Archivio | 05/10/2021

Gentilezza – Kindness – Goethe


🌸Gentilezza🌸

La gentilezza è
la catena d’oro
con la quale nella società
tutto è legato insieme.

Goethe
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Kindness

Kindness is
the golden chain
by which society
is bound together.

Goethe

Lo splendore è in te – The brilliance is in you


Lo splendore è in te

Lo splendore è in te…

Piccola anima che a volte si assopisce ed ha timore per quelle ferite che la vita infligge, la persona splendida sei tu!

Tu che cogli sfumature ed attraversi la notte, che colori con magia mille istanti … Con te non servono neppure le parole, ed è per pochi, con te che anche attraverso piccoli gesti sai proteggere e vivere emozione, vorrei che la vita fosse generosa.

Con te non mi è difficile esserci, saper leggere nella tua trasparenza e cogliere ogni cosa.

Non mi è difficile condividere il cammino di questo mio esistere.

Esserci…

Per me esserci è nella scommessa del quotidiano, nel passo leggero, quasi in punta di piedi ad osservare, cogliere e sostenere se sento che debbo essere più vicina. E’ nell’ascolto intimo di quelle sensazioni che chiedono conferme – lampi ed intuizioni – che accolgo e rifletto, senza fretta – seppure io sia un’impulsiva, è nell’entusiasmo vivo che a volte mi fa correre lontano con la mente e con il cuore, con le mani piene di sogni che vorrei distribuire intorno.

Ma è sopratutto attesa, senza aspettative, che si compia negli altri la realizzazione .

Ogni giorno è meraviglia, è colore, incanto e respiro che sappia porgere senso ad ogni attimo di vita, la cosa più bella e saperlo trovare insieme.

Sogni, utopie e desiderio di unità per molti, per questo vagare senza saper trovare un senso preciso.

Un nuovo anno nella mia vita non è peso ma ricerca consapevole di quel che è stato dono,di quello che potrebbe essere sfuggito ed attesa di quello che si coglierà ancora per essere consapevoli di cosa si possa manifestare lungo questo mio cammino.

Non analisi fredda, razionale, non inventario e bilancio ma un toccare,con il cuore e uno scorgere lo sbocciare di semi inaspettati: un filo sottile che abbia saputo tracciare colori per avere poi ascoltato da che parte si dovesse andare.

Io sono in cammino da sempre e tanto ancora ho da scoprire.

Io sono senza età, perchè quello che sono lo vivo e lo vivrò sempre con la consapevolezza che il vero senso delle cose è scolpito in fondo all’anima e solo chi lo sa vedere, lo coglie è capace di trovare valore nel proprio cammino.

Sappi che lo splendore è in te e non smettere mai di credere, di stupirti e di rialzarti se cadi, di essere la persona che sei perchè è in questo la tua unicità.

05.06.2005 Poetyca

The brilliance is in you

The brilliance is in you …

Little soul who sometimes falls asleep and has fear of the wounds that life inflicts, the wonderful person you!

You cross that captures the nuances and night, that one thousand color with magic moments … With you do not even need words, and that is just with you know that even through small gestures and protect living emotion, I wish that life was generous.

With you it’s hard to be there, knowing how to read in your transparency and seize everything.

I can easily share the journey of my existence.

Be …

For me there is the bet of the day, the light step, almost on tiptoe to observe, understand and support if I feel that I must be closer. And ‘intimate listening seeking confirmation of those feelings – flashes and insights – that I accept and consider, in no hurry – even though I’m impulsive, living in the enthusiasm that sometimes it makes me run away with the mind and the heart, with hands full of dreams that I would like to distribute around.

But it is above expectation, with no expectations, which is carried in the other realization.

Every day you wonder, is color, charm and who can give meaning to breathe every moment of life, the best thing and being able to find together.

Dreams, utopias, and the desire for unity for many, for this wandering without knowing how to find a precise meaning.

A new year in my life is not weight but a conscious search for what was a gift, what could have escaped and waiting for what will take you to even be aware of what is observable along this my way.

Not cold analysis, rational, non-inventory and budget, but a touch, with a heart and see the blossoming of seeds unexpected: a thin wire that has been able to trace color to have then heard what side you were to go.

I am always on the move and so I still have to discover.

I am ageless, because I live what I am and always will live with the knowledge that the true meaning of things is carved at the bottom and only soul who knows how to see, he grasps is able to find value in their own way.

Know that the glory is in you and never stop believing, be surprised if you fall and get up, to be the person you are because this is your uniqueness.

05.06.2005 Poetyca

Trasformazione – Transformation





🌸Trasformazione🌸

Sapersi arrendere
diventa uno svuotarsi
di concetti o “sentito dire”
per fare spazio a quanto
ci viene incontro.
Non si deve temere
ma tuffarsi con fiducia
poiché tutto ci potrà trasformare
se lo accogliamo.

16.09.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Transformation

Knowing how to surrender
it becomes an emptying
of concepts or “hearsay”
to make room for how much
comes to meet us.
There is no need to fear
but dive in with confidence
since everything can transform us
if we welcome it.

16.09.2021 Poetyca

Pratica del bene – Pratice of good – I viaggi di Fâ-hien


Pratica del bene

“Uniamoci ora nella pratica del bene, coltivando un cuore gentile e comprensivo e coltivando con cura la buona fede e la rettitudine”

I viaggi di Fâ-hien (cap. 39)

Pratice of good

“Let us now unite in the practice of what is good, cherishing a gentle and sympathising heart, and carefully cultivating good faith and righteousness”

Travels of Fâ-hien (ch. 39)

Una contesa di Dharma – A Dharma contest – Mark Epstein




Una contesa di dharma - Mark Epstein

Alcuni amici avevano organizzato l’incontro di due eminenti maestri buddhisti a casa di un professore di psicologia della Harvard University. Essi rappresentavano due diverse tradizioni buddiste, e non si conoscevano: di fatto, le loro scuole avevano avuto ben pochi contatti negli ultimi duemila anni. Prima che il Buddismo e la psicologia occidentale potessero incontrarsi avrebbero dovuto farlo le diverse correnti del Buddismo. E noi saremmo stati testimoni di questo primo dialogo.
I maestri, il settantenne tibetano Kalu Rinpoche che aveva passato anni in ritiro solitario, e Seung Sahn, primo insegnante di Zen coreano negli Stati Uniti, dovevano cimentarsi nella reciproca comprensione degli insegnamenti del Buddha, a beneficio degli studiosi occidentali presenti. Avrebbe dovuto essere una forma elevata della cosiddetta ‘contesa di dharma’ (lo scontro di grandi menti rese ancor più penetranti da anni di studio e meditazione), e noi eravamo lì, con tutta l’aspettativa che meritano eventi storici di questa portata.
I due monaci entrarono con i loro abiti svolazzanti, marrone e giallo il tibetano, di un austero grigio e nero il coreano, seguiti da uno stuolo di giovani monaci e traduttori con il capo rasato. Presero posto su alcuni cuscini nella consueta posizione a gambe incrociate, e l’ospite fece segno che, essendo il maestro zen più giovane, stava a lui incominciare. Il lama tibetano sedeva immobile facendo scorrere fra le dita un rosario di legno (mala), e ripetendo fra sé e sé un mantra: “Om mani padme hum”. Il maestro zen, che già si era fatto una fama per il suo metodo di subissare di domande i suoi studenti finché questi erano costretti a confessare la propria ignoranza, e di gridargli poi: “Conservate questa mente-che-non-sa!”, si frugò dentro l’abito e ne estrasse un’arancia.
“Cos’è questo?”, chiese al lama.
“Cos’è questo?” era una tipica domanda per avviare il discorso, e noi lo sentivamo pronto ad avventarsi su qualsiasi risposta avesse ricevuto.
Il tibetano sedeva in silenzio snocciolando il suo rosario fra le dita senza dar segno di voler rispondere.
“Cos’è questo?”, insisté il maestro zen mettendo l’arancia sotto il naso del tibetano.
Kalu Rinpoche si chinò lentamente verso il monaco tibetano che gli sedeva accanto e gli faceva da interprete, e insieme parlarono per alcuni minuti. Alla fine il traduttore si rivolse all’uditorio e disse :”Rinpoche dice: ‘Ma cosa gli prende? Non hanno arance nel loro paese?’ ”.
Il dialogo si interruppe qui.
Tratto da: “Pensieri senza un pensatore”, di Mark Epstein, ed. Ubaldini

Una contesa di dharma – Mark Epstein
Alcuni amici avevano organizzato l’incontro di due eminenti maestri buddhisti a casa di un professore di psicologia della Harvard University. Essi rappresentavano due diverse tradizioni buddiste, e non si conoscevano: di fatto, le loro scuole avevano avuto ben pochi contatti negli ultimi duemila anni. Prima che il Buddismo e la psicologia occidentale potessero incontrarsi avrebbero dovuto farlo le diverse correnti del Buddismo. E noi saremmo stati testimoni di questo primo dialogo.
I maestri, il settantenne tibetano Kalu Rinpoche che aveva passato anni in ritiro solitario, e Seung Sahn, primo insegnante di Zen coreano negli Stati Uniti, dovevano cimentarsi nella reciproca comprensione degli insegnamenti del Buddha, a beneficio degli studiosi occidentali presenti. Avrebbe dovuto essere una forma elevata della cosiddetta ‘contesa di dharma’ (lo scontro di grandi menti rese ancor più penetranti da anni di studio e meditazione), e noi eravamo lì, con tutta l’aspettativa che meritano eventi storici di questa portata.
I due monaci entrarono con i loro abiti svolazzanti, marrone e giallo il tibetano, di un austero grigio e nero il coreano, seguiti da uno stuolo di giovani monaci e traduttori con il capo rasato. Presero posto su alcuni cuscini nella consueta posizione a gambe incrociate, e l’ospite fece segno che, essendo il maestro zen più giovane, stava a lui incominciare. Il lama tibetano sedeva immobile facendo scorrere fra le dita un rosario di legno (mala), e ripetendo fra sé e sé un mantra: “Om mani padme hum”. Il maestro zen, che già si era fatto una fama per il suo metodo di subissare di domande i suoi studenti finché questi erano costretti a confessare la propria ignoranza, e di gridargli poi: “Conservate questa mente-che-non-sa!”, si frugò dentro l’abito e ne estrasse un’arancia.
“Cos’è questo?”, chiese al lama.
“Cos’è questo?” era una tipica domanda per avviare il discorso, e noi lo sentivamo pronto ad avventarsi su qualsiasi risposta avesse ricevuto.
Il tibetano sedeva in silenzio snocciolando il suo rosario fra le dita senza dar segno di voler rispondere.
“Cos’è questo?”, insisté il maestro zen mettendo l’arancia sotto il naso del tibetano.
Kalu Rinpoche si chinò lentamente verso il monaco tibetano che gli sedeva accanto e gli faceva da interprete, e insieme parlarono per alcuni minuti. Alla fine il traduttore si rivolse all’uditorio e disse :”Rinpoche dice: ‘Ma cosa gli prende? Non hanno arance nel loro paese?’ ”.
Il dialogo si interruppe qui.
Tratto da: “Pensieri senza un pensatore”, di Mark Epstein, ed. Ubaldini

A Dharma Contest – Mark Epstein
Some friends had organized a meeting of two eminent Buddhist teachers at the home of a psychology professor from Harvard University. They represented two different Buddhist traditions, and they did not know each other: in fact, their schools had had very little contact in the last two thousand years. Before Buddhism and Western psychology could meet, the different streams of Buddhism should have met. And we would have witnessed this first dialogue.
The masters, the 70-year-old Tibetan Kalu Rinpoche who had spent years in solitary retreat, and Seung Sahn, the first Korean Zen teacher in the United States, had to try their hand at mutual understanding of the Buddha’s teachings, for the benefit of the Western scholars present. It should have been a high form of the so-called ‘dharma contest’ (the clash of great minds made even more penetrating by years of study and meditation), and we were there, with all the expectation that historical events of this magnitude deserve.
The two monks entered in their fluttering robes, Tibetan brown and yellow, Korean austere gray and black, followed by a crowd of young monks and translators with shaved heads. They took their places on some cushions in the usual cross-legged position, and the guest signaled that, being the youngest Zen master, it was up to him to begin. The Tibetan lama sat motionless running a wooden rosary (mala) between his fingers, and repeating a mantra to himself: “Om mani padme hum”. The Zen master, who had already made a name for himself for his method of overwhelming his students with questions until they were forced to confess their ignorance, and then shout at him: “Keep this mind-that-doesn’t-know!”, she rummaged inside her dress and pulled out an orange.
“What is this?”, He asked the lama.
“What is this?” it was a typical question to initiate the conversation, and we felt he was ready to pounce on any response he received.
The Tibetan sat silently rattling off his rosary between his fingers without giving any sign of wanting to answer.
“What is this?” Insisted the Zen master putting the orange under the Tibetan’s nose.
Kalu Rinpoche slowly leaned over to the Tibetan monk who sat next to him and acted as his interpreter, and they talked together for a few minutes. Eventually the translator turned to the audience and said: “Rinpoche says: ‘But what’s wrong with him? Don’t they have oranges in their country? ‘”.
The dialogue broke off here.
Taken from: “Thoughts without a thinker”, by Mark Epstein, ed. Ubaldini

A Dharma Contest – Mark Epstein
Some friends had organized a meeting of two eminent Buddhist teachers at the home of a psychology professor at Harvard University. They represented two different Buddhist traditions, and they did not know each other: in fact, their schools had had very little contact in the last two thousand years. Before Buddhism and Western psychology could meet, the different streams of Buddhism should have. And we would have witnessed this first dialogue.
The masters, the 70-year-old Tibetan Kalu Rinpoche who had spent years in solitary retreat, and Seung Sahn, the first Korean Zen teacher in the United States, had to try their hand at mutual understanding of the Buddha’s teachings, for the benefit of the Western scholars present. It should have been a high form of the so-called ‘dharma contest’ (the clash of great minds made even more penetrating by years of study and meditation), and we were there, with all the expectation that historical events of this magnitude deserve.
The two monks entered in their fluttering robes, Tibetan brown and yellow, Korean austere gray and black, followed by a crowd of young monks and translators with shaved heads. They took their places on some cushions in the usual cross-legged position, and the guest signaled that, being the youngest Zen master, it was up to him to begin. The Tibetan lama sat motionless running a wooden rosary (mala) between his fingers, and repeating a mantra to himself: “Om mani padme hum”. The Zen master, who had already made a name for himself for his method of overwhelming his students with questions until they were forced to confess their ignorance, and then shout at him: “Keep this mind-that-doesn’t-know!”, she rummaged inside her dress and pulled out an orange.
“What is this?”, He asked the lama.
“What is this?” it was a typical question to initiate the conversation, and we felt he was ready to pounce on any response he received.
The Tibetan sat silently rattling off his rosary between his fingers without giving any sign of wanting to answer.
“What is this?” Insisted the Zen master putting the orange under the Tibetan’s nose.
Kalu Rinpoche slowly leaned over to the Tibetan monk who sat next to him and acted as his interpreter, and they talked together for a few minutes. Eventually the translator turned to the audience and said: “Rinpoche says: ‘But what’s wrong with him? Don’t they have oranges in their country? ‘”.
The dialogue broke off here.
Taken from: “Thoughts without a thinker”, by Mark Epstein, ed. Ubaldini

Sogno – Dream


Sogno

Quando tocchi la sostanza di un sogno,
tu puoi scoprire di toccare la vita:
magia e semplicità in un intreccio d’amore
possono sempre fermare il tempo.

©Poetyca



Dreams

When you touch substance of a dream,
you can find out to touch life.:
spell and simplicity in a web of love
can always stop time.

© Poetyca

Nove Sutra sulla Pace – Nina Sutras of Peace – Raimond Panikkar


Nove sutra sulla Pace

I sutra sono fili di un’unica collana.
Insieme formano il gioiello chiamato Pace.

1. La pace è partecipazione all’armonia del ritmo dell’Essere

La pace non altera il ritmo della realtà. Non è statica, né dinamica. Non è nemmeno un movimento dialettico. E non significa assenza di forze o di polarità. L’Essere è ritmico, è ritmo, integrazione a-dualista del movimento e del riposo. La cultura tecnocratica occidentale, coltivando l’accelerazione, ha sconvolto i ritmi naturali: è senza pace.

2. È difficile vivere senza pace esterna; impossibile senza pace interna.

Ogni giorno, dopo l’ultima guerra mondiale, mille persone muoiono vittime della guerra. In tutto il mondo vi sono milioni di profughi, bambini nelle strade e persone che muoiono di fame. Non si deve minimizzare questa degradazione umana della nostra razza. Ma se la pace interna sussiste c’è ancora speranza. D’altronde non si può godere di una pace interna se il nostro ambiente umano ed ecologico è vittima di violenze e di ingiustizie. In tal caso la pace interna è un’illusione. E nessun autentico saggio (da Buddha a Cristo) si rinchiude nell’egoismo e nell’autosufficienza.

3. La pace: non la si conquista per se stessi, né la si impone agli altri. È dono dello Spirito

La pace non proviene né da spiritualità masochiste, né da pedagogie sadiche. I regimi imposti non fondano la pace per chi li riceve: bambino, povero, famiglia o nazione che sia. A noi manca l’atteggiamento più femminile del ricevente. La natura della pace è d’essere grazia, dono. È frutto di una rivelazione: dell’amore, di Dio, della bellezza della realtà, è esistenza della provvidenza, bontà della creazione, speranza, giustizia. È Gabe e Aufgabe, dono e responsabilità.

4. La vittoria ottenuta con la sconfitta violenta del nemico non conduce mai alla pace

La maggior parte delle guerre ha trovato giustificazione come risposta a trattati di pace anteriori. I vinti riappaiono ed esigono ciò che è stato loro rifiutato. La stessa repressione del male non ha risultati durevoli. La pace non è il risultato di un processo dialettico del bene contro il male. Il giovane rabbino di Nazaret invitava a far crescere insieme grano e zizzania. La pace fugge il campo dei vittoriosi (Simone Weil). La vittoria è sempre sulle persone; e le persone non sono mai assolutamente cattive.

5. Il disarmo militare richiede un disarmo culturale

La civiltà occidentale ha sviluppato un arsenale di armamenti, qualitativamente e quantitativamente; deve esservi un che di inerente a questa cultura: spirito di competizione, soggettività, tendenza a trascurare il campo dei sentimenti, senso di superiorità, di universalità, ecc.. Il fatto che i discorsi [per la pace, nella civiltà occidentale] si concentrino sulla distruzione degli armamenti, senza prestare attenzione alle questioni più fondamentali, costituisce un esempio di questo stato spirituale. Allora il disarmo culturale – prerequisito per la pace – è difficile almeno come quello militare. Implica una critica alla cultura e un approccio autenticamente interculturale.

6. Nessuna cultura, religione o tradizione può risolvere isolatamente i problemi del nostro mondo

Oggi nessuna religione potrebbe fornire risposte universali (se non altro perché le domande non sono le stesse). Purtroppo nel momento in cui gran parte delle religioni tradizionali tendono a deporre il manto dell’imperialismo, del colonialismo e dell’universalismo, la cosiddetta visione “scientifica” del mondo sembra raccogliere l’eredità culturale di questi atteggiamenti. Qui bisognerebbe citare la parola pluralismo.

7. La pace appartiene principalmente all’ordine del mythos, non del logos

Shalom, pax, eirene, salam, Friede, shanti, píng-an…: la Pace è polisemica; ha numerosi significati. La mia nozione di pace può non essere pacifica per qualcun altro. La pace non è sinonimo di pacifismo. È un mito, qualcosa in cui si crede in quanto dato. Ma non è irrazionale, anzi rende intelligibile l’atto di intendere. Un tempo la pace veniva firmata in nome di Dio; nella nostra epoca la pace sembra un mito unificante emergente ed è anche in suo nome che si fa guerra. Il mythos non dev’essere separato dal logos, ma i due non dovrebbero venire identificati.

8. La religione, via verso la pace

La religione è stata sempre considerata in passato come via di salvezza. Perciò le religioni erano fattori di pace interiore per i propri adepti e di guerre per gli altri. È un fatto che gran parte delle guerre nel mondo sono state guerre religiose. Oggi siamo testimoni di una trasformazione della nozione stessa di religione: le religioni sono modi di raggiungere la pace (non significa ridurle ad un unico denominatore). E la strada per la pace è rivoluzionaria: esige l’eliminazione dell’ingiustizia, dell’egoismo e della cupidigia.

9. Perdono, riconciliazione, dialogo: solo essi conducono alla pace

Punizione, indenizzo, restituzione, riparazione e cose simili non portano alla pace, non spezzano la legge del karma. Credere che ristabilire l’ordine spezzato risolva la situazione è un modo di pensare grossolano, meccanicistico e immaturo. L’innocenza perduta esige la redenzione e non il sogno di una paradiso ritrovato. La via verso la pace è in avanti e non indietro. La storia umana esige perdono. Per perdonare ci vuole una forza che vada oltre l’ordine meccanico di azione-reazione, ci vuole lo Spirito Santo, Amore pilastro dell’universo.

Da: Raimon Panikkar, Pace e interculturalità, Jaca Book, Milano 2002. (Adattamento. Col permesso dell’A.)

❤ ❤ ❤

Nine sutras of Peace

The sutras are strings of single necklace.
Together they form the jewel called Peace.

1. Peace is the harmony of the participation rate of Being

Peace does not alter the rhythm of reality. Is not static nor dynamic. It is not a dialectical movement. It does not mean lack of power or polarity. Being is rhythmic, it’s rhythm, integration-dualist movement and rest. Western technocratic culture, cultivating the acceleration, has disrupted the natural rhythms: it is no peace.

2. It’s hard to live without external peace; impossible without inner peace.

Every day after the last world war, a thousand people die of war victims. Throughout the world there are millions of refugees, children in the streets and people dying of hunger. We must not minimize this degradation of our human race. But if there is internal peace, there is still hope. On the other hand you can not enjoy internal peace if our human and ecological environment is the victim of violence and injustice. In this case, the inner peace is an illusion. And no authentic essay (from Buddha to Christ) to be contained in self and selfishness.

3. The peace is won not by themselves, nor can it imposes on others. It is a gift of the Spirit

Peace does not come as spirituality or masochistic, sadistic nor pedagogies. The regimes imposed do not establish peace for those who receive them: child poverty, family or nation it is.We miss the attitude of the recipient female. The nature of peace is to be grace, a gift. It is the result of a revelation of love, of God, the beauty of reality is existence of providence, the goodness of creation, hope, justice. It’s Gabe and Aufgabe, gift and responsibility.

4. The violent victory with the defeat of the enemy never leads to peace

Most wars have been justified as a response to earlier peace treaties. The vanquished reappear and demand what they have been refused. The same repression of evil has no lasting results. Peace is not the result of a dialectical process of good versus evil. The young rabbi from Nazareth invited to wheat and weeds grow together. Peace fled the camp of the victors (Simone Weil). The victory is always on people, and people are never quite bad.

5. The military disarmament disarmament requires a cultural

Western civilization has developed an arsenal of weapons, both qualitatively and quantitatively, there must be something inherent in this culture: the spirit of competition, subjectivity, a tendency to overlook the range of feelings, a sense of superiority, universality, etc. .. The fact that the speeches [for peace in Western civilization] focus on the destruction of weapons, while ignoring the more fundamental issues, is an example of this spiritual state. Then disarmament culture – a prerequisite for peace – at least as hard as military. Implies a critique of culture and intercultural approach authentically.

6. No culture, religion or tradition alone can solve the problems of our world

Today, no religion could provide universal answers (if only because the questions are not the same). Unfortunately, when most of the traditional religions tend to lay the mantle of imperialism, colonialism and universalism, the view of so-called “scientific” in the world seems to collect the cultural heritage of these attitudes. Here one should mention the word pluralism.

7. Peace belongs mainly to the order of the mythos, not the logos

Shalom, Pax, Eirene, salam, Friede, shanti, Ping-an …: Peace is polysemic; has many meanings. My notion of peace can not be peaceful for someone else. Peace is not a synonym for pacifism. It is a myth, something you believe as facts. But it is not irrational, even the act of understanding makes it intelligible.Once peace was signed in the name of God, peace in our time seems to be a unifying myth and it is also emerging in his name that makes war. The mythos should not be separated from the logos, but the two should not be identified.

8. Religion, on the road to peace

Religion has always been considered in the past as a way of salvation. Therefore, religions were factors of inner peace for their followers and other wars. It is a fact that most wars were religious wars in the world. We are witnessing a transformation of the very notion of religion: the religions are ways of achieving peace (means do not reduce them to a common denominator).And the path to peace is revolutionary: it requires the elimination of injustice, selfishness and greed.

9. Forgiveness, reconciliation, dialogue: they alone lead to peace

Punishment, indemnification, restitution, reparation and things like that do not lead to peace, do not break the law of karma.Believe that restoring order to resolve the situation is a broken way of thinking crude, mechanistic and immature. The innocence lost and do not require the redemption of the dream of a paradise regained. The road to peace is forward and not backward. Human history requires forgiveness. To forgive takes a force that goes beyond a mechanical action-reaction, we want the Holy Spirit, Love pillar of the universe.

From: Raimon Panikkar, Peace and Interculturalism, Jaca Book, Milan 2002. (With permission from the A Adattament..)

La felicità – Happiness – Mauro Scardovelli


La felicità

L’impegno etico più importante è essere felici nell’adesso, attimo per attimo, contenti di ciò che c’è, così come è.
Un infelice è fondamentalmente una persona preda del suo Ego. Come tale non ama nessuno, ma si nutre di disprezzo, a partire dal disprezzo per sé.
Ama il prossimo tuo come te stesso diventa possibile solo se si è felici dentro, cioè se si è liberi dal dominio dell’Ego.
La felicità, a differenza di come si pensa comunemente, non è frutto delle circostanze della vita, più o meno favorevoli. Essa piuttosto nasce naturalmente dalla pratica quotidiana delle qualità dell’essere, come l’apprezzamento, la gratitudine, la generosità, l’integrità, la compassione.
Chi è felice emana onde positive che fanno bene a tutte le persone intorno. E, data la natura dell’inter-essere, far bene agli altri è far bene a se stessi.
A sua volta, l’infelicità origina dalla pratica degli inquinanti mentali, come la rabbia, il risentimento, l’ingratitudine, il disprezzo, l’invidia, il sospetto, la repressione. Gli inquinanti sono i mezzi che l’Ego utilizza per aumentare il suo potere sulla persona. Naturalmente per perseguire questa strategia, deve renderla del tutto inconsapevole: la persona non deve avere neppure il sospetto che sta impegnandosi con tutta se stessa a perseguire il suo male. Al contrario, deve credere che sta facendo le mosse giuste per “difendersi”, “proteggersi”, “perseguire i propri interessi”. Ecco perché la caratteristica fondamentale dell’Ego è la distorsione della realtà, o, in parole povere, la sistematica menzogna. La menzogna è necessaria per mantenere la persona nell’ignoranza. Ma l’Ego individuale non può far tutto da solo. Non ne sarebbe in grado. L’Ego individuale si costruisce attraverso l’interiorizzazione dell’Ego collettivo. Ecco perché è così importante, per sciogliere le proprie nevrosi, cominciare a diventare consapevoli delle sue determinanti culturali e collettive.
Dal punto di vista fisico, l’infelicità è un treno di onde negative, che produce malessere o malattia. E’ una musica stonata, che fa male all’orecchio e al cuore. Come treno di onde, l’infelicità si propaga nell’ambiente circostante, contaminando le persone intorno, a meno che non abbiano sviluppato sufficiente consapevolezza per sottrarsi al fenomeno della risonanza. La presenza di un infelice può rendere un gruppo depresso. Tutti si sentono meno bene, e per sottrarsi a questo dispiacere, facilmente compiono delle mosse controproducenti (v. oltre).
Chi è felice costituisce un esempio che è desiderabile seguire.
Naturalmente ci può essere chi vede nella felicità altrui una minaccia: una minaccia al proprio potere di imporre il suo cattivo umore e attraverso quello condizionare parenti, amici, conoscenti. In altre parole, i leader radicati nelle qualità dell’essere sono mal visti dai leader egoici negativi.
I genitori felici hanno molto più potere nell’educare i figli. Chi è felice significa che dà valore alla felicità. Genitori felici danno valore a ciò che può favorire felicità nei figli: affetto, presenza, empatia, amore. Non hanno quindi bisogno di compensarli per le loro carenze, di viziarli, di cedere ai ricatti. Inoltre, i figli vedono nei genitori dei modelli di come essi stessi potranno diventare nel futuro seguendo il loro esempio. Se i genitori sono tristi e di cattivo umore, i figli non avranno voglia di seguirli. Se cercheranno di insegnare loro qualcosa, mancheranno di leadership. I figli si opporranno: non voglio diventare come te!
Le parti interne meno evolute, le subpersonalità, si comportano come i figli: non hanno alcuna intenzione di seguire le direttive di un io-governo infelice! Rifiuteranno la sua leadership. Si opporranno e continueranno a fare di testa loro. Ma essendo molto piccole come età mentale, il loro contributo sarà scarsamente apprezzabile, se non addirittura dannoso o devastante. Tutte cose che alimenteranno l’infelicità del povero io-governo, sempre meno capace di governare e sempre più pronto a lamentarsi e subire.
Nella nostra filosofia, la felicità è spesso stata confusa con il piacere, senza guardare alle conseguenze che i diversi tipi di piacere recano con se.
Alcuni piaceri sono in realtà pieni di veleno, e oscurano la possibilità di essere felici.
Se una ferita mi prude, grattarmi offre un piacere momentaneo. Ma se continuo a grattarmi, che cosa accadrà? Se mi sento giù, cerco sollievo nell’alcol o nel cibo. Ma alla lunga, questa scelta dove mi porta?
Nella visione buddista, felicità significa gioia dell’essere, senza cause, senza condizioni. Sukha, ananda, non dipendono da prestazioni, aspetto esteriore, successo, salute, anche se possono esserne influenzate.
Dal nostro punto di vista, il cattivo umore è una forma, tra le più subdole, di racket, cioè di mafia psicologica, attraverso la quale una persona ruba l’energia ad un’altra, senza per questo diventare contenta.
In altri termini, è un equivalente aggressivo, una forma passivo-aggressiva: fa del male occultando la sua natura distruttiva. Dato che è una forma molto diffusa, è facile per chi la pratica sottrarsi al feedback e al confronto. In questo modo può continuare su questa strada per anni, senza averne la minima consapevolezza, e spargendo intorno a se molti semi di infelicità.
L’Ego, che si nutre di infelicità, trova in questa forma un modo semplice ed efficace per aumentare il suo potere sulla persona, sulla coppia, sulla famiglia, sul gruppo dove può esercitarla.
Le persone intorno, specie quelle predisposte a soffrire di sensi di colpa, quelle che ritengono che la felicità degli altri dipenda dal loro comportamento, cadono così in un tranello molto rischioso: per sottrarsi al peso del cattivo umore di un compagno o di un amico, cominciano a indagare sui suoi bisogni insoddisfatti, ottenendo in risposta una sequenza di lamentele: mi manca questo, avrei bisogno di quello, c’è questa cosa terribile che non riesco ad eliminare ecc. A questo punto loro si sentono in dovere di lenire il dolore dell’altro, cominciando ad agire in sua vece o facendo promesse che spesso richiederanno un impegno assai superiore alle previsioni, visto la passività della persona sofferente.
Ogni promessa diventa debito. Ed ecco che la relazione con l’altro lamentoso o di cattivo umore diventa una sorta di lavoro che diventa sempre più pesante. Da relazione fraterna, di aiuto, diventa una relazione parassitaria, in cui uno dei due continua a dare, e l’altro a ricevere e disperdere nel vento. Prima c’era una persona infelice, ora ce ne sono due. L’Ego di entrambi può festeggiare.
Aiutare l’altro non significa mai fare le cose al suo posto, addossarsi i suoi carichi, assumersi i suoi impegni e responsabilità. Questo non fa che indebolire l’altro, rendendolo sempre più succube e alimentando la sua rabbia e rancore. Cioè proprio quegli inquinanti che gli impediscono di vedere la realtà così come è, nelle sue infinite possibilità.
L’aiuto è tale solo se accompagnato dall’insieme delle qualità dell’essere. L’amore, in primo luogo. E amare una persona significa favorire la sua evoluzione, la sua crescita psicologica e spirituale. Favorire cioè lo sviluppo delle sue risorse e di un governo interiore ispirato dai messaggi dell’anima, anziché dalla propaganda dell’Ego. Qui sta la differenza tra pietà e compassione. La pietà vede nell’altro solo i suoi problemi. La compassione, oltre ai problemi, vede la sua forza e le sue risorse. Vede nei problemi solo dei sintomi del modo distorto di osservare il mondo. La pietà fa sì che ci si sostituisca all’altro: tu sei un poverino, io sono superiore, in condizioni assai migliori delle tue. La compassione vede nel dolore dell’altro un riflesso del proprio dolore: io, a livello profondo, sono come te, un fuscello che galleggia nel grande fiume della vita. Ho i miei limiti, come tu hai i tuoi. Ma so che c’è qualcosa di più grande che può aiutarci entrambi: la crescita della consapevolezza e l’apertura del cuore.
Quando il cuore è chiuso, gli occhi non vedono davvero la realtà, ma la inventano di sana pianta. La mappa che guida la nostra vita è quindi profondamente falsa e distorta. E’ una mappa paranoide, che vede ostacoli e nemici ovunque.
Aiutare una persona significa fondamentalmente questo: favorire l’apertura del suo cuore attraverso l’apertura del proprio nella presenza e nella consapevolezza.
Il primo passo da compiere in questa direzione è liberarsi dai sensi di colpa, inadeguatezza, indegnità. Tutti radicali nevrotici che dipendono dalla pratica del giudizio, del criticismo, delle doverizzazioni, attraverso i quali la cultura oppressiva ed egoica indebolisce i suoi appartenenti, rendendoli schiavi di false percezioni e di bisogni indotti, certamente incapaci di una rivoluzione che vada al centro dei problemi: smascherare la natura impersonale e perversa dell’Ego e del potere dominio.
Mauro Scardovelli
Tratto da http://www.aleph.ws/news/news.phtml?indice=19

Happiness
The most important ethical commitment is to be happy in the now, moment by moment, content with what there is, as it is.
An unhappy person is basically a prey to his ego. As such it does not love anyone, but it feeds on contempt, from contempt for him.
Love your neighbor as yourself is only possible if you are happy inside, that is, if you are free from the domination of the ego.
Happiness, as opposed to popular belief, is not the result of the circumstances of life, more or less favorable. Rather, it arises naturally from the daily practice of the quality of being, as the appreciation, gratitude, generosity, integrity, compassion.
Who is happy radiate positive and do good to all people around. And given the nature of the interaction-be, do good to others is to do well for themselves.
In turn, the unhappiness stems from the practice of mental pollutants, such as anger, resentment, ingratitude, contempt, envy, suspicion and repression. The pollutants are the means that the ego uses to increase his power over the person. Of course to pursue this strategy, it must make the unaware: the person must not have even a suspicion that it is committing itself to pursue with all its evil. On the contrary, must believe he is doing the right moves to “defend”, “protection”, “pursue their own interests.” This is why the ego is the fundamental characteristic distortion of reality, or, in other words, the systematic falsehood. Lying is necessary to keep the person in ignorance. But the individual Ego can not do everything alone. Would not be able. The individual Ego is constructed through the collective internalization of the ego. That’s why it is so important, to dissolve their own neuroses begin to become aware of its cultural and collective determinants.
From the physical point of view, the misery is a train of negative waves, which produces discomfort or illness. It ‘a music tune, that hurts the ear and heart. As the wave train, unhappiness spreads into the surrounding environment, contaminating the people around, unless you have developed sufficient knowledge to avoid the phenomenon of resonance. The presence of a group can make an unhappy depressed. Everyone feels less well, and to avoid this disappointment, easily make counter moves (see below).
Who is happy is an example that it is desirable to follow.
Of course there may be those who see a threat in the happiness of others: a threat to their power to impose his bad mood, and through that influence relatives, friends and acquaintances. In other words, leaders are rooted in the quality of being unpopular leaders from negative ego.
The happy parents have much more power in educating children. Who is happy means that values happiness. Parents happy with what they value in their children may promote happiness: love, presence, empathy, love. Therefore did not need to compensate for their deficiencies, spoil, to give in to blackmail. In addition, parents of children seen in models of how they themselves can become in the future following their example. If the parents are sad and moody, the children will not want to follow. If they try to teach them anything, fail to leadership. The children will oppose: I do not want to be like you!
The internal parts of less developed, the sub-personalities, they behave like children: they have no intention to follow the directives of a self-governing miserable! Refuse his leadership. Will oppose and will continue to do their own heads. But as tiny as a mental age, their contribution is hardly noticeable, if not downright harmful or destructive. All things that will power the misery of poor self-government, less and less capable of governing and increasingly willing to complain and suffer.
In our philosophy, happiness has often been confused with pleasure, without looking at the effects that different kinds of pleasure traveling with you.
Some pleasures are actually full of poison, and obscure the possibility of being happy.
If a wound feels itchy, scratching offers a momentary pleasure. But if I continue to scratch, what will happen? If I’m feeling down, I seek relief in alcohol or food. But in the long run, this choice takes me?
In the Buddhist view, happiness is the joy of being, without cause, without condition. Sukha, ananda, are not dependent on performance, appearance, success, health, although they may be affected.
From our point of view, the bad mood is one form, one of the most subtle, of racketeering, mob psychology that is, through which a person steals the energy to another, without becoming happy.
In other words, is an equivalent aggressive, passive-aggressive form: evil is hiding his destructive nature. Since it is a very widespread, it is easy for the practitioner to avoid feedback and discussion. In this way it can continue on this road for years, without having the slightest awareness, and spreading around him many seeds of unhappiness.
The ego, which feeds on misery in this form is a simple and effective way to increase his power over the person, the couple, the family, where the group can exercise it.
The people around, especially those prone to suffer from feelings of guilt, those who believe that the happiness of others depends on their behavior, so they fall into a trap very risky: to escape the weight of the bad mood of a companion or a friend, begin to investigate their unmet needs, obtaining a sequence in response to complaints: I miss that, I need that, there is this terrible thing that I can not delete etc.. They will then feel obliged to ease the pain of the other, beginning to act on his behalf or making promises that often require a commitment far more than expected, given the passivity of the sufferer.
Every promise becomes debt. And so the relationship with the other whining or bad mood becomes a kind of work that becomes increasingly heavy. From fraternal relationship, help, becomes a parasitic relationship, where one of the two continues to make, and the other to receive and disperse in the wind. Before there was an unhappy person, now there are two. The ego can both celebrate.
Helping each other is never to do things in his place, his take on the load, its commitments and take responsibility. This only weakens the other, making it ever more dominated and fueling his anger and resentment. That is precisely those pollutants that prevent him from seeing reality as it is, in its infinite possibilities.
The aid is that only if accompanied by all the quality of being. Love in the first place. And to love a person means promote its evolution, its psychological and spiritual growth. To encourage that development of its resources and an inner government inspired by the messages of the soul, rather than by the propaganda of the Ego. Here is the difference between pity and compassion. Piety sees in her only problems. Compassion, in addition to the problems, he sees his strengths and resources. He sees only the symptoms of problems in the distorted way of looking at the world. Piety means that we replace the other: you are a poor man, I am superior in terms of your very best. Compassion sees the suffering of a reflection of your pain: I, at a deep level, I’m like you, a twig floating in the great river of life. I have my limits, as you have yours. But I know there’s something bigger that can help us both: the growth of awareness and openness of heart.
When the heart is closed, the eyes do not really see the reality, but invented out of whole cloth. Map that guides our lives are so profoundly false and distorted. It ‘a map paranoid who sees obstacles and enemies everywhere.
Helping a person is basically this: to promote the opening of his heart through the opening in your presence and awareness.
The first step in this direction is to get rid of guilt, inadequacy, unworthiness. All neurotic radical-dependent practice of judging, of criticism, of doverizzazioni through which culture is oppressive and ego weakens its members, making them slaves of false perceptions and induced needs certainly incapable of a revolution which goes to the heart of the problems : unmasking the impersonal nature of the ego and power and perverse domination.
Mauro Scardovelli
Taken from http://www.aleph.ws/news/news.phtml?indice=19

Amare te stesso – Love yourself – Lucio Anneo Seneca




🌸Amare te stesso🌸

“Impara a piacere a te stesso.
Quello che pensi tu di te stesso
è molto più importante
di quello che gli altri pensano di te. ”

Lucio Anneo Seneca
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Love yourself

“Learn to like yourself.
What you think of yourself
it is much more important
what others think of you. “

Lucio Anneo Seneca




🌸Armonia🌸

La tempesta
strappa
le foglie
e tutto
sembra
senza vita

Nebuloso
il cielo
nasconde
il sole
ed il freddo
gela l’anima

Ma tu dimmi
cosa ti aspetti?

Nessuno
è capace
di riempire
il vuoto in te
che lentamente
si espande

Nulla cambia
se non sei tu
a rimboccare
le maniche
seminando
armonia
senza sosta

16.09.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Harmony

The storm
rip
leaves
that’s all
it seems
lifeless

Nebulous
the sky
hides
the sun
and the cold
freezes the soul

But you tell me
what do you expect?

Nobody
is able
to fill
the emptiness in you
that slowly
expands

Nothing changes
if it’s not you
to tuck in
the sleeves
sowing
harmony
tirelessly

16.09.2021 Poetyca