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Pearl Jam


 

I Pearl Jam sono un gruppo grunge/alternative rock statunitense, formatosi a Seattle nel 1990.

Sono stati tra i gruppi più famosi e di successo degli anni novanta: in carriera hanno venduto oltre 60 milioni di copie di cui 30 milioni soltanto negli Stati Uniti. Nonostante il loro stile differisca molto da gruppi quali i Nirvana e gli Alice in Chains, caratterizzati rispettivamente da profonde influenze punk e metal, hanno creato una di quelle che sono considerate le tre vie del grunge, insieme alle due precedenti, più affine al rock classico degli anni settanta.

Secondo la rivista Rolling Stone, il gruppo «spese la maggior parte degli anni novanta ad allontanare la propria fama» per via del loro atteggiamento anti-commerciale.

Tuttora in piena attività, il gruppo raccoglie consensi di critica e di pubblico, continuando a influenzare numerosi gruppi rock contemporanei.

https://it.wikipedia.org/wiki/Pearl_Jam

Pearl Jam is an American rock band, formed in Seattle, Washington, in 1990. Since its inception, the band’s line-up has comprised Eddie Vedder (lead vocals), Mike McCready (lead guitar), Stone Gossard (rhythm guitar) and Jeff Ament (bass). The band’s fifth member is drummer Matt Cameron (also of Soundgarden), who has been with the band since 1998. Boom Gaspar (piano) has also been a session/touring member with the band since 2002. Drummers Dave Krusen, Matt Chamberlain, Dave Abbruzzese and Jack Irons are former members of the band.

Formed after the demise of Gossard and Ament’s previous band, Mother Love Bone, Pearl Jam broke into the mainstream with its debut album, Ten, in 1991. One of the key bands in the grunge movement of the early 1990s, over the course of the band’s career, its members became noted for their refusal to adhere to traditional music industry practices, including refusing to make proper music videos or give interviews, and engaging in a much-publicized boycott of Ticketmaster. In 2006, Rolling Stone described the band as having “spent much of the past decade deliberately tearing apart
their own fame.”

To date, the band has sold nearly 32 million records in the U.S. and an estimated 60 million worldwide. Pearl Jam has outlasted and outsold many of its contemporaries from the alternative
rock breakthrough of the early 1990s, and is considered one of the most influential bands of that decade. Stephen Thomas Erlewine of AllMusic referred to Pearl Jam as “the most popular American
rock & roll band of the ’90s

https://en.wikipedia.org/wiki/Pearl_Jam

Tom Petty greatest hits


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=TsH4CrwExCQ&list=PLupOSjd2mAJDGEqaZeac4zWVQtJyFQRQY]

Thomas Earl Petty è nato a Gainesville, in Florida, e non aveva nessuna aspirazione musicale finché Elvis Presley non visitò la sua città natale. Dopo aver fatto parte di alcune band come The Sundowners, The Epics, e Mudcrutch (di cui facevano parte i futuri membri degli Heartbreakers Mike Campbell e Benmont Tench) inizia la sua carriera discografica come Tom Petty & the Heartbreakers, quando la band irrompe nella scena musicale nel 1976 con l’album omonimo di debutto. La canzoneBreakdown, pubblicata come singolo, entra nella Top 40 nel 1977.

Il secondo album You’re Gonna Get It! uscito nel 1978 conferma le buone musicalità dell’album di debutto, ma i singoli tratti da questo album (Listen To Her Heart e I Need To Know non ripetono il successo di Breakdown. Petty stesso racconta che in quel periodo erano considerati troppo hard per gli amanti del mainstream e troppo soft per i punk.

Nel periodo successivo la sua casa discografica fallisce, scatenando l’apertura di una causa giudiziaria con la nuova per la proprietà dei diritti d’autore delle sue canzoni. Petty finanzierà le spese della causa con un nuovo tour chiamato appunto Lawsuite Tour. In questo stato precario nasce il suo album di maggior successo, Damn the Torpedoes, che raggiunge negli USA il triplo platino. L’album successivo, Hard Promises, ottiene un buon giudizio di critica, ma un minor successo di pubblico, risultando tuttavia un buon lavoro.

Sul suo quinto album Long After Dark (1982), il bassista Ron Blair è sostituito da Howie Epstein, che completa la line-up degli Heartbreakers. Petty in quel periodo ha problemi di stress dovuto al successo e si prende un periodo di pausa dalle scene.

Con il suo album del ritorno Southern Accents (1985) Tom Petty & The Heartbreakers ricominciano lì da dove avevano interrotto. Secondo il progetto iniziale il disco doveva essere doppio, avendo una parte più acustica dedicata alla riscoperta del sud degli Stati Uniti e una parte più sperimentale alla quale collabora Dave Stewart. Durante le registrazioni si verificano problemi e Petty a, causa della frustrazione, si frattura la mano sinistra, tirando un pugno contro il muro. Per questo incidente l’artista non potrà suonare la chitarra per circa otto mesi e questo farà tramontare del tutto l’idea dell’album doppio. Il singolo tratto dall’album èDon’t Come Around Here No More prodotto da Dave Stewart, il video della canzone vede Tom vestito come il Cappellaio Matto dal libro Alice nel Paese delle Meraviglie.

Il tour è un successo, e verrà documentato sull’album Pack Up The Plantation: Live! (1986). Le capacità live della band vengono ulteriormente confermate quando Bob Dylan invita Tom Petty & the Heartbreakers a unirsi a lui durante il True Confessions Tour attraverso USA, Australia, Giappone nel (1986) ed Europa nel (1987).

Durante il 1987, il gruppo incide anche l’album Let Me Up (I’ve Had Enough), un album in studio che presenta sonorità assimilabili a quelle di un album dal vivo, registrato utilizzando tecniche prese in prestito da Bob Dylan. L’album include Jammin’ Me, che Petty scrive con Dylan.

Prima di Full Moon Fever, Lynne e Petty lavorano insieme nella all-stars band Traveling Wilburys, nella quale sono presenti anche Bob Dylan, George Harrison e Roy Orbison.[1] I Traveling Wilburys nascono per gioco per registrare il lato B di un singolo di George Harrison, ma Handle with Care, la canzone che ne viene fuori, è considerata troppo valida per essere relegata sul lato B di un singolo e infatti ha un tale successo che i membri decidono di registrare un intero album. Traveling Wilburys Vol. 1 esce nel 1988 ma pochi mesi dopo la morte improvvisa di Roy Orbison fa calare un’ombra sul successo dell’album, visto anche che Del Shannon, con il quale il gruppo avrebbe intenzione di sostituirlo, si suicida. Nonostante ciò un secondo album, curiosamente chiamato Traveling Wilburys Vol. 3 segue nel 1990.

Nel 1989, Petty registra Full Moon Fever, solo nominalmente un progetto solista, infatti altri membri degli Heartbreakers e altri musicisti famosi partecipano alla produzione. Mike Campbell co-produce l’album con Petty e Jeff Lynne. Il disco raggiunge la Top Ten della rivista Billboard e vi rimane per più di 34 settimane, raggiungendo il triplo disco di platino, insieme ai singoli I Won’t Back Down, Free Fallin’ e Runnin’ Down A Dream.

Petty si riunisce con gli Heartbreakers per l’album successivo, Into the Great Wide Open nel 1991. È prodotto di nuovo da Jeff Lynne e include i singoli Learning to Fly e la title-track Into the Great Wide Open, che vede gli attori Johnny Depp, Gabrielle Anwar e Faye Dunaway nel video.

Nel 1994, Petty registra il suo secondo album solista, Wildflowers prodotto da Rick Rubin, che include i singoli You Don’t Know How It Feels, You Wreck Me, It’s Good to Be King, A Higher Place e Honey Bee. Petty considera questo uno dei suoi album più riusciti, parere condiviso anche dalla critica.

Due anni dopo 1996 realizza la colonna sonora del film Il senso dell’amore del regista Edward Burns. Nominato direttore artistico del progetto, non riusce però a trovare nessun altro musicista disposto a fornirgli brani validi e decide quindi di usare insieme alle canzoni nuove composte per l’occasione, anche brani non usati nel disco precedente.

Dovranno passare ancora tre anni, periodo travagliato del divorzio dalla prima moglie, prima che esca il successivo album in studio Echo, con cui Petty ottiene un buon successo soprattutto negli USA. Nonostante in questo periodo conosca Dana, quella che diventerà la sua seconda moglie, l’album ha testi molto tristi e sofferti.

Dopo che nel 2000 esce un’altra antologia in doppio CD, nel 2002 esce The Last DJ, in cui parte dei testi esprimono una critica all’industria discografica, che a suo parere schiaccia la vera arte per cercare solo l’utile economico. La critica musicale non è tenera e giudica l’album il peggiore in assoluto della sua carriera, giudizio senz’altro severo visto che il disco benché sia distante dai picchi della sua produzione, resta un disco ascoltabile con qualche pezzo discreto. L’artista stesso si stupirà di come tutte le critiche siano rivolte ai testi senza nessun accenno alla qualità delle canzoni.

Il 24 luglio 2006 è uscito Highway Companion, nuovo album solista dell’artista, realizzato nuovamente con Jeff Lynne e il fido Mike Campbell.[2] L’album prodotto come l’album solista Wildflower del 1994 da Rick Rubin, è il primo inciso per la American Recordings, etichetta del produttore stesso, che fa parte della Warner con la quale Tom Petty incide da più di dieci anni. Si tratta di un album certamente migliore da un punto di vista musicale rispetto al precedente anche se certi capolavori sembrano oramai irripetibili. 

Nella primavera del 2008 Tom Petty riunisce la sua prima band, i Mudcrutch, con cui non aveva mai inciso alcun disco e pubblica l’album Mudcrutch, che stilisticamente non si discosta troppo dalle sue recenti produzioni.

Nel giugno 2010 Petty pubblica, nuovamente con gli Heartbrakers, l’album Mojo, seguito nel luglio 2014 da Hypnotic Eye.

http://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Petty

 

Thomas EarlTomPetty (born October 20, 1950) is an American musician, singer, songwriter, multi-instrumentalist, and record producer. He is best known as the lead vocalist of Tom Petty and the Heartbreakers, but is also known as a member and co-founder of the late 1980s supergroup the Traveling Wilburys (under the pseudonymsof Charlie T. Wilbury, Jr. and Muddy Wilbury) and Mudcrutch.

He has recorded a number of hit singles with the Heartbreakers and as a solo artist, many of which remain heavily played on adult contemporary and classic rock radio. His music has been classified as rock and roll, heartland rock and even stoner rock. His music, and notably his hits, have become popular among younger generations as he continues to host sold-out shows.[1] Throughout his career, Petty has sold more than 80 million records worldwide, making him one of the best-selling music artists of all time.[2] In 2002, he was inducted into the Rock and Roll Hall of Fame.

http://en.wikipedia.org/wiki/Tom_Petty

Sex Pistols


[youtube https://youtu.be/qbmWs6Jf5dc?list=PLFAA6FE26CA5246AC]

I Sex Pistols sono stati uno dei più influenti gruppi punk rock britannici e una grande icona della prima ondata punk.

L’inizio del gruppo, originariamente composto dal cantante Johnny Rotten, dal chitarrista Steve Jones, dal batterista Paul Cook e dal bassista Glen Matlock, poi sostituito da Sid Vicious, risale al 1975, a Londra. Anche se la loro carriera durò solo tre anni, pubblicando solo quattro singoli discografici e un album in studio, i Sex Pistols vennero descritti dalla BBC come «la sola punk rock band inglese». Il gruppo è spesso indicato come il fondatore del movimento punk britannico[3] e il creatore del primo divario generazionale con il rock ‘n’ roll.

I Sex Pistols emersero come risposta a ciò che era sempre visto come più eccessivo, come il rock progressivo e le produzioni pop della metà degli anni settanta. Il gruppo creò molte controversie durante la sua breve carriera, attirando l’attenzione su di sé,ma mettendo spesso in secondo piano la musica.[7] I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. Il singolo del 1977 God Save the Queen, pubblicato appositamente durante il giubileo d’argento della regina d’Inghilterra, è stato considerato un attacco alla monarchia e al nazionalismo degli inglesi.

Johnny Rotten lasciò il gruppo nel 1978, durante un turbolento tour negli Stati Uniti; il trio rimasto continuò fino alla fine dell’anno, ma si sciolse all’inizio del 1979. Con Lydon il gruppo organizza un concerto nel 1996 per il Filthy Lucre Tour (“Tour a scopo di lucro”, traducibile anche in “Tour per il lurido guadagno”), anche se senza Sid Vicious, morto di overdose nel 1979 a soli 21 anni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sex_Pistols

The Sex Pistols were an English punk rock band formed in London in 1975. Although they lasted just two-and-a-half years and produced only four singles and one studio album, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, they were one of the most influential acts in the history of popular music,[1][2] initiated a punk movement in the United Kingdom, and inspired many later punk and alternative rock musicians. The first incarnation of the Sex Pistols included singer John Lydon, lead guitarist Steve Jones, drummer Paul Cook and bass player Glen Matlock. Matlock was replaced by Sid Vicious early in 1977. Under the management ofMalcolm McLaren, a visual artist, performer, clothes designer and boutique owner, the band provoked controversies that garnered a significant amount of publicity. Their concerts repeatedly faced difficulties with organisers and local authorities, and public appearances often ended in mayhem. Their 1977 single “God Save the Queen”, attacking social conformity and deference to the Crown, precipitated the “last and greatest outbreak of pop-based moral pandemonium”. Other subjects addressed in their frequently obscene lyrics included the music industry, consumerism, abortion, and the Holocaust.

In January 1978, at the end of a turbulent tour of the United States, Rotten left the Sex Pistols and announced its break-up. Over the next several months, the three other band members recorded songs for McLaren’s film version of the Sex Pistols’ story, The Great Rock ‘n’ Roll Swindle. Vicious died of a heroin overdose in February 1979. In 1996, Rotten, Jones, Cook and Matlock reunited for the Filthy Lucre Tour; since 2002, they have staged further reunion shows and tours. On 24 February 2006, the Sex Pistols—the four original, surviving members and Sid Vicious—were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame, but they refused to attend the ceremony, calling the museum “a piss stain”

https://en.wikipedia.org/wiki/Sex_Pistols

Oltre il velo – Beyond the veil


🌸Oltre il velo🌸

Soffice incanto
resta avvinto
ancora adesso
tra sogno e fantasia

Mentre lo sguardo
sfiora nuvole nel cielo
ed un sospiro
sposta ogni velo

19.04.2022 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Beyond the veil

Soft enchantment
remains captivated
even now
between dream and fantasy

While the look
touches clouds in the sky
and a sigh
move every veil

19.04.2022 Poetyca

Forza – Force


Forza

Distesa sul prato
forza in abbandono
punto serena al cielo

Nuvole mi parlano
-chiamano-
ridente sorpresa
colma emozioni

“ Vola Aquila
dispiega le ali
t’accarezza il sole
ti ama il vento”

Eccomi serena
a seguire rotte:
occhi chiusi
e cuore che batte.

Attesa e respiro.

Fiori in boccio
i miei sorrisi
Stelle lucenti
i miei pensieri.

Cammino…
cammino ancora
e afferro
anche la luna.

Ho rotto i lacci:
nella quiete
la mia forza.

13.06.2002 Poetyca

Force

Lying on the grass
force abandonment
point to the serene sky

Clouds speak to me
-call-
pleasant surprise
filled with emotions

“Fly Eagle
spreads its wings
caresses the sun
I love the wind “

I am happy
routes to follow:
eyes closed
and beating heart.

Hold and breathe.

Flowers in bloom
my smiles
Stars shining
my thoughts.

Way …
walk again
and grab
about the moon.

I broke the strings:
in the quiet
my strength.

13.06.2002 Poetyca

Vivi – Live


Vivi

Libero in volo
lo spirito
le ali dispiega:
Aquila che serena
ascolta il cuore.
Emozioni fluiscono
e donano vita.
In un percepito tempo
che tutto trasforma
è ora il momento
è ora il senso.
Getta passato
e dimentica futuro.

04.06.2002 Poetyca

Live

Free flight
spirit
wings unfolded:
Eagle serene
listens to the heart.
Emotions flow
and give life.
In a perceived time
everything turns
now is the time
is now the end.
Throw the past
and forget the future.

04.06.2002 Poetyca

Chiave di lettura – Key to the reading


Chiave di lettura

Serena la mente vaga
tra illusione
ed eserciti di parole,
folle malia
e catarsi crescente
che conduce oltre confine.
Sfiora, cattura,imbriglia, lotta.
Respiro dopo respiro,
la resa non è mai vana.
Non si perde nulla
e la ricchezza abbonda.

13.02.2002 Poetyca

key to the reading

Calm the mind wanders
between illusion
and armies of words,
mad spell
catharsis and growing
which leads across the border.
Touch, catching, harnessing, control.
Breath by breath,
the yield is never in vain.
You do not lose anything
and wealth abounds.

Poetyca 13.02.2002

Incanto – Enchantement


🌸Incanto🌸

Resta l’incanto
anche alle falde
di questo silenzio

Soffio intenso
a rinnovare
vita e speranze

31.03.2022 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Enchantment

The charm remains
even on the slopes
of this silence

Intense puff
to renew
life and hopes

31.03.2022 Poetyca

Siamo…We are …


Siamo…

Fiori che dischiudono
le corolle al sole,
alla rugiada che nutre,
siamo fiori che estasiati,
ubriachi vivono amore….

In ricerca di notti di stelle,
ascolto di pensieri muti,
in un cuore gonfio d’amore,
ricerca in sè di senso e colori.

Siamo frammenti di stelle
che tolgono polvere
al loro dolore,
Siamo…

In cammino tra deserti
e fonti improvvise,
squarci di cielo
che donano senso
ad ogni caduta.

Respiro di tempo
senza confini:
Vita e senso
di ogni vagare.

19.06.2002 Poetyca

We are …

Flowers that open up
the flowers in the sun,
the dew that nourishes,
We are delighted that flowers,
live love drunk ….

In search of nights of stars,
Listening silent thoughts,
in a heart full of love,
search for meaning in itself and colors.

We are fragments of stars
that remove dust
their pain,
We …

On the road between deserts
and unexpected sources,
glimpses of heaven
that give meaning
with each fall.

Breath time
without borders:
Life and meaning
each roam.

19.06.2002 Poetyca

Ragione – Reason – Arturo Graf




🌸Ragione🌸

Il sapere e la ragione parlano,
l’ignoranza e il torto urlano.

Arturo Graf
🌸🌿🌸#pensierieparole
🌸Reason

Knowledge and reason speak,
ignorance and wrong scream.

Arturo Graf

Orizzonti fioriti – Horizons flower


Orizzonti fioriti

La fioritura è un attimo
– forza prorompente
della natura –
e tutto cambia
resta mistero
quel cercare vita

Giaceva silente
ogni palpito
e intanto si preparava

Eroso dal vento
il brullo deserto
sembrava non dar nulla

Era l’attesa carica
di correnti nuove:
soave si spande speranza

 15.10.2002 Poetyca

Horizons flower

The bloom is a moment
– Bursting strength
nature –
and everything changes
remains a mystery
look what life

He lay silent
every heartbeat
and meanwhile he prepared

Eroded by wind
the barren desert
seemed not to give anything

The wait was charged
new currents:
sweet spreads hope

  15.10.2002 Poetyca

Vangelis – Spiral [Full Album] 1977


[youtube https://youtu.be/7vPKdHN03CI]

Evangelos Odysseas Papathanassiou (gr. Ευάγγελος Οδυσσέας Παπαθανασίου; Volos, 29 marzo 1943) è un polistrumentista e compositore greco di musica elettronica e new age, noto con il nome d’arte di Vangelis.

Fra le sue opere più acclamate compaiono alcune colonne sonore (come quelle per i film Momenti di gloria, Blade Runner, Antarctica, Missing – Scomparso, 1492 – La conquista del paradiso, Alexander, Luna di fiele). Inoltre ha composto l’inno per i Mondiali di calcio Giappone-Corea del Sud 2002.

Vangelis inizia a comporre a 4 anni ed è autodidatta per gran parte delle sue conoscenze musicali. Si rifiuta di prendere lezioni e tuttora non ha una conoscenza base sulla lettura e scrittura di note musicali.

Nei primi anni sessanta fonda il gruppo pop Forminx, che diviene popolare in Grecia. Durante la rivolta studentesca del 1968 si trasferisce a Parigi e fonda il gruppo dirock progressivo Aphrodite’s Child con Demis Roussos e Loukas Sideras.

Vangelis inizia la sua carriera da solista nell’anno 1973 con la composizione delle colonne sonore di due film del produttore francese Frederic Rossif. Il suo primo album da solista è Earth (1973).

Dopo essersi trasferito a Londra, firma un contratto con la RCA e inizia a lavorare nel suo studio di registrazione privato (Nemo Studios). In questi anni produce alcuni dei suoi album più famosi, come Heaven and Hell (1975), Spiral (1977) e China (1979).

Assieme a Jon Anderson (cantante degli Yes) pubblica diversi dischi negli anni ottanta e novanta con il nome di Jon & Vangelis. Ha inoltre collaborato con alcuni artisti italiani, in qualità di arrangiatore: Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Milva, Patty Pravo, Krisma. Gli album italiani dove è preponderante il suo influsso sono E tu… di Claudio Baglioni, dove le melodie delle tastiere richiamano quelle già utilizzate dagliAphrodite’s Child, e Concerto per Margherita di Riccardo Cocciante.

Nel 1982 vince l’Oscar per la colonna sonora del film Momenti di gloria di Hugh Hudson. Nello stesso anno inizia la collaborazione con il regista Ridley Scott per il quale scrive la colonna sonora per Blade Runner, divenuta presto un cult, come d’altronde il film stesso. Per lo stesso regista firmerà, qualche anno più tardi la riuscita colonna sonora di 1492 – La conquista del paradiso. La più grande popolarità gli giunge appunto per la composizione di queste famose colonne sonore, nelle quali unisce melodie eleganti a sonorità d’atmosfera, piegando voce umana, strumenti classici e suoni elettronici al servizio di una musica sempre molto suggestiva ed evocatrice.

Curiosamente Vangelis non sembra essere molto interessato al suo sito ufficiale, Vangelis Information World, dal momento che lo stesso, online dal 1996, risulta tuttora (2014)…”in costruzione”.

Nel 1997 è uno dei protagonisti della cerimonia d’apertura dei Campionati del mondo di atletica leggera 1997 di Atene: in più riprese, durante la serata, Vangelis suona alcuni dei suoi pezzi più famosi accompagnato dall’orchestra e dal coro. Alcuni commentatori attribuiscono a questa performance un peso importante nella successiva assegnazione dei giochi olimpici alla capitale greca per l’edizione del 2004. Nel 2001, Vangelis registra Mythodea, una composizione scritta originariamente nel 1993 e utilizzata dalla NASA come il tema per la missione 2001 Mars Odyssey. In uno dei pochissimi concerti della sua carriera, Vangelis si esibisce al tempio di Zeus Olimpio di Atene ed esegue l’intero disco accompagnato da un’orchestra sinfonica e da un coro. Da questo concerto verrà realizzato un DVD che a tutt’oggi rimane l’unica documentazione ufficiale di un’esibizione dal vivo di Vangelis, se si escludono alcune sporadiche apparizioni televisive o un’esibizione trasmessa dalla tv olandese nel 1991, che però era completamente in playback . Nel bis del concerto, Vangelis ha eseguito Momenti di Gloria suonando il celeberrimo tema accompagnato dall’orchestra, mentre il pubblico, agitando delle torce, rendeva ancora più suggestivo e affascinante lo scenario in cui si svolgeva l’esibizione.

Nel 2002 compone l’inno del campionato mondiale di calcio 2002, in cui Vangelis unisce le musiche trionfali alle sonorità orientali. Di questo brano vengono realizzati molti remix, uno di questi in Italia è stato utilizzato nelle trasmissioni sportive RAI dedicate all’evento.

Nel 2004 viene pubblicata la colonna sonora del film Alexander, diretto da Oliver Stone e basato sulla vita di Alessandro Magno.

Nel 2007 Vangelis pubblica due album. Il primo è un set di 3 cd per il venticinquesimo anniversario dell’uscita di Blade Runner, intitolato Blade Runner Trilogy. Il secondo è la colonna sonora per il film El Greco, basato sulla vita del pittore ellenico-spagnolo.

Nell’autunno del 2008, realizza la traccia principale per Swiadectwo (intitolato Testimony al di fuori della Polonia), un documentario sulla vita del pontefice Giovanni Paolo II; il resto della colonna sonora è invece affidato al compositore polacco Robert Janson.

https://it.wikipedia.org/wiki/Vangelis

Nove sutra sulla pace – Nine sutras on Peace – Raimon Panikkar


Nove sutra sulla Pace

I sutra sono fili di un’unica collana.
Insieme formano il gioiello chiamato Pace.

1. La pace è partecipazione all’armonia del ritmo dell’Essere

La pace non altera il ritmo della realtà. Non è statica, né dinamica. Non è nemmeno un movimento dialettico. E non significa assenza di forze o di polarità. L’Essere è ritmico, è ritmo, integrazione a-dualista del movimento e del riposo. La cultura tecnocratica occidentale, coltivando l’accelerazione, ha sconvolto i ritmi naturali: è senza pace.

2. È difficile vivere senza pace esterna; impossibile senza pace interna.

Ogni giorno, dopo l’ultima guerra mondiale, mille persone muoiono vittime della guerra. In tutto il mondo vi sono milioni di profughi, bambini nelle strade e persone che muoiono di fame. Non si deve minimizzare questa degradazione umana della nostra razza. Ma se la pace interna sussiste c’è ancora speranza. D’altronde non si può godere di una pace interna se il nostro ambiente umano ed ecologico è vittima di violenze e di ingiustizie. In tal caso la pace interna è un’illusione. E nessun autentico saggio (da Buddha a Cristo) si rinchiude nell’egoismo e nell’autosufficienza.

3. La pace: non la si conquista per se stessi, né la si impone agli altri. È dono dello Spirito

La pace non proviene né da spiritualità masochiste, né da pedagogie sadiche. I regimi imposti non fondano la pace per chi li riceve: bambino, povero, famiglia o nazione che sia. A noi manca l’atteggiamento più femminile del ricevente. La natura della pace è d’essere grazia, dono. È frutto di una rivelazione: dell’amore, di Dio, della bellezza della realtà, è esistenza della provvidenza, bontà della creazione, speranza, giustizia. È Gabe e Aufgabe, dono e responsabilità.

4. La vittoria ottenuta con la sconfitta violenta del nemico non conduce mai alla pace

La maggior parte delle guerre ha trovato giustificazione come risposta a trattati di pace anteriori. I vinti riappaiono ed esigono ciò che è stato loro rifiutato. La stessa repressione del male non ha risultati durevoli. La pace non è il risultato di un processo dialettico del bene contro il male. Il giovane rabbino di Nazaret invitava a far crescere insieme grano e zizzania. La pace fugge il campo dei vittoriosi (Simone Weil). La vittoria è sempre sulle persone; e le persone non sono mai assolutamente cattive.

5. Il disarmo militare richiede un disarmo culturale

La civiltà occidentale ha sviluppato un arsenale di armamenti, qualitativamente e quantitativamente; deve esservi un che di inerente a questa cultura: spirito di competizione, soggettività, tendenza a trascurare il campo dei sentimenti, senso di superiorità, di universalità, ecc.. Il fatto che i discorsi [per la pace, nella civiltà occidentale] si concentrino sulla distruzione degli armamenti, senza prestare attenzione alle questioni più fondamentali, costituisce un esempio di questo stato spirituale. Allora il disarmo culturale – prerequisito per la pace – è difficile almeno come quello militare. Implica una critica alla cultura e un approccio autenticamente interculturale.

6. Nessuna cultura, religione o tradizione può risolvere isolatamente i problemi del nostro mondo

Oggi nessuna religione potrebbe fornire risposte universali (se non altro perché le domande non sono le stesse). Purtroppo nel momento in cui gran parte delle religioni tradizionali tendono a deporre il manto dell’imperialismo, del colonialismo e dell’universalismo, la cosiddetta visione “scientifica” del mondo sembra raccogliere l’eredità culturale di questi atteggiamenti. Qui bisognerebbe citare la parola pluralismo.

7. La pace appartiene principalmente all’ordine del mythos, non del logos

Shalom, pax, eirene, salam, Friede, shanti, píng-an…: la Pace è polisemica; ha numerosi significati. La mia nozione di pace può non essere pacifica per qualcun altro. La pace non è sinonimo di pacifismo. È un mito, qualcosa in cui si crede in quanto dato. Ma non è irrazionale, anzi rende intelligibile l’atto di intendere. Un tempo la pace veniva firmata in nome di Dio; nella nostra epoca la pace sembra un mito unificante emergente ed è anche in suo nome che si fa guerra. Il mythos non dev’essere separato dal logos, ma i due non dovrebbero venire identificati.

8. La religione, via verso la pace

La religione è stata sempre considerata in passato come via di salvezza. Perciò le religioni erano fattori di pace interiore per i propri adepti e di guerre per gli altri. È un fatto che gran parte delle guerre nel mondo sono state guerre religiose. Oggi siamo testimoni di una trasformazione della nozione stessa di religione: le religioni sono modi di raggiungere la pace (non significa ridurle ad un unico denominatore). E la strada per la pace è rivoluzionaria: esige l’eliminazione dell’ingiustizia, dell’egoismo e della cupidigia.

9. Perdono, riconciliazione, dialogo: solo essi conducono alla pace

Punizione, indenizzo, restituzione, riparazione e cose simili non portano alla pace, non spezzano la legge del karma. Credere che ristabilire l’ordine spezzato risolva la situazione è un modo di pensare grossolano, meccanicistico e immaturo. L’innocenza perduta esige la redenzione e non il sogno di una paradiso ritrovato. La via verso la pace è in avanti e non indietro. La storia umana esige perdono. Per perdonare ci vuole una forza che vada oltre l’ordine meccanico di azione-reazione, ci vuole lo Spirito Santo, Amore pilastro dell’universo.

Da: Raimon Panikkar, Pace e interculturalità, Jaca Book, Milano 2002. (Adattamento. Col permesso dell’A.)

Da: http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2003_03/sutra.htm

 

Nine sutras on Peace 

The sutras are strings of single necklace. 
Together they form the jewel called Peace. 

1. Peace is the harmony of the participation rate of Being 

Peace does not alter the rhythm of reality. Is not static nor dynamic. It is not a dialectical movement. It does not mean lack of power or polarity. Being is rhythmic, it’s rhythm, integration-dualist movement and rest. Western technocratic culture, cultivating the acceleration, has disrupted the natural rhythms: it is no peace. 

2. It’s hard to live without external peace; impossible without inner peace. 

Every day after the last world war, a thousand people die of war victims. Throughout the world there are millions of refugees, children in the streets and people dying of hunger. We must not minimize this degradation of our human race. But if there is internal peace, there is still hope. On the other hand you can not enjoy internal peace if our human and ecological environment is the victim of violence and injustice. In this case, the inner peace is an illusion. And no authentic essay (from Buddha to Christ) to be contained in self and selfishness. 

3. The peace is won not by themselves, nor can it imposes on others. It is a gift of the Spirit 

Peace does not come as spirituality or masochistic, sadistic nor pedagogies. The regimes imposed do not establish peace for those who receive them: child poverty, family or nation it is.We miss the attitude of the recipient female. The nature of peace is to be grace, a gift. It is the result of a revelation of love, of God, the beauty of reality is existence of providence, the goodness of creation, hope, justice. It’s Gabe and Aufgabe, gift and responsibility. 

4. The violent victory with the defeat of the enemy never leads to peace 

Most wars have been justified as a response to earlier peace treaties. The vanquished reappear and demand what they have been refused. The same repression of evil has no lasting results. Peace is not the result of a dialectical process of good versus evil. The young rabbi from Nazareth invited to wheat and weeds grow together. Peace fled the camp of the victors (Simone Weil). The victory is always on people, and people are never quite bad. 

5. The military disarmament disarmament requires a cultural 

Western civilization has developed an arsenal of weapons, both qualitatively and quantitatively, there must be something inherent in this culture: the spirit of competition, subjectivity, a tendency to overlook the range of feelings, a sense of superiority, universality, etc. .. The fact that the speeches [for peace in Western civilization] focus on the destruction of weapons, while ignoring the more fundamental issues, is an example of this spiritual state. Then disarmament culture – a prerequisite for peace – at least as hard as military. Implies a critique of culture and intercultural approach authentically. 

6. No culture, religion or tradition alone can solve the problems of our world 

Today, no religion could provide universal answers (if only because the questions are not the same). Unfortunately, when most of the traditional religions tend to lay the mantle of imperialism, colonialism and universalism, the view of so-called “scientific” in the world seems to collect the cultural heritage of these attitudes. Here one should mention the word pluralism. 

7. Peace belongs mainly to the order of the mythos, not the logos 

Shalom, Pax, Eirene, salam, Friede, shanti, Ping-an …: Peace is polysemic; has many meanings. My notion of peace can not be peaceful for someone else. Peace is not a synonym for pacifism. It is a myth, something you believe as facts. But it is not irrational, even the act of understanding makes it intelligible.Once peace was signed in the name of God, peace in our time seems to be a unifying myth and it is also emerging in his name that makes war. The mythos should not be separated from the logos, but the two should not be identified. 

8. Religion, on the road to peace 

Religion has always been considered in the past as a way of salvation. Therefore, religions were factors of inner peace for their followers and other wars. It is a fact that most wars were religious wars in the world. We are witnessing a transformation of the very notion of religion: the religions are ways of achieving peace (means do not reduce them to a common denominator).And the path to peace is revolutionary: it requires the elimination of injustice, selfishness and greed. 

9. Forgiveness, reconciliation, dialogue: they alone lead to peace 

Punishment, indemnification, restitution, reparation and things like that do not lead to peace, do not break the law of karma.Believe that restoring order to resolve the situation is a broken way of thinking crude, mechanistic and immature. The innocence lost and do not require the redemption of the dream of a paradise regained. The road to peace is forward and not backward. Human history requires forgiveness. To forgive takes a force that goes beyond a mechanical action-reaction, we want the Holy Spirit, Love pillar of the universe. 

From: Raimon Panikkar, Peace and Interculturalism, Jaca Book, Milan 2002. (With permission from the A Adattament..) 

From: http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2003_03/sutra.htm

Vittoria -Victory


Vittoria
Col cuore
in ombra
giovane/vecchio
buio sentiero.
Vento spira
tra le foglie
viso carezza.
Luce del sole
ecco ora
e sei bambino.
25.01.2002 Poetyca
Victory

With the heart
shadow
young / old
dark path.
Wind blows
the leaves
caress her face.
Sunlight
now here
and you now you’re baby.
25.01.2002 Poetyca

Sulla via della pace – The Path to Peace


Sulla via della pace

Le battaglie nel mondo

Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare.
Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio.
Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace.
Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
Achaan Chah

La pace è ogni passo

La pace è ogni passo.
Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigloglio tutto intorno!
Com’è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

La pace è ogni passo – Thich Nhat Hanh

Il sentiero della pace

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Brani estratti da un discorso del Venerabile Ajahn Chah indirizzato ai monaci e ai novizi.

POSSIAMO DIRE CHE IL RETTO SENTIERO DELLA PACE, il sentiero che il Buddha ha scoperto e ci ha indicato, che conduce alla pace della mente, alla purezza e alla realizzazione delle qualità di un samana, è formato da sila (freno morale), samadhi(concentrazione) e pañña (saggezza). E’ una strada valida per tutti. Infatti i discepoli del Buddha che divennero illuminati, all’inizio erano delle persone ordinarie, come tutti noi. Anche il Buddha all’inizio era uno come noi. Praticarono e dall’opacità fecero emergere la luce, dalla rozzezza la bellezza e dalle cose vane e inutili grandi benefici per tutti.

Silasamadhi e pañña sono i nomi dati a tre diversi aspetti della pratica. Praticando sila, samadhi pañña, in effetti, praticate con voi stessi. La giusta sila esiste qui in questo momento, il giusto samadhiè qui. Perché? Perché il vostro corpo è qui! La pratica di silariguarda il corpo intero. Quindi, siccome il vostro corpo è qui, le mani, le gambe sono qui, è qui che praticate sila.

Un conto è tenere a mente tutta la lista dei comportamenti sbagliati da evitare, così come elencata nei libri, un altro conto è capire che le potenzialità che questi atteggiamenti hanno di crescere, risiede in voi. Praticare la disciplina morale vuol dire stare attenti ad evitare certe azioni, come uccidere, rubare ed avere una condotta sessuale scorretta. Il Buddha ci ha insegnato a prenderci cura di tutte le nostre azioni, anche delle più semplici.

Forse nel passato avete ucciso degli animali o degli insetti schiacciandoli o non siete stati troppo attenti nel parlare: il parlare sbagliato si ha quando si mente o si esagera la verità, mentre parlare in modo grossolano vuol dire essere aggressivi e offensivi verso gli altri, dicendo in continuazione ‘imbroglione’, ‘idiota’ e così via. Il parlare frivolo si ha quando i discorsi sono solo chiacchiere inutili, senza senso, sconclusionati, che vanno avanti senza voler dire niente. Ci siamo lasciati andare tutti qualche volta a questo genere di discorsi a ruota libera, quindi praticare silasignifica sorvegliare se stessi, sorvegliare le proprie azioni e le proprie parole.

Ma chi sorveglia? Chi si prende la responsabilità delle vostre azioni? Quando vi appropriate di qualcosa che non vi appartiene, chi è consapevole di quell’azione? E’ la mano? Questo è il punto su cui dovete sviluppare la consapevolezza. Chi sa che state per mentire, giurare o dire qualcosa di frivolo? Consapevole di ciò che dice è la bocca, o è colui che conosce il significato delle parole? Contemplate: ‘colui che conosce’, chiunque sia, deve prendersi la responsabilità della vostra sila. Portate questa consapevolezza a sorvegliare le vostre azioni e le parole. Per praticare sila, usate quella parte della mente che dirige le vostre azioni e che vi porta ad agire bene o male, a cacciare il furfante e a trasformarlo in uno sceriffo. Tenete ferma la mente capricciosa e portatela a servire e a prendersi la responsabilità di tutte le vostre azioni e parole. Osservate ciò e contemplatelo. Il Buddha ci ha esortato ad essere consapevoli delle nostre azioni. Chi è consapevole? Il corpo non ne sa niente; sa solo stare in piedi, camminare e cose del genere. Per poter fare qualsiasi cosa deve aspettare che qualcuno glielo ordini. La stessa cose vale per le mani, per la bocca.

La pratica comporta che si instauri sati – cioè la consapevolezza – in ‘colui che conosce’. ‘Colui che conosce’ è quell’intenzione della mente che prima ci portava ad uccidere esseri viventi, a rubare le cose altrui e a indulgere a una sessualità scorretta, a mentire, a calunniare, a parlare in modo sciocco e frivolo, a comportarci nei modi più sfrenati. E’ ‘colui che conosce’ che ci ha spinto a parlare; esso esiste nella mente. Focalizzate la consapevolezza (sati) – questa costante riflessione consapevole – su ‘colui che conosce’. Lasciate che la conoscenza si prenda cura della vostra pratica.

Usate sati, la consapevolezza, per mantenere la mente riflessiva, concentrata nel momento presente, ottenendo così la calma mentale. Fate che la mente badi a se stessa, e che lo faccia bene.

Mantenere sila – o in altre parole, prendersi cura delle azioni e delle parole – non è poi una cosa così difficile, se la mente sa badare a se stessa. Siate sempre consapevoli, ogni momento e in ogni postura: sdraiati, in piedi, camminando e seduti. Prima di compiere qualsiasi azione, prima di parlare o di impegnarvi in una conversazione, stabilite la consapevolezza, sati; dovete essere raccolti, prima di fare qualsiasi cosa. Non importa quello che direte, l’importante è raccogliersi nella mente. Esercitatevi fino a diventare molto abili. Praticate, in modo da essere sempre al corrente di ciò che capita nella mente; praticate fino a quando la consapevolezza diventi così naturale da essere presente ancora prima di agire o di parlare. E’ questo il modo per stabilire la consapevolezza nel cuore. E’ con ‘colui che conosce’ che sorvegliate voi stessi, perché tutte le azioni vengono da lui. E’ qui che hanno origine le intenzioni che produrranno l’azione ed è per questo che la pratica non avrà successo se fate svolgere questo compito a qualcun altro.

Le vostre parole e le vostre azioni, sempre tenute a bada, diventeranno aggraziate e piacevoli sia all’occhio che all’orecchio, mentre voi stessi, sarete perfettamente a vostro agio all’interno di questa disciplina. Se praticate la consapevolezza e il controllo fino a renderli atteggiamenti naturali, la mente diventerà ferma e risoluta nella pratica di sila. Farà costantemente attenzione alla pratica, riuscendo così a concentrarsi completamente. In altre parole, la pratica basata sul controllo e la disciplina, in cui vi prendete costantemente cura delle azioni e delle parole, in cui siete completamente responsabili del comportamento esteriore che avete, si chiama sila, mentre samadhi è caratterizzato dalla saldezza della consapevolezza, a sua volta derivato dalla ferma concentrazione nella pratica di sila. Queste sono le caratteristiche di samadhi, come fattore esterno della pratica. Ma vi è un lato più profondo e interiore.

Una volta che la mente sia concentrata nella pratica e che sila e samadhi si siano stabilizzati, sarete in grado di investigare e riflettere su ciò che è salutare e ciò che non lo è, chiedendo a voi stessi “questo è giusto? O non è giusto?”, man mano che sperimentate i vari contenuti mentali. Quando la mente entra in contatto con cose visive, con suoni, odori, gusti, con sensazioni tattili o con idee, ‘colui che conosce’ apparirà e stabilirà la consapevolezza del piacere e dispiacere, della felicità e della sofferenza, e di tutti gli oggetti mentali che si vanno sperimentando. Riuscirete finalmente a ‘vedere’ chiaramente e osserverete un’infinità di cose diverse.

Se siete consapevoli, vedrete i vari oggetti che passano nella mente e la reazione che accompagna l’esperienza di essi. ‘Colui che conosce’ li prenderà automaticamente come oggetti di contemplazione. Quando la mente è vigile e la consapevolezza ferma e stabile, noterete facilmente le reazioni che si manifestano per mezzo del corpo, della parola o della mente, man mano che si sperimentano questi oggetti mentali. Tale aspetto della mente che identifica e seleziona il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, in mezzo agli oggetti mentali che rientrano nel campo della consapevolezza, è pañña, una pañña allo stadio iniziale, che maturerà con l’avanzare della pratica. Tutti questi vari aspetti della pratica sorgono dall’interno della mente. Il Buddha si riferì a queste caratteristiche chiamandole sila, samadhi e pañña.

Continuando la pratica, vedrete sorgere nella mente altri attaccamenti e illusioni. Questo significa che ora state attaccandovi a ciò che è buono e sano. Diventate timorosi di ogni caduta o errore della mente, temendo che il samadhi ne risenta. Nello stesso tempo cominciate ad essere diligenti nella pratica, ad amarla e a coltivarla, lavorandovi con grande energia.

Continuate a praticare così il più a lungo possibile, fino a quando forse raggiungerete il punto in cui non farete altro che giudicare e trovare errori in chiunque incontrate, ovunque andiate. Reagite continuamente con attrazione o avversione al mondo che vi circonda, diventando sempre più incerti sulla correttezza di ciò che fate. E’ come se foste ossessionati dalla pratica. Ma non preoccupatevene; a questo punto è meglio praticare troppo che troppo poco. Praticate molto e dedicatevi a sorvegliare il corpo, la parola e la mente. Di questo esercizio non ne farete mai abbastanza. Tenetevi ancorati agli oggetti mentali rappresentati dalla consapevolezza e dal controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente, e dalla discriminazione tra giusto e sbagliato. In questo modo svilupperete sempre più la concentrazione e rimanendo costantemente e fermamente ancorati a questo modo di praticare, la mente diventerà essa stessa sila, samadhi e pañña, le caratteristiche della pratica come descritte negli insegnamenti tradizionali.

Man mano che continuate a sviluppare la pratica, queste differenti caratteristiche e qualità, si perfezioneranno nella mente. Tuttavia la pratica di sila, samadhi pañña, a questo livello non è sufficiente per produrre i fattori di jhana (assorbimento meditativo) – la pratica è ancora troppo grossolana. Eppure la mente è abbastanza raffinata (sempre relativamente alla grossolanità di base!). E tale appare a una normale persona non illuminata, che non abbia curato troppo la propria mente e che non abbia praticato la meditazione e la consapevolezza.

A questo livello si può sentire un certo senso di soddisfazione per riuscire a praticare al massimo delle proprie possibilità e lo vedrete da soli. E’ qualcosa che solo il praticante può sperimentare all’interno della propria mente. E se questo avviene, potete ritenervi già sulla giusta via. State camminando solo all’inizio del sentiero – ai livelli più elementari – ma, per certi versi, questi sono gli stadi più difficili. State praticando sila, samadhi e pañña e dovete continuare a praticarli sempre tutti e tre, poiché se ne manca anche solo uno, la pratica non si svilupperà in modo corretto. Più cresce sila, più solida e concentrata diviene la mente. Più la mente è stabile più consistente diventa pañña, e così via; ogni parte della pratica sostiene e si collega all’altra.

Man mano che approfondite e raffinate la pratica, sila, samadhi paññamatureranno insieme sgorgando dalla stessa fonte, come infatti si sono raffinate sbozzandosi dallo stesso materiale grezzo. In altre parole, il Sentiero ha inizi grossolani, ma raffinando ed esercitando la mente con la meditazione e la riflessione, tutto diventa via via più raffinato.

Quando la mente è più raffinata, la pratica della consapevolezza si focalizza meglio, poiché è concentrata su un’area più ristretta. Anzi, la pratica diventa molto più facile, quando la mente si concentra sempre di più su se stessa. Ormai non fate più grossi sbagli, ormai, quando la mente è presa in qualche problema, quando sorgono dubbi se è giusto o no agire o dire certe cose, semplicemente fermate la proliferazione mentale e, intensificando gli sforzi nella pratica, continuate a volgere l’attenzione sempre più in profondità in voi stessi. Così la pratica del samadhi diverrà vieppiù ferma e concentrata, mentre la pratica di pañña si rafforza, permettendo di vedere le cose più chiaramente e più naturalmente.

Il risultato è che potrete vedere la mente e i suoi oggetti nitidamente, senza dover fare distinzione fra mente, corpo e parola. Continuando a volgere l’attenzione all’interno di sé e continuando a riflettere sul Dhamma, la facoltà della saggezza gradualmente maturerà fino al punto che potrete contemplare la mente e gli oggetti mentali soltanto, ciò significa che state cominciando a sperimentare il corpo come immateriale. Quando l’intuizione è così sviluppata, non andrete più a tentoni, incerti su come interpretare il corpo e il suo modo di essere. La mente sperimenterà le caratteristiche fisiche del corpo come oggetti senza forma con cui essa entra in contatto. Infine, contemplerete solo la mente e gli oggetti mentali, cioè quegli oggetti che arrivano a livello di coscienza.

Esaminando ora la vera natura della mente, osserverete che, nel suo stato naturale, non ha preoccupazioni o ambizioni che la sommergano. E’ come una bandiera che sia stata legata all’estremità di un’asta; se niente la muove rimarrà così, tranquilla. E se si muove significa che c’è del vento, una forza esterna che la fa agitare. Allo stato naturale, la mente fa lo stesso – in essa non vi è né amore né odio, né disapprovazione. Essa è indipendente, in uno stato di purezza che è completamente chiaro, raggiante, non offuscato. Nel suo stato puro la mente è pacifica, senza felicità o sofferenza, – in effetti non sperimenta nessun vedana(sensazione). E’ questo il vero stato della mente.

Lo scopo della pratica, quindi, è guardarsi internamente, cercando e investigando fino a quando troverete la mente originale. La mente originale è detta anche la mente pura. La mente pura è la mente senza attaccamenti. E’ in uno stato di perenne conoscenza e attenzione, completamente consapevole di ciò che sta sperimentando. Quando la mente è così non vi sono oggetti mentali piacevoli o spiacevoli che la possano turbare, non li insegue. La mente non ‘diventa’ nulla. In altre parole, nulla può scuoterla. La mente conosce se stessa come purezza. Si è evoluta verso una vera, completa indipendenza; ha raggiunto il suo stato originale.

E come ha potuto raggiungere questo stato originale? Attraverso la facoltà della consapevolezza, riflettendo con saggezza e vedendo che tutte le cose sono solo condizioni che sorgono dal mutuo interagire degli elementi, senza che vi sia nessuno che li controlli. E così capita anche quando sperimentiamo la gioia e la sofferenza. Questi stati mentali sono solo “felicità” e “sofferenza”. Non vi è qualcuno che ‘ha’ la felicità, la mente non ‘possiede’ la sofferenza; gli stati mentali non ‘appartengono’ alla mente. Osservatelo voi stessi. In effetti, queste sono cose che non riguardano la mente, sono separate, distinte da essa. La felicità è solo uno stato di felicità; la sofferenza è solo uno stato di sofferenza. Voi siete solo coloro che sanno questo.

In passato, a causa delle radici dell’avidità, dell’odio e dell’illusione presenti nella mente, essa avrebbe reagito immediatamente quando entravate in contatto con qualcosa di piacevole o spiacevole, e attraverso questa reazione vi sareste ‘impadroniti’ di quell’oggetto mentale, sperimentandolo come sofferenza o gioia. E così potrà avvenire ancora fino a quando la mente non conoscerà se stessa, fino a quando non sarà chiara e illuminata. Quando la mente non è libera, si lascia influenzare da qualsiasi oggetto mentale le capiti di sperimentare. In altre parole, non ha un rifugio, è incapace di dipendere veramente da se stessa. In questa situazione, quando ricevete una piacevole impressione mentale diventate allegri o diventate tristi quando l’oggetto mentale è spiacevole. Così la mente dimentica se stessa.

La mente originale, invece, è al di là del bene e del male, poiché questa è la natura originale della mente. E’ un’illusione essere felici per aver sperimentato un oggetto mentale piacevole. E’ un’illusione essere tristi per aver sperimentato un oggetto mentale spiacevole. Gli oggetti mentali sorgono con il mondo, sono il mondo. Danno l’avvio alla felicità e alla sofferenza, al bene e al male, e a tutto ciò che è soggetto all’impermanenza e all’incertezza. Quando vi separate dalla mente originale, tutto diventa incerto: solo una catena interminabile di nascita e morte, dubbi e apprensioni, sofferenza e fatica, senza la possibilità di fermare, di far cessare tutto ciò. E’ questa la ruota eterna delle rinascite.

Samadhi significa la mente fermamente concentrata, e più praticate più la mente diventa stabile. Più la mente è concentrata, più essa diventa risoluta nella pratica. Più contemplate, più diventate fiduciosi e la mente diventerà così stabile che non potrà più essere smossa da nulla. Sapete perfettamente che nessun oggetto mentale la può scuotere. Gli oggetti mentali sono oggetti mentali; la mente è la mente. La mente sperimenta stati mentali buoni o cattivi, felicità e sofferenza, perché viene illusa dagli oggetti mentali. La mente che non si fa ingannare non può essere turbata da nulla, poiché nello stato di consapevolezza, vede tutte le cose come elementi naturali che sorgono e scompaiono: solo questo! Si può avere questo tipo di esperienza anche quando non si è riusciti a lasciar andare completamente.

Semplificando, lo stato che è sorto, è la mente stessa. Se contemplate seguendo la verità delle cose così come sono, vi accorgerete che esiste un solo sentiero e che è vostro dovere seguirlo. Significa che sapete, fin dall’inizio, che gli stati mentali di felicità e dolore non sono il sentiero da seguire. E’ qualcosa che dovete capire da soli: è la verità delle cose così come sono! Siete in grado di capire tutto ciò – siete consapevoli con la giusta visione delle cose – ma allo stesso tempo non siete in grado di lasciar andare completamente i vostri attaccamenti.

Qual è allora il modo giusto di praticare? State nella via di mezzo, che vuol dire prendere nota dei vari stati di gioia e dolore, ma contemporaneamente teneteli a debita distanza sia da un’esagerazione che dall’altra. Questa è la via corretta di praticare: mantenere la consapevolezza anche se non siete in grado di lasciar andare. E’ la via più giusta, poiché, anche se la mente è aggrappata ai vari stati di gioia o sofferenza, vi è sempre la consapevolezza di questo attaccamento. Ciò significa che quando la mente si attacca a stati di felicità, voi non le date importanza e non ne gioite e altrettanto non criticate gli stati di sofferenza. In questo modo potete veramente osservare la mente così com’è. Quando praticate fino al punto di portare la mente oltre la gioia e l’infelicità, automaticamente sorgerà l’equanimità, e voi non dovrete fare altro che contemplarla come un oggetto mentale e seguirla, pian pianino. Il cuore sa dove andare per essere oltre le negatività, e anche se non è ancora pronto a trascenderle, le mette da parte e continua a praticare.

Quando sorge la felicità e la mente vi si attacca, prendete proprio questa felicità come oggetto di contemplazione; lo stesso, se la mente si attacca all’infelicità, prendete questa infelicità come oggetto di contemplazione. Finalmente la mente raggiungerà uno stadio in cui sarà pienamente consapevole sia della felicità che dell’infelicità. E questo accadrà quando sarà in grado di mettere da parte sia la felicità che la sofferenza, sia il piacere che la tristezza, quando sarà in grado di mettere da parte il mondo per diventare allora il ‘conoscitore dei mondi’. Una volta che la mente ‘colei che conosce’ – può lasciar andare, è qui che si stabilizzerà ed allora la pratica diventa veramente interessante.

Ogni volta che vi è attaccamento nella mente, continuate a battere su quel punto, senza lasciar andare. Se c’è attaccamento alla felicità, continuate a meditarvi sopra, senza permettere che la mente si allontani da quello stato d’animo. Se la mente si attacca alla sofferenza, afferratevi a ciò, tenendovi ben stretti e contemplando subito quella disposizione d’animo. Anche se la mente è intrappolata in uno stato mentale negativo, riconoscetelo come uno stato d’animo negativo e la mente non ne sarà più distratta. E’ come quando si capita in un cespuglio di rovi; ovviamente non lo fate appositamente, anzi cercate di evitarlo, ma può capitare che vi troviate a camminare tra le spine. E come vi sentite allora? Naturalmente provate avversione. Anche se lo sapete, non potete fare a meno di essere ‘in mezzo alle spine’. La mente continua ancora a inseguire i vari stati di felicità e sofferenza, ma non indulge in essi. Il vostro è un continuo sforzo per eliminare ogni attaccamento dalla mente, per eliminare e per ripulire la mente da tutto ciò che è esteriore, mondano.

Alcuni vogliono pacificare la mente, ma essi stessi non sanno che cos’è la pace. Non sanno che cos’è una mente tranquilla! Vi sono due tipi di tranquillità mentale: uno è la pace che viene per mezzo del samadhi,l’altro è la pace che viene da pañña. La mente che è calma per mezzo disamadhi è una mente ancora in preda all’illusione. La pace che si raggiunge per mezzo del solo samadhi, dipende dal fatto che la mente è separata dagli oggetti mentali. Quando non sperimenta alcun oggetto mentale, allora è calma, e perciò uno si attacca alla felicità collegata a questa pace. Tuttavia, quando c’è il contatto con i sensi, la mente vi si precipita dentro subito, poiché ha paura degli oggetti mentali. Ha paura della felicità e della sofferenza; ha paura della lode e della critica, ha paura delle forme, dei suoni, degli odori e dei gusti. Chi ha la pace per mezzo di samadhi ha paura di tutto e non vuole essere coinvolto in niente e con nessuno. La gente che pratica samadhi in questo modo, vorrebbe isolarsi in una grotta, dove può sperimentare in pieno la beatitudine delsamadhi, senza mai doverne uscire fuori. Appena trovano un posto isolato, vi si intrufolano e vi si nascondono.

Questo tipo di samadhi porta con sé molta sofferenza: per loro è difficile uscirne fuori e avvicinarsi agli altri. Non vogliono vedere forme o udire suoni. Non vogliono sperimentare completamente nulla! Devono vivere in appositi luoghi particolarmente tranquilli, dove nessuno possa disturbarli con la presenza o con le parole.

Questo tipo di pace non è utile allo scopo. Quando avete raggiunto un normale livello di calma, allontanatevene. Il Buddha non ci ha insegnato a praticare samadhi nell’illusione. Se vi accorgete di praticare in questa maniera, smettete subito. Se la mente ha raggiunto la calma, usate questa calma come base di contemplazione. Contemplate la pace della concentrazione e usatela per collegare la mente con i vari oggetti mentali che sperimenta, riflettendoci poi sopra. Contemplate le tre caratteristiche di aniccam (impermanenza), dukkham (sofferenza) e anatta (non-sé). Riflettete e quando avrete contemplato abbastanza, potete ristabilire senza pericolo la calma del samadhi, sedendo in meditazione e poi, una volta riottenuta la calma, riprendete la contemplazione. Man mano che acquistate conoscenza, usatela per combattere le negatività e allenare la mente.

La pace che viene per mezzo di pañña è un’altra cosa, perché quando la mente lascia lo stato di calma, la presenza di pañña la salva dal timore per le forme, i suoni, gli odori, i gusti, le sensazioni tattili e le idee. Vuol dire che ogni volta che c’è un contatto sensoriale, la mente è subito consapevole dell’oggetto mentale e lo lascia perdere – la consapevolezza è abbastanza acuta per poterlo fare immediatamente. Questa è la pace che arriva per mezzo di pañña.

Quando praticate in questo modo, la mente diventa molto più raffinata di quando sviluppavate solo samadhi. La mente diventa potentissima e non cerca più di scappare. E’ questa energia che allontana ogni timore. Prima avevate paura di ogni esperienza, ma ora conoscete gli oggetti mentali per quello che sono e non ne siete quindi più spaventati. Conoscete la vostra stessa forza mentale e non ne siete più intimoriti. Quando vedete una forma, la contemplate; quando udite un suono, lo contemplate. Diventate abili nella contemplazione degli oggetti mentali e comunque essi siano, li potete lasciar andare. Vedete chiaramente la felicità e la lasciate andare. Qualsiasi cosa vediate, la lasciate subito andare. In tal modo tutti gli oggetti mentali perdono la loro forza e non possono più trascinarvi con loro. Quando sorgono queste caratteristiche nella mente del praticante, si può cambiare il nome della pratica, chiamandola vipassana, che significa chiara conoscenza in accordo con la verità. E’ tutto qui: conoscenza in accordo con la verità sulle cose così come sono. Questa è pace al più alto livello, la pace di vipassana.

Il vero scopo della pratica, quindi, non è sviluppare samadhi, sedendosi in meditazione e aggrappandosi a quello stato di beatitudine che procura. Dovete anzi evitare questo stato. Il Buddha ha detto che dovete combattere apertamente la vostra battaglia, non nascondervi in una trincea cercando di evitare le pallottole del nemico. Quando è il momento di lottare, dovete saltar fuori con le armi in pugno, dovete per forza uscire dal nascondiglio. Non potete più stare lì a poltrire quando è tempo di battaglia. Questa è la pratica. Non dovete permettere che la mente si nasconda, acquattandosi nell’ombra.

Ho spiegato la pratica a grandi linee, affinché non abbiate ad impantanarvi nel dubbio, affinché non vi siano esitazioni sul modo di praticare. Quando c’è la felicità, osservate quella felicità; quando c’è la sofferenza, osservate quella sofferenza. E così stabilizzati nella consapevolezza, provate a lasciarle andare entrambe, a metterle da parte. Ora che le avete osservate e quindi le conoscete, continuate a lasciarle andare. Non è importante che meditiate seduti o camminando, se continuate a pensare non fa niente. La cosa importante è essere sempre e continuamente consapevoli della propria mente. Se vi trovate invischiati in troppe proliferazioni mentali, raccoglietele tutte insieme, e contemplatele come se fossero un tutt’uno. Ne taglierete l’energia alla radice dicendo: “Tutti questi pensieri, queste idee e immaginazioni sono semplicemente delle proliferazioni mentali e basta. Tutto ciò è aniccam, dukkham anatta. In nessuno di loro risiede la certezza”. E poi lasciatele subito perdere.

© Ass. Santacittarama (& Wat Nong Pah Pong), 2006. Tutti i diritti sono riservati. SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE
GRATUITA. 
On the Road to PeaceThe battles in the worldDo everything with a mind that knows how to let go.
Do not expect any reward or prize.
If you let go a little, you’ll have a little peace.
If you let go completely, you will know complete freedom andpeace.
Your battles with the world come to an end.

Achaan Chah

Peace is every step

Peace is every step.
The shining red sun is my heart.
Each flower smiles with me.
Rigloglio how green all around!
How cool the wind blowing!
Peace is every step.
It is the joyful endless path.

Peace is every step – Thich Nhat Hanh

The Path to Peace

Today I will give a teaching particularly for you as monks and novices, so please determine your hearts and minds to listen. There is nothing else for us to talk about other than the practice of the DhammaVinaya (Truth and Discipline).

Every one of you should clearly understand that now you have been ordained as Buddhist monks and novices and should be conducting yourselves appropriately. We have all experienced the lay life, which is characterised by confusion and a lack of formal Dhamma practice; now, having taken up the form of a Buddhistsamana1, some fundamental changes have to take place in our minds so that we differ from lay people in the way we think. We must try to make all of our speech and actions – eating and drinking, moving around, coming and going – befitting for one who has been ordained as a spiritual seeker, who the Buddha referred to as a samana. What he meant was someone who is calm and restrained. Formerly, as lay people, we didn’t understand what it meant to be a samana, that sense of peacefulness and restraint. We gave full license to our bodies and minds to have fun and games under the influence of craving and defilement. When we experienced pleasant ārammana2, these would put us into a good mood, unpleasant mind-objects would put us into a bad one – this is the way it is when we are caught in the power of mind-objects. The Buddha said that those who are still under the sway of mind-objects aren’t looking after themselves. They are without a refuge, a true abiding place, and so they let their minds follow moods of sensual indulgence and pleasure-seeking and get caught into suffering, sorrow, lamentation, pain, grief and despair. They don’t know how or when to stop and reflect upon their experience.

In Buddhism, once we have received ordination and taken up the life of the samana, we have to adjust our physical appearance in accordance with the external form of the samana: we shave our heads, trim our nails and don the brown bhikkhus’3 robes – the banner of the Noble Ones, the Buddha and the Arahants4. We are indebted to the Buddha for the wholesome foundations he established and handed down to us, which allow us to live as monks and find adequate support. Our lodgings were built and offered as a result of the wholesome actions of those with faith in the Buddha and His teachings. We do not have to prepare our food because we are benefiting from the roots laid down by the Buddha. Similarly, we have inherited the medicines, robes and all the other requisites that we use from the Buddha. Once ordained as Buddhist monastics, on the conventional level we are called monks and given the title ‘Venerable’5; but simply having taken on the external appearance of monks does not make us truly venerable. Being monks on the conventional level means we are monks as far as our physical appearance goes. Simply by shaving our heads and putting on brown robes we are called ‘Venerable’, but that which is truly worthy of veneration has not yet arisen within us – we are still only ‘Venerable’ in name. It’s the same as when they mould cement or cast brass into a Buddha image: they call it a Buddha, but it isn’t really that. It’s just metal, wood, wax or stone. That’s the way conventional reality is.

It’s the same for us. Once we have been ordained, we are given the title Venerable Bhikkhu, but that alone doesn’t make us venerable. On the level of ultimate reality – in other words, in the mind – the term still doesn’t apply. Our minds and hearts have still not been fully perfected through the practice with such qualities as mettā (kindness), karunā (compassion), muditā (sympathetic joy) and upekkhā (equanimity). We haven’t reached full purity within. Greed, hatred and delusion are still barring the way, not allowing that which is worthy of veneration to arise.

Our practice is to begin destroying greed, hatred and delusion – defilements which for the most part can be found within each and every one of us. These are what hold us in the round of becoming and birth and prevent us from achieving peace of mind. Greed, hatred and delusion prevent the samana – peacefulness – from arising within us. As long as this peace does not arise, we are still not samana; in other words, our hearts have not experienced the peace that is free from the influence of greed, hatred and delusion. This is why we practise – with the intention of expunging greed, hatred and delusion from our hearts. It is only when these defilements have been removed that we can reach purity, that which is truly venerable.

Internalising that which is venerable within your heart doesn’t involve working only with the mind, but your body and speech as well. They have to work together. Before you can practise with your body and speech, you must be practising with your mind. However, if you simply practise with the mind, neglecting body and speech, that won’t work either. They are inseparable. Practising with the mind until it’s smooth, refined and beautiful is similar to producing a finished wooden pillar or plank: before you can obtain a pillar that is smooth, varnished and attractive, you must first go and cut a tree down. Then you must cut off the rough parts – the roots and branches – before you split it, saw it and work it. Practising with the mind is the same as working with the tree, you have to work with the coarse things first. You have to destroy the rough parts: destroy the roots, destroy the bark and everything which is unattractive, in order to obtain that which is attractive and pleasing to the eye. You have to work through the rough to reach the smooth. Dhamma practice is just the same. You aim to pacify and purify the mind, but it’s difficult to do. You have to begin practising with externals – body and speech – working your way inwards until you reach that which is smooth, shining and beautiful. You can compare it with a finished piece of furniture, such as these tables and chairs. They may be attractive now, but once they were just rough bits of wood with branches and leaves, which had to be planed and worked with. This is the way you obtain furniture that is beautiful or a mind that is perfect and pure.

Therefore the right path to peace, the path the Buddha laid down, which leads to peace of mind and the pacification of the defilements, is sīla (moral restraint), samādhi (concentration) andpaññā (wisdom). This is the path of practice. It is the path that leads you to purity and leads you to realise and embody the qualities of the samana. It is the way to the complete abandonment of greed, hatred and delusion. The practice does not differ from this whether you view it internally or externally.

This way of training and maturing the mind – which involves the chanting, the meditation, the Dhamma talks and all the other parts of the practice – forces you to go against the grain of the defilements. You have to go against the tendencies of the mind, because normally we like to take things easy, to be lazy and avoid anything which causes us friction or involves suffering and difficulty. The mind simply doesn’t want to make the effort or get involved. This is why you have to be ready to endure hardship and bring forth effort in the practice. You have to use the dhammaof endurance and really struggle. Previously your bodies were simply vehicles for having fun, and having built up all sorts of unskilful habits it’s difficult for you to start practising with them. Before, you didn’t restrain your speech, so now it’s hard to start restraining it. But as with that wood, it doesn’t matter how troublesome or hard it seems: before you can make it into tables and chairs, you have to encounter some difficulty. That’s not the important thing; it’s just something you have to experience along the way. You have to work through the rough wood to produce the finished pieces of furniture.

The Buddha taught that this is the way the practice is for all of us. All of his disciples who had finished their work and become fully enlightened, had, (when they first came to take ordination and practise with him) previously been puthujjana (ordinary worldlings). They had all been ordinary unenlightened beings like ourselves, with arms and legs, eyes and ears, greed and anger – just the same as us. They didn’t have any special characteristics that made them particularly different from us. This was how both the Buddha and his disciples had been in the beginning. They practised and brought forth enlightenment from the unenlightened, beauty from the ugliness and great benefit from that which was virtually useless. This work has continued through successive generations right up to the present day. It is the children of ordinary people – farmers, traders and businessmen – who, having previously been entangled in the sensual pleasures of the world, go forth to take ordination. Those monks at the time of the Buddha were able to practise and train themselves, and you must understand that you have the same potential. You are made up of the five khandhas6 (aggregates), just the same. You also have a body, pleasant and unpleasant feelings, memory and perception, thought formations and consciousness – as well as a wandering and proliferating mind. You can be aware of good and evil. Everything’s just the same. In the end, that combination of physical and mental phenomena present in each of you, as separate individuals, differs little from that found in those monastics who practised and became enlightened under the Buddha. They had all started out as ordinary, unenlightened beings. Some had even been gangsters and delinquents, while others were from good backgrounds. They were no different from us. The Buddha inspired them to go forth and practise for the attainment of magga (the Noble Path) and phala (Fruition)7, and these days, in similar fashion, people like yourselves are inspired to take up the practice of sīlasamādhi and paññā.

Sīlasamādhi and paññā are the names given to the different aspects of the practice. When you practise sīlasamādhi and paññā, it means you practise with yourselves. Right practice takes place here within you. Right sīla exists here, right samādhi exists here. Why? Because your body is right here. The practice of sīla involves every part of the body. The Buddha taught us to be careful of all our physical actions. Your body exists here! You have hands, you have legs right here. This is where you practise sīla. Whether your actions will be in accordance with sīla and Dhamma depends on how you train your body. Practising with your speech means being aware of the things you say. It includes avoiding wrong kinds of speech, namely divisive speech, coarse speech and unnecessary or frivolous speech. Wrong bodily actions include killing living beings, stealing and sexual misconduct.

It’s easy to reel off the list of wrong kinds of behaviour as found in the books, but the important thing to understand is that the potential for them all lies within us. Your body and speech are with you right here and now. You practise moral restraint, which means taking care to avoid the unskilful actions of killing, stealing and sexual misconduct. The Buddha taught us to take care with our actions from the very coarsest level. In the lay life you might not have had very refined moral conduct and frequently transgressed the precepts. For instance, in the past you may have killed animals or insects by smashing them with an axe or a fist, or perhaps you didn’t take much care with your speech: false speech means lying or exaggerating the truth; coarse speech means you are constantly being abusive or rude to others – ‘you scum,’ ‘you idiot,’ and so on; frivolous speech means aimless chatter, foolishly rambling on without purpose or substance. We’ve indulged in it all. No restraint! In short, keeping sīla means watching over yourself, watching over your actions and speech.

So who will do the watching over? Who will take responsibility for your actions? When you kill some animal, who is the one who knows? Is your hand the one who knows, or is it someone else? When you steal someone else’s property, who is aware of the act? Is your hand the one who knows? This is where you have to develop awareness. Before you commit some act of sexual misconduct, where is your awareness? Is your body the one who knows? Who is the one who knows before you lie, swear or say something frivolous? Is your mouth aware of what it says, or is the one who knows in the words themselves? Contemplate this: whoever it is who knows is the one who has to take responsibility for your sīla. Bring that awareness to watch over your actions and speech. That knowing, that awareness is what you use to watch over your practice. To keep sīla, you use that part of the mind which directs your actions and which leads you to do good and bad. You catch the villain and transform him into a sheriff or a mayor. Take hold of the wayward mind and bring it to serve and take responsibility for all your actions and speech. Look at this and contemplate it. The Buddha taught us to take care with our actions. Who is it who does the taking care? The body doesn’t know anything; it just stands, walks around and so on. The hands are the same; they don’t know anything. Before they touch or take hold of anything, there has to be someone who gives them orders. As they pick things up and put them down there has to be someone telling them what to do. The hands themselves aren’t aware of anything; there has to be someone giving them orders. The mouth is the same – whatever it says, whether it tells the truth or lies, is rude or divisive, there must be someone telling it what to say.

The practice involves establishing sati, mindfulness, within this ‘one who knows.’ The ‘one who knows’ is that intention of mind, which previously motivated us to kill living beings, steal other people’s property, indulge in illicit sex, lie, slander, say foolish and frivolous things and engage in all the kinds of unrestrained behaviour. The ‘one who knows’ led us to speak. It exists within the mind. Focus your mindfulness or sati – that constant recollectedness – on this ‘one who knows.’ Let the knowing look after your practice.

In practice, the most basic guidelines for moral conduct stipulated by the Buddha were: to kill is evil, a transgression of sīla; stealing is a transgression; sexual misconduct is a transgression; lying is a transgression; vulgar and frivolous speech are all transgressions of sīla. You commit all this to memory. It’s the code of moral discipline, as laid down by the Buddha, which encourages you to be careful of that one inside of you who was responsible for previous transgressions of the moral precepts. That one, who was responsible for giving the orders to kill or hurt others, to steal, to have illicit sex, to say untrue or unskilful things and to be unrestrained in all sorts of ways – singing and dancing, partying and fooling around. The one who was giving the orders to indulge in all these sorts of behaviour is the one you bring to look after the mind. Use sati or awareness to keep the mind recollecting in the present moment and maintain mental composure in this way. Make the mind look after itself. Do it well.

If the mind is really able to look after itself, it is not so difficult to guard speech and actions, since they are all supervised by the mind. Keeping sīla – in other words taking care of your actions and speech – is not such a difficult thing. You sustain awareness at every moment and in every posture, whether standing, walking, sitting or lying down. Before you perform any action, speak or engage in conversation, establish awareness first – don’t act or speak first, establish mindfulness first and then act or speak. You must have sati, be recollecting, before you do anything. It doesn’t matter what you are going to say, you must first be recollecting in the mind. Practise like this until you are fluent. Practise so that you can keep abreast of what’s going on in the mind; to the point where mindfulness becomes effortless and you are mindful before you act, mindful before you speak. This is the way you establish mindfulness in the heart. It is with the ‘one who knows’ that you look after yourself, because all your actions spring from here.

This is where the intentions for all your actions originate and this is why the practice won’t work if you try to bring in someone else to do the job. The mind has to look after itself; if it can’t take care of itself, nothing else can. This is why the Buddha taught that keeping sīla is not that difficult, because it simply means looking after your own mind. If mindfulness is fully established, whenever you say or do something harmful to yourself or others, you will know straight away. You know that which is right and that which is wrong. This is the way you keep sīla. You practise with your body and speech from the most basic level.

By guarding your speech and actions they become graceful and pleasing to the eye and ear, while you yourself remain comfortable and at ease within the restraint. All your behaviour, manners, movements and speech become beautiful, because you are taking care to reflect upon, adjust and correct your behaviour. You can compare this with your dwelling place or the meditation hall. If you are regularly cleaning and looking after your dwelling place, then both the interior and the area around it will be pleasant to look at, rather than a messy eyesore. This is because there is someone looking after it. Your actions and speech are similar. If you are taking care with them, they become beautiful, and that which is evil or dirty will be prevented from arising.

Ādikalyānamajjhekalyānapariyosānakalyāna: beautiful in the beginning, beautiful in the middle and beautiful in the end; or harmonious in the beginning, harmonious in the middle and harmonious in the end. What does that mean? Precisely that the practice of sīlasamādhi and paññā is beautiful. The practice is beautiful in the beginning. If the beginning is beautiful, it follows that the middle will be beautiful. If you practise mindfulness and restraint until it becomes comfortable and natural to you – so that there is a constant vigilance – the mind will become firm and resolute in the practise of sīla and restraint. It will be consistently paying attention to the practice and thus become concentrated. That characteristic of being firm and unshakeable in the monastic form and discipline and unwavering in the practice of mindfulness and restraint can be referred to as ‘samādhi.’

That aspect of the practice characterised by a continuous restraint, where you are consistently taking care with your actions and speech and taking responsibility for all your external behaviour, is referred to as sīla. The characteristic of being unwavering in the practice of mindfulness and restraint is calledsamādhi. The mind is firmly concentrated in this practice of sīlaand restraint. Being firmly concentrated in the practice of sīlameans that there is an evenness and consistency to the practice of mindfulness and restraint. These are the characteristics of samādhias an external factor in the practice, used in keeping sīla. However, it also has an inner, deeper side to it. It is essential that you develop and maintain sīla and samādhi from the beginning – you have to do this before anything else.

Once the mind has an intentness in the practice and sīla andsamādhi are firmly established, you will be able to investigate and reflect on that which is wholesome and unwholesome – asking yourself… ‘Is this right?’… ‘Is that wrong?’ – as you experience different mind-objects. When the mind makes contact with different sights, sounds, smells, tastes, tactile sensations or ideas, the ‘one who knows’ will arise and establish awareness of liking and disliking, happiness and suffering and the different kinds of mind-objects that you experience. You will come to see clearly, and see many different things.

If you are mindful, you will see the different objects which pass into the mind and the reaction which takes place upon experiencing them. The ‘one who will automatically take them up as objects for contemplation. Once the mind is vigilant and mindfulness is firmly established, you will note all the reactions displayed through either body, speech or mind, as mind-objects are experienced. That aspect of the mind which identifies and selects the good from the bad, the right from the wrong, from amongst all the mind-objects within your field of awareness, ispaññā. This is paññā in its initial stages and it matures as a result of the practice. All these different aspects of the practice arise from within the mind. The Buddha referred to these characteristics assīlasamādhi and paññā. This is the way they are, as practised in the beginning.

As you continue the practice, fresh attachments and new kinds of delusion begin to arise in the mind. This means you start clinging to that which is good or wholesome. You become fearful of any blemishes or faults in the mind – anxious that your samādhiwill be harmed by them. At the same time you begin to be diligent and hard working, and to love and nurture the practice. Whenever the mind makes contact with mind-objects, you become fearful and tense. You become aware of other people’s faults as well, even the slightest things they do wrong. It’s because you are concerned for your practice. This is practising sīlasamādhi and paññā on one level – on the outside – based on the fact that you have established your views in accordance with the form and foundations of practice laid down by the Buddha. Indeed, these are the roots of the practice and it is essential to have them established in the mind.

You continue to practise like this as much as possible, until you might even reach the point where you are constantly judging and picking fault with everyone you meet, wherever you go. You are constantly reacting with attraction and aversion to the world around you, becoming full of all kinds of uncertainty and continually attaching to views of the right and wrong way to practise. It’s as if you have become obsessed with the practice. But you don’t have to worry about this yet – at that point it’s better to practise too much than too little. Practise a lot and dedicate yourself to looking after body, speech and mind. You can never really do too much of this. This is said to be practising sīla on one level; in fact, sīlasamādhi and paññā are all in there together.

If you were to describe the practice of sīla at this stage, in terms of pāramī8 (spiritual perfections), it would be dāna pāramī (the spiritual perfection of giving), or sīla pāramī (the spiritual perfection of moral restraint). This is the practice on one level. Having developed this much, you can go deeper in the practice to the more profound level of dāna upapāramī9 and sīla upapāramī. These arise out of the same spiritual qualities, but the mind is practising on a more refined level. You simply concentrate and focus your efforts to obtain the refined from the coarse.

Once you have gained this foundation in your practice, there will be a strong sense of shame and fear of wrong-doing established in the heart. Whatever the time or place – in public or in private – this fear of wrong doing will always be in the mind. You become really afraid of any wrong doing. This is a quality of mind that you maintain throughout every aspect of the practice. The practice of mindfulness and restraint with body, speech and mind and the consistent distinguishing between right and wrong is what you hold as the object of mind. You become concentrated in this way and by firmly and unshakeably attaching to this way of practice, it means the mind actually becomes sīlasamādhi and paññā – the characteristics of the practice as described in the conventional teachings.

As you continue to develop and maintain the practice, these different characteristics and qualities are perfected together in the mind. However, practising sīlasamādhi and paññā at this level is still not enough to produce the factors of jhāna10 (meditative absorption) – the practice is still too coarse. Still, the mind is already quite refined – on the refined side of coarse! For an ordinary unenlightened person who has not been looking after the mind or practised much meditation and mindfulness, just this much is already something quite refined. It’s like a poor person – owning two or three pounds can mean a lot, though for a millionaire it’s almost nothing. This is the way it is. A few quid is a lot when you’re down and out and hard up for cash, and in the same way, even though in the early stages of the practice you might still only be able to let go of the coarser defilements, this can still seem quite profound to one who is unenlightened and has never practised or let go of defilements before. At this level, you can feel a sense of satisfaction with being able to practise to the full extent of your ability. This is something you will see for yourself; it’s something that has to be experienced within the mind of the practitioner.

If this is so, it means that you are already on the path, i.e. practising sīlasamādhi and paññā. These must be practised together, for if any are lacking, the practice will not develop correctly. The more your sīla improves, the firmer the mind becomes. The firmer the mind is, the bolder paññā becomes and so on… each part of the practice supporting and enhancing all the others. In the end, because the three aspects of the practice are so closely related to each other, these terms virtually become synonymous. This is characteristic of sammā patipadā (right practice), when you are practising continuously, without relaxing your effort.

If you are practising in this way, it means that you have entered upon the correct path of practice. You are travelling along the very first stages of the path – the coarsest level – which is something quite difficult to sustain. As you deepen and refine the practice,sīlasamādhi and paññā will mature together from the same place – they are refined down from the same raw material. It’s the same as our coconut palms. The coconut palm absorbs the water from the earth and pulls it up through the trunk. By the time the water reaches the coconut itself, it has become clean and sweet, even though it is derived from that plain water in the ground. The coconut palm is nourished by what are essentially the coarse earth and water elements, which it absorbs and purifies, and these are transformed into something far sweeter and purer than before. In the same way, the practice of sīlasamādhi and paññā – in other words Magga – has coarse beginnings, but, as a result of training and refining the mind through meditation and reflection, it becomes increasingly subtle.

As the mind becomes more refined, the practice of mindfulness becomes more focused, being concentrated on a more and more narrow area. The practice actually becomes easier as the mind turns more and more inwards to focus on itself. You no longer make big mistakes or go wildly wrong. Now, whenever the mind is affected by a particular matter, doubts will arise – such as whether acting or speaking in a certain way is right or wrong – you simply keep halting the mental proliferation and, through intensifying effort in the practice, continue turning your attention deeper and deeper inside. The practice of samādhi will become progressively firmer and more concentrated. The practice of paññā is enhanced so that you can see things more clearly and with increasing ease.

The end result is that you are clearly able to see the mind and its objects, without having to make any distinction between the mind, body or speech. You no longer have to separate anything at all – whether you are talking about the mind and the body or the mind and its objects. You see that it is the mind which gives orders to the body. The body has to depend on the mind before it can function. However, the mind itself is constantly subject to different objects contacting and conditioning it before it can have any effect on the body. As you continue to turn attention inwards and reflect on the Dhamma, the wisdom faculty gradually matures, and eventually you are left contemplating the mind and mind-objects – which means that you start to experience the body,rūpadhamma (material), as arūpadhamma (immaterial). Through your insight, you are no longer groping at or uncertain in your understanding of the body and the way it is. The mind experiences the body’s physical characteristics as arūpadhamma – formless objects – which come into contact with the mind. Ultimately, you are contemplating just the mind and mind-objects – those objects which come into your consciousness.

Now, examining the true nature of the mind, you can observe that in its natural state, it has no preoccupations or issues prevailing upon it. It’s like a piece of cloth or a flag that has been tied to the end of a pole. As long as it’s on its own and undisturbed, nothing will happen to it. A leaf on a tree is another example – ordinarily it remains quiet and unperturbed. If it moves or flutters this must be due to the wind, an external force. Normally, nothing much happens to leaves; they remain still. They don’t go looking to get involved with anything or anybody. When they start to move, it must be due to the influence of something external, such as the wind, which makes them swing back and forth. In its natural state, the mind is the same – in it, there exists no loving or hating, nor does it seek to blame other people. It is independent, existing in a state of purity that is truly clear, radiant and untarnished. In its pure state, the mind is peaceful, without happiness or suffering – indeed, not experiencing any vedanā (feeling) at all. This is the true state of the mind.

The purpose of the practice, then, is to seek inwardly, searching and investigating until you reach the original mind. The original mind is also known as the pure mind. The pure mind is the mind without attachment. It doesn’t get affected by mind-objects. In other words, it doesn’t chase after the different kinds of pleasant and unpleasant mind-objects. Rather, the mind is in a state of continuous knowing and wakefulness – thoroughly mindful of all it is experiencing. When the mind is like this, no pleasant or unpleasant mind-objects it experiences will be able to disturb it. The mind doesn’t ‘become’ anything. In other words, nothing can shake it. Why? Because there is awareness. The mind knows itself as pure. It has evolved its own, true independence; it has reached its original state. How is it able to bring this original state into existence? Through the faculty of mindfulness wisely reflecting and seeing that all things are merely conditions arising out of the influence of elements, without any individual being controlling them.

This is how it is with the happiness and suffering we experience. When these mental states arise, they are just ‘happiness’ and ‘suffering’. There is no owner of the happiness. The mind is not the owner of the suffering – mental states do not belong to the mind. Look at it for yourself. In reality these are not affairs of the mind, they are separate and distinct. Happiness is just the state of happiness; suffering is just the state of suffering. You are merely the knower of these. In the past, because the roots of greed, hatred and delusion already existed in the mind, whenever you caught sight of the slightest pleasant or unpleasant mind-object, the mind would react immediately – you would take hold of it and have to experience either happiness or suffering. You would be continuously indulging in states of happiness and suffering. That’s the way it is as long as the mind doesn’t know itself – as long as it’s not bright and illuminated. The mind is not free. It is influenced by whatever mind-objects it experiences. In other words, it is without a refuge, unable to truly depend on itself. You receive a pleasant mental impression and get into a good mood. The mind forgets itself.

In contrast, the original mind is beyond good and bad. This is the original nature of the mind. If you feel happy over experiencing a pleasant mind-object, that is delusion. If you feel unhappy over experiencing an unpleasant mind-object, that is delusion. Unpleasant mind-objects make you suffer and pleasant ones make you happy – this is the world. Mind-objects come with the world. They are the world. They give rise to happiness and suffering, good and evil, and everything that is subject to impermanence and uncertainty. When you separate from the original mind, everything becomes uncertain – there is just unending birth and death, uncertainty and apprehensiveness, suffering and hardship, without any way of halting it or bringing it to cessation. This is vatta (the endless round of rebirth).

Through wise reflection, you can see that you are subject to old habits and conditioning. The mind itself is actually free, but you have to suffer because of your attachments. Take, for example, praise and criticism. Suppose other people say you are stupid: why does that cause you to suffer? It’s because you feel that you are being criticised. You ‘pick up’ this bit of information and fill the mind with it. The act of ‘picking up,’ accumulating and receiving that knowledge without full mindfulness, gives rise to an experience that is like stabbing yourself. This is upādāna(attachment). Once you have been stabbed, there is bhava(becoming). Bhava is the cause for jāti (birth). If you train yourself not to take any notice of or attach importance to some of the things other people say, merely treating them as sounds contacting your ears, there won’t be any strong reaction and you won’t have to suffer, as nothing is created in the mind. It would be like listening to a Cambodian scolding you – you would hear the sound of his speech, but it would be just sound because you wouldn’t understand the meaning of the words. You wouldn’t be aware that you were being told off. The mind wouldn’t receive that information, it would merely hear the sound and remain at ease. If anybody criticised you in a language that you didn’t understand, you would just hear the sound of their voice and remain unperturbed. You wouldn’t absorb the meaning of the words and be hurt over them. Once you have practised with the mind to this point, it becomes easier to know the arising and passing away of consciousness from moment to moment. As you reflect like this, penetrating deeper and deeper inwards, the mind becomes progressively more refined, going beyond the coarser defilements.

Samādhi means the mind that is firmly concentrated, and the more you practise the firmer the mind becomes. The more firmly the mind is concentrated, the more resolute in the practice it becomes. The more you contemplate, the more confident you become. The mind becomes truly stable – to the point where it can’t be swayed by anything at all. You are absolutely confident that no single mind-object has the power to shake it. Mind-objects are mind-objects; the mind is the mind. The mind experiences good and bad mental states, happiness and suffering, because it is deluded by mind-objects. If it isn’t deluded by mind-objects, there’s no suffering. The undeluded mind can’t be shaken. This phenomenon is a state of awareness, where all things and phenomena are viewed entirely as dhātu11 (natural elements) arising and passing away – just that much. It might be possible to have this experience and yet still be unable to fully let go. Whether you can or can’t let go, don’t let this bother you. Before anything else, you must at least develop and sustain this level of awareness or fixed determination in the mind. You have to keep applying the pressure and destroying defilements through determined effort, penetrating deeper and deeper into the practice.

Having discerned the Dhamma in this way, the mind will withdraw to a less intense level of practice, which the Buddha and subsequent Buddhist scriptures describe as the Gotrabhū citta12. The Gotrabhū citta refers to the mind which has experienced going beyond the boundaries of the ordinary human mind. It is the mind of the puthujjana (ordinary unenlightened individual) breaking through into the realm of the ariyan (Noble One) – however, this phenomena still takes place within the mind of the ordinary unenlightened individual like ourselves. The Gotrabhūpuggala is someone, who, having progressed in their practice until they gain temporary experience of Nibbāna (enlightenment), withdraws from it and continues practising on another level, because they have not yet completely cut off all defilements. It’s like someone who is in the middle of stepping across a stream, with one foot on the near bank, and the other on the far side. They know for sure that there are two sides to the stream, but are unable to cross over it completely and so step back. The understanding that there exist two sides to the stream is similar to that of the Gotrabhū puggala or the Gotrabhū citta. It means that you know the way to go beyond the defilements, but are still unable to go there, and so step back. Once you know for yourself that this state truly exists, this knowledge remains with you constantly as you continue to practise meditation and develop your pāramī. You are both certain of the goal and the most direct way to reach it.

Simply speaking, this state that has arisen is the mind itself. If you contemplate according to the truth of the way things are, you can see that there exists just one path and it is your duty to follow it. It means that you know from the very beginning that mental states of happiness and suffering are not the path to follow. This is something that you have to know for yourself – it is the truth of the way things are. If you attach to happiness, you are off the path because attaching to happiness will cause suffering to arise. If you attach to sadness, it can be a cause for suffering to arise. You understand this – you are already mindful with right view, but at the same time, are not yet able to fully let go of your attachments.

So what is the correct way to practice? You must walk the middle path, which means keeping track of the various mental states of happiness and suffering, while at the same time keeping them at a distance, off to either side of you. This is the correct way to practise – you maintain mindfulness and awareness even though you are still unable to let go. It’s the correct way, because whenever the mind attaches to states of happiness and suffering, awareness of the attachment is always there. This means that whenever the mind attaches to states of happiness, you don’t praise it or give value to it, and whenever it attaches to states of suffering, you don’t criticise it. This way you can actually observe the mind as it is. Happiness is not right, suffering is not right. There is the understanding that neither of these is the right path. You are aware, awareness of them is sustained, but still you can’t fully abandon them. You are unable to drop them, but you can be mindful of them. With mindfulness established, you don’t give undue value to happiness or suffering. You don’t give importance to either of those two directions which the mind can take, and you hold no doubts about this; you know that following either of those ways is not the right path of practice, so at all times you take this middle way of equanimity as the object of mind. When you practise to the point where the mind goes beyond happiness and suffering, equanimity will necessarily arise as the path to follow, and you have to gradually move down it, little by little – the heart knowing the way to go to be beyond defilements, but, not yet being ready to finally transcend them, it withdraws and continues practising.

Whenever happiness arises and the mind attaches, you have to take that happiness up for contemplation, and whenever it attaches to suffering, you have to take that up for contemplation. Eventually, the mind reaches a stage when it is fully mindful of both happiness and suffering. That’s when it will be able to lay aside the happiness and the suffering, the pleasure and the sadness, and lay aside all that is the world and so become lokavidū(knower of the worlds). Once the mind – ‘one who knows’ – can let go it will settle down at that point. Why does it settle down? Because you have done the practice and followed the path right down to that very spot. You know what you have to do to reach the end of the path, but are still unable to accomplish it. When the mind attaches to either happiness or suffering, you are not deluded by them and strive to dislodge the attachment and dig it out.

This is practising on the level of the yogāvacara, one who is travelling along the path of practice – striving to cut through the defilements, yet not having reached the goal. You focus upon these conditions and the way it is from moment to moment in your own mind. It’s not necessary to be personally interviewed about the state of your mind or do anything special. When there is attachment to either happiness or suffering, there must be the clear and certain understanding that any attachment to either of these states is deluded. It is attachment to the world. It is being stuck in the world. Happiness means attachment to the world, suffering means attachment to the world. This is the way worldly attachment is. What is it that creates or gives rise to the world? The world is created and established through ignorance. It’s because we are not mindful that the mind attaches importance to things, fashioning and creating sankhāra (formations) the whole time.

It is here that the practice becomes really interesting. Wherever there is attachment in the mind, you keep hitting at that point, without letting up. If there is attachment to happiness, you keep pounding at it, not letting the mind get carried away with the mood. If the mind attaches to suffering, you grab hold of that, really getting to grips with it and contemplating it straight away. You are in the process of finishing the job off; the mind doesn’t let a single mind-object slip by without reflecting on it. Nothing can resist the power of your mindfulness and wisdom. Even if the mind is caught in an unwholesome mental state, you know it as unwholesome and the mind is not heedless. It’s like stepping on thorns: of course, you don’t seek to step on thorns, you try to avoid them, but nevertheless sometimes you step on one. When you do step on one, do you feel good about it? You feel aversion when you step on a thorn. Once you know the path of practice, it means you know that which is the world, that which is suffering and that which binds us to the endless cycle of birth and death. Even though you know this, you are unable to stop stepping on those ‘thorns’. The mind still follows various states of happiness and sadness, but doesn’t completely indulge in them. You sustain a continuous effort to destroy any attachment in the mind – to destroy and clear all that which is the world from the mind.

You must practise right in the present moment. Meditate right there; build your pāramī right there. This is the heart of practice, the heart of your effort. You carry on an internal dialogue, discussing and reflecting on the Dhamma within yourself. It’s something that takes place right inside the mind. As worldly attachment is uprooted, mindfulness and wisdom untiringly penetrate inwards, and the ‘one who knows’ sustains awareness with equanimity, mindfulness and clarity, without getting involved with or becoming enslaved to anybody or anything. Not getting involved with things means knowing without clinging – knowing while laying things aside and letting go. You still experience happiness; you still experience suffering; you still experience mind-objects and mental states, but you don’t cling to them.

Once you are seeing things as they are you know the mind as it is and you know mind-objects as they are. You know the mind as separate from mind-objects and mind-objects as separate from the mind. The mind is the mind, mind-objects are mind-objects. Once you know these two phenomena as they are, whenever they come together you will be mindful of them. When the mind experiences mind-objects, mindfulness will be there. Our teacher described the practice of the yogāvacara who is able to sustain such awareness, whether walking, standing, sitting or lying down, as being a continuous cycle. It is sammā patipadā (right practice). You don’t forget yourself or become heedless.

You don’t simply observe the coarser parts of your practice, but also watch the mind internally, on a more refined level. That which is on the outside, you set aside. From here onwards you are just watching the body and the mind, just observing this mind and its objects arising and passing away, and understanding that having arisen they pass away. With passing away there is further arising – birth and death, death and birth; cessation followed by arising, arising followed by cessation. Ultimately, you are simply watching the act of cessation. Khayavayam means degeneration and cessation. Degeneration and cessation are the natural way of the mind and its objects – this is khayavayam. Once the mind is practising and experiencing this, it doesn’t have to go following up on or searching for anything else – it will be keeping abreast of things with mindfulness. Seeing is just seeing. Knowing is just knowing. The mind and mind-objects are just as they are. This is the way things are. The mind isn’t proliferating about or creating anything in addition.

Don’t be confused or vague about the practice. Don’t get caught in doubting. This applies to the practice of sīla just the same. As I mentioned earlier, you have to look at it and contemplate whether it’s right or wrong. Having contemplated it, then leave it there. Don’t doubt about it. Practising samādhi is the same. Keep practising, calming the mind little by little. If you start thinking, it doesn’t matter; if you’re not thinking, it doesn’t matter. The important thing is to gain an understanding of the mind.

Some people want to make the mind peaceful, but don’t know what true peace really is. They don’t know the peaceful mind. There are two kinds of peacefulness – one is the peace that comes through samādhi, the other is the peace that comes through paññā. The mind that is peaceful through samādhi is still deluded. The peace that comes through the practice of samādhi alone is dependent on the mind being separated from mind-objects. When it’s not experiencing any mind-objects, then there is calm, and consequently one attaches to the happiness that comes with that calm. However, whenever there is impingement through the senses, the mind gives in straight away. It’s afraid of mind-objects. It’s afraid of happiness and suffering; afraid of praise and criticism; afraid of forms, sounds, smells and tastes. One who is peaceful through samādhi alone is afraid of everything and doesn’t want to get involved with anybody or anything on the outside. People practising samādhi in this way just want to stay isolated in a cave somewhere, where they can experience the bliss of samādhiwithout having to come out. Wherever there is a peaceful place, they sneak off and hide themselves away. This kind of samādhiinvolves a lot of suffering – they find it difficult to come out of it and be with other people. They don’t want to see forms or hear sounds. They don’t want to experience anything at all! They have to live in some specially preserved quiet place, where no-one will come and disturb them with conversation. They have to have really peaceful surroundings.

This kind of peacefulness can’t do the job. If you have reached the necessary level of calm, then withdraw. The Buddha didn’t teach to practise samādhi with delusion. If you are practising like that, then stop. If the mind has achieved calm, then use it as a basis for contemplation. Contemplate the peace of concentration itself and use it to connect the mind with and reflect upon the different mind-objects which it experiences. Use the calm ofsamādhi to contemplate sights, smells, tastes, tactile sensations and ideas. Use this calm to contemplate the different parts of the body, such as the hair of the head, hair of the body, nails, teeth, skin and so on. Contemplate the three characteristics of aniccam(impermanence), dukkham (suffering) and anattā (not-self). Reflect upon this entire world. When you have contemplated sufficiently, it is all right to reestablish the calm of samādhi. You can re-enter it through sitting meditation and afterwards, with calm re-established, continue with the contemplation. Use the state of calm to train and purify the mind. Use it to challenge the mind. As you gain knowledge, use it to fight the defilements, to train the mind. If you simply enter samādhi and stay there you don’t gain any insight – you are simply making the mind calm and that’s all. However, if you use the calm mind to reflect, beginning with your external experience, this calm will gradually penetrate deeper and deeper inwards, until the mind experiences the most profound peace of all.

The peace which arises through paññā is distinctive, because when the mind withdraws from the state of calm, the presence ofpaññā makes it unafraid of forms, sounds, smells, tastes, tactile sensations and ideas. It means that as soon as there is sense contact the mind is immediately aware of the mind-object. As soon as there is sense contact you lay it aside; as soon as there is sense contact mindfulness is sharp enough to let go right away. This is the peace that comes through paññā.

When you are practising with the mind in this way, the mind becomes considerably more refined than when you are developing samādhi alone. The mind becomes very powerful, and no longer tries to run away. With such energy you become fearless. In the past you were scared to experience anything, but now you know mind-objects as they are and are no longer afraid. You know your own strength of mind and are unafraid. When you see a form, you contemplate it. When you hear a sound, you contemplate it. You become proficient in the contemplation of mind-objects. You are established in the practice with a new boldness, which prevails whatever the conditions. Whether it be sights, sounds or smells, you see them and let go of them as they occur. Whatever it is, you can let go of it all. You clearly see happiness and let it go. You clearly see suffering and let it go. Wherever you see them, you let them go right there. That’s the way! Keep letting them go and casting them aside right there. No mind-objects will be able to maintain a hold over the mind. You leave them there and stay secure in your place of abiding within the mind. As you experience, you cast aside. As you experience, you observe. Having observed, you let go. All mind-objects lose their value and are no longer able to sway you. This is the power of vipassanā (insight meditation). When these characteristics arise within the mind of the practitioner, it is appropriate to change the name of the practice to vipassanā: clear knowing in accordance with the truth. That’s what it’s all about – knowledge in accordance with the truth of the way things are. This is peace at the highest level, the peace of vipassanā. Developing peace through samādhialone is very, very difficult; one is constantly petrified.

So when the mind is at its most calm, what should you do? Train it. Practise with it. Use it to contemplate. Don’t be scared of things. Don’t attach. Developing samādhi so that you can just sit there and attach to blissful mental states isn’t the true purpose of the practice. You must withdraw from it. The Buddha said that you must fight this war, not just hide out in a trench trying to avoid the enemy’s bullets. When it’s time to fight, you really have to come out with guns blazing. Eventually you have to come out of that trench. You can’t stay sleeping there when it’s time to fight. This is the way the practice is. You can’t allow your mind to just hide, cringing in the shadows.

Sīla and samādhi form the foundation of practice and it is essential to develop them before anything else. You must train yourself and investigate according to the monastic form and ways of practice which have been passed down.

Be it as it may, I have described a rough outline of the practice. You as the practitioners must avoid getting caught in doubts. Don’t doubt about the way of practice. When there is happiness, watch the happiness. When there is suffering, watch the suffering. Having established awareness, make the effort to destroy both of them. Let them go. Cast them aside. Know the object of mind and keep letting it go. Whether you want to do sitting or walking meditation it doesn’t matter. If you keep thinking, never mind. The important thing is to sustain moment to moment awareness of the mind. If you are really caught in mental proliferation, then gather it all together, and contemplate it in terms of being one whole, cutting it off right from the start, saying, ‘All these thoughts, ideas and imaginings of mine are simply thought proliferation and nothing more. It’s all aniccamdukkham and anattā. None of it is certain at all.’ Discard it right there.


Footnotes

…samana1
Recluse, monk or holy one – one who has left the home life to pursue the Higher Life.
…ārammana2
Ārammana: mind-objects; the object which is presented to the mind (citta) at any moment. This object is derived from the five senses or direct from the mind (memory, thought, feelings). It is not the external object (in the world), but that object after having been processed by one’s preconceptions and predispositions.
…bhikkhus’3
Bhikkhu: Buddhist monk, alms mendicant.
…Arahants4
Arahant: Worthy one, one who is full enlightened.
5
Venerable: in Thai, ‘Phra‘.
…khandhas6
Khandhas: Groups or aggregates: form (rūpa), feeling (vedanā), perception (saññā), thought formations (sankhārā) and consciousness (viññāna). These groups are the five groups that constitute what we call a person.
7
Magga-phala: Path and fruition: the four transcendent paths – or rather one path and four different levels of refinement – leading to ‘nobility’ (ariya) or the end of suffering, i.e., the insight knowledge which cuts through the fetters (samyojana); and the four corresponding fruitions arising from those paths – refers to the mental state, cutting through defilements, immediately following the attainment of any of these paths.
…pāramī8
Pāramī: refers to the ten spiritual perfections: generosity, moral restraint, renunciation, wisdom, effort, patience, truthfulness, determination, kindness and equanimity.
…upapāramī9
Upapāramī: refers to the same ten spiritual perfections, but practised on a deeper, more intense and profound level (practised to the highest degree, they are called paramattha pāramī)
…jhāna10
Jhāna: Various levels of meditative absorption. The five factors of jhāna are initial and sustained application of mind, rapture, pleasure and equanimity.
…dhātu11
Dhātu: Elements, natural essence. The elementary properties which make up the inner sense of the body and mind: earth (material), water (cohesion), fire (energy) and air (motion), space and consciousness.
…citta12
Gotrabhū citta: Change-of-lineage (state of consciousness preceding jhāna or Path).
Contents: © Wat Nong Pah Pong, 2007 | Last update: March 2008

Sorriso di Vita – Smile for Life


Sorriso di Vita

Quando ti svegli al mattino

Sciogli
lacrime al sole
e fai trasformare
le mille goccioline
in pioggia ridente.

Perle preziose
nascono
e portano pace
ai fiori in attesa.

Fanne dono.

Raccogli
il tuo respiro
e abbraccia
nel silenzio
i cuori in ombra.

Impara
ora a rivelare
la tua presenza
dove giunge
inaspettata.

Dona oggi
Il tuo sorriso
di vita.

08.06.2002 Poetyca

Smile for Life

When you wake in the morning

Melt
tears in the sun
and then transform
the many droplets
laughing in the rain.

Pearls
born
and bring peace
the flowers on hold.

Give a gift.

Collect
your breath
and embraces
silence
hearts in the shade.

Learn
now reveal
your presence
where he arrives
unexpected.

Donate now
Your smile
of life.

08.06.2002 Poetyca

Tra cuori in festa – Between hearts celebration


fede_1024

Tra cuori in festa

Con sorrisi stretti in tasca
mi faccio varco tra la folla
di chi non sogna più

In un deserto torrido
di virtuali ospiti
ingrigiti e pallidi

Muti osservano
fogli logori
dispersi nel vento

Rugiada inutile
su labbra asciutte
prende il volo

Ali magiche
lentamente
evaporano

Sono accolte
con occhi vivi
tra cuori in festa

Nuovi colori
inebriano
così lì si resta

14.04.2002 Poetyca

Between hearts celebration

With smiles tight in your pocket
I make way through the crowd
of those who dream anymore

In a scorching desert
of virtual guests
graying and pale

Silent observed
threadbare sheets
scattered in the wind

Useless dew
on dry lips
takes flight

Magic wings
slowly
evaporate

They are accepted
with bright eyes
between hearts in celebration

New colors
intoxicate
so there we are

14.04.2002 Poetyca

 

Grazie vita – Thanks Life


Grazie Vita

Ringrazio oggi la vita
per tutto quel che ha dato:
le gioie e i dolori
che non sempre ho compreso.
i sogni e i desideri,
le albe e i tramonti.
I giorni lieti e quelli stanchi.
Ringrazio le speranze
che vestono colori,
le mille sfumature
che nutrono emozioni.
Tutto il tempo andato
senza rimpianto alcuno
e quello che verrà
senza lasciarmi solo.
Le ottime parole
d’un amico vero,
il cuore impazzito
per ogni nuovo amore.
Le volte in cui
nel cielo grigio
nasceva arcobaleno.
Le delusioni e la rabbia,
anche loro hanno insegnato
che non per tutti
un ideale è mito.
Le idee diverse
tra confronto e accettazione
di chi non crede
o vuole comprensione.
Le ore in ascolto
del mio impercettibile sentire
oppure della pioggia lieve.
Di tante cose ancora
sono qui per ringraziare.
Elevo oggi un canto
a cui non servono parole,
basta leggere negli occhi
tutta la mia emozione.
“ GRAZIE VITA!”

06.05.2002 Poetyca

Thanks Life

I thank the lives
for all he has given:
the joys and pains
I have not always understood.
dreams and desires,
the sunrises and sunsets.
The happy days and those tired.
Thank hopes
that dress color
the many shades
that feed on emotions.
All the time went
without any regret
and what will
not leave me alone.
The good words
of a true friend,
crazy heart
for each new love.
The times
into the gray sky
Rainbow was born.
The disappointment and anger,
they also taught
that not all
ideal is a myth.
Different ideas
Comparison between acceptance and
those who do not believe
or want to understand.
The hours listening
I hear the subtle
or the light rain.
Of all the things yet
I’m here to thank.
Today I raise a hand
which do not need words,
just read in your eyes
all my emotion.
“THANKS LIFE!”

06.05.2002 Poetyca

Talking Heads


[youtube https://youtu.be/VvqCIcqo6pc]

I Talking Heads (spesso reso graficamente come “T∀LKING HE∀DS”) sono stati un gruppo rock statunitense, formatisi a New York nel 1974 e attivi fino al 1991.

Sono stati uno dei complessi che ha portato a livelli di eccellenza assoluta l’equilibrio tra pop e avanguardia, fruibilità e sperimentazione, riconoscibilità e contaminazione, musica bianca e musica nera, costituendo di fatto una delle colonne portanti della new wave americana.

Formatisi nel 1974 e guidati da colui che è forse l’emblema dell’approccio avanguardistico alla musica pop, David Byrne, i Talking Heads sono ricordati per la loro proposta artistica eclettica ed estrosa, che trovava la sua più congeniale espressione in concerti dalla grandissima carica emotiva, con un impianto quasi orchestrale e dall’inusitato impatto sonoro e scenico (come testimonia il celebre film-concerto del 1984 Stop Making Sense, diretto da Jonathan Demme).

https://it.wikipedia.org/wiki/Talking_Heads

Talking Heads was an American rock band formed in 1975 in New York City and active until 1991. The band comprised David Byrne (lead vocals, guitar), Chris Frantz(drums), Tina Weymouth (bass), and Jerry Harrison (keyboards, guitar). Former art school students who became involved in the 1970s New York punk scene, Talking Heads integrated elements of punk, art rock, funk, and pop with avant-garde sensibilities to become a pioneering post-punk and new wave group. Led by the anxious, neurotic stage persona of frontman David Byrne, the group produced several commercial hits and a number of multimedia projects throughout its career, often collaborating with other artists, such as musician Brian Eno and director Jonathan Demme.

Critic Stephen Thomas Erlewine described Talking Heads as being “one of the most critically acclaimed bands of the ’80s.” In 2002, the band was inducted into theRock and Roll Hall of Fame. Four of the band’s albums appeared on Rolling Stone’s list of the 500 Greatest Albums of All Time, and three of their songs (“Psycho Killer”, “Life During Wartime”, and “Once in a Lifetime”) were included among The Rock and Roll Hall of Fame’s 500 Songs that Shaped Rock and Roll. Talking Heads were also included at #64 on VH1’s list of the “100 Greatest Artists of All Time.

https://en.wikipedia.org/wiki/Talking_Heads

Nel silenzio – In the silence


Nel silenzio


Da questa duna
cerco delle stelle la luce.
Le conosco ad una ad una
per aver sempre guardato
l’immensità del cielo.
Quando ero triste
accarezzavo la più grande
e mi ci afferravo.
Le persone che mi scrutano
mi offrono un po’ di nulla,
lo servono in una tazza d’oro.
Con un sorriso valuto
se prenderla come sempre
o smettere di accettare.
Ho fatto un lungo viaggio,
affrontato mille paure
per cercare oltre
l’inebriante profumo,
per afferrare oltre
i confini della mente,
per scrutare oltre
le leggi del nulla.
Ad ogni passo nuovo
trovavo una contraddizione
e se nulla mi restava
che mi potesse bastare,
dalle fatiche ho imparato
di ogni cosa il valore.
Dai miei passi incerti
ho imparato dove
poggiare il piede.
Per proteggermi da quello
che non volevo affrontare
ho costruito la mia prigione.
Il mio errore ho scoperto
quando ho saputo aprire il cuore,
è da quel giorno che
questa chiave porto al collo.
Io che tanto ho imparato
non ho nulla da insegnare.
Cerca tu la tua strada,
dopo un inverno gelido
c’è sempre un mandorlo in fiore.

01.02.2002 Poetyca

In the silence

From this dune
I seek the light of the stars.
I  know them one by one
have always looked for
the immensity of the sky.
When I was sad
stroked the largest
and I grabbed it.
The people that I stare
I offer a bit ‘of anything,
serve it in a cup of gold.
With a smile I rate
if you take it as always
or stop accepting.
I made a long journey,
dealt with a thousand fears
to look beyond
the heady perfume,
to grab more than
the boundaries of the mind,
to look beyond
the laws of nowhere.
At each new step
I found a contradiction
and if I was left with nothing
I could suffice,
I learned from the strain
every thing its value.
From my uncertain steps
I learned where
rest the foot.
To protect myself from that
I did not want to face
I built my prison.
I discovered my mistake
when I heard opening the heart,
And from that day that
this key on my neck.
I’ve learned that both
I have nothing to teach.
You look your way,
after a cold winter
there is always an almond tree in bloom.

01.02.2002 Poetyca

Parole e immagini – Words and images


Parole e immagini

Le parole disegnano immagini
che nascondono verità.
Esse solo a te appartengono
– celano il tuo sentire-

Quando Pandora
il vaso ruppe
tutti i mali
navigarono sul mondo
-ne subiamo i torti-
Nessuno però ricorda
che luce verde era rimasta
in quella giara
-Speranza-
il suo nome
aiutami a cercarla
ti regalerò sorriso.

Naviga e ascolta.
Quando avrai raccolto
tutte le lacrime del mondo
– gli inganni-
guarda il vaso colmo
chiediti chi le tue perle
asciugherà
-Io ci sarò-
Solo illusione è la tua
se non vuoi credere
che il mondo poggia
sull’imperfezione.
Perché voler
cambiare qualcosa
se intorno incontri
solo Male.
Vivere il destino
– non cambia-
quel che si è.
Mentire potrai a tutti
mai a Te stessa.
Cassandra sarei Io
ma Minerva sia
la tua Dea
saggezza.

Quel che ho dentro
fuori manifesto,
quel che è fuori
in me filtra.
Emozioni vedi ora
-sai quel che provo-
Viaggio cattura sensi
in un oceano d’amore
– noi universo vivo-
Il volto mio è specchio
di quel che sono.
Vibrando ci solleviamo in volo

01.03.2002 Poetyca

Words and images

The words draw images

that hide the truth.
They belong only to you
– Hide your feel-

When Pandora
the vase broke
all evils
sailed the world
-The wrongs we suffer-
But no one remembers
that green light had been
in the jar
-Hope-
his name
Help me to seek
I’ll give you a smile.

Browse and listen.
When you have collected
all the tears of the world
– The deceit-
looks at the jar filled
ask yourself who your pearls
dry
-I will be there-
Illusion only is your
if you do not want to believe
that the world rests
imperfection.
Why would you want
change something
if meetings around
Male only.
Experience the fate
– No change
what it is.
You can lie to everyone
never to yourself.
Cassandra I would
but Minerva is
your Goddess
wisdom.

What I have inside
out manifesto
what is out
filters in me.
Emotions see now
-You know what I feel-
Travel captures the meaning
in an ocean of love
– Universe we live-
The face is my mirror
of what they are.
Vibrating in the air we raise

01.03.2002 Poetyca

Negli occhi – In the eyes


Negli occhi

E’ negli occhi la pace
il dono che ti sfiora
…ecco che ora
scende dritto al cuore

E’ negli occhi il colore
del nulla o dell’infinito
-cerco per te-
e con il calore di una sera
e del rosso tramonto
ti porto ormai dentro
-non ho dubbi-
nessuna incertezza mi sfiora
nessuna paura mi ferma
è nei tuoi occhi
lo specchio che mi riflette.

12.07.2002 Poetyca

In the eyes

E ‘in the eyes peace
the gift that touches you
… Here now
goes straight to the heart

E ‘in the eye color
of zero or infinity
-Searches-
and the warmth of an evening
and the red sunset
I’ll take you inside now
-I have no doubt-
no uncertainty comes to mind
no fear stops me
is in your eyes
the mirror that reflects me.

12.07.2002 Poetyca

Demis Roussos – Greatest Hits 1971-1980 (Full Album)


[youtube https://youtu.be/sFyg84T1LHY]

Artemios Ventouris “Demis” Roussos (greco Αρτέμιος Bεντούρης Pούσσος; Alessandria d’Egitto, 15 giugno 1946 – Atene, 25 gennaio 2015) è stato un cantante e bassista greco.

Demis Roussos ha saputo esprimere il passato ellenico e la bellezza delle terre in cui ha vissuto attraverso un canto poetico e soave, prestato a generi diversissimi, dalrock progressivo, alla disco music, alle tante varianti del pop. Come bassista ha uno stile che ricorda le sonorità e la tecnica di Paul McCartney e di Brian Wilson.

Nato in Egitto da genitori di origini greche, tornò nel paese di origine dopo la perdita di tutti gli averi familiari, in seguito alla Crisi di Suez del 1956.

In gioventù Roussos aveva appreso il solfeggio e aveva imparato a suonare la chitarra e la tromba, divenendo inoltre cantante solista nel coro della chiesa bizantina diAlessandria d’Egitto.

In Grecia Demis Roussos entrò in diversi gruppi musicali (The Idols, Minis,Stormies, We Five e soprattutto Aphrodite’s Child), prima di iniziare la carriera da solista.

Il gruppo degli Aphrodite’s Child, del quale ha fatto parte dalla loro origine fino allo scioglimento, ha prodotto singoli di successo planetario come It’s Five O’Clock, Rain And Tears, Spring, Summer, Winter And Fall, I Want To Live, etc, e un album, 666, considerato dal pubblico e dalla critica come un capolavoro.

Il tastierista degli Aphrodite’s Child, Vangelis Papathanassiou, diventerà famoso compositore di colonne sonore con il nome di Vangelis (notevoli fra le altre: Momenti di gloria, Blade Runner, Alexander).

Demis Roussos è apparso anche in album solisti di Vangelis. Un suo grande successo è stato Race to the End, adattamento vocale del tema portante della colonna sonora di Momenti di Gloria (Chariots of Fire). La sua carriera solistica ha toccato l’apice negli anni settanta: vinse il Festivalbar 1971 con We shall dance che arriva quarta in Austria. Il singolo Forever and Ever fu primo nelle classifiche di molti Paesi (anche nellaUK Singles Chart con l’Extended play The Roussos Phenomenon nel 1976), secondo nei Paesi Bassi e quarto in Austria nel 1973. Altri successi furono My Friend the Wind prima nei Paesi Bassi per due settimane e settima in Germania nel 1973, My Reason prima nei Paesi Bassi per tre settimane nel 1972, Lovely Lady of Arcadia che nella versione Schönes Mädchen aus Arcadia arriva prima per tre settimane nei Paesi Bassi, seconda in Svizzera, sesta in Germania e settima in Austria nel 1973 e Goodbye My Love, Goodbye prima in Svizzera per 12 settimane ed in Germania, seconda in Austria e terza in Norvegia. Molto note furonoSomeday Somewhere che nel 1974 arriva seconda nei Paesi Bassi, Auf Wiederseh’n sesta nei Paesi Bassi nel 1974, Perdoname sesta nei Paesi Bassi nel 1975, Happy to Be on an Island in the Sun quinta nella UK Singles Chart nel 1975, When Forever Has Gone seconda nel Regno Unito nel 1976 ed anche una sua versione di Lost in Love degli Air Supply che arriva quarta nei Paesi Bassi nel 1980.

Fu tra i passeggeri del volo TWA 847 dirottato il 14 giugno del 1985. Percependo una svolta nella sua vita, Demis Roussos si imbarcò in un’operazione di rilancio della sua immagine con l’LP Time, che riscosse un discreto successo e con il singolo da discoteca Dance of Love. Nel 1988 il singolo Quand je t’aime arriva terzo in Francia e nel 1990 On écrit sur les murs quarto in Francia.

Gli anni novanta videro ulteriori sostanziali uscite: si accordò con la BR Music nei Paesi Bassi per produrre Immortal, Serenade e In Holland, utilizzando una gran varietà di strumenti etnici e stili elettronici.

Demis Roussos ha continuato a registrare e ad esibirsi dal vivo fino a poco prima della sua scomparsa. Nella primavera del 2002 fece un tour del Regno Unito. Nello stesso anno ha duettato con Ivana Spagna nel brano Tears of Love, inserito nell’album della cantante Woman.

Il 19 settembre 2008 è stato tra gli ospiti della trasmissione della RAI I migliori anni ed ha ringraziato il pubblico italiano perché proprio in Italia iniziò con successo la sua carriera come solista. Grande ritorno a I migliori anni nella serata del 31 ottobre ed in quella finale del 5 dicembre 2008; nelle edizioni successive è riapparso nelle puntate del 5 novembre e del 17 dicembre 2010: in quest’ultima ha riproposto il suo grande successo Forever and ever.

È morto in una clinica di Atene il 25 gennaio 2015 all’età di 68 anni. Il cantante era malato da tempo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Demis_Roussos

Artemios “Demis” Ventouris-Roussos (Greek: Αρτέμιος “Ντέμης” Βεντούρης-Ρούσσος, 15 June 1946 – 25 January 2015) was an Egyptian Greek singer and performer who had international hit records as a solo performer in the 1970s after having been a member of Aphrodite’s Child, a progressive rock group that also included Vangelis. Roussos sold over 60 million albums worldwide and became “an unlikely kaftan-wearing sex symbol”.

A Demis Roussos Museum is now planned in Nijkerk, the Netherlands.

After settling in Greece, Roussos participated in a series of musical groups beginning with The Idols when he was 17, where he met Evangelos Papathanassiou (later known as Vangelis) and Loukas Sideras, his future bandmates in Aphrodite’s Child.[9] After this he joined the Athens band, We Five, another cover band which had limited success in Greece.

Roussos came to a wider audience in 1967 when he joined progressive rock band Aphrodite’s Child, with Vangelis and Loukas Sideras, initially as a singer but later also playing bass guitar, achieving commercial success in France and other parts of Europe from 1968 to 1972. They set off for London to break into the international music scene but were turned back at Dover due to visa problems. They retreated to Pariswhere they decided to stay, signing a record deal there with Philips Records. Their first recording sessions were delayed by the general strike of May 1968 but later the same year the song “Rain and Tears” was issued across Europe. the song appeared on the album End of the World in October. Composed by Vangelis and the French lyricist Boris Bergman, the song featured Roussos’s unusual high tenor, The song was only a minor hit in Britain but was successful in many other countries.[10] Roussos’s operatic vocal style helped propel the band to international success, notably on their final album 666, based on passages from theBook of Revelation, which became a progressive rock cult classic.

After Aphrodite’s Child disbanded, Roussos continued to record sporadically with his former bandmate Vangelis. In 1970 the two released the film score album Sex Power (the album has also been credited to Aphrodite’s Child) and also recorded the 1977 album Magic together. Their most successful collaboration was “Race to the End” (also sung in Spanish as “Tu Libertad”), a vocal adaptation of the musical theme from the Oscar winning film Chariots of Fire, while Roussos also guested on the soundtrack to Blade Runner (1982), with a song entitled “Tales of the Future”

https://en.wikipedia.org/wiki/Demis_Roussos

Universo – Universe


Universo

Come stelle
luci e cadute
lacrime e sorrisi
anche per te

Come foglie
tremore e linfa
verde speranza
anche con te

Come gabbiani
piume e voli
forza e attesa
anche in te

Brilla
Germoglia
apri le ali
anche tu
perché
dell’Universo
sei specchio

18.08.2002 Poetyca

Universe

Like stars
lights and drops
tears and smiles
for you

As leaves
tremor and lymph
Green Hope
also with you

As seagulls
feathers and flight
strength and waiting
in you

Ligth
Sprouts
open wings
too
because
Universe
six mirror

18.08.2002 Poetyca

Senza Respiro – Without Breath


Senza Respiro

Senza sorrisi,
senza sapore,
senza saper salire
su arcobaleni.

Solitudine strisciante,
sorprende scoprirla dopo lungo stupore.

Sospirando ricordi,
rompere riflessi
restando desti,
scacciare coni d’ombra.

Afferrare lembi nuovi
di speranza salva e sospendere scoramenti.

Sorrisi serali
Svettano ancora
dopo sospiri avvinti
in nubi di fumo.

Lieve brezza
sospinge la grigia tempesta.

Ero senza respiro.

30.01.2002 Poetyca

Without Breath

Without smiles
tasteless,
without being able to climb
about rainbows.

Loneliness creeping
surprising to find after a long stupor.

Sighing memories
breaking reflections
stay awake,
cone of shadow cast.

Grab the new edges
hope of saving suspend and dejection.

Smiles evening
Still stands
After sighs captivated
in clouds of smoke.

Slight breeze
pushes the gray storm.

I was breathless.

30.01.2002 Poetyca

The Best of the Doors [Full Album]


I Doors sono stati un gruppo musicale statunitense, fondato nel 1965 da Jim Morrison (cantante), Ray Manzarek (tastierista), Robby Krieger (chitarrista) e John Densmore (batterista), e scioltosi definitivamente dopo otto anni di carriera effettiva nel 1973[2], due anni dopo la morte di Jim Morrison (avvenuta il 3 luglio del 1971).

Sono considerati uno dei gruppi più influenti e controversi nella storia della musica, alla quale hanno unito con successo elementi blues, psichedelia[2] e jazz[3][4]. Molti dei loro brani, come Light My Fire, The End, Hello, I Love You e Riders on the Storm, sono considerati dei classici e sono stati reinterpretati da numerosi artisti delle generazioni successive.

I Doors hanno venduto più di 100 milioni di dischi in tutto il mondo.[5][6] Tre album in studio della band, The Doors (1967), L.A. Woman (1971) e Strange Days (1967), sono presenti nella lista dei 500 migliori album, rispettivamente alle posizioni 42, 362 e 407. Nel 1993 i Doors furono inseriti nella Rock and Roll Hall of Fame.

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Doors

The Doors were an American rock band formed in 1965 in Los Angeles, with vocalist Jim Morrison, keyboardist Ray Manzarek, guitarist Robby Krieger and drummer John Densmore. The band took its name from the title of Aldous Huxley’s book The Doors of Perception,[2] which itself was a reference to a William Blake quote: “If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, infinite.”[3] They were among the most controversial, influential and unique rock acts of the 1960s, mostly because of Morrison’s lyrics and charismatic but unpredictable stage persona. After Morrison’s death on 3 July 1971, aged 27, the remaining members continued as a trio until disbanding in 1973.[4]

Signing with Elektra Records in 1966, the Doors released eight albums between 1967 and 1971. All but one hit the Top 10 of the Billboard 200 and went platinum or better. The 1967 release of The Doors was the first in a series of top ten albums in the United States, followed by Strange Days (1967), Waiting for the Sun (1968), The Soft Parade (1969), Morrison Hotel (1970), Absolutely Live (1970) and L.A. Woman (1971), with 20 Gold, 14 Platinum and 5 Multi-Platinum album awards in the United States alone.[5] The band had three million-selling singles in the U.S.—”Light My Fire”, “Hello, I Love You” and “Touch Me”. After Morrison’s death in 1971, the surviving trio released two albums Other Voices and Full Circle with Manzarek and Krieger sharing lead vocals. The three members also collaborated on the spoken-word recording of Morrison’s An American Prayer in 1978 and on the “Orange County Suite” for a 1997 boxed set. Manzarek, Krieger and Densmore reunited in 2000 for an episode of VH1’s “Storytellers” and subsequently recorded Stoned Immaculate: The Music of the Doors with a variety of vocalists.

Although the Doors’ active career ended in 1973, their popularity has persisted. According to the RIAA, they have sold 33 million certified units in the US[6] and over 100 million records worldwide,[7] making them one of the best-selling bands of all time.[8] The Doors have been listed as one of the greatest artists of all time by many magazines, including Rolling Stone, which ranked them 41st on its list of the 100 Greatest Artists of All Time.[9] The Doors were the first American band to accumulate eight consecutive gold and platinum LPs.[10]

In 2002 Manzarek and Krieger started playing together again, branding themselves as the Doors of the 21st Century, with Ian Astbury of the Cult on vocals. Densmore opted to sit out and, along with the Morrison estate, sued the duo over proper use of the band’s name and won. After a short time as Riders On the Storm, they settled on the name Manzarek-Krieger and continued to tour until Manzarek’s death in 2013 at the age of 74.

Three of the band’s studio albums, The Doors (1967), L.A. Woman (1971), and Strange Days (1967), were featured in Rolling Stone’s 500 Greatest Albums of All Time, at positions 42, 362 and 407 respectively.

The band, their work, and Morrison’s celebrity are considered important to the counterculture of the 1960s.[11][12][13][14][15]

The Doors were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame in 1993.

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Doors

Speranza – Hope


Speranza

«Anche se il timore avrà più argomenti,scegli la speranza.»

Seneca

« La speranza è il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora. »

Aforisma attribuito a Talete nelle massime dei Sette savi

« La speranza è la fiduciosa attesa di un bene che quanto più desiderato tanto più colora l’aspettativa di timore o paura per la sua mancata realizzazione. »

Cfr. Vocabolario della lingua italiana Treccani alla voce corrispondente

Se un albero che non riceve la luce piega il suo tronco in direzione del sole non possiamo sostenere che l’albero spera, perché la speranza in un uomo è legata ai sentimenti e alla coscienza che l’albero non ha. »

Erich Fromm, La rivoluzione della speranza. Per costruire una società più umana. Milano,Bompiani, 2002, p.19

🌸🌸🌸

Hope

“Though fear will have more arguments, choose hope.”

Seneca

“Hope is the only good that is common to all men, and even those who no longer possess it yet. »

Aphorism attributed to Talete in the Masses of the Seven Wisps

“Hope is the trusted expectation of a good that the more desired the more the expectation of fear or fear for its failure to accomplish. »

See the Vocabulary of the Italian language Treccani in the corresponding entry

If a tree that does not receive the light folds its trunk in the direction of the sun we can not support the tree hoping because hope in a man is related to the feelings and consciousness that the tree does not have. »

Erich Fromm, The Revolution of Hope. To build a more humane society. Milan, Bompiani, 2002, p.19

Senza risposte – Without answers


Senza risposte
E ora dimmi :
“ Chi mai potrebbe
afferrare una stella
rubandola dal cielo?”
“ Chi mai potrebbe
stringere tra le dita
il tempo?”
“Chi mai potrebbe
veder nascere
un pensiero?”
“Chi mai potrebbe
sondare della vita
ogni mistero?”
Né tu e né io ma tutto

è fascino pur senza risposte.
28.01.2002 Poetyca
Without answers
And now tell me:
“Who could
catch a star
stealing from the sky? “
“Who could
Squeeze
the time? “
“Who could
see the birth
a thought? “
“Who could
explore the life
each mystery? “
Neither you nor I fascination but everything is without answers.
28.01.2002 Poetyca

Vita – Life


Vita

Stringi
per sempre
questa vita
fatta di noia
che non finisce
m a i.
Sfuggi
tutti gli sguardi
come muri
non crollano
s a i.
Ora
metti in moto
sogni
cancellando
g u a i.
Pozzo
senza fondo
strano girotondo
mille le emozioni
catturate
q u i.
fascino
di un respiro
che regala vita
solo se tu
v u o i .
Grigio
ormai svanito
perché nulla
resta vuoto
p o i.
Vita
colorata
con tutto
il suo valore
cercando quello
che veramente
s e i
e sai donare.

29.04.2002 Poetyca

Life

Clasp
forever
this life
made out of boredom
that does not end
ever.
Escape
all eyes
such as walls
do not collapse
you know.
Now
put in motion
dreams
deleting
trouble.
Well
bottomless
strange circle
a thousand emotions
captured
here.
charm
a breath
that gives life
Only if you
want.
Grey
vanished
because nothing
is empty
onwards.
Life
colored
with all
its value
trying to
really
you’re
and you know to donate.
29.04.2002 Poetyca