Archivio | 13/06/2021

Morte e vita – Death & Life – Jiddu Krishnamurti


Morte e Vita

Non si può avere paura dello sconosciuto, perché non sai che cosa è l’ignoto e quindi non c’è nulla di cui aver paura. La morte è una parola, ed è la parola, l’immagine, che crea paura. Così si può guardare la morte senza l’immagine della morte? Finché esiste l’immagine da cui scaturisce il pensiero, il pensiero deve sempre creare la paura. Poi si razionalizza la paura della morte e della costruzione di un resistenza contro l’inevitabile o si inventano innumerevoli credenze per proteggersi dalla paura della morte. Quindi c’è un divario tra voi e la cosa di cui si hai paura. In questo intervallo di tempo-spazio ci deve essere conflitto che è la paura, l’ansia e autocommiserazione. Il pensiero, che genera la paura della morte, dice: ‘Facciamolo rimandare, lo si può evitare, per tenerlo il più lontano possibile, cerchiamo di non pensarci’, ma si sta pensando. Quando si dice, ‘non voglio pensarci’, avete già pensato il modo di evitarlo. Avete paura della morte, perché l’avete rimandato.

Abbiamo separato vita dalla morte, e l’intervallo tra la vita e la morte è la paura. Tale intervallo, quella volta, è stato creato dalla paura. Vivere è la nostra tortura quotidiana, l’insulto quotidiano, dolore e confusione, con apertura occasionale di una finestra sul mare incantato. Questo è ciò che chiamiamo vita, e abbiamo paura di morire, che è il porre fine a questa miseria. Avremmo preferito aggrapparsi al noto piuttosto che affrontare l’ignoto – nota è la nostra casa, i nostri mobili, la nostra famiglia, il nostro carattere, il nostro lavoro, le nostre conoscenze, la nostra fama, la nostra solitudine, la nostra divinità – quella piccola cosa che si muove intorno incessantemente all’interno stesso con il proprio modello di esistenza limitata e amareggiata.

Noi pensiamo che vivere sia sempre nel presente e che morire è qualcosa che ci attende in un tempo lontano. Ma non abbiamo mai messo in dubbio che questa battaglia di vita di ogni giorno è non vivere affatto. Vogliamo sapere la verità sulla reincarnazione, vogliamo la prova della sopravvivenza dell’anima, ascoltiamo l’affermazione dei chiaroveggenti e le conclusioni della ricerca psichica, ma non abbiamo mai chiesto, come vivere – di vivere con gioia, con incanto, con la bellezza ogni giorno. Abbiamo accettato la vita così com’è con tutti le sue angoscia e la disperazione e siamo abituati ad essa, e al pensare alla morte come qualcosa da evitare accuratamente. Ma la morte è straordinariamente simile alla vita se sappiamo come vivere. Non si può vivere senza morire. Non si può vivere se non si muore psicologicamente ogni minuto. Questo non è un paradosso intellettuale. Per vivere completamente, interamente, ogni giorno come se fosse una bellezza nuova, ci deve essere morte a tutto ciò che è di ieri, altrimenti si vive meccanicamente, e una mente meccanica non può mai sapere cosa sia l’amore o cosa è la libertà.

Molti di noi hanno paura di morire perché non sanno cosa significa vivere. Non sappiamo come vivere, quindi non sappiamo come morire. Finché abbiamo paura della vita avremo paura della morte. L’uomo che non ha paura della vita non è nella paura di essere completamente insicuro perché capisce che interiormente, psicologicamente, non c’è sicurezza. Quando non c’è sicurezza non vi è un movimento senza fine e poi la vita e la morte sono la stessa cosa. L’uomo che vive senza conflitti, che vive con la bellezza e l’amore, non ha paura della morte, perché amare è morire.

Da: p. 75-77, Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, 1969

Death & Life

Jiddu Krishnamurti

You cannot be frightened of the unknown because you do not know what the unknown is and so there is nothing to be afraid of. Death is a word, and it is the word, the image, that creates fear. So can you look at death without the image of death? As long as the image exists from which springs thought, thought must always create fear. Then you either rationalize your fear of death and build a risistance against the inevitable or you invent innumerable beliefs to protect you from the fear of death. Hence there is a gap between you and the thing of which you are afraid. In this time-space interval there must be conflict which is fear, anxiety and self-pity. Thought, which breeds the fear of death, says, ‘Let’s postpone it, let’s avoid it, keep it as far away as possible, let’s not think about it’- but you are thinking about it. When you say, ‘I won’t think about it’, you have already thought out how to avoid it. You are frightened of death because you have postponed it.

We have separated living from dying, and the interval between the living and the dying is fear. That interval, that time, is created by fear. Living is our daily torture, daily insult, sorrow and confusion, with occasional opening of a window over enchanted seas. That is what we call living, and we are afraid to die, which is to end this misery. We would rather cling to the known than face the unknown – the known being our house, our furniture, our family, our character, our work, our knowledge, our fame, our loneliness, our gods – that little thing that moves around incessantly within itself with its own limited pattern of embittered existence.

We think that living is always in the present and that dying is something that awaits us at a distant time. But we have never questioned whether this battle of everyday life is living at all. We want to know the truth about reincarnation, we want proof of the survival of the soul, we listen to the assertion of clairvoyants and to the conclusions of psychical research, but we never ask, never, how to live – to live with delight, with enchantment, with beauty every day. We have accepted life as it is with all its agony and despair and have got used to it, and think of death as something to be carefully avoided. But death is extraordinarily like the life we know how to live. You cannot live without dying. You cannot live if you do not die psychologically every minute. This is not an intellectual paradox. To live completely, wholly, every day as if it were a new loveliness, there must be dying to everything of yesterday, otherwise you live mechanically, and a mechanical mind can never know what love is or what freedom is.

Most of us are frightened of dying because we don’t know what it means to live. We don’t know how to live, therefore we don’t know how to die. As long as we are frightened of life we shall be frightened of death. The man who is not frightened of life is not frightened of being completely insecure for he understands that inwardly, psychologically, there is no security. When there is no security there is an endless movement and then life and death are the same. The man who lives without conflict, who lives with beauty and love, is not frightened of death because to love is to die.

From: p. 75-77, Jiddu Krishnamurti, Freedom from the known, 1969

Sentire – To feel


🌸Sentire🌸

Non possiamo mettere
l’oceano in un bicchiere
o creare immagini mentali
di qualcosa di sconosciuto,
ma è proprio allentando
gli aspetti limitati della mente
che si può fare breccia
attraverso il ” sentire”.
Il sentire,il cogliere,il percepire,
esulano dal ragionamento.
Si può solo avvertire “qualcosa”
come il fremito di una foglia nella brezza,
senza vedere o usare strumenti,
“sappiamo già”.

16.05.2019 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸To feel

We can’t put
the ocean in a glass
or create mental images
of something unknown,
but it’s just loosening
the limited aspects of the mind
that can be breached
through “feeling”.
Feeling, grasping, perceiving,
beyond reasoning.
One can only feel “something”
like the thrill of a leaf in the breeze,
without seeing or using tools,
“we already know”.

16.05.2019 Poetyca

Sorridi… – Smile …


Sorridi…

Aquila sei tu
capace di aprire le ali
e di varcare il cielo
e io sono qui
ti volo accanto.
Tutto è orizzonte
limpido cielo
è tutto tuo lo spazio.
Le nubi in attesa
ora ti possono accogliere.
Guardati intorno:
Lo spirito non ha briglie
i sentimenti non hanno tempo
nessun confine è limite.
Guarda le tue ali forti
ora sai che sei
fatto per il volo
chiudi gli occhi
e se una lacrima scende
l’asciugherà il sole
se temi il vuoto
ti sospingerà il vento
ma mai resterai solo.
Sorridi…
ti sono accanto.

21.06.2002 Poetyca


Smile …

Eagle you are
able to open the wings
and cross the sky
and I’m here
you next flight.
Everything horizon
clear sky
is your own space.
Clouds in Waiting
now I can sleep.
Look around:
The spirit has no bridle
feelings do not have time
border is no limit.
Find your wings strong
now you know that you are
made for the flight
close your eyes
and if a tear falls
wipe out the sun
if you fear the void
I push the wind
but never be alone.
Smile …
I’m next to you.

21.06.2002 Poetyca

Sulle Forze Avverse – On Adverse Forces – Sri Aurobindo


Sulle Forze Avverse Sri Aurobindo

1. Cosa sono, qual è il loro scopo

È un fatto da sempre noto a tutti gli yogi e occultisti, che dovunque si pratichi lo yoga o lo yajña [sacrificio del Purusha], le Forze ostili vi si radunano per interromperlo con ogni mezzo. È noto che esistono una natura inferiore e una natura spirituale superiore; è noto che esse premono in direzioni diverse e che quella inferiore è più forte all’inizio e quella superiore in seguito. È noto che le Forze ostili approfittano dei movimenti della natura inferiore e attraverso di essi cercano di rovinare, distruggere o ritardare la siddhi [perfezione]. Ciò è stato detto sin dai tempi delle Upanishad: “Difficile è il sentiero da percorrere, affilato come la lama di un rasoio”; è stato detto più tardi dal Cristo: “Dura è la strada e stretta la porta per cui si entra nel regno dei cieli”; e anche: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti” – proprio a causa di queste difficoltà. Ma è anche da sempre noto che gli uomini sinceri e che rimangono fedeli nel loro cuore, e quelli che si affidano al Divino, arriveranno nonostante tutte le difficoltà, gli inciampi e le cadute. (Lettere, vol. III, p. 59)

La Menzogna è un’estrema conseguenza di Avidya. È creata da un Potere asurico che interviene in questa creazione e che non solo è separato dalla Verità, e quindi limitato nella propria coscienza e aperto all’errore, ma in rivolta contro di Essa, oppure abituato ad afferrarla al solo fine di pervertirla. Questo Potere, l’oscura Shakti asurica o Maya rakshasica, presenta la propria coscienza pervertita come conoscenza vera, e le proprie deliberate distorsioni o travisamenti della Verità come verità delle cose. Sono i poteri e le personalità di questa coscienza pervertita e pervertitrice che chiamiamo esseri ostili. Ogni volta che queste perversioni da essi create dall’Ignoranza vengono presentate come la Verità delle cose, si ha la Menzogna nel suo senso yogico, mithyā, moha. (Lettere, vol. III, p. 40-41)

Queste Forze, naturalmente, non si possono sentire o conoscere finché si vive nella mente ordinaria e nelle sue idee e percezioni; in quel caso, infatti, si possono riconoscere solo due categorie di influenze: le idee-sensazioni-azioni proprie e altrui, e l’azione dell’ambiente circostante e delle forze fisiche. Ma una volta che si cominci ad ottenere la visione interiore delle cose, è diverso. Si comincia a sentire che tutto è un gioco di Forze: forze di Prakriti tanto psicologiche quanto fisiche, che agiscono sulla nostra natura; queste sono forze coscienti o sorrette, dietro, da una coscienza o da più coscienze. Siamo nel mezzo di un enorme gioco di Forze universali. […] Coloro che hanno sviluppato la visione interiore delle cose sul piano vitale hanno una grande esperienza delle forze ostili. (Lettere, vol. III, p. 52)

Gli uomini sono costantemente invasi dagli esseri ostili, e c’è un gran numero di essi che è in parte o totalmente sotto la loro influenza. Alcuni ne sono posseduti, altri (una minoranza) sono incarnazioni di tali esseri. Al momento attuale sono attivissimi su tutta la terra.
Naturalmente, nel mondo esteriore non c’è una coscienza come quella che viene sviluppata nello yoga, con cui gli uomini possano divenire consapevoli degli attacchi o respingergli coscientemente: la lotta in loro fra lo psichico e la forza ostile si svolge soprattutto dietro il velo o, nella misura in cui avviene in superficie, non è compresa dalla mente. Il primo tentativo dell’entità che vuole possedere un uomo è di fare in modo che egli si separi dal proprio psichico, ed è questo a creare il conflitto. (Lettere, vol. III, p. 63-4)

Appena si entra nel sentiero della vita spirituale, il vecchio destino predeterminato comincia a ritirarsi: interviene un fattore nuovo, la Grazia divina, l’aiuto di una Forza divina superiore, diversa dalla forza del Karma, che può sollevare il sadhaka oltre le possibilità attuali della sua natura. Il proprio destino spirituale è allora la scelta divina che assicura il futuro. L’unico dubbio è sulle vicissitudini del sentiero e sul tempo che occorre per il passaggio. È qui che le forze ostili, che giocano sulla debolezza della natura passata, si sforzano di impedire la rapidità del progresso e di rimandare la realizzazione. Quelli che cadono, non cadono a causa degli attacchi delle forze vitali, ma perché si mettono dalla parte della Forza ostile preferendo un’ambizione o desiderio vitale alla siddhi spirituale. (Lettere, vol. VI, p. 222)

Non è vero che gli yogi o altri non siano attaccati dalle forze circostanti. Che abbiano per mèta moksha [la liberazione] o la trasformazione, tutti vengono attaccati, perché le forze vitali non vogliono né la liberazione né la trasformazione.
Le forze ostili attaccano ogni sadhaka, alcuni ne sono coscienti, altri no. Il loro obiettivo è di influenzare il sadhaka o servirsene o rovinarne la sadhana e il lavoro, o qualunque altro motivo del genere. Il loro scopo non è mettere alla prova, ma il loro attacco può essere usato come una prova dal potere che guida.
(Lettere, vol. III, p. 65-6)

Riguardo agli attacchi e all’azione delle forze cosmiche, questi attacchi molto comunemente si fanno violenti quando il progresso sta diventando rapido e si avvia al compimento; specialmente se scoprono di non poter aggredire l’essere interiore in modo efficace, cercano di indebolirlo con assalti esteriori. Bisogna considerare tali attacchi una prova di resistenza, un’occasione per raccogliere tutte le proprie capacità di calma e di apertura alla Luce e al Potere divini, così da farsi strumenti per la vittoria del Divino sul non-Divino, della Luce sulle tenebre, nel groviglio di questo mondo. È con questo spirito che dovete far fronte a queste difficoltà, finché in voi le cose superiori non saranno così salde da far sì che queste forze non potranno più attaccare.
(Lettere, vol. III, p. 68)

Questo Yoga è una battaglia spirituale; il fatto stesso di intraprenderlo solleva ogni sorta di forze avverse e si deve essere pronti ad affrontare difficoltà, sofferenze, rovesci di ogni genere in uno spirito calmo e risoluto.
(Lettere, vol. VI, p. 93)

***

Senza dubbio odiare e maledire non sono l’atteggiamento giusto. Osservare tutte le cose e le persone con una visione chiara e calma, ed essere distaccati e imparziali nei propri giudizi è indubbiamente l’atteggiamento yogico più appropriato. Una perfetta samatā [equanimità] può stabilirsi, nella quale tutti gli uomini sono visti in modo uguale, amici e nemici, e non si è turbati da ciò che fanno e da ciò che accade. Il problema è sapere se questo è tutto ciò che ci viene richiesto. Se così fosse, l’atteggiamento generale sarebbe una neutra indifferenza nei confronti di tutto. Ma la Gita, che insiste con forza su una perfetta e assoluta samatā, prosegue dicendo: “Combatti, distruggi l’avversario e vinci”. Se non ci viene richiesto alcun genere di azione generale, alcuna lealtà nei confronti della Verità in opposizione alla Menzogna (tranne che nella propria sadhana), allora basta la samatā dell’indifferenza.

Ma qui c’è un lavoro da compiere, una Verità da fondare, contro la quale sono schierate forze immense, forze invisibili che possono usare, come propri strumenti, cose, persone e azioni visibili. Se si è discepoli, cercatori di questa Verità, occorre mettersi dalla parte della Verità, opporsi alle forze che l’attaccano e cercano di soffocarla. Arjuna non voleva schierarsi da nessuna delle due parti, voleva astenersi da ogni azione di ostilità contro gli stessi assalitori; Sri Krishna, che tanto insisteva sulla samatā, condannò con forza il suo atteggiamento e insisté perché combattesse l’avversario. “Abbi samatā – disse – e, vedendo chiaramente la Verità, combatti”.

Perciò, schierarsi dalla parte della Verità, rifiutare di fare qualunque concessione alla Menzogna che attacca, essere di una lealtà a tutta prova, opporsi ai nemici e agli aggressori, non contraddice l’equanimità. Il sentimento personale ed egoistico deve essere rigettato, l’odio e la malevolenza vitale devono essere respinti. Ma la lealtà e il rifiuto di accettare compromessi con gli aggressori e i nemici, o di perdere tempo ad ascoltare le loro idee e richieste dicendo che “dopo tutto, possiamo in qualche modo concedere quanto ci chiedono”, o accettarli come compagni e considerarli dei nostri, tutto questo ha una grande importanza. Se l’attacco minacciasse fisicamente il lavoro, chi lo guida e chi lo compie, lo si noterebbe subito. Ma è giusto un atteggiamento passivo solo perché l’attacco è di tipo più sottile?

Si tratta qui di una battaglia spirituale interiore ed esteriore; con la neutralità e il compromesso, o persino la passività, si rischia di lasciare passare le forze nemiche e permettere loro di schiacciare la Verità e i suoi figli. Guardate la cosa da questo punto di vista e vedrete che se l’equanimità spirituale interiore è giusta, la lealtà attiva e la ferma presa di posizione sono altrettanto giuste; le due cose non possono essere incompatibili.

Naturalmente, ho trattato il problema in generale, escludendo ogni caso particolare o questione personale. È un principio d’azione che va visto nella sua giusta luce e nelle sue giuste proporzioni.

(Lettere, Vol. I, p. 299-300)

Adverse Forces on Sri Aurobindo

1. What are they, what is their purpose

It’s always been a fact known to all yogis and occultists, that wherever you practice yoga or yajna [sacrifice of Purusha], the hostile forces will come together to stop it by any means. It is known that there are a lower nature and a higher spiritual nature; is known that they pulling in different directions and that the lower one is stronger at the beginning and the upper later. It is known that the hostile forces take advantage of the movements of the lower nature, and through them seek to ruin, destroy or delay the siddhis [perfection]. This has been said since the time of the Upanishads: “It is difficult to follow the path, sharp as a razor’s edge” was later told by Christ: “Hard is the road and close the door through which we enter into the kingdom of heaven, “and also:” Many are called but few are chosen “- precisely because of these difficulties. But it is also always known that men who are faithful and sincere in their hearts, and those who rely on the Divine, will come despite all the difficulties, the stumbles and falls. (Letters, vol. III, p. 59)

The Lie is an extreme result of Avidya. It is created by a power asurico involved in this creation and that not only is separated from the Truth, and therefore limited in their consciousness and open to error, but turned against it, or used to grab the sole purpose of pervertirla. This power, the dark asuric Shakti or Maya rakshasica, presents his own conscience perverted as true knowledge, and their deliberate distortion or misrepresentation of the truth as the truth of things. Are the powers and personalities of this consciousness that we call perverted and perverting hostile beings. Whenever these perversions they create Ignorance is presented as the truth of things, it has the Lie in his yogic sense, Mithya, moha. (Letters, vol. III, p. 40-41)

These forces, of course, you can not hear or know until you live in the ordinary mind and its ideas and perceptions, in that case, you can recognize only two categories of influences: ideas-feelings-his and others’ actions, and the action of the environment and physical forces. But once you start to get the inner vision of things is different. You begin to feel that everything is a game of forces: forces of Prakriti much psychological as physical, that affect our nature, and these forces are aware of it or supported behind by a conscience or multiple consciousnesses. We are in the middle of a huge game of universal forces. […] Those who have developed the inner vision of things on the vital level have extensive experience of hostile forces. (Letters, vol. III, p. 52)

Men are constantly invaded by hostile beings, and there is a large number of them that is partly or wholly under their influence. Some are owned, others (a minority) are embodiments of such beings. These are currently very active in all the earth.
Of course, in the outside world there is a consciousness as that which is developed in yoga, in which men can become consciously aware of the attacks or respingergli: the fight in them between the psychic and the hostile force is primarily behind the veil or , to the extent that occurs on the surface, is not understood by the mind. The first attempt of the entity that wants to possess a man is to make sure that he is separated from his psyche, and this is creating the conflict. (Letters, vol. III, p. 63-4)

As soon as you enter the path of spiritual life, the old pre-determined destiny begins to retreat: a new factor intervenes, the grace of God, the help of a divine force higher than the force of Karma, which can raise the sadhaka than the current possibilities of his nature. The spiritual destiny then is the divine choice that secures the future. The only doubt is about the vicissitudes of the path and the time needed for passage. It is here that the hostile forces that play upon the weakness of nature past, strive to prevent the rapid progress and postpone the execution. Those who fall, do not fall because of the attacks of the vital forces, but because they put themselves on the hostile force preferring ambition or desire to vital spiritual siddhis. (Letters, vol. VI, p. 222)

It is true that yogis and other are not affected by the surrounding forces. Which have as their goal, moksha [liberation] or processing, all are attacked, because the life forces want neither liberation nor the transformation.
The hostile forces attack each sadhaka, some are conscious, others not. Their goal is to influence the sadhaka or use it or ruin the sadhana and work, or any other such reason. Their purpose is not to test, but their offense can be used as evidence by the power that drives.
(Letters, vol. III, p. 65-6)

With regard to the attacks and the action of cosmic forces, these attacks very commonly become violent when progress is becoming faster and you start to completion, especially if they find they can not attack the inner being, effectively, try to weaken it with attacks outward. We must consider these attacks a test of endurance, an opportunity to gather all his ability to calm opening to the Light and Power divine, so as to become instruments for the victory of the Divine non-Divine Light over darkness, in entanglement of this world. It is in this spirit that must cope with these difficulties, until higher things in you will not be so strong as to make these forces will no longer attack.
(Letters, vol. III, p. 68)

This Yoga is a spiritual battle, the very fact of undertaking it raises all sorts of hostile forces and must be ready to face difficulty, pain, chance of any kind in a spirit of calm and resolute.
(Letters, vol. VI, p. 93)

***

Without doubt, hate and curse not the right attitude. Observe all things, and people with a clear and calm, and be detached and impartial in their judgments is undoubtedly the most appropriate yogic attitude. A perfect Samata [fairness] may be established, in which all men are viewed equally, friends and enemies, and you are not troubled by what they do and what happens. The question is whether this is all that is required of us. If so, the general attitude would be a neutral indifference to everything. But the Gita, who strongly insisted on a perfect and absolute Samata, goes on to say: “Fight, destroy the opponent and win.” If there is need for any kind of general action, no loyalty to the truth in opposition to Falsehood (except in his own sadhana), then just the Samata indifference.

But here’s a job to do, to establish a Truth, which are arrayed against the immense forces, unseen forces that can be used as their tools, things, people and visible actions. If you are disciples, seekers of this Truth, you must take the side of Truth, oppose the forces that attack and try to choke her. Arjuna did not want to take sides with neither party wanted to refrain from any act of hostility against the same assailants, Sri Krishna, who both insisted on Samata, strongly condemned his attitude and insisted they were fighting the enemy. “Have Samata – he said – and, seeing clearly the truth, fight”.

Therefore, taking the side of truth, refuse to make any concession to Lie attacking, be of a loyalty to any test, standing up to enemies and aggressors, not inconsistent with equanimity. The personal and selfish feelings must be rejected, hatred and malice of life must be rejected. But the loyalty and refusal to compromise with the aggressors and the enemies, or waste time listening to their ideas and requests, saying that “after all, we can somehow give what we ask,” or accept them and treat them as companions of our , all this is very important. If the attack threatened the physical work, who guides him and who does it, you would notice immediately. But it is just a passive attitude just because the camera has a more subtle?

Here it is a spiritual battle within and without, with neutrality and compromise, or even a liability, you are likely to let pass the enemy forces and allow them to crush the truth and his children. Look at it from that point of view and you will see that if the inner spiritual equanimity is just, fair and firm active stance are just right, the two are not incompatible.

Of course, I dealt with the problem in general, excluding any particular case or personal issue. It is a principle of action that should be seen in its true light and in its true proportions.

(Letters, Vol I, p. 299-300)

Gli incontri – Meeting – Paulo Coelho


Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim’ancora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo ad un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente. Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo disperati, invece, se non abbiamo nulla da perdere, allora l’ignoto si manifesta ed il nostro universo cambia rotta.
Paulo Coelho – Undici Minuti
❤ ❤ ❤ ❤

Meeting
The most important meetings have already combined the souls even before the bodies see. Generally, they occur when we reach a limit, when we need to die and be reborn emotionally. The meetings are waiting for us, but most of the time we avoid that from occurring. If we are desperate, though, if we have nothing to lose, then the unknown manifests and our universe changes course.
Paulo Coelho – Eleven Minutes

Oltre ogni limite – Inside Out


Oltre ogni limite

Sulle ali del sogno
puoi costruire immagini
attaccare ali ai respiri
e credere quello che desideri
attimi oltre ogni limite
come carezze e brividi
che solo tu vorrai
e nessuno mai ti potrà fermare
ma complice mai
se tu rubi i sogni miei
e non chiedi se anche io ho ali
e rotte che vanno oltre le tue parole
se io so cercare acqua nel deserto
anche a costo di soffrire
Oltre ogni limite è tutto già
anche se tu non guardassi
se tu non leggessi quel che è
nel silenzio che non sai ascoltare
Oltre ogni limite è respiro
con il fiato corto
per le mille cose senza nome
che non comprenderai mai di me

18.08.2010 Poetyca

Inside Out

On the wings of dreams
You can build images
attach wings to breathe
and believe what you want
moments beyond all limits
such as strokes and chills
that only you want
and no one will ever be able to stop
but never an accomplice
if you steal my dreams
and do not ask if I have wings
and routes that are beyond your words
I know if I look for water in the desert
even at the cost of suffering
Inside Out is all already
even if you never look
if you did not read what is
hear in the silence you do not know
Inside Out is breathing
with shortness of breath
for the thousand nameless
who will never understand me

18.08.2010 Poetyca

Cuore sconfinato – Facendosi varco tra i sogni – Making way through the dreams


Dove la mente non arriva ti raggiunge sempre il cuore.
Poetyca

« Come una madre darebbe la vita
per proteggere il proprio unico figlio,
nello stesso modo si coltivi un cuore sconfinato
verso tutti gli esseri »
(Sutta Nipata I, 8)

Facendosi varco tra i sogni

Soffi di vento
su ali già forti
imprimono il segno
di quel che è stato capire
che si è liberi e capaci si esserlo
soltanto se si accetta il limite.

Scogli accarezzati dall’onda
che addolcisce e scalfisce
per rimodellare una forma
dove tutto è caos e non conosce ordine.

Ritmo e stagione, sole ed ombre
per dare senso all’essere in cerca
d’ impressioni ed intuizione
sulla via dell’ascolto profondo
oltre tutte le apparenti parole.

Ed abbraccio del silenzio
che conduce allo specchiarsi
in quel volo senza confine
perchè siano traiettorie impalpabili
di gioia che respira dentro.

Spirito libero che inarchi la soglia
tra il tempo trascorso e consumato
e l’ignoto da comprendere e vivere
ascolta l’attimo e sii essere senza ricerca.

Perchè tutto è adesso senza meta e confronto
tra pieghe di sogno e aliti di nuova speranza
abbandonando illusione ed offrendo vero amore

03.08.2008 Poetyca

Where do you get the mind does not always reach the heart.
Poetyca“As a mother would give his life
to protect his only son,
in the same way you cultivate a boundless heart
to all beings “(Sutta Nipata I, 8)

Making way through the dreams

Puffs of wind
already strong on the wings
engrave the sign
understanding of what was
that you will be free and able
only if you accept the limit.

Cliffs caressed by the wave
that softens and scratches
to reshape a shape
where everything is chaos and does not know order.

Rhythm and season, sun and shadow
to give meaning to being in search
d ‘impressions and intuition
on the path of deep
beyond all the apparent words.

And I embrace the silence
leading to the mirror
in that flight without borders
because trajectories are impalpable
of joy that breathes within.

A free spirit who raises the threshold
between time spent and consumed
and the unknown to understand and live
listen and be the moment to be without research.

Why everything is now without a goal and comparison
creases between dream and breath of new hope
offering false hope and giving up true love

03.08.2008 Poetyca

Vite controllate – Controlled life – Lama Thubten Yeshe


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Vite controllare
Alcune persone hanno una vita molto controllata e temono di incontrare qualcuno o qualcosa che possa distruggere le loro precarie convinzioni spirituali.
Ma questo atteggiamento non è colpa delle religioni, bensì della loro comprensione limitata.
Il Dharma autentico conduce nella direzione esattamente opposta.
Ti rende capace di integrare le molte diverse esperienze della vita in un tutto significativo e coerente, bandendo quindi per sempre la paura e l’insicurezza.

Lama Thubten Yeshe
Controlled life
Some people have a very controlled life and fear of encountering someone or something that can destroy their precarious spiritual beliefs.
But this attitude is not the fault of religion, but of their limited understanding.
The authentic Dharma leads in exactly the opposite direction.
It makes you able to integrate the many different experiences of life in a meaningful and coherent whole, thus banishing forever the fear and insecurity.
Lama Thubten Yeshe

Incontri – Meetings – Paulo Coelho


Incontri

Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim’ancora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente. Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino. Se siamo disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l’ignoto si manifesta e il nostro universo cambia rotta.
da “11 Minuti” – Paulo Coelho

Meetings
The most important meetings have already combined the souls even before the bodies see. Generally, they occur when we reach a limit, when we need to die and be reborn emotionally. The meetings are waiting for us, but most of the time we avoid that from occurring. If we are desperate, though, if we have nothing to lose or we’re excited about life, then the unknown manifests and our universe changes course.
from “11 Minutes” – Paulo Coelho

Sia per te – Both for you


Sia per te

Resta sempre in ascolto
di note d’anima
che attraversano l’invisibile
Sia sempre presenza
oltre l’apparire della realtà
oltre l’effimero senso
che tutto sovrasta
per dare spazio alla danza
dell’anima che si libera
ed attraversa ogni confine
Sia sempre vibrare all’unisono
con l’Universo che si dona
oltre ogni limite
per dare a te il dono
che si rivela oltre l’inudibile

30.12.2003 Poetyca
Both for you
Stay listening
notes of soul
crossing the invisible
Is always present
over the appearance of reality
beyond the ephemeral sense
everything above
to provide space for dance
that the soul is freed
and crosses every boundary
Is always vibrating in unison
with the universe that gives
over every limit
to give you the gift
which proves beyond the inaudible

30.12.2003 Poetyca

Adattamento e interconnessione – Adaptation and interconnection


Adattamento e interconnessione
Tutte le cose vicine o lontane
segretamente sono legate le une alle altre
e non si può cogliere un fiore
senza disturbare una stella

Gregory Bateson

❤¸¸.•*¨*•♫❤¸¸.•*¨*•♫❤

“Ciò che caratterizza la vita è il fatto di non essere mai la
stessa: la vita scorre, circola e si trasforma, spostando gli
esseri e le cose. Oggi avevate un problema da risolvere e ci
siete riusciti impiegando un certo metodo; ma ecco che l’indomani
si presenta un altro evento e voi non potete affrontarlo
utilizzando gli stessi metodi e mantenendo lo stesso
atteggiamento del giorno prima: siete costretti ad adattarvi alla
nuova situazione.
È così: la vita vi presenterà sempre problemi diversi da
risolvere, e ciascuno richiederà una soluzione particolare. Ieri,
per esempio, la soluzione consisteva in un gesto di bontà, di
generosità. Oggi invece avete un altro problema da risolvere, e
questa volta ad aiutarvi saranno il ragionamento, la fermezza o
perfino l’ostinazione. Un’altra volta sarà l’indifferenza o la
volontà di dimenticare… Cercate dunque ogni giorno come
adeguarvi. “

Omraam Mikhaël Aïvanhov

❤♫❤♫❤.•*¨`*•..¸♥☼♥ ¸.•*¨`*•.♫❤♫❤♫❤

“Dopo un tempo di declino viene il punto di svolta…
… il movimento è naturale, sorge spontaneamente, perciò la trasformazione di ciò che è invecchiato diventa facile. Il vecchio viene rifiutato e da esso subentra il nuovo… (I Ching)”.
“Qualunque sia il limite del Nirvana
quello è il limite dell’esistenza ciclica.
Non c’è nemmeno la più lieve differenza fra loro,
o la cosa più sottile”
“La Pacificazione di ogni oggettivizzazione
e la pacificazione dell’illusione:
Nessun dharma è mai stato insegnato dal Buddha
in nessun tempo, in nessun luogo, a nessuna persona”
(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25)
Un giorno morì un uomo che viveva nelle vicinanze del Tempio di Chang Chou. Dogo, il Maestro del tempio, si recò, insieme al suo discepolo Zengen, a fare le condoglianze alla famiglia.
Durante la visita Zengen colpì la bara e chiese: “È vivo o morto?”.
Dogo rispose: “Non dico che è vivo, non dico che è morto”.
Zengen disse: “Perché non vuoi dirlo?”.
Dogo ripetè: “Non lo dirò, non lo dirò”.
Sulla via del ritorno, Zengen chiese ancora: “Vi prego, Maestro, ditemi chiaramente se era vivo o morto. Se non me lo direte io vi picchierò”.
Il Maestro rispose: “Picchiami se vuoi, ma io non lo dirò”.
Zengen lo colpì.
Passarono gli anni e un giorno Dogo morì; Zengen, ancora tormentato dal dilemma, andò a visitare Sekiso, un Maestro molto conosciuto; gli raccontò come molti anni prima avesse picchiato il suo vecchio Maestro perché non aveva risposto alla domanda sulla vita e sulla morte. Poi ripetè la stessa domanda a Sekiso. Sekiso disse: “Non dico che è vivo, non dico che è morto. Non lo dirò, non lo dirò”.
In quel momento Zengen raggiunse l’illuminazione; lasciò subito il Maestro e, con una vanga in spalla, andò nella sala principale del monastero mettendosi a camminare in su e in giù.
Sekiso lo vide e gli chiese: “Che cosa stai facendo?”.
Zengen rispose: “Sto cercando le reliquie del mio vecchio Maestro”.
Sekiso disse: “C’è un grande fiume con immense onde che riempiono l’intero universo. Le reliquie del tuo Maestro non saranno trovate in nessun posto.”
[…]
Commento del Maestro Philip Kapleau[1]
Che cosa sta realmente chiedendo Zengen?
Ovviamente lui sa che la persona che è nella bara è morta. Quindi qual è la vera domanda? Forse è: “Che cosa accade dopo la morte?” o “Che cos’è la morte?” o “Che cosa accadrà di me dopo la morte?” o “Esiste veramente la morte?” o “Se quest’uomo è morto, allora che cos’è l’immortalità?”.
Forse il suo tormento interiore – quello che veramente gli sta a cuore, come il suo comportamento successivo dimostra – si sviluppò o si intensificò recitando il Sutra del Cuore: “…niente nasce e niente muore, niente è puro e niente è impuro, niente cresce o diminuisce. Niente deperisce e niente muore e non esiste né deperimento né morte”.
Che cosa vogliono dire queste parole?
Noi, come ogni praticante dello Zen, recitiamo tutti giorni questo grande Sutra. Bene, che cosa significano realmente queste parole?
Zengen era profondamente turbato dal problema della vita e della morte. Ma, in ultima analisi, non è così per tutti? Il nostro comune modo di vivere, tuttavia, nasconde l’ansia esistenziale con innumerevoli mezzi: cinema, televisione, video, computer, settimanali, quotidiani, shopping. Abbiamo a disposizione un numero talmente ampio, per non dire illimitato, di modi per distrarci, per non pensare, che dovremmo essere al riparo; ma non è così; le ansie esistenziali sono così forti che superano facilmente il muro dietro cui tentiamo di proteggerci.
L’antica credenza nell’armonia delle sfere celesti è stata distrutta dall’evidenza delle catastrofi che avvengono normalmente e casualmente nello spazio cosmico. Lo stesso accade a noi, qui sulla terra; siamo quotidianamente colpiti da notizie di morte di esseri viventi, di distruzione di foreste, di inquinamento dell’atmosfera e dei mari, di orribili pulizie etniche e cresce il terrore di destabilizzazioni politiche ed economiche prodotte, almeno in parte, dalla rapida e stupefacente evoluzione tecnologica. Quando, ogni giorno, apriamo il giornale, l’impermanenza ci colpisce in volto. Le nostre distrazioni, i nostri meccanismi di difesa, si moltiplicano allora di conseguenza, rendendo così arduo affrontare le vere questioni esistenziali e, in particolare, l’eterno dilemma che assedia tutta l’umanità: perché sono nato?
[…]
Possiamo dire che questo koan [2] era il suo koan, che naturalmente cresceva nel suo animo; un koan che sorge spontaneamente dalle esperienze della propria vita può essere il migliore per raggiungere la comprensione. Ovviamente il Maestro era consapevole della profondità della domanda di Zengen e non volle cedere di fronte alla sua sofferenza, non lo volle placare con una risposta rassicurante. Non gli ha detto: “Non ti preoccupare. Tutto va bene. La tua rinascita sarà influenzata dagli effetti karmici delle tue azioni passate, mentali o corporee” ma gli ha detto: “Non dico che è vivo, non dico che è morto”.
Perché no?
Il suo discepolo era fortemente turbato dalla questione della nascita e della morte, in particolare su che cosa accade dopo che uno muore.
Una volta un monaco chiese al Buddha: “Che cosa accade a una persona illuminata dopo la morte? Esiste dopo la morte o no?”. Il Buddha si rifiutò di rispondere.
Un illuminato è una persona che ha purificato la propria mente a tutti i più profondi livelli di consapevolezza, liberandola da ogni macchia di avidità, di rabbia, di egoismo e desiderio. Così, che cosa accade a un tipo del genere dopo la morte? Accade la stessa cosa che agli altri? Il testo dice che Buddha “rimase in un nobile silenzio”. C’è una buona ragione per un tipo di risposta del genere, e il koan lo rende molto chiaro.
Sulla via del ritorno Zengen era ancora molto agitato. La domanda tormentava la sua mente. Egli aveva visto un cadavere nella sua rigidità. L’immagine era vivida. Dov’era finito colui che era nel corpo? “Perché non lo dici?” domandò al suo insegnante. E Dogo ripetè enfaticamente: ”Non lo dirò, non lo dirò”. Zengen lo implorò “Vi prego, Maestro, ditemi con franchezza se era morto o era vivo!”.
Allora, disperato, gridò:“Se non me lo direte, vi picchierò”. In questo si può vedere quanto profondamente sentisse la questione e che rischi era disposto a correre. Picchiare la propria guida spirituale è fatto molto grave, con profonde implicazioni karmiche. Uno studente può alzare una mano mimando di colpire il Maestro, per esempio, nel dare una dimostrazione di un koan. Ma è raro che uno studente picchi davvero il proprio Maestro ed è considerato un evento molto grave.
Yasutani Roshi disse una volta che se un monaco dovesse picchiare il Maestro ciò avrebbe delle gravi ripercussioni su tutto il monastero. Ma Dogo rimase imperturbabile di fronte alle minacce di Zengen e semplicemente rispose: “Picchiami se vuoi ma non lo dirò”.
[…]
Proviamo a immaginare un insegnante di oggi che a uno zelante studente che gli chiede una spiegazione su qualcosa di importante, risponda: ”Non te lo dirò”. Verrebbe considerato un’offesa allo studente e in contrasto con il nostro concetto di educazione.
“Ma voi siete il Maestro!” potrebbe esclamare lo studente “Il vostro lavoro è rispondere alle domande! Perché non volete rispondere alla mia?” Ma Maestri Zen come Dogo e Sekiso dicono “Tu puoi picchiarmi, tu puoi anche uccidermi ma io non lo spiegherò. Tu devi risolvere questo da solo. Non ti priverò della lotta interiore che ti appartiene e della tua personale risposta”.
Giobbe, il patriarca della Bibbia, che soffrì a lungo tormenti di questo tipo, dette una risposta simile. Tutte le sue profonde, laceranti domande sarebbero state lasciate irrisolte da una risposta convenzionale. Soltanto la diretta esperienza della voce di Dio che parlò attraverso il turbine risolse i suoi dubbi. Solo quella rispose a tutto.
I praticanti Zen di ogni epoca hanno espresso una profonda gratitudine ai propri Maestri per aver avuto la saggezza e la compassione di non spiegare troppo. Questa gratitudine non era mero “formalismo” e sorse nel loro cuore dopo una lunga e durissima lotta interiore. Il Maestro Zen Dogen dice, in effetti, che il Buddismo non è altro che affrontare e risolvere il problema della morte. Lo Zen ci insegna come andare oltre i concetti e le nozioni ordinari, oltre le interpretazioni dei dati dei sensi che costruiscono una visione del mondo basata su “me qui e ogni altra cosa là fuori”. Questa visione è incompleta e falsa. Poiché è falsa e incompleta, noi soffriamo terribilmente, come può soffrire un pesce in una vasca troppo piccola e piena di acqua stagnante e torbida. I Maestri di molte tradizioni sono d’accordo che il nostro mondo, il mondo nel quale viviamo normalmente è, come dice il sutra del Diamante, come un miraggio, un sogno, una bolla di sapone. Ovvero non ha sostanza, tutto passa e non ha realtà durevole.
Questo mondo di nascita e morte muta costantemente. La pratica e lo studio dello Zen ci insegnano come non essere coinvolti e avvinti in questo eterno cambiamento, fino a precipitarci. Come vivere nel mutamento costante e adattarsi liberamente al nostro ambiente, senza sforzi, costrizioni, o ansietà è l’essenza dello studio e della comprensione Zen. Il buddismo Zen non è né pessimista né nichilista. Piuttosto guarda correttamente ai fatti, e poi ci apre la via per vivere veramente, senza ricreare continuamente sofferenza.
Ancora, l’insegnamento del buddismo riguardo la rinascita può essere mal compreso dalla cultura materialista del nostro tempo. Il buddismo insegna che siamo morti e rinati innumerevoli volte e che moriremo e rinasceremo ancora innumerevoli volte. Negli scritti dei Maestri viene detto che possiamo nascere in uno dei sei regni: il regno degli uomini, degli dei, degli spiriti guerrieri, degli spiriti affamati, degli esseri demoniaci, degli animali. Possiamo nascere in un regno o nell’altro, in una forma di vita “alta” o “bassa”. Qualche volta questo viene interpretato psicologicamente. Nella mia esperienza in Giappone ho constatato che i Maestri più anziani erano meno inclini a una spiegazione psicologica. Tendevano a un’interpretazione prettamente mitica, accettando pienamente che ci sono molti mondi, dimensioni e regni. Gli insegnanti più giovani tendevano invece a darne una lettura psicologica. In realtà, la questione non è se l’approccio al problema è psicologico, mitico, fisico o da altro punto di vista. Si arriva sempre allo stesso punto: in verità, tutto è in costante cambiamento. E, tuttavia, dentro quel cambiamento c’è sia quello che non cambia sia quello che rende possibili tutti i cambiamenti. Questo non è qualcosa che accade solamente dopo la morte, dopo quello che chiamiamo la scomparsa del corpo fisico. In ogni momento, in ogni respiro, c’è la vita e c’è la morte. Nella vita c’è la morte, nella morte c’è la vita. La vita intera si ricrea dalla propria fine. Tutta la vita è rinascita. Come allora possiamo parlare di una vita e di una morte definitiva? Dogen dice che nella vita c’è solo vita, nella morte solo morte. Così, quando voi siete vivi, voi siete uno con la vostra vita; nella morte voi siete uno con la vostra morte. Prendete una candela che brucia: bruciare è sia la sua vita sia la sua morte.
Perché Zengen, dopo l’illuminazione, porta con sé una vanga sulla spalla e cammina in su e in giù nella sala principale del tempio? Che significa questo? Voleva onorare le spoglie del suo Maestro, mostrare gratitudine per quello che Dogo aveva provato così risolutamente a mostrargli? Sekiso lo vede marciare avanti e indietro e gli chiede “Che stai facendo?”, Zengen risponde “Sto cercando le reliquie del mio vecchio maestro”.
[…]
Sekiso risponde “C’è un grande fiume con immense onde che riempiono tutto l’universo. Le ceneri del Maestro non saranno trovate da nessuna parte”.
Come dobbiamo comprendere questo?
Ci sono delle collane buddiste utilizzate per il rosario, chiamate juzu, che sono scolpite nella forma di un teschio. I teschi rappresentano la vera Mente, che, come un teschio, rimane dopo la morte. Il teschio rappresenta anche la realtà della morte, dell’universale impermanenza. Il teschio è veramente un’immagine concentrata essendo sia un simbolo di ciò che possiamo chiamare l’aspetto relativo della morte e del cambiamento sia anche di quello che possiamo chiamare l’Assoluto, il non nato, l’eterno.
Dicendo che sta cercando le ossa o le reliquie del suo vecchio Maestro, quello, cioè, che rimane dopo la morte e la cremazione del corpo, Zengen ci sta suggerendo che la Mente del suo Maestro deve ancora essere trovata? Sta dicendo che le sue reliquie sono effettivamente in ogni luogo, in tutte le direzioni? ”Immense onde riempiono l’intero universo” può simbolizzare la nostra vita quotidiana. Ogni onda riempie l’immensità di ogni cosa. Cosa c’è fuori di essa? Essere uno con la propria vita quotidiana, mangiando, piangendo, lavorando, dormendo, amando, facendo ogni cosa con un cuore puro, con mente pura, è una grande onda che riempie l’universo, fino alle stelle. Questa non è una teoria, non è un’astrazione, passato, presente, futuro, non è una valutazione. E’ questo! Che cosa c’è da cercare ancora!
[…]
Per dimostrare la propria comprensione di un koan non si può parlare di esso. Non si può fare della teoria. Si deve dimostrare lo spirito del koan, che, in questo caso, significa lo spirito della nascita e della morte. Questo koan, possiamo dire, è solo uno fra i molti che trattano del problema cruciale della vita e della morte e che dimostra lo spirito fondamentale dello Zen.
Non è tanto importante quanto noi possiamo provare ad accettare che il morire è una cosa semplice, ordinaria, naturale, quanto possiamo credere che sia una alta esperienza spirituale – “una conclusione che dovremmo augurarci a mani giunte” – come Shakespeare fa dire ad Amleto – noi tutti, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che ne abbiamo paura. E’ un territorio sconosciuto, come dice Amleto, dal quale nessuno è tornato. E’ la fine di tutto quello che conosciamo, di tutto quello che sogniamo o a cui siamo attaccati.
E così può essere terrificante.
Anche il Maestro Mumon, nel suo commento al koan numero trentacinque del Mumonkan, intitolato “Sei e la sua anima sono separati”, dice che noi passiamo da un minuto all’altro, da un giorno all’altro, da una vita all’altra come un viaggiatore passa da un albergo a un altro o come una fiamma che attraversa, bruciandoli, differenti fastelli di legna, rimanendo però sempre se stessa. Così è che questa energia, che chiamiamo “nostra”, continua a manifestarsi prendendo così molte forme. Allora Mumon aggiunge che se noi non sappiamo realmente questo – cioè ne facciamo diretta esperienza – noi saremo al momento della morte come un granchio dentro l’acqua bollente. E’ una immagine orribile – tutte queste gambe che si contorcono senza controllo.
Mumon conclude: ”Non dire che non ti avevo avvertito”.
Carl Jung, l’eminente psicologo, scrisse che non aveva mai avuto un paziente oltre i quaranta anni per il quale il reale problema non fosse radicato nella paura di morire – ovvero per cui il riconoscimento della necessità di lasciare ciò che aveva conquistato con difficoltà, di lasciare la vita, non fosse l’ostacolo reale alla pace della mente. Ognuno può sentire molti discorsi riguardo la vita e la morte e leggere molti libri ma fino a quando non si ha una qualche esperienza della continuità della vita, di quello che è al di là della vita e della morte eppure non è separato da esse, permane necessariamente una certa vulnerabilità. La potenza trasformativa e liberatoria di questa verità esperenziale è al cuore di questo koan.
Naturalmente, più si ascolta riguardo il tema della rinascita, più facilmente si può accettare l’idea di una eterna continuità. Più uno legge riguardo l’esperienza della Vera Natura, più un qualche senso del reale contesto può entrare dentro di lui. Così ascoltare e partecipare a conferenze, impiegando tempo a leggere, può essere d’aiuto fino a quando la nostra personale esperienza potrà confermarlo. Tuttavia, una tale fiducia intellettuale, per quanto utile, è limitata. Non ci eviterà di svegliarci nel cuore della notte con la terribile consapevolezza che la mattina non farà altro che avvicinarci di un giorno alla ineludibile realtà della nostra propria inevitabile morte.
Lo Zen è al cuore dell’insegnamento del Buddha e come tale ha a che fare con il più importante problema dell’essere, la nascita e la morte, un mistero che ogni essere umano deve risolvere. Alla gente non è data la possibilità di scegliere se occuparsi o meno di questo. E’ la nostra natura, la natura della vita, che ci obbliga ad affrontare questi problemi. E’ l’insegnamento degli insegnamenti, perchè è inevitabile. Per quanto noi possiamo desiderare di evitarlo, non possiamo. I koan non sono, come molti pensano, enigmi bizzarri. Essi ci indirizzano alla realtà, all’eterna verità, alla nostra vita quotidiana. Essi rivelano l’insegnamento fondamentale del Buddha, che era un grande pragmatico. Egli non inventava le verità. Egli sperimentava e insegnava su quello che aveva sperimentato. Ma i koan rivelano queste verità in un modo unico e creativo. Piuttosto che descrivere semplicemente o parlare di esse, i koan ci spingono a sperimentare da noi stessi queste verità. E ci spingono a sentire e vivere questa esperienza. Piuttosto che aumentare la nostra conoscenza, essi ci trasformano.
Dobbiamo essere molto grati per i semplici misteri che sono al cuore del vivere e del morire; e dobbiamo essere riconoscenti per la pratica e per gli insegnamenti che abbiamo potuto conoscere.
Ma se voi mi chiedeste: “Quanto?” o “Perché?” io potrei soltanto rispondere: “Non lo dirò, non lo dirò”.
Traduzione di Massimo Squilloni Shido[3].
Philip Kapleau (1912-2004), americano, studia legge diventando cronista giudiziario. Segue i lavori del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga e poi i processi per crimini di guerra in Giappone. Gli orrori della guerra provocano in lui una profonda crisi esistenziale; si avvicina allo Zen attraverso le lezioni di filosofia buddista tenute da Daisetz Suzuki alla Columbia University. Nel 1953 diventa discepolo del Maestro Zen Hakuun Yasutani con il quale pratica in Giappone per oltre tredici anni. Nel 1966 ritorna negli Stati Uniti e fonda il Rochester Zen Center di New York. Autore di libri di grande successo, che hanno contributo ad avvicinare europei e americani allo Zen (fra gli altri, I tre pilastri dello Zen, La nascita dello Zen in Occidente, ambedue pubblicati da Ubaldini Editore), è stato una delle figure di riferimento dello Zen occidentale.
Note
1] P. Kapleau commenta il caso (koan) n. 55 di uno dei classici dello Zen: “La Raccolta della Roccia Blu”.
2] In cinese la parola koan aveva il significato di “caso pubblico”, con valenza giuridica; nello Zen, in particolare nello Zen Rinzai, il koan è utilizzato come pratica di meditazione e mezzo di realizzazione della propria natura; può avere diverse strutture: un dialogo tra discepolo e Maestro, una singola frase o una parte di un discorso di un Maestro, brani dai Sutra o da altri insegnamenti. Logicamente impenetrabile, il Koan nasconde in sè la visione Zen di un aspetto della vita dell’uomo; sta al discepolo dimostrare al Maestro, nel corso di incontri one to one, lo spirito del koan, il suo significato segreto.
3] Ringrazio Stephen Bush e Paola Di Felice per i suggerimenti nella traduzione; grazie anche a Marco Di Stasio, autentico “Maestro di Office”.
http://www.zenshinji.org/home/?p=220
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Adaptation and interconnection
All things both near and far
secretly are linked to each other
and you can not pick a flower
without disturbing a star
Gregory Bateson
❤ ° °. • * ¨ * • ♫ ❤ ° °. • * ¨ * • ♫ ❤
“What characterizes the fact that life is never the
same: life goes on, it circulates and is transformed by moving
beings and things. Today you had a problem to be solved and we
you have succeeded by using a certain method, but then the next day
there is another event and you can not deal with it
using the same methods and maintaining the same
attitude of the day before you are forced to adjust to
new situation.
It is this: life will always present problems different from
solve, and each requires a particular solution. Yesterday
For example, the solution consisted in a gesture of kindness,
generosity. But today you have another problem to solve, and
this time will help to reasoning, or firmness
even stubbornness. Another time it will be indifference or
will therefore seek to forget … every day as
adapt. ”
Mikhael Omraam Aïvanhov
❤ ♫ ❤ ♫ ❤. • * ¨ * `• .. ¸ ♥ ☼ ♥ ¸. • * ¨ *` •. ♫ ❤ ♫ ❤ ♫ ❤
“After a time of decline is the turning point …
… the movement is natural, naturally arises, therefore, the transformation of what is old becomes easy. The old is discarded and it takes over again … (I Ching). ”
“Whatever the limit of Nirvana
what is the limit of cyclic existence.
There is even the slightest difference between them,
or the most subtle ”
“The Pacification of all objectification
and the pacification of illusion:
No dharma has never been taught by the Buddha
at any time, anywhere, to any person ”
(Nagarjuna, Mulamadhyamakakarika 25)
One day he died a man who lived near the Temple of Chang Chou. Dogo, the Master of the Temple, went along with his disciple Zengen, to make their condolences to the family.
During the visit Zengen hit the coffin and asked, “Is he alive or dead?”.
Dogo said, “I’m not saying he is alive, do not say it’s dead.”
Zengen said, “Why will not you tell?”.
Dogo repeated: “I will not tell, I will not tell.”
On the way back, Zengen asked again: “Please, Master, tell me clearly if he was alive or dead. If I did not say I will beat you. ”
The master replied: “Beat me if you want, but I will not tell.”
Zengen struck him.
Years passed and one day Dogo died; Zengen, still tormented by the dilemma, he went to visit Sekiso, a well known teacher, told him how many years before he had beaten his former master because he had not answered the question about life and death. Then he repeated the same question Sekiso. Sekiso said: “I’m not saying he is alive, do not say it’s dead. I will not tell, I will not tell. ”
At that moment Zengen attained enlightenment and he left immediately and the Master, with a spade on his shoulder, went into the main hall of the monastery started walking up and down.
Sekiso saw him and asked, “What are you doing?”.
Zengen said: “I am looking for the remains of my old master.”
Sekiso said: “There is a big river with huge waves that fill the entire universe. The relics of your Master will not be found anywhere. ”
[…]
Commentary by Master Philip Kapleau [1]
What is really asking Zengen?
Obviously he knows that the person is dead in the coffin. So what’s the real question?Perhaps it is, “What happens after death?” Or “What is death?” Or “What will happen to me after death?” Or “Is there really death?” Or “If this man is dead , then what is immortality? “.
Maybe his inner torment – that he really care about, like his subsequent behavior shows – developed or intensified by reciting the Heart Sutra: “… nothing is born and nothing dies, nothing is pure and nothing is impure, nothing grows or decreases.Nothing wastes away and nothing dies and there is no decay or death. ”
What do these words mean?
We, as every practitioner of Zen, we pray every day this great Sutra. Well, what do these words really mean?
Zengen was deeply troubled by the problem of life and death. But ultimately, it is not for everyone? Our common way of life, however, conceals the existential anxiety with many mediums: film, television, video, computer, weekly, daily, shopping. We have a number so large, if not unlimited, of ways to distract, not to think that we should be safe, but it is not so, the existential angst are so strong that they easily outweigh the wall behind which we try to protect us.
The ancient belief in the harmony of the spheres has been destroyed by the evidence of catastrophes that normally occur randomly and in outer space. The same happens to us here on earth, we are daily affected by news of the death of living things, destruction of forests, pollution of the atmosphere and seas, of horrific ethnic cleansing and terror of growing political and economic destabilization produced, at least in part, by the rapid and amazing technological change. When, every day, open the newspaper, impermanence strikes us in the face. Our distractions, our defense mechanisms, then multiply accordingly, thus making it difficult to address the real issues of existence and, in particular, the eternal dilemma that besiege all mankind: why was I born?
[…]
We can say that this koan [2] was his koan, which grew naturally in his mind, a koan that arises spontaneously from the experiences of his life may be the best way to reach understanding. Obviously the teacher was aware of the depth of the application for Zengen and would not yield in the face of his suffering, did not want him buried with a reassuring response. Did not tell him: “Do not worry. Everything is fine. Your birth will be influenced by the karmic effects of your past actions, mental or bodily, “but said:” I’m not saying he is alive, do not say it’s dead. ”
Why not?
His disciple was deeply troubled by the question of birth and death, particularly on what happens after one dies.
Once a monaco asked the Buddha: “What happens to an enlightened person after death? Exist after death or not? “. The Buddha refused to answer.
An enlightened man is one who has cleansed his mind to all the deeper levels of awareness, freeing her from any taint of greed, anger, selfishness and desire. So, what happens to a guy like after death? It happens the same thing to others? The text says that Buddha was a noble silence. ” There is good reason for such a type of response, and the koan makes it very clear.
On the way back Zengen was still very agitated. The question nagged his mind. He had seen a dead body in its rigidity. The image was vivid. Where was he who was in the body? “Why do not you say?” Asked his teacher. Dogo And he repeated emphatically, “I will not tell, I will not tell.” Zengen pleaded “Please, Master, tell me frankly if he was alive or dead.”
Then, in desperation, he shouted: “If I did not say, I beat you.” In this you can see how deeply he felt the matter and was willing to take risks. Beating their spiritual leader is very serious, with profound implications karmic. A student may raise a hand to strike mimicking the teacher, for example, in giving a demonstration of a koan. But it is rare that a student really peaks his master and is considered a very serious event.
Yasutani Roshi once said that if Monaco were to beat the master of this would have serious repercussions throughout the monastery. Dogo but remained unflappable in the face of threats of Zengen and simply said, “Beat me if you want but I will not tell.”
[…]
Imagine a teacher today that a zealous student who asks for an explanation of something important, answer: “Do not tell.” The student would be considered offensive and contrary to our concept of education.
“But you are the Master!” The student might exclaim, “Your job is to answer questions! Why do not you answer my? “But as the Zen Master Dogo Sekiso and say,” You can hit me, you can even kill me but I’ll explain. You have to solve this alone.Do not deprive it of inner struggle that belongs to you and your personal response. ”
Job, the patriarch of the Bible, which long suffered such torments, gave a similar response. All of his deep, piercing questions were left unresolved by a conventional response. Only the direct experience of God’s voice speaking through the turbines resolved his doubts. Only one answer to everything.
Zen practitioners of all ages have expressed deep gratitude to their teachers for having the wisdom and compassion not to explain too much. This gratitude was not mere “formalism” and rose in their hearts after a long, hard struggle. Zen Master Dogen says, in effect, that Buddhism is nothing more than to face and solve the problem of death. Zen teaches us how to go beyond the ordinary concepts and notions, as well as interpretations of sense data that construct a worldview based on “me here and everything else out there.” This view is incomplete and false. Since it is false and incomplete, we suffer terribly, may suffer as a fish in a tank too small and full of stagnant water and muddy. The masters of many traditions agree that our world, the world we live normally, as the Diamond Sutra, like a mirage, a dream, a soap bubble. That has no substance, all past and did not really durable.
This world of birth and death is constantly changing. The practice and study of Zen does not teach us how to get involved and engrossed in this eternal change, up to rush. How to live freely in the constant change and adapt to our environment, without effort, coercion, or anxiety is the essence of the study and understanding of Zen. Zen Buddhism is neither pessimistic nor nihilistic. Rather than look at the facts correctly, and then opens the way to true life, without constantly re-create suffering.
Still, teaching about the revival of Buddhism can be misunderstood by the materialistic culture of our time. Buddhism teaches that we have died and been reborn countless times and who will die and be reborn again and again. In the writings of the Masters are told that we are born into one of six realms: the realm of men, gods, spirits of warriors, of the hungry ghosts, demonic beings, animals. We can be born in a kingdom or another, in a form of life “high” or “low”. Sometimes this is interpreted psychologically. In my experience in Japan I found that the older teachers were less prone to psychological explanation. They tended to interpret purely mythical, fully accepting that there are many worlds, dimensions and realms. The younger teachers tend to give a psychological reading. In reality, the question is not whether the approach to the problem is psychological, mythical, physical or other point of view. It always ends the same point: in truth, everything is constantly changing.And yet, in that change there is what never changes is what makes possible all changes. This is not something that happens only after death, after what we call the death of the physical body. In every moment, every breath, there is life there is death.In life there is death, death is life. All of life is recreated from their end. All life is rebirth. How then can we talk about life and death final? Dogen says that in life there is only life, death, only death. So when you’re alive, you are one with your life, in death you are one with your death. Take a candle burning: burning is both his life and his death.
Why Zengen, after enlightenment, carrying a spade on his shoulder and walking up and down the main hall of the temple? What does this mean? He wanted to honor the remains of his master, to show gratitude for what Dogo had tried so vigorously to show? Sekiso sees him marching back and forth and asked “What are you doing?” Zengen answers “I’m looking for the remains of my old master.”
[…]
Sekiso says, “There is a big river with huge waves that fill the whole universe. The ashes of the Master will not be found anywhere. ”
How should we understand this?
We are used to the Buddhist rosary necklaces, juzu calls, which are carved in the shape of a skull. The skulls represent the true mind, which, like a skull, remains after death. The skull is also the reality of death, the universal impermanence. The skull is really focused image being both a symbol of what we call the aspect of death and change is also what we call the Absolute, the unborn, the eternal.
Saying that is looking for bones or relics of his old master, that is, that remains after death and cremation of the body, there is suggesting that Zengen the mind of his Master is yet to be found? Are you saying that his relics are indeed everywhere, in all directions? “Huge waves fill the whole universe” can symbolize our daily lives. Each wave fills the immensity of everything. What’s outside it? Be one with their daily lives, eating, crying, working, sleeping, loving, doing all things with a pure heart, with pure mind, is a big wave that fills the universe, to the stars. This is not a theory, not an abstraction, past, present and future, is not an evaluation. And ‘this! What is there to try again!
[…]
To demonstrate their understanding of a koan can not speak of it. You can not do theory. It should demonstrate the spirit of the koan, which in this case, means the spirit of birth and death. This koan, we can say, is just one of many dealing with the critical issue of life and death, and demonstrates that the fundamental spirit of Zen.
It is not as important as we try to accept that dying is a simple, ordinary, natural, how can we believe that it is a high spiritual experience – “a conclusion that we hope with folded hands” – as Shakespeare is said to Hamlet – all of us, if we are honest with ourselves, we must admit that we are afraid. E ‘uncharted territory, as Hamlet says, from which none returned. ‘S the end of everything we know, everything that we dream or we are attached.
And so it can be terrifying.
The Master Mumon, in his commentary on the koan number thirty-five Mumonkan, entitled “You and her soul are separated,” says that we pass from one minute to another, from one day to another, from one life to another as a traveler went from one hotel to another, or like a flame passing through burning, different bundles of wood, yet always remaining herself. So is this energy that we call “our”, continues to manifest itself by taking so many forms. Mumon then adds that if we do not really know this – that we do with direct experience – we will be at the time of death as a crab into the boiling water. It ‘s a horrible image – all of these legs twitch uncontrollably.
Mumon concludes: “Do not say I did not warn you.”
Carl Jung, the eminent psychologist, wrote that he had never had a patient over forty years for which the real problem was not rooted in fear of dying – or for which recognition of the need to leave what he had achieved with difficulty, to leave the life, not the real obstacle to peace of mind. Everyone can hear a lot of talk about life and death, and read many books but until you have some experience of the continuity of life, of what is beyond life and death and yet is not separate from them, remainsnecessarily a certain vulnerability. The transformative and liberating power of this experiential truth is at the heart of this koan.
Of course, the more you hear about the theme of rebirth, you can more easily accept the idea of an eternal continuity. The more one reads about the experience of the True Nature, plus a few real sense of context can get inside of him. So listen and attend conferences, take time to read, can help as long as our personal experience can confirm this. However, such an intellectual confidence, however useful, is limited. We will refrain from waking up in the middle of the night with the terrible knowledge that the morning will only bring us closer to a day at the inescapable reality of our own inevitable death.
Zen is at the heart of the teaching of Buddha and as such has to do with the most important problem being, the birth and death, a mystery that every human must answer. People are not given the opportunity to choose whether or not this deal. It ‘s our nature, the nature of life, which forces us to address these issues. E ‘teaching of lessons, because it is inevitable. As we want to avoid it, we can not. Koans are not, as many think, bizarre puzzles. They direct us to the reality, the eternal truth to our everyday lives. They reveal the fundamental teaching of the Buddha, who was a great pragmatist. He did not invent the truth. He experimented with and taught about what they had experienced. But koans reveal these truths in a unique and creative. Rather than simply describe or talk about them, the koan we push ourselves to experience these truths. And lead us to feel and live this experience. Rather than increase our knowledge, they transform us.
We must be very grateful for the simple mysteries that lie at the heart of life and death and we must be grateful for the practice and the lessons that we have known.
But if you asked me: “How much?” Or “Why?” I could only reply: “I will not tell, I will not tell.”
Translated by Massimo Squilloni Shido [3].
Kapleau Philip (1912-2004), American, studied law making police reporter. Following the work of the International Military Tribunal at Nuremberg, and then the war crimes trials in Japan. The horrors of war provoke in him a deep existential crisis, is close to the Zen Buddhist philosophy through the lessons taught by Daisetz Suzuki at Columbia University. In 1953 he became a disciple of Zen Master Hakuun Yasutani with whom practice in Japan for more than thirteen years. Back in 1966 the United States and founded the Rochester Zen Center in New York. Author of best selling books, which have contributed to bring Europeans and Americans Zen (among others, The Three Pillars of Zen, The Birth of Zen in the West, both published by Ubaldini Publisher), was one of the leading figures of the Zen West.
Notes
1] P. Kapleau comments on the case (koan) No 55 one of the classics of Zen: “The Harvest of Blue Rock.”
2] In Chinese, the word had koan means “public case”, with legal value, in Zen, particularly in the Rinzai Zen, the koan is used as a meditation practice and means of implementing its nature, can have different structures: a dialogue between master and disciple, a single sentence or part of a speech by a teacher, or other songs from Sutra teachings. Logically impenetrable, the Koan hides itself in the vision of a Zen aspect of human life, the disciple is to demonstrate to the teacher during one to one meetings, the spirit of the koan, its secret meaning.
3] I thank Stephen Bush and Paola Di Felice for advice in the translation, thanks to Marco Di Stasio, a true “Master of the Office.”
http://www.zenshinji.org/home/?p=220

Dissolvenza – Fade





🌸Dissolvenza🌸

Ansimano ora
i miei amici cani
annusando l’aria
come se volessero
cercare il mistero
delle foglie

Lieve
si smorza
anche stasera
ogni rumore
ed il sole
si tuffa
nel mare

La chiave
del silenzio
è scivolare
nel profondo
in ogni respiro
senza nulla temere

26.05.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Fade

Panting now
my dog friends
sniffing the air
as if they wanted to
look for the mystery
of the leaves

Mild
fades away
tonight too
every noise
and the sun
he dives
in the sea

The key
of silence
is to slip
deep inside
in every breath
without fear

26.05.2021 Poetyca

✸¸.•°*”˜˜”*°•.☼Terzo occhio✸¸.•°*”˜˜”*°•.☼


Terzo occhio

Concentrati sul Divino nell’occhio spirituale perché questa è la mia Vera Forma. Io non sono questo corpo di carne e ossa. Sono il servo di tutti.

Lahiri Mahasaya

Third Eye

Concentrate on the Divine in the spiritual eye because this is my True Form. I am not this body of flesh and bones. I am the servant of all.

Lahiri Mahasaya

Giammai – Never


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Giammai

Ineluttabile il tempo
ruba le forze al corpo
è declino che silente
conduce al tramonto
Mai meno verrà la voglia
di essere indomito spirito
in ricerca
raccolta
oltre ogni limite
per dare contorno
alla vastità del silenzio

26.07.2004 Poetyca

Never

Ineluctable time
steals forces your body
decline that is silent
leading to sunset
Never the less will be the desire
to be indomitable spirit
in research
collection
beyond all limits
to give contour
the vastness of silence

26.07.2004 Poetyca

Vita – Life – James Joyce




🌸Vita🌸

“La vita è come un’eco:
se non ti piace quello che ti rimanda,
devi cambiare il messaggio che invii.”

James Joyce
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Life

“Life is like an echo:
if you don’t like what it sends back to you,
you have to change the message you send. “

James Joyce

Gocce – Drops




🌸Gocce🌸

Gocce
di luce
accolte
in un respiro

Stupore
e vita
in diffuso
abbraccio

Il silenzio
discioglie
ogni ostacolo
e tutto s’espande

26.05.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Drops

Drops
of light
welcomed
in one breath

Amazement
and life
in widespread
hug

Silence
dissolves
every obstacle
and everything expands

26.05.2021 Poetyca

Una perla al giorno – Anguttara Nikaya


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«Non dovete credere in ciò che avete udito;
non dovete credere nelle tradizioni
solo perché sono state tramandate per molte generazioni;
non dovete credere in una cosa solo perché gira la voce e molti ne parlano;
non dovete credere se vi viene prodotta l’affermazione scritta di qualche antico saggio;
non dovete credere nelle congetture;
non dovete credere che sia vero ciò cui siete attaccati per abitudine;
non dovete credere meramente a causa dell’autorità dei maestri e degli anziani.
Invece, Kalama, dopo averle attentamente esaminate,
accettate solo quelle cose che avete sperimentato e trovato universalmente benefiche
e lasciate perdere, invece, quelle cose che presentano caratteristiche nocive».

Anguttara Nikaya, III, 65
“You do not have to believe in what you heard;
you do not have to believe in the traditions
just because they have been handed down for many generations;
you do not have to believe in something just because a rumor and many speak;
you do not have to believe if there is produced the written statement of some ancient sage;
do not have to believe in conjecture;
do not have to believe it’s true what you are attached by habit;
must not believe merely because of the authority of teachers and elders.
Instead, Kalama, after having carefully examined,
accept only those things that you have experienced and found universally beneficial
and let loose, however, those things that are harmful characteristics. “

Anguttara Nikaya, III, 65