Sri Ramana


mandala7

Nel centro della grotta del cuore
l puro Brahman solo risplende
direttamente nella forma dell’Io come ” io-io”.
Entra nel cuore con mente ricercante,
e dissolvendo (l’ego) mediante il controllo del respiro,
dimora nell’Io.

Sri Ramana

In the center of the cave of the heart
the pure Brahman alone shines
directly in the form of the ego as “I-I”.
Enters the heart with mind researching,
and dissolving (the ego) through breath control,
dwelling in the ego.

                               Sri Ramana

La sofferenza – The suffering



La sofferenza

La sofferenza, la nostra personale reazione agli eventi che non accettiamo è la scintilla che come prima reazione fa scaturire la rabbia, è vero che essa è distruttiva, sopratutto lesiva verso noi stessi, malgrado questo si tratta di un atteggiamento comune e pertanto da comprendere in noi e negli altri. Spesso il dolore, l’evento tragico è una porta che ci possa condurre su un cammino di consapevolezza e successivamente
di trasformazione. Per quanto possa apparire assurdo è meglio osservare un moto di rabbia ( purchè non diventi una coazione a ripetere) come reazione che un totale distacco in cui la rabbia non sia riconosciuta e dunque repressa. Sulla rabbia si può lavorare, ci si può rendere conto della sua sorgente e come sia la causa di molti nostri atteggiamenti, se essa non si sapesse esprimere e restasse sepolta, al punto da ingenerare degli scompensi e delle malattie psicosomatiche allora sarebbe più problematico. E’ importante non nasconderla per non cadere nell’illusione di essere perfetti e capaci di avere raggiunto alte vette spirituali, credere questo è devianza se non guardassimo in faccia la realtà, meglio un vecchio arrabbiato consapevole e che ha lavorato e sempre lavora per l’equilibrio che un portatore di rabbia che sotterra quest’energia ingannando se stesso e gli altri e al posto della limpidezza intorbida il suo retto agire e il retto pensiero, poichè non ha saputo capire in fondo le proprie motivazioni.
Il senso di perdita, di sconfitta, di isolamento sono spesso quella traccia che ci possa condurre al riconoscimento della nostra particolare sensibilità che mal si adatta all’ambiente circostante, sono a volte la spinta verso i primi passi che ci conducano ad un ascolto profondo e a senso del nostro esistere, un via verso la spiritualità. In un certo senso chi non soffre non ama, ma è poi necessario dare un connotato profondo alla sofferenza e all’amore per arrivare dall’attaccamento all’amore incondizionato.

27.08.2007 PoetycaThe sufferingSuffering, our personal reaction to events that we do not accept, is the spark that causes anger as the first reaction, it is true that it is destructive, especially harmful to ourselves, despite this it is a common attitude and therefore to be understood in us and others. Often the pain, the tragic event is a door that can lead us on a path of awareness and subsequently
of transformation. As absurd as it may seem, it is better to observe a movement of anger (provided it does not become a compulsion to repeat) as a reaction than a total detachment in which anger is not recognized and therefore repressed. You can work on anger, you can realize its source and how it is the cause of many of our attitudes, if it did not know how to express itself and remained buried, to the point of generating decompensations and psychosomatic diseases then it would be more problematic. It is important not to hide it in order not to fall into the illusion of being perfect and capable of having reached high spiritual peaks, believe this is deviance if we did not look reality in the face, better an angry old man aware and who has worked and always works for the equilibrium that a carrier of anger who buries this energy by deceiving himself and others and instead of limpidity, his righteous act and righteous thought become cloudy, since he has not been able to understand his motivations.
The sense of loss, of defeat, of isolation are often the trace that can lead us to the recognition of our particular sensitivity that does not adapt well to the surrounding environment, they are sometimes the push towards the first steps that lead us to a deep listening and to sense of our existence, a way to spirituality. In a sense, those who do not suffer do not love, but it is then necessary to give a deep connotation to suffering and love to get from attachment to unconditional love.27.08.2007 Poetyca

Il sorriso del buddha – The smile of the Buddha


Il sorriso del buddha
Ai piedi dell’albero di pippala l’eremita Gautama raccolse il suo formidabile potere di concentrazione nell’esame del corpo. Vide che ogni cellula è come una goccia d’acqua immersa nel fiume infinito di nascita esistenza e morte, senza riuscire a trovare nel corpo una sola cosa che rimanga immutata o di cui sia lecito dire che costituisca un sé separato. Mescolato con il fiume del corpo scorre il fiume delle sensazioni, in cui ogni goccia d’acqua è una sensazione. E anche queste gocce si accavallano in un processo di nascita esistenza e morte. Alcune sensazioni sono piacevoli, altre spiacevoli e altre ancora neutre, ma tutte sono impermanenti. Appaiono e scompaiono, precisamente come le cellule del corpo.
Con potente concentrazione Gautama investigò il fiume delle percezioni, che scorre intrecciato al fiume del corpo e delle sensazioni. Le gocce del fiume delle percezioni si frammischiano influenzandosi l’un l’altra, in un identico processo di nascita esistenza e morte. Se le percezioni sono accurate, la realtà si rivela; se sono distorte, si svela. Gli uomini sono eternamente preda della sofferenza a causa delle percezioni distorte: credono permanente ciò che è impermanente, dotato di un sé ciò che è privo di un sé, soggetto a nascita e morte ciò che non soffre né nascita né morte, e dividono ciò che non si può dividere.
Quindi illuminò di consapevolezza gli stati mentali che causano la sofferenza: paura, ira, odio, arroganza, gelosia, avidità, ignoranza. La consapevolezza divampò in lui come un solo radiante, e Gautama usò il sole della consapevolezza per illuminare la natura di questi stati mentali negativi. Vide come tutti nascono a causa dell’ignoranza. Sono l’esatto contrario della consapevolezza. Sono tenebra, assenza di luce. Vide che la chiave per giungere alla liberazione è perforare l’ignoranza e penetrare nel cuore della realtà per farne esperienza diretta. Tale conoscenza non è più conoscenza intellettuale, ma esperienza diretta.
In passato, Siddhartha aveva esplorato molti modi per vincere la paura, l’ira e l’avidità, ma i metodi usati non avevano dato frutto perché non erano che tentativi di sopprimere sensazioni ed emozioni. Ora capiva che anch’essi erano causati dall’ignoranza e che, liberandosi dall’ignoranza, le ostruzioni mentali svaniscono da sé, come le ombre al sorgere del sole. La visione profonda di Siddhartha era il frutto della sua grande concentrazione.
Sorrise e levò lo sguardo a una foglia di pippala stagliata contro il cielo azzurro, la cui punta ondeggiava verso di lui come se lo chiamasse. Osservandola in profondità, Gautama vi distinse chiaramente la presenza del sole e delle stelle; perché senza sole, senza luce e calore, quella foglia non sarebbe esistita. Questo è in questo modo, perché quello è in quel modo. Anche le nuvole vide nella foglia, perché senza nuvole non c’è la pioggia e, senza pioggia, quella foglia non poteva esistere. E vide la terra, il tempo, lo spazio, la mente: tutti presenti nella foglia. In verità, in quel momento preciso, l’universo intero si manifestava nella foglia. La realtà della foglia era un miracolo stupefacente.
Generalmente si pensa che una foglia sia nata a primavera, ma Gautama vide che esisteva già da tanto, tanto tempo nella luce del sole, nelle nuvole, nell’albero e in se stesso. Comprendendo che quella foglia non era mai nata, comprese che anche lui non era mai nato. Entrambi, la foglia e lui stesso, si erano semplicemente manifestati. Poiché non erano mai nati, non potevano morire. Questa visione profonda dissolse le idee di nascita e morte, di comparsa e scomparsa; e il vero volto della foglia, assieme al suo stesso volto, divennero manifesti. Vide che è l’esistenza di ciascun fenomeno a rendere possibile l’esistenza di tutti gli altri fenomeni. L’uno contiene il tutto, e il tutto è contenuto nell’uno.
La foglia e il suo corpo erano una cosa sola. Nessuno dei due possedeva un sé permanente e separato, nessuno dei due poteva essere indipendente dal resto dell’universo. Vedendo la natura interdipendente di tutti i fenomeni, Siddhartha ne vide perciò la natura vuota: tutte le cose sono vuote di un sé separato e isolato. Comprese che la chiave della liberazione sta nei due principi dell’interdipendenza e del non sé. Le nuvole correvano nel cielo, come uno sfondo bianco dietro la foglia traslucida di pippala. Forse quella sera stessa, incontrando una corrente fredda, le nuvole si sarebbero trasformate in pioggia. Le nuvole erano una manifestazione, e la pioggia un’altra manifestazione. Le nuvole, che non erano mai nate, non sarebbero mai morte. Se le nuvole potessero capirlo, pensò Gautama, avrebbero certo cantato di gioia cadendo sotto forma di pioggia sulle montagne, le foreste e le risaie.
Illuminando i fiumi del corpo, delle sensazioni, delle percezioni, delle formazioni mentali e delle coscienza, Siddhartha comprese che l’impermanenza e l’assenza di un sé sono le condizioni indispensabili alla vita. Senza impermanenza, senza mancanza di un sé, nulla potrebbe crescere ed evolversi. Se un chicco di riso non avesse la natura dell’impermanenza e del non sé, non potrebbe trasformarsi una piantina. Se le nuvole non fossero prive di un sé e impermalenti, non potrebbero trasformarsi in pioggia. Senza natura impermanente e priva di un sé, un bambino non potrebbe diventare adulto. “Quindi” pensò, “accettare la vita significa accettare l’impermanenza e l’assenza di un sé. La causa della sofferenza è la falsa nozione della permanenza e di un sé separato. Vedendo ciò, si giunge alla comprensione che non c’è né nascita né morte, né creazione né distruzione, né uno né molti, né dentro né fuori, né grande né piccolo, né puro né impuro. Sono tutte false distinzioni create dall’intelletto. Penetrando nella natura vuota delle cose, le barriere mentali vengono scavalcate e ci si libera dal ciclo della sofferenza”.
Una notte dopo l’altra Gautama meditò ai piedi dell’albero di pippala, facendo splendere la luce della consapevolezza sul suo corpo, la sua mente e tutto l’universo. Da tempo i cinque amici l’avevano abbandonato, ed erano rimasti a praticare con lui la foresta, il fiume, gli uccelli e le miriadi di insetti che abitano la terra e gli alberi. Suo fratello nella pratica era il grande albero di pippala. Anche la stella della sera che appariva ogni notte mentre sedeva in meditazione era suo fratello nella pratica. Fino a notte fonda meditava Gautama.
I bambini del villaggio andavano a trovarlo solo nelle prime ore del pomeriggio. Un giorno Sujata gli portò riso cotto nel latte e nel miele, e Svasti una bracciata di erba kusa. Dopo che Svasti l’ebbe lasciato per ricondurre i bufali a casa, Gautama fu invaso dalla sensazione che quella notte stessa avrebbe ottenuto il Grande Risveglio. La notte precedente aveva fatto molti sogni strani. Nel primo, vide se stesso disteso su un fianco, che con le ginocchia sfiorava l’Himalaya, con la mano sinistra toccava la riva del Mare Orientale, con la destra la riva del Mare Occidentale, e con i piedi poggiava sulla riva del Mare Meridionale. Nel secondo sogno, un fiore di loto grande come la ruota di un carro sbocciava dal suo ombelico e cresceva fino alle nuvole più alte. Nel terzo, uccelli di ogni colore, in numero incalcolabile, volavano verso di lui da tutte le direzioni. Quei sogni gli sembravano il presagio che il Grande Risveglio fosse vicino.
Nelle prime ore della sera praticò la meditazione camminata lungo la riva del fiume. Entrò nell’acqua e si bagnò. Al crepuscolo ritornò a sedere sotto il familiare albero di pippala. Sorrise guardando l’erba kusa sistemata di fresco ai piedi dell’albero. Proprio meditando sotto quell’albero aveva fatto tante importanti scoperte. Ora, il momento che aveva tanto atteso si avvicinava. La porta dell’Illuminazione stava per spalancarsi.
Lentamente Siddhartha si sedette nella posizione del loto. Guardò il fiume che scorreva placido in lontananza, mentre la brezza accarezzava l’erba della riva. La foresta era in pace, anche se piena di vita. Miriadi di insetti gli ronzavano intorno. Rivolse la consapevolezza al respiro e socchiuse gli occhi. Nel cielo comparve la stella della sera.
Grazie alla presenza mentale, la mente, il corpo e il respiro di Siddhartha erano perfettamente unificati. La pratica della presenza mentale l’aveva reso capace di sviluppare grandi poteri di concentrazione che ora poteva usare per illuminare di consapevolezza corpo e mente. Entrato in meditazione profonda iniziò a percepire la presenza di infiniti altri esseri, nel momento presente, entro il suo stesso corpo. Esseri organici e inorganici, minerali, muschi ed erbe, insetti, animali e persone… tutti erano dentro di lui. Vide che gli altri, in quel preciso momento, erano lui stesso. Vide le proprie vite passate, con tutte le nascite e le morti. Assistette alla creazione e alla distruzione di migliaia di mondi e di migliaia di stelle. Provò le gioie e le pene di tutti gli esseri viventi, di quelli nati da un grembo, nati da un uovo e nati dalla scissione, dividendosi in due creature nuove. Vide che ogni cellula del proprio corpo conteneva tutto ciò che è nel cielo e sulla terra, abbracciando insieme il passato, il presente e il futuro. Era la prima veglia della notte.
Gautama si calò ancora più profondamente nella meditazione. Vide come innumerevoli mondi nascono e muoiono, come vengono creati e distrutti. Vide gli esseri innumerevoli passare attraverso nascite e morti incalcolabili. Vide che le nascite e le morti non sono che apparenze, e non la realtà, così come milioni di onde si alzano senza posa dalla superficie dell’oceano e vi sprofondano, mentre l’oceano è al di là di nascita e morte. Se le onde potessero comprendere di essere anch’esse acqua, trascenderebbero la vita e la morte e raggiungerebbero la pace interiore, superando tutte le paure. Tale comprensione gli consentì di trascendere la rete della nascita e della morte, e Gautama sorrise. Il suo sorriso era simile a un fiore schiusosi nell’oscurità della notte irradiando un alone di luce. Era il sorriso di una comprensione meravigliosa, la visione della distruzione di ogni contaminazione. Era la seconda veglia.
In quel preciso momento si udì un tuono, mentre lampi di luce guizzavano come per squarciare il cielo. Nuvole nere nascosero la luna e le stelle. Cadde la pioggia. L’acqua inzuppava Gautama che non si mosse, perseverando nella meditazione.
Senza vacillare, illuminò di consapevolezza la propria mente. Vide che gli essere soffrono perché non comprendono che partecipano della stessa natura di tutti gli esseri. L’ignoranza dà nascita a un’infinità di pene, di confusione e difficoltà. Avidità, ira, arroganza, dubbio, gelosia e paura, affondano tutti le radici nell’ignoranza. Imparando a calmare la mente per vedere più a fondo nella vera natura delle cose, possiamo giungere alla comprensione globale che dissolve ogni ansia e ogni dolore, sostituendoli con l’accettazione e l’amore.
Gautama vide che comprensione e amore sono un’unica cosa. Senza comprensione non vi può essere amore. Il carattere degli uomini è il prodotto di condizioni fisiche, emotive e sociali. Questa comprensione ci impedisce di odiare anche chi agisce crudelmente e ci spinge a fare qualcosa per cambiare quelle condizioni. La comprensione origina compassione e amore, i quali a loro volta determinano la giusta azione. Per poter amare, bisogna prima comprendere; ed ecco che la comprensione si rivela la chiave della liberazione. Per sviluppare la chiara comprensione è necessario vivere in presenza mentale, in diretto contatto con la vita nel momento presente, vedendo la realtà di quanto avviene dentro e fuori noi stessi. La pratica della consapevolezza rafforza la capacità di guardare il profondità. Se sappiamo vedere dentro il cuore delle cose, le cose si riveleranno. Questo è il tesoro segreto della presenza mentale: essa conduce alla liberazione e all’illuminazione. La vita viene illuminata da retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Siddhartha la chiamò ariya-marga, il Nobile Sentiero.
Guardando in profondità nei cuori degli esseri, Siddhartha poté vedere con chiarezza ogni mente, a qualunque distanza, e udì tutte le grida di dolore e di gioia. Raggiunse lo stato della vista divina, dell’udito divino e la capacità di percorrere infinite distanza senza muoversi. Era la fine della terza veglia, e i tuoni erano cessati. Le nuvole si dileguarono, rivelando lo splendore della luna e delle stelle.
Per Gautama fu come se la prigione che lo racchiudeva da migliaia di esistenze fosse crollata. Il carceriere era l’ignoranza. Solo l’ignoranza aveva oscurato la sua mente, così come le nuvole avevano nascosto la luna e le stelle. Velata da onde infinite di pensieri illusori, la mente aveva diviso in maniera fallace la realtà in soggetto e oggetto, io e gli altri, esistenza e non esistenza, nascita e morte, e da tali discriminazioni erano sorte le visioni errate, le prigioni della sensazione, del desiderio, dell’attaccamento e del divenire. La sofferenza della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte, non fa altro che rendere le mura più spesse. L’unica cosa da fare era acciuffare il carceriere e guardarlo in faccia. Ed ecco che il carceriere è l’ignoranza. L’ignoranza era stata vinta percorrendo il Nobile Ottuplice Sentiero. Una volta scomparso il carceriere, anche la prigione svanisce per non venire ricostruita mai più.
Sorridendo, l’eremita Gautama sussurrò tra sé: “Carceriere, ora ti conosco. Per quante esistenze mi hai tenuto prigioniero di nascita e morte? Ma ora vedo il tuo vero volto, e d’ora in avanti non potrai più costruire prigioni attorno a me”.
Siddhartha alzò gli occhi. La stella del mattino si levava all’orizzonte, vivida come un diamante. Quante volte l’aveva guardata sedendo sotto l’albero di pippala, ma ora era come se la vedesse per la prima volta. Aveva lo stesso bagliore, lo stesso sorriso trionfante dell’Illuminazione. Siddhartha guardò la stella del mattino e, colmo di compassione, esclamò: “Tutti gli esseri hanno in sé i semi dell’Illuminazione, eppure affoghiamo nell’oceano di nascita e morte per migliaia di esistenze!”.
Siddhartha capì di avere trovato la Grande Via. Aveva raggiunto lo scopo: il suo cuore era in pace e in perfetto benessere. Ripensò agli anni di ricerca, colmi di delusioni e fatiche. Ripensò al padre, alla madre, alla zia, a Yasodhara, a Rahula e agli amici. Rivide il palazzo, Kapilavatthu, il suo popolo, il suo paese e tutti coloro che vivevano tra gli stenti e la povertà, specialmente i bambini. Si ripromise di trovare il modo per comunicare quanto aveva appena scoperto e aiutare gli altri a liberarsi dalla sofferenza. Dalla sua profonda conoscenza era nato un immenso amore per tutti gli esseri.
Lungo il fiume, fiori dai vivaci colori si aprivano ai primi raggi del sole. Il sole danzava tra le foglie e scintillava sull’acqua. La sofferenza di Siddhartha era svanita e si rivelava la meraviglia della vita. Tutto assumeva un aspetto nuovo. Che meraviglia i cieli azzurri e le nuvole bianche! Gli parve che lui e l’intero universo fossero stati appena creati.
In quel momento giunse Svasti. Vedendo il giovane guardiano di bufali corrergli incontro, Siddhartha sorrise. Ma Svasti si fermò di colpo e lo fissò a bocca aperta.
“Svasti!”, lo chiamò Siddhartha.
“Maestro!”, rispose il ragazzo, riprendendosi.
Svasti giunse le mani e si inchinò. Fece alcuni passi avanti e si fermò di nuovo, guardandolo con soggezione. Confuso dal suo stesso comportamento, disse esitando: “Maestro, come sembri diverso oggi!”.
Siddhartha gli fece cenno di avvicinarsi. Lo prese tra le braccia e chiese: “Che differenza vedi?”.
“È difficile esprimerlo”, rispose il ragazzo guardandolo bene. “Sembri diverso. È come se tu, se tu fossi una stella”.
Siddhartha lo accarezzò sulla testa: “Davvero? Che cos’altro sembro?”.
“Sembri un fiore di loto che si è appena aperto. Sei come, come la luna sul picco Gayasisa”.
– da “Vita di Siddhartha il Buddha” di Thich Nhat Hanh –

The smile of the Buddha
At the foot of the tree of Gautama pippali the hermit picked up his formidable powers of concentration in the examination of the body. He saw that every cell is like a drop of water surrounded by the endless stream of birth and death there, but could not find a single thing in the body to be unchanged or where it is fair to say that it constitutes a separate self. Mixed with the river flows the river of the body of feeling, where every drop of water is a sensation. And these drops overlap exists in a process of birth and death. Some sensations are pleasant, others unpleasant and more neutral, but all are impermanent. They appear and disappear, just as the body’s cells.
With powerful concentration Gautama investigated perceptions of the river, which flows to the river twisted and sensations of the body. The drops are mixed perceptions of the river of influencing each other in an identical process of birth and death there. If the perceptions are accurate, the reality is revealed, if distorted, is revealed. Men are forever prey to suffering because of distorted perceptions: Permanent believe what is impermanent, with a self that is selfless, subject to birth and death that does not suffer neither birth nor death, and divide that can not be divided.
So enlightened awareness of mental states that cause suffering: fear, anger, hatred, arrogance, jealousy, greed, ignorance. The awareness was kindled in him only as a radiant and Gautama used the sunshine to illuminate the nature of awareness of these negative states of mind. He saw how everyone is born out of ignorance. They are the exact opposite of mindfulness. I am darkness, darkness. He saw that the key to the liberation ignorance is pierce and penetrate into the heart of reality to experience it directly. Such knowledge is not intellectual knowledge, but direct experience.
In the past, Siddhartha had explored many ways to overcome fear, anger and greed, but the methods used had not borne fruit because they were not attempts to suppress feelings and emotions. Now he understood that they too were caused by ignorance and that, freed from ignorance, mental obstructions vanish by itself, like the shadows at sunrise. Insight Siddhartha was the result of its high concentration.
He smiled and looked up to a leaf pippali silhouetted against the blue sky, the tip of which swayed toward him as if to call him. Observing it in depth, there Gautama clearly distinguished the presence of the sun and stars, because without sun, without light and heat, the leaf would not have existed. This is so, because that’s that. Even the clouds seen in the leaf, because there is no rain and clouds, no rain, the leaf could not exist. And saw the land, time, space, mind, all present in the leaf. Indeed, at that precise moment, the entire universe is manifested in the leaf. The reality of the leaf was an astounding miracle.
Generally thought to be born in a leaf spring, but Gautama saw that there was already a long, long time in the sun, the clouds, and the tree itself. Realizing that this leaf was never born, he realized that he had never been born. Both the leaf and himself, had just occurred. Because they were never born, they could die. This insight dissolved ideas of birth and death, of appearance and disappearance, and the true face of the leaf, along with his own face, was revealed. He saw that the existence of each phenomenon to make possible the existence of all other phenomena. The one contains the whole, and the whole is contained in one.
The leaf and her body were one. Neither of them had a separate, permanent self, neither could be independent from the rest of the universe. Seeing the interdependent nature of all phenomena, Siddhartha saw it so the empty nature: all things are empty of a self separate and isolated. He realized that the key to liberation lies in two principles of interdependence and non-self. The clouds raced across the sky like a white background behind the translucent leaf pippali. Maybe that same evening, meeting a cold, the clouds would be transformed into rain. The clouds were a manifestation, and another rain event. The clouds, which were never born, would not have died. If the clouds could understand it, Gautama thought, would certainly have sung with joy as rain falling on the mountains, forests and rice fields.
Lighting up the rivers of the body, feelings, perceptions, mental formations and consciousness, Siddhartha realized that impermanence and selflessness are the conditions necessary for life. Without impermanence, no lack of self, nothing could grow and evolve. If a grain of rice did not have the nature of impermanence and not-self, could not become a seedling. If the clouds were not deprived of a impermalenti himself and could not turn into rain. Without nature impermanent and without a self, a child could not become an adult. “So,” he thought, “accept life is to accept impermanence and selflessness. The cause of suffering is the false notion of permanence and a separate self. Seeing this, we come to the realization that there is neither birth nor death, neither creation nor destruction, neither one nor many, neither inside nor outside, neither great nor small, neither pure nor impure. They are all false distinctions created by the intellect. Penetrating into the empty nature of things, the mental barriers are bypassed and you are free from the cycle of suffering. “
One night after night Gautama meditated under the tree of pippali, by shining the light of awareness on his body, his mind and the universe. From the time the five friends had abandoned him, and he had been practicing with the forest, the river, the birds and the myriad insects that inhabit the earth and the trees. His brother was in practice the great tree pippali. The evening star that appeared every night while his brother was sitting in meditation practice. Gautama meditated late into the night.
The children of the village came to see him only in the early afternoon. One day Sujata brought rice cooked in milk and honey, and Svasti an armful of grass kusa. After the Svasti had left to bring home the buffalo, Gautama was invaded by the feeling that that night would get the Great Awakening. The previous night had made a lot of weird dreams. In the first, he saw himself lying on his side, who with his knees touching the Himalayas, with his left hand touched the shore of East Sea, with the right bank of the Western Sea, and with his feet resting on the shore of the Southern Ocean . In the second dream, a lotus flower as big as a wagon wheel bloomed and grew from her navel to the highest clouds. In the third, birds of every color, in countless numbers, they flew towards him from all directions. Those dreams seemed an omen that the Great Awakening was close.
In the early hours of the evening he practiced walking meditation along the river bank. He entered the water and bathed. At dusk he returned and sat under the tree pippali family. He smiled, watching the grass kusa freshly placed at the foot of the tree. Just meditating under that tree had made many important discoveries. Now he had long awaited the moment was approaching. The Enlightenment was about to swing open the door.
Slowly Siddhartha sat in the lotus position. He looked at the river that flows gently into the distance, the breeze caressing the grass of the shore. The forest was peaceful, although full of life. Myriads of insects were buzzing around. He gave awareness to the breath and closed his eyes. Appeared in the sky the evening star.
With mindfulness, the mind, body and breath of Siddhartha were perfectly unified. The practice of mindfulness had enabled him to develop great powers of concentration that he could use to enlighten the mind and body awareness. Entered into deep meditation began to perceive the presence of countless other beings, in the present moment, within his own body. Organic and inorganic beings, minerals, herbs and mosses, insects, animals and people … everyone was inside him. He saw that the others, at that precise moment, he had. He saw his own past, with all births and deaths. Witnessed the creation and destruction of thousands of worlds, and thousands of stars. He felt the joys and sorrows of all living beings, of those born from a womb, born from an egg and born from the split, splitting into two new creatures. He saw that every cell of his body contained everything that is in heaven and on earth, along with embracing the past, present and future. It was the first watch of the night.
Gautama fell even more deeply into meditation. She saw how many worlds are born and die, how they are created and destroyed. He saw countless beings through countless births and deaths. He saw the births and deaths are only appearances and not reality, just like millions of waves are rising constantly from the ocean surface and will collapse, while the ocean is beyond birth and death. If the waves could also be understanding of water, transcending life and death and attain inner peace, overcoming all fears. This understanding allowed him to transcend the web of birth and death, and Gautama smiled. His smile was like a flower in the darkness of the night schiusosi radiating an aura of light. It was the smile of a wonderful understanding of the vision of the destruction of any contamination. It was the second watch.
At that very moment they heard thunder, and lightning flashed like light piercing the sky. Black clouds hid the moon and the stars. The rain fell. The water soaked Gautama did not move, persevering in meditation.
Without wavering, their minds enlightened awareness. He saw that to be suffering because they do not understand that part of the very nature of all beings. Ignorance gives birth to endless pains, confusion and difficulty. Greed, anger, arrogance, doubt, jealousy and fear, all the roots lie in ignorance. Learning to calm the mind to see deeper into the true nature of things, we can come to any understanding of global anxiety and dissolves all pain, replacing them with acceptance and love.
Gautama saw that understanding and love are one thing. Without understanding there can be love. The character of the men is the product of physical, emotional and social. This understanding prevents us from acting cruelly and even those who hate us to do something to change those conditions. The original understanding of compassion and love, which in turn determine the proper action. In order to love, we must first understand, and that understanding is revealed here is the key to liberation. To develop a clear understanding is necessary to live in mindfulness, in direct contact with life in the present moment, seeing the reality of what happens inside and outside ourselves. The practice of mindfulness strengthens the ability to watch the depth. If we see into the heart of things, things will turn out. This is the secret treasure of mindfulness: it leads to liberation and enlightenment. Life is illuminated by right understanding, right thought, right speech, right action, right livelihood, right effort, right mindfulness and right concentration. Siddhartha called Ariya-marga, the Noble Eightfold Path.
Looking deep into the hearts of beings, Siddhartha was able to see clearly every mind, at any distance, and heard all the cries of pain and joy. Reached the status of divine sight, hearing God and the ability to travel without moving an infinite distance. It was the end of the third watch, and the thunder had ceased. The clouds melted away, revealing the splendor of the moon and stars.
For Gautama was as if the prison that contained thousands of lives had collapsed. The jailer was ignorance. Only ignorance had obscured his mind as the clouds had hidden the moon and the stars. Veiled by endless waves of deluded thoughts, the mind had split into a flawed reality into subject and object, self and others, existence and nonexistence, birth and death, and such discrimination had arisen wrong views, the jails of the sensation , desire, attachment, and of becoming. The suffering of birth, old age, sickness and death, does nothing but make the walls thicker. The only thing to do was catch the jailer and face him. And here’s that the jailer is ignorance. Ignorance was won along the Noble Eightfold Path. Once the jailer disappeared, even vanishes for the prison not be rebuilt again.
Smiling, the recluse Gotama whispered to himself, “Jailer, now you know. For how many lives I’ve taken a prisoner of birth and death? But now I see your true face, and from now on you can not build prisons around me. “
Siddhartha looked up. The morning star was rising on the horizon, bright as a diamond. How many times had he looked sitting under the tree pippali, but now it was as if seeing her for the first time. He had the same glow, the same triumphant smile of enlightenment. Siddhartha looked at the morning star, and full of compassion, exclaimed: “All human beings have within them the seeds of enlightenment, but drown in the ocean of birth and death for thousands of lives.”
Siddhartha knew he had found the Great Way. Had achieved its aim: his heart was in perfect peace and prosperity. He thought back to the years of research, full of disappointments and hardships. He thought of his father, mother, aunt, in Yashodhara to Rahula and friends. He saw the palace, Kapilavatthu, his people, his country and all who lived among the hardship and poverty, especially children. He vowed to find a way to communicate what he had just found out and help others to free themselves from suffering. From his knowledge he was born an immense love for all beings.
Along the river, brightly colored flowers opened the first rays of the sun. The sun danced between the leaves and sparkling water. Siddhartha’s suffering was gone and revealed the wonder of life. Everything assumed a new aspect. How wonderful blue skies and white clouds! He thought that he and the entire universe had just been created.
At that moment came Svasti. Seeing the young keeper buffalo run to him, Siddhartha smiled. Svasti But he stopped short and stared open-mouthed.
“Svasti”, called him Siddhartha.
“Master,” answered the boy, recovering.
Svasti clasped his hands and bowed. He took a few steps forward and stopped again, looking at him with awe. Confused by his own behavior, said hesitatingly: “Master, as you look different today.”
Siddhartha waved him closer. She took him in her arms and asked: “What difference do you see?”.
“It is difficult to express,” the boy said looking good. “You look different. It is as if you, if you were a star. “
Siddhartha patted him on the head: “Really? What else do I look? “.
“You look like a lotus flower that has just opened. You’re like, like the moon on the peak Gayasisa “.
– From “Life of the Buddha Siddhartha” by Thich Nhat Hanh –

Viaggiatori


Viaggiatori

Ci sono persone che vivono in penombra
Tenendo raccolti in un angolo:
sogni,desideri,pensieri.

Altre nascondono dietro un sorriso
Le paure e le fatiche.

Chi invece ha perso le speranze,
crede che la vita non abbia valore.
Non vuole più lottare.

Quanto coraggio ci vorrebbe
Per uscire fuori?
Nessuno è solo,
siamo tutti viaggiatori
di questa vita,
tutti alla ricerca di “qualcosa”.
Se seguiamo gli stessi ideali,
la stessa rotta:
amore,vita,solidarietà
nel mare lasceremo una scia.
Ognuno ha un cammino,
ognuno è speciale…
per i suoi pensieri,
il suo dolore,
il suo viaggiare.
Anche tu hai qualcosa da dare.

Comincia il tuo cammino,
avrai come punto di riferimento
il cielo…
il cuore è la stella polare.
Se qualcuno annega
O ha paura.
Non l’abbandonare
Al suo dolore.

Lanciagli un po’ del tuo amore
Come fosse una scialuppa.
Quante tempeste,
quanta solitudine.
La salsedine brucia
Ma rende forti
Come lupi di mare.
Quando approderemo all’isola meravigliosa
Del nostro cuore,
lasceremo un segno
del nostro passaggio
amando gli altri
ed insegnando amore.
Se questo avremo imparato…
Avrà senso il nostro vagare.

12.05.2001 Poetyca


Passengers

There are people who live in darkness
Taking gathered in a corner:
dreams, desires, thoughts.

Others hide behind a smile
The fears and hardships.

Those who have lost hope,
believes that life has no value.
No longer wants to fight.

How much courage it would take
To leave out?
No one is alone,
We are all travelers
of this life,
all looking for “something”.
If we follow the same ideals,
the same route:
love, life, solidarity
into the sea leaving a trail.
Everyone has a journey,
everyone is special …
for his thoughts,
her pain,
its travel.
You also have something to give.

Begin your journey
you as a reference point
the sky …
the heart is the North Star.
If someone drowns
Or afraid.
Not abandon
His pain.

Lanciagli a bit ‘of your love
Like a boat.
How many storms,
how much solitude.
Salt water burns
But it makes strong
Like wolves of the sea.
When they land, beautiful island
Of our hearts,
leave a mark
of our passage
loving others
teaching and love.
If we learn this …
Will wander our way.

12.05.2001 Poetyca

Meditare e Meditazione Jiddu Krishnamurti


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Meditare e Meditazione
Jiddu Krishnamurti

“… se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione,
se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la
meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di
districarti dalla confusione e dall’infelicità della vita, allora diventa
un’esperienza dell’immaginazione – e questa non è meditazione.

La mente conscia, o la mente inconscia, non debbono aver parte in essa; non
devono neppure essere consapevoli dell’estensione e della bellezza della
meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c’è alcuna
conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già
avvenuta. Il tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il
centro che limita la propria visione … la meditazione non è la semplice
esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni
giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini …

La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma
piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie … Meditare è deviare
da questo mondo … Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice
ottenere l’esperienza, o vivere nell’esperienza, nega la purezza della
meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine … La meditazione è
la cessazione del pensiero …

Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il
pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l’uno deve
cessare perché l’altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una
vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il
centro intorno al quale c’è lo spazio dell’idea, e questo spazio può essere
allargato da ulteriori idee.

Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui
non c’è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e
quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme.
L’immensità del silenzio è l’immensità della mente in cui non esiste un
centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il
pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa
è il suo confine … La meditazione non è un’attività dell”isolamento, ma
l’azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed
intelligenza.

Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non
ha alcun valore. Una vita retta non è l’obbedienza alla morale sociale, ma
la libertà dall’invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere – che
generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la
consapevolezza che di essi si acquista mediante l’autoconoscenza. Senza
conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e
perde ogni significato …

La meditazione non è una continuazione o una espansione dell’esperienza. La
meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di
tutta l’esperienza. L’azione dell’esperienza ha le sue radici nel passato
… la meditazione è lo svuotarsi dell’esperienza, è la totale inazione che
proviene dalla mente che vede ciò che è, senza l’ostacolo del passato né del
testimone che vive legato alla memoria del passato … Se non c’è
meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori
… Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il
silenzio.

Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero
ideale, nell’incanto del piacere. Se tu dici: “Oggi comincerò a controllare
i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare
regolarmente” – allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi.
La meditazione non è l’essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa

La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza
commento, senza opinione – attentamente e costantemente – il movimento della
vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione
del pensiero, un silenzio che l’osservatore non può richiamare. Se ne
facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio. Il silenzio
della mente meditativa non è nei confini dell’individuabilità, e non ha
frontiere …

Una piccola mente squallida e immatura può avere, ed ha, visioni ed
esperienze che riconosce secondo il proprio condizionamento … La
meditazione non appartiene a gente come questa, né ai guru. Non è per il
cercatore, perché costui trova ciò che vuole, e il conforto che ne deriva è
la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l’uomo di credenza o di dogma
non può entrare nel regno della meditazione.

La meditazione necessita della libertà – che è totale negazione della morale
e dei condizionamenti sociali – la libertà viene prima della meditazione, ne
rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si
uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini
della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in
ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità.

La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della
meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire
che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La
meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché
conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare
routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non
aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall’intelletto, ma quando
è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia,
senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla.

Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà. Nella meditazione tu non
sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua
bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla. Non devi spiare dalla
finestra sperando di prenderla di sorpresa, né sederti in una stanza buia ed
attenderla; viene soltanto quando tu non sei là, e la sua benedizione non ha
continuità…”

http://www.consapevolezza.it/aetos/krishnamurti/k_meditation.asp

Meditation and Meditation
Jiddu Krishnamurti

“… If you’re going to meditate, it is not meditation,
if you take a deliberate attitude, a place to meditate, then the
meditation becomes a toy, a plaything of the mind. If you decide to
extricate themselves from the confusion and misery of life, then becomes
experience of the imagination – and this is not meditation.

The conscious mind or the unconscious mind, must not have a part in it, not
should not even be aware of the extent and beauty of
meditation. In the full attention of meditation there is no
knowledge, no recognition, nor the memory of something that is already
occurred. The time and thought are entirely ceased, since they are the
center, which limits his vision … meditation is not simply
experience of something beyond the thought and feeling of each
day, nor the vision quest and bliss …

Meditation is not an escape from the world, is not an island and turn in on itself, but
rather the understanding of the world and its ways … To meditate is to divert
from this world … From the denial was so born. The simple
get experience, or live in the experience, denies the purity of
meditation. Meditation is a means to an end … Meditation is
the cessation of thought …

Everything you thought formula has in it the limit of its borders,
thinking always has a horizon, the meditative mind has not, one must
because the other end may be. Meditation opens the door to
breadth that transcends any imagination or conjecture. The thought is the
center around which there is space idea, and this space can be
expanded to more ideas.

But this enlargement by stimuli of all sorts is not the vastness in which
there is no center. Meditation is the understanding of this center and
then beyond it. The silence and vastness go together.
The immensity of silence is the immensity of the mind in which there is no
center. The perception of this space and silence does not proceed from thought. The
mind perceives only its projection, and the recognition of it
is its border … Meditation is not an dell”isolamento, but
action in everyday life that requires cooperation, sensitivity and
intelligence.

Without the foundation of a righteous life becomes a meditation and do not escape
has no value. A good life is obedience to social morality, but
freedom from envy, greed and the quest for power – that
generate enmity. The freedom from these evils is not going through the
awareness that they buy through self-knowledge. Without
publicize the activities of the self becomes meditation and exaltation of the senses
loses all meaning …

Meditation is not a continuation or expansion of experience. The
meditation, by contrast, is that inaction is the complete cessation of
the whole experience. The action experience has its roots in the past
… Meditation is the emptying of the experience, which is the total inaction
comes from the mind sees what is, without the obstacle of the past nor the
witness who lives connected to the memory of the past … If there is
meditation, you’re like a blind man in a world of great beauty, light and color
… Meditation is not to repeat words, or try to cultivate the visions
silence.

This is a form of self-hypnosis. Meditation is not close in thought
Ideally, the enchantment of pleasure. If you say: “Today I begin to check
my thoughts, sitting quietly in the position of meditation, breathing
regularly – then you are taken in tricks with which we deceive ourselves.
Meditation is not being absorbed in some great idea or image

The meditative mind is to see, observe, listen without a word, without
comment, no opinion – carefully and consistently – the movement of
life in every relationship, then comes a silence that is the negation
of thought, a silence that the observer can not recall. It
did experience, recognizing him, would not be the silence. Silence
the meditative mind is not within the confines dell’individuabilità, and did not
Borders …

A little shabby and immature mind can have, and, visions and
experiences according to their conditioning, which recognizes … The
Meditation does not belong to people like this, or gurus. Not for
seeker, because he finds what he wants, and the comfort that comes out is
the morale of his fears. For the face, the man of belief or dogma
can not enter the realm of meditation.

Meditation requires freedom – that is total denial of the moral
and social conditions – freedom is the first meditation, it
represents the first movement. It is not a public practice where many are
together and offer prayers. It’s up to him and is always beyond the confines
of social conduct. In fact, the truth is not in the things of thought or
what thought has been building and call the truth.

The total denial of this structure of thought is the reality of
meditation. Meditation is a ceaseless movement. You can never say
you are meditating, or spend some time in meditation. The
Meditation is not to your orders. His blessing because you are not
lead a life so to speak systematized or follow a particular
routine or moral. It is only when your heart is truly open. Not
opened by the key thought, not secured by the intellect, but when
is open as the sky without clouds, then it is without your knowing it,
without you call. But you can never keep it, possess it, worship it.

If you try to do so no longer, you will avoid. In meditation you do not
are important, does not occupy a place, its beauty is not you, its
Beauty is in itself. And you can not add anything. You do not have the spy
window, hoping to take her by surprise, or sit in a dark room and
wait; is only when you’re not there, and his blessing did not
continuity … “

http://www.consapevolezza.it/aetos/krishnamurti/k_meditation.asp

Cosa resta del giorno


POETYCA

COSA RESTA DEL GIORNO

Poetyca è lo pseudonimo di Dany. Dany e basta. Un Poeta donna con la vigoria maschile, nata a Roma, ma risiede a Reggio Calabria dal tempo della grande rivolta giovanile, sfociata poi negli anni di piombo. Scrive poesie dall’età di dodici anni. E’ portata al dialogo e all’ascolto degli altri, ma più ascolta se stessa, socraticamente, per sapere se conosce; ama la natura e «sentire» le proprie emozioni e la vita, come la lettura e la riflessione; scrivere e condividere con gli altri il suo animo. E’ convinta che in ognuno di noi vi sia una Luce interiore che l’individuo deve cercare per essere in pace con gli altri e con se stesso.

Trasfonde entusiasmo in tutte le cose che intraprende e crede in quello che ama.Ha completato cinque raccolte di poesie e in questo periodo sta lavorando alla sesta; ma come tutti i giovani non riesce a trovare un editore e perciò ha imparato a far conoscere i suoi scritti, pregevoli cui ci fa dono tramite Internet. E’ proprio tramite il web che dona i suoi stati d’animo, perché qui ha una vasta rete di contatti che le consentono di ascoltare la vita degli altri, spesso fonte d’ispirazione. Afferma che: «La società umana è fondata su quel principio ed è comune a tutti. Da un tale stato d’animo nasce il particolare affetto che si chiama sentimento e che è forte in tutti e quasi direi anche in coloro che oggi affermano di non sentirlo. Inoltre l’uomo ama il bello e su questa sua innata passione è fondata la manifestazione artistica e, si può dire, tutto il progresso. In ogni uomo esiste il desiderio di sapere, il senso della giustizia, l’ammirazione per il sacrificio, per la bontà, per il perdono, per la tolleranza, insomma per quelle manifestazioni della spiritualità umana perciò veramente si può affermare che l’uomo è superiore a tutti gli altri esseri della terra».

«Cosa resta del giorno

ansie che rincorrono

ed ancora sarà sera

cercheremo un senso

a questi passi incisi

nell’anima ormai stanca»

L’umanità, nel corso dei secoli, ha attraversato momenti di splendore e momenti di crisi. Spesso il maggior nemico da superare, in questa lotta, non è la natura del suolo o l’avversità delle condizioni climatiche, ma l’ignoranza che «non fugge mai il silenzio». Anche se l’affermazione sembra strana il numero degli analfabeti è ancora molto elevato in vastissimi paesi, comunemente denominati «in via di sviluppo». A questi popoli dovrebbe giungere il monito della nostra autrice: « cercheremo un senso/a questi passi incisi/nell’anima ormai stanca». Ecco le efficacissime armi per la lotta contro l’ignoranza, la separazione di classe, la fame, la rivalutazione della dignità del lavoro; in modo che aggrappandosi all’immagine delle impronte «dei passi incisi» si potrà camminare incontro all’umanità, sperduta e impaurita, sorvolando le vaste zone dei paesi africani ed asiatici, dove gran parte della popolazione maschile ritiene che il lavoro abbassi la dignità dell’uomo e «aspetta che il vento gli accarezzi le piume» intanto si lascia alle donne il compito di lavorare.

Poetica è, un personaggio letterario. La sua arte ha ispirato e ispira un numero incredibile di poesie. Già popolare da qualche anno nel mondo internetiano, Ella, oggi, diventa un vero e proprio mito. Gli ingredienti di questo mito sono essenzialmente due: il contrasto tra poeta e potere, e il legame tra genio e desiderio di conoscenza.

«Cosa resta nel silenzio

di pensieri fuggiti

insieme a lacrime

asciugate piano

mentre una ferita sanguina»

I romantici vedrebbero nel rapporto tra Poetica e gli amici virtuali, il paradigma del conflitto tra il poeta e il tiranno. Per questo, nel mondo del web, Poetyca diventa il simbolo delle costrizioni odiose che il potere impone all’animo libero e generoso dell’artista. D’altra parte, l’insistenza di postare poesie a getto continuo, attraverso i mailing-list, fa considerare l’espressione di una sensibilità fuori del comune, di un’immaginazione visionaria che condanna il tiranno alla solitudine e all’incomprensione dei suoi contemporanei.

Sotto questo aspetto, Poetica, diventa un mito che non perde il suo valore, e vede la sua umanità e sensibilità poetica continua ad essere esemplare, poiché manifesta, attraverso la lente d’ingrandimento di una personalità singolare, i sintomi di una grave crisi storica: quella che determina la scomparsa della serenità, che tra il Sessantotto e l’inizio del terzo millennio ha perduto il suo ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura italiana, per far spazio, o meglio fagocitata da sperimentazioni azzardate, come se tutti coloro che scrivono su internet fossero grandi ricercatori come un Carducci, un Pascoli o un D’Annunzio.

Non conosco il percorso biografico di Poetyca ma penso sia stato un percorso che la porta ad esaminare in continuazione il suo Io e non solo quello creativo. Sappiamo solo che è nata in uno dei centri più insigni della cultura contemporanea, alla Roma della Resistenza, alla città che Remil vedeva violentata in continuazione perché nella sua fantasia le notizie dei Tiggi e dei quotidiani gliel’hanno mostrata stretta nella morsa della violenza, mentre quando attraverso Internet gli è giunto anche il mondo spirituale della sua città amatissima e che gliel’aveva fatta odiare, si ritrova ed ecco che nascono le sue opere migliori. Così Poetyca che della sua città sente soltanto l’eco delle notizie che le pervengono di seconda e a volte di terza mano scopre internet e ritrova il suo mondo spirituale, il suo dominio culturale e morale.

«Vecchi ricordi

strappati come carta

di un consunto giornale

rubato dal vento»

Il consunto giornale/ rubato dal vento insieme alla privazione relativa, cioè come incapacità di mantenere il tenore di vita medio della società cui si appartiene.

Avverte nei vecchi ricordi, che i bisogni fondamentali riguardano le cure mediche, l’alimentazione, l’abitazione e il vestiario. Per lo più, l’analisi che intende la povertà come privazione assoluta si limita a stabilire il livello di reddito annuale al di sotto del quale un individuo o una famiglia mancano dei mezzi necessari alla sopravvivenza.

Per esempio, in questi versi si avverte anche la mancanza della fornitura domestica dell’energia elettrica, che da qualche tempo si considera come non assolutamente necessaria per la maggioranza della popolazione mondiale che non ne dispone, mentre è ritenuta una necessità nelle società industrializzate, che ricorrono allo sfruttamento del Sole. Il reddito che segnala la povertà è, cioè, determinato relativamente agli altri redditi e non alla capacità assoluta di acquisto. Tale approccio implica che il problema della povertà sia da leggersi insieme con quello della stratificazione sociale. Per Poetica questo stato di cose sono:

«Cicatrici bagnate di sale

e poi quella luce

improvviso faro

nella nebbia»

E quell’«improvviso faro» c’introduce nel campo più meschino e raccapricciante per certa umanità: il razzismo che indica, in senso lato, un atteggiamento di intolleranza sociale che porta un individuo o un gruppo a non accettare l’esistenza di individui e gruppi con modi di pensare e di agire differenti dai propri. Se questa forma di intolleranza è stata spesso presente nella storia dell’umanità, è invece relativamente recente e specifica della cultura occidentale una concezione biologica del razzismo, basata sul pregiudizio pseudoscientifico che esistono razze superiori e razze inferiori. Al razzismo in genere si accompagna la xenofobia. Questa è un’esasperazione dell’etnocentrismo, cioè della propensione a ritenere che gli usi e i costumi della propria comunità siano superiori a quelli di qualsiasi altra e si concreti in un atteggiamento di forte avversione verso i membri delle altre comunità.

Da qui la definizione di razzismo adottata da Albert Memmi: «Il razzismo è la valorizzazione, generalizzata e definitiva, di differenze, reali o immaginarie, a vantaggio dell’accusatore e ai danni della vittima, al fine di giustificare un’aggressione o un privilegio».

«Indicato cammino
per l’intima ricerca
lembi di cielo
oltre l’orizzonte»

La considerazione poetica e direi filosofica del pensiero di Poetica dopo va oltre per denunce ancora più inumane. Ella dopo aver considerato ci indica la via per raggiungere quella fratellanza universale che tutti gli uomini di buona volontà si auspicano, per vedere «lembi di cielo/ oltre l’orizzonte».

«E nuovo arcobaleno

colorerà oggi

tutte le speranze

per tempo in ascolto

dei naufraghi

che a volte ritornano»

Probabilmente ciò dipende dal fatto che, nelle società ad alto livello tecnologico, la produzione della ricchezza è dovuta in gran parte alla crescita costante e rapidissima delle conoscenze. Per vari motivi, tra i quali la mancanza di una formazione permanente, da tale crescita di conoscenze rimane escluso l’anziano, il cui patrimonio di esperienza accumulata è considerato sorpassato. Poetyca ci suggerisce che per vedere finalmente un nuovo arcobaleno occorre tenere presenti altri fenomeni quali la disoccupazione e sottoccupazione giovanile, che tendono a far avvertire gli anziani come superflui rispetto alle necessità produttive. A completare il quadro concorrono altresì i mutamenti sociali che hanno coinvolto la famiglia, non più allargata ma mononucleare, estromettendo l’anziano dal ruolo di capofamiglia e anche, spesso, dalla coabitazione con figli e nipoti. Il processo di urbanizzazione isola questi anziani in quartieri spesso privi di strutture di socializzazione, oppure li marginalizza in case di riposo. Così, la discriminazione degli anziani prende la forma di una stratificazione sociale per età, che come la stratificazione etnica è trasversale rispetto agli altri tipi di stratificazione sociale.

Riflettiamo sul messaggio di Poetyca e ritorniamo anche noi magari facendo circolo e cantando come da bambini: «Giro girotondo, com’è bello il mondo…» affinché il tempo in ascolto ritorni e con lui la serenità per tutti.

Reno Bromuro

A VOLTE RITORNANO
di Poetyca
Cosa resta del giorno
ansie che rincorrono
ed ancora sarà sera
cercheremo un senso
a questi passi incisi
nell’anima ormai stanca

Cosa resta nel silenzio
di pensieri fuggiti
insieme a lacrime
asciugate piano
mentre una ferita sanguina

Vecchi ricordi
strappati come carta
di un consunto giornale
rubato dal vento

Cicatrici bagnate di sale
e poi quella luce
improvviso faro
nella nebbia

Indicato cammino
per l’intima ricerca
lembi di cielo
oltre l’orizzonte

E nuovo arcobaleno
colorerà oggi
tutte le speranze
per tempo in ascolto
dei naufraghi
che a volte ritornano

Poetyca 09.06.2004

Il Baricentro Mensile di critica artistica e letteraria
http://www.poesiavita.com/

POETYCA

WHAT REMAINS OF THE DAY

Poetyca is the pseudonym of Dany. Dany’s all. A woman with a vigorous male poet, born in Rome, but residing in Reggio Calabria from the time of the great youth uprising which resulted in years of lead. He writes poetry since the age of twelve years. And ‘capacity to dialogue and listening to others, but more listens to herself, Socratic, to know if he knows, loves nature and “feel” their emotions and life, such as reading and reflection, write and share with the rest his soul. And ‘in each of us believes that there is an inner light that the individual should try to be at peace with others and with himself.

Instils enthusiasm in everything he undertakes and believes in what ama.Ha completed five collections of poetry and is working at this time of the sixth, but like all young people can not find a publisher and so he learned to know his writings, which gives us valuable over the Internet. And ‘right through the web that gives his state of mind, because here has an extensive network of contacts that you can listen to the lives of others, often a source of inspiration. States that: “Human society is founded on that principle and it is common to all. From such a state of mind was born the particular affection which is called feeling and that is strong in almost all would say even those who today say they do not feel it. Moreover, the man loves the beautiful and this passion is his innate artistic and founded the event, you can tell, all progress. In every man there is a desire to know, the sense of justice, his admiration for the sacrifice, for goodness, forgiveness, tolerance, short for those manifestations of human spirituality, therefore, one can truly say that man is superior to all other beings on earth. “

“What Remains of the Day

anxieties that chase

evening and still be

seek a sense

these steps engraved

weary soul “

Humanity, in the course of centuries has passed through moments of brilliance and moments of crisis. Often the greatest enemy to be overcome in this struggle, not the nature of the soil or climatic conditions of adversity, but ignorance that “never flees the silence.” Although the statement seems odd number of illiterate people is still very high in the vast country, commonly referred to as “developing.” These people should get the warning of our author, “will look for a way / to these steps engraved / in ‘weary soul.” These are very effective weapons in the fight against ignorance, the separation of class, the hunger, the appreciation of the dignity of labor, so that by clinging to the image of the fingerprint “of steps carved” you can walk to meet humanity, lost and scared, flying over the vast areas of countries in Africa and Asia, where most of the male population believes that the work lowers the dignity of man and “wait for the wind caress the feathers” while you leave the task of working women.

Poetry is a literary character. His art has inspired and inspire an incredible number of poems. Already popular in recent years in the Internet world, she now becomes a real myth. The ingredients of this myth are essentially two: the contrast between poet and power, and the link between genius and desire for knowledge.

“What is left in silence

thoughts fled

with tears

dried up

while a bleeding wound “

The romantic relationship between the claimed and the Poetics virtual friends, the paradigm of the conflict between the poet and the tyrant. For this reason, in the web world, Poetyca becomes the symbol of that power imposes constraints hateful soul free and generous artist. On the other hand, the insistence to post poems in a continual stream, through the mailing list, is considered an expression of unusual sensitivity, the visionary imagination of the tyrant who condemned to solitude and incomprehension of his contemporaries.

In this respect, Poetics, becomes a myth that does not lose its value, and sees her humanity and poetic sensibility continues to be exemplary, as manifested through the magnifying glass of a unique personality, symptoms of a serious historical crisis : one that determines the loss of serenity, that between sixty-eight and the beginning of the third millennium has lost its role in the development of Italian culture, to make room, or rather, swallowed up by risky experiments, as if all of those who write Internet researchers were great as Carducci, a pasture or a D’Annunzio.

I do not know the path biographical Poetyca but I think it was a journey that leads her to examine her and I continue not only the creative one. We only know that she was born in one of the most eminent of contemporary culture, the strength of Rome, the city that saw Remilia raped all the time because in his imagination the news of the Tiggo and shown it to him daily in the grip of violence, while When the Internet came the even the spiritual world of his beloved city, and that made gliel’aveva hate, and finds that arise here is his best work. So Poetyca that his city feels only the echo of the information it receives a second and sometimes third hand, discovered the internet and found his spiritual world, its cultural and moral domain.

“Old memories

torn like paper

a worn newspaper

stolen by the wind “

The worn newspaper / stolen by the wind along with the relative deprivation, ie an inability to maintain the average standard of living of society you belong.

Warns the old memories that relate to the basic needs medical care, food, shelter and clothing. For the most part, the analysis that intends to poverty as absolute deprivation is limited to establishing the level of annual income below which an individual or a family lacks the resources necessary for survival.

For example, in these verses there is also a lack of electricity supply to households, which for some time be deemed not absolutely necessary for the majority of the world population does not, and is considered a necessity in industrialized societies, which resort to the exploitation of the Sun indicates that income poverty is, that is, determined with regard to other income and not the absolute ability to purchase. This approach implies that the problem of poverty is to be read together with that of social stratification. Poetics for this state of affairs are:

“Scars of wet rooms

and then that light

Suddenly lighthouse

in the fog “

And that ‘”sudden lighthouse” in the most petty and introduces us to some gruesome humanity: the racism that indicates, in the broadest sense, an attitude of social intolerance that leads an individual or a group not to accept the existence of individuals and groups with ways of thinking and acting different from their own. If this form of intolerance is often present in human history is relatively recent and specific to Western culture a biological conception of racism, based on prejudice that there are pseudo-superior races and inferior races. Racism in general is accompanied by xenophobia. This is an exasperation of ethnocentrism, that is, the propensity to believe that the habits and customs of their community are higher than those of any other and practical attitude in a strong aversion toward members of other communities.

Hence the definition of racism adopted by Albert Memmi: “Racism is the enhancement, general and definitive differences, real or imaginary, to the benefit of the prosecutor and against the victim in order to justify aggression or privilege “.

“Suitable walk
Search for the intimate
patches of sky
beyond the horizon “

The consideration of the poetic and philosophical thought I would go further to complaints after Poetics even more inhumane. After considering she shows us the way to achieve the universal brotherhood of all men of good will wish to see “edges of the sky / beyond the horizon.”

“And the new rainbow

Today will color

all hope

time to listen

Shipwrecked

that sometimes come back “

Probably this is because, in high-tech companies, the production of wealth is largely due to the rapid and steady growth of knowledge. For various reasons, including lack of training, this growth of knowledge is excluded the elderly, whose wealth of experience accumulated is considered outdated. Poetyca suggests that to finally see a new rainbow should be aware of other phenomena such as unemployment and underemployment of youth, which tend to warn the elderly as superfluous compared to the production needs. To complete the picture also contribute to the social changes that have affected the family, but not enlarged mononuclear, ousting the elderly from the role of breadwinner and also, often, by cohabitation with children and grandchildren. The process of urbanization in these older neighborhoods often island-free structures of socialization or marginalizes them in nursing homes. Thus, discrimination of the elderly takes the form of social stratification by age, which cuts across ethnic stratification as compared to other types of social stratification.

Reflect on the message and return Poetyca we maybe doing a circle and singing as a child, “circle tour, how beautiful the world …” so that the time to listen and come back with him the serenity to all.

Reno Bromide

Sometimes They Come Back
of Poetyca
What Remains of the Day
anxieties that chase
evening and still be
seek a sense
these steps engraved
weary soul

What remains in the silence
thoughts fled
with tears
dried up
while a bleeding wound

Old memories
torn like paper
a worn newspaper
stolen by the wind

Scars wet salt
and then that light
Suddenly lighthouse
in the fog

Indicated path
Search for the intimate
patches of sky
beyond the horizon

And the new rainbow
Today will color
all hope
time to listen
Shipwrecked
sometimes return

Poetyca 09.06.2004

The center of gravity Monthly art criticism and literary
http://www.poesiavita.com/