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Eric Burdon – Spill The Wine (Live at Lugano, 2006)



Eric Victor Burdon (Newcastle upon Tyne, 11 maggio 1941) è un cantante inglese. È noto per essere stato il leader degli Animals e, in seguito, del gruppo funk War, per poi condurre una carriera solista. È stato inserito al 57º posto nella Lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stone
Nel 1963, Burdon si unì al gruppo Alan Price Rhythm and Blues Combo, fondato dal tastierista Alan Price, il quale cambiò il nome in The Animals, per via delle loro performance, selvagge per quei tempi. Il gruppo fu tra i rappresentanti della cosiddetta British invasion, assieme a Beatles, Who, Rolling Stones, The Dave Clark Five e Kinks. Gli Animals divennero noti soprattutto grazie al singolo The House of the Rising Sun e ad altri brani come I’m Crying, It’s My Life, Don’t Let Me Be Misunderstood e We’ve Gotta Get Out of This Place. La band si scioglie prematuramente nel 1966.

Poco dopo, Burdon assieme al batterista Barry Jenkins formò un nuovo progetto chiamato Eric Burdon & The Animals (da altri chiamato “Eric Burdon and The New Animals”) che rimase in attività fino al 1969, quando Eric si trasferì a San Francisco per formare i War (inizialmente denominati “Eric Burdon and War”), una formazione di estrazione multietnica dedita a una miscela tra funk, R&B, jazz e latin. La band esordì con Eric Burdon Declares “War”, che contiene singoli come Tobacco Road e Spill the Wine. Durante una tournée, il cantante ebbe un attacco di asma e gli altri membri dovettero gestire le restanti tappe senza di lui.

Burdon lasciò i War per collaborare con il cantante blues Jimmy Witherspoon, incidendo l’album Guilty! (1971) e intraprendendo una carriera solista con la creazione di una band autoreferenziale, la Eric Burdon Band, che pubblicò Sun Secrets (1974) e Stop (1975). Nel 1975 si riunì momentaneamente con gli Animals pubblicando un nuovo disco, Before We Were So Rudely Interrupted (1977).

Nel 1990 Burdon incise la canzone No Man’s Land insieme a Tony Carey e Anne Haigis.

Nel 1994 Eric e gli altri componenti degli Animals vennero ammessi alla Rock and Roll Hall of Fame. Accanto alla sua carriera musicale, Burdon ha partecipato saltuariamente ad alcune pellicole cinematografiche, ad esempio nel film The Doors, ove fa una breve apparizione nel ruolo di un manager.

https://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Burdon

Eric Victor Burdon (born 11 May 1941) is an English singer-songwriter best known as a member and vocalist of rock band the Animals and the funk band War[2] and for his aggressive stage performance. He was ranked 57th in Rolling Stone’s list The 100 Greatest Singers of All Time.
Burdon was lead singer of the Animals, formed during 1962 in Newcastle upon Tyne, England. The original band was the Alan Price Rhythm and Blues Combo, which formed in 1958 they became The Animals shortly after Burdon joined the band. The Animals combined electric blues with rock and in the USA were one of the leading bands of the British Invasion. Along with the Beatles, the Rolling Stones, the Dave Clark Five, and the Kinks, the group introduced British music and fashion. Burdon’s powerful voice can be heard on the Animals’ singles “The House of the Rising Sun”, “Sky Pilot”, “Monterey”, “I’m Crying”, “Boom Boom”, “Don’t Let Me Be Misunderstood”, “Bring It On Home to Me”, “Baby Let Me Take You Home”, “It’s My Life”, “We Gotta Get out of This Place”, “Don’t Bring Me Down”, and “See See Rider”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Burdon

Tom Petty greatest hits


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=TsH4CrwExCQ&list=PLupOSjd2mAJDGEqaZeac4zWVQtJyFQRQY]

Thomas Earl Petty è nato a Gainesville, in Florida, e non aveva nessuna aspirazione musicale finché Elvis Presley non visitò la sua città natale. Dopo aver fatto parte di alcune band come The Sundowners, The Epics, e Mudcrutch (di cui facevano parte i futuri membri degli Heartbreakers Mike Campbell e Benmont Tench) inizia la sua carriera discografica come Tom Petty & the Heartbreakers, quando la band irrompe nella scena musicale nel 1976 con l’album omonimo di debutto. La canzoneBreakdown, pubblicata come singolo, entra nella Top 40 nel 1977.

Il secondo album You’re Gonna Get It! uscito nel 1978 conferma le buone musicalità dell’album di debutto, ma i singoli tratti da questo album (Listen To Her Heart e I Need To Know non ripetono il successo di Breakdown. Petty stesso racconta che in quel periodo erano considerati troppo hard per gli amanti del mainstream e troppo soft per i punk.

Nel periodo successivo la sua casa discografica fallisce, scatenando l’apertura di una causa giudiziaria con la nuova per la proprietà dei diritti d’autore delle sue canzoni. Petty finanzierà le spese della causa con un nuovo tour chiamato appunto Lawsuite Tour. In questo stato precario nasce il suo album di maggior successo, Damn the Torpedoes, che raggiunge negli USA il triplo platino. L’album successivo, Hard Promises, ottiene un buon giudizio di critica, ma un minor successo di pubblico, risultando tuttavia un buon lavoro.

Sul suo quinto album Long After Dark (1982), il bassista Ron Blair è sostituito da Howie Epstein, che completa la line-up degli Heartbreakers. Petty in quel periodo ha problemi di stress dovuto al successo e si prende un periodo di pausa dalle scene.

Con il suo album del ritorno Southern Accents (1985) Tom Petty & The Heartbreakers ricominciano lì da dove avevano interrotto. Secondo il progetto iniziale il disco doveva essere doppio, avendo una parte più acustica dedicata alla riscoperta del sud degli Stati Uniti e una parte più sperimentale alla quale collabora Dave Stewart. Durante le registrazioni si verificano problemi e Petty a, causa della frustrazione, si frattura la mano sinistra, tirando un pugno contro il muro. Per questo incidente l’artista non potrà suonare la chitarra per circa otto mesi e questo farà tramontare del tutto l’idea dell’album doppio. Il singolo tratto dall’album èDon’t Come Around Here No More prodotto da Dave Stewart, il video della canzone vede Tom vestito come il Cappellaio Matto dal libro Alice nel Paese delle Meraviglie.

Il tour è un successo, e verrà documentato sull’album Pack Up The Plantation: Live! (1986). Le capacità live della band vengono ulteriormente confermate quando Bob Dylan invita Tom Petty & the Heartbreakers a unirsi a lui durante il True Confessions Tour attraverso USA, Australia, Giappone nel (1986) ed Europa nel (1987).

Durante il 1987, il gruppo incide anche l’album Let Me Up (I’ve Had Enough), un album in studio che presenta sonorità assimilabili a quelle di un album dal vivo, registrato utilizzando tecniche prese in prestito da Bob Dylan. L’album include Jammin’ Me, che Petty scrive con Dylan.

Prima di Full Moon Fever, Lynne e Petty lavorano insieme nella all-stars band Traveling Wilburys, nella quale sono presenti anche Bob Dylan, George Harrison e Roy Orbison.[1] I Traveling Wilburys nascono per gioco per registrare il lato B di un singolo di George Harrison, ma Handle with Care, la canzone che ne viene fuori, è considerata troppo valida per essere relegata sul lato B di un singolo e infatti ha un tale successo che i membri decidono di registrare un intero album. Traveling Wilburys Vol. 1 esce nel 1988 ma pochi mesi dopo la morte improvvisa di Roy Orbison fa calare un’ombra sul successo dell’album, visto anche che Del Shannon, con il quale il gruppo avrebbe intenzione di sostituirlo, si suicida. Nonostante ciò un secondo album, curiosamente chiamato Traveling Wilburys Vol. 3 segue nel 1990.

Nel 1989, Petty registra Full Moon Fever, solo nominalmente un progetto solista, infatti altri membri degli Heartbreakers e altri musicisti famosi partecipano alla produzione. Mike Campbell co-produce l’album con Petty e Jeff Lynne. Il disco raggiunge la Top Ten della rivista Billboard e vi rimane per più di 34 settimane, raggiungendo il triplo disco di platino, insieme ai singoli I Won’t Back Down, Free Fallin’ e Runnin’ Down A Dream.

Petty si riunisce con gli Heartbreakers per l’album successivo, Into the Great Wide Open nel 1991. È prodotto di nuovo da Jeff Lynne e include i singoli Learning to Fly e la title-track Into the Great Wide Open, che vede gli attori Johnny Depp, Gabrielle Anwar e Faye Dunaway nel video.

Nel 1994, Petty registra il suo secondo album solista, Wildflowers prodotto da Rick Rubin, che include i singoli You Don’t Know How It Feels, You Wreck Me, It’s Good to Be King, A Higher Place e Honey Bee. Petty considera questo uno dei suoi album più riusciti, parere condiviso anche dalla critica.

Due anni dopo 1996 realizza la colonna sonora del film Il senso dell’amore del regista Edward Burns. Nominato direttore artistico del progetto, non riusce però a trovare nessun altro musicista disposto a fornirgli brani validi e decide quindi di usare insieme alle canzoni nuove composte per l’occasione, anche brani non usati nel disco precedente.

Dovranno passare ancora tre anni, periodo travagliato del divorzio dalla prima moglie, prima che esca il successivo album in studio Echo, con cui Petty ottiene un buon successo soprattutto negli USA. Nonostante in questo periodo conosca Dana, quella che diventerà la sua seconda moglie, l’album ha testi molto tristi e sofferti.

Dopo che nel 2000 esce un’altra antologia in doppio CD, nel 2002 esce The Last DJ, in cui parte dei testi esprimono una critica all’industria discografica, che a suo parere schiaccia la vera arte per cercare solo l’utile economico. La critica musicale non è tenera e giudica l’album il peggiore in assoluto della sua carriera, giudizio senz’altro severo visto che il disco benché sia distante dai picchi della sua produzione, resta un disco ascoltabile con qualche pezzo discreto. L’artista stesso si stupirà di come tutte le critiche siano rivolte ai testi senza nessun accenno alla qualità delle canzoni.

Il 24 luglio 2006 è uscito Highway Companion, nuovo album solista dell’artista, realizzato nuovamente con Jeff Lynne e il fido Mike Campbell.[2] L’album prodotto come l’album solista Wildflower del 1994 da Rick Rubin, è il primo inciso per la American Recordings, etichetta del produttore stesso, che fa parte della Warner con la quale Tom Petty incide da più di dieci anni. Si tratta di un album certamente migliore da un punto di vista musicale rispetto al precedente anche se certi capolavori sembrano oramai irripetibili. 

Nella primavera del 2008 Tom Petty riunisce la sua prima band, i Mudcrutch, con cui non aveva mai inciso alcun disco e pubblica l’album Mudcrutch, che stilisticamente non si discosta troppo dalle sue recenti produzioni.

Nel giugno 2010 Petty pubblica, nuovamente con gli Heartbrakers, l’album Mojo, seguito nel luglio 2014 da Hypnotic Eye.

http://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Petty

 

Thomas EarlTomPetty (born October 20, 1950) is an American musician, singer, songwriter, multi-instrumentalist, and record producer. He is best known as the lead vocalist of Tom Petty and the Heartbreakers, but is also known as a member and co-founder of the late 1980s supergroup the Traveling Wilburys (under the pseudonymsof Charlie T. Wilbury, Jr. and Muddy Wilbury) and Mudcrutch.

He has recorded a number of hit singles with the Heartbreakers and as a solo artist, many of which remain heavily played on adult contemporary and classic rock radio. His music has been classified as rock and roll, heartland rock and even stoner rock. His music, and notably his hits, have become popular among younger generations as he continues to host sold-out shows.[1] Throughout his career, Petty has sold more than 80 million records worldwide, making him one of the best-selling music artists of all time.[2] In 2002, he was inducted into the Rock and Roll Hall of Fame.

http://en.wikipedia.org/wiki/Tom_Petty

Tindersticks


I Tindersticks sono un gruppo indie pop inglese.

Nati a Londra nel 1992 e formati dal cantante Stuart Staples, dal tastierista David Boulter e dal violinista Dickon Hinchliffe, (tutti facenti parte di un precedente gruppo di Nottingham, gli Asphalt Ribbons) con l’aggiunta dei londinesi Neil Fraser (chitarra), Mark Colwill (basso) e Al Macaulay (batteria).

Il gruppo debutta nello stesso anno con l’EP Unwired per l’etichetta indipendente This Way Up. L’anno seguente vede la luce il debutto sulla lunga distanza. Tindersticks viene accolto molto favorevolmente dalla critica per il suo amalgama di pop e di partiture orchestrali lontano dalle mode dell’epoca e per i richiami al songwriting di Leonard Cohen e Bryan Ferry. L’album è considerato tra i vertici del genere indie pop.

Nel 1995 viene pubblicato il secondo capitolo della loro discografia: Tindersticks II album che vede la presenza di Terry Edwards dei Gallon Drunk e di Carla Torgerson dei Walkabouts dove il gruppo non riesce ad essere originale come all’esordio.

Nel 1996 realizzano la colonna sonora del film francese Nénette et Boni di Claire Denis.

Nel 1997 il terzo album Curtains vira verso un pop meno sperimentale. Strada seguita anche dagli album successivi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Tindersticks
Tindersticks are an English indie rock band, formed in Nottingham in 1991. They released six albums before singer Stuart A. Staples took on a solo career. The band reunited briefly in 2006, but more permanently the following year. The band have recorded several film soundtracks.

https://en.wikipedia.org/wiki/Tindersticks

Spazio e semi – Space and seeds




🌸Spazio e semi🌸

Senza timore
è tempo
di seminare
nuova vita
tra silenziosi
passi nuovi

Pace interiore
avvolgente
abbraccio
conducono
dove non esiste
separazione

01.07.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Space and seeds

Without fear
it’s time
to sow
new life
among silent ones
new steps

Inner peace
enveloping
hug
lead
where it does not exist
separation

01.07.2021 Poetyca

Piccolo sogno – Little dream



Piccolo sogno
Universo da mantenere intatto
da non fare sporcare
– respiro nel silenzio –
a raccogliere forza
senza chinare il capo

Ali aperte alla vita
a sorridere di nulla
e a far scivolare lacrime
di quel passato
che ha inciso ferite

Siamo noi
piccolo sogno
incastonato in cuore
che non molla
e con forza
continua a volare

31.08.2006 Poetyca
Little dream
Universe to keep intact
do not mess
– Breathing in the silence –
to gather strength
free hit on the head

Wings open to life
nothing to smile
and tears to slide
of that past
who recorded injuries

We are
little dream
nestled in the heart
not spring
and forcefully
can continue to fly

31.08.2006 Poetyca

Valore – Value






🌸Valore🌸

È importante non smettere
di portare avanti progetti o sogni.
La vita ci accompagna
affinché nulla resti incompiuto.
Intenzioni,pensieri e parole
sono come boomerang:
Prima o poi tornano indietro da soli.
Tutto è come un ricamo
appoggiato su un tavolo,
non ha significato
se non si porta a termine,
allora ogni cosa si sistema
come il tassello di un puzzle.
È necessario fare scelte e dare senso,
soprattutto agli insoluti…non si sfugge
poiché la vita ci rimette le carte in mano
per giocare la nostra partita.

27.06.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Value

It is important not to quit
to carry out projects or dreams.
Life accompanies us
so that nothing remains unfinished.
Intentions, thoughts and words
I’m like boomerang:
Sooner or later they come back on their own.
Everything is like embroidery
leaning on a table,
It has no meaning
if it is not completed,
then everything settles down
like a piece of a puzzle.
You need to make choices and make sense,
especially the unpaid ones … there is no escape
since life loses the card in hand
to play our game.

27.06.2021 Poetyca

…E solo tu – ..And only you


…E solo tu

A te che ami i miei silenzi
vorrei offrire
nuove sorgenti
ricche di forza e sfumature

Per la dinamica incisa
in attimi estesi
su tavolozze
di vivo colore

Raccontarti
il fruscio di foglie
quando si smorza la ruggine
e restano scarlatti
anche i miei sogni

Attesa di Luce
che estenda la vita
per specchiarmi ancora
nel respiro del vento

Palpiti vivi
tra le carezze
dell’anima
che ritrova il suo senso

Anche ora
che mi perdo
tra sguardi e parole
nuovo sussurro
ti offro
…e solo tu
lo sai ascoltare

03.09.2006 Poetyca


And only you ..
.

To you who love my silence
I offer
new sources
full of strength and nuances

Engraved for the dynamics
moments in extended
on palettes
of bright color

Tell
the rustle of leaves
when the rust fades
scarlet and remain
even my dreams

Waiting for the Light
extending life
for mirrored yet
a breath of wind

Live beats
between strokes
soul
who finds his way

Even now
I lose
between gaze and words
new whisper
you offer
… And only you
you know listening

03.09.2006 Poetyca

Hüsker Dü


Gli Hüsker Dü sono stati una band hardcore punk/alternative rock statunitense, formatasi nel 1979, generalmente considerata dalla critica di grande importanza e influenza sulla storia del rock. Il nome (senza il segno diacritico) significa Ti Ricordi? in Danese/Norvegese, e proviene da un gioco da tavolo svedese.
Iniziarono la carriera come gruppo hardcore punk. La svolta avvenne nel 1984 con il disco Zen Arcade, un concept album su doppio LP (due fattori assolutamente insoliti per una formazione punk) caratterizzato da una forte sperimentazione e contaminazione musicale, che segnò il distacco dagli esordi; con New Day Rising, e ancor più con Flip Your Wig, la band si spostò verso uno stile più melodico e introspettivo, definito dalla critica “alternative rock” e per certi versi premonitore del grunge[. Nel 1986 furono messi sotto contratto dalla Warner Bros, aprendo la strada al fenomeno della crescente attenzione delle majors nei confronti delle band indipendenti. Dopo Candy Apple Grey del 1986 e Warehouse: Songs and Stories del 1987, la band si sciolse a causa delle tensioni tra i due leader, Bob Mould e Grant Hart.
Hüsker Dü /ˈhʊskər ˈduː/ was an American rock band formed in Saint Paul, Minnesota in 1979. The band’s continual members were guitarist/vocalist Bob Mould, bassist Greg Norton, and drummer/vocalist Grant Hart.
Hüsker Dü first gained notability as a hardcore punk band, later crossing over into alternative rock. Mould and Hart split the songwriting and singing duties.
Following an EP and three LPs on independent label SST Records, including the critically acclaimed Zen Arcade (1984), the band signed to Warner Bros. Records in 1986 to release their final two studio albums.
Mould released two solo albums before forming Sugar in the early 1990s, while Hart released a solo album on SST and later formed Nova Mob. Norton was initially less active musically after Hüsker Dü’s demise and focused on being a restaurateur instead. He returned to the recording industry in 2006.

Archetipo della notte – Archetype of the night


Archetipo della notte

Il cerchio è capacità di ritornare,
di non spezzare la ricerca, se poi al centro
si mettesse un punto è energia solare:
vita, forza e senso che ci possa alimentare.

Eppure è nella notte, con l’astro lunare
che avvertiamo vita vera, linguaggio archetipo
che emana oltre il silenzio la vibrazione femminile:
inconscio, sensibilità ad espansione oltre l’apparire.

11.11.2006 Poetyca

Archetype of the night

The circle is the ability to return,
not to break the search, then if the center
you put an item is solar energy:
life, strength and a sense that we can feed.

Yet it is the night, with the moon star
we feel that real life language archetype
beyond the silence emanating vibration female
unconscious sensitivity to expansion beyond the appearance.

11.11.2006 Poetyca

Senza limite – Without limits


Senza limite

Quel che è dentro
lo cogliamo fuori
e quel che è fuori
lo riconosciamo in noi

Senza limite
nella moltitudine di mondi
che pennellano sfumature
se soltanto ascolti

Senza fretta
o timore
in un solo attimo
unisci il cielo
al tuo cuore

Ritrova il sereno
nel stormir di foglie
che partecipi
fan dono
d’incanto e colore

Un attimo soltanto
per ritrovar vibrando
il suono armonico
in sintonia arcaica
al respiro che rinnova

Attimi in fuga
nel tempo senza tempo
all’espandere del sorriso
che estirpa ogni confine

..E sei tu
a raccogliere stelle
e farne faro nel tuo cammino
oscillando oltre il sentire

05.06.2006 Poetyca


Without limits

What is inside
we take it out
and what is outside
recognize it in us

Without limits
in the multitude of worlds
that gradient brush
if only listening

No hurry
or fear
in a moment
Combine sky
to your heart

Retrieve peaceful
the rustling of leaves
participating
fan gift
of charm color

A moment only
to find vibrating
harmonic sound
tune in archaic
renewing the breath

Moments on the run
the timeless time
the expansion of the smile
that eradicates all boundaries

And you are ..
to collect stars
make your way in the spotlight
hovering over feeling

05.06.2006 Poetyca

Leonard Cohen


[youtube https://youtu.be/IEVow6kr5nI?list=PL22135BF03C47D7CC]

Leonard Norman Cohen (Montréal, 21 settembre 1934) è un cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese. È uno dei cantautori più celebri, influenti e apprezzati della storia della musica.

Nelle sue opere esplora temi come la religione, l’isolamento e la sessualità, ripiegando spesso sull’individuo. Vincitore di numerosi premi e onorificenze, è inserito nellaRock and Roll Hall of Fame, nella Canadian Songwriters Hall of Fame e nella Canadian Music Hall of Fame. È inoltre insignito del titolo di Compagno dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa dal Canada. Nel 2011, ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Cohen

Leonard Norman Cohen, CC GOQ (born 21 September 1934) is a Canadian singer, songwriter, musician, painter, poet, and novelist. His work has explored religion, politics, isolation, sexuality, and personal relationships. Cohen has been inducted into both the Canadian Music Hall of Fame and the Canadian Songwriters Hall of Fame as well as the American Rock and Roll Hall of Fame. He is also a Companion of the Order of Canada, the nation’s highest civilian honor. In 2011, Cohen received aPrincess of Asturias Awards for literature.

The critic Bruce Eder assessed Cohen’s overall career in popular music by asserting that “[he is] one of the most fascinating and enigmatic … singer/songwriters of the late ’60s … [and] has retained an audience across four decades of music-making…. Second only to Bob Dylan (and perhaps Paul Simon) [in terms of influence], he commands the attention of critics and younger musicians more firmly than any other musical figure from the 1960s who is still working at the outset of the 21st century.”

One of his notable novels, Beautiful Losers (1966) received attention from the Canadian press and was considered controversial because of a number of sexually graphic passages.[4] The Academy of American Poets has commented more broadly on Cohen’s overall career in the arts, including his work as a poet, novelist, and songwriter, stating that “Cohen’s successful blending of poetry, fiction, and music is made most clear in Stranger Music: Selected Poems and Songs, published in 1993, which gathered more than 200 of Cohen’s poems … several novel excerpts, and almost 60 song lyrics… While it may seem to some that Leonard Cohen departed from the literary in pursuit of the musical, his fans continue to embrace him as a Renaissance man who straddles the elusive artistic borderlines.”

Cohen’s first album was Songs of Leonard Cohen (1967) followed by Songs from a Room (1969) (featuring the often-recorded “Bird on the Wire”) and Songs of Love and Hate (1971). His 1977 record Death of a Ladies’ Man was co-written and produced by Phil Spector, which was a move away from Cohen’s previous minimalist sound. In 1979 Cohen returned with the more traditional Recent Songs, which blended his acoustic style with jazz and Oriental and Mediterranean influences. “Hallelujah” was first released on Cohen’s studio album Various Positions in 1984. I’m Your Man in 1988 marked Cohen’s turn to synthesized productions and remains his most popular album. In 1992 Cohen released its follow-up, The Future, which had dark lyrics and references to political and social unrest. Cohen returned to music in 2001 with the release ofTen New Songs, which was a major hit in Canada and Europe. In 2006 Cohen produced and co-wrote Blue Alert, a collaboration with jazz chanteuse Anjani Thomas. After the success of his 2008–13 world tours, Cohen released the highest charting album in his entire career, Old Ideas, to positive reviews. On 22 September 2014, one day after his 80th birthday, Cohen released his 13th studio album, Popular Problems, again to positive reviews.

https://en.wikipedia.org/wiki/Leonard_Cohen

Essere calmi – Be calm – Bede Griffiths


Essere calmi

La calma interiore è necessaria se vogliamo avere il perfetto controllo delle nostre facoltà e se vogliamo udire la voce dello Spirito che ci parla.

Non può esserci calma senza disciplina, e la disciplina del silenzio esteriore ci può aiutare a trovare la tranquillità interiore che è il cuore dell’autentica esperienza religiosa. Nella meditazione noi facciamo dei passi per ottenere questa calma. Rendiamo quieto il nostro corpo e le nostre emozioni, quindi gradualmente permettiamo alla mente di fissarsi su un sol punto.

La calma interiore di un individuo può influire oltre misura sulla società.

Bede Griffiths – Testi mistici per la contemplazione di Dio, Borla, 2006

Be calm

The inner calm is necessary if we want to have total control of our faculties, and if we want to hear the voice of the Spirit who speaks to us.

There can be no peace without discipline, and discipline of external silence can help us find the inner peace that is the heart of authentic religious experience. In meditation we make steps to achieve this calmness. Let us calm our bodies and our emotions, then gradually allow the mind to fixate on one point.

The inner calm of an individual can affect society beyond measure.

Bede Griffiths – Lyrics for the mystical contemplation of God, Borla, 2006

L’energia del cuore – The energy of the heart


L’energia del cuore

Quando un armadio è tanto pieno da traboccare, nulla può impedire che il contenuto si riversi fuori se si aprono le ante.
Quando le chiuse sono aperte, l’acqua scorre con impeto e forza terribili, trascinando ogni cosa con sé.
Lo stesso accade con l’energia spirituale che è in te: una volta che è stata riconosciuta e liberata, niente può fermare la corrente.
Essa si riversa, spazzando via tutti gli elementi negativi e disarmonici, portando con sé pace, amore, armonia e comprensione.
E’ l’amore che trionferà sul mondo; è l’amore che riunirà tutta l’umanità. Perciò, prima sprigionerai questa straordinaria forza d’amore che è in te e la lascerai scorrere liberamente, prima contemplerai la pace e l’armonia del mondo e l’unità di tutta l’umanità.
Quando nel tuo cuore c’è amore ottieni il meglio da ognuno, poiché l’amore vede solo il meglio e l’attira a sé. Non aver paura:
apriti, non trattenere nulla, e lascia che tutto scorra liberamente.

(Eileen Caddy – Le porte interiori)

Eileen Caddy – (1917 2006)
Fondatrice della comunità di Findhorn,la nota comunità spirituale nel nord della Scozia.
Affermandosi come una delle autrici New Age più quotate,
ha pubblicato numerosi libri di successo con messaggi ispiranti
provenienti dalla fonte a lei nota come la piccola, quieta voce interiore,la cui fonte è una scintilla della divinità che risiede in ogni cosa e in ognuno di noi.

The energy of the heart

When a closet is so full to overflowing, nothing can prevent the contents pour out of you if you open the doors.
When the locks are open, water flows with terrible strength and momentum, dragging everything with it.
The same happens with the spiritual energy that is in you: once it has been recognized and released, nothing can stop the current.
It is pouring, sweeping away all negative and disharmonious elements, bringing peace, love, harmony and understanding.
And ‘the love that will triumph over the world, it is love that will bring together all mankind. Therefore, the first source of this extraordinary power of love in you and leave freely, first contemplate peace and harmony in the world and the unity of all humanity.
When there is love in your heart get the best from everyone, because love sees only the best and attracts him. Do not be afraid:
open your heart, do not hold anything, and let everything flow freely.

(Eileen Caddy – The interior doors)

Eileen Caddy – (1917 2006)
Founder of the community of Findhorn, the famous spiritual community in northern Scotland.
Establishing itself as one of the authors listed as New Age,
has published several successful books with inspiring messages
from a source known to her as the small, quiet inner voice, whose source is a spark of divinity that resides in everything and everyone.


Anapanasati Sutta: Discorso sulla consapevolezza del respiro – napanasati Sutta: Mindfulness of Breathing



ANAPANASATI SUTTA Discorso sulla consapevolezza del respiro

La presenza mentale del respiro, monaci, coltivata e regolarmente praticata, è di gran frutto e di gran beneficio. La presenza mentale del respiro, coltivata e regolarmente praticata, porta a compimento i quattro fondamenti della presenza mentale; i quattro fondamenti della presenza mentale, coltivati e regolarmente praticati, portano a compimento i sette fattori di illuminazione; i sette fattori di illuminazione, coltivati e regolarmente praticati, portano a compimento la saggezza e la liberazione.
E in che modo coltivata e regolarmente praticata, la presenza mentale del respiro è di gran frutto e beneficio?
Quanto a questo, monaci, un monaco, recatosi nella foresta, ai piedi di un albero o in un luogo deserto, siede con le gambe incrociate, mantiene il corpo eretto e l’attenzione vigile. Consapevole inspira, e consapevole espira.

I. Prima tetrade (Contemplazione del corpo)

1. Inspirando un lungo respiro, egli sa, “Io inspiro un lungo respiro”; espirando un lungo respiro, egli sa, “Io espiro un lungo respiro”.
2. Inspirando un breve respiro, egli sa, “Io inspiro un breve respiro”; espirando un breve respiro, egli sa, “Io espiro un breve respiro”.
3. “Sperimentando l’intera estensione (del respiro) io inspirerò”, così egli si esercita; “Sperimentando l’intera estensione (del respiro) io espirerò”, così egli si esercita.
4. “Calmando la funzione corporea (della respirazione) io inspirerò”, così egli si esercita; “Calmando la funzione corporea (della respirazione) io espirerò”, così egli si esercita.

II. Seconda tetrade (Contemplazione delle sensazioni)

5. “Sperimentando l’estasi io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
6. “Sperimentando la felicità io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
7. “Sperimentando le funzioni mentali io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
8. “Calmando le funzioni mentali io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.

III. Terza tetrade (Contemplazione della mente)

9. “Sperimentando la mente io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
10. “Rallegrando la mente io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
11. “Concentrando la mente io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
12. “Liberando la mente io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.

IV. Quarta tetrade (Contemplazione degli oggetti mentali)

13. “Contemplando l’impermanenza io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
14. “Contemplando il distacco io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
15. “Contemplando la cessazione io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.
16. “Contemplando la rinuncia io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita.

In tal modo, monaci, coltivata e regolarmente praticata, la presenza mentale del respiro porta gran frutto e grande beneficio.

Perfezionare i fondamenti della presenza mentale

E coltivata in che modo, regolarmente praticata in che modo, la presenza mentale del respiro porta a perfezione i quattro fondamenti della presenza mentale?
I. Ogni volta che un monaco, mentalmente presente, inspira ed espira un lungo respiro o un breve respiro; o quando si esercita a inspirare ed espirare mentre sperimenta la funzione corporea (della respirazione); o ancora, mentre calma questa funzione, in quel momento, monaci, egli dimora praticando la contemplazione del corpo sul corpo, ardente, chiaramente comprendendo e mentalmente presente, avendo vinto il desiderio e l’angoscia nei riguardi del mondo. Poiché appunto, monaci, inspirare ed espirare rientra fra i processi corporei.
II. Ogni volta che il monaco si esercita a inspirare ed espirare mentre sperimenta l’estasi, o mentre sperimenta la felicità, o mentre sperimenta le funzioni mentali, o mentre calma le funzioni mentali, in quel momento, monaci, egli dimora praticando la contemplazione della sensazione sulle sensazioni, ardente, chiaramente comprendendo e mentalmente presente, avendo vinto il desiderio e l’angoscia nei riguardi del mondo. Poiché appunto la piena attenzione all’inspirare e all’espirare rientra fra le sensazioni.
III. Ogni volta che un monaco si esercita a inspirare ed espirare mentre sperimenta la mente, o mentre rallegra la mente, o mentre concentra la mente, o mentre libera la mente, in quel momento egli dimora praticando la contemplazione della mente sulla mente, ardente, chiaramente comprendendo e mentalmente presente, avendo vinto il desiderio e l’angoscia nei riguardi del mondo. Poiché appunto, chi difetta di presenza mentale e di chiara comprensione, non può sviluppare la presenza mentale del respiro.
IV. Ogni volta che un monaco si esercita a inspirare ed espirare contemplando l’impermanenza, il distacco, la cessazione o la rinuncia, in quel momento egli dimora praticando la contemplazione degli oggetti mentali sugli oggetti mentali, ardente, chiaramente comprendendo e mentalmente presente, avendo vinto il desiderio e l’angoscia nei riguardi del mondo. Avendo saggiamente lasciato cadere desiderio e angoscia, osserva con perfetta equanimità.
La presenza mentale del respiro, monaci, coltivata e regolarmente praticata in questo modo, porta a perfezione i quattro fondamenti della presenza mentale.
E in che modo i quattro fondamenti della presenza mentale, coltivati e regolarmente praticati, portano a perfezione i sette fattori di illuminazione?
Ogni volta che un monaco dimora nella contemplazione del corpo, delle sensazioni, della mente e degli oggetti mentali, ardente, chiaramente comprendendo e mentalmente presente, si stabilisce in lui una presenza mentale inoffuscata, in quel momento si instaura in lui il fattore di illuminazione ‘presenza mentale’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘presenza mentale’; in quel momento raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘presenza mentale’.
Permanendo in un tale stato di presenza mentale, egli accortamente indaga, esplora ed esamina in dettaglio il rispettivo oggetto; così facendo, si instaura nel monaco il fattore di illuminazione ‘investigazione della realtà’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘investigazione della realtà’; in quel momento raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘investigazione della realtà’.
Mentre egli accoratamente indaga, esplora ed esamina in dettaglio quell’oggetto, si instaura un’instancabile energia. E quando si instaura un’instancabile energia, in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘energia’; in quel momento egli raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘energia’.
In chi è dotato di energia si produce un’estasi spirituale. E quando in un monaco dotato di energia si produce un’estasi spirituale, in quel momento si instaura in lui il fattore di illuminazione ‘estasi’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘estasi’; in quel momento egli raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘estasi’.
Il corpo e la mente di chi è rapito dall’estasi si acquietano. E quando il corpo e la mente di chi è rapito dall’estasi si acquietano, in quel momento si instaura in lui il fattore di illuminazione ‘quiete’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘quiete’.
La mente di qualcuno che gode di quiete gioiosa diventa concentrata. E quando la mente di un monaco che gode di quiete gioiosa diventa concentrata, in quel momento si instaura in lui il fattore di illuminazione ‘concentrazione’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘concentrazione’; in quel momento egli raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘concentrazione’.
Alla mente così concentrata egli guarda con perfetta equanimità. E mentre guarda alla sua mente con perfetta equanimità, in quel momento si instaura in lui il fattore di illuminazione ‘equanimità’; in quel momento il monaco sviluppa il fattore di illuminazione ‘equanimità’, in quel momento egli raggiunge la perfezione nello sviluppo del fattore di illuminazione ‘equanimità’.
I quattro fondamenti della presenza mentale, coltivati e regolarmente praticati in questo modo, portano a perfezione i sette fattori di illuminazione.
E in che modo i sette fattori di illuminazione, coltivati e regolarmente praticati, portano a perfezione la saggezza e la liberazione?
Quanto a questo, monaci, un monaco sviluppa i fattori di illuminazione presenza mentale, investigazione della realtà, energia, estasi, quiete, concentrazione ed equanimità, fondati sulla serenità, fondati sul distacco, fondati sulla cessazione, culminanti nella rinuncia.
I sette fattori di illuminazione, coltivati e regolarmente praticati in questo modo, portano a perfezione la saggezza e la liberazione.
Così parlò il Sublime. Lieti in cuore, i monaci gioirono delle parole del Beato.

http://www.lameditazionecomevia.it/anapanasatisutta.htm

MN 118 PTS: M iii 78
Anapanasati Sutta: Mindfulness of Breathing

translated from the Pali by
Thanissaro Bhikkhu
© 2006–2011
I have heard that on one occasion the Blessed One was staying at Savatthi in the Eastern Monastery, the palace of Migara’s mother, together with many well-known elder disciples — with Ven. Sariputta, Ven. Maha Moggallana, Ven. Maha Kassapa, Ven. Maha Kaccana, Ven. Maha Kotthita, Ven. Maha Kappina, Ven. Maha Cunda, Ven. Revata, Ven. Ananda, and other well-known elder disciples. On that occasion the elder monks were teaching & instructing. Some elder monks were teaching & instructing ten monks, some were teaching & instructing twenty monks, some were teaching & instructing thirty monks, some were teaching & instructing forty monks. The new monks, being taught & instructed by the elder monks, were discerning grand, successive distinctions.

Now on that occasion — the Uposatha day of the fifteenth, the full-moon night of the Pavarana ceremony — the Blessed One was seated in the open air surrounded by the community of monks. Surveying the silent community of monks, he addressed them:

“Monks, I am content with this practice. I am content at heart with this practice. So arouse even more intense persistence for the attaining of the as-yet-unattained, the reaching of the as-yet-unreached, the realization of the as-yet-unrealized. I will remain right here at Savatthi [for another month] through the ‘White Water-lily’ Month, the fourth month of the rains.”

The monks in the countryside heard, “The Blessed One, they say, will remain right there at Savatthi through the White Water-lily Month, the fourth month of the rains.” So they left for Savatthi to see the Blessed One.

Then the elder monks taught & instructed the new monks even more intensely. Some elder monks were teaching & instructing ten monks, some were teaching & instructing twenty monks, some were teaching & instructing thirty monks, some were teaching & instructing forty monks. The new monks, being taught & instructed by the elder monks, were discerning grand, successive distinctions.

Now on that occasion — the Uposatha day of the fifteenth, the full-moon night of the White Water-lily Month, the fourth month of the rains — the Blessed One was seated in the open air surrounded by the community of monks. Surveying the silent community of monks, he addressed them:

“Monks, this assembly is free from idle chatter, devoid of idle chatter, and is established on pure heartwood: such is this community of monks, such is this assembly. The sort of assembly that is worthy of gifts, worthy of hospitality, worthy of offerings, worthy of respect, an incomparable field of merit for the world: such is this community of monks, such is this assembly. The sort of assembly to which a small gift, when given, becomes great, and a great gift greater: such is this community of monks, such is this assembly. The sort of assembly that it is rare to see in the world: such is this community of monks, such is this assembly — the sort of assembly that it would be worth traveling for leagues, taking along provisions, in order to see.

“In this community of monks there are monks who are arahants, whose mental effluents are ended, who have reached fulfillment, done the task, laid down the burden, attained the true goal, laid to waste the fetter of becoming, and who are released through right gnosis: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who, with the wasting away of the five lower fetters, are due to be reborn [in the Pure Abodes], there to be totally unbound, destined never again to return from that world: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who, with the wasting away of [the first] three fetters, and with the attenuation of passion, aversion, & delusion, are once-returners, who — on returning only once more to this world — will make an ending to stress: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who, with the wasting away of [the first] three fetters, are stream-winners, steadfast, never again destined for states of woe, headed for self-awakening: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who remain devoted to the development of the four frames of reference… the four right exertions… the four bases of power… the five faculties… the five strengths… the seven factors for awakening… the noble eightfold path: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who remain devoted to the development of good will… compassion… appreciation… equanimity… [the perception of the] foulness [of the body]… the perception of inconstancy: such are the monks in this community of monks.

“In this community of monks there are monks who remain devoted to mindfulness of in-&-out breathing.

“Mindfulness of in-&-out breathing, when developed & pursued, is of great fruit, of great benefit. Mindfulness of in-&-out breathing, when developed & pursued, brings the four frames of reference to their culmination. The four frames of reference, when developed & pursued, bring the seven factors for awakening to their culmination. The seven factors for awakening, when developed & pursued, bring clear knowing & release to their culmination.

Mindfulness of In-&-Out Breathing
“Now how is mindfulness of in-&-out breathing developed & pursued so as to be of great fruit, of great benefit?

“There is the case where a monk, having gone to the wilderness, to the shade of a tree, or to an empty building, sits down folding his legs crosswise, holding his body erect, and setting mindfulness to the fore.[1] Always mindful, he breathes in; mindful he breathes out.

“[1] Breathing in long, he discerns, ‘I am breathing in long’; or breathing out long, he discerns, ‘I am breathing out long.’ [2] Or breathing in short, he discerns, ‘I am breathing in short’; or breathing out short, he discerns, ‘I am breathing out short.’ [3] He trains himself, ‘I will breathe in sensitive to the entire body.'[2] He trains himself, ‘I will breathe out sensitive to the entire body.’ [4] He trains himself, ‘I will breathe in calming bodily fabrication.'[3] He trains himself, ‘I will breathe out calming bodily fabrication.’

“[5] He trains himself, ‘I will breathe in sensitive to rapture.’ He trains himself, ‘I will breathe out sensitive to rapture.’ [6] He trains himself, ‘I will breathe in sensitive to pleasure.’ He trains himself, ‘I will breathe out sensitive to pleasure.’ [7] He trains himself, ‘I will breathe in sensitive to mental fabrication.'[4] He trains himself, ‘I will breathe out sensitive to mental fabrication.’ [8] He trains himself, ‘I will breathe in calming mental fabrication.’ He trains himself, ‘I will breathe out calming mental fabrication.’

“[9] He trains himself, ‘I will breathe in sensitive to the mind.’ He trains himself, ‘I will breathe out sensitive to the mind.’ [10] He trains himself, ‘I will breathe in satisfying the mind.’ He trains himself, ‘I will breathe out satisfying the mind.’ [11] He trains himself, ‘I will breathe in steadying the mind.’ He trains himself, ‘I will breathe out steadying the mind.’ [12] He trains himself, ‘I will breathe in releasing the mind.’ He trains himself, ‘I will breathe out releasing the mind.'[5]

“[13] He trains himself, ‘I will breathe in focusing on inconstancy.’ He trains himself, ‘I will breathe out focusing on inconstancy.’ [14] He trains himself, ‘I will breathe in focusing on dispassion [literally, fading].’ He trains himself, ‘I will breathe out focusing on dispassion.’ [15] He trains himself, ‘I will breathe in focusing on cessation.’ He trains himself, ‘I will breathe out focusing on cessation.’ [16] He trains himself, ‘I will breathe in focusing on relinquishment.’ He trains himself, ‘I will breathe out focusing on relinquishment.’

“This is how mindfulness of in-&-out breathing is developed & pursued so as to be of great fruit, of great benefit.

The Four Frames of Reference
“And how is mindfulness of in-&-out breathing developed & pursued so as to bring the four frames of reference to their culmination?

“[1] On whatever occasion a monk breathing in long discerns, ‘I am breathing in long’; or breathing out long, discerns, ‘I am breathing out long’; or breathing in short, discerns, ‘I am breathing in short’; or breathing out short, discerns, ‘I am breathing out short’; trains himself, ‘I will breathe in…&… out sensitive to the entire body’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out calming bodily fabrication’: On that occasion the monk remains focused on the body in & of itself — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world. I tell you, monks, that this — the in-&-out breath — is classed as a body among bodies, which is why the monk on that occasion remains focused on the body in & of itself — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world.

“[2] On whatever occasion a monk trains himself, ‘I will breathe in…&…out sensitive to rapture’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out sensitive to pleasure’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out sensitive to mental fabrication’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out calming mental fabrication’: On that occasion the monk remains focused on feelings in & of themselves — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world. I tell you, monks, that this — careful attention to in-&-out breaths — is classed as a feeling among feelings,[6] which is why the monk on that occasion remains focused on feelings in & of themselves — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world.

“[3] On whatever occasion a monk trains himself, ‘I will breathe in…&…out sensitive to the mind’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out satisfying the mind’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out steadying the mind’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out releasing the mind’: On that occasion the monk remains focused on the mind in & of itself — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world. I don’t say that there is mindfulness of in-&-out breathing in one of lapsed mindfulness and no alertness, which is why the monk on that occasion remains focused on the mind in & of itself — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world.

“[4] On whatever occasion a monk trains himself, ‘I will breathe in…&…out focusing on inconstancy’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out focusing on dispassion’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out focusing on cessation’; trains himself, ‘I will breathe in…&…out focusing on relinquishment’: On that occasion the monk remains focused on mental qualities in & of themselves — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world. He who sees with discernment the abandoning of greed & distress is one who watches carefully with equanimity, which is why the monk on that occasion remains focused on mental qualities in & of themselves — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world.

“This is how mindfulness of in-&-out breathing is developed & pursued so as to bring the four frames of reference to their culmination.

The Seven Factors for Awakening
“And how are the four frames of reference developed & pursued so as to bring the seven factors for awakening to their culmination?

“[1] On whatever occasion the monk remains focused on the body in & of itself — ardent, alert, & mindful — putting aside greed & distress with reference to the world, on that occasion his mindfulness is steady & without lapse. When his mindfulness is steady & without lapse, then mindfulness as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[2] Remaining mindful in this way, he examines, analyzes, & comes to a comprehension of that quality with discernment. When he remains mindful in this way, examining, analyzing, & coming to a comprehension of that quality with discernment, then analysis of qualities as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[3] In one who examines, analyzes, & comes to a comprehension of that quality with discernment, persistence is aroused unflaggingly. When persistence is aroused unflaggingly in one who examines, analyzes, & comes to a comprehension of that quality with discernment, then persistence as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[4] In one whose persistence is aroused, a rapture not-of-the-flesh arises. When a rapture not-of-the-flesh arises in one whose persistence is aroused, then rapture as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[5] For one enraptured at heart, the body grows calm and the mind grows calm. When the body & mind of a monk enraptured at heart grow calm, then serenity as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[6] For one who is at ease — his body calmed — the mind becomes concentrated. When the mind of one who is at ease — his body calmed — becomes concentrated, then concentration as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

“[7] He carefully watches the mind thus concentrated with equanimity. When he carefully watches the mind thus concentrated with equanimity, equanimity as a factor for awakening becomes aroused. He develops it, and for him it goes to the culmination of its development.

(Similarly with the other three frames of reference: feelings, mind, & mental qualities.)

“This is how the four frames of reference are developed & pursued so as to bring the seven factors for awakening to their culmination.

Clear Knowing & Release
“And how are the seven factors for awakening developed & pursued so as to bring clear knowing & release to their culmination? There is the case where a monk develops mindfulness as a factor for awakening dependent on seclusion, dependent on dispassion, dependent on cessation, resulting in relinquishment. He develops analysis of qualities as a factor for awakening… persistence as a factor for awakening… rapture as a factor for awakening… serenity as a factor for awakening… concentration as a factor for awakening… equanimity as a factor for awakening dependent on seclusion, dependent on dispassion, dependent on cessation, resulting in relinquishment.

“This is how the seven factors for awakening are developed & pursued so as to bring clear knowing & release to their culmination.”

That is what the Blessed One said. Gratified, the monks delighted in the Blessed One’s words.

Notes

1.
To the fore (parimukham): The Abhidhamma takes an etymological approach to this term, defining it as around (pari-) the mouth (mukham). In the Vinaya, however, it is used in a context (Cv.V.27.4) where it undoubtedly means the front of the chest. There is also the possibility that the term could be used idiomatically as “to the front,” which is how I have translated it here.
2.
The commentaries insist that “body” here means the breath, but this is unlikely in this context, for the next step — without further explanation — refers to the breath as “bodily fabrication.” If the Buddha were using two different terms to refer to the breath in such close proximity, he would have been careful to signal that he was redefining his terms (as he does below, when explaining that the first four steps in breath meditation correspond to the practice of focusing on the body in and of itself as a frame of reference). The step of breathing in and out sensitive to the entire body relates to the many similes in the suttas depicting jhana as a state of whole-body awareness (see MN 119).
3.
“In-&-out breaths are bodily; these are things tied up with the body. That’s why in-&-out breaths are bodily fabrications.” — MN 44.
4.
“Perceptions & feelings are mental; these are things tied up with the mind. That’s why perceptions & feelings are mental fabrications.” — MN 44.
5.
AN 9.34 shows how the mind, step by step, is temporarily released from burdensome mental states of greater and greater refinement as it advances through the stages of jhana.
6.
As this shows, a meditator focusing on feelings in themselves as a frame of reference should not abandon the breath as the basis for his/her concentration.
See also: SN 54.8.

Provenance: ©2006 Thanissaro Bhikkhu. Transcribed from a file provided by the translator. This Access to Insight edition is ©2006–2011.
Terms of use: You may copy, reformat, reprint, republish, and redistribute this work in any medium whatsoever, provided that: (1) you only make such copies, etc. available free of charge; (2) you clearly indicate that any derivatives of this work (including translations) are derived from this source document; and (3) you include the full text of this license in any copies or derivatives of this work. Otherwise, all rights reserved. For additional information about this license, see the FAQ.
How to cite this document (one suggested style): “Anapanasati Sutta: Mindfulness of Breathing” (MN 118), translated from the Pali by Thanissaro Bhikkhu. Access to Insight, 25 September 2010,

http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.118.than.html  . Retrieved on 25 August 2011.

Il decalogo della quotidianità di Papa Giovanni XXIII – The Daily Decalogue of Pope John XXIII


Il decalogo della quotidianità di Papa Giovanni XXIII“:

1) Solo per oggi, cercherò di vivere alla giornata (in senso positivo), senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.

2) Solo per oggi, avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.

3) Solo per oggi, sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

4) Solo per oggi, mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.

5) Solo per oggi, dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche lettura buona, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell’anima.

6) Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

7) Solo per oggi, farò almeno una cosa che non avrei gusto di fare, e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.

8) Solo per oggi, mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.

9) Solo per oggi, crederò fermamente, nonostante le apparenze, che la buona provvidenza di Dio si occupa di me come di nessun altro esistente al mondo.

10) Solo per oggi, non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà. Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

In conclusione: un proposito totalitario: “Voglio essere buono, oggi, sempre, con tutti”.

Così potremmo realizzare l’auspicio che Papa Giovanni formula per ogni cristiano: “Ogni credente, in questo mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più, nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio”.

Cardinal Tarcisio Bertone
11 Ottobre 2006, Memoria liturgica del Beato Papa Giovanni XXIII

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The Daily Decalogue of Pope John XXIII

Only for today, I will seek to live the livelong day positively without wishing to solve the problems of my life all at once.

Only for today, I will take the greatest care of my appearance: I will dress modestly; I will not raise my voice; I will be courteous in my behavior; I will not criticize anyone; I will not claim to improve or to discipline anyone except myself.

Only for today, I will be happy in the certainty that I was created to be happy, not only in the other world but also in this one.

Only for today, I will adapt to circumstances, without requiring all circumstances to be adapted to my own wishes.

Only for today, I will devote ten minutes of my time to some good reading, remembering that just as food is necessary to the life of the body, so good reading is necessary to the life of the soul.

Only for today, I will do one good deed and not tell anyone about it.

Only for today, I will do at least one thing I do not like doing; and if my feelings are hurt, I will make sure that no one notices.

Only for today, I will make a plan for myself: I may not follow it to the letter, but I will make it. And I will be on guard against two evils: hastiness and indecision.

Only for today, I will firmly believe, despite appearances, that the good providence of God cares for me as no one else who exists in this world.

Only for today, I will have no fears. In particular, I will not be afraid to enjoy what is beautiful and to believe in goodness. Indeed, for twelve hours I can certainly do what might cause me consternation were I to believe I had to do it all my life.

To conclude: here is an all-embracing resolution: “I want to be kind, today and always, to everyone.”

In this way, we can put Pope John’s hope for every Christian into practice: “Every believer in this world must be a spark of light, a core of love, life-giving leaven in the mass: and the more he is so, the more he will live, in his innermost depths, in communion with God.”

Cardinal Tarcisio Bertone
Oct. 11, Memorial Mass of Blessed John XXIII

Sussurro – Whisper


Sussurro

Ed una mano
nel silenzio sfiora la tua;
accende la speranza
e raccoglie le stelle della notte
per essere più forti
sul sentiero della vita.

Scaccia via le ombre
e in un sorriso,
che sospinge nuova forza,
racconterà ancora storie
di vita e d’amicizia;
perché ogni attimo
ha il valore d’infinito
in attesa del futuro.

Ricama fantasie
oltre ogni sospiro,
che ininterrotte
suonano la musica
che armonizza il cuore;
ed è sussurro che abbraccia
anche l’ultimo timore.

23.03.2006 Poetyca

Whisper

And a hand
in silence, your touches;
hope lights
and collects the stars of the night
to become stronger
on the path of life.

Shake off the shadows
and in a smile,
that pushes new force,
still it tell stories
of life and friendship;
because every moment
has a value of infinite
waiting for the future.

Embroider fantasies
beyond every sigh,
without interruption
play the music
that harmonizes the heart;
and it is whisper that embraces
also the last fear.

23.03.2006 Poetyca

The Who – Greatest Hits Ultimate Best Of – HQ



The Who è uno storico gruppo musicale rock britannico originario di Londra, considerato tra le maggiori band Rock ‘n Roll di tutti i tempi, con oltre 100 milioni di dischi venduti.[7] Le prime apparizioni dal vivo degli Who risalgono al 1964,[8] con quella che è considerata la storica formazione del gruppo: Pete Townshend (chitarrista e autore della maggior parte delle canzoni), Roger Daltrey (voce), John Entwistle (basso elettrico) e Keith Moon (batteria).

Dopo un breve periodo da portabandiera del movimento Mod inglese, gli Who raggiungono il successo nel 1965, con l’uscita dell’album My Generation, il cui omonimo brano si dimostra essere il primo inno generazionale,[9] nonché uno dei pezzi ancor oggi più conosciuti e rappresentativi della band,[10] oltre ad essere inserito nel 2004 dalla rivista Rolling Stone all’undicesimo posto tra le 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone.[11] Gli Who nel corso della loro carriera hanno piazzato 27 singoli nei primi 40 posti delle classifiche di vendita britanniche e statunitensi, oltre a raggiungere la top ten con 17 album (ottenendo nel contempo 18 dischi d’oro, 12 di platino, e 5 multi-platino solamente negli Stati Uniti).

Gli Who raggiungono il grande pubblico a partire dal 1965 con una serie di singoli di successo, grazie anche alle trasmissioni di alcune radio pirata di oltremanica come Radio Caroline, tra i quali vanno ricordati I Can’t Explain e Substitute. In A Quick One, pubblicato nel 1966, è possibile notare il progredire della ricerca musicale di Townshend verso la realizzazione di un’opera rock a carattere teatrale, che si concretizzerà poi in Tommy (1969) e nella più matura Quadrophenia (1973), nel cui film associato si fece notare un giovanissimo Sting.

Del 1979 è anche il documentario sulla storia del gruppo Uragano Who (The Kids Are Alright). Tra i protagonisti della Swinging London, furono molto influenzati dalla musica dei loro contemporanei Beatles e Rolling Stones, di cui continuarono il fenomeno della British invasion. Ebbero una notevole influenza su altre band a loro volta, lasciando un’onda lunga che va dai Led Zeppelin[12] ai Sex Pistols,[13] dagli U2[14] agli Oasis[1] passando per i Pearl Jam.[15]

È particolarmente discusso l’inserimento degli Who all’interno del genere proto-punk, ovvero a quella derivazione del garage rock che a metà anni settanta porterà Ramones, Sex Pistols, The Clash[1] ed altre band a creare il punk rock ed in particolare il punk rock delle origini. La distanza stilistica degli Who con altre band appartenenti al proto punk è evidente, tuttavia le innovazioni stilistiche apportate dagli Who al rock, soprattutto nell’uso della batteria fanno propendere alcune fonti[2] a ritenere che la band possa essere considerata come seminale rispetto al genere suddetto.

Dopo la scomparsa di Keith Moon, morto nel 1978, e di John Entwistle, nel 2002, Townshend e Daltrey continuano a proporre dal vivo i loro brani più classici, accompagnati da Pino Palladino al basso e Zak Starkey (figlio di Richard, meglio conosciuto come Ringo Starr) alla batteria. Nel 2006, gli Who hanno pubblicato il loro primo disco registrato in studio da It’s Hard del 1982, intitolato Endless Wire.

Il gruppo appare alla posizione 29 della lista dei 100 migliori artisti secondo Rolling Stone.[16] Tutti i membri della band fanno inoltre parte individualmente di una delle classifiche di Rolling Stone, di cui tre nella top ten del proprio strumento: Roger Daltrey alla posizione 61 della lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stone,[17] Pete Townshend alla 10ª della lista dei 100 migliori chitarristi,[18] Keith Moon alla 2ª tra i migliori batteristi di tutti i tempi scelti dai lettori della rivista[19] e John Entwistle è al primo posto nella classifica dei migliori bassisti di tutti i tempi scelti dai lettori.

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Who

The Who are an English rock band that formed in 1964. Their classic line-up consisted of lead singer Roger Daltrey, guitarist Pete Townshend, bassist John Entwistle, and drummer Keith Moon. They are considered one of the most influential rock bands of the 20th century, selling over 100 million records worldwide and establishing their reputation equally on live shows and studio work.

The Who developed from an earlier group, the Detours, and established themselves as part of the pop art and mod movements, featuring auto-destructive art by destroying guitars and drums on stage. Their first single as the Who, “I Can’t Explain”, reached the UK top ten, followed by a string of singles including “My Generation”, “Substitute” and “Happy Jack”. In 1967, they performed at the Monterey Pop Festival and released the US top ten single “I Can See for Miles”, while touring extensively. The group’s fourth album, 1969’s rock opera Tommy, included the single “Pinball Wizard” and was a critical and commercial success. Live appearances at Woodstock and the Isle of Wight Festival, along with the live album Live at Leeds, cemented their reputation as a respected rock act. With their success came increased pressure on lead songwriter and visionary Townshend, and the follow-up to Tommy, Lifehouse, was abandoned. Songs from the project made up 1971’s Who’s Next, which included the hit “Won’t Get Fooled Again”. The group released the album Quadrophenia in 1973 as a celebration of their mod roots, and oversaw the film adaptation of Tommy in 1975. They continued to tour to large audiences before semi-retiring from live performances at the end of 1976. The release of Who Are You in 1978 was overshadowed by the death of Moon shortly after.

Kenney Jones replaced Moon and the group resumed activity, releasing a film adaptation of Quadrophenia and the retrospective documentary The Kids Are Alright. After Townshend became weary of touring, the group split in 1982. The Who occasionally re-formed for live appearances such as Live Aid in 1985, a 25th anniversary tour in 1989 and a tour of Quadrophenia in 1996. They resumed regular touring in 1999, with drummer Zak Starkey. After Entwistle’s death in 2002, plans for a new album were delayed. Townshend and Daltrey continued as the Who, releasing Endless Wire in 2006, and continued to play live regularly.

The Who’s major contributions to rock music include the development of the Marshall stack, large PA systems, use of the synthesizer, Entwistle and Moon’s lead playing styles, and the development of the rock opera. They are cited as an influence by several hard rock, punk rock and mod bands, and their songs still receive regular exposure.

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Who

Offerta – Offer


Offerta

Due passerotti sul ramo;si osservano, si cercano.Inevitabile che ogni tanto debbano spiccare il volo,la loro natura è quella; eppure ad ali spiegate nell’azzurrità del cielo, nell’apparente essere lontani;da quel ramo, dalla visione dell’altro passero,non ci si è mai allontanati, le foglie, i luoghi e l’albero;il senso di dolce compagnia vissuta con il compagno sono per sempre nella memoria e nel cuore.Basta semplicemente essere consapevoli di questo.Raccogliere questa capacità di evocazione, porre la fragile forza di essere oltre distanze ed apparenze dinnanzi a noi, per sapere che tutto è un lampo;solo noi possiamo decidere se è timore o luce che squarcia il buio; come colmare le attese se di rimpianto o di quella gioia per la gratitudine di ogni attimo vissuto : la sua ricchezza ed offerta d’amore.

19.09.2006 Poetyca
Offer
Two sparrows on the branch, are observed, are sought.
Inevitable that sometimes must fly,
their nature is, and yet to spread wings
the blue sky, being away in apparent;
from that branch, from viewing the sparrow
there has never been removed, the leaves, place and the tree;
the sense of sweet company lived with her boyfriend
are forever in his mind and heart.
Just be aware of this.
Ability to meet this evocation, put
the strength to be weak over distances and appearances
before us, to know that everything has a flash;
only we can decide whether it is fear or light
that pierces the dark as to fill the expectations
if of regret or gratitude for the joy
every moment lived, its wealth and offer love.
19.09.2006 Poetyca

Quel che siamo – What we are


Quel che siamo
Quante volte la vita ci delude
strappa le nostre speranze
e ci manca la forza per credere
per reagire; non serve tamponare
le ferite del cuore, non serve urlare
contro un destino senza giustizia

Nulla di quel che cerchiamo
dev’essere rinnegato
nulla dev’essere messo da parte
e con nuovo vigore, senza perdere
la nostra integrità
dobbiamo scansare nuvole
per rinnovare la nostra forza

Il dolore nasce dalle aspettative
nulla dura per sempre
dal nostro attaccamento
nulla ci appartiene
e nel semplice attimo
che sappiamo vivere
è racchiuso
quel che oggi siamo

20.06.2006 Poetyca

What we are
How many times the life disappoints us
tears our hopes
and we lack the strength to believe
to react not need dab
the wounds of the heart, no need to scream
against a destiny without justice

None of what we seek
is denied
nothing must be put aside
and with new force, without losing
our integrity
we must avoid clouds
to renew our strength

The pain stems from the expectations
nothing lasts forever
because people and nothing
do not belong to us
and the simple moment
that we live
is enclosed
what we are today

20.06.2006 Poetyca
© Poetyca

Oltre il silenzio, l’attesa – Beyond the silence, waiting


Oltre il silenzio, l’attesa

Anche il silenzio, l’attesa di parole,
è capacità di disegnare quel che
nel cuore preme ed incoraggia.
Una forza che non fa piegare
di fronte all’inevitabile inciampare
tra ostacoli che la vita ci offre.
Leggo in cielo opportunità
che sospinga a credere, ancora
a quel che ricama il soffio d’amore;
senza più domande, ma la mia voglia
di una presenza che abbia volto.
Una mano si stringe nel buio
e si crede ancora alla capacità
di poter continuare, perchè
l’ingiustizia non abbia spazio
e non ferisca l’anima che…
…non sa capire.

22.10.2006 Poetyca

Beyond the silence, waiting
The silence, waiting for words
is the ability to draw what
pressed in the heart and encourages.
A force that does not bend
facing the inevitable stumble
between obstacles that life offers us.
I read in heaven opportunities
that pushes us to believe, yet
what to embroider the breath of love;
no more questions but my desire
a presence that has face.
A hand is shaking in the dark
and still believes the ability
can continue, because
injustice has space
and not injure the soul …
… Incapable of understanding.

22.10.2006 Poetyca

Senza nome – No name


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Senza nome

La tenerezza di occhi
che raccolgono attimi
– ne sono testimoni –
passi felpati
sull’orlo del cuore
a respirare piano
per non disturbare

Il dischiudersi di corolle
di nuovo stupore
per la vita che accoglie
e disegna storie
dipinte ad acquerello
sull’incanto senza nome

20.08.2006 Poetyca

No name

The tenderness of eyes
that collect moments
– They are witnesses to this –
soft footsteps
on the verge of heart
to breathe slowly
to not disturb

The unfolding of corollas
of new wonder
for life that welcomes
and draws stories
painted in watercolor
on the enchanting no name

20.08.2006 Poetyca

Rimembranze – Remembrances


Rimembranze

Un silenzio che si racconta,
rimescola ricordi del passato
e cerca la ragione delle cose;
proprio quando era l’impulso
a dare la direzione di ogni azione.

Il percorso a ritroso che respira,
rincorre quel che si raccoglie,
quando era il sentire delle viscere
a portare quella forza oltre
ogni pacata ragionevolezza.

Ed ora che nulla rimane,
le ali del sogno sono bruciate,
è solo memoria che s’incide
per accarezzare con tenerezza
il tempo che ci ha nutrito.

Erano attimi vivi
eppure..pieni di quella gioia
che ora sembra morire;
era quel che è stato nel cuore
e che la speranza ancora,
se vorrai, potrà restituire.

11.10.2006 Poetyca

Remembrances

A silence that says,
stirred memories of the past
and look for the reason of things;
just when was the impetus
to give direction to all action.

The journey back through breathing,
chases what is collected,
when was the feeling of the bowels
to bring that power over
all calm reasonableness.

And now nothing remains,
wings of dreams are burned,
memory that is incised
to caress with tenderness
the time it has nurtured.

There were moments alive
.. and yet full of the joy
that now seems to die;
was what was in the heart
and that hope again,
if you want, can return.

11.10.2006 Poetyca

Briciole di colore – Crumb color


Briciole di colore

Sciolgo il cuore
tra nuove parole
alla ricerca di senso
per quello che vivo

Attimi intensi
ad offrire colori:
giallo, cremisi e scarlatto
in una danza di sfumature
come su tela
racconto di vita
respirata attimo per attimo

Un senso vero
intinto nell’anima
che racchiuda
il valore profondo
di ogni emozione

Sotto gli occhi scorre
un vasto prato
ricco di profumi
di aromi che inebriano
petali di un tempo
che posso rivivere ancora

Memorie di sorrisi
nati per la gioia
a solleticare la vita
in una danza di sogni
scorrere lento
come ruscello
– voci, primi passi
parole di bimbi –
ed io madre
a sperimentare
la scoperta

Tempi della scuola
tra il relativo
e l’ideale mai morto
ad incidere parole
su indelebili pensieri

Sole del mattino
a donare energie nuove
per il giorno mai uguale
che s’offre
tra ore e minuti
in attesa del tuo respiro

Parole che accarezzano
le anime stanche
di voli senza meta
in itinerari senza cuore
ed occhi attenti
ad impecettibili sfumature

Anche oggi
pennello sulla tela
il senso di questo vuoto
che rapisce chi non vive

Offro colori allo sfondo
come briciole
che nutrono nuove speranze

28.06.2006 Poetyca

Crumb color

Melt the heart
between new words
seeking meaning
for those who live

Intense moments
colors to offer:
yellow, crimson and scarlet
in a dance of colors
as on canvas
life story
breathing moment to moment

A real sense
dipped soul
encompassing
the deep value
of emotion

Under the eyes runs
a large lawn
bouquet
aromas that intoxicate
petals of a time
I can still relive

Memoirs of smiles
born for joy
to tickle the life
in a dance of dreams
scroll slow
as stream
– Voices, first steps
words of children –
mother and I
experimenting
discovery

School days
between the relative
and the ideal never died
affect words
on indelible thoughts

Morning sun
to give new energy
for the day never the same
that yields itself
between hours and minutes
waiting for your breath

Words that caress
tired souls
flights aimlessly
in itineraries without heart
and watchful eyes
nuances to impecettibili

Even today
brush on canvas
the sense of this gap
who kidnaps those living outside

Offered to the background color
like crumbs
that nurture new hope

28.06.2006 Poetyca

Senza nome – Nameless


Senza nome

La tenerezza di occhi
che raccolgono attimi
– ne sono testimoni –
passi felpati
sull’orlo del cuore
a respirare piano
per non disturbare

Il dischiudersi di corolle
di nuovo stupore
per la vita che accoglie
e disegna storie
dipinte ad acquerello
sull’incanto senza nome

20.08.2006 Poetyca

Nameless

The tenderness of eyes
collecting moments
– There are witnesses –
stealthily
edge of the heart
Plan to breathe
not to disturb


The unfolding of blossoms
of new wonder
for life that welcomes
and draws stories
watercolor paintings
on enchantment nameless


20.08.2006 Poetyca

Stellare – Stellar


Stellare

E racconterei di attimi
di gioia e stupore
note nate dal nulla
come musica da nuvole
a far dono d’aurora
all’inizio del giorno
che tra emozioni si colora
– perchè tu sia –
oltre i confini
oltre le paure
e tutto sarebbe vita
nella sinfonia del silenzio
di un universo stellare

19.08.2006 Poetyca

Stellar

And I tell of moments
of joy and amazement
Notes born from nothing
as music by clouds
to make a gift of dawn
early days
between emotions that turns
– Why you are –
beyond
than fears
and all would have life
in the symphony of silence
a stellar universe

19.08.2006 Poetyca

Sulla via della pace – The Path to Peace


Sulla via della pace

Le battaglie nel mondo

Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare.
Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio.
Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace.
Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
Achaan Chah

La pace è ogni passo

La pace è ogni passo.
Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigloglio tutto intorno!
Com’è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

La pace è ogni passo – Thich Nhat Hanh

Il sentiero della pace

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Brani estratti da un discorso del Venerabile Ajahn Chah indirizzato ai monaci e ai novizi.

POSSIAMO DIRE CHE IL RETTO SENTIERO DELLA PACE, il sentiero che il Buddha ha scoperto e ci ha indicato, che conduce alla pace della mente, alla purezza e alla realizzazione delle qualità di un samana, è formato da sila (freno morale), samadhi(concentrazione) e pañña (saggezza). E’ una strada valida per tutti. Infatti i discepoli del Buddha che divennero illuminati, all’inizio erano delle persone ordinarie, come tutti noi. Anche il Buddha all’inizio era uno come noi. Praticarono e dall’opacità fecero emergere la luce, dalla rozzezza la bellezza e dalle cose vane e inutili grandi benefici per tutti.

Silasamadhi e pañña sono i nomi dati a tre diversi aspetti della pratica. Praticando sila, samadhi pañña, in effetti, praticate con voi stessi. La giusta sila esiste qui in questo momento, il giusto samadhiè qui. Perché? Perché il vostro corpo è qui! La pratica di silariguarda il corpo intero. Quindi, siccome il vostro corpo è qui, le mani, le gambe sono qui, è qui che praticate sila.

Un conto è tenere a mente tutta la lista dei comportamenti sbagliati da evitare, così come elencata nei libri, un altro conto è capire che le potenzialità che questi atteggiamenti hanno di crescere, risiede in voi. Praticare la disciplina morale vuol dire stare attenti ad evitare certe azioni, come uccidere, rubare ed avere una condotta sessuale scorretta. Il Buddha ci ha insegnato a prenderci cura di tutte le nostre azioni, anche delle più semplici.

Forse nel passato avete ucciso degli animali o degli insetti schiacciandoli o non siete stati troppo attenti nel parlare: il parlare sbagliato si ha quando si mente o si esagera la verità, mentre parlare in modo grossolano vuol dire essere aggressivi e offensivi verso gli altri, dicendo in continuazione ‘imbroglione’, ‘idiota’ e così via. Il parlare frivolo si ha quando i discorsi sono solo chiacchiere inutili, senza senso, sconclusionati, che vanno avanti senza voler dire niente. Ci siamo lasciati andare tutti qualche volta a questo genere di discorsi a ruota libera, quindi praticare silasignifica sorvegliare se stessi, sorvegliare le proprie azioni e le proprie parole.

Ma chi sorveglia? Chi si prende la responsabilità delle vostre azioni? Quando vi appropriate di qualcosa che non vi appartiene, chi è consapevole di quell’azione? E’ la mano? Questo è il punto su cui dovete sviluppare la consapevolezza. Chi sa che state per mentire, giurare o dire qualcosa di frivolo? Consapevole di ciò che dice è la bocca, o è colui che conosce il significato delle parole? Contemplate: ‘colui che conosce’, chiunque sia, deve prendersi la responsabilità della vostra sila. Portate questa consapevolezza a sorvegliare le vostre azioni e le parole. Per praticare sila, usate quella parte della mente che dirige le vostre azioni e che vi porta ad agire bene o male, a cacciare il furfante e a trasformarlo in uno sceriffo. Tenete ferma la mente capricciosa e portatela a servire e a prendersi la responsabilità di tutte le vostre azioni e parole. Osservate ciò e contemplatelo. Il Buddha ci ha esortato ad essere consapevoli delle nostre azioni. Chi è consapevole? Il corpo non ne sa niente; sa solo stare in piedi, camminare e cose del genere. Per poter fare qualsiasi cosa deve aspettare che qualcuno glielo ordini. La stessa cose vale per le mani, per la bocca.

La pratica comporta che si instauri sati – cioè la consapevolezza – in ‘colui che conosce’. ‘Colui che conosce’ è quell’intenzione della mente che prima ci portava ad uccidere esseri viventi, a rubare le cose altrui e a indulgere a una sessualità scorretta, a mentire, a calunniare, a parlare in modo sciocco e frivolo, a comportarci nei modi più sfrenati. E’ ‘colui che conosce’ che ci ha spinto a parlare; esso esiste nella mente. Focalizzate la consapevolezza (sati) – questa costante riflessione consapevole – su ‘colui che conosce’. Lasciate che la conoscenza si prenda cura della vostra pratica.

Usate sati, la consapevolezza, per mantenere la mente riflessiva, concentrata nel momento presente, ottenendo così la calma mentale. Fate che la mente badi a se stessa, e che lo faccia bene.

Mantenere sila – o in altre parole, prendersi cura delle azioni e delle parole – non è poi una cosa così difficile, se la mente sa badare a se stessa. Siate sempre consapevoli, ogni momento e in ogni postura: sdraiati, in piedi, camminando e seduti. Prima di compiere qualsiasi azione, prima di parlare o di impegnarvi in una conversazione, stabilite la consapevolezza, sati; dovete essere raccolti, prima di fare qualsiasi cosa. Non importa quello che direte, l’importante è raccogliersi nella mente. Esercitatevi fino a diventare molto abili. Praticate, in modo da essere sempre al corrente di ciò che capita nella mente; praticate fino a quando la consapevolezza diventi così naturale da essere presente ancora prima di agire o di parlare. E’ questo il modo per stabilire la consapevolezza nel cuore. E’ con ‘colui che conosce’ che sorvegliate voi stessi, perché tutte le azioni vengono da lui. E’ qui che hanno origine le intenzioni che produrranno l’azione ed è per questo che la pratica non avrà successo se fate svolgere questo compito a qualcun altro.

Le vostre parole e le vostre azioni, sempre tenute a bada, diventeranno aggraziate e piacevoli sia all’occhio che all’orecchio, mentre voi stessi, sarete perfettamente a vostro agio all’interno di questa disciplina. Se praticate la consapevolezza e il controllo fino a renderli atteggiamenti naturali, la mente diventerà ferma e risoluta nella pratica di sila. Farà costantemente attenzione alla pratica, riuscendo così a concentrarsi completamente. In altre parole, la pratica basata sul controllo e la disciplina, in cui vi prendete costantemente cura delle azioni e delle parole, in cui siete completamente responsabili del comportamento esteriore che avete, si chiama sila, mentre samadhi è caratterizzato dalla saldezza della consapevolezza, a sua volta derivato dalla ferma concentrazione nella pratica di sila. Queste sono le caratteristiche di samadhi, come fattore esterno della pratica. Ma vi è un lato più profondo e interiore.

Una volta che la mente sia concentrata nella pratica e che sila e samadhi si siano stabilizzati, sarete in grado di investigare e riflettere su ciò che è salutare e ciò che non lo è, chiedendo a voi stessi “questo è giusto? O non è giusto?”, man mano che sperimentate i vari contenuti mentali. Quando la mente entra in contatto con cose visive, con suoni, odori, gusti, con sensazioni tattili o con idee, ‘colui che conosce’ apparirà e stabilirà la consapevolezza del piacere e dispiacere, della felicità e della sofferenza, e di tutti gli oggetti mentali che si vanno sperimentando. Riuscirete finalmente a ‘vedere’ chiaramente e osserverete un’infinità di cose diverse.

Se siete consapevoli, vedrete i vari oggetti che passano nella mente e la reazione che accompagna l’esperienza di essi. ‘Colui che conosce’ li prenderà automaticamente come oggetti di contemplazione. Quando la mente è vigile e la consapevolezza ferma e stabile, noterete facilmente le reazioni che si manifestano per mezzo del corpo, della parola o della mente, man mano che si sperimentano questi oggetti mentali. Tale aspetto della mente che identifica e seleziona il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, in mezzo agli oggetti mentali che rientrano nel campo della consapevolezza, è pañña, una pañña allo stadio iniziale, che maturerà con l’avanzare della pratica. Tutti questi vari aspetti della pratica sorgono dall’interno della mente. Il Buddha si riferì a queste caratteristiche chiamandole sila, samadhi e pañña.

Continuando la pratica, vedrete sorgere nella mente altri attaccamenti e illusioni. Questo significa che ora state attaccandovi a ciò che è buono e sano. Diventate timorosi di ogni caduta o errore della mente, temendo che il samadhi ne risenta. Nello stesso tempo cominciate ad essere diligenti nella pratica, ad amarla e a coltivarla, lavorandovi con grande energia.

Continuate a praticare così il più a lungo possibile, fino a quando forse raggiungerete il punto in cui non farete altro che giudicare e trovare errori in chiunque incontrate, ovunque andiate. Reagite continuamente con attrazione o avversione al mondo che vi circonda, diventando sempre più incerti sulla correttezza di ciò che fate. E’ come se foste ossessionati dalla pratica. Ma non preoccupatevene; a questo punto è meglio praticare troppo che troppo poco. Praticate molto e dedicatevi a sorvegliare il corpo, la parola e la mente. Di questo esercizio non ne farete mai abbastanza. Tenetevi ancorati agli oggetti mentali rappresentati dalla consapevolezza e dal controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente, e dalla discriminazione tra giusto e sbagliato. In questo modo svilupperete sempre più la concentrazione e rimanendo costantemente e fermamente ancorati a questo modo di praticare, la mente diventerà essa stessa sila, samadhi e pañña, le caratteristiche della pratica come descritte negli insegnamenti tradizionali.

Man mano che continuate a sviluppare la pratica, queste differenti caratteristiche e qualità, si perfezioneranno nella mente. Tuttavia la pratica di sila, samadhi pañña, a questo livello non è sufficiente per produrre i fattori di jhana (assorbimento meditativo) – la pratica è ancora troppo grossolana. Eppure la mente è abbastanza raffinata (sempre relativamente alla grossolanità di base!). E tale appare a una normale persona non illuminata, che non abbia curato troppo la propria mente e che non abbia praticato la meditazione e la consapevolezza.

A questo livello si può sentire un certo senso di soddisfazione per riuscire a praticare al massimo delle proprie possibilità e lo vedrete da soli. E’ qualcosa che solo il praticante può sperimentare all’interno della propria mente. E se questo avviene, potete ritenervi già sulla giusta via. State camminando solo all’inizio del sentiero – ai livelli più elementari – ma, per certi versi, questi sono gli stadi più difficili. State praticando sila, samadhi e pañña e dovete continuare a praticarli sempre tutti e tre, poiché se ne manca anche solo uno, la pratica non si svilupperà in modo corretto. Più cresce sila, più solida e concentrata diviene la mente. Più la mente è stabile più consistente diventa pañña, e così via; ogni parte della pratica sostiene e si collega all’altra.

Man mano che approfondite e raffinate la pratica, sila, samadhi paññamatureranno insieme sgorgando dalla stessa fonte, come infatti si sono raffinate sbozzandosi dallo stesso materiale grezzo. In altre parole, il Sentiero ha inizi grossolani, ma raffinando ed esercitando la mente con la meditazione e la riflessione, tutto diventa via via più raffinato.

Quando la mente è più raffinata, la pratica della consapevolezza si focalizza meglio, poiché è concentrata su un’area più ristretta. Anzi, la pratica diventa molto più facile, quando la mente si concentra sempre di più su se stessa. Ormai non fate più grossi sbagli, ormai, quando la mente è presa in qualche problema, quando sorgono dubbi se è giusto o no agire o dire certe cose, semplicemente fermate la proliferazione mentale e, intensificando gli sforzi nella pratica, continuate a volgere l’attenzione sempre più in profondità in voi stessi. Così la pratica del samadhi diverrà vieppiù ferma e concentrata, mentre la pratica di pañña si rafforza, permettendo di vedere le cose più chiaramente e più naturalmente.

Il risultato è che potrete vedere la mente e i suoi oggetti nitidamente, senza dover fare distinzione fra mente, corpo e parola. Continuando a volgere l’attenzione all’interno di sé e continuando a riflettere sul Dhamma, la facoltà della saggezza gradualmente maturerà fino al punto che potrete contemplare la mente e gli oggetti mentali soltanto, ciò significa che state cominciando a sperimentare il corpo come immateriale. Quando l’intuizione è così sviluppata, non andrete più a tentoni, incerti su come interpretare il corpo e il suo modo di essere. La mente sperimenterà le caratteristiche fisiche del corpo come oggetti senza forma con cui essa entra in contatto. Infine, contemplerete solo la mente e gli oggetti mentali, cioè quegli oggetti che arrivano a livello di coscienza.

Esaminando ora la vera natura della mente, osserverete che, nel suo stato naturale, non ha preoccupazioni o ambizioni che la sommergano. E’ come una bandiera che sia stata legata all’estremità di un’asta; se niente la muove rimarrà così, tranquilla. E se si muove significa che c’è del vento, una forza esterna che la fa agitare. Allo stato naturale, la mente fa lo stesso – in essa non vi è né amore né odio, né disapprovazione. Essa è indipendente, in uno stato di purezza che è completamente chiaro, raggiante, non offuscato. Nel suo stato puro la mente è pacifica, senza felicità o sofferenza, – in effetti non sperimenta nessun vedana(sensazione). E’ questo il vero stato della mente.

Lo scopo della pratica, quindi, è guardarsi internamente, cercando e investigando fino a quando troverete la mente originale. La mente originale è detta anche la mente pura. La mente pura è la mente senza attaccamenti. E’ in uno stato di perenne conoscenza e attenzione, completamente consapevole di ciò che sta sperimentando. Quando la mente è così non vi sono oggetti mentali piacevoli o spiacevoli che la possano turbare, non li insegue. La mente non ‘diventa’ nulla. In altre parole, nulla può scuoterla. La mente conosce se stessa come purezza. Si è evoluta verso una vera, completa indipendenza; ha raggiunto il suo stato originale.

E come ha potuto raggiungere questo stato originale? Attraverso la facoltà della consapevolezza, riflettendo con saggezza e vedendo che tutte le cose sono solo condizioni che sorgono dal mutuo interagire degli elementi, senza che vi sia nessuno che li controlli. E così capita anche quando sperimentiamo la gioia e la sofferenza. Questi stati mentali sono solo “felicità” e “sofferenza”. Non vi è qualcuno che ‘ha’ la felicità, la mente non ‘possiede’ la sofferenza; gli stati mentali non ‘appartengono’ alla mente. Osservatelo voi stessi. In effetti, queste sono cose che non riguardano la mente, sono separate, distinte da essa. La felicità è solo uno stato di felicità; la sofferenza è solo uno stato di sofferenza. Voi siete solo coloro che sanno questo.

In passato, a causa delle radici dell’avidità, dell’odio e dell’illusione presenti nella mente, essa avrebbe reagito immediatamente quando entravate in contatto con qualcosa di piacevole o spiacevole, e attraverso questa reazione vi sareste ‘impadroniti’ di quell’oggetto mentale, sperimentandolo come sofferenza o gioia. E così potrà avvenire ancora fino a quando la mente non conoscerà se stessa, fino a quando non sarà chiara e illuminata. Quando la mente non è libera, si lascia influenzare da qualsiasi oggetto mentale le capiti di sperimentare. In altre parole, non ha un rifugio, è incapace di dipendere veramente da se stessa. In questa situazione, quando ricevete una piacevole impressione mentale diventate allegri o diventate tristi quando l’oggetto mentale è spiacevole. Così la mente dimentica se stessa.

La mente originale, invece, è al di là del bene e del male, poiché questa è la natura originale della mente. E’ un’illusione essere felici per aver sperimentato un oggetto mentale piacevole. E’ un’illusione essere tristi per aver sperimentato un oggetto mentale spiacevole. Gli oggetti mentali sorgono con il mondo, sono il mondo. Danno l’avvio alla felicità e alla sofferenza, al bene e al male, e a tutto ciò che è soggetto all’impermanenza e all’incertezza. Quando vi separate dalla mente originale, tutto diventa incerto: solo una catena interminabile di nascita e morte, dubbi e apprensioni, sofferenza e fatica, senza la possibilità di fermare, di far cessare tutto ciò. E’ questa la ruota eterna delle rinascite.

Samadhi significa la mente fermamente concentrata, e più praticate più la mente diventa stabile. Più la mente è concentrata, più essa diventa risoluta nella pratica. Più contemplate, più diventate fiduciosi e la mente diventerà così stabile che non potrà più essere smossa da nulla. Sapete perfettamente che nessun oggetto mentale la può scuotere. Gli oggetti mentali sono oggetti mentali; la mente è la mente. La mente sperimenta stati mentali buoni o cattivi, felicità e sofferenza, perché viene illusa dagli oggetti mentali. La mente che non si fa ingannare non può essere turbata da nulla, poiché nello stato di consapevolezza, vede tutte le cose come elementi naturali che sorgono e scompaiono: solo questo! Si può avere questo tipo di esperienza anche quando non si è riusciti a lasciar andare completamente.

Semplificando, lo stato che è sorto, è la mente stessa. Se contemplate seguendo la verità delle cose così come sono, vi accorgerete che esiste un solo sentiero e che è vostro dovere seguirlo. Significa che sapete, fin dall’inizio, che gli stati mentali di felicità e dolore non sono il sentiero da seguire. E’ qualcosa che dovete capire da soli: è la verità delle cose così come sono! Siete in grado di capire tutto ciò – siete consapevoli con la giusta visione delle cose – ma allo stesso tempo non siete in grado di lasciar andare completamente i vostri attaccamenti.

Qual è allora il modo giusto di praticare? State nella via di mezzo, che vuol dire prendere nota dei vari stati di gioia e dolore, ma contemporaneamente teneteli a debita distanza sia da un’esagerazione che dall’altra. Questa è la via corretta di praticare: mantenere la consapevolezza anche se non siete in grado di lasciar andare. E’ la via più giusta, poiché, anche se la mente è aggrappata ai vari stati di gioia o sofferenza, vi è sempre la consapevolezza di questo attaccamento. Ciò significa che quando la mente si attacca a stati di felicità, voi non le date importanza e non ne gioite e altrettanto non criticate gli stati di sofferenza. In questo modo potete veramente osservare la mente così com’è. Quando praticate fino al punto di portare la mente oltre la gioia e l’infelicità, automaticamente sorgerà l’equanimità, e voi non dovrete fare altro che contemplarla come un oggetto mentale e seguirla, pian pianino. Il cuore sa dove andare per essere oltre le negatività, e anche se non è ancora pronto a trascenderle, le mette da parte e continua a praticare.

Quando sorge la felicità e la mente vi si attacca, prendete proprio questa felicità come oggetto di contemplazione; lo stesso, se la mente si attacca all’infelicità, prendete questa infelicità come oggetto di contemplazione. Finalmente la mente raggiungerà uno stadio in cui sarà pienamente consapevole sia della felicità che dell’infelicità. E questo accadrà quando sarà in grado di mettere da parte sia la felicità che la sofferenza, sia il piacere che la tristezza, quando sarà in grado di mettere da parte il mondo per diventare allora il ‘conoscitore dei mondi’. Una volta che la mente ‘colei che conosce’ – può lasciar andare, è qui che si stabilizzerà ed allora la pratica diventa veramente interessante.

Ogni volta che vi è attaccamento nella mente, continuate a battere su quel punto, senza lasciar andare. Se c’è attaccamento alla felicità, continuate a meditarvi sopra, senza permettere che la mente si allontani da quello stato d’animo. Se la mente si attacca alla sofferenza, afferratevi a ciò, tenendovi ben stretti e contemplando subito quella disposizione d’animo. Anche se la mente è intrappolata in uno stato mentale negativo, riconoscetelo come uno stato d’animo negativo e la mente non ne sarà più distratta. E’ come quando si capita in un cespuglio di rovi; ovviamente non lo fate appositamente, anzi cercate di evitarlo, ma può capitare che vi troviate a camminare tra le spine. E come vi sentite allora? Naturalmente provate avversione. Anche se lo sapete, non potete fare a meno di essere ‘in mezzo alle spine’. La mente continua ancora a inseguire i vari stati di felicità e sofferenza, ma non indulge in essi. Il vostro è un continuo sforzo per eliminare ogni attaccamento dalla mente, per eliminare e per ripulire la mente da tutto ciò che è esteriore, mondano.

Alcuni vogliono pacificare la mente, ma essi stessi non sanno che cos’è la pace. Non sanno che cos’è una mente tranquilla! Vi sono due tipi di tranquillità mentale: uno è la pace che viene per mezzo del samadhi,l’altro è la pace che viene da pañña. La mente che è calma per mezzo disamadhi è una mente ancora in preda all’illusione. La pace che si raggiunge per mezzo del solo samadhi, dipende dal fatto che la mente è separata dagli oggetti mentali. Quando non sperimenta alcun oggetto mentale, allora è calma, e perciò uno si attacca alla felicità collegata a questa pace. Tuttavia, quando c’è il contatto con i sensi, la mente vi si precipita dentro subito, poiché ha paura degli oggetti mentali. Ha paura della felicità e della sofferenza; ha paura della lode e della critica, ha paura delle forme, dei suoni, degli odori e dei gusti. Chi ha la pace per mezzo di samadhi ha paura di tutto e non vuole essere coinvolto in niente e con nessuno. La gente che pratica samadhi in questo modo, vorrebbe isolarsi in una grotta, dove può sperimentare in pieno la beatitudine delsamadhi, senza mai doverne uscire fuori. Appena trovano un posto isolato, vi si intrufolano e vi si nascondono.

Questo tipo di samadhi porta con sé molta sofferenza: per loro è difficile uscirne fuori e avvicinarsi agli altri. Non vogliono vedere forme o udire suoni. Non vogliono sperimentare completamente nulla! Devono vivere in appositi luoghi particolarmente tranquilli, dove nessuno possa disturbarli con la presenza o con le parole.

Questo tipo di pace non è utile allo scopo. Quando avete raggiunto un normale livello di calma, allontanatevene. Il Buddha non ci ha insegnato a praticare samadhi nell’illusione. Se vi accorgete di praticare in questa maniera, smettete subito. Se la mente ha raggiunto la calma, usate questa calma come base di contemplazione. Contemplate la pace della concentrazione e usatela per collegare la mente con i vari oggetti mentali che sperimenta, riflettendoci poi sopra. Contemplate le tre caratteristiche di aniccam (impermanenza), dukkham (sofferenza) e anatta (non-sé). Riflettete e quando avrete contemplato abbastanza, potete ristabilire senza pericolo la calma del samadhi, sedendo in meditazione e poi, una volta riottenuta la calma, riprendete la contemplazione. Man mano che acquistate conoscenza, usatela per combattere le negatività e allenare la mente.

La pace che viene per mezzo di pañña è un’altra cosa, perché quando la mente lascia lo stato di calma, la presenza di pañña la salva dal timore per le forme, i suoni, gli odori, i gusti, le sensazioni tattili e le idee. Vuol dire che ogni volta che c’è un contatto sensoriale, la mente è subito consapevole dell’oggetto mentale e lo lascia perdere – la consapevolezza è abbastanza acuta per poterlo fare immediatamente. Questa è la pace che arriva per mezzo di pañña.

Quando praticate in questo modo, la mente diventa molto più raffinata di quando sviluppavate solo samadhi. La mente diventa potentissima e non cerca più di scappare. E’ questa energia che allontana ogni timore. Prima avevate paura di ogni esperienza, ma ora conoscete gli oggetti mentali per quello che sono e non ne siete quindi più spaventati. Conoscete la vostra stessa forza mentale e non ne siete più intimoriti. Quando vedete una forma, la contemplate; quando udite un suono, lo contemplate. Diventate abili nella contemplazione degli oggetti mentali e comunque essi siano, li potete lasciar andare. Vedete chiaramente la felicità e la lasciate andare. Qualsiasi cosa vediate, la lasciate subito andare. In tal modo tutti gli oggetti mentali perdono la loro forza e non possono più trascinarvi con loro. Quando sorgono queste caratteristiche nella mente del praticante, si può cambiare il nome della pratica, chiamandola vipassana, che significa chiara conoscenza in accordo con la verità. E’ tutto qui: conoscenza in accordo con la verità sulle cose così come sono. Questa è pace al più alto livello, la pace di vipassana.

Il vero scopo della pratica, quindi, non è sviluppare samadhi, sedendosi in meditazione e aggrappandosi a quello stato di beatitudine che procura. Dovete anzi evitare questo stato. Il Buddha ha detto che dovete combattere apertamente la vostra battaglia, non nascondervi in una trincea cercando di evitare le pallottole del nemico. Quando è il momento di lottare, dovete saltar fuori con le armi in pugno, dovete per forza uscire dal nascondiglio. Non potete più stare lì a poltrire quando è tempo di battaglia. Questa è la pratica. Non dovete permettere che la mente si nasconda, acquattandosi nell’ombra.

Ho spiegato la pratica a grandi linee, affinché non abbiate ad impantanarvi nel dubbio, affinché non vi siano esitazioni sul modo di praticare. Quando c’è la felicità, osservate quella felicità; quando c’è la sofferenza, osservate quella sofferenza. E così stabilizzati nella consapevolezza, provate a lasciarle andare entrambe, a metterle da parte. Ora che le avete osservate e quindi le conoscete, continuate a lasciarle andare. Non è importante che meditiate seduti o camminando, se continuate a pensare non fa niente. La cosa importante è essere sempre e continuamente consapevoli della propria mente. Se vi trovate invischiati in troppe proliferazioni mentali, raccoglietele tutte insieme, e contemplatele come se fossero un tutt’uno. Ne taglierete l’energia alla radice dicendo: “Tutti questi pensieri, queste idee e immaginazioni sono semplicemente delle proliferazioni mentali e basta. Tutto ciò è aniccam, dukkham anatta. In nessuno di loro risiede la certezza”. E poi lasciatele subito perdere.

© Ass. Santacittarama (& Wat Nong Pah Pong), 2006. Tutti i diritti sono riservati. SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE
GRATUITA. 
On the Road to PeaceThe battles in the worldDo everything with a mind that knows how to let go.
Do not expect any reward or prize.
If you let go a little, you’ll have a little peace.
If you let go completely, you will know complete freedom andpeace.
Your battles with the world come to an end.

Achaan Chah

Peace is every step

Peace is every step.
The shining red sun is my heart.
Each flower smiles with me.
Rigloglio how green all around!
How cool the wind blowing!
Peace is every step.
It is the joyful endless path.

Peace is every step – Thich Nhat Hanh

The Path to Peace

Today I will give a teaching particularly for you as monks and novices, so please determine your hearts and minds to listen. There is nothing else for us to talk about other than the practice of the DhammaVinaya (Truth and Discipline).

Every one of you should clearly understand that now you have been ordained as Buddhist monks and novices and should be conducting yourselves appropriately. We have all experienced the lay life, which is characterised by confusion and a lack of formal Dhamma practice; now, having taken up the form of a Buddhistsamana1, some fundamental changes have to take place in our minds so that we differ from lay people in the way we think. We must try to make all of our speech and actions – eating and drinking, moving around, coming and going – befitting for one who has been ordained as a spiritual seeker, who the Buddha referred to as a samana. What he meant was someone who is calm and restrained. Formerly, as lay people, we didn’t understand what it meant to be a samana, that sense of peacefulness and restraint. We gave full license to our bodies and minds to have fun and games under the influence of craving and defilement. When we experienced pleasant ārammana2, these would put us into a good mood, unpleasant mind-objects would put us into a bad one – this is the way it is when we are caught in the power of mind-objects. The Buddha said that those who are still under the sway of mind-objects aren’t looking after themselves. They are without a refuge, a true abiding place, and so they let their minds follow moods of sensual indulgence and pleasure-seeking and get caught into suffering, sorrow, lamentation, pain, grief and despair. They don’t know how or when to stop and reflect upon their experience.

In Buddhism, once we have received ordination and taken up the life of the samana, we have to adjust our physical appearance in accordance with the external form of the samana: we shave our heads, trim our nails and don the brown bhikkhus’3 robes – the banner of the Noble Ones, the Buddha and the Arahants4. We are indebted to the Buddha for the wholesome foundations he established and handed down to us, which allow us to live as monks and find adequate support. Our lodgings were built and offered as a result of the wholesome actions of those with faith in the Buddha and His teachings. We do not have to prepare our food because we are benefiting from the roots laid down by the Buddha. Similarly, we have inherited the medicines, robes and all the other requisites that we use from the Buddha. Once ordained as Buddhist monastics, on the conventional level we are called monks and given the title ‘Venerable’5; but simply having taken on the external appearance of monks does not make us truly venerable. Being monks on the conventional level means we are monks as far as our physical appearance goes. Simply by shaving our heads and putting on brown robes we are called ‘Venerable’, but that which is truly worthy of veneration has not yet arisen within us – we are still only ‘Venerable’ in name. It’s the same as when they mould cement or cast brass into a Buddha image: they call it a Buddha, but it isn’t really that. It’s just metal, wood, wax or stone. That’s the way conventional reality is.

It’s the same for us. Once we have been ordained, we are given the title Venerable Bhikkhu, but that alone doesn’t make us venerable. On the level of ultimate reality – in other words, in the mind – the term still doesn’t apply. Our minds and hearts have still not been fully perfected through the practice with such qualities as mettā (kindness), karunā (compassion), muditā (sympathetic joy) and upekkhā (equanimity). We haven’t reached full purity within. Greed, hatred and delusion are still barring the way, not allowing that which is worthy of veneration to arise.

Our practice is to begin destroying greed, hatred and delusion – defilements which for the most part can be found within each and every one of us. These are what hold us in the round of becoming and birth and prevent us from achieving peace of mind. Greed, hatred and delusion prevent the samana – peacefulness – from arising within us. As long as this peace does not arise, we are still not samana; in other words, our hearts have not experienced the peace that is free from the influence of greed, hatred and delusion. This is why we practise – with the intention of expunging greed, hatred and delusion from our hearts. It is only when these defilements have been removed that we can reach purity, that which is truly venerable.

Internalising that which is venerable within your heart doesn’t involve working only with the mind, but your body and speech as well. They have to work together. Before you can practise with your body and speech, you must be practising with your mind. However, if you simply practise with the mind, neglecting body and speech, that won’t work either. They are inseparable. Practising with the mind until it’s smooth, refined and beautiful is similar to producing a finished wooden pillar or plank: before you can obtain a pillar that is smooth, varnished and attractive, you must first go and cut a tree down. Then you must cut off the rough parts – the roots and branches – before you split it, saw it and work it. Practising with the mind is the same as working with the tree, you have to work with the coarse things first. You have to destroy the rough parts: destroy the roots, destroy the bark and everything which is unattractive, in order to obtain that which is attractive and pleasing to the eye. You have to work through the rough to reach the smooth. Dhamma practice is just the same. You aim to pacify and purify the mind, but it’s difficult to do. You have to begin practising with externals – body and speech – working your way inwards until you reach that which is smooth, shining and beautiful. You can compare it with a finished piece of furniture, such as these tables and chairs. They may be attractive now, but once they were just rough bits of wood with branches and leaves, which had to be planed and worked with. This is the way you obtain furniture that is beautiful or a mind that is perfect and pure.

Therefore the right path to peace, the path the Buddha laid down, which leads to peace of mind and the pacification of the defilements, is sīla (moral restraint), samādhi (concentration) andpaññā (wisdom). This is the path of practice. It is the path that leads you to purity and leads you to realise and embody the qualities of the samana. It is the way to the complete abandonment of greed, hatred and delusion. The practice does not differ from this whether you view it internally or externally.

This way of training and maturing the mind – which involves the chanting, the meditation, the Dhamma talks and all the other parts of the practice – forces you to go against the grain of the defilements. You have to go against the tendencies of the mind, because normally we like to take things easy, to be lazy and avoid anything which causes us friction or involves suffering and difficulty. The mind simply doesn’t want to make the effort or get involved. This is why you have to be ready to endure hardship and bring forth effort in the practice. You have to use the dhammaof endurance and really struggle. Previously your bodies were simply vehicles for having fun, and having built up all sorts of unskilful habits it’s difficult for you to start practising with them. Before, you didn’t restrain your speech, so now it’s hard to start restraining it. But as with that wood, it doesn’t matter how troublesome or hard it seems: before you can make it into tables and chairs, you have to encounter some difficulty. That’s not the important thing; it’s just something you have to experience along the way. You have to work through the rough wood to produce the finished pieces of furniture.

The Buddha taught that this is the way the practice is for all of us. All of his disciples who had finished their work and become fully enlightened, had, (when they first came to take ordination and practise with him) previously been puthujjana (ordinary worldlings). They had all been ordinary unenlightened beings like ourselves, with arms and legs, eyes and ears, greed and anger – just the same as us. They didn’t have any special characteristics that made them particularly different from us. This was how both the Buddha and his disciples had been in the beginning. They practised and brought forth enlightenment from the unenlightened, beauty from the ugliness and great benefit from that which was virtually useless. This work has continued through successive generations right up to the present day. It is the children of ordinary people – farmers, traders and businessmen – who, having previously been entangled in the sensual pleasures of the world, go forth to take ordination. Those monks at the time of the Buddha were able to practise and train themselves, and you must understand that you have the same potential. You are made up of the five khandhas6 (aggregates), just the same. You also have a body, pleasant and unpleasant feelings, memory and perception, thought formations and consciousness – as well as a wandering and proliferating mind. You can be aware of good and evil. Everything’s just the same. In the end, that combination of physical and mental phenomena present in each of you, as separate individuals, differs little from that found in those monastics who practised and became enlightened under the Buddha. They had all started out as ordinary, unenlightened beings. Some had even been gangsters and delinquents, while others were from good backgrounds. They were no different from us. The Buddha inspired them to go forth and practise for the attainment of magga (the Noble Path) and phala (Fruition)7, and these days, in similar fashion, people like yourselves are inspired to take up the practice of sīlasamādhi and paññā.

Sīlasamādhi and paññā are the names given to the different aspects of the practice. When you practise sīlasamādhi and paññā, it means you practise with yourselves. Right practice takes place here within you. Right sīla exists here, right samādhi exists here. Why? Because your body is right here. The practice of sīla involves every part of the body. The Buddha taught us to be careful of all our physical actions. Your body exists here! You have hands, you have legs right here. This is where you practise sīla. Whether your actions will be in accordance with sīla and Dhamma depends on how you train your body. Practising with your speech means being aware of the things you say. It includes avoiding wrong kinds of speech, namely divisive speech, coarse speech and unnecessary or frivolous speech. Wrong bodily actions include killing living beings, stealing and sexual misconduct.

It’s easy to reel off the list of wrong kinds of behaviour as found in the books, but the important thing to understand is that the potential for them all lies within us. Your body and speech are with you right here and now. You practise moral restraint, which means taking care to avoid the unskilful actions of killing, stealing and sexual misconduct. The Buddha taught us to take care with our actions from the very coarsest level. In the lay life you might not have had very refined moral conduct and frequently transgressed the precepts. For instance, in the past you may have killed animals or insects by smashing them with an axe or a fist, or perhaps you didn’t take much care with your speech: false speech means lying or exaggerating the truth; coarse speech means you are constantly being abusive or rude to others – ‘you scum,’ ‘you idiot,’ and so on; frivolous speech means aimless chatter, foolishly rambling on without purpose or substance. We’ve indulged in it all. No restraint! In short, keeping sīla means watching over yourself, watching over your actions and speech.

So who will do the watching over? Who will take responsibility for your actions? When you kill some animal, who is the one who knows? Is your hand the one who knows, or is it someone else? When you steal someone else’s property, who is aware of the act? Is your hand the one who knows? This is where you have to develop awareness. Before you commit some act of sexual misconduct, where is your awareness? Is your body the one who knows? Who is the one who knows before you lie, swear or say something frivolous? Is your mouth aware of what it says, or is the one who knows in the words themselves? Contemplate this: whoever it is who knows is the one who has to take responsibility for your sīla. Bring that awareness to watch over your actions and speech. That knowing, that awareness is what you use to watch over your practice. To keep sīla, you use that part of the mind which directs your actions and which leads you to do good and bad. You catch the villain and transform him into a sheriff or a mayor. Take hold of the wayward mind and bring it to serve and take responsibility for all your actions and speech. Look at this and contemplate it. The Buddha taught us to take care with our actions. Who is it who does the taking care? The body doesn’t know anything; it just stands, walks around and so on. The hands are the same; they don’t know anything. Before they touch or take hold of anything, there has to be someone who gives them orders. As they pick things up and put them down there has to be someone telling them what to do. The hands themselves aren’t aware of anything; there has to be someone giving them orders. The mouth is the same – whatever it says, whether it tells the truth or lies, is rude or divisive, there must be someone telling it what to say.

The practice involves establishing sati, mindfulness, within this ‘one who knows.’ The ‘one who knows’ is that intention of mind, which previously motivated us to kill living beings, steal other people’s property, indulge in illicit sex, lie, slander, say foolish and frivolous things and engage in all the kinds of unrestrained behaviour. The ‘one who knows’ led us to speak. It exists within the mind. Focus your mindfulness or sati – that constant recollectedness – on this ‘one who knows.’ Let the knowing look after your practice.

In practice, the most basic guidelines for moral conduct stipulated by the Buddha were: to kill is evil, a transgression of sīla; stealing is a transgression; sexual misconduct is a transgression; lying is a transgression; vulgar and frivolous speech are all transgressions of sīla. You commit all this to memory. It’s the code of moral discipline, as laid down by the Buddha, which encourages you to be careful of that one inside of you who was responsible for previous transgressions of the moral precepts. That one, who was responsible for giving the orders to kill or hurt others, to steal, to have illicit sex, to say untrue or unskilful things and to be unrestrained in all sorts of ways – singing and dancing, partying and fooling around. The one who was giving the orders to indulge in all these sorts of behaviour is the one you bring to look after the mind. Use sati or awareness to keep the mind recollecting in the present moment and maintain mental composure in this way. Make the mind look after itself. Do it well.

If the mind is really able to look after itself, it is not so difficult to guard speech and actions, since they are all supervised by the mind. Keeping sīla – in other words taking care of your actions and speech – is not such a difficult thing. You sustain awareness at every moment and in every posture, whether standing, walking, sitting or lying down. Before you perform any action, speak or engage in conversation, establish awareness first – don’t act or speak first, establish mindfulness first and then act or speak. You must have sati, be recollecting, before you do anything. It doesn’t matter what you are going to say, you must first be recollecting in the mind. Practise like this until you are fluent. Practise so that you can keep abreast of what’s going on in the mind; to the point where mindfulness becomes effortless and you are mindful before you act, mindful before you speak. This is the way you establish mindfulness in the heart. It is with the ‘one who knows’ that you look after yourself, because all your actions spring from here.

This is where the intentions for all your actions originate and this is why the practice won’t work if you try to bring in someone else to do the job. The mind has to look after itself; if it can’t take care of itself, nothing else can. This is why the Buddha taught that keeping sīla is not that difficult, because it simply means looking after your own mind. If mindfulness is fully established, whenever you say or do something harmful to yourself or others, you will know straight away. You know that which is right and that which is wrong. This is the way you keep sīla. You practise with your body and speech from the most basic level.

By guarding your speech and actions they become graceful and pleasing to the eye and ear, while you yourself remain comfortable and at ease within the restraint. All your behaviour, manners, movements and speech become beautiful, because you are taking care to reflect upon, adjust and correct your behaviour. You can compare this with your dwelling place or the meditation hall. If you are regularly cleaning and looking after your dwelling place, then both the interior and the area around it will be pleasant to look at, rather than a messy eyesore. This is because there is someone looking after it. Your actions and speech are similar. If you are taking care with them, they become beautiful, and that which is evil or dirty will be prevented from arising.

Ādikalyānamajjhekalyānapariyosānakalyāna: beautiful in the beginning, beautiful in the middle and beautiful in the end; or harmonious in the beginning, harmonious in the middle and harmonious in the end. What does that mean? Precisely that the practice of sīlasamādhi and paññā is beautiful. The practice is beautiful in the beginning. If the beginning is beautiful, it follows that the middle will be beautiful. If you practise mindfulness and restraint until it becomes comfortable and natural to you – so that there is a constant vigilance – the mind will become firm and resolute in the practise of sīla and restraint. It will be consistently paying attention to the practice and thus become concentrated. That characteristic of being firm and unshakeable in the monastic form and discipline and unwavering in the practice of mindfulness and restraint can be referred to as ‘samādhi.’

That aspect of the practice characterised by a continuous restraint, where you are consistently taking care with your actions and speech and taking responsibility for all your external behaviour, is referred to as sīla. The characteristic of being unwavering in the practice of mindfulness and restraint is calledsamādhi. The mind is firmly concentrated in this practice of sīlaand restraint. Being firmly concentrated in the practice of sīlameans that there is an evenness and consistency to the practice of mindfulness and restraint. These are the characteristics of samādhias an external factor in the practice, used in keeping sīla. However, it also has an inner, deeper side to it. It is essential that you develop and maintain sīla and samādhi from the beginning – you have to do this before anything else.

Once the mind has an intentness in the practice and sīla andsamādhi are firmly established, you will be able to investigate and reflect on that which is wholesome and unwholesome – asking yourself… ‘Is this right?’… ‘Is that wrong?’ – as you experience different mind-objects. When the mind makes contact with different sights, sounds, smells, tastes, tactile sensations or ideas, the ‘one who knows’ will arise and establish awareness of liking and disliking, happiness and suffering and the different kinds of mind-objects that you experience. You will come to see clearly, and see many different things.

If you are mindful, you will see the different objects which pass into the mind and the reaction which takes place upon experiencing them. The ‘one who will automatically take them up as objects for contemplation. Once the mind is vigilant and mindfulness is firmly established, you will note all the reactions displayed through either body, speech or mind, as mind-objects are experienced. That aspect of the mind which identifies and selects the good from the bad, the right from the wrong, from amongst all the mind-objects within your field of awareness, ispaññā. This is paññā in its initial stages and it matures as a result of the practice. All these different aspects of the practice arise from within the mind. The Buddha referred to these characteristics assīlasamādhi and paññā. This is the way they are, as practised in the beginning.

As you continue the practice, fresh attachments and new kinds of delusion begin to arise in the mind. This means you start clinging to that which is good or wholesome. You become fearful of any blemishes or faults in the mind – anxious that your samādhiwill be harmed by them. At the same time you begin to be diligent and hard working, and to love and nurture the practice. Whenever the mind makes contact with mind-objects, you become fearful and tense. You become aware of other people’s faults as well, even the slightest things they do wrong. It’s because you are concerned for your practice. This is practising sīlasamādhi and paññā on one level – on the outside – based on the fact that you have established your views in accordance with the form and foundations of practice laid down by the Buddha. Indeed, these are the roots of the practice and it is essential to have them established in the mind.

You continue to practise like this as much as possible, until you might even reach the point where you are constantly judging and picking fault with everyone you meet, wherever you go. You are constantly reacting with attraction and aversion to the world around you, becoming full of all kinds of uncertainty and continually attaching to views of the right and wrong way to practise. It’s as if you have become obsessed with the practice. But you don’t have to worry about this yet – at that point it’s better to practise too much than too little. Practise a lot and dedicate yourself to looking after body, speech and mind. You can never really do too much of this. This is said to be practising sīla on one level; in fact, sīlasamādhi and paññā are all in there together.

If you were to describe the practice of sīla at this stage, in terms of pāramī8 (spiritual perfections), it would be dāna pāramī (the spiritual perfection of giving), or sīla pāramī (the spiritual perfection of moral restraint). This is the practice on one level. Having developed this much, you can go deeper in the practice to the more profound level of dāna upapāramī9 and sīla upapāramī. These arise out of the same spiritual qualities, but the mind is practising on a more refined level. You simply concentrate and focus your efforts to obtain the refined from the coarse.

Once you have gained this foundation in your practice, there will be a strong sense of shame and fear of wrong-doing established in the heart. Whatever the time or place – in public or in private – this fear of wrong doing will always be in the mind. You become really afraid of any wrong doing. This is a quality of mind that you maintain throughout every aspect of the practice. The practice of mindfulness and restraint with body, speech and mind and the consistent distinguishing between right and wrong is what you hold as the object of mind. You become concentrated in this way and by firmly and unshakeably attaching to this way of practice, it means the mind actually becomes sīlasamādhi and paññā – the characteristics of the practice as described in the conventional teachings.

As you continue to develop and maintain the practice, these different characteristics and qualities are perfected together in the mind. However, practising sīlasamādhi and paññā at this level is still not enough to produce the factors of jhāna10 (meditative absorption) – the practice is still too coarse. Still, the mind is already quite refined – on the refined side of coarse! For an ordinary unenlightened person who has not been looking after the mind or practised much meditation and mindfulness, just this much is already something quite refined. It’s like a poor person – owning two or three pounds can mean a lot, though for a millionaire it’s almost nothing. This is the way it is. A few quid is a lot when you’re down and out and hard up for cash, and in the same way, even though in the early stages of the practice you might still only be able to let go of the coarser defilements, this can still seem quite profound to one who is unenlightened and has never practised or let go of defilements before. At this level, you can feel a sense of satisfaction with being able to practise to the full extent of your ability. This is something you will see for yourself; it’s something that has to be experienced within the mind of the practitioner.

If this is so, it means that you are already on the path, i.e. practising sīlasamādhi and paññā. These must be practised together, for if any are lacking, the practice will not develop correctly. The more your sīla improves, the firmer the mind becomes. The firmer the mind is, the bolder paññā becomes and so on… each part of the practice supporting and enhancing all the others. In the end, because the three aspects of the practice are so closely related to each other, these terms virtually become synonymous. This is characteristic of sammā patipadā (right practice), when you are practising continuously, without relaxing your effort.

If you are practising in this way, it means that you have entered upon the correct path of practice. You are travelling along the very first stages of the path – the coarsest level – which is something quite difficult to sustain. As you deepen and refine the practice,sīlasamādhi and paññā will mature together from the same place – they are refined down from the same raw material. It’s the same as our coconut palms. The coconut palm absorbs the water from the earth and pulls it up through the trunk. By the time the water reaches the coconut itself, it has become clean and sweet, even though it is derived from that plain water in the ground. The coconut palm is nourished by what are essentially the coarse earth and water elements, which it absorbs and purifies, and these are transformed into something far sweeter and purer than before. In the same way, the practice of sīlasamādhi and paññā – in other words Magga – has coarse beginnings, but, as a result of training and refining the mind through meditation and reflection, it becomes increasingly subtle.

As the mind becomes more refined, the practice of mindfulness becomes more focused, being concentrated on a more and more narrow area. The practice actually becomes easier as the mind turns more and more inwards to focus on itself. You no longer make big mistakes or go wildly wrong. Now, whenever the mind is affected by a particular matter, doubts will arise – such as whether acting or speaking in a certain way is right or wrong – you simply keep halting the mental proliferation and, through intensifying effort in the practice, continue turning your attention deeper and deeper inside. The practice of samādhi will become progressively firmer and more concentrated. The practice of paññā is enhanced so that you can see things more clearly and with increasing ease.

The end result is that you are clearly able to see the mind and its objects, without having to make any distinction between the mind, body or speech. You no longer have to separate anything at all – whether you are talking about the mind and the body or the mind and its objects. You see that it is the mind which gives orders to the body. The body has to depend on the mind before it can function. However, the mind itself is constantly subject to different objects contacting and conditioning it before it can have any effect on the body. As you continue to turn attention inwards and reflect on the Dhamma, the wisdom faculty gradually matures, and eventually you are left contemplating the mind and mind-objects – which means that you start to experience the body,rūpadhamma (material), as arūpadhamma (immaterial). Through your insight, you are no longer groping at or uncertain in your understanding of the body and the way it is. The mind experiences the body’s physical characteristics as arūpadhamma – formless objects – which come into contact with the mind. Ultimately, you are contemplating just the mind and mind-objects – those objects which come into your consciousness.

Now, examining the true nature of the mind, you can observe that in its natural state, it has no preoccupations or issues prevailing upon it. It’s like a piece of cloth or a flag that has been tied to the end of a pole. As long as it’s on its own and undisturbed, nothing will happen to it. A leaf on a tree is another example – ordinarily it remains quiet and unperturbed. If it moves or flutters this must be due to the wind, an external force. Normally, nothing much happens to leaves; they remain still. They don’t go looking to get involved with anything or anybody. When they start to move, it must be due to the influence of something external, such as the wind, which makes them swing back and forth. In its natural state, the mind is the same – in it, there exists no loving or hating, nor does it seek to blame other people. It is independent, existing in a state of purity that is truly clear, radiant and untarnished. In its pure state, the mind is peaceful, without happiness or suffering – indeed, not experiencing any vedanā (feeling) at all. This is the true state of the mind.

The purpose of the practice, then, is to seek inwardly, searching and investigating until you reach the original mind. The original mind is also known as the pure mind. The pure mind is the mind without attachment. It doesn’t get affected by mind-objects. In other words, it doesn’t chase after the different kinds of pleasant and unpleasant mind-objects. Rather, the mind is in a state of continuous knowing and wakefulness – thoroughly mindful of all it is experiencing. When the mind is like this, no pleasant or unpleasant mind-objects it experiences will be able to disturb it. The mind doesn’t ‘become’ anything. In other words, nothing can shake it. Why? Because there is awareness. The mind knows itself as pure. It has evolved its own, true independence; it has reached its original state. How is it able to bring this original state into existence? Through the faculty of mindfulness wisely reflecting and seeing that all things are merely conditions arising out of the influence of elements, without any individual being controlling them.

This is how it is with the happiness and suffering we experience. When these mental states arise, they are just ‘happiness’ and ‘suffering’. There is no owner of the happiness. The mind is not the owner of the suffering – mental states do not belong to the mind. Look at it for yourself. In reality these are not affairs of the mind, they are separate and distinct. Happiness is just the state of happiness; suffering is just the state of suffering. You are merely the knower of these. In the past, because the roots of greed, hatred and delusion already existed in the mind, whenever you caught sight of the slightest pleasant or unpleasant mind-object, the mind would react immediately – you would take hold of it and have to experience either happiness or suffering. You would be continuously indulging in states of happiness and suffering. That’s the way it is as long as the mind doesn’t know itself – as long as it’s not bright and illuminated. The mind is not free. It is influenced by whatever mind-objects it experiences. In other words, it is without a refuge, unable to truly depend on itself. You receive a pleasant mental impression and get into a good mood. The mind forgets itself.

In contrast, the original mind is beyond good and bad. This is the original nature of the mind. If you feel happy over experiencing a pleasant mind-object, that is delusion. If you feel unhappy over experiencing an unpleasant mind-object, that is delusion. Unpleasant mind-objects make you suffer and pleasant ones make you happy – this is the world. Mind-objects come with the world. They are the world. They give rise to happiness and suffering, good and evil, and everything that is subject to impermanence and uncertainty. When you separate from the original mind, everything becomes uncertain – there is just unending birth and death, uncertainty and apprehensiveness, suffering and hardship, without any way of halting it or bringing it to cessation. This is vatta (the endless round of rebirth).

Through wise reflection, you can see that you are subject to old habits and conditioning. The mind itself is actually free, but you have to suffer because of your attachments. Take, for example, praise and criticism. Suppose other people say you are stupid: why does that cause you to suffer? It’s because you feel that you are being criticised. You ‘pick up’ this bit of information and fill the mind with it. The act of ‘picking up,’ accumulating and receiving that knowledge without full mindfulness, gives rise to an experience that is like stabbing yourself. This is upādāna(attachment). Once you have been stabbed, there is bhava(becoming). Bhava is the cause for jāti (birth). If you train yourself not to take any notice of or attach importance to some of the things other people say, merely treating them as sounds contacting your ears, there won’t be any strong reaction and you won’t have to suffer, as nothing is created in the mind. It would be like listening to a Cambodian scolding you – you would hear the sound of his speech, but it would be just sound because you wouldn’t understand the meaning of the words. You wouldn’t be aware that you were being told off. The mind wouldn’t receive that information, it would merely hear the sound and remain at ease. If anybody criticised you in a language that you didn’t understand, you would just hear the sound of their voice and remain unperturbed. You wouldn’t absorb the meaning of the words and be hurt over them. Once you have practised with the mind to this point, it becomes easier to know the arising and passing away of consciousness from moment to moment. As you reflect like this, penetrating deeper and deeper inwards, the mind becomes progressively more refined, going beyond the coarser defilements.

Samādhi means the mind that is firmly concentrated, and the more you practise the firmer the mind becomes. The more firmly the mind is concentrated, the more resolute in the practice it becomes. The more you contemplate, the more confident you become. The mind becomes truly stable – to the point where it can’t be swayed by anything at all. You are absolutely confident that no single mind-object has the power to shake it. Mind-objects are mind-objects; the mind is the mind. The mind experiences good and bad mental states, happiness and suffering, because it is deluded by mind-objects. If it isn’t deluded by mind-objects, there’s no suffering. The undeluded mind can’t be shaken. This phenomenon is a state of awareness, where all things and phenomena are viewed entirely as dhātu11 (natural elements) arising and passing away – just that much. It might be possible to have this experience and yet still be unable to fully let go. Whether you can or can’t let go, don’t let this bother you. Before anything else, you must at least develop and sustain this level of awareness or fixed determination in the mind. You have to keep applying the pressure and destroying defilements through determined effort, penetrating deeper and deeper into the practice.

Having discerned the Dhamma in this way, the mind will withdraw to a less intense level of practice, which the Buddha and subsequent Buddhist scriptures describe as the Gotrabhū citta12. The Gotrabhū citta refers to the mind which has experienced going beyond the boundaries of the ordinary human mind. It is the mind of the puthujjana (ordinary unenlightened individual) breaking through into the realm of the ariyan (Noble One) – however, this phenomena still takes place within the mind of the ordinary unenlightened individual like ourselves. The Gotrabhūpuggala is someone, who, having progressed in their practice until they gain temporary experience of Nibbāna (enlightenment), withdraws from it and continues practising on another level, because they have not yet completely cut off all defilements. It’s like someone who is in the middle of stepping across a stream, with one foot on the near bank, and the other on the far side. They know for sure that there are two sides to the stream, but are unable to cross over it completely and so step back. The understanding that there exist two sides to the stream is similar to that of the Gotrabhū puggala or the Gotrabhū citta. It means that you know the way to go beyond the defilements, but are still unable to go there, and so step back. Once you know for yourself that this state truly exists, this knowledge remains with you constantly as you continue to practise meditation and develop your pāramī. You are both certain of the goal and the most direct way to reach it.

Simply speaking, this state that has arisen is the mind itself. If you contemplate according to the truth of the way things are, you can see that there exists just one path and it is your duty to follow it. It means that you know from the very beginning that mental states of happiness and suffering are not the path to follow. This is something that you have to know for yourself – it is the truth of the way things are. If you attach to happiness, you are off the path because attaching to happiness will cause suffering to arise. If you attach to sadness, it can be a cause for suffering to arise. You understand this – you are already mindful with right view, but at the same time, are not yet able to fully let go of your attachments.

So what is the correct way to practice? You must walk the middle path, which means keeping track of the various mental states of happiness and suffering, while at the same time keeping them at a distance, off to either side of you. This is the correct way to practise – you maintain mindfulness and awareness even though you are still unable to let go. It’s the correct way, because whenever the mind attaches to states of happiness and suffering, awareness of the attachment is always there. This means that whenever the mind attaches to states of happiness, you don’t praise it or give value to it, and whenever it attaches to states of suffering, you don’t criticise it. This way you can actually observe the mind as it is. Happiness is not right, suffering is not right. There is the understanding that neither of these is the right path. You are aware, awareness of them is sustained, but still you can’t fully abandon them. You are unable to drop them, but you can be mindful of them. With mindfulness established, you don’t give undue value to happiness or suffering. You don’t give importance to either of those two directions which the mind can take, and you hold no doubts about this; you know that following either of those ways is not the right path of practice, so at all times you take this middle way of equanimity as the object of mind. When you practise to the point where the mind goes beyond happiness and suffering, equanimity will necessarily arise as the path to follow, and you have to gradually move down it, little by little – the heart knowing the way to go to be beyond defilements, but, not yet being ready to finally transcend them, it withdraws and continues practising.

Whenever happiness arises and the mind attaches, you have to take that happiness up for contemplation, and whenever it attaches to suffering, you have to take that up for contemplation. Eventually, the mind reaches a stage when it is fully mindful of both happiness and suffering. That’s when it will be able to lay aside the happiness and the suffering, the pleasure and the sadness, and lay aside all that is the world and so become lokavidū(knower of the worlds). Once the mind – ‘one who knows’ – can let go it will settle down at that point. Why does it settle down? Because you have done the practice and followed the path right down to that very spot. You know what you have to do to reach the end of the path, but are still unable to accomplish it. When the mind attaches to either happiness or suffering, you are not deluded by them and strive to dislodge the attachment and dig it out.

This is practising on the level of the yogāvacara, one who is travelling along the path of practice – striving to cut through the defilements, yet not having reached the goal. You focus upon these conditions and the way it is from moment to moment in your own mind. It’s not necessary to be personally interviewed about the state of your mind or do anything special. When there is attachment to either happiness or suffering, there must be the clear and certain understanding that any attachment to either of these states is deluded. It is attachment to the world. It is being stuck in the world. Happiness means attachment to the world, suffering means attachment to the world. This is the way worldly attachment is. What is it that creates or gives rise to the world? The world is created and established through ignorance. It’s because we are not mindful that the mind attaches importance to things, fashioning and creating sankhāra (formations) the whole time.

It is here that the practice becomes really interesting. Wherever there is attachment in the mind, you keep hitting at that point, without letting up. If there is attachment to happiness, you keep pounding at it, not letting the mind get carried away with the mood. If the mind attaches to suffering, you grab hold of that, really getting to grips with it and contemplating it straight away. You are in the process of finishing the job off; the mind doesn’t let a single mind-object slip by without reflecting on it. Nothing can resist the power of your mindfulness and wisdom. Even if the mind is caught in an unwholesome mental state, you know it as unwholesome and the mind is not heedless. It’s like stepping on thorns: of course, you don’t seek to step on thorns, you try to avoid them, but nevertheless sometimes you step on one. When you do step on one, do you feel good about it? You feel aversion when you step on a thorn. Once you know the path of practice, it means you know that which is the world, that which is suffering and that which binds us to the endless cycle of birth and death. Even though you know this, you are unable to stop stepping on those ‘thorns’. The mind still follows various states of happiness and sadness, but doesn’t completely indulge in them. You sustain a continuous effort to destroy any attachment in the mind – to destroy and clear all that which is the world from the mind.

You must practise right in the present moment. Meditate right there; build your pāramī right there. This is the heart of practice, the heart of your effort. You carry on an internal dialogue, discussing and reflecting on the Dhamma within yourself. It’s something that takes place right inside the mind. As worldly attachment is uprooted, mindfulness and wisdom untiringly penetrate inwards, and the ‘one who knows’ sustains awareness with equanimity, mindfulness and clarity, without getting involved with or becoming enslaved to anybody or anything. Not getting involved with things means knowing without clinging – knowing while laying things aside and letting go. You still experience happiness; you still experience suffering; you still experience mind-objects and mental states, but you don’t cling to them.

Once you are seeing things as they are you know the mind as it is and you know mind-objects as they are. You know the mind as separate from mind-objects and mind-objects as separate from the mind. The mind is the mind, mind-objects are mind-objects. Once you know these two phenomena as they are, whenever they come together you will be mindful of them. When the mind experiences mind-objects, mindfulness will be there. Our teacher described the practice of the yogāvacara who is able to sustain such awareness, whether walking, standing, sitting or lying down, as being a continuous cycle. It is sammā patipadā (right practice). You don’t forget yourself or become heedless.

You don’t simply observe the coarser parts of your practice, but also watch the mind internally, on a more refined level. That which is on the outside, you set aside. From here onwards you are just watching the body and the mind, just observing this mind and its objects arising and passing away, and understanding that having arisen they pass away. With passing away there is further arising – birth and death, death and birth; cessation followed by arising, arising followed by cessation. Ultimately, you are simply watching the act of cessation. Khayavayam means degeneration and cessation. Degeneration and cessation are the natural way of the mind and its objects – this is khayavayam. Once the mind is practising and experiencing this, it doesn’t have to go following up on or searching for anything else – it will be keeping abreast of things with mindfulness. Seeing is just seeing. Knowing is just knowing. The mind and mind-objects are just as they are. This is the way things are. The mind isn’t proliferating about or creating anything in addition.

Don’t be confused or vague about the practice. Don’t get caught in doubting. This applies to the practice of sīla just the same. As I mentioned earlier, you have to look at it and contemplate whether it’s right or wrong. Having contemplated it, then leave it there. Don’t doubt about it. Practising samādhi is the same. Keep practising, calming the mind little by little. If you start thinking, it doesn’t matter; if you’re not thinking, it doesn’t matter. The important thing is to gain an understanding of the mind.

Some people want to make the mind peaceful, but don’t know what true peace really is. They don’t know the peaceful mind. There are two kinds of peacefulness – one is the peace that comes through samādhi, the other is the peace that comes through paññā. The mind that is peaceful through samādhi is still deluded. The peace that comes through the practice of samādhi alone is dependent on the mind being separated from mind-objects. When it’s not experiencing any mind-objects, then there is calm, and consequently one attaches to the happiness that comes with that calm. However, whenever there is impingement through the senses, the mind gives in straight away. It’s afraid of mind-objects. It’s afraid of happiness and suffering; afraid of praise and criticism; afraid of forms, sounds, smells and tastes. One who is peaceful through samādhi alone is afraid of everything and doesn’t want to get involved with anybody or anything on the outside. People practising samādhi in this way just want to stay isolated in a cave somewhere, where they can experience the bliss of samādhiwithout having to come out. Wherever there is a peaceful place, they sneak off and hide themselves away. This kind of samādhiinvolves a lot of suffering – they find it difficult to come out of it and be with other people. They don’t want to see forms or hear sounds. They don’t want to experience anything at all! They have to live in some specially preserved quiet place, where no-one will come and disturb them with conversation. They have to have really peaceful surroundings.

This kind of peacefulness can’t do the job. If you have reached the necessary level of calm, then withdraw. The Buddha didn’t teach to practise samādhi with delusion. If you are practising like that, then stop. If the mind has achieved calm, then use it as a basis for contemplation. Contemplate the peace of concentration itself and use it to connect the mind with and reflect upon the different mind-objects which it experiences. Use the calm ofsamādhi to contemplate sights, smells, tastes, tactile sensations and ideas. Use this calm to contemplate the different parts of the body, such as the hair of the head, hair of the body, nails, teeth, skin and so on. Contemplate the three characteristics of aniccam(impermanence), dukkham (suffering) and anattā (not-self). Reflect upon this entire world. When you have contemplated sufficiently, it is all right to reestablish the calm of samādhi. You can re-enter it through sitting meditation and afterwards, with calm re-established, continue with the contemplation. Use the state of calm to train and purify the mind. Use it to challenge the mind. As you gain knowledge, use it to fight the defilements, to train the mind. If you simply enter samādhi and stay there you don’t gain any insight – you are simply making the mind calm and that’s all. However, if you use the calm mind to reflect, beginning with your external experience, this calm will gradually penetrate deeper and deeper inwards, until the mind experiences the most profound peace of all.

The peace which arises through paññā is distinctive, because when the mind withdraws from the state of calm, the presence ofpaññā makes it unafraid of forms, sounds, smells, tastes, tactile sensations and ideas. It means that as soon as there is sense contact the mind is immediately aware of the mind-object. As soon as there is sense contact you lay it aside; as soon as there is sense contact mindfulness is sharp enough to let go right away. This is the peace that comes through paññā.

When you are practising with the mind in this way, the mind becomes considerably more refined than when you are developing samādhi alone. The mind becomes very powerful, and no longer tries to run away. With such energy you become fearless. In the past you were scared to experience anything, but now you know mind-objects as they are and are no longer afraid. You know your own strength of mind and are unafraid. When you see a form, you contemplate it. When you hear a sound, you contemplate it. You become proficient in the contemplation of mind-objects. You are established in the practice with a new boldness, which prevails whatever the conditions. Whether it be sights, sounds or smells, you see them and let go of them as they occur. Whatever it is, you can let go of it all. You clearly see happiness and let it go. You clearly see suffering and let it go. Wherever you see them, you let them go right there. That’s the way! Keep letting them go and casting them aside right there. No mind-objects will be able to maintain a hold over the mind. You leave them there and stay secure in your place of abiding within the mind. As you experience, you cast aside. As you experience, you observe. Having observed, you let go. All mind-objects lose their value and are no longer able to sway you. This is the power of vipassanā (insight meditation). When these characteristics arise within the mind of the practitioner, it is appropriate to change the name of the practice to vipassanā: clear knowing in accordance with the truth. That’s what it’s all about – knowledge in accordance with the truth of the way things are. This is peace at the highest level, the peace of vipassanā. Developing peace through samādhialone is very, very difficult; one is constantly petrified.

So when the mind is at its most calm, what should you do? Train it. Practise with it. Use it to contemplate. Don’t be scared of things. Don’t attach. Developing samādhi so that you can just sit there and attach to blissful mental states isn’t the true purpose of the practice. You must withdraw from it. The Buddha said that you must fight this war, not just hide out in a trench trying to avoid the enemy’s bullets. When it’s time to fight, you really have to come out with guns blazing. Eventually you have to come out of that trench. You can’t stay sleeping there when it’s time to fight. This is the way the practice is. You can’t allow your mind to just hide, cringing in the shadows.

Sīla and samādhi form the foundation of practice and it is essential to develop them before anything else. You must train yourself and investigate according to the monastic form and ways of practice which have been passed down.

Be it as it may, I have described a rough outline of the practice. You as the practitioners must avoid getting caught in doubts. Don’t doubt about the way of practice. When there is happiness, watch the happiness. When there is suffering, watch the suffering. Having established awareness, make the effort to destroy both of them. Let them go. Cast them aside. Know the object of mind and keep letting it go. Whether you want to do sitting or walking meditation it doesn’t matter. If you keep thinking, never mind. The important thing is to sustain moment to moment awareness of the mind. If you are really caught in mental proliferation, then gather it all together, and contemplate it in terms of being one whole, cutting it off right from the start, saying, ‘All these thoughts, ideas and imaginings of mine are simply thought proliferation and nothing more. It’s all aniccamdukkham and anattā. None of it is certain at all.’ Discard it right there.


Footnotes

…samana1
Recluse, monk or holy one – one who has left the home life to pursue the Higher Life.
…ārammana2
Ārammana: mind-objects; the object which is presented to the mind (citta) at any moment. This object is derived from the five senses or direct from the mind (memory, thought, feelings). It is not the external object (in the world), but that object after having been processed by one’s preconceptions and predispositions.
…bhikkhus’3
Bhikkhu: Buddhist monk, alms mendicant.
…Arahants4
Arahant: Worthy one, one who is full enlightened.
5
Venerable: in Thai, ‘Phra‘.
…khandhas6
Khandhas: Groups or aggregates: form (rūpa), feeling (vedanā), perception (saññā), thought formations (sankhārā) and consciousness (viññāna). These groups are the five groups that constitute what we call a person.
7
Magga-phala: Path and fruition: the four transcendent paths – or rather one path and four different levels of refinement – leading to ‘nobility’ (ariya) or the end of suffering, i.e., the insight knowledge which cuts through the fetters (samyojana); and the four corresponding fruitions arising from those paths – refers to the mental state, cutting through defilements, immediately following the attainment of any of these paths.
…pāramī8
Pāramī: refers to the ten spiritual perfections: generosity, moral restraint, renunciation, wisdom, effort, patience, truthfulness, determination, kindness and equanimity.
…upapāramī9
Upapāramī: refers to the same ten spiritual perfections, but practised on a deeper, more intense and profound level (practised to the highest degree, they are called paramattha pāramī)
…jhāna10
Jhāna: Various levels of meditative absorption. The five factors of jhāna are initial and sustained application of mind, rapture, pleasure and equanimity.
…dhātu11
Dhātu: Elements, natural essence. The elementary properties which make up the inner sense of the body and mind: earth (material), water (cohesion), fire (energy) and air (motion), space and consciousness.
…citta12
Gotrabhū citta: Change-of-lineage (state of consciousness preceding jhāna or Path).
Contents: © Wat Nong Pah Pong, 2007 | Last update: March 2008

Sex Pistols


[youtube https://youtu.be/qbmWs6Jf5dc?list=PLFAA6FE26CA5246AC]

I Sex Pistols sono stati uno dei più influenti gruppi punk rock britannici e una grande icona della prima ondata punk.

L’inizio del gruppo, originariamente composto dal cantante Johnny Rotten, dal chitarrista Steve Jones, dal batterista Paul Cook e dal bassista Glen Matlock, poi sostituito da Sid Vicious, risale al 1975, a Londra. Anche se la loro carriera durò solo tre anni, pubblicando solo quattro singoli discografici e un album in studio, i Sex Pistols vennero descritti dalla BBC come «la sola punk rock band inglese». Il gruppo è spesso indicato come il fondatore del movimento punk britannico[3] e il creatore del primo divario generazionale con il rock ‘n’ roll.

I Sex Pistols emersero come risposta a ciò che era sempre visto come più eccessivo, come il rock progressivo e le produzioni pop della metà degli anni settanta. Il gruppo creò molte controversie durante la sua breve carriera, attirando l’attenzione su di sé,ma mettendo spesso in secondo piano la musica.[7] I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. Il singolo del 1977 God Save the Queen, pubblicato appositamente durante il giubileo d’argento della regina d’Inghilterra, è stato considerato un attacco alla monarchia e al nazionalismo degli inglesi.

Johnny Rotten lasciò il gruppo nel 1978, durante un turbolento tour negli Stati Uniti; il trio rimasto continuò fino alla fine dell’anno, ma si sciolse all’inizio del 1979. Con Lydon il gruppo organizza un concerto nel 1996 per il Filthy Lucre Tour (“Tour a scopo di lucro”, traducibile anche in “Tour per il lurido guadagno”), anche se senza Sid Vicious, morto di overdose nel 1979 a soli 21 anni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sex_Pistols

The Sex Pistols were an English punk rock band formed in London in 1975. Although they lasted just two-and-a-half years and produced only four singles and one studio album, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, they were one of the most influential acts in the history of popular music,[1][2] initiated a punk movement in the United Kingdom, and inspired many later punk and alternative rock musicians. The first incarnation of the Sex Pistols included singer John Lydon, lead guitarist Steve Jones, drummer Paul Cook and bass player Glen Matlock. Matlock was replaced by Sid Vicious early in 1977. Under the management ofMalcolm McLaren, a visual artist, performer, clothes designer and boutique owner, the band provoked controversies that garnered a significant amount of publicity. Their concerts repeatedly faced difficulties with organisers and local authorities, and public appearances often ended in mayhem. Their 1977 single “God Save the Queen”, attacking social conformity and deference to the Crown, precipitated the “last and greatest outbreak of pop-based moral pandemonium”. Other subjects addressed in their frequently obscene lyrics included the music industry, consumerism, abortion, and the Holocaust.

In January 1978, at the end of a turbulent tour of the United States, Rotten left the Sex Pistols and announced its break-up. Over the next several months, the three other band members recorded songs for McLaren’s film version of the Sex Pistols’ story, The Great Rock ‘n’ Roll Swindle. Vicious died of a heroin overdose in February 1979. In 1996, Rotten, Jones, Cook and Matlock reunited for the Filthy Lucre Tour; since 2002, they have staged further reunion shows and tours. On 24 February 2006, the Sex Pistols—the four original, surviving members and Sid Vicious—were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame, but they refused to attend the ceremony, calling the museum “a piss stain”

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Voci senza suono – Voices without sound


🌸Voci senza suono🌸

Ricalco
disegni
sul cuore
che il tempo
ha sbiadito
Ascolto
le voci
senza suono
per ritrovare
essenza di vita
Musica
per danzare
in armonia
dove un sorriso
è bussola

13.06.2018 Poetyca
🌸🍃🌸
🌸Voices without sound

Trace
drawings
on the heart
that time
has faded
I listen
the voices
without sound
to find again
essence of life
Music
to dance
in harmony
where a smile
it’s a compass

13.06.2018 Poetyca