Archivio | 17/04/2021

Accendi speranza – Light up hope


Accendi speranza

Non ho più
note da spargere
nella piazza ridente
dei sogni
Non ho neppure
la musica
che intoni canti
in memoria
E se rendi scivolosa
la strada
perchè non afferri
più i petali
Se non accogli
il battito del tuo cuore
non son io capace
di cambiarti la storia
Ranicchiati pensieri
non li srotoli
senza la voglia
di essere ancora
Voli d’angelo
non li raccogli
nelle iridi stanche
se non accendi speranza

23.02.2003 Poetyca

Light Hope

I no longer
known to be spread
laughing in the square
dreams
I do not even
music
that chanting
in memory
And if you make it slippery
the road
why not grab
more petals
If not, accept
the beating of your heart
I am not able
to change history
Ranicchiati thoughts
do not unroll
without the desire
still be
Angel Flights
do not collect
tired in the irises
if you do not turn on hope

23.02.2003 Poetyca

Abbandonare i desideri – Leave desires behind – Osho


bruno2_1024

Abbandonare i desideri

Dovete abbandonare il vostro pensiero, desiderio. Dovete solo essere, e improvvisamente tutto cade in un tutto organico, diventa armonia. E questi desideri sono la radice delle tenebre che vi circonda. Questi desideri sono il supporto, la fondazione delle tenebre che vi circondano. Questi desideri sono gli ostacoli che non permettono di diventare attenti. Attenzione a questi desideri. E ricordate – _la parola” stare attenti” significa essere consapevoli. Questo è l’unico modo. Se davvero ci si vuole sbarazzare di questi desideri, non iniziate a combatterli . In caso contrario, vi perderete ancora. Perché se iniziate a combattere con i vostri desideri, significa che è stato creato un nuovo desiderio – di essere senza desideri. Ora questo desiderio si scontreranno contro altri desideri. Questo sta cambiando la linguaggio, che rimane lo stesso.

Osho

Leave desires behind

You have to drop your thinking, desiring. You have just to be, and suddenly everything falls into an organic whole, becomes a harmony. And these desires are the root of the darkness that is surrounding you. These desires are the support, the foundation of the darkness that surrounds you. These desires are the hindrances that don’t allow you to become alert. Beware of these desires. And remember — the word ‘beware’ means be aware. That is the only way. If you really want to get rid of these desires, don’t start fighting them. Otherwise you will miss again. Because if you start fighting with your desires, that means you have created a new desire — to be desireless. Now this desire will clash against other desires. This is changing the language; you remain the same.
Osho

Ad afferrare luce – To seize light


22

Ad afferrare luce

Figure cercano speranze
nel buio della notte
ingannano paure
eludono la mente

Figure si allungano
come proiezioni su muri
in cerca di calore
oltre il silenzio

Stanchi passi
trascinati nell’ombra
di vite anonime
senza voce

Solo istanti
da rubare
da dividere
moltiplicare

Una mano  posa
ancora una volta
il brivido del sogno
senza dire nulla

Poi è orgoglio
frena la corsa
per afferrare luce
oltre il mistero

03.11.2004 Poetyca

To seize light

Shapes seek hopes
in the dark of night
deceive fears
elude the mind

Shapes stretch
as projections on walls
for warmth
beyond the silence

Tired steps
dragged shadows
by anonymous lives
voiceless

Only moments
to steal
to divide
to multiply

A hand pose
once again
the thrill of dreams
without saying anything

Then it is pride
to slow the race
to grab light
beyond the mystery

03.11.2004 Poetyca

Ad occhi chiusi – With eyes closed


🌸Ad occhi chiusi🌸

Ad occhi chiusi
io ascolto ancora
questo silenzio
nel moto ritmico
del mio respiro
Ad occhi chiusi
è l’abbraccio
vivo e profondo
con la fantasia
mai spenta
Ad occhi chiusi
è la musica
dell’ immoto
oltre il confine
del tempo

01.03.2020 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸With eyes closed

With eyes closed
I still listen
this silence
in rhythmic motion
of my breath
With eyes closed
is the embrace
alive and deep
with fantasy
never turned off
With eyes closed
and the music
of motionless
across the border
of time

01.03.2020 Poetyca

Adattamento e interconnessione – Adaptation and interconnection


Adattamento e interconnessione

Tutte le cose vicine o lontane
segretamente sono legate le une alle altre
e non si può cogliere un fiore
senza disturbare una stella
Gregory Bateson
❤¸¸.•*¨*•♫❤¸¸.•*¨*•♫❤
“Ciò che caratterizza la vita è il fatto di non essere mai la
stessa: la vita scorre, circola e si trasforma, spostando gli
esseri e le cose. Oggi avevate un problema da risolvere e ci
siete riusciti impiegando un certo metodo; ma ecco che l’indomani
si presenta un altro evento e voi non potete affrontarlo
utilizzando gli stessi metodi e mantenendo lo stesso
atteggiamento del giorno prima: siete costretti ad adattarvi alla
nuova situazione.
È così: la vita vi presenterà sempre problemi diversi da
risolvere, e ciascuno richiederà una soluzione particolare. Ieri,
per esempio, la soluzione consisteva in un gesto di bontà, di
generosità. Oggi invece avete un altro problema da risolvere, e
questa volta ad aiutarvi saranno il ragionamento, la fermezza o
perfino l’ostinazione. Un’altra volta sarà l’indifferenza o la
volontà di dimenticare… Cercate dunque ogni giorno come
adeguarvi. “
Omraam Mikhaël Aïvanhov
❤♫❤♫❤.•*¨`*•..¸♥☼♥ ¸.•*¨`*•.♫❤♫❤♫❤
“Dopo un tempo di declino viene il punto di svolta…
… il movimento è naturale, sorge spontaneamente, perciò la trasformazione di ciò che è invecchiato diventa facile. Il vecchio viene rifiutato e da esso subentra il nuovo… (I Ching)”.
“Qualunque sia il limite del Nirvana
quello è il limite dell’esistenza ciclica.
Non c’è nemmeno la più lieve differenza fra loro,
o la cosa più sottile”
“La Pacificazione di ogni oggettivizzazione
e la pacificazione dell’illusione:
Nessun dharma è mai stato insegnato dal Buddha
in nessun tempo, in nessun luogo, a nessuna persona”
(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25)
Un giorno morì un uomo che viveva nelle vicinanze del Tempio di Chang Chou. Dogo, il Maestro del tempio, si recò, insieme al suo discepolo Zengen, a fare le condoglianze alla famiglia.
Durante la visita Zengen colpì la bara e chiese: “È vivo o morto?”.
Dogo rispose: “Non dico che è vivo, non dico che è morto”.
Zengen disse: “Perché non vuoi dirlo?”.
Dogo ripetè: “Non lo dirò, non lo dirò”.
Sulla via del ritorno, Zengen chiese ancora: “Vi prego, Maestro, ditemi chiaramente se era vivo o morto. Se non me lo direte io vi picchierò”.
Il Maestro rispose: “Picchiami se vuoi, ma io non lo dirò”.
Zengen lo colpì.
Passarono gli anni e un giorno Dogo morì; Zengen, ancora tormentato dal dilemma, andò a visitare Sekiso, un Maestro molto conosciuto; gli raccontò come molti anni prima avesse picchiato il suo vecchio Maestro perché non aveva risposto alla domanda sulla vita e sulla morte. Poi ripetè la stessa domanda a Sekiso. Sekiso disse: “Non dico che è vivo, non dico che è morto. Non lo dirò, non lo dirò”.
In quel momento Zengen raggiunse l’illuminazione; lasciò subito il Maestro e, con una vanga in spalla, andò nella sala principale del monastero mettendosi a camminare in su e in giù.
Sekiso lo vide e gli chiese: “Che cosa stai facendo?”.
Zengen rispose: “Sto cercando le reliquie del mio vecchio Maestro”.
Sekiso disse: “C’è un grande fiume con immense onde che riempiono l’intero universo. Le reliquie del tuo Maestro non saranno trovate in nessun posto.”
[…]
Commento del Maestro Philip Kapleau[1]
Che cosa sta realmente chiedendo Zengen?
Ovviamente lui sa che la persona che è nella bara è morta. Quindi qual è la vera domanda? Forse è: “Che cosa accade dopo la morte?” o “Che cos’è la morte?” o “Che cosa accadrà di me dopo la morte?” o “Esiste veramente la morte?” o “Se quest’uomo è morto, allora che cos’è l’immortalità?”.
Forse il suo tormento interiore – quello che veramente gli sta a cuore, come il suo comportamento successivo dimostra – si sviluppò o si intensificò recitando il Sutra del Cuore: “…niente nasce e niente muore, niente è puro e niente è impuro, niente cresce o diminuisce. Niente deperisce e niente muore e non esiste né deperimento né morte”.
Che cosa vogliono dire queste parole?
Noi, come ogni praticante dello Zen, recitiamo tutti giorni questo grande Sutra. Bene, che cosa significano realmente queste parole?
Zengen era profondamente turbato dal problema della vita e della morte. Ma, in ultima analisi, non è così per tutti? Il nostro comune modo di vivere, tuttavia, nasconde l’ansia esistenziale con innumerevoli mezzi: cinema, televisione, video, computer, settimanali, quotidiani, shopping. Abbiamo a disposizione un numero talmente ampio, per non dire illimitato, di modi per distrarci, per non pensare, che dovremmo essere al riparo; ma non è così; le ansie esistenziali sono così forti che superano facilmente il muro dietro cui tentiamo di proteggerci.
L’antica credenza nell’armonia delle sfere celesti è stata distrutta dall’evidenza delle catastrofi che avvengono normalmente e casualmente nello spazio cosmico. Lo stesso accade a noi, qui sulla terra; siamo quotidianamente colpiti da notizie di morte di esseri viventi, di distruzione di foreste, di inquinamento dell’atmosfera e dei mari, di orribili pulizie etniche e cresce il terrore di destabilizzazioni politiche ed economiche prodotte, almeno in parte, dalla rapida e stupefacente evoluzione tecnologica. Quando, ogni giorno, apriamo il giornale, l’impermanenza ci colpisce in volto. Le nostre distrazioni, i nostri meccanismi di difesa, si moltiplicano allora di conseguenza, rendendo così arduo affrontare le vere questioni esistenziali e, in particolare, l’eterno dilemma che assedia tutta l’umanità: perché sono nato?
[…]
Possiamo dire che questo koan [2] era il suo koan, che naturalmente cresceva nel suo animo; un koan che sorge spontaneamente dalle esperienze della propria vita può essere il migliore per raggiungere la comprensione. Ovviamente il Maestro era consapevole della profondità della domanda di Zengen e non volle cedere di fronte alla sua sofferenza, non lo volle placare con una risposta rassicurante. Non gli ha detto: “Non ti preoccupare. Tutto va bene. La tua rinascita sarà influenzata dagli effetti karmici delle tue azioni passate, mentali o corporee” ma gli ha detto: “Non dico che è vivo, non dico che è morto”.
Perché no?
Il suo discepolo era fortemente turbato dalla questione della nascita e della morte, in particolare su che cosa accade dopo che uno muore.
Una volta un monaco chiese al Buddha: “Che cosa accade a una persona illuminata dopo la morte? Esiste dopo la morte o no?”. Il Buddha si rifiutò di rispondere.
Un illuminato è una persona che ha purificato la propria mente a tutti i più profondi livelli di consapevolezza, liberandola da ogni macchia di avidità, di rabbia, di egoismo e desiderio. Così, che cosa accade a un tipo del genere dopo la morte? Accade la stessa cosa che agli altri? Il testo dice che Buddha “rimase in un nobile silenzio”. C’è una buona ragione per un tipo di risposta del genere, e il koan lo rende molto chiaro.
Sulla via del ritorno Zengen era ancora molto agitato. La domanda tormentava la sua mente. Egli aveva visto un cadavere nella sua rigidità. L’immagine era vivida. Dov’era finito colui che era nel corpo? “Perché non lo dici?” domandò al suo insegnante. E Dogo ripetè enfaticamente: ”Non lo dirò, non lo dirò”. Zengen lo implorò “Vi prego, Maestro, ditemi con franchezza se era morto o era vivo!”.
Allora, disperato, gridò:“Se non me lo direte, vi picchierò”. In questo si può vedere quanto profondamente sentisse la questione e che rischi era disposto a correre. Picchiare la propria guida spirituale è fatto molto grave, con profonde implicazioni karmiche. Uno studente può alzare una mano mimando di colpire il Maestro, per esempio, nel dare una dimostrazione di un koan. Ma è raro che uno studente picchi davvero il proprio Maestro ed è considerato un evento molto grave.
Yasutani Roshi disse una volta che se un monaco dovesse picchiare il Maestro ciò avrebbe delle gravi ripercussioni su tutto il monastero. Ma Dogo rimase imperturbabile di fronte alle minacce di Zengen e semplicemente rispose: “Picchiami se vuoi ma non lo dirò”.
[…]
Proviamo a immaginare un insegnante di oggi che a uno zelante studente che gli chiede una spiegazione su qualcosa di importante, risponda: ”Non te lo dirò”. Verrebbe considerato un’offesa allo studente e in contrasto con il nostro concetto di educazione.
“Ma voi siete il Maestro!” potrebbe esclamare lo studente “Il vostro lavoro è rispondere alle domande! Perché non volete rispondere alla mia?” Ma Maestri Zen come Dogo e Sekiso dicono “Tu puoi picchiarmi, tu puoi anche uccidermi ma io non lo spiegherò. Tu devi risolvere questo da solo. Non ti priverò della lotta interiore che ti appartiene e della tua personale risposta”.
Giobbe, il patriarca della Bibbia, che soffrì a lungo tormenti di questo tipo, dette una risposta simile. Tutte le sue profonde, laceranti domande sarebbero state lasciate irrisolte da una risposta convenzionale. Soltanto la diretta esperienza della voce di Dio che parlò attraverso il turbine risolse i suoi dubbi. Solo quella rispose a tutto.
I praticanti Zen di ogni epoca hanno espresso una profonda gratitudine ai propri Maestri per aver avuto la saggezza e la compassione di non spiegare troppo. Questa gratitudine non era mero “formalismo” e sorse nel loro cuore dopo una lunga e durissima lotta interiore. Il Maestro Zen Dogen dice, in effetti, che il Buddismo non è altro che affrontare e risolvere il problema della morte. Lo Zen ci insegna come andare oltre i concetti e le nozioni ordinari, oltre le interpretazioni dei dati dei sensi che costruiscono una visione del mondo basata su “me qui e ogni altra cosa là fuori”. Questa visione è incompleta e falsa. Poiché è falsa e incompleta, noi soffriamo terribilmente, come può soffrire un pesce in una vasca troppo piccola e piena di acqua stagnante e torbida. I Maestri di molte tradizioni sono d’accordo che il nostro mondo, il mondo nel quale viviamo normalmente è, come dice il sutra del Diamante, come un miraggio, un sogno, una bolla di sapone. Ovvero non ha sostanza, tutto passa e non ha realtà durevole.
Questo mondo di nascita e morte muta costantemente. La pratica e lo studio dello Zen ci insegnano come non essere coinvolti e avvinti in questo eterno cambiamento, fino a precipitarci. Come vivere nel mutamento costante e adattarsi liberamente al nostro ambiente, senza sforzi, costrizioni, o ansietà è l’essenza dello studio e della comprensione Zen. Il buddismo Zen non è né pessimista né nichilista. Piuttosto guarda correttamente ai fatti, e poi ci apre la via per vivere veramente, senza ricreare continuamente sofferenza.
Ancora, l’insegnamento del buddismo riguardo la rinascita può essere mal compreso dalla cultura materialista del nostro tempo. Il buddismo insegna che siamo morti e rinati innumerevoli volte e che moriremo e rinasceremo ancora innumerevoli volte. Negli scritti dei Maestri viene detto che possiamo nascere in uno dei sei regni: il regno degli uomini, degli dei, degli spiriti guerrieri, degli spiriti affamati, degli esseri demoniaci, degli animali. Possiamo nascere in un regno o nell’altro, in una forma di vita “alta” o “bassa”. Qualche volta questo viene interpretato psicologicamente. Nella mia esperienza in Giappone ho constatato che i Maestri più anziani erano meno inclini a una spiegazione psicologica. Tendevano a un’interpretazione prettamente mitica, accettando pienamente che ci sono molti mondi, dimensioni e regni. Gli insegnanti più giovani tendevano invece a darne una lettura psicologica. In realtà, la questione non è se l’approccio al problema è psicologico, mitico, fisico o da altro punto di vista. Si arriva sempre allo stesso punto: in verità, tutto è in costante cambiamento. E, tuttavia, dentro quel cambiamento c’è sia quello che non cambia sia quello che rende possibili tutti i cambiamenti. Questo non è qualcosa che accade solamente dopo la morte, dopo quello che chiamiamo la scomparsa del corpo fisico. In ogni momento, in ogni respiro, c’è la vita e c’è la morte. Nella vita c’è la morte, nella morte c’è la vita. La vita intera si ricrea dalla propria fine. Tutta la vita è rinascita. Come allora possiamo parlare di una vita e di una morte definitiva? Dogen dice che nella vita c’è solo vita, nella morte solo morte. Così, quando voi siete vivi, voi siete uno con la vostra vita; nella morte voi siete uno con la vostra morte. Prendete una candela che brucia: bruciare è sia la sua vita sia la sua morte.
Perché Zengen, dopo l’illuminazione, porta con sé una vanga sulla spalla e cammina in su e in giù nella sala principale del tempio? Che significa questo? Voleva onorare le spoglie del suo Maestro, mostrare gratitudine per quello che Dogo aveva provato così risolutamente a mostrargli? Sekiso lo vede marciare avanti e indietro e gli chiede “Che stai facendo?”, Zengen risponde “Sto cercando le reliquie del mio vecchio maestro”.
[…]
Sekiso risponde “C’è un grande fiume con immense onde che riempiono tutto l’universo. Le ceneri del Maestro non saranno trovate da nessuna parte”.
Come dobbiamo comprendere questo?
Ci sono delle collane buddiste utilizzate per il rosario, chiamate juzu, che sono scolpite nella forma di un teschio. I teschi rappresentano la vera Mente, che, come un teschio, rimane dopo la morte. Il teschio rappresenta anche la realtà della morte, dell’universale impermanenza. Il teschio è veramente un’immagine concentrata essendo sia un simbolo di ciò che possiamo chiamare l’aspetto relativo della morte e del cambiamento sia anche di quello che possiamo chiamare l’Assoluto, il non nato, l’eterno.
Dicendo che sta cercando le ossa o le reliquie del suo vecchio Maestro, quello, cioè, che rimane dopo la morte e la cremazione del corpo, Zengen ci sta suggerendo che la Mente del suo Maestro deve ancora essere trovata? Sta dicendo che le sue reliquie sono effettivamente in ogni luogo, in tutte le direzioni? ”Immense onde riempiono l’intero universo” può simbolizzare la nostra vita quotidiana. Ogni onda riempie l’immensità di ogni cosa. Cosa c’è fuori di essa? Essere uno con la propria vita quotidiana, mangiando, piangendo, lavorando, dormendo, amando, facendo ogni cosa con un cuore puro, con mente pura, è una grande onda che riempie l’universo, fino alle stelle. Questa non è una teoria, non è un’astrazione, passato, presente, futuro, non è una valutazione. E’ questo! Che cosa c’è da cercare ancora!
[…]
Per dimostrare la propria comprensione di un koan non si può parlare di esso. Non si può fare della teoria. Si deve dimostrare lo spirito del koan, che, in questo caso, significa lo spirito della nascita e della morte. Questo koan, possiamo dire, è solo uno fra i molti che trattano del problema cruciale della vita e della morte e che dimostra lo spirito fondamentale dello Zen.
Non è tanto importante quanto noi possiamo provare ad accettare che il morire è una cosa semplice, ordinaria, naturale, quanto possiamo credere che sia una alta esperienza spirituale – “una conclusione che dovremmo augurarci a mani giunte” – come Shakespeare fa dire ad Amleto – noi tutti, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che ne abbiamo paura. E’ un territorio sconosciuto, come dice Amleto, dal quale nessuno è tornato. E’ la fine di tutto quello che conosciamo, di tutto quello che sogniamo o a cui siamo attaccati.
E così può essere terrificante.
Anche il Maestro Mumon, nel suo commento al koan numero trentacinque del Mumonkan, intitolato “Sei e la sua anima sono separati”, dice che noi passiamo da un minuto all’altro, da un giorno all’altro, da una vita all’altra come un viaggiatore passa da un albergo a un altro o come una fiamma che attraversa, bruciandoli, differenti fastelli di legna, rimanendo però sempre se stessa. Così è che questa energia, che chiamiamo “nostra”, continua a manifestarsi prendendo così molte forme. Allora Mumon aggiunge che se noi non sappiamo realmente questo – cioè ne facciamo diretta esperienza – noi saremo al momento della morte come un granchio dentro l’acqua bollente. E’ una immagine orribile – tutte queste gambe che si contorcono senza controllo.
Mumon conclude: ”Non dire che non ti avevo avvertito”.
Carl Jung, l’eminente psicologo, scrisse che non aveva mai avuto un paziente oltre i quaranta anni per il quale il reale problema non fosse radicato nella paura di morire – ovvero per cui il riconoscimento della necessità di lasciare ciò che aveva conquistato con difficoltà, di lasciare la vita, non fosse l’ostacolo reale alla pace della mente. Ognuno può sentire molti discorsi riguardo la vita e la morte e leggere molti libri ma fino a quando non si ha una qualche esperienza della continuità della vita, di quello che è al di là della vita e della morte eppure non è separato da esse, permane necessariamente una certa vulnerabilità. La potenza trasformativa e liberatoria di questa verità esperenziale è al cuore di questo koan.
Naturalmente, più si ascolta riguardo il tema della rinascita, più facilmente si può accettare l’idea di una eterna continuità. Più uno legge riguardo l’esperienza della Vera Natura, più un qualche senso del reale contesto può entrare dentro di lui. Così ascoltare e partecipare a conferenze, impiegando tempo a leggere, può essere d’aiuto fino a quando la nostra personale esperienza potrà confermarlo. Tuttavia, una tale fiducia intellettuale, per quanto utile, è limitata. Non ci eviterà di svegliarci nel cuore della notte con la terribile consapevolezza che la mattina non farà altro che avvicinarci di un giorno alla ineludibile realtà della nostra propria inevitabile morte.
Lo Zen è al cuore dell’insegnamento del Buddha e come tale ha a che fare con il più importante problema dell’essere, la nascita e la morte, un mistero che ogni essere umano deve risolvere. Alla gente non è data la possibilità di scegliere se occuparsi o meno di questo. E’ la nostra natura, la natura della vita, che ci obbliga ad affrontare questi problemi. E’ l’insegnamento degli insegnamenti, perchè è inevitabile. Per quanto noi possiamo desiderare di evitarlo, non possiamo. I koan non sono, come molti pensano, enigmi bizzarri. Essi ci indirizzano alla realtà, all’eterna verità, alla nostra vita quotidiana. Essi rivelano l’insegnamento fondamentale del Buddha, che era un grande pragmatico. Egli non inventava le verità. Egli sperimentava e insegnava su quello che aveva sperimentato. Ma i koan rivelano queste verità in un modo unico e creativo. Piuttosto che descrivere semplicemente o parlare di esse, i koan ci spingono a sperimentare da noi stessi queste verità. E ci spingono a sentire e vivere questa esperienza. Piuttosto che aumentare la nostra conoscenza, essi ci trasformano.
Dobbiamo essere molto grati per i semplici misteri che sono al cuore del vivere e del morire; e dobbiamo essere riconoscenti per la pratica e per gli insegnamenti che abbiamo potuto conoscere.
Ma se voi mi chiedeste: “Quanto?” o “Perché?” io potrei soltanto rispondere: “Non lo dirò, non lo dirò”.
Traduzione di Massimo Squilloni Shido[3].
Philip Kapleau (1912-2004), americano, studia legge diventando cronista giudiziario. Segue i lavori del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga e poi i processi per crimini di guerra in Giappone. Gli orrori della guerra provocano in lui una profonda crisi esistenziale; si avvicina allo Zen attraverso le lezioni di filosofia buddista tenute da Daisetz Suzuki alla Columbia University. Nel 1953 diventa discepolo del Maestro Zen Hakuun Yasutani con il quale pratica in Giappone per oltre tredici anni. Nel 1966 ritorna negli Stati Uniti e fonda il Rochester Zen Center di New York. Autore di libri di grande successo, che hanno contributo ad avvicinare europei e americani allo Zen (fra gli altri, I tre pilastri dello Zen, La nascita dello Zen in Occidente, ambedue pubblicati da Ubaldini Editore), è stato una delle figure di riferimento dello Zen occidentale.
Note
1] P. Kapleau commenta il caso (koan) n. 55 di uno dei classici dello Zen: “La Raccolta della Roccia Blu”.
2] In cinese la parola koan aveva il significato di “caso pubblico”, con valenza giuridica; nello Zen, in particolare nello Zen Rinzai, il koan è utilizzato come pratica di meditazione e mezzo di realizzazione della propria natura; può avere diverse strutture: un dialogo tra discepolo e Maestro, una singola frase o una parte di un discorso di un Maestro, brani dai Sutra o da altri insegnamenti. Logicamente impenetrabile, il Koan nasconde in sè la visione Zen di un aspetto della vita dell’uomo; sta al discepolo dimostrare al Maestro, nel corso di incontri one to one, lo spirito del koan, il suo significato segreto.
3] Ringrazio Stephen Bush e Paola Di Felice per i suggerimenti nella traduzione; grazie anche a Marco Di Stasio, autentico “Maestro di Office”.
http://www.zenshinji.org/home/?p=220
`•.¸.•´(¸¸¸.•*´¨¨´*•.¸¸¸¸ .•°*°•¸.•*´¯)

Adaptation and interconnection
All things both near and far
secretly are linked to each other
and you can not pick a flower
without disturbing a star
Gregory Bateson
❤ ° °. • * ¨ * • ♫ ❤ ° °. • * ¨ * • ♫ ❤
“What characterizes the fact that life is never the
same: life goes on, it circulates and is transformed by moving
beings and things. Today you had a problem to be solved and we
you have succeeded by using a certain method, but then the next day
there is another event and you can not deal with it
using the same methods and maintaining the same
attitude of the day before you are forced to adjust to
new situation.
It is this: life will always present problems different from
solve, and each requires a particular solution. Yesterday
For example, the solution consisted in a gesture of kindness,
generosity. But today you have another problem to solve, and
this time will help to reasoning, or firmness
even stubbornness. Another time it will be indifference or
will therefore seek to forget … every day as
adapt. ”
Mikhael Omraam Aïvanhov
❤ ♫ ❤ ♫ ❤. • * ¨ * `• .. ¸ ♥ ☼ ♥ ¸. • * ¨ *` •. ♫ ❤ ♫ ❤ ♫ ❤
“After a time of decline is the turning point …
… the movement is natural, naturally arises, therefore, the transformation of what is old becomes easy. The old is discarded and it takes over again … (I Ching). ”
“Whatever the limit of Nirvana
what is the limit of cyclic existence.
There is even the slightest difference between them,
or the most subtle ”
“The Pacification of all objectification
and the pacification of illusion:
No dharma has never been taught by the Buddha
at any time, anywhere, to any person ”
(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25)
One day he died a man who lived near the Temple of Chang Chou. Dogo, the Master of the Temple, went along with his disciple Zengen, to make their condolences to the family.
During the visit Zengen hit the coffin and asked, “Is he alive or dead?”.
Dogo said, “I’m not saying he is alive, do not say it’s dead.”
Zengen said, “Why will not you tell?”.
Dogo repeated: “I will not tell, I will not tell.”
On the way back, Zengen asked again: “Please, Master, tell me clearly if he was alive or dead. If I did not say I will beat you. ”
The master replied: “Beat me if you want, but I will not tell.”
Zengen struck him.
Years passed and one day Dogo died; Zengen, still tormented by the dilemma, he went to visit Sekiso, a well known teacher, told him how many years before he had beaten his former master because he had not answered the question about life and death. Then he repeated the same question Sekiso. Sekiso said: “I’m not saying he is alive, do not say it’s dead. I will not tell, I will not tell. ”
At that moment Zengen attained enlightenment and he left immediately and the Master, with a spade on his shoulder, went into the main hall of the monastery started walking up and down.
Sekiso saw him and asked, “What are you doing?”.
Zengen said: “I am looking for the remains of my old master.”
Sekiso said: “There is a big river with huge waves that fill the entire universe. The relics of your Master will not be found anywhere. ”
[…]
Commentary by Master Philip Kapleau [1]
What is really asking Zengen?
Obviously he knows that the person is dead in the coffin. So what’s the real question?Perhaps it is, “What happens after death?” Or “What is death?” Or “What will happen to me after death?” Or “Is there really death?” Or “If this man is dead , then what is immortality? “.
Maybe his inner torment – that he really care about, like his subsequent behavior shows – developed or intensified by reciting the Heart Sutra: “… nothing is born and nothing dies, nothing is pure and nothing is impure, nothing grows or decreases.Nothing wastes away and nothing dies and there is no decay or death. ”
What do these words mean?
We, as every practitioner of Zen, we pray every day this great Sutra. Well, what do these words really mean?
Zengen was deeply troubled by the problem of life and death. But ultimately, it is not for everyone? Our common way of life, however, conceals the existential anxiety with many mediums: film, television, video, computer, weekly, daily, shopping. We have a number so large, if not unlimited, of ways to distract, not to think that we should be safe, but it is not so, the existential angst are so strong that they easily outweigh the wall behind which we try to protect us.
The ancient belief in the harmony of the spheres has been destroyed by the evidence of catastrophes that normally occur randomly and in outer space. The same happens to us here on earth, we are daily affected by news of the death of living things, destruction of forests, pollution of the atmosphere and seas, of horrific ethnic cleansing and terror of growing political and economic destabilization produced, at least in part, by the rapid and amazing technological change. When, every day, open the newspaper, impermanence strikes us in the face. Our distractions, our defense mechanisms, then multiply accordingly, thus making it difficult to address the real issues of existence and, in particular, the eternal dilemma that besiege all mankind: why was I born?
[…]
We can say that this koan [2] was his koan, which grew naturally in his mind, a koan that arises spontaneously from the experiences of his life may be the best way to reach understanding. Obviously the teacher was aware of the depth of the application for Zengen and would not yield in the face of his suffering, did not want him buried with a reassuring response. Did not tell him: “Do not worry. Everything is fine. Your birth will be influenced by the karmic effects of your past actions, mental or bodily, “but said:” I’m not saying he is alive, do not say it’s dead. ”
Why not?
His disciple was deeply troubled by the question of birth and death, particularly on what happens after one dies.
Once a monaco asked the Buddha: “What happens to an enlightened person after death? Exist after death or not? “. The Buddha refused to answer.
An enlightened man is one who has cleansed his mind to all the deeper levels of awareness, freeing her from any taint of greed, anger, selfishness and desire. So, what happens to a guy like after death? It happens the same thing to others? The text says that Buddha was a noble silence. ” There is good reason for such a type of response, and the koan makes it very clear.
On the way back Zengen was still very agitated. The question nagged his mind. He had seen a dead body in its rigidity. The image was vivid. Where was he who was in the body? “Why do not you say?” Asked his teacher. Dogo And he repeated emphatically, “I will not tell, I will not tell.” Zengen pleaded “Please, Master, tell me frankly if he was alive or dead.”
Then, in desperation, he shouted: “If I did not say, I beat you.” In this you can see how deeply he felt the matter and was willing to take risks. Beating their spiritual leader is very serious, with profound implications karmic. A student may raise a hand to strike mimicking the teacher, for example, in giving a demonstration of a koan. But it is rare that a student really peaks his master and is considered a very serious event.
Yasutani Roshi once said that if Monaco were to beat the master of this would have serious repercussions throughout the monastery. Dogo but remained unflappable in the face of threats of Zengen and simply said, “Beat me if you want but I will not tell.”
[…]
Imagine a teacher today that a zealous student who asks for an explanation of something important, answer: “Do not tell.” The student would be considered offensive and contrary to our concept of education.
“But you are the Master!” The student might exclaim, “Your job is to answer questions! Why do not you answer my? “But as the Zen Master Dogo Sekiso and say,” You can hit me, you can even kill me but I’ll explain. You have to solve this alone.Do not deprive it of inner struggle that belongs to you and your personal response. ”
Job, the patriarch of the Bible, which long suffered such torments, gave a similar response. All of his deep, piercing questions were left unresolved by a conventional response. Only the direct experience of God’s voice speaking through the turbines resolved his doubts. Only one answer to everything.
Zen practitioners of all ages have expressed deep gratitude to their teachers for having the wisdom and compassion not to explain too much. This gratitude was not mere “formalism” and rose in their hearts after a long, hard struggle. Zen Master Dogen says, in effect, that Buddhism is nothing more than to face and solve the problem of death. Zen teaches us how to go beyond the ordinary concepts and notions, as well as interpretations of sense data that construct a worldview based on “me here and everything else out there.” This view is incomplete and false. Since it is false and incomplete, we suffer terribly, may suffer as a fish in a tank too small and full of stagnant water and muddy. The masters of many traditions agree that our world, the world we live normally, as the Diamond Sutra, like a mirage, a dream, a soap bubble. That has no substance, all past and did not really durable.
This world of birth and death is constantly changing. The practice and study of Zen does not teach us how to get involved and engrossed in this eternal change, up to rush. How to live freely in the constant change and adapt to our environment, without effort, coercion, or anxiety is the essence of the study and understanding of Zen. Zen Buddhism is neither pessimistic nor nihilistic. Rather than look at the facts correctly, and then opens the way to true life, without constantly re-create suffering.
Still, teaching about the revival of Buddhism can be misunderstood by the materialistic culture of our time. Buddhism teaches that we have died and been reborn countless times and who will die and be reborn again and again. In the writings of the Masters are told that we are born into one of six realms: the realm of men, gods, spirits of warriors, of the hungry ghosts, demonic beings, animals. We can be born in a kingdom or another, in a form of life “high” or “low”. Sometimes this is interpreted psychologically. In my experience in Japan I found that the older teachers were less prone to psychological explanation. They tended to interpret purely mythical, fully accepting that there are many worlds, dimensions and realms. The younger teachers tend to give a psychological reading. In reality, the question is not whether the approach to the problem is psychological, mythical, physical or other point of view. It always ends the same point: in truth, everything is constantly changing.And yet, in that change there is what never changes is what makes possible all changes. This is not something that happens only after death, after what we call the death of the physical body. In every moment, every breath, there is life there is death.In life there is death, death is life. All of life is recreated from their end. All life is rebirth. How then can we talk about life and death final? Dogen says that in life there is only life, death, only death. So when you’re alive, you are one with your life, in death you are one with your death. Take a candle burning: burning is both his life and his death.
Why Zengen, after enlightenment, carrying a spade on his shoulder and walking up and down the main hall of the temple? What does this mean? He wanted to honor the remains of his master, to show gratitude for what Dogo had tried so vigorously to show? Sekiso sees him marching back and forth and asked “What are you doing?” Zengen answers “I’m looking for the remains of my old master.”
[…]
Sekiso says, “There is a big river with huge waves that fill the whole universe. The ashes of the Master will not be found anywhere. ”
How should we understand this?
We are used to the Buddhist rosary necklaces, juzu calls, which are carved in the shape of a skull. The skulls represent the true mind, which, like a skull, remains after death. The skull is also the reality of death, the universal impermanence. The skull is really focused image being both a symbol of what we call the aspect of death and change is also what we call the Absolute, the unborn, the eternal.
Saying that is looking for bones or relics of his old master, that is, that remains after death and cremation of the body, there is suggesting that Zengen the mind of his Master is yet to be found? Are you saying that his relics are indeed everywhere, in all directions? “Huge waves fill the whole universe” can symbolize our daily lives. Each wave fills the immensity of everything. What’s outside it? Be one with their daily lives, eating, crying, working, sleeping, loving, doing all things with a pure heart, with pure mind, is a big wave that fills the universe, to the stars. This is not a theory, not an abstraction, past, present and future, is not an evaluation. And ‘this! What is there to try again!
[…]
To demonstrate their understanding of a koan can not speak of it. You can not do theory. It should demonstrate the spirit of the koan, which in this case, means the spirit of birth and death. This koan, we can say, is just one of many dealing with the critical issue of life and death, and demonstrates that the fundamental spirit of Zen.
It is not as important as we try to accept that dying is a simple, ordinary, natural, how can we believe that it is a high spiritual experience – “a conclusion that we hope with folded hands” – as Shakespeare is said to Hamlet – all of us, if we are honest with ourselves, we must admit that we are afraid. E ‘uncharted territory, as Hamlet says, from which none returned. ‘S the end of everything we know, everything that we dream or we are attached.
And so it can be terrifying.
The Master Mumon, in his commentary on the koan number thirty-five Mumonkan, entitled “You and her soul are separated,” says that we pass from one minute to another, from one day to another, from one life to another as a traveler went from one hotel to another, or like a flame passing through burning, different bundles of wood, yet always remaining herself. So is this energy that we call “our”, continues to manifest itself by taking so many forms. Mumon then adds that if we do not really know this – that we do with direct experience – we will be at the time of death as a crab into the boiling water. It ‘s a horrible image – all of these legs twitch uncontrollably.
Mumon concludes: “Do not say I did not warn you.”
Carl Jung, the eminent psychologist, wrote that he had never had a patient over forty years for which the real problem was not rooted in fear of dying – or for which recognition of the need to leave what he had achieved with difficulty, to leave the life, not the real obstacle to peace of mind. Everyone can hear a lot of talk about life and death, and read many books but until you have some experience of the continuity of life, of what is beyond life and death and yet is not separate from them, remainsnecessarily a certain vulnerability. The transformative and liberating power of this experiential truth is at the heart of this koan.
Of course, the more you hear about the theme of rebirth, you can more easily accept the idea of an eternal continuity. The more one reads about the experience of the True Nature, plus a few real sense of context can get inside of him. So listen and attend conferences, take time to read, can help as long as our personal experience can confirm this. However, such an intellectual confidence, however useful, is limited. We will refrain from waking up in the middle of the night with the terrible knowledge that the morning will only bring us closer to a day at the inescapable reality of our own inevitable death.
Zen is at the heart of the teaching of Buddha and as such has to do with the most important problem being, the birth and death, a mystery that every human must answer. People are not given the opportunity to choose whether or not this deal. It ‘s our nature, the nature of life, which forces us to address these issues. E ‘teaching of lessons, because it is inevitable. As we want to avoid it, we can not. Koans are not, as many think, bizarre puzzles. They direct us to the reality, the eternal truth to our everyday lives. They reveal the fundamental teaching of the Buddha, who was a great pragmatist. He did not invent the truth. He experimented with and taught about what they had experienced. But koans reveal these truths in a unique and creative. Rather than simply describe or talk about them, the koan we push ourselves to experience these truths. And lead us to feel and live this experience. Rather than increase our knowledge, they transform us.
We must be very grateful for the simple mysteries that lie at the heart of life and death and we must be grateful for the practice and the lessons that we have known.
But if you asked me: “How much?” Or “Why?” I could only reply: “I will not tell, I will not tell.”
Translated by Massimo Squilloni Shido [3].
Kapleau Philip (1912-2004), American, studied law making police reporter. Following the work of the International Military Tribunal at Nuremberg, and then the war crimes trials in Japan. The horrors of war provoke in him a deep existential crisis, is close to the Zen Buddhist philosophy through the lessons taught by Daisetz Suzuki at Columbia University. In 1953 he became a disciple of Zen Master Hakuun Yasutani with whom practice in Japan for more than thirteen years. Back in 1966 the United States and founded the Rochester Zen Center in New York. Author of best selling books, which have contributed to bring Europeans and Americans Zen (among others, The Three Pillars of Zen, The Birth of Zen in the West, both published by Ubaldini Publisher), was one of the leading figures of the Zen West.
Notes
1] P. Kapleau comments on the case (koan) No 55 one of the classics of Zen: “The Harvest of Blue Rock.”
2] In Chinese, the word had koan means “public case”, with legal value, in Zen, particularly in the Rinzai Zen, the koan is used as a meditation practice and means of implementing its nature, can have different structures: a dialogue between master and disciple, a single sentence or part of a speech by a teacher, or other songs from Sutra teachings. Logically impenetrable, the Koan hides itself in the vision of a Zen aspect of human life, the disciple is to demonstrate to the teacher during one to one meetings, the spirit of the koan, its secret meaning.
3] I thank Stephen Bush and Paola Di Felice for advice in the translation, thanks to Marco Di Stasio, a true “Master of the Office.”

http://www.zenshinji.org/home/?p=220

Addio – Goodbye


Immagine di Giuseppe Bustone

Addio

Lontano fino dove
giunge il mio immaginare

rimane a me attaccata
umana sensazione

che lentamente accorcia
le distanze fra mente e cuore

didascaliche e senza fotografie
le mie rimembranze

che anche di te mi parlano

Tu così lontana

ormai matura
ti ritrovo

perfidamente
immagino ancora
di riabbracciare

le tue ormai cadenti
curve che perfette
furono.

Giuseppe Bustone

Affrontare le emozioni negative – Dealing with Negative Emotions


Affrontare le Emozioni Negative

Tutti noi sappiamo di provare sia emozioni positive che emozioni negative. Non appena sentiamo le parole amore, gentilezza, generosità, le riconosciamo subito come emozioni positive, mentre quando sentiamo parlare di odio, collera, gelosia, depressione, le riconosciamo subito come emozioni sgradevoli.

Dal punto di vista del Buddha è possibile trasformare le nostre menti. Possiamo apprendere a conoscerci meglio, ad osservare la nostra mente e ad acquisire una grande familiarità con ciò che vi si trova.

Il motivo di ordine sostanzialmente pratico che ci spinge a intraprendere questo genere di impresa è che, innanzitutto, ci renderà più felici, e noi sappiamo bene che vogliamo essere felici e, in secondo luogo, semplificherà le nostre relazioni con gli altri.

Lavorare con le emozioni, passo per passo
Noi, di solito, soffochiamo i nostri sentimenti oppure li sbattiamo in faccia agli altri. L’approccio buddhista è di ordine pratico: per nostra, e altrui, fortuna, come abbiamo detto prima, esiste una terza opzione!
Il metodo buddhista di affrontare le emozioni implica il riconoscere di provarle e, quindi, lavorarci sopra.

1. Riconoscere e identificare le emozioni
A volte la nostra mente somiglia ad una giungla fitta di pensieri ed emozioni distruttivi: non è semplice capire veramente cosa bolle in pentola. Con consapevolezza, onestà e intelligenza selettiva, possiamo cominciare a identificare cosa è cosa: “Quella è collera; quello è desiderio; quella è paura” e così via. Una volta che sappiamo contro cosa dobbiamo schierarci, possiamo scegliere i metodi appropriati.

2. Avere un atteggiamento sano ed equilibrato rispetto alle nostre emozioni
Gli atteggiamenti da evitare comprendono il senso di colpa, l’odio verso se stessi o l’autocondanna. Inoltre, dobbiamo smetterla di identificarci con l’emozione, per esempio: “Io sono la mia rabbia”, perché questo ci porta ad esserne ossessionati e a recitare questa parte. Possiamo evitare tutto ciò grazie alla consapevolezza che le afflizioni mentali sono impermanenti, vanno e vengono nella nostra mente come nuvole nel cielo e inoltre, non sono la nostra vera natura.
Secondo il Buddha, la vera natura della nostra mente è pura, libera dalle afflizioni mentali, come un cielo limpido e senza nuvole.

3. Lavorare con l’emozione durante la meditazione, usando uno o più antidoti
Se nella nostra mente si trovano contemporaneamente molte emozioni distruttive diverse, la cosa migliore è iniziare da quella più potente e più molesta: non cercate di affrontarle tutte in blocco! Una volta che siete riusciti ad ottenere un po’ di controllo sulla più ingombrante, allora potete procedere con quella che viene subito dopo in ordine di grandezza.

Antidoti generali per le emozioni

1. Presenza mentale o consapevolezza di sé
Quando riusciamo ad essere coscienti del sorgere di un’emozione nella nostra mente, per esempio la collera, allora possiamo averne controllo e affrontarla in maniera più efficace. A volte potremmo riuscire semplicemente a lasciarla andare. Inoltre, grazie ad una pratica costante della meditazione, la nostra mente sarà più calma e sarà meno propensa a reagire alle situazioni in maniera emotiva.

2. Ricordare la natura della mente
La mente è chiara, non è materiale: è un flusso di eventi mentali che sorge e svanisce. Questi eventi mentali – pensieri, emozioni, ecc. – sono impermanenti: appaiono e scompaiono, vanno e vengono, non sono entità fisse e permanenti. Può risultare efficace immaginare che siano nuvole che vanno e vengono nel cielo, simili a sogni, simili ad arcobaleni, paragonabili al flusso e riflusso delle onde nel mare. Inoltre, è di grande aiuto imparare a non identificarsi con le emozioni: per esempio, invece di pensare “Sono arrabbiato”, pensate “La rabbia è nella mia mente”, in questo modo riduciamo il controllo che le emozioni hanno su di noi e così possiamo affrontarle in maniera più distaccata.

3. Sospendere il giudizio
Certi pensieri e certe emozioni ci piacciono mentre altri non ci piacciono. Questo conduce rispettivamente all’attaccamento/adesione e all’avversione/rifiuto. La nostra mente, quando è in preda all’attaccamento e all’avversione, non è pacifica. Piuttosto che questo, la cosa migliore da fare è coltivare un senso di equanimità: una consapevolezza non-giudicante e amorevole che accetta tutto ciò che sorge nella mente.

4. Fare un’analisi della realtà
Esplorate il concetto di “IO” che si nasconde dietro l’emozione: è qualcosa di concreto, che esiste per forza propria, indipendentemente, dalla propria parte? E’ qualcosa che potete localizzare nel vostro corpo o nella vostra mente? Che cosa è con esattezza?
Un’altra alternativa possibile è quella di esaminare l’oggetto per il quale stiamo provando quella particolare emozione: esiste proprio nel modo in cui ci appare oppure è possibile che ne stiamo avendo una percezione distorta ed erronea?

5. Pensare che i problemi degli altri sono simili ai nostri
Quando ci troviamo a sperimentare una difficoltà emotiva, tendiamo a divenirne ossessionati come se fossimo le uniche persone nell’intero universo ad avere problemi del genere. E’ ovvio che non è così; inoltre, questo modo di pensare rende il problema ancora più grave di quanto realmente sia. Perciò, è utile ricordare a noi stessi che ci sono molte altre persone che hanno un problema uguale o simile al nostro e che alcune persone hanno problemi di gran lunga peggiori dei nostri. Questo riduce il problema dalle dimensioni di una montagna a quelle di un sassolino, così è più facile da sopportare e ci aiuta anche ad essere più compassionevoli nei confronti degli altri.

Antidoti per la Collera

Nella maggior parte dei casi la nostra collera è diretta verso altre persone, ma possiamo anche prendercela con noi stessi o con oggetti inanimati. La collera spazia da una sensazione di irritazione provocata, per esempio, dal modo in cui qualcuno beve il tè, all’odio intenso che induce alla violenza fisica o, addirittura, ad uccidere.
La collera è l’esatto opposto della pazienza, della tolleranza, della compassione e dell’amore. E’ una concezione distorta, una maniera sbagliata di reagire alle situazioni, un’afflizione mentale: ci causa solo problemi e infelicità e non produce il risultato che speravamo di ottenere. Disturba la mente e ci porta a fare del male agli altri, sia con le azioni che con le parole: non è un modo di reagire intelligente ed efficace, in nessuna circostanza.
La pazienza, l’opposto della collera, è uno stato mentale di gran valore perché ci permette di accettare le difficoltà riducendo la sofferenza al minimo. Ma bisogna imparare ad avere pazienza e per svilupparla è necessario applicare gli antidoti per la collera.
L’approccio più efficace è riconoscere la collera o l’irritazione nel momento in cui sorge e affrontarla mentre si trova ancora all’interno della mente. Coglierla immediatamente non appena sorge è già di per sé sufficiente per far sbollire una buona parte dell’energia di collera. Dopodiché dovremmo esaminare l’emozione da diversi punti di vista: da cosa è stata causata? Che cosa speravamo di ricavarne? Come vediamo la situazione? Se abbiamo una comprensione chiara della collera, possiamo tenerla a bada con più risolutezza, perché nel momento in cui ci rendiamo conto di quanto sia insensata, abbiamo meno probabilità di restarne coinvolti.
La collera distorce il nostro modo di percepire le cose. Così, dopo averla analizzata, dovremmo applicare un antidoto, come uno dei metodi esposti qui di seguito, per volgere la mente verso una prospettiva più corretta e più realistica. Però, non è cosa facile. L’energia della collera è davvero intensa e noi non siamo abituati a tentare di controllarla o di trasformarla.
E’ utile applicare ripetutamente questi metodi durante la meditazione, lavorando con le esperienze di collera realmente vissute o con situazioni immaginate; in seguito, quando la collera si presenta nelle nostre relazioni quotidiane, possiamo riportare alla mente qualsiasi intuizione maturata durante le sessioni di pratica e possiamo cercare di sottrarci dal solito vecchio e familiare cliché di arrabbiarci.
Non ci riusciremo ogni volta, è ovvio. A volte, passano addirittura minuti, ore o giorni, prima che ci rendiamo conto di esserci arrabbiati e di aver fatto del male a qualcuno! Ma non è mai troppo tardi per porvi rimedio. Sedetevi, richiamate alla mente la situazione, individuate che cosa è andato storto e cercate di farvi un’idea di come evitare di commettere nuovamente lo stesso errore. Questo genere di analisi è utile anche nel caso di problemi che risalgono a tanto tempo fa. Non è il caso di demoralizzarsi se la collera continua a sorgere con violenza: ci vuole tempo per troncare le abitudini incallite. Ciò che è importante è volere lavorarci sopra e provare a farlo.

1. Contemplate i limiti o svantaggi della collera, in tal modo vi convincerete di quanto è nociva e niente affatto utile e, di conseguenza, non vorrete assecondarla. In primo luogo, considerate gli effetti immediati della collera sulla mente e sul corpo. Come vi sentite quando siete arrabbiati? La vostra mente è pacifica e felice, oppure disturbata e insoddisfatta? Riuscite a pensare con chiarezza, a prendere decisioni sensate, oppure i pensieri si fanno confusi e sconnessi? E quali sono gli effetti sul vostro corpo? Vi sentite calmi e rilassati, oppure agitati e tesi? Studi scientifici hanno dimostrato che la collera è una causa rilevante di certi problemi di salute, quali disturbi cardiaci e cancro, ed è anche causa di morte prematura.
Quali sono gli effetti della vostra collera sulle persone che vi circondano? Se manifestate la collera con parole e azioni, cosa ne risulta? Potrebbe portarvi a fare del male alle persone che amate e a compromettere le relazioni affettive. Ma anche la collera diretta verso i vostri “nemici” – quelli che, secondo voi, il male se lo meritano – potrebbe ricadervi addosso in un secondo momento. E allora vi sembra questo il modo più saggio di affrontare i “nemici”?
Oltre a ciò, la collera produce effetti più sottili, meno evidenti, sulla nostra psiche. In termini di karma, ogni istante di collera lascia nella mente impronte che produrranno esperienze dolorose in futuro: ulteriore sofferenza. Inoltre, distrugge gran parte del karma virtuoso accumulato a costo di un duro lavoro. La collera è uno degli ostacoli maggiori per coltivare le qualità positive come amore, compassione e saggezza, e per fare progressi lungo il sentiero spirituale…
Riconoscete gli effetti nocivi della collera, determinatevi a non permetterle di invadere la vostra mente e imparate, piuttosto, come fare a disinnescarla.

2. Coltivate la gentilezza amorevole. E’ possibile svilupparla attraverso la contemplazione di pensieri quali: “Possano tutti gli esseri stare bene ed essere felici.” Se acquisiamo familiarità con la gentilezza amorevole e lasciamo che la nostra mente ne sia impregnata, la collera tenderà a sbollire in maniera del tutto naturale.

3. Ricordate il karma, causa ed effetto. Se qualcuno vi fa del male in qualche modo – comportandosi in maniera prepotente oppure ostile, ingannandovi o derubandovi, oppure danneggiando cose che vi appartengono – e, secondo voi, non avevate fatto niente per meritarlo, riconsiderate la situazione. Dal punto di vista del Buddhismo, qualsiasi disgrazia ci capiti è il risultato di azioni nocive che abbiamo compiuto nel passato, in questa vita oppure in vite precedenti.
Raccogliamo quel che abbiamo seminato. Quando riusciremo a vedere i nostri problemi sotto questa luce, la nostra capacità di accettarli aumenterà e ce ne assumeremo la responsabilità, invece di scaricare la colpa sugli altri.
Per di più, non appena comprendiamo che, infuriandoci e vendicandoci, non facciamo altro che porre le cause per sperimentare ulteriori problemi in futuro, saremo determinati a essere più pazienti e a stare più attenti al karma che creiamo.

4. Mettetevi al posto degli altri: provate a guardare la situazione dal loro punto di vista. Cosa li spinge a comportarsi così? Sono in uno stato mentale pacifico e felice, oppure confuso, meschino e fuori d’ogni controllo? Sono esseri umani proprio come voi, con problemi e preoccupazioni, anche loro cercano di essere felici e di trarre il meglio dalla vita. Ripensate alle vostre stesse esperienze, alle vostre manifestazioni di collera e di villania, così avrete un’idea più precisa di come se la stanno passando gli altri.
Inoltre, considerate: che tipo di risultato ci sarà se continueranno ad agire seguendo criteri ingannevoli? Saranno felici e soddisfatti, oppure stanno solo creando le condizioni per ulteriori guai e sofferenza?
Se comprendiamo a fondo la confusione e il dolore degli altri, saremo meno propensi a reagire rabbiosamente – cosa che non farebbe altro che accrescere la loro sofferenza – e saremo più propensi a guardarli con compassione.

Considerate la persona oggetto della vostra collera come se fosse uno specchio. Verificate: che cosa non vi piace dell’altra persona o per quale motivo provate rancore nei suoi confronti? Poi domandatevi: “E’ qualcosa che esiste anche dentro di me?” Qui si considera l’ipotesi che ciò che non ci piace degli altri è qualcosa che non ci piace di noi stessi: la soluzione è quella di sviluppare una maggiore accettazione dei nostri stessi difetti e di diventare meno giudicanti.

E’ più probabile che la collera sorga nella nostra mente quando siamo infelici o insoddisfatti. Se vi accorgete di irritarvi e di infuriarvi anche per un nonnulla, sedetevi e verificate che cosa sta succedendo negli strati più profondi della vostra mente. Vi si annidano pensieri tristi e ipercritici relativi a voi stessi o ad aspetti della vostra vita?
Vi state concentrando maggiormente sul lato negativo delle cose piuttosto che su quello positivo? Se è così, allora la meditazione sulla preziosità della vita umana costituisce un ottimo rimedio. Ci sono aspetti positivi che riguardano voi e la vostra vita e, se vi prestate maggiore attenzione, la vostra mente sarà più felice e appagata e sarà meno probabile che reagiate con rabbia anche quando si verificano problemi più gravi.

Le situazioni difficili sono in genere le più proficue in termini di crescita spirituale. Così, una persona che desta la nostra collera ci sta offrendo un’occasione per imparare che abbiamo ancora molto lavoro da fare. Potremmo credere di aver fatto molta strada per quel che riguarda la comprensione e il controllo della nostra mente e che adesso siamo sufficientemente pacifici, invece, ecco che, tutt’a un tratto, sorge la collera! Allora, ne consegue che quando gli altri ci fanno infuriare, ci stanno offrendo l’occasione di servirci della nostra conoscenza e di far crescere la nostra pazienza.
Contemplate tutto ciò e consolidate la decisione di comprendere la collera, portandola sotto controllo e imparando a reagire invece con pazienza. Sarà di beneficio per voi stessi e per gli altri.

Riflettete sulla morte. Dal momento che la morte potrebbe arrivare in qualsiasi momento, è illogico rimanere aggrappati alle differenze con gli altri. Morire con strascichi di collera non risolta crea il caos nella mente e rende impossibile una morte serena. Anche l’altra persona potrebbe morire in qualsiasi momento. Come vi sentireste se ciò accadesse prima che siate riusciti a chiarire i problemi tra voi?
Non c’è dubbio che voi stessi, l’altra persona e la vostra relazione siano cose destinate a finire. Alla luce di ciò, i problemi sono davvero così importanti? Valgono l’angoscia e l’infelicità che ci causano?

9. Tutti i metodi fin qui presentati implicano la meditazione volta ad affrontare la collera per conto nostro; ma è anche possibile risolvere un conflitto dialogando con l’altra persona. Però, in questo caso, bisogna agire con molta cautela. In primo luogo, dobbiamo valutare la disponibilità dell’altra persona al dialogo e se questo dialogo potrebbe produrre risultati positivi. In secondo luogo, dovremmo esaminare molto attentamente la nostra motivazione: vogliamo davvero appianare le nostre differenze con questa persona e arrivare ad una migliore comprensione reciproca, oppure vogliamo soltanto esprimere la nostra irritazione o magari vincere la battaglia?
Se iniziamo a discutere il problema con il desiderio di ferire l’altro oppure con aspettative e pretese, la comunicazione non funzionerà. Perciò, è necessario che le nostre intenzioni siano molto chiare e che siamo davvero sinceri e onesti nell’esprimere i nostri sentimenti. Questo genere di comunicazione aperta è potentissimo e può trasformare i nemici in amici.
Ovviamente, a volte siete talmente infuriati che l’ultima cosa che desiderate fare è sedervi a meditare! Come minimo, allora, dovreste cercare di evitare di rimanerne completamente coinvolti e di parlare aspramente o diventare violenti. Potreste escogitare qualche metodo per dar sfogo alla vostra energia senza fare del male all’altra persona, o potreste provare a diventare assolutamente insensibili, come foste fatti di pietra o di legno, finché la collera non sbollisce. In un secondo momento, quando la mente si sarà calmata, potrete meditare sul problema e applicare uno degli antidoti.
Un problema che si ripresenta con una certa frequenza, per esempio vi arrabbiate spesso con le persone con le quali vivete o lavorate, può essere affrontato con maggiore efficacia se riconsiderate la situazione nel corso della meditazione e programmate cosa dire e fare la prossima volta che capita. In questo modo, sarete più preparati e sarà meno probabile che siate colti alla sprovvista.

Queste note sono state messe insieme da ven. Sangye Khadro che le ha attinte da diverse fonti appartenenti alla tradizione tibetana. L’autrice ne ha gentilmente concesso l’uso. Leggera revisione di ven. Lobsang Tönden.

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Dealing with Negative Emotions

All we know is to experience positive emotions that negative emotions. As soon as we hear the words love, kindness, generosity, we recognize immediately as positive emotions, but when we hear talk of hatred, anger, jealousy, depression, we recognize immediately as unpleasant emotions.

From the standpoint of the Buddha can transform our minds. We can learn to know ourselves better, to observe our mind and to gain a familiarity with what is there.

The practical reason in essence that drives us to undertake this kind of enterprise is that, first of all, make us happy, and we know that we want to be happy and, secondly, simplify our relationship with others.

Working with emotions, step by step
We usually smother our feelings, or slam them in the face to others. The Buddhist approach is a practical one: for us, and others, luck, as we said before, there is a third option!
The Buddhist method to deal with emotions involves recognizing to try it and then work on it.

1. Recognize and identify emotions
Sometimes our mind is like a jungle full of destructive thoughts and emotions: it is not easy to really understand what’s cooking. With awareness, honesty and intelligence selectively, we can begin to identify what is what: “That is anger, what is desire, that is fear,” and so on. Once we align ourselves against what we know, we can choose the appropriate methods.

2. Having a healthy attitude and in balance with our emotions
The attitudes to be avoided include guilt, the self-hatred or self-condemnation. In addition, we have to stop identifying with the emotion, for example: “I am my anger,” because that leads us to be obsessed and play this part. We can avoid all thanks to the awareness that mental afflictions are impermanent, they come and go in our mind like clouds in the sky and besides, they are not our true nature.
According to the Buddha, the true nature of our mind is pure, free from mental afflictions, such as a sky clear and cloudless.

3. Working with emotion during meditation, using one or more antidotes
If our minds are simultaneously many different destructive emotions, your best bet is to start from the more powerful and more troublesome: do not try to address them all by heart! Once you’ve managed to get a little ‘control on the bulkiest, then you can proceed with what comes next in order of magnitude.

Antidotes for general emotions

1. Mindfulness or awareness of self
When we can be aware of the rise of an emotion in our minds, for example anger, then we can have control and cope more effectively. Sometimes we may be able to simply let go. Moreover, thanks to constant practice of meditation, our mind will be calmer and be less inclined to react to situations emotionally.

2. Recall the nature of the mind
The mind is clear, is not material: it is a stream of mental events that arises and passes away. These mental events – thoughts, emotions, etc.. – Are impermanent: they appear and disappear, come and go, are not fixed entities and permanent. It can be effective is to imagine that clouds that come and go in the sky, like dreams, similar to rainbows, comparable to the flow and ebb of the waves in the sea. Furthermore, it is of great help to learn not to identify with the emotions: for example, instead of thinking “I’m angry”, think “The anger is in my mind”, so we reduce the control that emotions have on us and so we can address them in a more detached.

3. Suspend judgment
Certain thoughts and certain emotions we like and others do not like. This leads respectively to attachment / adhesion and aversion / rejection. Our mind, when it is in the grip attachment and aversion, is not peaceful. Rather than this, the best thing to do is to cultivate a sense of equanimity, a non-judgmental and loving awareness that accepts whatever arises in the mind.

4. Making an analysis of reality
Explore the concept of “I” who hides behind the emotion is something concrete, which exists in its own right, independently, on their side? It ‘something you can find in your body or your mind? What is it exactly?
Another possible alternative is to examine the object for which we are experiencing that particular emotion exists precisely in the way we see it, or you’re having a distorted and erroneous?

5. To think that the problems of others are similar to ours
When we are experiencing an emotional difficulty, we tend to become obsessed like we were the only people in the entire universe to have such problems. It ‘obvious that it is not so, also, this way of thinking makes the problem even more serious than it really is. Therefore, it is useful to remind ourselves that there are many other people who have a problem same as or similar to ours, and that some people have problems far worse than ours. This reduces the problem of the size of a mountain with those of a pebble, so it is easier to bear and also helps us to be more compassionate toward others.

Antidotes to Anger

In most cases, our anger is directed toward other people, but we can also blame ourselves or with inanimate objects. Anger ranges from a feeling of irritation caused, for example, by the way someone drinks the tea, which causes intense hatred or physical harm, even kill.
Anger is the exact opposite of patience, tolerance, compassion and love. It ‘a distorted view, a wrong way to react to situations, mental affliction: we only causes problems and unhappiness and does not produce the result we hoped to achieve. Disturbs the mind and leads us to do harm to others, and to actions than words: it is a way to respond intelligently and effectively, under any circumstances.
Patience, the opposite of anger is a mental state of great value because it allows us to accept the difficulties by reducing the pain to a minimum. But we must learn to have patience and to develop it is necessary to apply the antidotes to anger.
The most effective approach is to recognize the anger and irritation when they arise and deal with it while it’s still within the mind. Seize it immediately as it stands is in itself sufficient to cool off a good part of the energy of anger. Then we should examine the emotion from different points of view on what has been caused? What we were hoping to obtain? As we see the situation? If we have a clear understanding of anger, we can keep it at bay with more decisiveness, because when we realize how foolish we are less likely to restarne involved.
Anger distorts the way we perceive things. So, after having analyzed, we should apply an antidote, as one of the methods described below, to turn the mind towards a more correct and more realistic. However, it is not easy. The energy of anger is very intense and we’re not used to control it or turn it groped.
It ‘s useful to apply these methods repeatedly during meditation, working with the experiences of anger actually experienced or imagined situations, and later, when anger occurs in our everyday relationships, we can bring to mind any insight gained during the practice sessions and We usually try to escape from the old familiar cliché of being angry.
We do not succeed every time, obviously. Sometimes, even spend minutes, hours or days, before we realize that he be angry and hurt someone! But it’s never too late to remedy them. Sit down, call to mind the situation, find out what went wrong and try to get an idea of how to avoid making the same mistake again. This kind of analysis is also useful in case of problems dating back a long time ago. It is not the case of demoralized if the anger continues to rise with violence: it takes time to cut through the hardened habits. What is important is to will work at it and try to do it.

1. Contemplate the limitations or disadvantages of anger, so you will be convinced of what is harmful and not at all useful and, consequently, will not want to second it. First, consider the immediate effects of anger on the mind and body. How do you feel when you are angry? Your mind is peaceful and happy, or disturbed and dissatisfied? Can you think clearly, to make sound decisions, or the thoughts are confused and disconnected? And what are the effects on your body? You feel calm and relaxed, and tense, or agitated? Scientific studies have shown that anger is an important cause of certain health problems such as heart disease and cancer, and is also a cause of premature death.
What are the effects of your wrath on the people around you? If the anger expressed by words and deeds, what is it? It might take you hurt people you love and compromising relationships. But the anger directed toward your “enemies” – who do you think they deserve the bad – could ricadervi him later. And then I think this is the wisest way to deal with “enemies”?
In addition, anger produces effects more subtle, less obvious, on our psyche. In terms of karma, every moment of anger in the mind leaves footprints that will produce painful experiences in the future: more suffering. In addition, destroys much of the virtuous karma accumulated at the cost of hard work. Anger is one of the biggest obstacles to cultivate positive qualities such as love, compassion and wisdom, and to make progress along the spiritual path …
Recognize the harmful effects of anger, determinatevi not allow it to invade your mind and learn, rather, how to defuse it.

2. Cultivate loving kindness. And ‘possible to develop it through the contemplation of thoughts like: “May all beings be well and happy.” If we gain familiarity with loving kindness and let our minds it is impregnated, the anger will tend to cool off in a totally natural .

3. Remember karma, cause and effect. If someone does you wrong in some way – by acting in an arrogant or hostile, or ingannandovi derubandovi or damaging things that belong to you – and you think you had not done anything to deserve it, reconsidered the situation. From the standpoint of Buddhism, any misfortune happens to us is the result of malicious actions that we have done in the past, in this life or previous lives.
We collect what we have sown. When will we see our problems in this light, our ability to grow and we accept them take responsibility, instead of the blame on others.
Moreover, once we understand that, and infuriandoci vendicandoci, we only ask the causes to experience more problems in the future, we will be more patient and determined to be more careful with the karma we create.

4. Put yourself in the place of others: try to look at the situation from their point of view. What drives them to behave like this? They are in a state of mind peaceful and happy, or confused, miserable and out of each check? They are human beings just like you, with problems and concerns, they also seek to be happy and get the best out of life. Think back to your own experiences, your expressions of anger and rudeness, so you’ll have a better idea of how if the others are going through.
Also, consider what kind of result will be if we continue to act on misleading criteria? They will be happy and fulfilled, or are just setting the stage for further trouble and suffering?
If you fully understand the confusion and pain of others, we will be less likely to react angrily – something that would only increase their suffering – and we will be more inclined to look with compassion.

Consider the person the object of your anger as if it were a mirror. Check: what you do not like the other person or why try grudge against him? Then ask yourself: “It ‘something that exists inside of me?” Here we consider the hypothesis that what we do not like the others it is something that we do not like about ourselves: the solution is to develop a greater acceptance of our same flaws and become less judgmental.

It ‘s more likely that anger arises in our mind when we are unhappy or dissatisfied. If you find yourself irritated and even infuriated over nothing, sit back and see what’s happening in the deeper layers of your mind. Lurk there, and hypercritical thoughts sad for yourself or to aspects of your life?
Are you concentrating more on the negative side of things rather than the positive? If so, then meditation on the preciousness of human life is a good remedy. There are positive aspects that pertain to you and your life and, if given more attention, your mind will be happier and more satisfied and less likely to reagiate angrily even when serious problems occur.

Difficult situations are usually the most profitable in terms of spiritual growth. Thus, a person who arouses our anger is giving us an opportunity to learn that we still have much work to do. We may believe that you have come a long way as regards the understanding and control of our mind and we are now peaceful enough, but, lo, suddenly, there is anger! Then, it follows that when others make us angry, we are offering the opportunity to serve in our knowledge and grow our patience.
Contemplate this, and consolidated the decision to understand the anger, bringing under control and learning to react instead with patience. It will be of benefit to yourself and others.

Think about death. Since that death could come at any moment, it is illogical to cling to the differences with others. Dying with a legacy of unresolved anger creates havoc in the mind and makes impossible a peaceful death. The other person could die at any moment. How would you feel if this happened before you were able to clarify the problems between you?
No doubt yourself, the other person and your relationship is destined to end things. In light of this, the problems are really that important? Worth the agony and the misery we cause?

9. All methods presented here involve meditation time to face the wrath of our own, but it is also possible to resolve a conflict through dialogue with the other person. However, in this case, we must act with great caution. First, we must evaluate the person’s willingness to dialogue and if this dialogue could produce positive results. Secondly, we should consider very carefully what motivates us: we really want to iron out our differences with this person and come to a better mutual understanding, or just want to express our irritation or maybe even win the battle?
If we begin to discuss the problem with the desire to injure another or with the expectations and demands, communication will not work. Therefore, it is necessary that our intentions are very clear and we are really sincere and honest in our feelings. This kind of open communication is very powerful and can turn enemies into friends.
Of course, sometimes you are so angry that the last thing you want to do is sit and meditate! At a minimum, then, you should try to avoid being completely involved and speak harshly or become violent. You could devise some method to give vent to your energy without hurting the other person, or you could try to become completely numb, as if you were made of stone or wood, until the anger is not sbollisce. At a later stage, when the mind has calmed down, you can meditate on the problem and apply one of the antidotes.
A problem that occurs with some frequency, for example, often get angry with people with whom you live or work, can be tackled more effectively if they reconsidered the situation in the course of meditation and planned what to say and do the next time it happens . In this way, you’ll be more prepared and will be less likely to be blindsided.

These notes were put together by Fri Sangye Khadro that has gathered from various sources in the Tibetan tradition. The author has kindly allowed the use. Revised slightly to Fri Lobsang Tönden.

Inciampi – Stumble


🌸Inciampi🌸

Tu non temere
gli inciampi
della vita,
le illusioni:
Tutto serve
per dare un senso
ad ogni passo.

12.03.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Stumble

Don’t be afraid
you stumble
of life,
the illusions:
Everything is needed
to make sense
at every step.

12.03.2021 Poetyca

Ai confini dell’infinito – At the edge of infinity


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Nelle profondità si celano ulteriori profondità, nelle altezze un’altezza ancora maggiore. L’uomo giungerà più velocemente ai confini dell’infinito che alla pienezza del proprio essere, poiché quell’essere è l’infinito, è Dio.
Aspiro ad una forza infinita, ad una conoscenza senza limiti e ad una gioia infinita. Potrò mai ottenerla?
Si, ma la natura dell’infinito è di non avere fine.
Perciò non puoi dire io la ottengo, ma piuttosto io la divento. Solo così l’uomo può ottenere Dio, diventando Dio. Prima di giungere a divenire Dio l’uomo può entrare in relazione con Lui. Entrare in rapporto con Dio è Yoga, l’estasi più grande e l’occupazione più nobile.
Esistono rapporti tipici dello stadio attuale di evoluzione dell’umanità, chiamati preghiera, venerazione, adorazione, sacrificio, riflessione, fede, scienza e filosofia. Esistono altre relazioni che superano le nostre attuali capacità ed appartengono ad uno stadio evolutivo ancora da raggiungere. Tali sono le relazioni alle quali si giunge attraverso le pratiche conosciute sotto il nome di Yoga.
Possiamo non conoscerlo come Dio, ma come Natura, come il nostro Sé Superiore, come Infinito o come una qualche meta ineffabile. Così lo avvicinò Buddha, così lo avvicina il rigido Advaitin. Anche l’ateo può entrare in contatto con Lui. Al materialista Egli si rivela nella materia. Per il nichilista attende in agguato nel cuore dell’annichilimento.
In qualunque modo gli uomini vengano a Me, così vengono accolti dal Mio Amore.
Sri Aurobindo – L’Ora di Dio

At the edge of infinity

In the depths lurk more depth, a height even greater heights. The man will come more quickly to the borders of infinity that the fullness of his being, that being is because the infinite is God
I aspire to an infinite power, a boundless knowledge and infinite joy. Will I ever get it?
Yes, but the nature of the infinite is to have no end.
So you can not say I get it, but I became. Only then can man attain God, becoming God Before coming to God become man can enter into a relationship with Him Getting into a relationship with God is Yoga, ecstasy largest and most noble employment.
There are typical ratios of the current stage of evolution of humanity, called prayer, worship, adoration, sacrifice, reflection, faith, science and philosophy. There are other reports that exceed our current capacity and belong to a stage of development yet to be achieved. These are relations which can be reached through the practice known under the name of Yoga.
We can not know him as God, but as Nature, as our Higher Self, as infinite or as some ineffable goal. So he approached the Buddha, so the closer the drive Advaitins. Even the atheist can get in touch with him at the materialist he reveals himself in the matter. For the nihilist waiting in ambush in the heart of annihilation.

In whatever way men come to me, so they are welcomed by My Love.
Sri Aurobindo The Hour of God

Pensieri – Thoughts – Thrangu Rinpoche


Pensieri

I pensieri sono solo manifestazioni della mente. Potrebbero essere onde che agitano la coscienza a tutto campo, ma questo non è un difetto. Se posti a riposo liberamente, spariranno proprio lì. Questo è il motivo per cui quando meditiamo dovremmo lasciare che i pensieri che si verificano nella sesta coscienza mentale si rilassino nella coscienza a tutto campo.

Thrangu Rinpoche

🌸🌿🌸#pensierieparole

🌸Thoughts

Thoughts are just displays of the mind. They may be waves stirring up the all-ground consciousness, but this is not a fault. If you just rest loosely in them, they will disappear right there. This is why when we meditate we should let the thoughts that occur in the sixth mental consciousness relax into the all-ground consciousness.

Thrangu Rinpoche

Ai piedi del silenzio – At the foot of silence


Ai piedi del silenzio

Ancora
una volta
in ascolto
m’inchino
ai piedi
del silenzio
Figlia
dell’armonia
in un’altra
rinascita
dove Tutto
è Adesso

27.09.2016 Poetyca

At the foot of silence

Yet
one time
listen
I bow
at the foot
of silence
Daughter
of harmony in another
rebirth
where It All
is Now

09/27/2016 Poetyca

Pensiero – Thought – Buddha


🌸Pensiero🌸

Il pensiero si manifesta come la parola;
La parola si manifesta come atto;
L’atto si trasforma in abitudine;
E l’abitudine si indurisce nel carattere.
Quindi guarda il pensiero
e le sue vie con cura,
E lascialo scaturire dall’amore
nato dalla preoccupazione per tutti gli esseri.

Buddha
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Thought

The thought manifests as the word;
The word manifests as the deed;
The deed develops into habit;
And habit hardens into character.
So watch the thought
and its ways with care,
And let it spring from love
born out of concern for all beings.

Buddha

Passi – Steps


🌸Passi🌸

Sedimenti
di vita
in solchi
d’anima

Distese
d’emozioni
accendono
i sensi

Oltre l’abisso
è l’orto
del nostro
attendere

12.03.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Steps

Sediments
of life
in furrows
soul

Expanses
of emotions
light up
senses

Beyond the abyss
it is the vegetable garden
of our
wait for

12.03.2021 Poetyca

Talking Heads


[youtube https://youtu.be/VvqCIcqo6pc]

I Talking Heads (spesso reso graficamente come “T∀LKING HE∀DS”) sono stati un gruppo rock statunitense, formatisi a New York nel 1974 e attivi fino al 1991.

Sono stati uno dei complessi che ha portato a livelli di eccellenza assoluta l’equilibrio tra pop e avanguardia, fruibilità e sperimentazione, riconoscibilità e contaminazione, musica bianca e musica nera, costituendo di fatto una delle colonne portanti della new wave americana.

Formatisi nel 1974 e guidati da colui che è forse l’emblema dell’approccio avanguardistico alla musica pop, David Byrne, i Talking Heads sono ricordati per la loro proposta artistica eclettica ed estrosa, che trovava la sua più congeniale espressione in concerti dalla grandissima carica emotiva, con un impianto quasi orchestrale e dall’inusitato impatto sonoro e scenico (come testimonia il celebre film-concerto del 1984 Stop Making Sense, diretto da Jonathan Demme).

https://it.wikipedia.org/wiki/Talking_Heads

Talking Heads was an American rock band formed in 1975 in New York City and active until 1991. The band comprised David Byrne (lead vocals, guitar), Chris Frantz(drums), Tina Weymouth (bass), and Jerry Harrison (keyboards, guitar). Former art school students who became involved in the 1970s New York punk scene, Talking Heads integrated elements of punk, art rock, funk, and pop with avant-garde sensibilities to become a pioneering post-punk and new wave group. Led by the anxious, neurotic stage persona of frontman David Byrne, the group produced several commercial hits and a number of multimedia projects throughout its career, often collaborating with other artists, such as musician Brian Eno and director Jonathan Demme.

Critic Stephen Thomas Erlewine described Talking Heads as being “one of the most critically acclaimed bands of the ’80s.” In 2002, the band was inducted into theRock and Roll Hall of Fame. Four of the band’s albums appeared on Rolling Stone’s list of the 500 Greatest Albums of All Time, and three of their songs (“Psycho Killer”, “Life During Wartime”, and “Once in a Lifetime”) were included among The Rock and Roll Hall of Fame’s 500 Songs that Shaped Rock and Roll. Talking Heads were also included at #64 on VH1’s list of the “100 Greatest Artists of All Time.

https://en.wikipedia.org/wiki/Talking_Heads

🌸Buongiorno 🌸


Buongiorno

Giorno
dopo giorno
il silenzio
è attesa
di pagine
nuove
da scrivere
e respirare
Emozione
penetra
come lama
sottile
tra le pieghe
del cuore
Buongiorno
perché
è adesso
il lampo
pronto
a squarciare
questo
nostro cielo

11.02.2017 Poetyca

Good morning

Day
after day
silence
it is expected
of pages
new
to write
and breathe
Emotion
penetrates
like blade
thin
between the folds
of the heart
Good morning
because
and now
the Lightning
ready
to pierce
this
our sky

02/11/2017 Poetyca