Archivio | 24/07/2020

Apprendere dal gioco – Learn from the game


«Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.»

Pablo Neruda
Maria Montessori
Maria Montessori fu un’instancabile educatrice, un vero genio al servizio dei bambini, capace di mettere a punto un modello scientifico rivoluzionario, per aiutare i bambini disagiati, i bambini più svantaggiati sotto l’aspetto della socializzazione, i quali, pur non avendo necessariamente problemi di natura mentale o particolari handicap, hanno vissuto in zone o quartieri difficili, con genitori senza lavoro, in condizioni miserevoli, senza alcuna regola e abbandonati a se stessi e alla strada.
Il bambino possiede una specifica capacità di assimilazione delle esperienze che l’adulto ha completamente smarrito, una straordinaria capacità inconscia di apprendere che la Montessori chiamò “mente assorbente”, senza la quale non sarebbe possibile spiegarsi la grande capacità dell’uomo di adattarsi l’ambiente. Questa espressione designa la caratteristica dominante dell’apprendimento infantile da 0 a 3 anni: in tale periodo la mente del bambino assorbe gli stimoli ambientali e li rielabora in una dimensione precoscia, producendo
l’apprendimento di capacità fondamentali come quella linguistica, che si manifesta, quasi improvvisa e miracolosa. Il velocissimo sviluppo del bambino è reso possibile dall’esistenza di periodi sensitivi, cioè momenti speciali durante i quali il bambino è in grado di apprendere
con straordinaria facilità, senza apparente sforzo e senza intenzionalità. Tuttavia questo non significa che l’apprendimento sia processo semplicemente spontaneo, di fronte al quale l’adulto
non deve fare nulla: egli invece può e deve facilitarlo, creando le migliori condizioni perché le potenzialità straordinarie dei bambini vengano messe a frutto. Questi periodi sensitivi, infatti,
vanno sfruttati come finestre temporali nelle quali gli apprendimenti debbono essere facilitati con adeguati stimoli sensoriali
Naturalmente, l’ambiente e le condizioni in cui vivevano questi bambini, facevano di loro dei giovani con un futuro difficile e problematico. Per questa ragione, Maria Montessori si dedicò a questo tipo di bambini, applicando metodi innovativi dal punto di vista ludico, didattico, e assolutamente diversi rispetto quelli tradizionali.
Maria Montessori nacque a Chiaravalle (Ancona) nel 1870. A dodici anni seguì i genitori a Roma, dove studiò e si laureò in medicina nel 1896. Fu la prima donna in Italia a esercitare la professione medica, specializzandosi nello studio dei disordini mentali. Cominciò la sua esperienza lavorativa presso una clinica psichiatrica di Roma, esperienza davvero significativa, e che la portò alla realizzazione della sua teoria pedagogica sull’educazione dei soggetti anormali, i quali non hanno solo bisogno di cure e di assistenza, ma anche di un’educazione che modifichi la loro personalità.
Il 6 gennaio 1907, nel quartiere San Lorenzo, uno dei quartieri più poveri e degradati di Roma, la Montessori aprì il suo asilo, la “Casa de bambini”, nel quale dovette affrontare problemi pedagogici e didattici estremamente complessi, che richiesero un risanamento civile, sociale ed educativo.
Il metodo educativo fu molto innovativo: il bambino era visto come un individuo laborioso, impegnato attivamente nei suoi lavori; il gioco non doveva essere visto solo come divertimento, ma come impegno, come coinvolgimento nelle sue attività. Non si sarebbe trattato di metodo duro, impositivo, coercitivo, ma di un metodo che tenesse conto del rispetto dei bisogni e degli interessi del bambino, lasciando che, divertendosi, si impegnasse spontaneamente, facendo di ogni cosa una nuova scoperta su cui concentrarsi ed esercitarsi. In tutto questo, seppe anticipare i tempi.
Il metodo educativo utilizzato nella scuola aperta dalla Montessori, intendeva rinnovare il modo di intendere la scuola. I mobili, i tavolini, i seggiolini, le maniglie, gli interruttori: tutto doveva essere a dimensione dell’altezza dei bambini, avendo il compito primario di facilitare l’osservazione e la comprensione dei bisogni dei piccoli. Persino semplici operazioni quotidiane come il pelare le patate, abbottonarsi i vestiti, allacciarsi le scarpe, attaccare un bottone o apparecchiare la tavola, erano considerate materie di apprendimento.
Anche alla lettura veniva data molta importanza, aiutando i bambini a familiarizzare con le lettere dell’alfabeto, costruite con il cartone o in legno, in modo che, unendole tra loro, potessero formare semplici parole. Strumenti di legno colorati, in modo da essere maneggiati dai bambini, erano messi a loro disposizione per imparare a fare i conti e conoscere le varie forme geometriche. Poi avevano un continuo contatto con la natura: facevano il vino in classe dopo aver pigiato l’uva, catalogavano le foglie, uscivano in giardino, così che imparare sembrava sempre un gioco. Con questo metodo veniva insegnato il senso del dovere, la responsabilizzazione, perché le maestre insistevano sulla pulizia, l’ordine, il rispetto dei compagni. Era il materiale stesso che insegnava, e da nessuna parte si vedevano voti, premi o castighi. Il bambino non veniva corretto a parole, ma gli veniva concesso il tempo e l’occasione di verificare da solo se sbagliava.
Il fine dell’educazione per la Montessori è la difesa del la dignità e del la l ibertà
del l ‘ infanzia, contro le pretese degli adulti di imporre ai bambini i propri interessi, le
proprie esperienze e i propri punti di vista. E sbagliato, sia dal punto di vista psicologico, sia
dal punto di vista pedagogico, imporre ai bambini atteggiamenti ed abiti mentali che non
siano adatti alla loro natura, perché, così facendo, si finisce con l’ostacolare il libero
sviluppo delle loro capacità. La dignità dell’uomo consiste, infatti, nell’autonomia, cioè nella
capacità di essere indipendenti. Una reale azione educativa, dunque, è quella che aiuta il
bambino a raggiungere la piena indipendenza. Una madre, che, per fretta o comodità o
qualunque altro motivo, imbocca suo figlio, invece di insegnargli a mangiare da solo, o che
lo veste, non è una buona educatrice, perché i l figl io non va servito, ma aiutato a
crescere e a diventare indipendente. Ciò che ogni bambino chiede veramente agl i
adulti è anche i l motto del le case dei bambini: “aiutami a fare da me”. Bisogna, in
altre parole, evitare nel modo più assoluto di ostacolare le manifestazioni spontanee dei
bambini, in modo che il bambino non finisca con il “confondere il bene con l’immobilità e il
male con l’attività”. Nelle “Case dei bambini” bisogna consentire qualunque manifestazione
spontanea della personalità dei bambini, qualunque “azione utile che abbia uno scopo”. La
Montessori ha sempre raccomandato al le sue maestre di “evitare rigorosamente
l’arresto di movimenti spontanei e l’imposizione di atti per opera di altrui volontà”, in
quanto “non possiamo sapere le conseguenze di un atto spontaneo quando il bambino
comincia appena ad agire”. Tutte le manifestazioni spontanee del bambino che non
sono indecorose o dannose per la comunità, vanno rispettate “con religiosa venerazione”,
perché attraverso esse si manifesta la vita “come il sole si manifesta all’alba e il fiore al
primo spuntare dei petali”. Perché la finalità dell’acquisizione dell’autonomia venga
realizzata è di fondamentale importanza l ‘ambiente nel quale si svolge l’azione educativa,
anche dal punto di vista dell’organizzazione dello spazio architettonico. L’ambiente educativo
tradizionale non è affatto a misura di bambino, ma è funzionale all’adulto e non consente
una libera e spontanea manifestazione del bambino. Esso è stato concepito e realizzato nella
errata convinzione che un’efficace azione educativa possa avvenire solamente
nell’immobilità assoluta e nel silenzio più completo. L’azione educativa tradizionale rende i
bambini “artificialmente silenziosi come dei muti e immobili come dei paralitici”. Ma “individui
siffatti sono annientati, non educati”. Una vera educazione deve rendere gli individui
padroni di sé, deve dare loro la capacità di muoversi con garbo e di parlare con ordine e
precisione, avendo come unico limite le esigenze della comunità. L’ambiente educativo deve
essere dunque strutturato in modo tale da permettere ai bambini di muoversi liberamente
eliminando il più possibile barriere architettoniche e costrizioni di ogni tipo: tutto, in
sintesi, deve essere a misura di bambino. I tavoli, gli armadi, le sedie, gli scaffali, le
lavagne, devono essere leggeri, di piccole dimensioni, facilmente trasportabili e utilizzabili.
Nella scuola tradizionale l’ambiente educativo deve essere necessariamente deprimente per non
distrarre i fanciulli e far accettare loro “tutto ciò che il maestro decide autoritariamente di
insegnare”. Nella scuola su misura del bambino, invece, l’ambiente deve essere attraente e
piacevole, anche dal punto di vista estetico, perché la bellezza “rende gratificante il lavoro
scolastico e concilia l’alunno con la scuola. L’ambiente “bello” svolge una funzione educativa
non solo di tipo estetico, ma anche in senso più generale. I colori chiari e lucenti , per
esempio, fanno risaltare maggiormente eventuali macchie, i mobili e le suppellettili leggeri
evidenziano i movimenti bruschi e scoordinati dei bambini, facilitando il suo spontaneo
bisogno di imparare a controllare i suoi schemi motori .
La pedagogia montessoriana si inscrive in una peculiare visione dell’infanzia. Esiste una vera
e propria questione sociale legata all’infanzia. La storia, nel suo sviluppo, ha portato al
superamento di diverse forme di oppressione: quella degli schiavi, dei servi della gleba, dei
proletari. Solo i bambini sono rimasti interamente sottomessi all’oppressione degli adulti, ad
una tirannia legata alla loro ottusità ed incapacità di cogliere il vero bisogno dell’infanzia, che
non deve essere soffocata da una troppo rigida disciplina né servita, ma aiutata a
conquistare l’autonomia. Questa visione del bambino da liberare negli ultimi anni si evolve in
una visione che vede nel bambino stesso un modello che può insegnare agli adulti i valori
positivi della pace e della tolleranza. In alcune opere della maturità, quali ad esempio “La
pace e l’educazione” del 1933, oppure “Educazione e pace” del 1949 e “La formazione
del l ‘uomo” del 1949, la Montessori espresse una “filosofia del bambino” che ne
presenta la figura con tinte decisamente positive. Nel rispetto dei bambini e del loro
autonomo mondo interiore, Montessori intravede una possibile fonte di riscatto per l’adulto
e l’umanità intera. In un mondo, sconvolto periodicamente da pericoli di guerra, segnato
da tante sofferenze e ingiustizie, i bambini con il loro candore e la loro semplicità,
diventano indispensabili per far trionfare nell’animo degli adulti gli ideali della pace,
del l ‘amicizia e del la tol leranza. Qualche critico ha parlato di una sorta di
esaltazione poco oggettiva del bambino, cioè di “bambinismo”; è comunque certo
che la forte enfasi posta sul la necessità di osservare veramente i bambini e di
cogl iere i loro autentici bisogni, al di là di stereotipi e fraintendimenti, ha un
indubbio valore.
L’esaltazione del la spontaneità del bambino, definito come “embrione spirituale”,
potrebbe far accostare le riflessioni montessoriane a quelle froebeliane, con la
differenza che secondo la Montessori i l bambino, messo nelle condizioni ideal i per
manifestare spontaneamente i suoi bisogni chiede di essere aiutato ad imparare,
per crescere ed a fare da sé, mentre per Froebel la dimensione spontanea del
bambino è quel la del gioco. La scarsa attenzione dedicata dal la Montessori al gioco
è considerata da molti una del le carenze del suo metodo.
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L’infanzia come gioco: Fröbel

È dall’inizio dell’Ottocento che, grazie alle nuove scoperte in campo medico-scientifico che portarono a una netta diminuzione della mortalità infantile, che il bambino acquista una sua posizione all’interno della famiglia fin dalla nascita, anche se l’attenzione pedagogica alla prima infanzia inizia con Rousseau e Pestalozzi.
Ma è merito di Friedrich Fröbel (1782-1852) se tali intuizioni pedagogiche giunsero a tradursi in istituzioni scolastiche. Fröbel ebbe, infatti, l’occasione di sperimentare in pratica la validità del suo progetto formativo, dapprima lavorando a Keilhau con cinque bambini, e poi con la fondazione del primo “giardino generale tedesco dell’infanzia” a Blankenburg. L’istituzione sarà però chiusa dal governo prussiano nel 1850 sotto il sospetto di ateismo e socialismo.
Rispetto allo sperimentalismo di Pestalozzi, le posizioni di Fröbel prendono il via da riflessioni più filosofiche. Egli iniziò la sua riflessione dall’idea che il rapporto con la natura non dovesse essere mediato da logiche socio-economiche, ma piuttosto estetiche o, meglio, mistico-sentimentali. Egli cerca dunque di arrivare a scoprire le leggi che regolano la natura, l’organizzazione della sua struttura interna, per arrivare su queste basi a ricondurre la variabilità del tutto a un principio generale di unità. Questo sarà il concetto guida della sua filosofia come della sua pedagogia: se tutto proviene dall’unità e a essa tende, lo scopo naturale di tutte le attività – e quindi soprattutto di quella formativa – è aspirare al raggiungimento di tale unità.
Sarà poi l’incontro con Schelling a permettere e favorire un’organizzazione definitiva del suo pensiero sulla base della sostanziale unità tra Natura e Spirito, base teorica e giustificazione della sua ricerca nella natura delle leggi che sovrintendono ai processi di formazione, educazione ed evoluzione dell’uomo.
Dal punto di vista pedagogico Fröbel si allinea perfettamente con le idee romantiche dell’epoca e vede lo sviluppo come un processo lineare e continuo, in quanto esso è dato da una progressiva realizzare quell’energia divina che è insita in ciascun uomo.
• L’infanzia e il gioco
L’infanzia corrisponde per Fröbel alla prima fase educativa del bambino (prima educazione) e inizia subito dopo i primi mesi di vita, quando il bambino inizia a “rappresentare spontaneamente l’interno nell’esterno”. La funzione psicologica che rappresenta l’inizio di questa fase è il linguaggio, che permette al bambino di tradurre, grazie all’impulso creativo che è in lui, in rappresentazioni e quindi in azioni la complessità del sentire che è in lui.
Ogni atto umano per Fröbel è creativo ed è quindi espressione diretta del divino che è in ogni uomo. L’espressione dei processi rappresentativi e le corrispondenti azioni che ne deriveranno che iniziano a comparire nei bambini dovranno dunque essere liberi, in quanto ogni espressione, causa la sua origine divina, è in sé buona e giusta. Questa posizione teorica non arriva però a riflettersi in un suggerimento educativo che vede il precettore non coinvolto in questa fase dell’educazione. Al contrario egli dovrà intervenire e guidare, seppur discretamente, il bambino verso la precisione e la chiarezza.
La spontaneità del bambino va comunque salvaguardata a ogni costo, ed è in questo contesto che Fröbel introduce l’importante concetto del gioco come strumento educativo. L’autore, infatti, vede il gioco come attività fondamentale del bambino, e quindi come strumento principe per favorire l’espressione e la rappresentazione del suo interno in maniera creativa, naturalmente con il supporto del linguaggio. Il gioco è visto come momento in cui nel bambino si sperimenta il concetto di unità tanto caro a Fröbel in quanto permette in un certo senso al bambino di penetrare nelle cose, facendole sue, e alle cose di penetrare in lui, prestandogli i loro attribuiti nel gioco di finzione.
Il gioco è importante anche perché conduce il bambino alla scoperta del disegno, facilita l’evoluzione linguistica, metta le basi per l’apprendimento di concetti logico-matematici e anche per future applicazioni lavorative.
Il disegno diventa importante già in questa prima fase educativa, in quanto con la sua natura grafica favorisce nel bambino l’impulso a strutturare in un qualche modo le proprie rappresentazioni interne (mentre il linguaggio permette anche un fluire continuo, non strutturato), spesso ordinandole sulla base di categorie numeriche.
Non bisogna poi dimenticare che Fröbel include in questa prima fase educativa anche una forte attenzione all’educazione motoria, al ritmo, un’introduzione al mondo della musica e della danza, senza sottovalutare neanche l’importanza dei piccoli compiti domestici che possono essere affidati al bambino quali fonte di apprendimenti pratici.
• La seconda infanzia
La seconda fase dell’educazione segue un percorso opposto rispetto a quella della fase precedente. Se prima si trattava di favorire la spontanea esposizione da parte del bambino della sua interiorità, ora si chiede al fanciullo di intraprendere un cammino di interiorizzazione che deve essere guidata dalla curiosità e dall’interesse, così come l’espressività era guidata dalla creatività. Si passa dunque dall’espressione all’apprendimento, e fanno la loro comparsa l’istruzione formale e la scuola. Quest’ultima è vista come luogo dove l’uomo arriva a conoscere gli oggetti fuori di sé, la loro natura, le leggi che li governano. Ricordando le posizioni teoriche dell’autore non sarà difficile immaginare che questa conoscenza sarà poi finalizzata alla conoscenza delle leggi generali che governano l’interno dell’uomo come l’esterno, per arrivare dunque a comprendere l’unità del tutto.
L’impostazione metafisica di Fröbel si avverte molto distintamente nei suoi suggerimenti per l’insegnamento religioso e per quello scientifico. Per il primo egli immagina di richiedere ai fanciulli di arrivare all’intuizione di Dio (così come essi devono arrivare all’intuizione dell’unità), appoggiandosi essenzialmente agli strumenti dati dalla fede o, meglio, data la richiesta di una contemplazione, un riconoscimento, di un “pervenire” a Dio, attraverso una sensibilità mistica. Per l’apprendimento scientifico, invece, egli parte dalla considerazione che la natura tutta è espressione e rivelazione di Dio. Questa è la prima consapevolezza che, anche a livello formativo, si deve raggiungere per poter arrivare a comprendere le leggi scientifiche che regolano il mondo.
Su queste basi Fröbel innesta dei mediatori didattici, che possono in un certo senso semplificare il cammino dei fanciulli verso l’apprendimento. Egli pensa che l’apprendimento scientifico deve essere intuitivo come quello religioso e leggere la realtà in maniera analogica e non strettamente oggettiva, Fröbel, pensa di renderlo più “naturale” presentando ai bambini dei “doni” che rappresentino i diversi solidi. Dalla loro osservazione e manipolazione i giovani potranno arrivare a derivare la loro origine comune dalla sfera, e quindi a “presentire” in concetto stesso di unità – cui sempre si torna.
Parlando invece dell’insegnamento di lettura, scrittura e arte, Fröbel lascia momentaneamente da parte le sue preoccupazioni metafisiche. Definisce, infatti, la lingua come strumento espressivo, che si fa manifestazione della soggettività degli individui. Questo collegamento forte tra linguaggio, personalità ed espressività porta l’autore a prestare molta attenzione ai dialetti come manifestazione dell’individualità dei popoli, e al ritmo del discorso, come base dell’espressione poetica. L’espressione e il linguaggio sono visti come manifestazioni naturali e spontanee già del bambino: esse solleciteranno dunque spontaneamente il bisogno della scrittura, che sarà prima ideografica (basata cioè sul disegno, che abbiamo già visto tra i fattori fondamentali dell’educazione della prima infanzia) e poi basata su codici convenzionali. Alla scrittura farà seguito la lettura, nata dal bisogno di esplicitare, prima a sé e poi agli altri, quanto si è scritto.
La formazione estetica sarà invece basata, per Fröbel, sull’insegnamento artistico che trarrà spunto dall’osservazione e rappresentazione di suoni (musica e canto), superfici (viste come colori e quindi concretizzate nella pittura) e corpi (disegno).
• Il giardino d’infanzia e il materiale didattico
Il primo concetto che occorre sottolineare è che il giardino d’infanzia di Fröbel è pensato come una scuola in senso proprio e non come una semplice istituzione prescolastica sul modello di quelle che si stavano diffondendo più o meno negli stessi anni in tutta Europa.
Il giardino d’infanzia è pensato come distinto in due ambienti principali: uno esterno e uno interno. In quello esterno erano collocate delle piccole aree (“proprietà private”) per la coltivazione delle piante insieme a un’ampia area destinata al lavoro comune – che ben riflettono la dialettica fröbeliana tra individualità e società, la responsabilità individuale avvicinata a quella collettiva.
Il possesso non è quindi inteso in senso ideologico, ma come espressione di un bisogno psicologico del bambino volto ad aiutarlo a determinare la sua identità personale e a educarlo contemporaneamente all’assunzione di responsabilità.
La scuola “fuori”, diretto contatto con la natura e con la sua esplorazione, non esclude una scuola interna più ordinata. Qui si inseriscono i “doni” di cui si parlava sopra a proposito dell’insegnamento scientifico. Ma oltre a essere tramite per la trasmissione di una forma determinata di conoscenza, essi sono visti da Fröbel anche come forme di vita architettonica e forme estetiche e quindi come sussidio didattico per un’educazione all’arte e all’estetica.
Anche il materiale didattico strutturato può dunque, nell’ottica creativa e “giocosa” di Fröbel, godere una propria autonomia a trasformarsi in sussidio per altre attività anche lontane da quelle originali.

Fonte web

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Learn from the game

“The child who does not play is not a child but an adult who does not play has lost forever the child who has within himself.”

Pablo Neruda
Maria Montessori
Maria Montessori was a tireless educator, a true genius in the service of children, able to develop a revolutionary scientific model to help disadvantaged children, the most disadvantaged children in the aspect of socialization, which, although not necessarily problems of mental disabilities or special, they lived in difficult areas or neighborhoods, with parents without work in miserable conditions, without any rules and left to themselves and to the road.
The child has a specific capacity to assimilate the experiences that adults have completely lost an extraordinary capacity to learn that the unconscious Montessori called the “absorbent mind”, without which it would be possible to explain the great man’s ability to adapt ‘s environment. This term refers to the dominant feature of learning by children 0 to 3 years: during this period the child’s mind absorbs environmental stimuli and reworks them in a size precoscia, producing
learning basic skills like language, which manifests itself, almost sudden and miraculous. The fast development of the child is made possible by the existence of sensitive periods, ie special moments during which the child is able to learn
with extraordinary ease, without apparent effort and without intention. However, this does not mean that the learning process is simply spontaneous, before which the adult
should not do anything but he can and should facilitate creating the best conditions for the extraordinary potential of the children are put to use. These sensitive periods, in fact,
be exploited as time windows in which the learning must be facilitated by appropriate sensory stimuli
Of course, the environment and the conditions under which these children lived, made them a future of young people with difficult and problematic. For this reason, Maria Montessori devoted himself to this kind of children, using innovative methods in terms of recreational, educational, and totally different from traditional ones.
Maria Montessori was born in Clairvaux (Ancona) in 1870. At twelve, he followed his parents to Rome, where he studied and graduated in medicine in 1896. It was the first woman in Italy to practice medicine, specializing in the study of mental disorders. He began his work experience at a psychiatric clinic in Rome, very significant experience, and that led to the realization of his educational theory on the education of abnormal subjects, who not only need care and assistance, but also a ‘ education that changes their personality.
On January 6, 1907, in San Lorenzo, one of the poorest and most degraded of Rome, Montessori opened her asylum, the “House of Children,” in which pedagogical and educational problems faced extremely complex, which required a civil recovery , social and educational.
The method of education was very innovative: the child was seen as a hard-working individual, actively engaged in its work, the game should not be seen only as entertainment but as a commitment, involvement in its activities. This was not the hard way, taxation, coercive, but a method which takes account of the needs and interests of the child, leaving, having fun, is committed spontaneously, making everything a new discovery of focus and practice . In all this, he knew that earlier.
The educational method used in the Montessori school opened, it intended to renew the understanding of the school. The furniture, tables, seats, handles, switches, to make it a height dimension of children, having the primary task of facilitating the observation and understanding of the needs of children. Even simple everyday tasks like peeling potatoes, buttoning clothes, tying shoes, attach a button or set the table, were considered subjects of learning.
Too much importance was given to reading, helping children to become familiar with the letters of the alphabet, made of cardboard or wood, so that joining them, could form simple words. Colorful wooden instruments, to be handled by children, were placed at their disposal to learn to cope and see the various geometric shapes. Then they had continuous contact with nature: the wine made in class after having pressed the grapes, cataloging the leaves, came out in the garden, so that always seemed to learn a game. With this method was taught a sense of duty, accountability, because the teachers insisted on cleanliness, order, respect for teammates. He was taught that the material itself, and nowhere could be seen ratings, awards or punishments.The child was not corrected by words, but he was given the time and the opportunity to test yourself if wrong.
The goal of education for Montessori is the defense of the dignity and the F REEDOM
of children ‘s, against the claims of adult children to impose their own interests,
their own experiences and perspectives. And wrong, both from the psychological point of view, both
from the pedagogical point of view, impose on children attitudes and habits of mind that
are appropriate to their nature, because by doing so, you end up with obstructed
development of their capacities. Human dignity is, in fact, autonomy, ie in
ability to be independent. A real educational activity, then, is what helps
child to achieve full independence. A mother who, for fast or convenience or
any other reason, take his son, instead of teaching him to eat alone, or
the dress, not a good teacher, for the son I should not be served, but helped
grow and to become independent. What every child asks the really agl
adults is also the motto of the homes of the children: “Help me to do it myself.” We must, in
other words, do not in any way, to hinder the spontaneous manifestations of
children, so that the child does not end with the “confuse the good with immobility and
evil with activity. “In” Case of the children “should enable any event
spontaneous character of children, any “action that has a useful purpose.” The
Montessori has always recommended to her teachers to “avoid strictly
the arrest of spontaneous movements and the imposition of measures by the work of others will, “in
because “we can not know the consequences of a spontaneous act when the child
just begins to act. “All the spontaneous manifestations of the child who does not
indecorous or are harmful to the community must be fulfilled “with religious reverence,”
because through them we see the life as the sun appears at dawn and in the flower
the first tick of the petals. “Because the purpose of the acquisition of autonomy is
made is crucial ‘s environment in which the action takes place educational
from the point of view of the architectural space. The educational environment
Traditional is not suitable for children, but it is functional and does not allow adult
free and spontaneous expression of the child. It was designed and built in
mistaken belief that effective education can only take action
absolute stillness and in complete silence. The action makes the traditional educational
children “artificially silent as the mute and motionless as the paralyzed.” But “people
such are destroyed, not educated. “A true education must make people
owners themselves, they must give them the ability to move gracefully and to speak in an orderly and
accuracy, limited only by having the needs of the community. The educational environment should
therefore be structured so as to allow children to move freely
eliminating the possible barriers and constraints of all kinds: everything,
summary, must be suitable for children. The tables, cupboards, chairs, shelves,
boards, should be light, small, easily transportable and usable.
In the traditional school environment education must be depressing to not necessarily
distract the children and to accept their “whatever the teacher decides to authoritatively
teach. “In the school the child to measure, however, the environment must be attractive and
pleasant, even from the aesthetic point of view, because beauty “makes the job rewarding
combines school and the student with the school. The environment “beautiful” has an educational function
not only aesthetic, but also more generally. Light colors and shiny, for
example, they stand out more stains, the furniture and furnishings light
show sudden movements and uncoordinated children by facilitating their spontaneous
need to learn to control his movement patterns.
The Montessori pedagogy is part of a unique vision of childhood. There is a real
and its social issues related to childhood. The story, in its development, has led to
overcome various forms of oppression: that of slaves, serfs, of
proletarians. Only the children were entirely subservient to the oppression of adults to
a tyranny inherent in their stupidity and inability to grasp the true needs of the child which
should not be stifled by too rigid discipline nor served, but it helps
gain independence. This vision of the child to be released in recent years evolved into
a vision that sees itself in the child a model that can teach adults the values
benefits of peace and tolerance. In some works of his maturity, such as “The
Peace and Education “of 1933, or” Education and Peace “of 1949 and” Training
of the ‘man’ of 1949, expressed a Montessori philosophy of child who
presents very positive picture with paint. In respect of children and their
own inner world, Montessori sees a possible source of redemption for the adult
and all humanity. In a world shaken by periodic threats of war marked
by so much suffering and injustice, children with their candor and their simplicity,
become necessary for the triumph of the soul of adult ideals of peace,
of the ‘friendship and the tolerance of intolerance. Some critics have spoken of a sort of
exaltation little objective of the child, that of “children” is certain, however,
that the strong emphasis on the need to observe children and really
Take iere their authentic needs, beyond the stereotypes and misconceptions, it has a
undoubted value.
The exaltation of the spontaneity of the child, defined as “spiritual embryo”
could pull the reflections Montessori froebeliane those with
difference according to the Montessori child, placed in the ideal conditions for
spontaneously express their needs asks for help to learn,
to grow and to do for themselves, and Froebel to the size of spontaneous
that the child is in the game. The lack of attention devoted to the game from the Montessori
is considered by many of the shortcomings of his method.
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As the childhood game: Fröbel
Since the beginning of the nineteenth century, thanks to new discoveries in medical science that led to a sharp drop in infant mortality, the child acquires its position in the family since birth, although the pedagogical attention early childhood beginning with Rousseau and Pestalozzi.
But it is credited with Fröbel Friedrich (1782-1852) when these educational insights came to be translated into educational institutions. Fröbel had, in fact, the opportunity to experiment in practice the validity of his educational project, first working on Keilhau with five children, and then with the founding of the first “German general garden of childhood” in Blankenburg. The institution, however, closed by the Prussian government in 1850 under suspicion of atheism and socialism.
Compared to the experimentalism of Pestalozzi, the positions of Fröbel take away from the more philosophical reflections. He began his discussion by the idea that the relationship with nature should not be mediated by socio-economic logic, but rather aesthetic, or rather mystical-sentimental. He then tries to get to discover the laws that govern nature, the organization of its internal structure, to get on this basis due to the variability of all of a general principle of unity. This will be the guiding concept of his philosophy as its pedagogy, and if it all comes from the tents, the natural purpose of all activities – and therefore above all of that training – it is aspiring to attain that unity.
It will then be meeting with Schelling for providing and promoting an organization of his final thought on the basis of the substantial unity between Nature and Spirit, theoretical basis and justification of his research into the nature of the laws that govern the processes of training, education and evolution of ‘man.
From the pedagogical point of view Fröbel aligns perfectly with the romantic ideas of the time and sees the development as a linear and continuous, as it is given a progress that divine energy which is inherent in every man.
• Children and play
Childhood Fröbel corresponds to the first phase of child education (early education) and begins immediately after the first months of life when the child begins to spontaneously represent the interior in the exterior. ” The psychological function that represents the beginning of this phase is the language that allows the child to translate, through the creative impulse within him, and then into action representations in the complexity of feeling in him.
Every human act to Fröbel is creative and is thus a direct expression of the divine in every man. The expression of representative processes and the corresponding actions that will accrue starting to appear in children should therefore be free, because every expression, because its divine origin, is in itself good and just. This theoretical position, however, does not come to be reflected in an educational suggestion that sees the tutor is not involved in this phase of education. Instead he will have to step in and drive, albeit discreetly, the child to the accuracy and clarity.
The spontaneity of the child still has to be safeguarded at all costs, and in this context that Fröbel introduces the important concept of the game as an educational tool. The author, in fact, sees the game as a core activity of the child and then as a primary tool to facilitate the expression and representation of its interior in a creative way, of course with the support of the language. The game is seen as a moment in which the child experiences the concept of unity so dear to Fröbel as it allows in a sense the child to enter into things, making them his own, and things to penetrate him, lending their apportioned pretend play.
The game is also important because it brings the child to discover the design facilitates the evolution of language, put the foundation for the learning of logical-mathematical concepts and applications for future work.
The design becomes important even at this early stage of education, as with its graphical nature helps the child to the pulse structure in some way their own internal representations (while the language also allows a continuous flow, unstructured), often ordering on the basis of numerical categories.
We must not forget that at this early stage Fröbel includes a strong educational focus motor education, rhythm, introduction to the world of music and dance, without underestimating the importance of even small household tasks that may be assigned to child as a source of practical learning.
• The second child
The second phase of education follows a path opposite to that of the previous phase.If this was the first to encourage the spontaneous exposure of the child of his inner life, now you ask the child to undertake a process of internalization must be driven by curiosity and interest, as well as the expression was driven by creativity. It thus comes from the expression learning, and make their appearance as formal education and the school. The latter is seen as a place where people come to know objects outside themselves, their nature, the laws that govern them. Recalling the theoretical positions of the author is not difficult to imagine that this knowledge will then be aimed at the general knowledge of the laws that govern the inner man as the outside, so to get to understand the unity of the whole.
The setting of metaphysics Fröbel there is very clearly in his suggestions for religious education and science. For the first he imagines to ask the children to get the intuition of God (as they must arrive at the intuition of the unit), relying primarily with data from instruments faith or, rather, on the request of a contemplation, a recognition , a “send” to God through a mystical feeling. For the learning of science, however, he starts from the consideration that all of nature is an expression and revelation of God This is the first awareness that, even in training, you must achieve in order to get to understand the scientific laws that govern the world .
On this basis Fröbel grafts of educational mediators, in a way that can simplify the way of children towards learning. He believes that learning science should be as intuitive as that of religion and interpret reality in analog and are not strictly objective Fröbel, he plans to make it more “natural” by showing the children as “gifts” that represent the various solids. From their observation and manipulation to get the young people can derive their common origin from the sphere, and then to “present” in the very concept of unity – which always comes back.
Instead of talking about teaching reading, writing and art, Fröbel leave at the moment by his metaphysical concerns. It defines, in fact, the language as an expressive instrument, which is manifestation of the subjectivity of individuals. This strong link between language, personality and expressiveness leads the author to pay close attention to the dialects as a manifestation of the individuality of the people, and the rhythm of speech, as the basis of poetic expression. The expression and language are seen as natural and spontaneous manifestations of the child already: they spontaneously So we beg the need of writing, which will be the first ideographic (ie based on the design, which we have already seen a key factor in early childhood education ) and then based on the conventional codes. The writing will follow the reading, born of the need to clarify before him, and then the other, as it is written.
The aesthetic is instead based training for Fröbel, teaching art that will draw inspiration from the observation and representation of sounds (music and singing), surfaces (such as colors and then materialized views in painting) and bodies (figure).
• The kindergarten and teaching materials
The first concept that must be emphasized that the kindergarten Fröbel is designed as a school in the true sense and not as a mere pre-school institution modeled on those that were spreading more or less the same years in Europe.
The kindergarten is thought of as divided into two main areas: one outside and one inside. In the outer were placed in small areas (“private property”) for the cultivation of plants with a wide area for communal work – reflecting well the fröbeliana dialectic between individuality and society, individual responsibility and collective approached.
Possession is therefore not understood in an ideological sense, but as an expression of a psychological need of the child intended to help you determine his identity and bring them together and shared responsibility.
The school “out”, direct contact with nature and its exploration does not exclude a more orderly boarding school. Here you enter the “gifts” which was mentioned above in relation to science teaching. But besides being a conduit for the transmission of a particular form of knowledge, they are seen by Fröbel as life forms and architectural aesthetic forms, and then as a teaching aid for education in art and aesthetics.
The structured learning materials can, therefore, view creative and “playful” in Fröbel, enjoy their autonomy to become a subsidy for other activities too far from the original ones.
Web Source

Non c’è più sordo…



Immagine di Giuseppe Bustone

Non c’è più sordo…

Ricorda: ascolta. Ascolta soprattutto chi parla sempre lui/lei. Se non ti ascoltano è perché sono troppo intrappolati nella propria vita. Non hanno spazio per le tue parole. Non aver paura di non poter dire tutto. Non ne avresti giovamento e non ne avrebbero loro. Tu, semplicemente ascoltali!

Giuseppe Bustone

Legittima armoniosa ricerca


Legittima armoniosa ricerca

Quando cerco una ragione
per continuare il cammino
su questo mondo,
qualcosa mi dice
di procedere.
Mi ritrovo quindi
a insistere
su questa strada
mal connessa
ma che,sicuramente,
mi porta alla meta.
Non sarà insistere
per ottenere il meglio,
ma ritrovare la ragione
per cui ricerco
la mia massima espressione
e ricercarla per imparare a gestire ogni emozione accessoria
al mio essere partecipe d
el sostanziale aver condiviso
il meglio… della vita.
E,ringraziando procedo.

Giuseppe Bustone

L’ostrica e la perla – The oyster and the pearl – Anonimo


L’ostrica e la perla

Un’ostrica che non è stata ferita non produce perle.
Le Perle sono prodotti del dolore, risultati dell’entrata di una sostanza estranea o indesiderabile nell’interno dell’ostrica, come un parassita o un granello di sabbia.
Nella parte interna conchiglia esiste una sostanza luccicante chiamata nácar. Quando il granello di sabbia penetra, le cellule di nácar cominciano a lavorare e coprire il granello con strati per proteggere il corpo indifeso dell’ostrica.
Come risultato, una bella perla si formerà li nel suo interno.
Un’ostrica che non è stata ferita, mai produrrà perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.
Tu ti sei già sentito ferito con le parole di qualcuno ?
Sei già stato accusato di aver detto cose che mai hai pronunciato?
Le tue idee sono già state rifiutate o mal interpretate?

Hai già ricevuto in cambio l’indifferenza?
Allora hai prodotto una perla!
Copri le tue pene con vari strati di amore.
Infelicemente sono poche le persone che si interessano per questo tipo di sentimento.
La maggioranza impara appena a coltivare risentimenti, lasciando le ferite aperte, alimentandole con piccoli sentimenti, non permettendo che si cicatrizzino!
Cosi, in pratica, quello che vediamo “ostriche vuote” non perché non siano state ferite, ma perché non hanno saputo perdonare, comprendere e trasformare il dolore in amore!

Anonimo

The oyster and the pearl

An oyster that has not been wound does not produce pearls.
Pearls are made of pain, results entry of a substance
or undesirable alien inside the oyster, like a parasite or
a grain of sand.
In the inner shell there is a shiny substance called
Nácar. When the grain of sand penetrates cells Nácar
start working with the grain and cover layers to protect
body defenseless oyster.
As a result, they will form a beautiful pearl inside.
An oyster which has not been hurt, never produce pearls, the pearl is because
wound healed.
You’ve already heard the words of someone injured?
Have you been accused of having said things that have never delivered?
Your ideas have already been refused or bad play?

You have already received in exchange indifference?
Then you’ve produced a pearl!
Cover your penis with multiple layers of love.
Unhappily there are few people who are interested in this type of
feeling.
Most just learn to cultivate resentment, leaving
open wounds, feeding children with feelings, not allowing
cicatrize you!
Thus, in practice, what we are “empty oyster” not because
were injured, but because they failed to forgive, understand and
transform pain into love!

Anonymous

Alla ricerca della Felicità – In Search of Happiness – Dott.ssa E. Maino


Alla ricerca della Felicità

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, da esse, sovente, traiamo gli stimoli che muovono le nostre giornate. Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l’uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità . Quest’ultima è data da un senso di appagamento generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta.
Questo stato di benessere, soprattutto nella sua forma più intensa – la gioia – non solo viene esperito dall’individuo, ma si accompagna da un punto di vista fisiologico, ad una attivazione generalizzata dell’organismo.

Molte ricerche mettono in luce come essere felici abbia notevoli ripercussioni positive sul comportamento, sui processi cognitivi, nonché sul benessere generale della persona. Ma chi sono le persone felici? Gli studi che hanno cercato di rispondere a questa domanda evidenziano come la felicità non dipenda tanto da variabili anagrafiche come l’età o il sesso, né in misura rilevante dalla bellezza, ricchezza, salute o cultura. Al contrario sembra che le caratteristiche maggiormente associate alla felicità siano quelle relative alla personalità quali ad esempio estroversione, fiducia in se stessi, sensazione di controllo sulla propria persona e il proprio futuro.

Le emozioni: IL COLORE DELL’ESISTENZA

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, danno colore e sapore all’esistenza, anche se, in una civiltà come quella occidentale impostata sul primato della ragione, spesso sono considerate con sospetto e timore. Del resto non potrebbe essere altrimenti: infatti se la ragione promette all’uomo il dominio su se stesso e le cose, le emozioni spesso producono turbamento e conflitto, non sono mai totalmente controllabili e a volte ci trascinano a dire o fare cose di cui, una volta cessato l’impeto emotivo, ci si pente. Eppure, sono le emozioni che ci fanno gustare la vita ed è proprio dalle emozioni, piccole o grandi che siano, che l’individuo spera di ricavare nuovi stimoli che muovano le sue giornate. Del resto come si potrebbe dire di vivere appieno se non si sperimentassero mai la gioia, il tremito dello smarrimento o della paura, l’impeto della passione, l’abbandono alla nostalgia, il peso e la disperazione provocate dalla sofferenza?
Tuttavia, seppur ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l’uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità .

FELICITA’: alcune definizioni

Il tema della felicità appassiona da sempre l’umanità: scrittori, poeti, filosofi, persone comuni, ognuno si trova a pensare, descrivere, cercare questo stato di grazia. Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l’accento sulla componente emozionale , come il sentirsi di buon umore, altri sottolineano l’aspetto cognitivo e riflessivo , come il considerarsi soddisfatti della propria vita. La felicità a volte viene descritta come contentezza, soddisfazione, tranquillità, appagamento a volte come gioia, piacere, divertimento.

Secondo Argyle (1987), il maggiore studioso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l’autorealizzazione e la salute.
La felicità è anche legata al numero e all’intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia . In questo caso è definibile come l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all’esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D’Urso e Trentin , 1992).
Cosa succede quando siamo felici?

Tutti noi, in misura più o meno accentuata, proviamo emozioni, in un certo senso le agiamo a livello di comportamenti più o meno visibili e consapevoli, le condividiamo con gli altri parlando o scrivendo di esse, alcuni riescono perfino ad immortalarle nelle opere d’arte.
Ma cosa succede dentro e fuori di noi quando siamo felici?

Alcuni autori (Maslow , 1968; Privette , 1983) riportano che le sensazioni esperite con più frequenza dalle persone che si trovano in una condizione di felicità o di gioia sono quelle di sentire con maggiore intensità le sensazioni corporee positive e con minore intensità la fatica fisica, di sperimentare uno stato di attenzione focalizzata e concentrata, di sentirsi maggiormente consapevoli delle proprie capacità.
Spesso le persone felici si sentono più libere e spontanee , riferiscono una sensazione di benessere in relazione a se stesse e alle persone vicine e infine descrivono il mondo circostante in termini più significativi e colorati.
Inoltre le persone che provano emozioni positive, quali ad esempio gioia e felicità, a livello fisiologico presentano un’attivazione generale dell’organismo che si manifesta con un’accelerazione della frequenza cardiaca, un aumento del tono muscolare e della conduttanza cutanea e infine una certa irregolarità della respirazione.
In ultimo chi è felice sorride spesso . In effetti il sorriso, sovente accompagnato da uno sguardo luminoso e aperto, è la manifestazione comportamentale più rappresentativa, inconfondibile e universalmente riconosciuta della felicità e della gioia.

Chi sono le persone felici?
Probabilmente chiunque, passando in rassegna le persone che gli sono vicine, è in grado di identificare tra tutte un amico, un parente o un conoscente che è considerato da tutti la persona felice per antonomasia, la persona che non perde il buonumore anche quando deve affrontare delle situazioni difficili o fastidiose, quella che ha sempre la battuta pronta e che sembra serena in ogni circostanza.
Ma la felicità da cosa dipende? Esistono delle caratteristiche dell’individuo che lo rendono maggiormente permeabile a sentimenti di felicità e gioia piuttosto che a sentimenti negativi?
E’ molto difficile, probabilmente impossibile, rispondere in modo sufficientemente accurato a tali quesiti. Tuttavia le ricerche sulla felicità mettono in luce come essere più o meno felici non dipende in modo diretto da variabili anagrafiche come l’età o il sesso, né in misura rilevante dalla bellezza, ricchezza, salute o cultura. Al contrario sembra che le caratteristiche maggiormente associate alla felicità siano quelle relative alla personalità e in particolare quelle relative all’estroversione, alla fiducia in se stessi, alla sensazione di controllo su se stessi e il proprio futuro (D’Urso e Trentin , 1992).
Secondo Argyle e Lu (1990) la persona estroversa è più felice perché ha più rapporti sociali, fa amicizie più facilmente, partecipa ad un maggior numero di attività pubbliche e collettive dove trova maggiori motivi di interesse e divertimento. Inoltre una persona felice è anche una persona che sta bene con se stessa e che ha fiducia nelle sue capacità e percepisce una fondamentale congruenza tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. In sostanza, più le persone riescono ad accettarsi per quello che sono, con tutti i loro pregi e i loro limiti, più sono felici. Analogamente, quanto più una persona ritiene di poter ragionevolmente controllare gli eventi che gli accadono nella sua vita affettiva, sociale, lavorativa, più è felice, e in particolar modo, è più felice di chi si considera in balia del caso o degli altri.

Felicità e benessere

Gli stati d’animo positivi possono influire in modo considerevole sia sul comportamento sia sui processi di pensiero rendendoli maggiormente adeguati e funzionali alle situazioni di vita dell’individuo. E’ poi ovvio che tutto questo si ripercuota positivamente sullo star bene dell’individuo con se stesso e gli altri.
In effetti quando le persone sono di buon umore pensano alle cose in modo molto diverso rispetto a quando sono di cattivo umore. Ad esempio, si è trovato che il buon umore porta a descrivere in modo positivo gli eventi sociali a percepirsi come socialmente competenti, a provare sicurezza in se stessi e autostima (Bower , 1983). Inoltre quando si è felici si tende a valutare più positivamente la propria persona: ci si sente pieni di energia, si considerano meno gravi i propri difetti e si pensa meno alle proprie difficoltà. In ultimo, si è visto che più si è felici più si curano e si allargano i propri interessi sociali e artistici, si pone maggiore attenzione alle questioni politiche generali, ci si sente più inclini ad accettare dei compiti nuovi e stimolanti, anche se difficili (Cunningham , 1986; 1988).

Da questo punto di vista non c’è da stupirsi che uno stato emotivo positivo induca all’ottimismo : Mayer e Volanth (1985), infatti, hanno trovato una correlazione diretta tra grado di buonumore e probabilità stimata di eventi positivi.
Essere felici induce anche ad essere più audaci . A questo proposito, Isen e Patrick (1983) hanno messo in luce come la gioia tendenzialmente porti a sottovalutare la gravità dei rischi e quindi porti ad agire in modo meno prudente.
In ogni caso si è anche visto che questo accade solo se la decisione da prendere non comporta dei rischi seri. In presenza di uno stato d’animo positivo, non solo il mondo sembra più colorato e desiderabile e le azioni più facili, ma anche le persone che ci circondano sembrano migliori. E’ forse per questo che molti esperimenti rilevano come le persone felici siano più disponibili, generose e altruiste e provochino negli altri una maggior simpatia.
In ultimo, per quanto riguarda gli aspetti cognitivi, si è visto che il buon umore ha degli effetti positivi sulle capacità di apprendimento e di memoria e sulla creatività: in sostanza quando si è felici si apprende con più facilità, in misura maggiore e in modo più duraturo (Ellis , Thomas e Rodriguez , 1984; Ellis , Thomas McFarland e Lane , 1985) e inoltre si è maggiormente creativi nella soluzione dei problemi.

FELICITA’: istruzioni per l’uso

A questo punto, visti i vantaggi che essere felici comporta, ci si potrebbe chiedere se esistono delle strategie che ci aiutino a sentirci felici o a recuperare il buonumore quando lo si è perso. In questo senso D’Urso e Trentin (1992) riportano una serie di attività e atteggiamenti che si accompagnano o favoriscono uno stato di benessere. Tali attività o atteggiamenti sono:

non attribuire interamente a noi stessi la responsabilità degli eventi spiacevoli che ci capitano stare in compagnia di persone felici
fare esercizio fisico non confrontare la nostra condizione (salute, bellezza, ricchezza ecc.) con quella degli altri individuare quello che ci piace nel nostro lavoro e valorizzarlo curare il corpo e l’abbigliamento riconoscere i legami tra cattivo umore e cattivo stato di salute: spesso è il malessere fisico, più che altri fattori oggettivi, a determinare un cattivo umore dimensionare le nostre aspettative alle capacità e alle opportunità medie della situazione
aiutare le persone a cui piace essere aiutate non fare progetti a lunga scadenza
frequentare le persone che ci hanno fatto dei piaceri e alle quali abbiamo fatto dei piaceri non trarre conclusioni generali dagli insuccessi fare una lista delle attività che personalmente ci fanno stare di buon umore e praticarle

Dott.ssa E. Maino

http://www.benessere.com/psicologia/emozioni/feli.htm

In Search of Happiness

Emotions are vital components of our lives, which they have, often, we get the incentives that drive our days. While each is important and allows emotion to anyone who experiences of feeling alive, man is primarily looking for those feelings and emotions that they do feel good and appaghino, in a word is in search of the emotional state of being called happiness. The latter is given by a general sense of contentment and its intensity varies depending on the number and strength of positive emotions that an individual experiences.
This state of well-being, especially in its most intense – the joy – not only is experienced by the individual but is accompanied by a physiological point of view, to a generalized activation of the body.

Many studies highlight how to be happy to have significant positive effects on behavior, cognitive processes, and general welfare of the person. But who are the people happy? Studies that have attempted to answer this question show that happiness does not depend so much personal data on variables such as age or sex, nor to a significant extent by the beauty, wealth, health or culture. On the contrary it seems that the characteristics most associated with happiness are those relating to personality such as extroversion, self-confidence, sense of control over their person and their future.

Emotions: THE COLOR OF EXISTENCE

Emotions are vital components of our lives, give color and flavor to existence, although in the West as a civilization set on the primacy of reason, are often regarded with suspicion and fear. The rest could not be otherwise: if the reason it promises to man dominion over himself and things, emotions often produce confusion and conflict, are never totally controllable and sometimes drag us to do or say things, a Once the emotional impulse ceased, we repent. Yet, the emotions that make us enjoy life and it is the emotions, whether large or small, that the individual hopes to obtain new stimuli that move his days. Otherwise, how could be said to live fully if you do not ever experienced the joy, the trembling or fear of loss, the heat of passion, the abandonment of nostalgia, the weight caused by the suffering and despair?
However, even if every single emotion is important and allows the experiences of those who feel alive, man is primarily looking for those feelings and emotions that they do feel good and appaghino, in a word is in search of the emotional state of being called happiness.

HAPPINESS ‘: some definitions

The theme of happiness has always been passionate about humanity: writers, poets, philosophers and ordinary people, everyone is thinking, describe, find this state of grace. To define this condition groped some scholars have emphasized the emotional component, such as feeling in a good mood, others emphasize the cognitive aspect and thoughtful, considered as satisfied with their lives. Happiness is sometimes described as contentment, satisfaction, peace, contentment, sometimes as joy, pleasure, fun.

According to Argyle (1987), the greatest scholar of this emotion, happiness is represented by a general sense of overall satisfaction can be decomposed in terms of satisfaction in specific areas such as marriage, work, leisure, relationships social, self-fulfillment and health.
Happiness is also related to the number and intensity of positive emotions that people experience and, ultimately, as an event or sudden and rather intense emotional process is best designated as joy. In this case is defined as the emotion that follows the fulfillment of a need or to make a wish and in it, alongside the experience of pleasure, appear a certain amount of surprise and activation (D’Urso and Trentin, 1992 ).
What happens when we are happy?

All of us, more or less pronounced, we feel emotions, in a sense, we act at the level of behavior more or less visible and aware, we share it with others by talking or writing about them, some can even capture life in the works’ art.
But what happens inside and outside of ourselves when we are happy?

Some authors (Maslow, 1968; Privett, 1983) report that the sensations experienced more frequently by people who are in a state of happiness or joy are those with greater intensity of feeling bodily sensations positive and with less intensity physical exertion to experience a state of focused attention and concentrated, to feel more aware of their abilities.
Often people feel more free and happy spontaneous report a feeling of well being in relation to themselves and those close and finally describe the world around them in a more meaningful and colorful.
Furthermore, people who experience positive emotions such as joy and happiness, at physiological levels have a general activity of the organism that is manifested by an acceleration of heart rate, increased muscle tone and skin conductance, and finally some irregular breathing.
Finally the happy smiles often. In fact, the smile is often accompanied by a bright and open eyes, is the behavioral manifestation more representative, unique and universally recognized for happiness and joy.

Who are the people happy?
Probably anyone browsing the people who are close, you can identify all of a friend, relative or acquaintance who is considered by all the happy man par excellence, the person who loses his good humor even when faced difficult or unpleasant situations, the one that always has a ready wit, and that seems serene in all circumstances.
But happiness depends on what? There are individual characteristics that make it more susceptible to feelings of happiness and joy rather than negative feelings?
It ‘very difficult, probably impossible, to respond with sufficient accuracy to these questions. However, research on happiness shed light on how to be more or less happy does not depend directly personal data on variables such as age or sex, nor to a significant extent by the beauty, wealth, health or culture. On the contrary it seems that the characteristics most associated with happiness are those related to personality and in particular those relating extroversion, confidence in oneself, the feeling of control over themselves and their future (D’Urso and Trentin, 1992) .
According to Argyle and Lu (1990) The extrovert is happier because it has more social relationships, makes friends easily, participating in a larger number of public and group activities where you can find more points of interest and fun. In addition, a happy person is a person who is comfortable with herself and who has confidence in his abilities and receives a basic congruence between what is and what he wants to be. Basically, more people are able to accept themselves for who they are, with all their strengths and their limitations, most are happy. Similarly, the longer a person reasonably believes it can control the events that happen in his emotional life, social work, the happier, and in particular, is happier than people who consider themselves at the mercy of chance or the other.

Happiness and well-being

The positive mood can affect significantly both the behavior and thought processes about making them more functional and appropriate to individual life situations. And ‘then obvious that all this has a positive impact on the wellbeing of the individual with himself and others.
In fact, when people are in a good mood to think about things very differently than when they are in a bad mood. For example, it was found that the mood in a positive way leads on to describe social events to perceive themselves as socially responsible, to feel self-confidence and self-esteem (Bower, 1983). Also, when you are happy you tend to more positively evaluate one’s own person: You feel full of energy, are considered less serious and their defects not to think about their difficulties. Finally, we have seen that the more happy the more you take care of their interests and widen social and artistic, it places greater emphasis on general political issues, we feel more inclined to accept new and challenging tasks, while difficult ( Cunningham, 1986, 1988).

From this point of view it is not surprising that a positive emotional state induces optimism: Mayer and Volanth (1985), in fact, found a direct correlation between the degree of good humor and estimated probability of positive events.
Being happy also brings to be bolder. In this regard, Isen and Patrick (1983) have highlighted how the joy ports tend to underestimate the seriousness of the risks and therefore lead to less prudent act.
In any case, it was also seen that this happens only if the decision to be taken does not involve serious risks. In the presence of a positive state of mind, not only the world seems more colorful and desirable, and actions easier, but also the people around us seem better. And ‘perhaps for this reason that many experiments point out how happy people are more open, generous and selfless in the other and cause more sympathy.
Finally, with regard to cognitive aspects, it is seen that the mood has positive effects on learning ability and memory and creativity: in essence when you are happy you learn more easily, even more-so more durable (Ellis, Thomas and Rodriguez, 1984; Ellis, Thomas McFarland and Lane, 1985) and also has more creative in solving problems.

HAPPINESS ‘: instructions for use

At this point, given the advantages that being happy means, one might ask whether there are strategies that help us feel happy or when you get the humor is lost. In this sense, D’Urso and Trentin (1992) report a series of activities and attitudes that accompany or promote a state of wellness. These activities or attitudes are:

not entirely due to ourselves the responsibility of the unpleasant events that happen to us being in the company of happy people
exercise do not compare our condition (health, beauty, wealth, etc..) with that of others to identify what we like in our work and enhance it heal the body and clothing to recognize the link between bad mood and poor health: often the physical discomfort, rather than other objective factors, to determine a bad temper our expectations dimension to the capabilities and opportunities of the average situation
help people who like to be helped not to make long-term projects
the people who attend have the pleasures and the pleasures which we did not draw general conclusions from failure to make a list of activities that make us feel yourself in a good mood and practice

Dr. E. Maino

Amicizia – Friendship – Osho


Amicizia

L’amicizia è l’amore più puro.
È la più alta forma di amore
dove non viene chiesto nulla,
nessuna condizione, dove uno
semplicemente si diverte a dare

Osho

Friendship

Friendship is the purest love.
It is the highest form of Love
where nothing is asked for,
no condition, where one
simply enjoys giving.

Osho

Ritmo – Rhythm


🌸Ritmo🌸

Fugge
il tempo
che rincorri
mentre
tu non vivi
questo passo

Respira
e raccogli
la gioia
della scoperta
racchiusa
in ogni attimo

17.07.2020 Poetyca
🌸🍃🌸#Poetycamente
🌸Rhythm

Flees
the time
you chase
while
you don’t live
this step

Breathe
and collect
joy
of discovery
enclosed
in every moment

17.07.2020 Poetyca

La fine del “dramma” di vita – The end of “drama” Life – Eckhart Tolle


La fine del “dramma” di vita

Gran parte del cosiddetto ‘male’ che avviene nella vita delle persone è
dovuto all’inconsapevolezza. Si crea da solo, o, meglio, è creato
dall’io. Talvolta io chiamo queste cose “dramma”. Quando siamo pienamente
consapevoli, il dramma non entra più nella nostra vita. Vorrei rammentare
brevemente come opera l’io e come crea il dramma.

L’io è la mente non osservata che gestisce la nostra vita quando non
siamo presenti come consapevolezza testimone, come osservatori. L’io si
percepisce come frammento separato in un universo ostile, senza alcuna
connessione interiore con ogni altro essere, circondato da altri io che
considera potenziali minacce o che cercherà di usare per i propri fini.
Gli schemi fondamentali dell’io sono creati per combattere la sua
radicata paura e il suo senso di mancanza. Si tratta di resistenza,
dominio, potere, avidità, difesa, attacco. Alcune delle strategie dell’io
sono estremamente abili, eppure non risolvono mai alcuno dei suoi
problemi, semplicemente perché l’io stesso è il problema.

Quando gli io si riuniscono insieme, che si tratti di rapporti personali
o di organizzazioni o istituzioni, prima o poi accade il “male”: un
dramma di qualche genere, sotto forma di conflitti, problemi, lotte di
potere, violenza emotiva o fisica, eccetera. Fra questi vi sono mali
collettivi come guerre, genocidi e sfruttamenti, tutti dovuti
all’inconsapevolezza accumulata. Inoltre molti tipi di malattie sono
causati dalla resistenza continua dell’io, che crea restrizioni e blocchi
nel flusso di energia attraverso il corpo. Quando ci ricolleghiamo
all’Essere e non siamo più gestiti dalla nostra mente, smettiamo di
creare queste cose. Non creiamo e non partecipiamo più al dramma.

Quando due o più io si uniscono insieme, ne consegue un dramma di qualche
genere. Ma anche chi vive completamente solo crea il proprio dramma.
Quando noi ci sentiamo dispiaciuti per noi stessi, questo è dramma.
Quando ci sentiamo in colpa o in ansia, questo è dramma. Quando lasciamo
che il passato o il futuro oscurino il presente, creiamo il tempo, il
tempo psicologico, la sostanza di cui è fatto il dramma. Quando non
onoriamo il momento presente consentendogli di essere, creiamo il dramma.

Quasi tutti sono innamorati del proprio dramma di vita particolare. La
loro storia è la loro identità. L’io gestisce la loro vita. Vi hanno
investito l’intero loro senso del sé. Perfino la loro ricerca (di solito
infruttuosa) di una risposta, di una soluzione, o di una guarigione ne
diventa parte. Ciò che temono e a cui resistono di più è la fine del loro
dramma. Fintanto che SONO la loro mente, ciò che temono e a cui resistono
di più è il loro risveglio.

Quando viviamo in completa accettazione di ciò che esiste, questa è la
fine di ogni dramma della nostra vita. Nessuno può nemmeno litigare con
noi, per quanto ci provi. Non possiamo litigare con una persona
pienamente consapevole. Il litigio implica l’identificazione con la mente
e una posizione mentale, nonché resistenza e reazione alla posizione
dell’altra persona. Il risultato è che le opposte polarità si forniscono
energia reciprocamente. Questa è la meccanica dell’inconsapevolezza.
Possiamo ancora esprimere la nostra opinione chiaramente e fermamente, ma
non vi sarà dietro nessuna forza reattiva, nessuna difesa e nessun
attacco. Allora non si trasformerà in dramma. Quando siamo pienamente
consapevoli, smettiamo di essere in conflitto. “Nessuno che sia in unione
con se stesso può nemmeno concepire un conflitto”: questo si riferisce
non soltanto al conflitto con altre persone ma fondamentalmente al
conflitto dentro di noi, che viene meno quando non vi è più alcuno
scontro fra le esigenze e le aspettative della mente e ciò che esiste.

di Eckhart Tolle
tratto da “Il potere di Adesso” – Armenia editore


The end of “drama” Life

Much of the so-called ‘evil’ that occurs in people’s lives is
due to unawareness. It creates its own, or rather, is created
ego. Sometimes these things I call “drama”. When we are fully
aware, the drama no longer enters into our lives. I would remind
briefly how the ego operates and how to create drama.

The ego is the mind that runs our lives observed when
we present as a witness consciousness, as observers. This is me

perceived as a separate fragment in a hostile universe, with no
inner connection with any other being, surrounded by others that I

considered potential threats or try to use for their own purposes.
The basic ego patterns are designed to combat his
rooted fear and sense of loss
This resistance
domain, power, greed, defense, attack. Some of the strategies of the ego

are highly skilled, yet never solve any of its
problems, simply because I myself is the problem.

When I gather together, be it personal relationships
or organizations or institutions, sooner or later happens, the “evil”: a
drama of some sort, in the form of conflicts, problems, struggles
power, physical or emotional violence, and so on. Among these are evils
collective such as wars, genocide and exploitation, all due
to unconsciousness accumulated. Moreover, many types of diseases are
caused by the continuing strength of the ego, which creates restrictions and blockages
in the flow of energy through the body. When we reconnect
Being and we are no longer managed by our mind, we stop
create these things. Not create and do not participate more in the drama.

When two or more I join together, the result is a drama of some
kind. But even those who live completely alone creates its own drama.
When we feel sorry for ourselves, this is drama.
When we feel guilty or anxious, this is drama. When we leave
that the past or the future obscure this, we create the time,
psychological time, the substance of which is done the drama. When not
honor the present moment allowing it to be, we create the drama.

Almost everyone is enamored of their particular life drama. The
Their story is their identity. The ego runs their life. We have
invested their entire sense of self. Even their research (usually
unsuccessful) for an answer, a solution or a cure or
becomes part. What they fear and resist most is that the end of their
drama. Long as they are their minds, what they fear and which resist
most is their wake.

When we live in complete acceptance of what exists, this is the
end of each drama of our lives. No one can even argue with
us, try as I might. We can not argue with a person
fully aware. The dispute involves identifying with the mind
and a mental position, as well as resistance and reaction to the position
the other person. The result is that the polarities are provided
energy each other. This is the mechanics of unconsciousness.
We can still express our views clearly and firmly, but
there will be no reactive force behind, no defense and no
attack. Then will not turn into tragedy. When we are fully
aware, we cease to be in conflict. “No one who is in union
himself can not even conceive of a conflict “: this refers
not only conflict with other people but basically the
conflict within us, which is less when there is no
clash between the needs and expectations of the mind and what exists.

of Eckhart Tolle

taken from “The Power of Now” – Armenia publisher

 

La pratica della meditazione – The practice of meditation


La pratica della meditazione

La pratica della meditazione non è quel che comunemente si intende per pratica, nel senso di ripetizione intesa a preparare a una qualche prova futura. Può sembrare strano e illogico dire che la meditazione sotto forma di yoga, dhyana o za-zen, come è in uso presso gli induisti e i buddhisti è una pratica priva di scopo nel futuro immediato o lontano, poiché è l’arte dell’essere completamente centrati nel qui e ora. “Io non sono addormentato e non c’è nessun posto in cui voglia andare”.
Viviamo in una cultura totalmente stregata dall’illusione del tempo, in cui il cosiddetto momento presente è sentito come qualcosa di infinitesimale fra un passato potentemente condizionante e un futuro la cui importanza è assoluta. Non abbiamo un presente. La nostra coscienza è quasi totalmente occupata dal ricordo e dall’aspettativa. Non ci rendiamo conto che non c’è mai stata, non c è e non ci sarà mai altra esperienza che quella del presente.
Siamo perciò privi di contatto con la realtà. Confondiamo il mondo di cui si parla, che si descrive e si misura col mondo qual è in realtà. Siamo sotto l’incantesimo di quegli utili strumenti che sono i nomi, i numeri, i simboli, i segni, i concetti e le idee. Ecco dunque che la meditazione è l’arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po’ come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto.
Limitatevi a stare seduti, chiudere gli occhi e ascoltare tutti i suoni che possono essere nell’aria, senza provare a identificarli o a definirli. Ascoltate come ascoltereste la musica. Se vi accorgete che il dialogo mentale continua, non cercate di interromperlo con la volontà. Limitatevi a lasciare la lingua rilassata, abbandonata e comoda nella mascella inferiore, e ascoltate i vostri pensieri come ascoltereste gli uccelli che cinguettano fuori dalla finestra, puro rumore nella vostra testa: i pensieri alla fine si placheranno da soli, come uno stagno agitato e fangoso si calma e torna limpido se non lo si disturba.
Ancora, prendete coscienza del vostro respiro e lasciate che i vostri polmoni funzionino al ritmo loro congeniale. E per un po’ restate semplicemente ad ascoltare e sentire il respiro. Ma, se possibile, non chiamatelo così. Limitatevi a vivere l’evento non verbale. Si può obiettare che questa non è meditazione ’spirituale’ ma semplice attenzione al mondo fisico: si dovrebbe però comprendere che spirituale e fisico sono soltanto idee, concetti filosofici, e che la realtà di cui ora avete coscienza non è un’idea. Di più, non c’è in voi un io che ne è cosciente. Anche quella era solo un’idea. Potete udirvi in ascolto?
E adesso cominciate a lasciar ‘cadere’ il vostro respiro all’esterno, lentamente e comodamente. Non sforzate né tendete i polmoni, ma lasciate che il respiro esca allo stesso modo di quando vi abbandonate in un letto accogliente. Lasciatelo semplicemente andare, andare, e andare. Non appena c’è un minimo sforzo, fatelo semplicemente rientrare come un riflesso, senza pressioni o strappi. Non pensate all’orologio. Non pensate a contare. Mantenete semplicemente questo stato tanto a lungo quanto dura il senso di beatitudine che dà.
Usando il respiro in questa maniera, scoprite come produrre energia senza forza. Ad esempio, una delle tecniche (in sanscrito upaya) usate per quietare la mente pensante e il suo meccanico chiacchiericcio è nota come mantra – che è il salmodiare un suono in quanto suono, piuttosto che per il significato. Per cui cominciate a emettere un’unica nota sull’onda dell’espirazione, all’altezza che vi viene più facile. Gli induisti e i buddhisti usano per questa pratica sillabe come OM, AUM (cioè HUNG), e i cristiani possono preferire AMEN O ALLELUIA, i mussulmani ALLAH e gli ebrei ADONAI: sostanzialmente non fa differenza, dal momento che ciò che conta è solo e unicamente il suono. Come i Buddhisti Zen potreste usare semplicemente la sillaba Mu (~). Scegliere questa sillaba, e lasciate che la vostra coscienza sprofondi giù, giù, giù dentro il suono fino a quando non provate più nessun senso di sforzo.
Soprattutto, non puntate a un risultato, a un improvviso cambiamento di coscienza o al satori: l’essenza della pratica della meditazione è tutta nel concentrarsi su ciò che È, non su ciò che dovrebbe o potrebbe essere. Il problema è: non usare la forza per svuotare la mente, o per concentrarsi su un punto di luce o altro, anche se, fatto senza accanimento, queste cose possono essere meravigliose.
Quanto dovrebbe durare tutto ciò? La mia idea, forse non ortodossa, è che lo si possa far durare fintanto che non c’è sensazione di sforzo – e può voler dire arrivare a trenta o quaranta minuti a seduta; dopo di che vorrete tornare allo stato di normale riposo e distrazione.
Sedendo per meditare, è bene mettere sul pavimento un cuscino abbastanza consistente, tenere la spina dorsale diritta ma non rigida, tenere le mani in grembo – a palme in alto – poggiare morbidamente l’una sull’altra e sedere a gambe incrociate nella posizione del Buddha, nella postura del mezzo ‘loro’ o del loto completo, o inginocchiati e seduti all’indietro sui calcagni. ‘Loro’ significa che uno o entrambi i piedi poggiano, con la pianta rivolta verso l’alto, sulla coscia opposta. Queste posture sono leggermente scomode, ma hanno, proprio per questo, il vantaggio di tenervi desti.
Può accadere che nel corso della meditazione abbiate visioni stupefacenti, idee abbaglianti e meravigliose fantasie. Può anche succedervi di avere l’impressione di stare per diventare chiaroveggenti, o di poter lasciare il corpo e viaggiare a volontà. Ma tutto ciò è distrazione. Lasciatelo stare e osservate semplicemente cosa accade ADESSO. Non si medita per acquistare poteri straordinari:
infatti, se riusciste a diventare onnipotenti e onniscienti, che fareste? Non ci sarebbero ad attendervi altre sorprese, e tutta la vostra vita sarebbe come far l’amore con una donna di plastica. Attenti, quindi, a tutti quei guru che promettono ‘meravigliosi risultati’ e altri futuri benefici dal loro insegnamento. Ciò che importa veramente è rendersi conto che il futuro non esiste, e che il vero senso della vita è l’esplorazione dell’eterno presente. FERMATEVI, GUARDATE e ASCOLTATE!
Si racconta che un uomo andò dal Buddha con un’offerta di fiori in ambo le mani. Il Buddha disse: “Lascialo cadere!”. Per cui egli fece cadere i fiori che aveva nella mano sinistra. Il Buddha disse ancora: “Lascialo cadere!”, ed egli lasciò cadere i fiori che teneva nella mano destra. Ma il Buddha disse: “Lascia cadere quello che non hai né a sinistra né a destra ma al centro!”. E l’uomo fu di colpo illuminato.
È meraviglioso avere la sensazione che tutto ciò che vive e che si muove sta cadendo o segue la gravità. Dopotutto, la terra sta cadendo intorno al sole, e a sua volta il sole sta cadendo intorno a qualche altra stella. Poiché l’energia è semplicemente il prendere la via della minima resistenza. L’energia è nella massa. La potenza dell’acqua è nel seguire il suo stesso peso. Tutto viene a colui che ha peso.
Un brano tratto dal testo di Alan Watts, “La via della liberazione”.

The practice of meditation

The practice of meditation is not what is commonly meant by practice, in the sense of repetition in order to prepare some future trial. It may seem strange and illogical to say that meditation in the form of yoga, dhyana or zazen, as is used by Hindus and Buddhists is no practical purpose in the near future or far away, as is the art of being completely centered in the here and now. “I’m not sleepy and there is no place where you want to go.”
We live in a culture totally bewitched by the illusion of time, in which the so-called present moment is felt as something between an infinitesimal powerfully past conditioning and a future whose importance is absolute. We have no present. Our consciousness is almost completely occupied by the memory and anticipation. We do not realize that there never was, is not there and there will never be another one of this experience.
We are therefore deprived of contact with reality. Confuse the world of which we speak, which is described and measured with the world what it really is. We are under the spell of those useful tools that are the names, numbers, symbols, signs, concepts and ideas. Here, then, that meditation is the art of temporarily suspending verbal and symbolic thought, a little ‘a polite audience interrupts the conversations when a concert is about to begin.
Limit yourself to sit, close your eyes and listen to all sounds that can be in the air, without trying to identify or define them. Listen as you listen to music. If you find that the mental dialogue continues, do not try to stop it at will. Limit yourself to leave the tongue relaxed and comfortable in the lower jaw dropped, and listen to your thoughts as we shall hear the birds chirping outside the window, pure noise in your head: thoughts eventually subside on their own, as a rough and muddy pond is calm and clear back if you do not bother.
Again, be aware of your breathing and let your lungs are working at their pace congenial. And for a while ‘stay just to listen and feel the breath. But, if possible, do not call it that. Limit yourself to experience the event non-verbal. It might be objected that this is not meditation ‘spiritual’ but simple attention to the physical world: But you should understand that the spiritual and physical are only ideas, philosophical concepts, and that the reality of which we have consciousness is not an idea. Moreover, there is an I in you that is conscious. Even that was just an idea. You can hear you listening?
And now you begin to let it ‘fall’ your breath out slowly and comfortably. Do not strive or tend the lungs, but let the breath go out the same way as when you indulge in a cozy bed. Just let it go, go, and go. As soon as there is a minimum of effort, just do it back in as a reflex, without pressure or tearing. Do not think the clock. Do not think that counts. Simply leave this state lasts as long as it gives a sense of bliss.
Using the breath in this way, discover how to produce energy without force. For example, one of the techniques (in Sanskrit upaya) used to quiet the thinking mind chatter and his mechanic is known as a mantra – which is the chanting sound as sound, rather than the meaning. So you begin to emit a single note on the wave of exhalation, the height that is easier. Hindus and Buddhists use this practice as a syllable OM, AUM (ie HUNG), and Christians may prefer O AMEN Alleluia, Muslims and Jews ALLAH ADONAI: basically makes no difference, since what matters is only and solely the sound. Like the Zen Buddhists might simply use the syllable Mu (~). Choose this syllable, and let your consciousness sink down, down, down into the sound until you try more than any sense of effort.
Above all, do not aim at a result, a sudden change in consciousness or satori: the essence of the practice of meditation is all about what is in focus, not on what should or could be. The problem is: do not use force to clear your mind, or focus on a point of light or otherwise, even if done without ferocity, these things can be wonderful.
How long should all this? My idea, perhaps unorthodox, is that it can be to take as long as there is no sense of effort – and can mean even reach thirty or forty minutes per session, after which you will want to return to normal rest and distraction .
Sitting down to meditate, it is good to put a pillow on the floor fairly consistent, keep the spine straight but not stiff, keep your hands in your lap – palms up – rest softly upon each other and sit cross-legged in the position of Buddha in the posture of the vehicle ‘them’ or full-lotus, or kneeling and sitting back on his heels. ‘They’ means that one or both feet are flat, with the sole facing upwards, on the opposite thigh. These postures are slightly uncomfortable, but, because of this, the advantage of keeping you awake.
It can happen that you have visions during meditation drugs, dazzling ideas and wonderful fantasies. It can also happen to have the impression of being to become clairvoyant, or you can leave the body and travel at will. But everything is a distraction. Leave it alone and simply observe what is happening NOW. Do not you meditate to acquire extraordinary powers:
In fact, if you managed to become omnipotent and omniscient, what would you do? There would be no more surprises waiting for you, and your whole life would be like making love to a women’s plastic. Beware, therefore, to all those gurus that promise ‘amazing results’ and other future benefits from their teaching. What really matters is to realize that the future does not exist, and that the true meaning of life is the exploration of the eternal present. STOP, LOOK and LISTEN!
It is said that a man came to the Buddha by offering flowers in both hands. The Buddha said: “Drop it.” So he dropped the flowers she had in her left hand. The Buddha also said: “Drop it!”, And he dropped the flowers she held in her right hand. But the Buddha said, “Drop what you do not have neither left nor right but in the middle.” And the man was suddenly illuminated.
It is wonderful to have the feeling that everything that lives and moves is falling or follows gravity. After all, the earth is falling around the sun, and in turn the sun is falling around some other star. Because energy is simply take the path of least resistance. Energy is in the mass. The power of water is in following its own weight. Everything comes to him who has weight.
An excerpt from the text of Alan Watts, “The path to liberation.”

Dolore – Pain – Eckhart Tolle


🌸Dolore🌸

Dove c’è rabbia,
c’è sempre
un dolore sotterraneo.

Eckhart Tolle
🌸🍃🌸#pensierieparole
🌸Pain

Where there is anger,
there is always
an underground pain.

Eckhart Tolle

Estate – Summer


🌸Estate🌸

La farfalla sul ramo
batte le ali
e vola
donando colori
mentre la libellula
le vola accanto
come un piccolo drago

Profumi in carosello
raccontano
la vita
con ogni sfumatura
come sogno
percorso magico
prima del riposo

16.07.2020 Poetyca
🌸🍃🌸#Poetycamente
🌸Summer

The butterfly on the branch
flaps its wings
and when she fly
giving colors
while the dragonfly
flies next to her
like a little dragon

Carousel perfumes
tell the story of life
with every nuance
as a dream
magical path
before rest

16.07.2020 Poetyca

Lou Reed Greatest Hits – Best songs of Lou Reed


Video https://youtu.be/QYEC4TZsy-Y
Lewis Allan Reed (New York, 2 marzo 1942Long Island, 27 ottobre 2013) è stato un cantautore, chitarrista e poeta statunitense.
Cantore al contempo crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ma anche della complessità delle relazioni di coppia e dello spleen esistenziale, Lou ha finito con l’incarnare lo stereotipo dell’Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei.[1][4]
Con i Velvet Underground, fondati nella sua New York a metà anni sessanta insieme al musicista d’avanguardia John Cale, pur non riscuotendo alcun successo commerciale ha rivoluzionato per sempre i dettami della musica rock, gettando le basi per quell’estetica nichilista che anni dopo sarebbe stata ribattezzata Punk.[5][6]Dopo lo scioglimento del gruppo ha avviato una lunga e proficua carriera solista, che può vantare album storici come Transformer (prodotto da David Bowie), il concept album Berlin, il live Rock N Roll Animal e l’album-provocazione Metal Machine Music.[7]
Celebri e imitatissimi il suo look divenuto un marchio di fabbrica (giacca di pelle nera, jeans e Ray-Ban scuri), la sua voce apatica e apparentemente monocorde, il suo stile chitarristico abrasivo e dissonante.[8]
http://it.wikipedia.org/wiki/Lou_Reed
Lewis AllanLouReed (March 2, 1942 – October 27, 2013) was an American musician, singer, and songwriter.[1] After serving as guitarist, vocalist, and principal songwriter of the Velvet Underground, his solo career spanned several decades.
The Velvet Underground was a commercial failure in the late 1960s, but the group gained a considerable cult following in the years since its demise and has gone on to become one of the most widely cited and influential bands of the era.[2] Brian Eno famously stated that, while the Velvet Underground’s debut album only sold 30,000 copies, “everyone who bought one of those 30,000 copies started a band.”[3]
After his departure from the group, Reed began a solo career in 1972. He had a hit the following year with “Walk on the Wild Side“, but this level of mainstream commercial success was not to be repeated.[4] Reed was known for his distinctive deadpan voice, poetic lyrics and for pioneering and coining the term ostrich guitartuning.[5]
In 2003, Rolling Stone magazine’s list of The 500 Greatest Albums of All Time included two albums by Reed as a solo artist, Transformer and Berlin.[6]
http://en.wikipedia.org/wiki/Lou_Reed

Una perla al giorno – G. C. Lichtenberg


mandala o

Che cosa è il nostro concetto di Dio
se non la personificazione dell’inconcepibile?

G. C. Lichtenberg

 

What is our concept of God
if not the personification of the inconceivable?

     G. C. Lichtenberg