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“Eagles : Long Road Out Of Eden 2007 – Eagles Full Album 2007”


Meditare


Meditare

Meditare è attraversare, raccogliere come un osservatore tutto quanto possa scorrere nel nostro panorama interiore; senza divisione, o meglio senza dualismo, senza imprigionare nulla e sopratutto provando a mettere la nostra attenzione in condizione di verificare come reagiamo alle causa del nostro disagio: paura, attaccamento, illusioni e quello che possa distruggere il nostro sogno di una realtà perfetta.

In un certo senso è come se, usciti da un grembo materno che ci garantiva un ambiente perfetto, camminando a tentoni attraverso una realtà che nasconde armi accuminate ne temiano l’offesa.
Quante volte ci si proietta al passato, a quel mondo che possa avere regalato gioia, oppure che ancora oggi a distanza di anni semina in noi rabbia e rancore per cose che, a ben vedere dovrebbero aver perso il loro alone di colore per essere sbiadite in un angolo, eppure non permettiamo di ” mollare la presa” e ripetiamo come un disco rigato lo stesso meccanismo di ” voci ininterrotte” che ci accusano o ci demoliscono interiormente, accanto ad una catena di ” se avessi…avrei potuto”. Tutti modi questi per portare uno zaino pesante sulle spalle che ci faccia procedere a fatica e ci impedisce di guardare al nostro presente.

Quante volte invece, presi da progetti immaginiamo il nostro futuro, lo ipotechiamo con tutte le nostre energie e poi…quando vediamo che quello che vorremmo non si realizza stiamo male?
O quante volte, spinti dal timore di non riuscita ci pre- occupiamo di qualcosa restando inchiodati al terreno invece di progredire? Eppure siamo qui ed ora, il nostro tempo, la nostra attenzione sono un’ininterrotta catena di attimi che se colti con attenzione, con atteggamento retto ed equidistante sono motivo per far diradare le nebbie della mente e cogliere la realtà esattamente come è.

Questa forma di realismo non è paragonabile a nichilismo o a disfattismo, nel presente, letto con attenzione sono possibili tantissime sfumature motivo di leggerezza e gioia, opportunità per maturare il non attaccamento e scoprire una dimensione limpida che, come fonte viva sa dare energie all’amorevolezza, al non giudizio e all’apertura verso gli altri. Solo allora il nostro procedere, senza peso alcuno ci offre il senso profondo della vita.

Per maturare questo atteggiamento è necessario ricavare uno spazio interiore, un ascolto profondo che sia ” cura della mente” e della sua voce per rassicurarla, per indicare gli inganni. Un’attenzione che è data all’ininterrotto fluire di pensieri – la loro nascita, l’apparire con il loro mormorio ed il loro allontanamento.
Una mente calma sa accogliere il silenzio come nutrimento e l’attenzione verso di sè come opportunità che sappia tracciare nel respiro il percorso verso l’ascolto del profondo e nel battito del cuore il suono della calma che ci faccia espandere oltre la mente.

La meditazione è ” lasciare andare”, depositare lo zaino al bordo della strada per rinnovarci di nuovo vigore ed essere pronti verso il nostro cammino.

17.04.2007 Poetyca


Meditation

Meditation is to cross, as an observer to collect all that can flow into our inner landscape, without division, or rather without duality, without anything to imprison and especially trying to put our attention in a position to see how we react to the cause of our discomfort, fear,attachment and illusions that can destroy our dream of a perfect reality.

In a way, as if emerging from a womb that guaranteed us the perfect environment for walking groping through a reality that hides the sharp weapons it temiano offense.
How many times have you projected the past, to the world that could have given joy, or that even today after years of sowing resentment and anger in us for things that, in hindsight would have lost their aura of color to be faded in a corner, and yet not allow it to “let go” and repeat like a striped disk the same mechanism of “unbroken voices” who accuse us or we break down inside, near a chain of “if I had … I could.” All these ways to carry a heavy backpack on his shoulders so that we do proceed to fatigue and prevents us from looking at our present.

How many times have instead taken from projects we imagine our future, the mortgage with all our energy and then … when we see what we’re not done wrong?
Or how many times, driven by the fear of us failed to pre-occupy some remain nailed to the ground instead of forward? Yet we are here and now, our time our attention is an unbroken chain of moments that, if read carefully, with attitudes are equally spaced right reason to dispel the mists of the mind and grasp the reality exactly as it is.

This form of realism is not comparable to nihilism, or defeatism in the present, carefully read lots of nuances are possible because of lightness and joy, opportunities for mature non-attachment and discover a dimension clear that, as a living source can give energy all’amorevolezza , opening the proceedings and not to others. Only then will our progress, by no offers us the deepest meaning of life.

For mature attitude is necessary to produce an interior space, deep listening that is a “cure of mind” and to reassure her of her voice to indicate deception. Attention that is given all’ininterrotto flow of thoughts – their birth, appear with their murmuring and their removal.
A calm mind can embrace silence as food and attention toward you know that as an opportunity to draw breath in the path of deep listening to the heartbeat and the sound of calm that makes us expand beyond the mind.

Meditation is “letting go”, deposit the bag at the roadside to renew again and be ready to force our way.

17.04.2007 Poetyca

Risposta e domanda


Risposta e domanda

Rivive la storia
oltre l’attimo del respiro
mentre il tempo s’acqueta
e nel silenzio trova
risposta ad un pensiero

Effetto e causa
questione e domanda
a quell’essere in ricerca
tra colore e sfumatura
senza parola alcuna

Vibrazione e sorriso
nel ciclo del samsara
dove tutto era in sospeso
per riprendere il filo
di un percorso infinito

16.08.2007 Poetyca


Question and answer

Relives history
beyond the moment of breath
as time quieted
and silence is
response to a thought

Cause and effect
question and ask
to that being in research
between color and nuance
without any word

Vibration and smile
in the cycle of samsara
where everything was outstanding
to resume the thread
an infinite path

 

16.08.2007 Poetyca

Consapevolezza e dualismo


Consapevolezza e dualismo

L’attraversamento consapevole, la capacità di ” guardare in faccia” ogni aspetto di sè, cogliere che in noi vi possano essere due polarità opposte senza negarne l’esistenza è sapere da che base parta il lavoro di ricerca consapevole: seppure opposto al proprio proposito di essere un ” rappresentante del Bene” è nello scendere nel pozzo oscuro e non fuggire, che si possa iniziare un cammino di trasformazione duraturo, capace di unire tali opposti e di non identificarsi o identificare altri con un aspetto piuttosto che non l’altro.Interessante anche il concetto di ” male neccessario” al fine di trasformare una condizione che crea disagio come via che conduca ad un sommo bene. In fondo non è mettendo la polvere sotto il tappeto che si possa considerare di avere fatto pulizia, così come non è su una proiezione esterna che si possa trovare la reale causa del nostro disagio.Facendo incarnare ad altri la figura ombrosa e a noi quella colma di bontà falsiamo la realtà, non esiste infatti un assoluto Bene e un assoluto Male, questo è importante al fine di attivare un successivo lavoro di integrazione delle nostre polarità.

La negazione come fuga non permette di prendere consapevolezza della realtà. Lo stesso principio vale per l’ illudersi di non vedere in nessuno delle ombre, mostrando di accogliere tutto e tutti come condizione idealizzata – mentre in realtà si giudica e si vuole apparire sopra le parti ( o meglio migliori di altri) , con particolare attaccamento alle apparenze, saper vedere nel profondo la realtà, accoglerla per quella che è, senza un giudizio, che di fatto è un atto separativo, dunque senza alimentare delle aspettative, è un atteggamento capace di condurre alla realizzazione dell’integrazione degli opposti. Mentre nello scoprire che in noi vi possa essere quanto non si accogliesse è motivo di disagio poichè non si accetta di avere una parte non ben illuminata e tale resterebbe se non si lavorasse nel disvelarla, nulla è facile, anzi spesso si richiede un cammino sofferto perchè deve toccare sia la conflittualità che la fuga da se stessi.
Trovare comunque l’unità delle polarità è saper accogliere con più pazienza le discrepanze e il dualismo in altri oltre che in se stessi.. Siamo umani e la cosa importante è accogliere questa umanità, in ogni aspetto, che non significa giustificare se stessi e le proprie mancanze e nel contempo accusare altri di essere peggiori di noi, un accusa che parte proprio dal giudizio separativo. Per evitare conflittualità è importante accogliere la realtà per quello che è e lavorare con sincerità verso l’integrazione degli opposti al fine di trovare Armonia.

21.09.2007 Poetyca

The Police


I Police sono stati un gruppo rock inglese nato a Londra nel 1977. A distanza di 23 anni dalla separazione, avvenuta nel 1984, seppur mai ufficializzata, i Police hanno inaspettatamente annunciato il 12 febbraio 2007 un tour mondiale che ha avuto luogo nella seconda metà di quell’anno con decine di concerti in America, Europa, Asia e Oceania. Il grande successo ha spinto il trio a proseguire il tour con una nutrita serie di date sino all’estate del 2008. Complessivamente i Police hanno venduto circa 75 milioni di dischi.

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Police

The Police were an English rock band formed in London in 1977. For the majority of their history, the band consisted of Sting (lead singer, bassist and principal songwriter), Andy Summers (guitarist) and Stewart Copeland (drummer). The Police became globally popular in the late 1970s and are generally regarded as one of the first new wave groups to achieve mainstream success, playing a style of rock that was influenced by punk, reggae, and jazz. They are also considered one of the leaders of the Second British Invasion of the U.S. They disbanded in 1986, but reunited in early 2007 for a one-off world tour that ended in August 2008.

Their 1978 debut album, Outlandos d’Amour, reached No. 6 in the UK, and their second album Reggatta de Blanc became the first of five consecutive UK No. 1 albums. Synchronicity from 1983 was
No. 1 in both the UK and U.S., and sold over 8 million copies in the U.S. alone. The Police have sold over 75 million records, making them one of the world’s best-selling artists of all time.They were the world’s highest-earning musicians in 2008, thanks to their reunion tour.

The band has won a number of music awards throughout their career, including six Grammy Awards, two Brit Awards—winning Best British Group once, an MTV Video Music Award, and in 2003 were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame. Four of their five studio albums appeared on Rolling Stone‍ ’​s list of the 500 Greatest Albums of All Time. The Police were included among both Rolling Stone‍ ’​s and VH1’s lists of the 100 Greatest Artists of All Time.

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Police

L’albero si vede dai frutti


7

L’albero si vede dai suoi frutti

“Io non credo affatto in un Dio personale che giudica l’uomo per il suo
operato.
Non posso immaginare un Dio che premi e punisca gli oggetti della sua
creazione, i cui fini siano modellati sui nostri, un Dio, in breve, che non
è che un riflesso della fragilità umana.”

Albert Einstein

Non si potrebbe credere in un Dio,sempre nell’aspetto “punitivo”,
dimenticando che Dio è Amore.Il Dio dell’Antico Testamento in fondo è stato superato: Cristo nel Vangelo ci ha insegnato il ” comandamento nuovo” dell’amore reciproco, è l’insegnamento che egli stesso ha dato. Il Vangelo di Giovanni ( denominato Vangelo della Luce) è, dall’inizio alla fine un tracciato di Amore.
Ma se andassimo a cogliere altri percorsi, per l’Islaàm, in particolare il Sufismo,
Dio è l’Amato da cercare, da riconoscere per essere con Lui Amore.
Per il Vedantismo Brahaman è Amore del quale siamo portatori di una scintilla ( Atman)
e il percorso da compiere è nella ricerca e nell’assorbimento in Dio.
Ogni etica religiosa è legata alla consapevolezza che il nostro viaggio nella vita
è per riconoscere la nostra consapevolezza, per sciogliere l’ego e trasformarci in Amore.
Prendendo l’immagine del Vangelo : “L’albero si vede dai frutti”, i nostri frutti, come umanità devono essere frutti d’Amore, esso è accoglienza, attenzione per in cammino sia verticale ( verso Dio ) che orizzontale (verso il fratelli)
una simbologia che somiglia alla croce dove al centro è posto il Cuore.
L’albero nell’Eden era l’albero del Bene e del Male, questo dualismo va superato per ricondurci ad un’Unità che è Amore, riconoscimento e gioia nell’Unione con il Divino.

Per in Buddhismo tutto poggia sulla consapevolezza di essere artefici del proprio percorso personale. Come mai potrebbe essere che il Dharma ( la legge eterna) o il Karma ( il rapporto di causa ed effetto che somiglia all’albero del Bene e del Male ) siano disarmonici o pumitivi? Difatti la legge del karma è legge dell’armonia.
In realtà siamo noi stessi a seminare e portare quei frutti all’albero.
Tutto ha una ragione di essere, si impronta all’accompagnarci alla consapevolezza che quel che seminiamo raccoglieremo. Ma non si parla di un Dio ( è presente il concetto di Anatman – non Sè) che punisce ma della responsabilità personale sulle azioni che sono ” causa” che generano un ” effetto”.

Se si comprendesse che non è un Dio a punire, che siamo noi stessi a dover maturare per essere responsabili delle nostre azioni, sentiremmo meno rancore, meno timore e ci sentiremmo liberi da questi schemi mentali.
Naturalmente la mia riflessione non è un tentativo di sincretismo ( che non avrebbe senso) ma è la volontà di cogliere come per ogni percorso vi sia una visione che non si aggrappa all’idea di un Dio punitivo, siamo noi che dovremmo aprirci di più ed essere portatori di amore.

23.09.2007 Poetyca
The tree seen by its fruits

“I do not believe in a personal God who judges man for his work.
I can not imagine a God who rewards and punishes the objects of his creation, whose purposes are modeled on our own, a God, in short, that is not a reflection of human frailty. “

Albert Einstein

The tree seen by its fruits

“I do not believe in a personal God who judges man for his work.
I can not imagine a God who rewards and punishes the objects of his creation, whose purposes are modeled on our own, a God, in short, that is not a reflection of human frailty. “

Albert Einstein

You might not believe in a God who is always in appearance “punitive”
forgetting that God is Love. The God of the Old Testament has been passed down: Christ in the Gospel has taught us the “new commandment” to love one another, is the teaching that he gave. The Gospel of John (called the Gospel of Light) is a path from beginning to end of love.
But if we were to take other routes, for Islaam, especially Sufism,
God is the Beloved to look for, to acknowledge Love to be with him.
For the Vedanta Brahman is Love which we are bearers of a spark (Atman) and the road ahead is in research and in absorption in God
Every religious ethics is linked to the realization that our journey in life
is to acknowledge our awareness, to dissolve the ego and transform ourselves into Love.

Taking the image of the Gospel: “The tree is seen by its fruits”, our fruits, such as humanity should be fruits of love, it is welcome, attention to the road or vertically (to God) and horizontal (to the brothers )
a symbology that resembles the cross where the center is placed the Heart.
The tree in Eden was the tree of Good and Evil, this dualism must be overcome to lead us back to a Unit that is love, and joy in the recognition of the Divine.

For in all Buddhism is based on the awareness of being agents of their own personal journey. Why might it be that the Dharma (the eternal law) or Karma (the relationship of cause and effect that resembles the tree of Good and Evil) are discordant or pumitivi? In fact, the law of karma is the law of harmony.
In fact, we ourselves and bring the fruit tree planting.
Everything has a reason for being, you mark the accompaniment to the realization that we reap what we sow. But no one speaks of a God (there is the concept of anatman – not if), but the personal responsibility that punishes actions that are “causes” that create an “effect”.

If you understood that it is not a God to punish, that we ourselves
have to grow to be responsible for our actions, feelings
less anger, less fear and we feel free from these mindsets.
Of course, my reflection is not an attempt at syncretism (which would not make sense) but it is the will to grasp how each path there is a vision that does not cling to the idea of ​​a punitive God , are we that we should become more open and be bearers of love.

23.09.2007 Poetyca

Deus


I dEUS sono un gruppo musicale indie rock di Anversa (Belgio), nato all’inizio degli anni novanta e tuttora attivo.
Il loro stile è caratterizzato da una eclettica combinazione di elementi tratti da diversi generi musicali, in particolare rock, punk, blues e jazz, in cui si
riconoscono l’influenza di artisti eterogenei quali Velvet Underground, Captain Beefheart, Charles Mingus e Leonard Cohen.
Il nucleo originale dei dEUS, formato da Tom Barman, Stef Kamil Carlens, Klaas Janzoons e Jules De Borgher, si formò nel 1991 ma pubblicò il primo album in studio nel 1994.

Il loro lavoro di debutto, Worst Case Scenario, viene talvolta considerato uno degli album più influenti degli anni ’90, e rivela già completamente
l’eclettismo stilistico di questa band. Vi si trovano elementi che ricordano Sonic Youth, Yo La Tengo e Pixies, composti in un art rock arricchito di soluzioni jazz e sperimentali.

Nel 1993 si unisce a loro l’eclettico chitarrista e pittore Rudy Trouvé, artefice delle copertine dei primi lavori, che lascerà la band due anni dopo.

Nel 1995 i dEUS pubblicarono un EP intitolato My Sister Is My Clock composto da una sola traccia della durata di 25 minuti e composta a sua volta da 13 brevi tracce.

Nel 1996 il loro secondo album In a Bar, Under the Sea, rispetto al precedente più orientato a soluzioni melodiche e pop, pur interpretate in uno spirito arty.

Dopo l’abbandono di Carlens (che decide di formare una band tutta sua, i Moondog Jr.), il gruppo pubblicò The Ideal Crash (1999), il loro disco più conosciuto, nel quale il gruppo riuscì a fondere l’anima psichedelica e alla continua ricerca di nuove sonorità, con quella più intima e pacata. In questo album infatti sono presenti canzoni che ricordano lo stile di Worst Case Scenario, come ad esempio la traccia d’apertura Put the freaks up front e la title track The Ideal Crash, ma anche canzoni più melodiche come Sister Dew e Instant Street, per finire al lo-fi di Dream sequence #1.

Barman nel 2003 scrive e dirige il film Any Way the Wind Blows.

Nel 2004 Barman ruppe il silenzio, collaborando con C.J. Bolland alla creazione del progetto di musica elettronica chiamato Magnus. Diversi cambiamenti di organico portarono più volte la band sul punto dello scioglimento. Nel 2005, tuttavia, Barman ha pubblicato (insieme a una formazione rinnovata e inedita:
Klaas Janzoons, Stéphane Misseghers, Alan Gevaert e Mauro Pawlowski) il quarto album dei dEUS, Pocket Revolution.

Nel 2007 il gruppo è tornato in studio per registrare il quinto lavoro dal titolo Vantage Point uscito il 21 aprile del 2008. A questo lavoro collabora Karin Dreijer Andersson dei Knife (in Slow). La protagonista del videoclip del singolo Eternal Woman è l’attrice toscana Martina Stella.

Il frontman Tom Barman nel gennaio 2011 aveva dichiarato che ad aprile 2011 sarebbe uscito il nuovo album dal titolo Keep You Close, uscita poi posticipata per il settembre dello stesso anno. Il 19 luglio 2011 esce il primo singolo, dal titolo Constant Now, mentre il nuovo album è uscito il 20 settembre dello stesso anno. Ospite della band, in due tracce, Greg Dulli (Afghan Whigs).

Poche settimane dopo la pubblicazione di Keep You Close, la band ritorna in sala di registrazione e attraverso il suo sito ufficiale la band annuncia l’uscita di un nuovo album, pubblicato l’8 giugno 2012 ed intitolato Following Sea.

Alla fine del 2014 la band pubblica, in occasione del ventennale dalla sua formazione, l’antologia doppia “Selected Songs 1994-2014” che raccoglie gli episodi più significativi tratti dalla loro discografia.

https://it.wikipedia.org/wiki/DEUS

Deus (styled as dEUS) is a rock band based in Antwerp, Belgium, whose only continuous members up to the present day are Tom Barman (vocals, guitars) and Klaas Janzoons (keyboards, violin). The rest of the band’s line-up currently consists of drummer Stéphane Misseghers, bassist Alan Gevaert and guitarist/backing vocalist Mauro Pawlowski.

Formed in 1991, Deus began their career as a covers band, but soon began writing their own material Their musical influences range from folk and punk to jazz and progressive rock. They first came to attention in Humo’s Rock Rally of 1992, and after the release of the four-track EP “Zea”, they were offered a recording contract with Island Records. They became the first Belgian indie act ever to sign to a major international label

https://en.wikipedia.org/wiki/Deus_(band)

Radiohead


I Radiohead sono un gruppo musicale rock inglese proveniente dall’Oxfordshire e formatosi nel 1985. Fino al 1992, quando cambiarono nome, erano noti come On a Friday. Hanno venduto più di 30 milioni di dischi in tutto il mondo.

La band è formata da Thom Yorke (voce, chitarra, pianoforte), Jonny Greenwood (chitarra solista, tastiere), Ed O’Brien (chitarra, voce di supporto), Colin Greenwood (basso elettrico, sintetizzatori) e Philip Selway (percussioni).

I Radiohead pubblicarono il loro primo singolo, Creep, nel 1992. La canzone fu inizialmente un insuccesso, ma dopo la pubblicazione dell’album di debutto Pablo Honey, il singolo ebbe un inaspettato successo mondiale. L’album, seppur ben accolto negli Stati Uniti, passò quasi inosservato in Inghilterra. Il successo in patria arrivò solo con il secondo album, The Bends (1995), che fece guadagnare al gruppo numerosi fan. La loro reputazione crebbe ancor di più con l’uscita del terzo album; caratterizzato da un suono più esteso e dal tema ricorrente dell’alienazione moderna, OK Computer (1997) è riconosciuto da diversi critici come una pietra miliare della musica rock degli anni novanta.
Con i loro successivi album Kid A (2000) e Amnesiac (2001), la popolarità dei Radiohead arrivò ai massimi livelli. Con questi dischi la band conobbe un’ulteriore evoluzione del proprio stile musicale, fortemente influenzato dalla musica classica contemporanea, dal free jazz e dall’elettronica. Il loro sesto album, Hail to the Thief (2003), caratterizzato da testi maggiormente rivolti all’attualità, è sembrato mescolare influenze da tutta la carriera della band.

I Radiohead, dopo quattro anni di assenza dalle scene, nel 2007, completarono le registrazioni del loro settimo album, intitolato In Rainbows, disponibile per il download digitale a partire dal 10 ottobre 2007.

Nel 2011 il gruppo ha pubblicato il suo ottavo album in studio, The King of Limbs, scaricabile anch’esso dal sito della band a partire dal 18 febbraio 2011.

La rivista statunitense Rolling Stone ha incluso cinque album dei Radiohead nella sua lista dei 500 migliori album: Kid A alla posizione 67, The Bends alla 111,OK Computer alla 162,[14] Amnesiac alla 320 e In Rainbows alla 336.[16] La stessa rivista ha inoltre inserito i Radiohead alla posizione numero 73 nella propria lista dei 100 migliori artisti. Gli stessi cinque album sono inseriti nel libro 1001 Albums You Must Hear Before You Die.

https://it.wikipedia.org/wiki/Radiohead

Radiohead are an English rock band from Abingdon, Oxfordshire, formed in 1985. The band consists of Thom Yorke (lead vocals, guitar, piano), Jonny Greenwood (lead guitar, keyboards, other instruments), Colin Greenwood (bass), Phil Selway (drums, percussion, backing vocals) and Ed O’Brien (guitar, backing vocals).

Radiohead released their debut single “Creep” in 1992. It became a worldwide hit after the release of the band’s debut album, Pablo Honey (1993). Their popularity rose in the United Kingdom with the release of their second album, The Bends (1995). Radiohead’s third album, OK Computer (1997), propelled them to international fame; featuring an expansive sound and themes of modern alienation, OK Computer is often acclaimed as one of the landmark records of the 1990s and one of the best albums of all time.

Kid A (2000) and Amnesiac (2001) marked a dramatic evolution in Radiohead’s musical style, as they incorporated experimental electronic music, krautrock and jazz influences. Hail to the Thief (2003), a mix of piano and guitar rock, electronics, and lyrics inspired by war, was the band’s final album for their record label, EMI. Radiohead self-released their seventh album In Rainbows (2007) as a digital download for which customers could set their own price, to critical and chart success. Their eighth album, The King of Limbs (2011), was an exploration of rhythm and quieter textures, and was also self-released.

Radiohead have sold more than 30 million albums worldwide.[7] Their work places highly in both listener polls and critics’ lists of the best music of the 1990s and 2000s.[8][9] In 2005, they were ranked 73rd in Rolling Stone’s list of “The Greatest Artists of All Time”; Jonny Greenwood (48th[10]) and O’Brien were both included in Rolling Stone‍ ’​s list of greatest guitarists, and Yorke (66th[11]) in their list of greatest singers. In 2009, Rolling Stone readers voted the group the second best artist of the 2000s.

https://en.wikipedia.org/wiki/Radiohead

Morrissey


Steven Patrick Morrissey, meglio conosciuto solo come Morrissey (Manchester, 22 maggio 1959), è un cantante britannico, di origini irlandesi. Giunto al successo, negli anni ottanta, come voce principale della band inglese The Smiths, nel 1987, dopo la separazione del gruppo, si avviò a una carriera solista durante la quale ha pubblicato diversi album, incrementando ulteriormente la propria popolarità a livello internazionale.

Considerato tra i più importanti precursori e innovatori della musica indie, nel 2007, il quotidiano inglese Daily Telegraph l’ha inserito nella classifica dei cento geni viventi. Nel 2008, è stato invece annoverato tra i cento grandi cantanti di tutti i tempi, in una classifica stilata dalla rivista Rolling Stone.

Il 7 ottobre 2014 ha dichiarato che lotta contro un cancro da 18 mesi e per quattro volte è stato operato per l’asportazione di tessuti neoplastici.

https://it.wikipedia.org/wiki/Morrissey

Steven Patrick Morrissey (born 22 May 1959), commonly known by his last name, Morrissey, or by his nickname, Moz, is an English singer, lyricist, and novelist. He rose to prominence in the 1980s as the lyricist and vocalist of the rock band The Smiths. The band was highly successful in the United Kingdom but broke up in 1987, and Morrissey began a solo career, making the top ten of the UK Singles Chart on ten occasions. His first solo album, 1988’s Viva Hate, entered the UK Albums Chart at number one.

Morrissey is widely regarded as an important innovator in the indie music scene; music magazine NME considers Morrissey to be “one of the most influential artists ever”, while The Independent says, “Most pop stars have to be dead before they reach the iconic status he has reached in his lifetime.” In 2004, Pitchfork Media called him “one of the most singular figures in Western popular culture from the last 20 years.”

Morrissey’s lyrics have been described as “dramatic, bleak, funny vignettes about doomed relationships, lonely nightclubs, the burden of the past and the prison of the home”. He is also noted for his unusual baritone vocal style (though he sometimes uses falsetto), his quiff hairstyle and his dynamic live performances. In the media, Morrissey’s forthright and often contrarian opinions have caused many controversies; he has attracted media attention for his strong advocacy of vegetarianism and animal rights. He describes himself in his autobiography as an animal protectionist.

https://en.wikipedia.org/wiki/Morrissey

Retta concentrazione


Riflettendo…

La Riflessione

Il Sutra del Diamante dice:

“Non attaccatevi alla verità, non attaccatevi alla falsità,
e non attaccatevi a ciò che non è non-vero.”

Dice, inoltre:

“La verità che i Buddha realizzano,
non è né reale, né non-reale.”

Pai-chang (720-814)

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Dal giudizio nasce divisione,
dalla ricerca di una ragione o ” verità”,l’orgoglio,
eppure esiste una visione limpida di quel che è reale,
solo se non ci si attacca all’apparenza.

Lasciare andare è dare energia
al retta visione e alla conoscenza non duale.

Poetyca

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L’insegnamento

Retta concentrazione

La natura di tutte le cose è illusoria ed effimera,
coloro che hanno una percezione dualistica guardano la sofferenza come fosse gioia,
come chi lecca il miele dalla lama affilata di un rasoio.

Come sono miserevoli coloro che si attaccano stolidamente alla realtà dei sensi:
volgete la vostra concentrazione all’interno, miei cari amici.

Nyoshul Khen Rinpoche

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Non è nel mondo delle cose esteriori che si raccoglie conoscenza di sè,
tutto è effimero e non lascia segno,duale è il mondo per chi
non sappia offrire spazio ad un ascolto di elevazione e rettitudine.
S’inciampa nell’apparenza delle cose se si percorre la ricerca dei sensi
e non si porge attenzione alla rettitudine, dove nulla si separe e tutto è unità.

Poetyca

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Poetyca 01/04/2007

Testi tratti da: http://www.bodhidharma.it

Amore incondizionato


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Sii un imperatore

In amore non essere un mendicante, sii un imperatore.
Da’ e resta semplicemente a vedere cosa accade…
Quando cominci a donare amore con un profondo senso di gratitudine per tutti coloro che lo accettano, avrai una sorpresa: sarai diventato un imperatore, non sei più un mendicante che implora l’amore con una ciotola, bussando a ogni porta. E le persone alle cui porte stai bussando non possono darti amore, sono loro stesse dei mendicanti.
I mendicanti si chiedono amore l’un l’altro e provano rabbia e frustrazione, perché l’amore non arriva. Ma questo è inevitabile. L’amore appartiene al mondo degli imperatori, non dei mendicanti. E un uomo è un imperatore quando è così colmo d’amore da poterlo donare senza condizioni.

OSHO

Amore incondizionato

Semina e dimentica quel che hai dato,
non pensare che frutto se ne tragga,
innaffia ed incoraggia con il Cuore.

Nulla ti appartiene e sei solo un mezzo
che offre quel che hai ricevuto in abbondanza,
non dire mai di essere tu, che per mezzo di te
l’amore sboccia, perchè tu sei solo una canna vuota
che suona la musica del Vento e non fare altro
che seguire il senso della Vita: amare.

04.09.2007 Poetyca

Ritrovar se stessi


Ritrovar se stessi

Che itinerario seguire per la ricerca
di questo percorso, tra attimi e soste,
tra corse e riparo, in sella al tempo,
dove tutto muta e mai resta uguale?

Espandendo l’attenzione
alla coscienza che si desta
nell’essere e nel divenire
ritrovi l’antica chiave
che abbatte ogni confine

Nell’oceano del Cuore
è l’onda che avvolge,
lambisce e si proietta
dove Tutto è vibrante
come suono ed ebbrezza

E’ meditazione viva:
un respiro regolare
che sovrasta il battito
e riconduce, senza fretta
al ritrovare se stessi
abbattendo ogni timore

24.10.2007 Poetyca

Find yourself

Follow that route for Research
this route, between moments and pauses,
between races and shelter, riding time,
where everything changes and never remains the same?

Expanding the focus
consciousness awakening
being and becoming
find the old key
which overcomes all boundaries

Ocean Heart
is the wave wraps,
laps and is projected
where everything is vibrant
as sound and excitement

It is a living meditation:
a regular breathing
above the beat
and back, unhurried
to find oneself
breaking down any fear

24.10.2007 Poetyca

In punta di piedi…oltre il silenzio


In punta di piedi…oltre il silenzio

Non temo il mondo e non ho motivo di nascondere quel che attimo per attimo si manifesta, offro la voce che su note intime conduce una lunga storia, quella che mi segue e mi sostiene da tanto tempo. Posso anche tacere, non è importante cosa posso ricevere, se il mondo accoglie o rigetta chi non sia riconosciuto, seguo quel che il cuore detta, non conosco separatezza da altre essenze che sono parte di me stessa.Per questo spesso non scrivo solo quello che vivo in prima persona, ma anche quanto per empatia a volte con sofferenza raccolgo degli altri, si vive e ci trasforma, si accoglie e si porge quel che ci è possibile dare con amorevolezza e speranza, ma non si tratta di qualcosa da sottolineare, di cui rivestirci per meglio apparire, è tutto a livello sottile e non sempre è facile descrivere a parole, la poesia, l’essenza concentrata delle sensazioni, l’energia che scaturisce e di getto suggerisce parole è capace di colmare queste lacune, da tempo però non le permetto di manifestarsi, indirizzo altrove la mia attenzione.Spesso si vive nel silenzio per poi dare il meglio possibile per accompagnare, è spesso attesa, presenza silenziosa dove ci si adatta agli altri. La fucina o la fornace del nostro essere è in continua evoluzione e si cerca semplicemente di stare accanto, solo se viene consentito, senza nulla imporre. Semplicemente posso tacere quando avverto di creare disagio. Quando comprendo che si cerca altro e non si tenta di fare nulla per responsabilizzarsi, spesso proiettando le cause; di disagio su altri, compresa me e non sulle proprie scelte personali.Conosco i miei limiti e non insisto, non ha senso farlo, con ulteriore presenza se essa non è compresa:

“Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano. Marco 6, 7-13


Non ho la pretesa di – portare a me – nessuno e non lo faccio nel nome di nessuno,sopratutto preferisco il dialogo con persone capaci di attenzione verso di sè, di maturità e che non abbiano pretesa alcuna di possesso, che condividano con la gioia di farlo senza attaccamento e pretese di attenzione continua – motivo di possesso – ma che sappiano apprezzare ed alimentare la libertà reciproca, per quel senso sottile di rispetto, non impongo e non ho attaccamento o pretesa di essere accolta, chi sono io per pretenderlo? Semplicemente mi anima l’entusiasmo della condivisione, ma non cambia nulla se quel poco che sono capace di offrire non fosse accolto, si potrebbe essere sgraditi e non per questo si deve avere la pretesa di imporsi agli altri…Va tutto bene così come è.

29.07.2007 Poetyca

Il mio scritto è una sorta di analisi, sofferta è vero, di come quello che si offre, si è, si attraversa con un certo atteggiamento, fosse anche il tacere per rispetto e perchè si attendono i tempi degli altri, venga poi reinterpretato con la personalità di chi legge, di chi si sentisse deluso o non trova attenzioni particolari che colmino delle lacune che trovano risoluzione attraverso un lavoro interiore personale e non aggrappandosi alla mia presenza. Non è facile quando qualcuno crede essere dovuto l’essere presenti, poi in nome di qualcosa che , in realtà non ricade neppure su mie capacità o responsabilità . Non è facile non cadere in conflitto tra quelle intenzioni che si erano preposte espresse con chiarezza e quanto si riporti a disamina da parte di altri individui di atteggiamenti e atti che vengono visti con uno spirito che non mi rappresenta. L’orgoglio, la voglia di chiarire, la voglia di prendermela con me stessa per avere offerto cose che sono state male interpretate o disprezzate, che hanno seminato la diffidenza perchè non saprei fornire cose diverse da quello che ci si attendeva sono momenti particolarmente difficili da attraversare, sopratutto perchè non si riesce a non provare attaccamento, a non reagire contro l’ingiustizia. Il silenzio, la ricerca di equilibrio oppure il rispetto dei tempi degli altri, senza nulla pretendere, viene visto come atteggamento giudicante, come rappresaglia malevola. Ma come spiegare? Sembra persino giustificare agli occhi di chi ha già tratto delle conclusioni. Non è facile far capire la propria natura, matura o meno che sia, sicuramente diversa da tante persone. Ecco l’origine del mio scritto, non resta che accogliere le cose così come sono ed imparare sulla pelle cosa sia quella sensazione di solitudine a volte. In fondo tutti abbiamo sperimentato come più si proceda nella Sadhana e come maggiore sia il senso di estraneità verso un Mondo che forse non comprende ma non si potrebbe fare a meno di comprenderlo: nei limiti, nelle aspettative e nell’incapacità di accogliere il proprio essere così come si è piuttosto che rappresentazione delle altrui proiezioni possessive.

un sorriso

29.07.2007 Poetyca


Tiptoed over… the silence

Do not fear the world and I have no reason to hide what is obvious from moment to moment, the voice that offer intimate notes on conducting a long history, the one following me and supports me a long time. I can be quiet, it does not matter what I get, if the world accepts or rejects anyone who is not recognized, I follow what my heart said, I know of separateness from other essences that are part of me stessa.Per this often do not write only what live in person, but also how to empathize with suffering sometimes pick the other, lives and transforms us, it welcomes and extends what we can give with kindness and hope, but it is not something to stress ofwhich seem best to put on, everything is fine and level is not always easy to describe in words, poetry, the concentrated essence of the feelings, the energy flows and jet suggests words is capable of filling these gaps, however long not dare to appear, my address elsewhere attenzione.Spesso you live in silence and then give the best possible accompaniment, often waiting, silent presence, where you adapt to others. The forge or furnace of our being is evolving and is simply trying to be close, unless it is allowed, without imposing anything. Just keep quiet when I feel I can create discomfort. When you try to understand each other and not try to do anything to take responsibility, often projecting their causes; uncomfortable about others, including my own choices and not on personali.Conosco my limits and do not insist, makes no sense to do so, with further presence if it is not included:

“He called the twelve, and began to send two to two and gave them authority over unclean spirits. 8 And commanded them that, besides the stick, take nothing for the journey: no bread, no bag, no money in the bag; but shod with sandals and not put on two tunics. And he said to them, “you enter a house, stay there until you leave that place. If somewhere there will not hear you, on leaving, shake the dust under your feet as a testimony to them. “And parties, preached that men should repent, cast out many demons, and anointed with oil many sick and healed them. Mark 6, 7-13

I do not pretend to – bring to me – no, not do it in the name of anyone, especially my favorite dialogue with people capable of paying attention to oneself, of maturity and not have any claim of ownership, who share the joy of do it without attachment and claims constant attention – because of possession – but who can appreciate and nurture mutual freedom, for that subtle sense of respect, and I do not impose attachment or claims to be accepted, who am I to expect? I just share the enthusiasm of the soul, but nothing changes if what little I can offer is not accepted, it could be unpleasant and not for this you must have the pretension to impose other … It’s all right as it is.

29.07.2007 Poetyca


My writing is a kind of analysis, suffering is true, as what is offered, it is, you cross a certain attitude, even if the silence out of respect and because you are awaiting the other, is then reinterpreted with personality of the reader, who felt disappointed or not special attention is to bridge the gaps that they find a resolution through personal inner work and not clinging to my presence. It is not easy when someone believes is due to be present, then the name of something that really does not fall on either my ability or responsibility. It is not easy not to fall into conflict with those intentions that were expressed clearly in charge and what is reported to scrutiny by other people attitudes and acts that are seen with a spirit that does not represent me. The pride, the desire to clarify, the urge to blame myself for offering things that were misunderstood or despised, they have sown distrust because I can not provide things other than what was expected moments are particularly difficult to crossing, especially because you can not not try attachment, not to react against injustice. The silence, the search for balance or respect for other times, with nothing to claim, is seen as judgmental attitude, spiteful retaliation.But how to explain? Seems to justify even in the eyes of those who have already drawn conclusions. It is not easy to understand its nature, mature or not it is certainly different from many people. Here is the source of my writing, we have to accept things as they are on the skin and learn what that feeling of loneliness at times. Basically we have all experienced as more and how to proceed in Sadhana greater is the sense of estrangement from a world that may not include but could not help but understand: the limits, expectations and be unable to accommodate your as it is rather possessive representation of the projections of others.

a smile

29.07.2007 Poetyca

Led Zeppelin III and IV Sessions *RARE OUTTAKES*


I Led Zeppelin sono stati un gruppo musicale britannico formato nel 1968, considerato tra i grandi innovatori del rock e tra i principali pionieri dell’hard rock.

La loro musica, le cui radici affondano in generi diversi tra cui blues, rockabilly e folk, ha costituito una formula completamente inedita per l’epoca, finendo con l’influenzare in qualche modo tutti i gruppi rock del loro tempo e del futuro.[5][6]

Il gruppo, scioltosi nel 1980, anno della morte del batterista, fu composto per l’intero periodo della sua attività da Robert Plant (voce, armonica), Jimmy Page (chitarre), John Paul Jones (basso, tastiere) e John Bonham (batteria, percussioni).

La discografia del gruppo comprende nove album in studio pubblicati dal 1969 al 1982.[7] A partire dagli anni novanta hanno visto la luce diverse raccolte di brani, editi e inediti, e alcune incisioni di spettacoli dal vivo risalenti al periodo di attività. Degna di segnalazione è anche la circolazione di un cospicuo numero di bootleg sul mercato “non ufficiale”.

In seguito alla morte di Bonham, Page e Plant hanno proseguito la propria attività musicale come solisti,[8] incidendo insieme gli album No Quarter: Jimmy Page and Robert Plant Unledded e Walking into Clarksdale e ritrovandosi occasionalmente per esibirsi dal vivo nel corso di eventi commemorativi o celebrativi. I Led Zeppelin sono tra i gruppi di maggior successo commerciale nella storia della musica moderna: dal 1968 ad oggi il gruppo ha venduto oltre 300 milioni di dischi.[9]

Il 12 gennaio 1995 i Led Zeppelin sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame.

In una classifica stilata nel 2003 dalla rivista Rolling Stone, i Led Zeppelin risultano al 14º posto tra i 100 musicisti più importanti di tutti i tempi:[10] la stessa Rolling Stone ha avuto modo di definire a più riprese i Led Zeppelin come “Il gruppo più pesante di tutti i tempi, indiscutibilmente uno dei gruppi più duraturi della storia del rock” e “il gruppo più importante degli anni settanta.[11][6]

Nella stessa misura, la Rock and Roll Hall of Fame ha affermato che l’influenza che il gruppo ha esercitato negli anni settanta è «rilevante come quella che i Beatles hanno avuto nel decennio precedente»[12] e l’emittente VH1 ha definito i Led Zeppelin come «il più importante gruppo rock della storia».[13]

Nel 2007, a seguito dell’incredibile richiesta di biglietti per la loro esibizione all’The O2 Arena di Londra (oltre 20 milioni di prenotazioni in circa 24 ore), il gruppo è entrato nel Guinness dei primati per la “maggior richiesta di biglietti per una singola esibizione dal vivo”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Led_Zeppelin

Led Zeppelin were an English rock band formed in London in 1968. The group consisted of guitarist Jimmy Page, singer Robert Plant, bassist and keyboardist John Paul Jones, and drummer John Bonham. The band’s heavy, guitar-driven sound, rooted in blues and psychedelia on their early albums, has earned them recognition as one of the progenitors of heavy metal, though their unique style drew from a wide variety of influences, including folk music.

After changing their name from the New Yardbirds, Led Zeppelin signed a deal with Atlantic Records that afforded them considerable artistic freedom. Although the group was initially unpopular with critics, they achieved significant commercial success with albums such as Led Zeppelin (1969), Led Zeppelin II (1969), Led Zeppelin III (1970), their untitled fourth album (1971), Houses of the Holy (1973), and Physical Graffiti (1975). Their fourth album, which features the track “Stairway to Heaven”, is among the most popular and influential works in rock music, and it helped to secure the group’s popularity.

Page wrote most of Led Zeppelin’s music, particularly early in their career, while Plant generally supplied the lyrics. Jones’ keyboard-based compositions later became central to the group’s catalogue, which featured increasing experimentation. The latter half of their career saw a series of record-breaking tours that earned the group a reputation for excess and debauchery. Although they remained commercially and critically successful, their output and touring schedule were limited during the late 1970s, and the group disbanded following Bonham’s death from alcohol-related asphyxia in 1980. In the decades that followed, the surviving members sporadically collaborated and participated in one-off Led Zeppelin reunions. The most successful of these was the 2007 Ahmet Ertegun Tribute Concert in London, with Jason Bonham taking his late father’s place behind the drums.

Led Zeppelin are widely considered one of the most successful, innovative, and influential rock groups in history. They are one of the best-selling music artists in the history of audio recording; various sources estimate the group’s record sales at 200 to 300 million units worldwide. With RIAA-certified sales of 111.5 million units, they are the second-best-selling band in the United States.[1] Each of their nine studio albums placed in the top 10 of the Billboard album chart and six reached the number-one spot.[2] Rolling Stone magazine described them as “the heaviest band of all time”,[3] “the biggest band of the ’70s”,[4] and “unquestionably one of the most enduring bands in rock history”.[5] They were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame in 1995; the museum’s biography of the band states that they were “as influential” during the 1970s as the Beatles were during the 1960s.

https://en.wikipedia.org/wiki/Led_Zeppelin

Sulla via della pace


Sulla via della pace

Le battaglie nel mondo

Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare.
Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio.
Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace.
Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
Achaan Chah

La pace è ogni passo

La pace è ogni passo.
Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigloglio tutto intorno!
Com’è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

La pace è ogni passo – Thich Nhat Hanh

Il sentiero della pace

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Brani estratti da un discorso del Venerabile Ajahn Chah indirizzato ai monaci e ai novizi.

POSSIAMO DIRE CHE IL RETTO SENTIERO DELLA PACE, il sentiero che il Buddha ha scoperto e ci ha indicato, che conduce alla pace della mente, alla purezza e alla realizzazione delle qualità di un samana, è formato da sila (freno morale), samadhi(concentrazione) e pañña (saggezza). E’ una strada valida per tutti. Infatti i discepoli del Buddha che divennero illuminati, all’inizio erano delle persone ordinarie, come tutti noi. Anche il Buddha all’inizio era uno come noi. Praticarono e dall’opacità fecero emergere la luce, dalla rozzezza la bellezza e dalle cose vane e inutili grandi benefici per tutti.

Silasamadhi e pañña sono i nomi dati a tre diversi aspetti della pratica. Praticando sila, samadhi pañña, in effetti, praticate con voi stessi. La giusta sila esiste qui in questo momento, il giusto samadhiè qui. Perché? Perché il vostro corpo è qui! La pratica di silariguarda il corpo intero. Quindi, siccome il vostro corpo è qui, le mani, le gambe sono qui, è qui che praticate sila.

Un conto è tenere a mente tutta la lista dei comportamenti sbagliati da evitare, così come elencata nei libri, un altro conto è capire che le potenzialità che questi atteggiamenti hanno di crescere, risiede in voi. Praticare la disciplina morale vuol dire stare attenti ad evitare certe azioni, come uccidere, rubare ed avere una condotta sessuale scorretta. Il Buddha ci ha insegnato a prenderci cura di tutte le nostre azioni, anche delle più semplici.

Forse nel passato avete ucciso degli animali o degli insetti schiacciandoli o non siete stati troppo attenti nel parlare: il parlare sbagliato si ha quando si mente o si esagera la verità, mentre parlare in modo grossolano vuol dire essere aggressivi e offensivi verso gli altri, dicendo in continuazione ‘imbroglione’, ‘idiota’ e così via. Il parlare frivolo si ha quando i discorsi sono solo chiacchiere inutili, senza senso, sconclusionati, che vanno avanti senza voler dire niente. Ci siamo lasciati andare tutti qualche volta a questo genere di discorsi a ruota libera, quindi praticare silasignifica sorvegliare se stessi, sorvegliare le proprie azioni e le proprie parole.

Ma chi sorveglia? Chi si prende la responsabilità delle vostre azioni? Quando vi appropriate di qualcosa che non vi appartiene, chi è consapevole di quell’azione? E’ la mano? Questo è il punto su cui dovete sviluppare la consapevolezza. Chi sa che state per mentire, giurare o dire qualcosa di frivolo? Consapevole di ciò che dice è la bocca, o è colui che conosce il significato delle parole? Contemplate: ‘colui che conosce’, chiunque sia, deve prendersi la responsabilità della vostra sila. Portate questa consapevolezza a sorvegliare le vostre azioni e le parole. Per praticare sila, usate quella parte della mente che dirige le vostre azioni e che vi porta ad agire bene o male, a cacciare il furfante e a trasformarlo in uno sceriffo. Tenete ferma la mente capricciosa e portatela a servire e a prendersi la responsabilità di tutte le vostre azioni e parole. Osservate ciò e contemplatelo. Il Buddha ci ha esortato ad essere consapevoli delle nostre azioni. Chi è consapevole? Il corpo non ne sa niente; sa solo stare in piedi, camminare e cose del genere. Per poter fare qualsiasi cosa deve aspettare che qualcuno glielo ordini. La stessa cose vale per le mani, per la bocca.

La pratica comporta che si instauri sati – cioè la consapevolezza – in ‘colui che conosce’. ‘Colui che conosce’ è quell’intenzione della mente che prima ci portava ad uccidere esseri viventi, a rubare le cose altrui e a indulgere a una sessualità scorretta, a mentire, a calunniare, a parlare in modo sciocco e frivolo, a comportarci nei modi più sfrenati. E’ ‘colui che conosce’ che ci ha spinto a parlare; esso esiste nella mente. Focalizzate la consapevolezza (sati) – questa costante riflessione consapevole – su ‘colui che conosce’. Lasciate che la conoscenza si prenda cura della vostra pratica.

Usate sati, la consapevolezza, per mantenere la mente riflessiva, concentrata nel momento presente, ottenendo così la calma mentale. Fate che la mente badi a se stessa, e che lo faccia bene.

Mantenere sila – o in altre parole, prendersi cura delle azioni e delle parole – non è poi una cosa così difficile, se la mente sa badare a se stessa. Siate sempre consapevoli, ogni momento e in ogni postura: sdraiati, in piedi, camminando e seduti. Prima di compiere qualsiasi azione, prima di parlare o di impegnarvi in una conversazione, stabilite la consapevolezza, sati; dovete essere raccolti, prima di fare qualsiasi cosa. Non importa quello che direte, l’importante è raccogliersi nella mente. Esercitatevi fino a diventare molto abili. Praticate, in modo da essere sempre al corrente di ciò che capita nella mente; praticate fino a quando la consapevolezza diventi così naturale da essere presente ancora prima di agire o di parlare. E’ questo il modo per stabilire la consapevolezza nel cuore. E’ con ‘colui che conosce’ che sorvegliate voi stessi, perché tutte le azioni vengono da lui. E’ qui che hanno origine le intenzioni che produrranno l’azione ed è per questo che la pratica non avrà successo se fate svolgere questo compito a qualcun altro.

Le vostre parole e le vostre azioni, sempre tenute a bada, diventeranno aggraziate e piacevoli sia all’occhio che all’orecchio, mentre voi stessi, sarete perfettamente a vostro agio all’interno di questa disciplina. Se praticate la consapevolezza e il controllo fino a renderli atteggiamenti naturali, la mente diventerà ferma e risoluta nella pratica di sila. Farà costantemente attenzione alla pratica, riuscendo così a concentrarsi completamente. In altre parole, la pratica basata sul controllo e la disciplina, in cui vi prendete costantemente cura delle azioni e delle parole, in cui siete completamente responsabili del comportamento esteriore che avete, si chiama sila, mentre samadhi è caratterizzato dalla saldezza della consapevolezza, a sua volta derivato dalla ferma concentrazione nella pratica di sila. Queste sono le caratteristiche di samadhi, come fattore esterno della pratica. Ma vi è un lato più profondo e interiore.

Una volta che la mente sia concentrata nella pratica e che sila e samadhi si siano stabilizzati, sarete in grado di investigare e riflettere su ciò che è salutare e ciò che non lo è, chiedendo a voi stessi “questo è giusto? O non è giusto?”, man mano che sperimentate i vari contenuti mentali. Quando la mente entra in contatto con cose visive, con suoni, odori, gusti, con sensazioni tattili o con idee, ‘colui che conosce’ apparirà e stabilirà la consapevolezza del piacere e dispiacere, della felicità e della sofferenza, e di tutti gli oggetti mentali che si vanno sperimentando. Riuscirete finalmente a ‘vedere’ chiaramente e osserverete un’infinità di cose diverse.

Se siete consapevoli, vedrete i vari oggetti che passano nella mente e la reazione che accompagna l’esperienza di essi. ‘Colui che conosce’ li prenderà automaticamente come oggetti di contemplazione. Quando la mente è vigile e la consapevolezza ferma e stabile, noterete facilmente le reazioni che si manifestano per mezzo del corpo, della parola o della mente, man mano che si sperimentano questi oggetti mentali. Tale aspetto della mente che identifica e seleziona il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, in mezzo agli oggetti mentali che rientrano nel campo della consapevolezza, è pañña, una pañña allo stadio iniziale, che maturerà con l’avanzare della pratica. Tutti questi vari aspetti della pratica sorgono dall’interno della mente. Il Buddha si riferì a queste caratteristiche chiamandole sila, samadhi e pañña.

Continuando la pratica, vedrete sorgere nella mente altri attaccamenti e illusioni. Questo significa che ora state attaccandovi a ciò che è buono e sano. Diventate timorosi di ogni caduta o errore della mente, temendo che il samadhi ne risenta. Nello stesso tempo cominciate ad essere diligenti nella pratica, ad amarla e a coltivarla, lavorandovi con grande energia.

Continuate a praticare così il più a lungo possibile, fino a quando forse raggiungerete il punto in cui non farete altro che giudicare e trovare errori in chiunque incontrate, ovunque andiate. Reagite continuamente con attrazione o avversione al mondo che vi circonda, diventando sempre più incerti sulla correttezza di ciò che fate. E’ come se foste ossessionati dalla pratica. Ma non preoccupatevene; a questo punto è meglio praticare troppo che troppo poco. Praticate molto e dedicatevi a sorvegliare il corpo, la parola e la mente. Di questo esercizio non ne farete mai abbastanza. Tenetevi ancorati agli oggetti mentali rappresentati dalla consapevolezza e dal controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente, e dalla discriminazione tra giusto e sbagliato. In questo modo svilupperete sempre più la concentrazione e rimanendo costantemente e fermamente ancorati a questo modo di praticare, la mente diventerà essa stessa sila, samadhi e pañña, le caratteristiche della pratica come descritte negli insegnamenti tradizionali.

Man mano che continuate a sviluppare la pratica, queste differenti caratteristiche e qualità, si perfezioneranno nella mente. Tuttavia la pratica di sila, samadhi pañña, a questo livello non è sufficiente per produrre i fattori di jhana (assorbimento meditativo) – la pratica è ancora troppo grossolana. Eppure la mente è abbastanza raffinata (sempre relativamente alla grossolanità di base!). E tale appare a una normale persona non illuminata, che non abbia curato troppo la propria mente e che non abbia praticato la meditazione e la consapevolezza.

A questo livello si può sentire un certo senso di soddisfazione per riuscire a praticare al massimo delle proprie possibilità e lo vedrete da soli. E’ qualcosa che solo il praticante può sperimentare all’interno della propria mente. E se questo avviene, potete ritenervi già sulla giusta via. State camminando solo all’inizio del sentiero – ai livelli più elementari – ma, per certi versi, questi sono gli stadi più difficili. State praticando sila, samadhi e pañña e dovete continuare a praticarli sempre tutti e tre, poiché se ne manca anche solo uno, la pratica non si svilupperà in modo corretto. Più cresce sila, più solida e concentrata diviene la mente. Più la mente è stabile più consistente diventa pañña, e così via; ogni parte della pratica sostiene e si collega all’altra.

Man mano che approfondite e raffinate la pratica, sila, samadhi paññamatureranno insieme sgorgando dalla stessa fonte, come infatti si sono raffinate sbozzandosi dallo stesso materiale grezzo. In altre parole, il Sentiero ha inizi grossolani, ma raffinando ed esercitando la mente con la meditazione e la riflessione, tutto diventa via via più raffinato.

Quando la mente è più raffinata, la pratica della consapevolezza si focalizza meglio, poiché è concentrata su un’area più ristretta. Anzi, la pratica diventa molto più facile, quando la mente si concentra sempre di più su se stessa. Ormai non fate più grossi sbagli, ormai, quando la mente è presa in qualche problema, quando sorgono dubbi se è giusto o no agire o dire certe cose, semplicemente fermate la proliferazione mentale e, intensificando gli sforzi nella pratica, continuate a volgere l’attenzione sempre più in profondità in voi stessi. Così la pratica del samadhi diverrà vieppiù ferma e concentrata, mentre la pratica di pañña si rafforza, permettendo di vedere le cose più chiaramente e più naturalmente.

Il risultato è che potrete vedere la mente e i suoi oggetti nitidamente, senza dover fare distinzione fra mente, corpo e parola. Continuando a volgere l’attenzione all’interno di sé e continuando a riflettere sul Dhamma, la facoltà della saggezza gradualmente maturerà fino al punto che potrete contemplare la mente e gli oggetti mentali soltanto, ciò significa che state cominciando a sperimentare il corpo come immateriale. Quando l’intuizione è così sviluppata, non andrete più a tentoni, incerti su come interpretare il corpo e il suo modo di essere. La mente sperimenterà le caratteristiche fisiche del corpo come oggetti senza forma con cui essa entra in contatto. Infine, contemplerete solo la mente e gli oggetti mentali, cioè quegli oggetti che arrivano a livello di coscienza.

Esaminando ora la vera natura della mente, osserverete che, nel suo stato naturale, non ha preoccupazioni o ambizioni che la sommergano. E’ come una bandiera che sia stata legata all’estremità di un’asta; se niente la muove rimarrà così, tranquilla. E se si muove significa che c’è del vento, una forza esterna che la fa agitare. Allo stato naturale, la mente fa lo stesso – in essa non vi è né amore né odio, né disapprovazione. Essa è indipendente, in uno stato di purezza che è completamente chiaro, raggiante, non offuscato. Nel suo stato puro la mente è pacifica, senza felicità o sofferenza, – in effetti non sperimenta nessun vedana(sensazione). E’ questo il vero stato della mente.

Lo scopo della pratica, quindi, è guardarsi internamente, cercando e investigando fino a quando troverete la mente originale. La mente originale è detta anche la mente pura. La mente pura è la mente senza attaccamenti. E’ in uno stato di perenne conoscenza e attenzione, completamente consapevole di ciò che sta sperimentando. Quando la mente è così non vi sono oggetti mentali piacevoli o spiacevoli che la possano turbare, non li insegue. La mente non ‘diventa’ nulla. In altre parole, nulla può scuoterla. La mente conosce se stessa come purezza. Si è evoluta verso una vera, completa indipendenza; ha raggiunto il suo stato originale.

E come ha potuto raggiungere questo stato originale? Attraverso la facoltà della consapevolezza, riflettendo con saggezza e vedendo che tutte le cose sono solo condizioni che sorgono dal mutuo interagire degli elementi, senza che vi sia nessuno che li controlli. E così capita anche quando sperimentiamo la gioia e la sofferenza. Questi stati mentali sono solo “felicità” e “sofferenza”. Non vi è qualcuno che ‘ha’ la felicità, la mente non ‘possiede’ la sofferenza; gli stati mentali non ‘appartengono’ alla mente. Osservatelo voi stessi. In effetti, queste sono cose che non riguardano la mente, sono separate, distinte da essa. La felicità è solo uno stato di felicità; la sofferenza è solo uno stato di sofferenza. Voi siete solo coloro che sanno questo.

In passato, a causa delle radici dell’avidità, dell’odio e dell’illusione presenti nella mente, essa avrebbe reagito immediatamente quando entravate in contatto con qualcosa di piacevole o spiacevole, e attraverso questa reazione vi sareste ‘impadroniti’ di quell’oggetto mentale, sperimentandolo come sofferenza o gioia. E così potrà avvenire ancora fino a quando la mente non conoscerà se stessa, fino a quando non sarà chiara e illuminata. Quando la mente non è libera, si lascia influenzare da qualsiasi oggetto mentale le capiti di sperimentare. In altre parole, non ha un rifugio, è incapace di dipendere veramente da se stessa. In questa situazione, quando ricevete una piacevole impressione mentale diventate allegri o diventate tristi quando l’oggetto mentale è spiacevole. Così la mente dimentica se stessa.

La mente originale, invece, è al di là del bene e del male, poiché questa è la natura originale della mente. E’ un’illusione essere felici per aver sperimentato un oggetto mentale piacevole. E’ un’illusione essere tristi per aver sperimentato un oggetto mentale spiacevole. Gli oggetti mentali sorgono con il mondo, sono il mondo. Danno l’avvio alla felicità e alla sofferenza, al bene e al male, e a tutto ciò che è soggetto all’impermanenza e all’incertezza. Quando vi separate dalla mente originale, tutto diventa incerto: solo una catena interminabile di nascita e morte, dubbi e apprensioni, sofferenza e fatica, senza la possibilità di fermare, di far cessare tutto ciò. E’ questa la ruota eterna delle rinascite.

Samadhi significa la mente fermamente concentrata, e più praticate più la mente diventa stabile. Più la mente è concentrata, più essa diventa risoluta nella pratica. Più contemplate, più diventate fiduciosi e la mente diventerà così stabile che non potrà più essere smossa da nulla. Sapete perfettamente che nessun oggetto mentale la può scuotere. Gli oggetti mentali sono oggetti mentali; la mente è la mente. La mente sperimenta stati mentali buoni o cattivi, felicità e sofferenza, perché viene illusa dagli oggetti mentali. La mente che non si fa ingannare non può essere turbata da nulla, poiché nello stato di consapevolezza, vede tutte le cose come elementi naturali che sorgono e scompaiono: solo questo! Si può avere questo tipo di esperienza anche quando non si è riusciti a lasciar andare completamente.

Semplificando, lo stato che è sorto, è la mente stessa. Se contemplate seguendo la verità delle cose così come sono, vi accorgerete che esiste un solo sentiero e che è vostro dovere seguirlo. Significa che sapete, fin dall’inizio, che gli stati mentali di felicità e dolore non sono il sentiero da seguire. E’ qualcosa che dovete capire da soli: è la verità delle cose così come sono! Siete in grado di capire tutto ciò – siete consapevoli con la giusta visione delle cose – ma allo stesso tempo non siete in grado di lasciar andare completamente i vostri attaccamenti.

Qual è allora il modo giusto di praticare? State nella via di mezzo, che vuol dire prendere nota dei vari stati di gioia e dolore, ma contemporaneamente teneteli a debita distanza sia da un’esagerazione che dall’altra. Questa è la via corretta di praticare: mantenere la consapevolezza anche se non siete in grado di lasciar andare. E’ la via più giusta, poiché, anche se la mente è aggrappata ai vari stati di gioia o sofferenza, vi è sempre la consapevolezza di questo attaccamento. Ciò significa che quando la mente si attacca a stati di felicità, voi non le date importanza e non ne gioite e altrettanto non criticate gli stati di sofferenza. In questo modo potete veramente osservare la mente così com’è. Quando praticate fino al punto di portare la mente oltre la gioia e l’infelicità, automaticamente sorgerà l’equanimità, e voi non dovrete fare altro che contemplarla come un oggetto mentale e seguirla, pian pianino. Il cuore sa dove andare per essere oltre le negatività, e anche se non è ancora pronto a trascenderle, le mette da parte e continua a praticare.

Quando sorge la felicità e la mente vi si attacca, prendete proprio questa felicità come oggetto di contemplazione; lo stesso, se la mente si attacca all’infelicità, prendete questa infelicità come oggetto di contemplazione. Finalmente la mente raggiungerà uno stadio in cui sarà pienamente consapevole sia della felicità che dell’infelicità. E questo accadrà quando sarà in grado di mettere da parte sia la felicità che la sofferenza, sia il piacere che la tristezza, quando sarà in grado di mettere da parte il mondo per diventare allora il ‘conoscitore dei mondi’. Una volta che la mente ‘colei che conosce’ – può lasciar andare, è qui che si stabilizzerà ed allora la pratica diventa veramente interessante.

Ogni volta che vi è attaccamento nella mente, continuate a battere su quel punto, senza lasciar andare. Se c’è attaccamento alla felicità, continuate a meditarvi sopra, senza permettere che la mente si allontani da quello stato d’animo. Se la mente si attacca alla sofferenza, afferratevi a ciò, tenendovi ben stretti e contemplando subito quella disposizione d’animo. Anche se la mente è intrappolata in uno stato mentale negativo, riconoscetelo come uno stato d’animo negativo e la mente non ne sarà più distratta. E’ come quando si capita in un cespuglio di rovi; ovviamente non lo fate appositamente, anzi cercate di evitarlo, ma può capitare che vi troviate a camminare tra le spine. E come vi sentite allora? Naturalmente provate avversione. Anche se lo sapete, non potete fare a meno di essere ‘in mezzo alle spine’. La mente continua ancora a inseguire i vari stati di felicità e sofferenza, ma non indulge in essi. Il vostro è un continuo sforzo per eliminare ogni attaccamento dalla mente, per eliminare e per ripulire la mente da tutto ciò che è esteriore, mondano.

Alcuni vogliono pacificare la mente, ma essi stessi non sanno che cos’è la pace. Non sanno che cos’è una mente tranquilla! Vi sono due tipi di tranquillità mentale: uno è la pace che viene per mezzo del samadhi,l’altro è la pace che viene da pañña. La mente che è calma per mezzo disamadhi è una mente ancora in preda all’illusione. La pace che si raggiunge per mezzo del solo samadhi, dipende dal fatto che la mente è separata dagli oggetti mentali. Quando non sperimenta alcun oggetto mentale, allora è calma, e perciò uno si attacca alla felicità collegata a questa pace. Tuttavia, quando c’è il contatto con i sensi, la mente vi si precipita dentro subito, poiché ha paura degli oggetti mentali. Ha paura della felicità e della sofferenza; ha paura della lode e della critica, ha paura delle forme, dei suoni, degli odori e dei gusti. Chi ha la pace per mezzo di samadhi ha paura di tutto e non vuole essere coinvolto in niente e con nessuno. La gente che pratica samadhi in questo modo, vorrebbe isolarsi in una grotta, dove può sperimentare in pieno la beatitudine delsamadhi, senza mai doverne uscire fuori. Appena trovano un posto isolato, vi si intrufolano e vi si nascondono.

Questo tipo di samadhi porta con sé molta sofferenza: per loro è difficile uscirne fuori e avvicinarsi agli altri. Non vogliono vedere forme o udire suoni. Non vogliono sperimentare completamente nulla! Devono vivere in appositi luoghi particolarmente tranquilli, dove nessuno possa disturbarli con la presenza o con le parole.

Questo tipo di pace non è utile allo scopo. Quando avete raggiunto un normale livello di calma, allontanatevene. Il Buddha non ci ha insegnato a praticare samadhi nell’illusione. Se vi accorgete di praticare in questa maniera, smettete subito. Se la mente ha raggiunto la calma, usate questa calma come base di contemplazione. Contemplate la pace della concentrazione e usatela per collegare la mente con i vari oggetti mentali che sperimenta, riflettendoci poi sopra. Contemplate le tre caratteristiche di aniccam (impermanenza), dukkham (sofferenza) e anatta (non-sé). Riflettete e quando avrete contemplato abbastanza, potete ristabilire senza pericolo la calma del samadhi, sedendo in meditazione e poi, una volta riottenuta la calma, riprendete la contemplazione. Man mano che acquistate conoscenza, usatela per combattere le negatività e allenare la mente.

La pace che viene per mezzo di pañña è un’altra cosa, perché quando la mente lascia lo stato di calma, la presenza di pañña la salva dal timore per le forme, i suoni, gli odori, i gusti, le sensazioni tattili e le idee. Vuol dire che ogni volta che c’è un contatto sensoriale, la mente è subito consapevole dell’oggetto mentale e lo lascia perdere – la consapevolezza è abbastanza acuta per poterlo fare immediatamente. Questa è la pace che arriva per mezzo di pañña.

Quando praticate in questo modo, la mente diventa molto più raffinata di quando sviluppavate solo samadhi. La mente diventa potentissima e non cerca più di scappare. E’ questa energia che allontana ogni timore. Prima avevate paura di ogni esperienza, ma ora conoscete gli oggetti mentali per quello che sono e non ne siete quindi più spaventati. Conoscete la vostra stessa forza mentale e non ne siete più intimoriti. Quando vedete una forma, la contemplate; quando udite un suono, lo contemplate. Diventate abili nella contemplazione degli oggetti mentali e comunque essi siano, li potete lasciar andare. Vedete chiaramente la felicità e la lasciate andare. Qualsiasi cosa vediate, la lasciate subito andare. In tal modo tutti gli oggetti mentali perdono la loro forza e non possono più trascinarvi con loro. Quando sorgono queste caratteristiche nella mente del praticante, si può cambiare il nome della pratica, chiamandola vipassana, che significa chiara conoscenza in accordo con la verità. E’ tutto qui: conoscenza in accordo con la verità sulle cose così come sono. Questa è pace al più alto livello, la pace di vipassana.

Il vero scopo della pratica, quindi, non è sviluppare samadhi, sedendosi in meditazione e aggrappandosi a quello stato di beatitudine che procura. Dovete anzi evitare questo stato. Il Buddha ha detto che dovete combattere apertamente la vostra battaglia, non nascondervi in una trincea cercando di evitare le pallottole del nemico. Quando è il momento di lottare, dovete saltar fuori con le armi in pugno, dovete per forza uscire dal nascondiglio. Non potete più stare lì a poltrire quando è tempo di battaglia. Questa è la pratica. Non dovete permettere che la mente si nasconda, acquattandosi nell’ombra.

Ho spiegato la pratica a grandi linee, affinché non abbiate ad impantanarvi nel dubbio, affinché non vi siano esitazioni sul modo di praticare. Quando c’è la felicità, osservate quella felicità; quando c’è la sofferenza, osservate quella sofferenza. E così stabilizzati nella consapevolezza, provate a lasciarle andare entrambe, a metterle da parte. Ora che le avete osservate e quindi le conoscete, continuate a lasciarle andare. Non è importante che meditiate seduti o camminando, se continuate a pensare non fa niente. La cosa importante è essere sempre e continuamente consapevoli della propria mente. Se vi trovate invischiati in troppe proliferazioni mentali, raccoglietele tutte insieme, e contemplatele come se fossero un tutt’uno. Ne taglierete l’energia alla radice dicendo: “Tutti questi pensieri, queste idee e immaginazioni sono semplicemente delle proliferazioni mentali e basta. Tutto ciò è aniccam, dukkham anatta. In nessuno di loro risiede la certezza”. E poi lasciatele subito perdere.

© Ass. Santacittarama (& Wat Nong Pah Pong), 2006. Tutti i diritti sono riservati. SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE
GRATUITA. 
On the Road to PeaceThe battles in the worldDo everything with a mind that knows how to let go.
Do not expect any reward or prize.
If you let go a little, you’ll have a little peace.
If you let go completely, you will know complete freedom andpeace.
Your battles with the world come to an end.

Achaan Chah

Peace is every step

Peace is every step.
The shining red sun is my heart.
Each flower smiles with me.
Rigloglio how green all around!
How cool the wind blowing!
Peace is every step.
It is the joyful endless path.

Peace is every step – Thich Nhat Hanh

The Path to Peace

Today I will give a teaching particularly for you as monks and novices, so please determine your hearts and minds to listen. There is nothing else for us to talk about other than the practice of the DhammaVinaya (Truth and Discipline).

Every one of you should clearly understand that now you have been ordained as Buddhist monks and novices and should be conducting yourselves appropriately. We have all experienced the lay life, which is characterised by confusion and a lack of formal Dhamma practice; now, having taken up the form of a Buddhistsamana1, some fundamental changes have to take place in our minds so that we differ from lay people in the way we think. We must try to make all of our speech and actions – eating and drinking, moving around, coming and going – befitting for one who has been ordained as a spiritual seeker, who the Buddha referred to as a samana. What he meant was someone who is calm and restrained. Formerly, as lay people, we didn’t understand what it meant to be a samana, that sense of peacefulness and restraint. We gave full license to our bodies and minds to have fun and games under the influence of craving and defilement. When we experienced pleasant ārammana2, these would put us into a good mood, unpleasant mind-objects would put us into a bad one – this is the way it is when we are caught in the power of mind-objects. The Buddha said that those who are still under the sway of mind-objects aren’t looking after themselves. They are without a refuge, a true abiding place, and so they let their minds follow moods of sensual indulgence and pleasure-seeking and get caught into suffering, sorrow, lamentation, pain, grief and despair. They don’t know how or when to stop and reflect upon their experience.

In Buddhism, once we have received ordination and taken up the life of the samana, we have to adjust our physical appearance in accordance with the external form of the samana: we shave our heads, trim our nails and don the brown bhikkhus’3 robes – the banner of the Noble Ones, the Buddha and the Arahants4. We are indebted to the Buddha for the wholesome foundations he established and handed down to us, which allow us to live as monks and find adequate support. Our lodgings were built and offered as a result of the wholesome actions of those with faith in the Buddha and His teachings. We do not have to prepare our food because we are benefiting from the roots laid down by the Buddha. Similarly, we have inherited the medicines, robes and all the other requisites that we use from the Buddha. Once ordained as Buddhist monastics, on the conventional level we are called monks and given the title ‘Venerable’5; but simply having taken on the external appearance of monks does not make us truly venerable. Being monks on the conventional level means we are monks as far as our physical appearance goes. Simply by shaving our heads and putting on brown robes we are called ‘Venerable’, but that which is truly worthy of veneration has not yet arisen within us – we are still only ‘Venerable’ in name. It’s the same as when they mould cement or cast brass into a Buddha image: they call it a Buddha, but it isn’t really that. It’s just metal, wood, wax or stone. That’s the way conventional reality is.

It’s the same for us. Once we have been ordained, we are given the title Venerable Bhikkhu, but that alone doesn’t make us venerable. On the level of ultimate reality – in other words, in the mind – the term still doesn’t apply. Our minds and hearts have still not been fully perfected through the practice with such qualities as mettā (kindness), karunā (compassion), muditā (sympathetic joy) and upekkhā (equanimity). We haven’t reached full purity within. Greed, hatred and delusion are still barring the way, not allowing that which is worthy of veneration to arise.

Our practice is to begin destroying greed, hatred and delusion – defilements which for the most part can be found within each and every one of us. These are what hold us in the round of becoming and birth and prevent us from achieving peace of mind. Greed, hatred and delusion prevent the samana – peacefulness – from arising within us. As long as this peace does not arise, we are still not samana; in other words, our hearts have not experienced the peace that is free from the influence of greed, hatred and delusion. This is why we practise – with the intention of expunging greed, hatred and delusion from our hearts. It is only when these defilements have been removed that we can reach purity, that which is truly venerable.

Internalising that which is venerable within your heart doesn’t involve working only with the mind, but your body and speech as well. They have to work together. Before you can practise with your body and speech, you must be practising with your mind. However, if you simply practise with the mind, neglecting body and speech, that won’t work either. They are inseparable. Practising with the mind until it’s smooth, refined and beautiful is similar to producing a finished wooden pillar or plank: before you can obtain a pillar that is smooth, varnished and attractive, you must first go and cut a tree down. Then you must cut off the rough parts – the roots and branches – before you split it, saw it and work it. Practising with the mind is the same as working with the tree, you have to work with the coarse things first. You have to destroy the rough parts: destroy the roots, destroy the bark and everything which is unattractive, in order to obtain that which is attractive and pleasing to the eye. You have to work through the rough to reach the smooth. Dhamma practice is just the same. You aim to pacify and purify the mind, but it’s difficult to do. You have to begin practising with externals – body and speech – working your way inwards until you reach that which is smooth, shining and beautiful. You can compare it with a finished piece of furniture, such as these tables and chairs. They may be attractive now, but once they were just rough bits of wood with branches and leaves, which had to be planed and worked with. This is the way you obtain furniture that is beautiful or a mind that is perfect and pure.

Therefore the right path to peace, the path the Buddha laid down, which leads to peace of mind and the pacification of the defilements, is sīla (moral restraint), samādhi (concentration) andpaññā (wisdom). This is the path of practice. It is the path that leads you to purity and leads you to realise and embody the qualities of the samana. It is the way to the complete abandonment of greed, hatred and delusion. The practice does not differ from this whether you view it internally or externally.

This way of training and maturing the mind – which involves the chanting, the meditation, the Dhamma talks and all the other parts of the practice – forces you to go against the grain of the defilements. You have to go against the tendencies of the mind, because normally we like to take things easy, to be lazy and avoid anything which causes us friction or involves suffering and difficulty. The mind simply doesn’t want to make the effort or get involved. This is why you have to be ready to endure hardship and bring forth effort in the practice. You have to use the dhammaof endurance and really struggle. Previously your bodies were simply vehicles for having fun, and having built up all sorts of unskilful habits it’s difficult for you to start practising with them. Before, you didn’t restrain your speech, so now it’s hard to start restraining it. But as with that wood, it doesn’t matter how troublesome or hard it seems: before you can make it into tables and chairs, you have to encounter some difficulty. That’s not the important thing; it’s just something you have to experience along the way. You have to work through the rough wood to produce the finished pieces of furniture.

The Buddha taught that this is the way the practice is for all of us. All of his disciples who had finished their work and become fully enlightened, had, (when they first came to take ordination and practise with him) previously been puthujjana (ordinary worldlings). They had all been ordinary unenlightened beings like ourselves, with arms and legs, eyes and ears, greed and anger – just the same as us. They didn’t have any special characteristics that made them particularly different from us. This was how both the Buddha and his disciples had been in the beginning. They practised and brought forth enlightenment from the unenlightened, beauty from the ugliness and great benefit from that which was virtually useless. This work has continued through successive generations right up to the present day. It is the children of ordinary people – farmers, traders and businessmen – who, having previously been entangled in the sensual pleasures of the world, go forth to take ordination. Those monks at the time of the Buddha were able to practise and train themselves, and you must understand that you have the same potential. You are made up of the five khandhas6 (aggregates), just the same. You also have a body, pleasant and unpleasant feelings, memory and perception, thought formations and consciousness – as well as a wandering and proliferating mind. You can be aware of good and evil. Everything’s just the same. In the end, that combination of physical and mental phenomena present in each of you, as separate individuals, differs little from that found in those monastics who practised and became enlightened under the Buddha. They had all started out as ordinary, unenlightened beings. Some had even been gangsters and delinquents, while others were from good backgrounds. They were no different from us. The Buddha inspired them to go forth and practise for the attainment of magga (the Noble Path) and phala (Fruition)7, and these days, in similar fashion, people like yourselves are inspired to take up the practice of sīlasamādhi and paññā.

Sīlasamādhi and paññā are the names given to the different aspects of the practice. When you practise sīlasamādhi and paññā, it means you practise with yourselves. Right practice takes place here within you. Right sīla exists here, right samādhi exists here. Why? Because your body is right here. The practice of sīla involves every part of the body. The Buddha taught us to be careful of all our physical actions. Your body exists here! You have hands, you have legs right here. This is where you practise sīla. Whether your actions will be in accordance with sīla and Dhamma depends on how you train your body. Practising with your speech means being aware of the things you say. It includes avoiding wrong kinds of speech, namely divisive speech, coarse speech and unnecessary or frivolous speech. Wrong bodily actions include killing living beings, stealing and sexual misconduct.

It’s easy to reel off the list of wrong kinds of behaviour as found in the books, but the important thing to understand is that the potential for them all lies within us. Your body and speech are with you right here and now. You practise moral restraint, which means taking care to avoid the unskilful actions of killing, stealing and sexual misconduct. The Buddha taught us to take care with our actions from the very coarsest level. In the lay life you might not have had very refined moral conduct and frequently transgressed the precepts. For instance, in the past you may have killed animals or insects by smashing them with an axe or a fist, or perhaps you didn’t take much care with your speech: false speech means lying or exaggerating the truth; coarse speech means you are constantly being abusive or rude to others – ‘you scum,’ ‘you idiot,’ and so on; frivolous speech means aimless chatter, foolishly rambling on without purpose or substance. We’ve indulged in it all. No restraint! In short, keeping sīla means watching over yourself, watching over your actions and speech.

So who will do the watching over? Who will take responsibility for your actions? When you kill some animal, who is the one who knows? Is your hand the one who knows, or is it someone else? When you steal someone else’s property, who is aware of the act? Is your hand the one who knows? This is where you have to develop awareness. Before you commit some act of sexual misconduct, where is your awareness? Is your body the one who knows? Who is the one who knows before you lie, swear or say something frivolous? Is your mouth aware of what it says, or is the one who knows in the words themselves? Contemplate this: whoever it is who knows is the one who has to take responsibility for your sīla. Bring that awareness to watch over your actions and speech. That knowing, that awareness is what you use to watch over your practice. To keep sīla, you use that part of the mind which directs your actions and which leads you to do good and bad. You catch the villain and transform him into a sheriff or a mayor. Take hold of the wayward mind and bring it to serve and take responsibility for all your actions and speech. Look at this and contemplate it. The Buddha taught us to take care with our actions. Who is it who does the taking care? The body doesn’t know anything; it just stands, walks around and so on. The hands are the same; they don’t know anything. Before they touch or take hold of anything, there has to be someone who gives them orders. As they pick things up and put them down there has to be someone telling them what to do. The hands themselves aren’t aware of anything; there has to be someone giving them orders. The mouth is the same – whatever it says, whether it tells the truth or lies, is rude or divisive, there must be someone telling it what to say.

The practice involves establishing sati, mindfulness, within this ‘one who knows.’ The ‘one who knows’ is that intention of mind, which previously motivated us to kill living beings, steal other people’s property, indulge in illicit sex, lie, slander, say foolish and frivolous things and engage in all the kinds of unrestrained behaviour. The ‘one who knows’ led us to speak. It exists within the mind. Focus your mindfulness or sati – that constant recollectedness – on this ‘one who knows.’ Let the knowing look after your practice.

In practice, the most basic guidelines for moral conduct stipulated by the Buddha were: to kill is evil, a transgression of sīla; stealing is a transgression; sexual misconduct is a transgression; lying is a transgression; vulgar and frivolous speech are all transgressions of sīla. You commit all this to memory. It’s the code of moral discipline, as laid down by the Buddha, which encourages you to be careful of that one inside of you who was responsible for previous transgressions of the moral precepts. That one, who was responsible for giving the orders to kill or hurt others, to steal, to have illicit sex, to say untrue or unskilful things and to be unrestrained in all sorts of ways – singing and dancing, partying and fooling around. The one who was giving the orders to indulge in all these sorts of behaviour is the one you bring to look after the mind. Use sati or awareness to keep the mind recollecting in the present moment and maintain mental composure in this way. Make the mind look after itself. Do it well.

If the mind is really able to look after itself, it is not so difficult to guard speech and actions, since they are all supervised by the mind. Keeping sīla – in other words taking care of your actions and speech – is not such a difficult thing. You sustain awareness at every moment and in every posture, whether standing, walking, sitting or lying down. Before you perform any action, speak or engage in conversation, establish awareness first – don’t act or speak first, establish mindfulness first and then act or speak. You must have sati, be recollecting, before you do anything. It doesn’t matter what you are going to say, you must first be recollecting in the mind. Practise like this until you are fluent. Practise so that you can keep abreast of what’s going on in the mind; to the point where mindfulness becomes effortless and you are mindful before you act, mindful before you speak. This is the way you establish mindfulness in the heart. It is with the ‘one who knows’ that you look after yourself, because all your actions spring from here.

This is where the intentions for all your actions originate and this is why the practice won’t work if you try to bring in someone else to do the job. The mind has to look after itself; if it can’t take care of itself, nothing else can. This is why the Buddha taught that keeping sīla is not that difficult, because it simply means looking after your own mind. If mindfulness is fully established, whenever you say or do something harmful to yourself or others, you will know straight away. You know that which is right and that which is wrong. This is the way you keep sīla. You practise with your body and speech from the most basic level.

By guarding your speech and actions they become graceful and pleasing to the eye and ear, while you yourself remain comfortable and at ease within the restraint. All your behaviour, manners, movements and speech become beautiful, because you are taking care to reflect upon, adjust and correct your behaviour. You can compare this with your dwelling place or the meditation hall. If you are regularly cleaning and looking after your dwelling place, then both the interior and the area around it will be pleasant to look at, rather than a messy eyesore. This is because there is someone looking after it. Your actions and speech are similar. If you are taking care with them, they become beautiful, and that which is evil or dirty will be prevented from arising.

Ādikalyānamajjhekalyānapariyosānakalyāna: beautiful in the beginning, beautiful in the middle and beautiful in the end; or harmonious in the beginning, harmonious in the middle and harmonious in the end. What does that mean? Precisely that the practice of sīlasamādhi and paññā is beautiful. The practice is beautiful in the beginning. If the beginning is beautiful, it follows that the middle will be beautiful. If you practise mindfulness and restraint until it becomes comfortable and natural to you – so that there is a constant vigilance – the mind will become firm and resolute in the practise of sīla and restraint. It will be consistently paying attention to the practice and thus become concentrated. That characteristic of being firm and unshakeable in the monastic form and discipline and unwavering in the practice of mindfulness and restraint can be referred to as ‘samādhi.’

That aspect of the practice characterised by a continuous restraint, where you are consistently taking care with your actions and speech and taking responsibility for all your external behaviour, is referred to as sīla. The characteristic of being unwavering in the practice of mindfulness and restraint is calledsamādhi. The mind is firmly concentrated in this practice of sīlaand restraint. Being firmly concentrated in the practice of sīlameans that there is an evenness and consistency to the practice of mindfulness and restraint. These are the characteristics of samādhias an external factor in the practice, used in keeping sīla. However, it also has an inner, deeper side to it. It is essential that you develop and maintain sīla and samādhi from the beginning – you have to do this before anything else.

Once the mind has an intentness in the practice and sīla andsamādhi are firmly established, you will be able to investigate and reflect on that which is wholesome and unwholesome – asking yourself… ‘Is this right?’… ‘Is that wrong?’ – as you experience different mind-objects. When the mind makes contact with different sights, sounds, smells, tastes, tactile sensations or ideas, the ‘one who knows’ will arise and establish awareness of liking and disliking, happiness and suffering and the different kinds of mind-objects that you experience. You will come to see clearly, and see many different things.

If you are mindful, you will see the different objects which pass into the mind and the reaction which takes place upon experiencing them. The ‘one who will automatically take them up as objects for contemplation. Once the mind is vigilant and mindfulness is firmly established, you will note all the reactions displayed through either body, speech or mind, as mind-objects are experienced. That aspect of the mind which identifies and selects the good from the bad, the right from the wrong, from amongst all the mind-objects within your field of awareness, ispaññā. This is paññā in its initial stages and it matures as a result of the practice. All these different aspects of the practice arise from within the mind. The Buddha referred to these characteristics assīlasamādhi and paññā. This is the way they are, as practised in the beginning.

As you continue the practice, fresh attachments and new kinds of delusion begin to arise in the mind. This means you start clinging to that which is good or wholesome. You become fearful of any blemishes or faults in the mind – anxious that your samādhiwill be harmed by them. At the same time you begin to be diligent and hard working, and to love and nurture the practice. Whenever the mind makes contact with mind-objects, you become fearful and tense. You become aware of other people’s faults as well, even the slightest things they do wrong. It’s because you are concerned for your practice. This is practising sīlasamādhi and paññā on one level – on the outside – based on the fact that you have established your views in accordance with the form and foundations of practice laid down by the Buddha. Indeed, these are the roots of the practice and it is essential to have them established in the mind.

You continue to practise like this as much as possible, until you might even reach the point where you are constantly judging and picking fault with everyone you meet, wherever you go. You are constantly reacting with attraction and aversion to the world around you, becoming full of all kinds of uncertainty and continually attaching to views of the right and wrong way to practise. It’s as if you have become obsessed with the practice. But you don’t have to worry about this yet – at that point it’s better to practise too much than too little. Practise a lot and dedicate yourself to looking after body, speech and mind. You can never really do too much of this. This is said to be practising sīla on one level; in fact, sīlasamādhi and paññā are all in there together.

If you were to describe the practice of sīla at this stage, in terms of pāramī8 (spiritual perfections), it would be dāna pāramī (the spiritual perfection of giving), or sīla pāramī (the spiritual perfection of moral restraint). This is the practice on one level. Having developed this much, you can go deeper in the practice to the more profound level of dāna upapāramī9 and sīla upapāramī. These arise out of the same spiritual qualities, but the mind is practising on a more refined level. You simply concentrate and focus your efforts to obtain the refined from the coarse.

Once you have gained this foundation in your practice, there will be a strong sense of shame and fear of wrong-doing established in the heart. Whatever the time or place – in public or in private – this fear of wrong doing will always be in the mind. You become really afraid of any wrong doing. This is a quality of mind that you maintain throughout every aspect of the practice. The practice of mindfulness and restraint with body, speech and mind and the consistent distinguishing between right and wrong is what you hold as the object of mind. You become concentrated in this way and by firmly and unshakeably attaching to this way of practice, it means the mind actually becomes sīlasamādhi and paññā – the characteristics of the practice as described in the conventional teachings.

As you continue to develop and maintain the practice, these different characteristics and qualities are perfected together in the mind. However, practising sīlasamādhi and paññā at this level is still not enough to produce the factors of jhāna10 (meditative absorption) – the practice is still too coarse. Still, the mind is already quite refined – on the refined side of coarse! For an ordinary unenlightened person who has not been looking after the mind or practised much meditation and mindfulness, just this much is already something quite refined. It’s like a poor person – owning two or three pounds can mean a lot, though for a millionaire it’s almost nothing. This is the way it is. A few quid is a lot when you’re down and out and hard up for cash, and in the same way, even though in the early stages of the practice you might still only be able to let go of the coarser defilements, this can still seem quite profound to one who is unenlightened and has never practised or let go of defilements before. At this level, you can feel a sense of satisfaction with being able to practise to the full extent of your ability. This is something you will see for yourself; it’s something that has to be experienced within the mind of the practitioner.

If this is so, it means that you are already on the path, i.e. practising sīlasamādhi and paññā. These must be practised together, for if any are lacking, the practice will not develop correctly. The more your sīla improves, the firmer the mind becomes. The firmer the mind is, the bolder paññā becomes and so on… each part of the practice supporting and enhancing all the others. In the end, because the three aspects of the practice are so closely related to each other, these terms virtually become synonymous. This is characteristic of sammā patipadā (right practice), when you are practising continuously, without relaxing your effort.

If you are practising in this way, it means that you have entered upon the correct path of practice. You are travelling along the very first stages of the path – the coarsest level – which is something quite difficult to sustain. As you deepen and refine the practice,sīlasamādhi and paññā will mature together from the same place – they are refined down from the same raw material. It’s the same as our coconut palms. The coconut palm absorbs the water from the earth and pulls it up through the trunk. By the time the water reaches the coconut itself, it has become clean and sweet, even though it is derived from that plain water in the ground. The coconut palm is nourished by what are essentially the coarse earth and water elements, which it absorbs and purifies, and these are transformed into something far sweeter and purer than before. In the same way, the practice of sīlasamādhi and paññā – in other words Magga – has coarse beginnings, but, as a result of training and refining the mind through meditation and reflection, it becomes increasingly subtle.

As the mind becomes more refined, the practice of mindfulness becomes more focused, being concentrated on a more and more narrow area. The practice actually becomes easier as the mind turns more and more inwards to focus on itself. You no longer make big mistakes or go wildly wrong. Now, whenever the mind is affected by a particular matter, doubts will arise – such as whether acting or speaking in a certain way is right or wrong – you simply keep halting the mental proliferation and, through intensifying effort in the practice, continue turning your attention deeper and deeper inside. The practice of samādhi will become progressively firmer and more concentrated. The practice of paññā is enhanced so that you can see things more clearly and with increasing ease.

The end result is that you are clearly able to see the mind and its objects, without having to make any distinction between the mind, body or speech. You no longer have to separate anything at all – whether you are talking about the mind and the body or the mind and its objects. You see that it is the mind which gives orders to the body. The body has to depend on the mind before it can function. However, the mind itself is constantly subject to different objects contacting and conditioning it before it can have any effect on the body. As you continue to turn attention inwards and reflect on the Dhamma, the wisdom faculty gradually matures, and eventually you are left contemplating the mind and mind-objects – which means that you start to experience the body,rūpadhamma (material), as arūpadhamma (immaterial). Through your insight, you are no longer groping at or uncertain in your understanding of the body and the way it is. The mind experiences the body’s physical characteristics as arūpadhamma – formless objects – which come into contact with the mind. Ultimately, you are contemplating just the mind and mind-objects – those objects which come into your consciousness.

Now, examining the true nature of the mind, you can observe that in its natural state, it has no preoccupations or issues prevailing upon it. It’s like a piece of cloth or a flag that has been tied to the end of a pole. As long as it’s on its own and undisturbed, nothing will happen to it. A leaf on a tree is another example – ordinarily it remains quiet and unperturbed. If it moves or flutters this must be due to the wind, an external force. Normally, nothing much happens to leaves; they remain still. They don’t go looking to get involved with anything or anybody. When they start to move, it must be due to the influence of something external, such as the wind, which makes them swing back and forth. In its natural state, the mind is the same – in it, there exists no loving or hating, nor does it seek to blame other people. It is independent, existing in a state of purity that is truly clear, radiant and untarnished. In its pure state, the mind is peaceful, without happiness or suffering – indeed, not experiencing any vedanā (feeling) at all. This is the true state of the mind.

The purpose of the practice, then, is to seek inwardly, searching and investigating until you reach the original mind. The original mind is also known as the pure mind. The pure mind is the mind without attachment. It doesn’t get affected by mind-objects. In other words, it doesn’t chase after the different kinds of pleasant and unpleasant mind-objects. Rather, the mind is in a state of continuous knowing and wakefulness – thoroughly mindful of all it is experiencing. When the mind is like this, no pleasant or unpleasant mind-objects it experiences will be able to disturb it. The mind doesn’t ‘become’ anything. In other words, nothing can shake it. Why? Because there is awareness. The mind knows itself as pure. It has evolved its own, true independence; it has reached its original state. How is it able to bring this original state into existence? Through the faculty of mindfulness wisely reflecting and seeing that all things are merely conditions arising out of the influence of elements, without any individual being controlling them.

This is how it is with the happiness and suffering we experience. When these mental states arise, they are just ‘happiness’ and ‘suffering’. There is no owner of the happiness. The mind is not the owner of the suffering – mental states do not belong to the mind. Look at it for yourself. In reality these are not affairs of the mind, they are separate and distinct. Happiness is just the state of happiness; suffering is just the state of suffering. You are merely the knower of these. In the past, because the roots of greed, hatred and delusion already existed in the mind, whenever you caught sight of the slightest pleasant or unpleasant mind-object, the mind would react immediately – you would take hold of it and have to experience either happiness or suffering. You would be continuously indulging in states of happiness and suffering. That’s the way it is as long as the mind doesn’t know itself – as long as it’s not bright and illuminated. The mind is not free. It is influenced by whatever mind-objects it experiences. In other words, it is without a refuge, unable to truly depend on itself. You receive a pleasant mental impression and get into a good mood. The mind forgets itself.

In contrast, the original mind is beyond good and bad. This is the original nature of the mind. If you feel happy over experiencing a pleasant mind-object, that is delusion. If you feel unhappy over experiencing an unpleasant mind-object, that is delusion. Unpleasant mind-objects make you suffer and pleasant ones make you happy – this is the world. Mind-objects come with the world. They are the world. They give rise to happiness and suffering, good and evil, and everything that is subject to impermanence and uncertainty. When you separate from the original mind, everything becomes uncertain – there is just unending birth and death, uncertainty and apprehensiveness, suffering and hardship, without any way of halting it or bringing it to cessation. This is vatta (the endless round of rebirth).

Through wise reflection, you can see that you are subject to old habits and conditioning. The mind itself is actually free, but you have to suffer because of your attachments. Take, for example, praise and criticism. Suppose other people say you are stupid: why does that cause you to suffer? It’s because you feel that you are being criticised. You ‘pick up’ this bit of information and fill the mind with it. The act of ‘picking up,’ accumulating and receiving that knowledge without full mindfulness, gives rise to an experience that is like stabbing yourself. This is upādāna(attachment). Once you have been stabbed, there is bhava(becoming). Bhava is the cause for jāti (birth). If you train yourself not to take any notice of or attach importance to some of the things other people say, merely treating them as sounds contacting your ears, there won’t be any strong reaction and you won’t have to suffer, as nothing is created in the mind. It would be like listening to a Cambodian scolding you – you would hear the sound of his speech, but it would be just sound because you wouldn’t understand the meaning of the words. You wouldn’t be aware that you were being told off. The mind wouldn’t receive that information, it would merely hear the sound and remain at ease. If anybody criticised you in a language that you didn’t understand, you would just hear the sound of their voice and remain unperturbed. You wouldn’t absorb the meaning of the words and be hurt over them. Once you have practised with the mind to this point, it becomes easier to know the arising and passing away of consciousness from moment to moment. As you reflect like this, penetrating deeper and deeper inwards, the mind becomes progressively more refined, going beyond the coarser defilements.

Samādhi means the mind that is firmly concentrated, and the more you practise the firmer the mind becomes. The more firmly the mind is concentrated, the more resolute in the practice it becomes. The more you contemplate, the more confident you become. The mind becomes truly stable – to the point where it can’t be swayed by anything at all. You are absolutely confident that no single mind-object has the power to shake it. Mind-objects are mind-objects; the mind is the mind. The mind experiences good and bad mental states, happiness and suffering, because it is deluded by mind-objects. If it isn’t deluded by mind-objects, there’s no suffering. The undeluded mind can’t be shaken. This phenomenon is a state of awareness, where all things and phenomena are viewed entirely as dhātu11 (natural elements) arising and passing away – just that much. It might be possible to have this experience and yet still be unable to fully let go. Whether you can or can’t let go, don’t let this bother you. Before anything else, you must at least develop and sustain this level of awareness or fixed determination in the mind. You have to keep applying the pressure and destroying defilements through determined effort, penetrating deeper and deeper into the practice.

Having discerned the Dhamma in this way, the mind will withdraw to a less intense level of practice, which the Buddha and subsequent Buddhist scriptures describe as the Gotrabhū citta12. The Gotrabhū citta refers to the mind which has experienced going beyond the boundaries of the ordinary human mind. It is the mind of the puthujjana (ordinary unenlightened individual) breaking through into the realm of the ariyan (Noble One) – however, this phenomena still takes place within the mind of the ordinary unenlightened individual like ourselves. The Gotrabhūpuggala is someone, who, having progressed in their practice until they gain temporary experience of Nibbāna (enlightenment), withdraws from it and continues practising on another level, because they have not yet completely cut off all defilements. It’s like someone who is in the middle of stepping across a stream, with one foot on the near bank, and the other on the far side. They know for sure that there are two sides to the stream, but are unable to cross over it completely and so step back. The understanding that there exist two sides to the stream is similar to that of the Gotrabhū puggala or the Gotrabhū citta. It means that you know the way to go beyond the defilements, but are still unable to go there, and so step back. Once you know for yourself that this state truly exists, this knowledge remains with you constantly as you continue to practise meditation and develop your pāramī. You are both certain of the goal and the most direct way to reach it.

Simply speaking, this state that has arisen is the mind itself. If you contemplate according to the truth of the way things are, you can see that there exists just one path and it is your duty to follow it. It means that you know from the very beginning that mental states of happiness and suffering are not the path to follow. This is something that you have to know for yourself – it is the truth of the way things are. If you attach to happiness, you are off the path because attaching to happiness will cause suffering to arise. If you attach to sadness, it can be a cause for suffering to arise. You understand this – you are already mindful with right view, but at the same time, are not yet able to fully let go of your attachments.

So what is the correct way to practice? You must walk the middle path, which means keeping track of the various mental states of happiness and suffering, while at the same time keeping them at a distance, off to either side of you. This is the correct way to practise – you maintain mindfulness and awareness even though you are still unable to let go. It’s the correct way, because whenever the mind attaches to states of happiness and suffering, awareness of the attachment is always there. This means that whenever the mind attaches to states of happiness, you don’t praise it or give value to it, and whenever it attaches to states of suffering, you don’t criticise it. This way you can actually observe the mind as it is. Happiness is not right, suffering is not right. There is the understanding that neither of these is the right path. You are aware, awareness of them is sustained, but still you can’t fully abandon them. You are unable to drop them, but you can be mindful of them. With mindfulness established, you don’t give undue value to happiness or suffering. You don’t give importance to either of those two directions which the mind can take, and you hold no doubts about this; you know that following either of those ways is not the right path of practice, so at all times you take this middle way of equanimity as the object of mind. When you practise to the point where the mind goes beyond happiness and suffering, equanimity will necessarily arise as the path to follow, and you have to gradually move down it, little by little – the heart knowing the way to go to be beyond defilements, but, not yet being ready to finally transcend them, it withdraws and continues practising.

Whenever happiness arises and the mind attaches, you have to take that happiness up for contemplation, and whenever it attaches to suffering, you have to take that up for contemplation. Eventually, the mind reaches a stage when it is fully mindful of both happiness and suffering. That’s when it will be able to lay aside the happiness and the suffering, the pleasure and the sadness, and lay aside all that is the world and so become lokavidū(knower of the worlds). Once the mind – ‘one who knows’ – can let go it will settle down at that point. Why does it settle down? Because you have done the practice and followed the path right down to that very spot. You know what you have to do to reach the end of the path, but are still unable to accomplish it. When the mind attaches to either happiness or suffering, you are not deluded by them and strive to dislodge the attachment and dig it out.

This is practising on the level of the yogāvacara, one who is travelling along the path of practice – striving to cut through the defilements, yet not having reached the goal. You focus upon these conditions and the way it is from moment to moment in your own mind. It’s not necessary to be personally interviewed about the state of your mind or do anything special. When there is attachment to either happiness or suffering, there must be the clear and certain understanding that any attachment to either of these states is deluded. It is attachment to the world. It is being stuck in the world. Happiness means attachment to the world, suffering means attachment to the world. This is the way worldly attachment is. What is it that creates or gives rise to the world? The world is created and established through ignorance. It’s because we are not mindful that the mind attaches importance to things, fashioning and creating sankhāra (formations) the whole time.

It is here that the practice becomes really interesting. Wherever there is attachment in the mind, you keep hitting at that point, without letting up. If there is attachment to happiness, you keep pounding at it, not letting the mind get carried away with the mood. If the mind attaches to suffering, you grab hold of that, really getting to grips with it and contemplating it straight away. You are in the process of finishing the job off; the mind doesn’t let a single mind-object slip by without reflecting on it. Nothing can resist the power of your mindfulness and wisdom. Even if the mind is caught in an unwholesome mental state, you know it as unwholesome and the mind is not heedless. It’s like stepping on thorns: of course, you don’t seek to step on thorns, you try to avoid them, but nevertheless sometimes you step on one. When you do step on one, do you feel good about it? You feel aversion when you step on a thorn. Once you know the path of practice, it means you know that which is the world, that which is suffering and that which binds us to the endless cycle of birth and death. Even though you know this, you are unable to stop stepping on those ‘thorns’. The mind still follows various states of happiness and sadness, but doesn’t completely indulge in them. You sustain a continuous effort to destroy any attachment in the mind – to destroy and clear all that which is the world from the mind.

You must practise right in the present moment. Meditate right there; build your pāramī right there. This is the heart of practice, the heart of your effort. You carry on an internal dialogue, discussing and reflecting on the Dhamma within yourself. It’s something that takes place right inside the mind. As worldly attachment is uprooted, mindfulness and wisdom untiringly penetrate inwards, and the ‘one who knows’ sustains awareness with equanimity, mindfulness and clarity, without getting involved with or becoming enslaved to anybody or anything. Not getting involved with things means knowing without clinging – knowing while laying things aside and letting go. You still experience happiness; you still experience suffering; you still experience mind-objects and mental states, but you don’t cling to them.

Once you are seeing things as they are you know the mind as it is and you know mind-objects as they are. You know the mind as separate from mind-objects and mind-objects as separate from the mind. The mind is the mind, mind-objects are mind-objects. Once you know these two phenomena as they are, whenever they come together you will be mindful of them. When the mind experiences mind-objects, mindfulness will be there. Our teacher described the practice of the yogāvacara who is able to sustain such awareness, whether walking, standing, sitting or lying down, as being a continuous cycle. It is sammā patipadā (right practice). You don’t forget yourself or become heedless.

You don’t simply observe the coarser parts of your practice, but also watch the mind internally, on a more refined level. That which is on the outside, you set aside. From here onwards you are just watching the body and the mind, just observing this mind and its objects arising and passing away, and understanding that having arisen they pass away. With passing away there is further arising – birth and death, death and birth; cessation followed by arising, arising followed by cessation. Ultimately, you are simply watching the act of cessation. Khayavayam means degeneration and cessation. Degeneration and cessation are the natural way of the mind and its objects – this is khayavayam. Once the mind is practising and experiencing this, it doesn’t have to go following up on or searching for anything else – it will be keeping abreast of things with mindfulness. Seeing is just seeing. Knowing is just knowing. The mind and mind-objects are just as they are. This is the way things are. The mind isn’t proliferating about or creating anything in addition.

Don’t be confused or vague about the practice. Don’t get caught in doubting. This applies to the practice of sīla just the same. As I mentioned earlier, you have to look at it and contemplate whether it’s right or wrong. Having contemplated it, then leave it there. Don’t doubt about it. Practising samādhi is the same. Keep practising, calming the mind little by little. If you start thinking, it doesn’t matter; if you’re not thinking, it doesn’t matter. The important thing is to gain an understanding of the mind.

Some people want to make the mind peaceful, but don’t know what true peace really is. They don’t know the peaceful mind. There are two kinds of peacefulness – one is the peace that comes through samādhi, the other is the peace that comes through paññā. The mind that is peaceful through samādhi is still deluded. The peace that comes through the practice of samādhi alone is dependent on the mind being separated from mind-objects. When it’s not experiencing any mind-objects, then there is calm, and consequently one attaches to the happiness that comes with that calm. However, whenever there is impingement through the senses, the mind gives in straight away. It’s afraid of mind-objects. It’s afraid of happiness and suffering; afraid of praise and criticism; afraid of forms, sounds, smells and tastes. One who is peaceful through samādhi alone is afraid of everything and doesn’t want to get involved with anybody or anything on the outside. People practising samādhi in this way just want to stay isolated in a cave somewhere, where they can experience the bliss of samādhiwithout having to come out. Wherever there is a peaceful place, they sneak off and hide themselves away. This kind of samādhiinvolves a lot of suffering – they find it difficult to come out of it and be with other people. They don’t want to see forms or hear sounds. They don’t want to experience anything at all! They have to live in some specially preserved quiet place, where no-one will come and disturb them with conversation. They have to have really peaceful surroundings.

This kind of peacefulness can’t do the job. If you have reached the necessary level of calm, then withdraw. The Buddha didn’t teach to practise samādhi with delusion. If you are practising like that, then stop. If the mind has achieved calm, then use it as a basis for contemplation. Contemplate the peace of concentration itself and use it to connect the mind with and reflect upon the different mind-objects which it experiences. Use the calm ofsamādhi to contemplate sights, smells, tastes, tactile sensations and ideas. Use this calm to contemplate the different parts of the body, such as the hair of the head, hair of the body, nails, teeth, skin and so on. Contemplate the three characteristics of aniccam(impermanence), dukkham (suffering) and anattā (not-self). Reflect upon this entire world. When you have contemplated sufficiently, it is all right to reestablish the calm of samādhi. You can re-enter it through sitting meditation and afterwards, with calm re-established, continue with the contemplation. Use the state of calm to train and purify the mind. Use it to challenge the mind. As you gain knowledge, use it to fight the defilements, to train the mind. If you simply enter samādhi and stay there you don’t gain any insight – you are simply making the mind calm and that’s all. However, if you use the calm mind to reflect, beginning with your external experience, this calm will gradually penetrate deeper and deeper inwards, until the mind experiences the most profound peace of all.

The peace which arises through paññā is distinctive, because when the mind withdraws from the state of calm, the presence ofpaññā makes it unafraid of forms, sounds, smells, tastes, tactile sensations and ideas. It means that as soon as there is sense contact the mind is immediately aware of the mind-object. As soon as there is sense contact you lay it aside; as soon as there is sense contact mindfulness is sharp enough to let go right away. This is the peace that comes through paññā.

When you are practising with the mind in this way, the mind becomes considerably more refined than when you are developing samādhi alone. The mind becomes very powerful, and no longer tries to run away. With such energy you become fearless. In the past you were scared to experience anything, but now you know mind-objects as they are and are no longer afraid. You know your own strength of mind and are unafraid. When you see a form, you contemplate it. When you hear a sound, you contemplate it. You become proficient in the contemplation of mind-objects. You are established in the practice with a new boldness, which prevails whatever the conditions. Whether it be sights, sounds or smells, you see them and let go of them as they occur. Whatever it is, you can let go of it all. You clearly see happiness and let it go. You clearly see suffering and let it go. Wherever you see them, you let them go right there. That’s the way! Keep letting them go and casting them aside right there. No mind-objects will be able to maintain a hold over the mind. You leave them there and stay secure in your place of abiding within the mind. As you experience, you cast aside. As you experience, you observe. Having observed, you let go. All mind-objects lose their value and are no longer able to sway you. This is the power of vipassanā (insight meditation). When these characteristics arise within the mind of the practitioner, it is appropriate to change the name of the practice to vipassanā: clear knowing in accordance with the truth. That’s what it’s all about – knowledge in accordance with the truth of the way things are. This is peace at the highest level, the peace of vipassanā. Developing peace through samādhialone is very, very difficult; one is constantly petrified.

So when the mind is at its most calm, what should you do? Train it. Practise with it. Use it to contemplate. Don’t be scared of things. Don’t attach. Developing samādhi so that you can just sit there and attach to blissful mental states isn’t the true purpose of the practice. You must withdraw from it. The Buddha said that you must fight this war, not just hide out in a trench trying to avoid the enemy’s bullets. When it’s time to fight, you really have to come out with guns blazing. Eventually you have to come out of that trench. You can’t stay sleeping there when it’s time to fight. This is the way the practice is. You can’t allow your mind to just hide, cringing in the shadows.

Sīla and samādhi form the foundation of practice and it is essential to develop them before anything else. You must train yourself and investigate according to the monastic form and ways of practice which have been passed down.

Be it as it may, I have described a rough outline of the practice. You as the practitioners must avoid getting caught in doubts. Don’t doubt about the way of practice. When there is happiness, watch the happiness. When there is suffering, watch the suffering. Having established awareness, make the effort to destroy both of them. Let them go. Cast them aside. Know the object of mind and keep letting it go. Whether you want to do sitting or walking meditation it doesn’t matter. If you keep thinking, never mind. The important thing is to sustain moment to moment awareness of the mind. If you are really caught in mental proliferation, then gather it all together, and contemplate it in terms of being one whole, cutting it off right from the start, saying, ‘All these thoughts, ideas and imaginings of mine are simply thought proliferation and nothing more. It’s all aniccamdukkham and anattā. None of it is certain at all.’ Discard it right there.


Footnotes

…samana1
Recluse, monk or holy one – one who has left the home life to pursue the Higher Life.
…ārammana2
Ārammana: mind-objects; the object which is presented to the mind (citta) at any moment. This object is derived from the five senses or direct from the mind (memory, thought, feelings). It is not the external object (in the world), but that object after having been processed by one’s preconceptions and predispositions.
…bhikkhus’3
Bhikkhu: Buddhist monk, alms mendicant.
…Arahants4
Arahant: Worthy one, one who is full enlightened.
5
Venerable: in Thai, ‘Phra‘.
…khandhas6
Khandhas: Groups or aggregates: form (rūpa), feeling (vedanā), perception (saññā), thought formations (sankhārā) and consciousness (viññāna). These groups are the five groups that constitute what we call a person.
7
Magga-phala: Path and fruition: the four transcendent paths – or rather one path and four different levels of refinement – leading to ‘nobility’ (ariya) or the end of suffering, i.e., the insight knowledge which cuts through the fetters (samyojana); and the four corresponding fruitions arising from those paths – refers to the mental state, cutting through defilements, immediately following the attainment of any of these paths.
…pāramī8
Pāramī: refers to the ten spiritual perfections: generosity, moral restraint, renunciation, wisdom, effort, patience, truthfulness, determination, kindness and equanimity.
…upapāramī9
Upapāramī: refers to the same ten spiritual perfections, but practised on a deeper, more intense and profound level (practised to the highest degree, they are called paramattha pāramī)
…jhāna10
Jhāna: Various levels of meditative absorption. The five factors of jhāna are initial and sustained application of mind, rapture, pleasure and equanimity.
…dhātu11
Dhātu: Elements, natural essence. The elementary properties which make up the inner sense of the body and mind: earth (material), water (cohesion), fire (energy) and air (motion), space and consciousness.
…citta12
Gotrabhū citta: Change-of-lineage (state of consciousness preceding jhāna or Path).
Contents: © Wat Nong Pah Pong, 2007 | Last update: March 2008

Percezione erronea


Riflettendo…

La Riflessione

La mente umana
è vuota e illuminata:
la sua essenza è profondamente chiara.

Fin dall’origine
palpita di vita:
come potrebbe essere trattenuta?

Wang Ji (1498-1583)

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A volte la polvere
ricopre la superficie
di uno specchio
e ne imprigiona la luce,
solo noi la possiamo soffiare
per liberarlo dall’illusione
di una visione opaca.
La nostra mente è prigioniera
come per la polvere che sottrae
tutta la luce e la purezza.
In noi la ricerca per venire a contatto
con la mente originaria
per essere liberi
da erronei concetti e da apparenze.

Poetyca

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L’insegnamento

Percezione erronea

La pura natura originale è l’assoluto.
Tuttavia, quando la mente è contaminata,
la natura originale rimane celata.

Allora, l’assoluto diventa,
nella nostra percezione erronea, il relativo.

Maestro, venerabile monaca Cheng-Yen

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La vera ricerca
è in seno all’assoluto,
nella sua Luce che ci illumina,
ma il nostro passo si contamina
nel fango e tra deviazioni di rotta.
In noi la bussola per riprendere
la via e ritrovare una veste candida.

Poetyca

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09.04.2007 Poetyca

testi tratti da:http://www.poetyca.it

Mix – Shawn Phillips


Shawn Phillips

Un artista peculiare, americano, texano, ma figlio del mondo, perché ha vissuto con la famiglia in ogni parte del pianeta (il padre era un noto autore americano di gialli, che per sua scelta decise di vivere con la famiglia in varie parti del mondo), e poi ha continuato a scegliere liberamente dove vivere. Nei suoi spostamenti ha trascorso anche un periodo non breve in Italia. Ha scelto un posto unico per la sua bellezza, Positano negli anni 70, ma la piccola fama che ha avuto in Italia si deve soprattutto ad un conduttore storico della sezione musicale della RAI, soprattutto noto come DJ di Per voi giovani, Raffaele Cascone, inventore a quel tempo della fortunata formula Il rock del mediterraneo. Cascone passava generosamente i primi dischi di Shawn Phillips dell’epoca, Contribution e Second Contribution, e fece conoscere anche da noi la splendida ballata sull’amico Casey Deiss e sulla sua tragica morte, musicalmente un ponte tra la canzone tradizionale americana, il jazz, la musica classica e lo sperimentalismo.

In un’epoca nella quale i folk-singer erano interessati più al messaggio che al contenitore musicale, era un musicista valido come esecutore (virtuoso di vari tipi di chitarra e anche capace di suonare strumenti etnici), nonché come cantante, essendo dotato di una grande estensione vocale, e un attento sperimentatore, orientato a mischiare le multiformi esperienze musicali che aveva assorbito in giro per il mondo, divenendo in tal modo una specie di anticipatore della world music.

Negli anni seguenti Phillips non ha smesso la sua ricerca, che continua tuttora, facendolo diventare un artista di culto, un modo per dire che è apprezzato (anche moltissimo) da chi lo conosce ma che è sconosciuto ai più, per insufficiente diffusione della sua musica (alias promozione). Ma certo Shawn è ben refrattario a questi problemi.

Per saperne di più:
http://www.shawnphillips.com (sito ufficiale, completissimo, fornito anche di esempi musicali)

http://www.musicaememoria.com/ShawnPhillips.htm
Shawn Phillips

Phillips was born in Fort Worth, Texas. In the 1960s he worked as a session player on several Donovan albums including Fairytale, Sunshine Superman, and Mellow Yellow,[3] performed at the Isle of Wight festival, sang on “Lovely Rita” by the Beatles,[4] and was cast to play the lead in the original production of Jesus Christ Superstar (he had to withdraw due to his heavy recording and touring schedule).[citation needed] In February 1969 Phillips wrote and performed, with The Djinn, the music for the controversial Jane Arden play Vagina Rex and the Gas Oven at the Arts Laboratory on Drury Lane.[citation needed]

Phillips worked the folk music scene in Los Angeles, New York’s Greenwich Village, and London. In 1967, Phillips moved to Positano, Italy, where he remained throughout the 1970s, recording the albums Contribution, Second Contribution, Collaboration, and Faces’.

Four of his albums Faces, Bright White, Furthermore, and Do You Wonder made it into the Billboard Top 100. In addition, the singles, “Lost Horizon” and “We”, made Billboard’s top 100 in 1973 (63 and 92 respectively).

His album No Category, featuring his longtime collaborators Paul Buckmaster and Peter Robinson, was released in 2002.

In 2007, his first live album, Living Contribution, was released, along with a Live DVD of the same title.

Phillips today lives in Port Elizabeth, South Africa, with his wife Juliette and their son Liam. He is still touring and he divides his time between writing, recording, touring and his work as an emergency medical technician (EMT), firefighter, 1st Officer, Navigator, and Extrication Specialist with the National Sea Rescue Institute of South Africa (NSRI).
http://en.wikipedia.org/wiki/Shawn_Phillips

Siamo quello che pensiamo


Siamo quello che pensiamo

Siamo quello che pensiamo – se il nostro percorso si legasse ad un pessimismo cosmico, ecco che il nostro pensiero attirerebbe a sè mettendo in moto dei campi magnetici e delle vibrazioni come una sorta di potente
calamita tutto quanto sia manifestazione del nostro sentire, pensare e credere – la nostra realtà più
profonda, al punto che spesso non è da noi consapevolmente riconosciuta, da una causa ( il pensiero oscuro) si avrebbe un effetto ( eventi nefasti e dolore), non si tratta di magia o di cose legate ad essa, è una legge che – il simile attira il simile – lo stesso se seminassimo amorevolezza e compassione troveremmo la capacità di produrre qualcosa di radioso. Si è responsabili di quello che troviamo nella nostra realtà, lo stesso discorso vale per quella forma di attrazione verso persone che ci somiglino o per le quali si provi feeling..Essendo sulla stessa frequenza d’onda ( o emissione in herz del cervello), si è in grado di riconoscere delle particolari sensazioni.

Ora cosa ( o chi) sia attratto o cosa ( o chi) attiri, poichè si tratta di similarietà, con pari attributi non credo sia rilevante. Prendere comuque atto che: siamo responsabili delle cause del dolore,per poi agire con
consapevolezza circa il modo di trasformare e migliorare la nostra realtà ( interiore ed esterna) è motivo per lavorare con attenzione.

In fondo, riflettendo, il buddhismo pone l’opportunità di compredere il peso della mente nelle manifestazioni della nostra realtà:

Semina un pensiero e nascerà un’azione. Semina un’azione e nascerà
un’abitudine. Semina un’abitudine e nascerà un carattere. Semina un
carattere e nascerà un destino.

Poiché la mente precede i modi d’essere, originati dalla mente, creati dalla
mente. Nella mente ha origine la sofferenza. Nella mente ha origine la
cessazione della sofferenza.

(Dai detti del Buddha © copyleft perle.risveglio.net)

Noi dunque seminiamo e noi dunque raccogliamo, l’albero si vede dal frutto – la liberazione dal dolore, il nostro risveglio, da come sappiamo riconoscerci capaci di seminare, importante è la nostra volontà e la
consapevolezza dell’impermanenza.

Il Buddha Shakyamuni spiegò che tutti gli esseri sono mossi da un singolo comune obiettivo; sopra ogni cosa cerchiamo di trovare la felicità e di evitare la sofferenza. Il Buddha, avendo ottenuto la comprensione completa del karma, l’insieme delle cause sia dei momenti positivi che di quelli negativi che noi tutti sperimentiamo, cominciò ad insegnare i metodi per ottenere la felicità ed evitare la sofferenza.

Il Buddha spiegò che la natura della realtà, così come viene sperimentata da un essere non illuminato, è continuamente costituita da felicità temporanea e dolore, indissolubilmente connessi con la causalità. Il modo in cui gli esseri sperimentano le loro vite, le loro personali gioie, tristezze ed inevitabili perdite, ha come propria base il pensiero, la parola e l’azione precedentemente e continuamente delusi, in questa e in tutte le vite precedenti.

Andare a ricercare le cause del dolore, per poi impegnarsi, attraverso il Nobile Ottuplice Sentiero verso ma realizzazione di quella consapevolezza che di renda responsabili e capaci, come un bodhisatva di offrire i propri meriti per il benessere di tutti gli esseri senzienti è seminare amorevolezza e compassione.
Attirare a sè o porgere la propria compassione non cambia, l’importante è seminare bene.

03.07.2007 Poetyca

La convizione” io sono”


 

Dall’aggrapparsi all'”io sono”, alla convinzione d’essere qualcuno, hanno origine cosi’ tanta paura e desiderio che infine ci portano all’angoscia e alla disperazione, perche’ la vita ci appare molto piu’ difficile di quel che effettivamente e’. Ma quando osserviamo la vita cosi’ com’e’ allora tutto va bene:  le gioie, la bellezza, i piaceri
sono quel che sono e nulla piu’.

Ajahn Sumedho, “Vedere la via

By clinging to ‘”I m”, the belief of being someone, originate so’ much fear and desire that ultimately lead us to the anguish and despair, ‘cause life seems much more’ difficult than it actually and ‘. But when we look at life ‘as is’ then all is well: the joys, the beauty, the pleasures
are what they are and nothing more. ‘

Ajahn Sumedho, “Seeing the way”

Mente e karma


Mente e Karma

La pratica di Metta, la compassione, il comprendere che Karma è seminare e poi raccogliere quel che si semina per noi e per gli altri annulla la domanda circa cosa sia stato fatto e perchè si possa sentire ingiusto qualcosa. La liberazione è comunque nel nostro percorso di rettitudine.
In soccorso e per riflettere potrebbe venire il pensiero dello stesso Buddha sul seminare un pensiero, un azione e il nostro destino:

Semina un pensiero…

Semina un pensiero e nascerà un’azione. Semina un’azione e nascerà un’abitudine. Semina un’abitudine e nascerà un carattere. Semina un carattere e nascerà un destino …

Poiché la mente precede i modi d’essere, originati dalla mente, creati dalla mente. Nella mente ha origine la sofferenza. Nella mente ha origine la cessazione della sofferenza.

(Dai detti del Buddha © copyleft perle.risveglio.net)

E’ dunque la mente che ci libera o ci incatena al seminare il Karma,che altri non è che una ruota tra azione e reazione. A noi la scelta di procedere nell’ininterrotta catena di reazioni o nello spezzarla per procedere verso una via d’uscita che sia nel consapevole agire verso la rettitudine.

Poetyca 10.05.2007

La nostra responsabilità


 

La nostra responsabilità

Avete il pennello, avete i colori, dipingete l’inferno, fate pure,

dipingetelo, ma poi non date la colpa ai vostri genitori, non date la

colpa alla società e, per amor del cielo, non date la colpa a Dio.

Assumetevi la piena responsabilità di aver creato il vostro inferno.

Nikos Kazantzakis

Amare se stessi

Amare se stessi spesso è tacciato come egoismo, a volte è puro spirito di sopravvivenza che ma sono realmente le nostre ferite, le esperienze passate che disgregano l’immagine che abbiamo di noi stessi, allora l’amore che dovremmo avere appreso dai genitori, se siamo stati trascurati potrebbe divenire rabbia inespressa oppure apatia, senso di inferiorità e la convinzione di contare poco o nulla per gli altri. Il cammino di autoguarigione è lungo, a volte impiega interi anni o cicli prima di poter capire che valiamo che a dispetto di quello che ci hanno fatto credere, che quel vuoto che cerchiamo di riempire a tutti i costi, amando altre persone ,è in realtà una voce che ci chiede di amarci, apprezzarci, scoprire chi siamo e tutto quello che ci hanno fatto soffocare: sensibilità , doti da non far emergere, sono la nostra essenza – va rispettata da noi stessi – e fatta rispettare dagli altri. Il dolore che per il buddhismo è qualcosa che noi stessi generiamo e ci rende schiavi è il frutto di attaccamento, di aspettative, di illusioni: sciogliendo questa schiavitù siamo realmente liberi di essere noi stessi. Sopratutto quanto avvertiamo che qualcosa è fonte di disagio o dolore dobbiamo cercare in noi la causa e quando bussa avere tanta gratitudine perchè è opportunità di crescita per liberarci dalle bugie della mente. E’ processo di guarigione che ci da la via verso la crescita interiore che non si deve fuggire ma toccare la sua radice che spesso è più profonda di quel che pensiamo.

30.07.2006 Poetyca

Amore e perdita

L’amore non conosce paura, ma sopratutto non conosce imposizione, se si ama si permette all’altro di manifestare se stesso, si aiuta persino a far emergere in sè quella parte che non è germogliata ancora, si sostiene e non si possiede nulla. E’ importante capire come l’amore universale sia diverso da un rapporto di coppia, non si devono confondere le cose. Ci sono compagni di viaggio che arrivano nella nostra vita, ma se devono andare, invece di restare ancorati alla ;perdita, si deve capire che hanno finito il loro compito, che averli persi è solo illusione perchè in noi resta la loro presenza e quanto ci abbiano insegnato, quella trasformazione che ci ha resi migliori. Spesso gli ostacoli, le prove della vita sono rigettati, ci fanno cadere nel panico, è attraverso questo passaggio invece che possiamo cogliere in noi i limiti e superarli per essere migliori

07.04.2007 Poetyca

Crescere

Il ripetersi, sotto diverse vesti di situazioni che contengano l’essenza delle lezioni da imparare che che abbiamo rifiutato di cogliere per timore, è l’opportunità concessaci per imparare a maturare in noi: le nostre fragilità, gli attaccamenti e quanto freni l’opportunità di amare. Quel gradino da superare attende il nostro impegno che questa vita da leggere attraverso l’esperienza, il karma che ci guida sono gli strumenti per la nostra personale lezione. Ogni cosa che mettiamo da parte è tempo che si somma e che ci allontana dal raggiungimento di esperienza ed ogni nostro impegno è scoperta e sottrazione alle difficoltà per meglio dirigerci verso il nostro evolverci. Un Maestro ci insegna la vita, la possibilità di crescere e relazionarci con noi stessi e gli altri che lontani dalle illusioni e dai timori che ci ingabbiano.Ad un certo punto quel che il Maesto possa aver indicato deve essere condotto da noi stessi, senza dimenticare che egli è il dito che ha mostrato la luna e non la luna. Mi viene in mente la frase del buddismo Se incontri il Budda per strada…uccidilo!

rappresenta la nostra necessità di distaccarci dalla fonte dell’insegnamento che ci ha fatto da stampella per cominciare il viaggio dentro noi stessi… Per essere. Il viaggio più importante della nostra vita.

04.12.2005 Poetyca

In punta di piedi…oltre il silenzio

Non temo il mondo e non ho motivo di nascondere quel che attimo per attimo si manifesta, offro la voce che su note intime conduce una lunga storia, quella che mi segue e mi sostiene da tanto tempo. Posso anche tacere, non è importante cosa posso ricevere, se il mondo accoglie o rigetta chi non sia riconosciuto, seguo quel che il cuore detta, non conosco separatezza da altre essenze che sono parte di me stessa.Per questo spesso non scrivo solo quello che vivo in prima persona, ma anche quanto per empatia a volte con sofferenza raccolgo degli altri, si vive e ci trasforma, si accoglie e si porge quel che ci è possibile dare con amorevolezza e speranza, ma non si tratta di qualcosa da sottolineare, di cui rivestirci per meglio apparire, è tutto a livello sottile e non sempre è facile descrivere a parole, la poesia, l’essenza concentrata delle sensazioni, l’energia che scaturisce e di getto suggerisce parole è capace di colmare queste lacune, da tempo però non le permetto di manifestarsi, indirizzo altrove la mia attenzione.Spesso si vive nel silenzio per poi dare il meglio possibile per accompagnare, è spesso attesa, presenza silenziosa dove ci si adatta agli altri. La fucina o la fornace del nostro essere è in continua evoluzione e si cerca semplicemente di stare accanto, solo se viene consentito, senza nulla imporre. Semplicemente posso tacere quando avverto di creare disagio. Quando comprendo che si cerca altro e non si tenta di fare nulla per responsabilizzarsi, spesso proiettando le cause; di disagio su altri, compresa me e non sulle proprie scelte personali.Conosco i miei limiti e non insisto, non ha senso farlo, con ulteriore presenza se essa non è compresa:

“Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano. Marco 6, 7-13

Non ho la pretesa di – portare a me – nessuno e non lo faccio nel nome di nessuno,sopratutto preferisco il dialogo con persone capaci di attenzione verso di sè, di maturità e che non abbiano pretesa alcuna di possesso, che condividano con la gioia di farlo senza attaccamento e pretese di attenzione continua – motivo di possesso – ma che sappiano apprezzare ed alimentare la libertà reciproca, per quel senso sottile di rispetto, non impongo e non ho attaccamento o pretesa di essere accolta, chi sono io per pretenderlo? Semplicemente mi anima l’entusiasmo della condivisione, ma non cambia nulla se quel poco che sono capace di offrire non fosse accolto, si potrebbe essere sgraditi e non per questo si deve avere la pretesa di imporsi agli altri…Va tutto bene così come è.

29.07.2007 Poetyca

Il mio scritto è una sorta di analisi, sofferta è vero, di come quello che si offre, si è, si attraversa con un certo atteggiamento, fosse anche il tacere per rispetto e perchè si attendono i tempi degli altri, venga poi reinterpretato con la personalità di chi legge, di chi si sentisse deluso o non trova attenzioni particolari che colmino delle lacune che trovano risoluzione attraverso un lavoro interiore personale e non aggrappandosi alla mia presenza. Non è facile quando qualcuno crede essere dovuto l’essere presenti, poi in nome di qualcosa che , in realtà non ricade neppure su mie capacità o responsabilità . Non è facile non cadere in conflitto tra quelle intenzioni che si erano preposte espresse con chiarezza e quanto si riporti a disamina da parte di altri individui di atteggiamenti e atti che vengono visti con uno spirito che non mi rappresenta. L’orgoglio, la voglia di chiarire, la voglia di prendermela con me stessa per avere offerto cose che sono state male interpretate o disprezzate, che hanno seminato la diffidenza perchè non saprei fornire cose diverse da quello che ci si attendeva sono momenti particolarmente difficili da attraversare, sopratutto perchè non si riesce a non provare attaccamento, a non reagire contro l’ingiustizia. Il silenzio, la ricerca di equilibrio oppure il rispetto dei tempi degli altri, senza nulla pretendere, viene visto come atteggamento giudicante, come rappresaglia malevola. Ma come spiegare? Sembra persino giustificare agli occhi di chi ha già tratto delle conclusioni. Non è facile far capire la propria natura, matura o meno che sia, sicuramente diversa da tante persone. Ecco l’origine del mio scritto, non resta che accogliere le cose così come sono ed imparare sulla pelle cosa sia quella sensazione di solitudine a volte. In fondo tutti abbiamo sperimentato come più si proceda nella Sadhana e come maggiore sia il senso di estraneità verso un Mondo che forse non comprende ma non si potrebbe fare a meno di comprenderlo: nei limiti, nelle aspettative e nell’incapacità di accogliere il proprio essere così come si è piuttosto che rappresentazione delle altrui proiezioni possessive.

un sorriso

29.07.2007 Poetyca

Our responsibility

You brush, you have the colors, paint the hell, go ahead,
paint them, but then do not blame your parents, do not give
blame the company and, for heaven’s sake, do not blame God
Assume full responsibility for having created your own hell.

Nikos Kazantzakis

love yourself

To love oneself is often branded as selfish, sometimes it’s pure spirit of survival that they are really our wounds, past experiences that break down our image of ourselves, then love we should have learned from their parents, if we have been neglected could become unexpressed anger or apathy, feelings of inferiority and a belief to count little or nothing for others. The path to healing is long, sometimes takes full years or cycles before you can understand that we are worth it in spite of what made us believe that we are trying to fill that void at all costs, loving other people, is actually a voice that asks us to love, appreciate and discover who we are and everything that made us choke: sensitivity, qualities not to give rise to, are our essence – to be respected by us all – and enforced by others. The pain that Buddhism is something that we create ourselves and make us slaves was the result of attachment and expectations, illusions, melting this slavery we are really free to be ourselves. Especially as we feel that something is a source of discomfort or pain in us we must seek the cause and have a lot of knocks when gratitude because it is growth opportunity for free from the lies of the mind. E ‘healing process that gives us the path to inner growth that we must not flee but to touch the root that is often more profound than we think.

30.07.2006 Poetyca

Love and loss

Love knows no fear, but especially taxation does not know if you love it allows the other to manifest itself, it even helps to bring out the part that in itself is not sprouted yet, it is claimed, and you do not have anything. It ‘important to understand how universal love is different from a relationship, one must not confuse things. We are fellow travelers who arrive in our lives, but whether they should go, instead of being anchored to, loss, you must understand that they have finished their task, which lost them is just an illusion because their presence is in us and what we have taught, the transformation that has made us better. Often the obstacles and trials of life are discarded, make us panic, it is through this step instead of us can grasp the limits and overcome them to be better

07.04.2007 Poetyca

Growing

The repetition, in the guise of different situations that contain the essence of the lessons that we have refused to take to fear, has given us the opportunity to learn to mature in us, our weaknesses, attachments, and in holding the opportunity to love. That step to overcome is expecting our commitment to read through this life experience, the karma that we have the tools to guide our personal lesson. Everything that we set aside that amount and it is time that separates us from achieving all our experience and commitment to discovery and subtraction problems in order to better direct us towards our evolving. A Master teaches us life, the ability to grow and relate to ourselves and others away from the illusions and fear that there ingabbiano.Ad some point that might have indicated that the Majesty must be conducted by ourselves, not to mention that he is the finger that showed the moon and the moon. I am reminded of the phrase in Buddhism If you meet the Buddha on the road … kill him!

represents our need to detach ourselves from the source of the teaching that has been our crutch to begin the journey within ourselves to be …. The most important journey of our life.

04.12.2005 Poetyca

tiptoe … beyond the silence

Do not fear the world and I have no reason to hide what is obvious from moment to moment, I offer private voice notes on conducting a long history, one that follows me and supports me a long time. I can also be quiet, it does not matter what I get, if the world accepts or rejects anyone who is not recognized, I follow what my heart said, I know of separateness from other species that are part of me stessa.Per this is often not only what I write I live in person, but also how to empathize with suffering, sometimes I pick the other, lives and transforms us, and we welcome it extends what we can give with kindness and hope, but it is not something to stress, of which seem best to put on, it’s all in subtle and not always easy to describe in words, poetry, the concentrated essence of the feelings, the energy of the jet suggests words and is able to fill these gaps, however long does not allow her to appear, my address elsewhere attenzione.Spesso you live in silence and then give the best to accompany you, it is often waiting, silent presence, where you adapt to others. The forge or furnace of our being is constantly changing and just trying to be close, unless it is allowed, without imposing anything. Just keep quiet when I feel I can create discomfort. When you try to understand each other and not try to do anything to take responsibility, often projecting their causes; uncomfortable about others, including me, and not on their choices personali.Conosco my limits and do not insist, does not make sense to do so, with further presence if it is not included:

“Then he called the twelve, and began to send them out two by two and gave them authority over unclean spirits. 8 And commanded them that, besides the stick, do not take anything for the trip: no bread, no bag, no money in the bag, but to wear sandals and not put on two tunics. And he said to them, “you enter a house, stay there until you leave from that place. If any place will not welcome them and do not hear you, on leaving, shake off the dust under your feet as a testimony to them. ” They went out and preached that men should repent, cast out many demons, and anointed with oil many that were sick and healed them. Mark 6, 7-13

I do not pretend to – bring to me – and no I do not do in the name of anyone, especially my favorite dialogue with people capable of paying attention to oneself, to maturity and do not have any claim of ownership, which share the joy of do it without attachment and claims constant attention – because of the possession – but who appreciate the freedom and power with each other, for that subtle sense of respect, and I do not impose attachment or claims to be accepted, who am I to expect? I simply share the enthusiasm of the soul, but does not change anything if what little I can offer is not accepted, it could be unpleasant and not for this one must have the pretension to impose other … Everything is fine as is.

29.07.2007 Poetyca

My writing is a kind of analysis, painful it is true, as what is offered, it is, you cross a certain attitude, even if the silence out of respect and because you are awaiting the other, is then reinterpreted with the personality of the reader, who felt disappointed or not special attention is to bridge the gaps that they find a resolution through personal inner work and not clinging to my presence. It is not easy when someone thinks is due to be present, then the name of something that really does not fall on either my ability or responsibility. It is not easy to fall into conflict with those intentions that were expressed clearly in charge and what is reported to scrutiny by other people’s attitudes and actions which are seen with a spirit that does not represent me. The pride, the desire to clarify, the urge to blame myself for having offered things that were misunderstood or despised, they have sown distrust because I could not provide something different from what was expected to be particularly difficult moments through, especially because you can not not try attachment, not to react against injustice. The silence, the search for balance on time or the other, with nothing to claim, is seen as a judgmental attitude, as spiteful retaliation. But how to explain? Seems to justify even in the eyes of those who have already drawn conclusions. It is not easy to understand its nature, mature or not it is certainly different from many people. Here is the source of my writing, you just have to accept things as they are on the skin and learn what that feeling of loneliness at times. Basically we have all experienced as more and how to proceed in Sadhana greater is the sense of estrangement from a world that perhaps does not understand but you could not help but understand it: the limits, expectations and be unable to accommodate your as it is rather that the representation of other people’s projections possessive.

a smile

29.07.2007 Poetyca

Bronzi di Riace


Bronzi di Riace

Lembo di tempo
strappato al mare
plastiche forme
custodte da sabbia
e ritmiche onde

Guerrieri muti
che racchiudono
mistero e memorie
in madreperlacei occhi
ed anima di bronzo

17.01.2007 Poetyca

Bronze statues from Riace

Piece of time
reclaimed from the sea
plastic forms
custodte sand
and rhythmic waves

Silent warriors
enclosing
mystery and memories
in pearly eyes
and soul of bronze

17.01.2007 Poetyca

GENESIS | Live at Wembley (England, 1987)


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=qAdh85n1MjM]

I Genesis sono un gruppo progressive rock britannico, cresciuto e affermatosi all’interno del vasto movimento del rock progressivo. Sono considerati una delle band più importanti e innovative della storia del rock.

Durante la loro carriera, hanno venduto più di 150 milioni di dischi in tutto il mondo, inserendosi nella lista dei trenta artisti di maggior successo commerciale di tutti i tempi.

Nel corso della propria storia il gruppo ha subito diversi cambiamenti di formazione, mantenendo tuttavia inalterata la presenza di Tony Banks (alle tastiere) e Mike Rutherford (al basso e alle chitarre). Le formazioni più celebri e riconosciute sono due: la prima, quella dell’affermazione negli anni settanta, comprendeva Phil Collins, Mike Rutherford, Tony Banks, Steve Hackett e Peter Gabriel; la seconda, quella degli anni ottanta e novanta, Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks, con il costante supporto, durante i live, di Daryl Stuermer (chitarra elettrica e basso) e Chester Thompson (batteria e percussioni), che tuttavia non divennero mai membri ufficiali del gruppo. Quest’ultima formazione è anche la più longeva e quella che ha ottenuto il maggior successo commerciale. Nel corso del tempo hanno poi fatto parte della band molti musicisti provenienti da diverse esperienze musicali.

Abili esecutori e abilissimi compositori, i Genesis vantano anche una larga produzione di materiale dal vivo, testimoniata da numerosi album live, sia ufficiali che bootleg.

https://it.wikipedia.org/wiki/Genesis

Genesis are an English rock band formed in Godalming, Surrey in 1967, with Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford, Anthony Phillips and Chris Stewart as founding members. The band has had numerous line-ups throughout its history, of which eleven musicians became full time members. Its most recent formation comprised two founding members — keyboardist Tony Banks and bassist/guitarist Mike Rutherford — and drummer/singer Phil Collins, who joined in 1970. Genesis are one of the best selling music artists of all time with approximately 130 million records sold worldwide.[2] They were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame in 2010.

Formed by five pupils at Charterhouse School, Genesis were initially regarded as a “pop experiment” as evident by their debut album, From Genesis to Revelation(1969).[3] They evolved into a progressive rock band with Trespass (1970) and Nursery Cryme (1971), which showcased longer tracks, fantasy inspired lyrics, and complex song structures and instrumentation – the latter featured the debut of Collins on drums and new lead guitarist Steve Hackett. Their success continued withFoxtrot (1972), which features the 23-minute track “Supper’s Ready“, and Selling England by the Pound (1973). Genesis concerts during this time became theatrical experiences with stage design, pyrotechnics, story telling, and singer Peter Gabriel wearing make-up and costumes. In 1975, after touring in support of their doubleconcept album The Lamb Lies Down on Broadway (1974), Gabriel left the band. Collins would handle drums, percussion, drum machine (starting in 1980) and lead vocals on their subsequent studio albums, of which three more were released in the 1970s: A Trick of the Tail (1976), Wind & Wuthering (1976), and …And Then There Were Three… (1978). The single “Follow You Follow Me” from the latter was a major international success and represented a change in their musical direction, becoming more pop-oriented and commercially accessible.

In 1980, Genesis scored their first UK No. 1 album with Duke (1980). Their commercial success grew with further UK No. 1 albums Abacab (1981) and Genesis (1983), which coincided with Collins’s increasing popularity as a solo artist. The band peaked with Invisible Touch (1986), their best-selling album, from which all five singles released entered the top five on the U.S. Billboard Hot 100 chart, with “Invisible Touch” reaching the No. 1 spot. In 1991, after a five-year break, Genesis continued their mainstream success with We Can’t Dance (1991), which contained the worldwide hit single “I Can’t Dance“. In 1996, Collins departed the band, which led to Ray Wilsontaking his place on vocals. Wilson, Banks and Rutherford released Calling All Stations (1997), which sold well in Europe but peaked at No. 53 in the U.S., their lowest charting album since 1974. Following a European tour in 1998, the band went on hiatus.

In 2006, Banks, Rutherford and Collins reunited for the 2007 Turn It On Again Tour, which included a free concert in Rome that was attended by 500,000 people. The future of the band remains uncertain; Collins stated that he was retiring from the music industry in 2011 but has since indicated he is considering a return,[4] whilst Banks indicated that Genesis had come to an end during an interview in 2012.[5] In 2014, Gabriel, Banks, Rutherford, Collins, and Hackett reunited for a BBC documentary,Genesis: Together and Apart.[6]

https://en.wikipedia.org/wiki/Genesis_(band)

 

The best of Rolling Stones


I Rolling Stones sono un gruppo musicale rock britannico, composto da Mick Jagger (voce, armonica, chitarra), Keith Richards (chitarre, voce), Ronnie Wood (chitarre, cori) e Charlie Watts (batteria, percussioni). È una delle band più importanti e tra le maggiori espressioni della miscela tra i generi della musica rock e blues, quel genere musicale che è l’evoluzione del rock & roll anni cinquanta, da loro rivisitato in chiave più dura con ritmi lascivi, canto aggressivo, continui riferimenti al sesso e, talvolta, alle droghe pesanti.

Per il loro essere trasgressivi furono chiamati i “brutti, sporchi e cattivi” e contrapposti ai più rassicuranti Beatles, anche se tale contrapposizione fu spesso creata dagli stessi Rolling Stones che si comportavano in modo volutamente antitetico rispetto ai Beatles (con i quali ebbero peraltro sempre un ottimo rapporto di stima e amicizia), proponendo così un modello alternativo a uso e consumo della stampa musicale. I Rolling Stones sono stati, e sono tuttora, un’autentica pietra miliare nell’evoluzione della musica rock del XX secolo, portando sotto i riflettori il malcontento e di conseguenza la protesta di intere generazioni, incarnando così il travagliato spirito dei grandi bluesman del passato e scegliendo il titolo di una canzone di uno di questi (Muddy Waters) come nome del loro gruppo.

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Rolling_Stones

The Rolling Stones are an English rock band formed in London in 1962. The first settled line-up consisted of Brian Jones (guitar, harmonica), Ian Stewart (piano), Mick Jagger (lead vocals, harmonica), Keith Richards (guitar), Bill Wyman (bass) and Charlie Watts (drums). Stewart was removed from the official line-up in 1963 but continued as occasional pianist until his death in 1985. Jones departed the band less than a month prior to his death in 1969, having already been replaced by Mick Taylor, who remained until 1975. Subsequently, Ronnie Wood has been on guitar in tandem with Richards. Following Wyman’s departure in 1993, Darryl Jones has been the main bassist. Other notable keyboardists for the band have included Nicky Hopkins, active from 1967 to 1982; Billy Preston through the mid 1970s (most prominent on Black and Blue) and Chuck Leavell, active since 1982. The band was first led by Jones but after teaming as the band’s songwriters, Jagger and Richards assumed de facto leadership.

The Rolling Stones were in the vanguard of the British Invasion of bands that became popular in the US in 1964–65. At first noted for their longish hair as much as their music, the band are identified with the youthful and rebellious counterculture of the 1960s. Critic Sean Egan states that within a year of the release of their 1964 debut album, they “were being perceived by the youth of Britain and then the world as representatives of opposition to an old, cruel order — the antidote to a class-bound, authoritarian culture.”[1] They were instrumental in making blues a major part of rock and roll and of changing the international focus of blues culture, to the less sophisticated blues typified by Chess Records artists such as Muddy Waters, writer of “Rollin’ Stone”, after which the band is named. After a short period of musical experimentation that culminated with the poorly received and largely psychedelic album Their Satanic Majesties Request (1967), the group returned to its bluesy roots with Beggars’ Banquet (1968) which—along with its follow-ups, Let It Bleed (1969), Sticky Fingers (1971) and Exile on Main St. (1972)—is generally considered to be the band’s best work and are considered the Rolling Stones’ “Golden Age”. Musicologist Robert Palmer attributed the “remarkable endurance” of the Rolling Stones to being “rooted in traditional verities, in rhythm-and-blues and soul music”, while “more ephemeral pop fashions have come and gone”.[2]

The band continued to release commercially successful records in the 1970s and sold many albums, with Some Girls (1978) and Tattoo You (1981) being their two most sold albums worldwide. In the 1980s, a feud between Jagger and Richards about the band’s musical direction almost caused the band to split but they managed to patch their relationship and had a big comeback with Steel Wheels (1989) which was followed by a big stadium and arena tour. Since the 1990s, new recorded material from the group has been increasingly less well-received and less frequent. Despite this, the Rolling Stones have continued to be a huge attraction on the live circuit, with big stadium tours in the 1990s and 2000s. By 2007, the band had made what were then four of the top five highest-grossing concert tours of all time (Voodoo Lounge Tour (1994–95), Bridges to Babylon Tour (1997–99), Licks Tour (2002–03) and A Bigger Bang Tour (2005–07).[3]

The Rolling Stones were inducted into the Rock and Roll Hall of Fame in 1989, and the UK Music Hall of Fame in 2004. Rolling Stone magazine ranked them fourth on the “100 Greatest Artists of All Time” list, and their estimated album sales are above 250 million. They have released twenty-nine studio albums, eighteen live albums and numerous compilations. Let It Bleed (1969) was their first of five consecutive number one studio and live albums in the UK. Sticky Fingers (1971) was the first of eight consecutive number one studio albums in the US. In 2008, the band ranked 10th on the Billboard Hot 100 All-Time Top Artists chart. In 2012, the band celebrated its 50th anniversary.

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Rolling_Stones

La sofferenza


La sofferenza

La sofferenza, la nostra personale reazione agli eventi che non accettiamo è la scintilla che come prima reazione fa scaturire la rabbia, è vero che essa è distruttiva, sopratutto lesiva verso noi stessi, malgrado questo si tratta di un atteggiamento comune e pertanto da comprendere in noi e negli altri. Spesso il dolore, l’evento tragico è una porta che ci possa condurre su un cammino di consapevolezza e successivamente
di trasformazione. Per quanto possa apparire assurdo è meglio osservare un moto di rabbia ( purchè non diventi una coazione a ripetere) come reazione che un totale distacco in cui la rabbia non sia riconosciuta e dunque repressa. Sulla rabbia si può lavorare, ci si può rendere conto della sua sorgente e come sia la causa di molti nostri atteggiamenti, se essa non si sapesse esprimere e restasse sepolta, al punto da ingenerare degli scompensi e delle malattie psicosomatiche allora sarebbe più problematico. E’ importante non nasconderla per non cadere nell’illusione di essere perfetti e capaci di avere raggiunto alte vette spirituali, credere questo è devianza se non guardassimo in faccia la realtà, meglio un vecchio arrabbiato consapevole e che ha lavorato e sempre lavora per l’equilibrio che un portatore di rabbia che sotterra quest’energia ingannando se stesso e gli altri e al posto della limpidezza intorbida il suo retto agire e il retto pensiero, poichè non ha saputo capire in fondo le proprie motivazioni.
Il senso di perdita, di sconfitta, di isolamento sono spesso quella traccia che ci possa condurre al riconoscimento della nostra particolare sensibilità che mal si adatta all’ambiente circostante, sono a volte la spinta verso i primi passi che ci conducano ad un ascolto profondo e a senso del nostro esistere, un via verso la spiritualità. In un certo senso chi non soffre non ama, ma è poi necessario dare un connotato profondo alla sofferenza e all’amore per arrivare dall’attaccamento all’amore incondizionato.

27.08.2007 Poetyca

Crosby e Nash In Concert


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=ypoyxmVynxQ]

Crosby & Nash sono un duo musicale statunitense composto da David Crosby e Graham Nash. I due artisti sono anche attivi assieme nel supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young fin dalla fine degli anni ’60.

Come duo, Crosby & Nash hanno lavorato nel corso degli anni ’70 e nella prima metà degli anni 2000.

http://it.wikipedia.org/wiki/Crosby_%26_Nash

Crosby & Nash

In addition to solo careers and within the larger aggregate of Crosby, Stills, Nash & Young, the musical team of David Crosby and Graham Nash have performed and recorded regularly as a duo, mostly during the 1970s and the 2000s

After the success of Déjà Vu and the subsequent break-up of the quartet in the summer of 1970, all four members of CSNY released solo albums. Crosby’s If I Could Only Remember My Name and Nash’s Songs for Beginners appeared in 1971 and missed the top ten. That autumn, the two good friends toured together as an acoustic duo to favorable reviews, one night from which would be released twenty-seven years later as Another Stoney Evening. Consequently, in 1972 the two decided to record an album, resulting in Graham Nash David Crosby, which reached #4 on the Billboard 200, ensuring that the two were still a viable draw without the more successful Stills and Young. Further work together later in 1972 was precluded by Crosby’s participation in The Byrdsreunion album recording sessions. In 1973, the pair joined Neil Young for the tour that would result in his Time Fades Away album, Crosby collaborated with electronica artist and Grateful Dead associate Ned Lagin, and Nash recorded a second solo album, Wild Tales. During this time, singularly and together they contributed backing vocals to various albums by associates in the California rock scene, including Stephen Stills, Harvest, Late for the Sky, and Court and Spark.

In 1974, both dutifully joined the Crosby, Stills, Nash & Young reunion tour and attempt at the recording of a new album in Hawaii, sessions for which had continued in fits and starts after commencing in late 1973. After failing to complete an album Crosby and Nash signed a contract with ABC Records. Presumably for contractual obligations to their old label, the cassette and 8-track tape versions of their ABC LPs were issued by Atlantic. Recording activity yielded two albums in 1975 and 1976 respectively,Wind on the Water and Whistling Down the Wire. In that bicentennial year, Stephen Stills and Neil Young invited the duo to a recording session for their album Long May You Run. Crosby and Nash were forced to leave the recording session because they had time constraints to complete their second album for ABC Records, so Stills and Young wiped their vocals, releasing it as The Stills-Young Band. Crosby & Nash vowed not to work with either Stills or Young again, that oath lasting not even a year as they reconvened with Stills for the second Crosby Stills & Nash album in 1977.

ABC released four albums by Crosby & Nash prior to its being bought by the MCA conglomerate in 1979. In addition to the two abovementioned studio albums, the concert document Crosby-Nash Live appeared in 1977, with a compilation The Best of Crosby & Nash in 1978. All four albums featured their backing band The Mighty Jitters, consisting of Craig Doerge, Tim Drummond, Danny Kortchmar, Russ Kunkel, and David Lindley. Session bassist Leland Sklar alternated with Drummond in the studio, and the line-up of Doerge, Kortchmar, Kunkel, and Sklar had previously recorded as The Section, providing the back up for the first Crosby & Nash album on Atlantic. Depending upon availability of the various members, the twosome would either tour as a full-blown electric-based aggregation or in a semi-acoustic format with Doerge and Lindley. When CSN reunited on a more or less permanent basis in 1977, Doerge followed the group to Miami for the CSN sessions, contributing to several songs and collaborating on writing the song “Shadow Captain” with Crosby. Crosby and Doerge continued to collaborate regularly until the early 1990s.

In 1979, Crosby & Nash attempted a new album for Capitol Records, but sessions were dampened by Crosby’s increased dependence upon freebase cocaine. Sessions eventually appeared on Nash’s Earth & Sky without any songs from Crosby. Crosby’s problems during the 1980s with drugs, and his prison time, precluded any duo activity with Nash, the pair appearing on the CSN and CSNY albums of that decade. The 1990 CSN album Live It Up started as a Crosby & Nash record, but like its predecessorDaylight Again which was initially sessions for a Stills & Nash effort, Atlantic Records refused to release anything that didn’t include the full trio.

In 2004, Crosby & Nash released their first original studio record since 1976 with the double-album Crosby & Nash on Sanctuary Records, which featured backing mostly by members of Crosby’s band CPR. A single CD version was released in 2006 when CSNY began its “Freedom of Speech ’06” tour. On the Graham Nash box set Reflections, released in February 2009, the last track “In Your Name” was recorded on 21 October 2007 by the same band used for the 2004 Crosby & Nash album, including David Crosby on backing vocals.

http://en.wikipedia.org/wiki/Crosby_%26_Nash

The Smiths- Hatful Of Hollow (1984)


[youtube https://youtu.be/ymwJBgcYrIM]

Gli Smiths sono stati un gruppo alternative rock inglese, formatosi a Manchester nel 1982.

Raggiunta la popolarità nel corso degli anni ottanta, hanno avuto grande influenza nello sviluppo della musica rock degli anni successivi ed un notevole seguito di pubblico. Il gruppo si è sciolto nel 1987.

I componenti erano Morrissey alla voce, Johnny Marr alla chitarra, Andy Rourke al basso, e Mike Joyce alla batteria.

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Smiths

The Smiths were an English rock band formed in Manchester in 1982. The band consisted of vocalist Morrissey, guitarist Johnny Marr, bassist Andy Rourke and drummer Mike Joyce. Critics have called them the most important alternative rock band to emerge from the British independent music scene of the 1980s.[1] Qmagazine’s Simon Goddard argued in 2007 that The Smiths were “the one truly vital voice of the ’80s”, “the most influential British guitar group of the decade” and the “first indie outsiders to achieve mainstream success on their own terms”.[2] The NME named the Smiths the “most influential artist ever” in a 2002 poll, even topping the Beatles.[3]

Based on the songwriting partnership of Morrissey and Marr, the group signed to the independent record label Rough Trade Records, on which they released four studio albums, The Smiths (1984), Meat Is Murder (1985), The Queen Is Dead (1986) and Strangeways, Here We Come (1987). Four of their albums (including three studio albums) appeared on Rolling Stone’s list of the 500 Greatest Albums of All Time. They have also released several compilations, and numerous non-LP singles.

The Smiths had several singles reach the UK top twenty and all four of their studio albums reached the UK top five, including one which topped the charts. They won a significant following and remain cult favourites, although they had limited commercial success outside the UK while they were still together. The band broke up in 1987 and have turned down several offers to reunite.

The band’s focus on a guitar, bass, and drum sound, and their fusion of 1960s rock and post-punk, were a repudiation of synthesizer-based contemporary dance-pop – the style popular in the early 1980s. Marr’s guitar-playing on his Rickenbacker often had a jangly sound reminiscent of Roger McGuinn of the Byrds.[4] Marr’s guitar-playing influenced later Manchester bands, including The Stone Roses and Oasis. Morrissey and Marr’s songs combined themes about ordinary people with complex, literate lyrics delivered by Morrissey with a mordant sense of humour.

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Smiths

Nick Cave Full – Royal Albert Hall, London May 3 2015


[youtube https://youtu.be/14zqRhtcb5c]

Nick Cave, all’anagrafe Nicholas Edward Cave (Warracknabeal, 22 settembre 1957), è un cantautore, compositore, scrittore, sceneggiatore e attore australiano.

Grazie ad una serie di notevoli album e intense esibizioni dal vivo, ha coniato uno stile lirico e musicale inconfondibile che lo ha imposto come una delle figure più influenti e carismatiche della musica contemporanea.

Dagli esordi post-punk ai lavori recenti, più vicini al cantautorato, Cave ha sviluppato una personalissima rielaborazione dei generi cardine della musica nata negli Stati Uniti (blues, gospel, country), affrontati con lo spirito cupo e sperimentale della new wave e del gothic rock, anche grazie alla sua caratteristica voce gutturale dabaritono. I suoi testi, attraversati da una forte tensione religiosa e da un costante senso di apocalisse imminente, affrontano tematiche quali il ruolo del divino nella vita dell’uomo, la ricerca della redenzione, l’angoscia esistenziale e l’amore perduto

https://it.wikipedia.org/wiki/Nick_Cave

 

Nicholas EdwardNickCave (born 22 September 1957) is an Australian musician, songwriter, author, screenwriter, composer and occasional film actor. He is best known as the frontman of Nick Cave and the Bad Seeds, established in 1983, a group known for its diverse output and ever-evolving line-up. Prior to this, he fronted the Birthday Party, one of the most extreme and confrontational post-punk bands of the early 1980s. In 2006, he formed the garage rock band Grinderman, releasing its debut album the following year.

Referred to as rock music’s “Prince of Darkness”, Cave’s music is generally characterised by emotional intensity, a wide variety of influences, and lyrical obsessions with death, religion, love and violence. NME described him as “the grand lord of gothic lushness”.

Cave has also worked as a composer for films, often in collaboration with fellow Australian musician Warren Ellis. Their films together include The Proposition (2005, based on a screenplay by Cave), The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford (2007) and The Road (2009). Cave is the subject and co-writer of the semi-fictional “day in the life” documentary 20,000 Days on Earth (2014).

Upon Cave’s induction into the ARIA Hall of Fame, ARIA Awards committee chairman Ed St John said: “Nick Cave has enjoyed—and continues to enjoy—one of the most extraordinary careers in the annals of popular music. He is an Australian artist like Sidney Nolan is an Australian artist—beyond comparison, beyond genre, beyond dispute.”

https://en.wikipedia.org/wiki/Nick_Cave

 

Buddhismo e dualismo


Buddhismo e dualismo

Per il buddhismo non si contempla scissione netta relativa al dualismo, al
punto che non si cerca di ricomporla , si è consapevoli che ogni cosa è e non è.
Che tutto è impermanente e che la realtà è diversa da quella che la mente ci
propone. Dunque se l’illusione ci mostra un albero, per esempio, esso si
considera anche come non albero, poichè frutto della percezione dei sensi. Non
ci si oppone a quanto la mente ci mostri, si cerca solo di non provare
attaccamento verso quegli elementi che possano generare conflitto accogliendoli
ma sapendo che sono impermanenti..
Si potrebbe allora essere ” buoni” e allo stesso tempo ” non -buoni” , “cattivi
” e allo stesso tempo” non -cattivi”, un modo questo per neutralizzare il
giudizio dettato dalla mente stessa e per accogliere la realtà delle cose,
diversa da quanto la mente indichi. Un modo per non attaccarsi alle proprie
opinioni e alla necessità della critica, strumento dettato dalla mente quanto si
avverte paura.
La paura, in particolare quella inconsapevole ma sempre viva della morte è una
delle principali causa del dolore, come si sa il buddhismo mette in atto
dei meccanismi efficaci, perchè sperimentabili proprio per liberarsi dal dolore.

Il koan è tipico della scuola zen ed ha il compito di spezzare, in forma veloce,
quegli inganni della mente per aprire un varco al risveglio. Si tratta si
particolari ” indovinelli” che mandano in corto circuito la logica mentale e
fanno ritrovare una diversa dimesione. Solo nella scuola zen è presa in
considerazione la possibiltà del risveglio in questa vita e viene perseguito
attraverso questo meccanismoe non solo, le altre scuole non definiscono e non
ricercano un risveglio attraverso questi mezzi ma si dedicano allo studio dei
testi o all’uso di mantra, fondamentale è la meditazione che conduca ad un
lavoro interiore di notevole efficacia.

Consideriamo che per ogni scelta, ogni aspetto del nostro comportamento o quella
Persona ( come la definisce C.G.Jung) protratto nel tempo, quello che vogliamo
mostrare di essere, determini anche che scartiamo aspetti di noi che manteniamo
nell’ombra. Proprio per il principio del dualismo ed il timore di ricevere un
giudizio frustrante e doloroso, ci porta ad alimentare una seconda nostra
personalità che manteniamo sotterranea e che prende il nome di Ombra ( sempre
per C.G..Jung) Ora sebbene sia netto il confronto è come se si dicesse che un
uomo integerrimo abbia nascosto l’uomo scapestrato, la donna esemplare abbia in
uno spazio sotterraneo nascosto la sua parte ombra e dunque la donna
trasgressiva. Certo queste oltre ad essere teorie demarcano confini netti.
Ma il mio richiamo serve per far riflettere che, in fondo quelle parti di noi
scisse, perchè non accolte ed allontanate per effetto del dualismo, diventano
poi dei pesi ingombranti, delle energie che potrebbero emergere d’improvviso
perchè non accolte ed approfondite a suo tempo.

In un certo senso alimentare il dualismo porta sempre dei rischi, oltre a negare
la vita a parti di noi stessi, mai riconosciute, sopratutto perchè si segue il
modello di condizionamenti, accade che si alimenti un pesante giudizio nei
confronti degli altri e si desidera ” combattere” su di essi quello che
nascondiamo a noi stessi della nostra parte Ombra.
In fondo il buddhismo ha dissolto questo atteggiamento attraverso il
riconoscimento della dicotomia degli opposti nel retto sforzo di abbracciare la
realtà per quella che è, sopratutto limitando quelle proiezioni su altri e
lavorando nella lettura profonda di sè stessi..
Ma aspetto importante, a mio avviso, il buddhismo contempla che tutti contengono
un seme di buddhità che va ricercato ed alimentato.
Dunque anche chi ci apparisse distante da un comportamento apprezzabile è un
potenziale risvegliando. Motivo maggiore per non alimentare il giudizio, sotto i
panni della persona contestabile è presente il suo opposto, lo stesso si
potrebbe dire per chi sia apparentemente perfetto. La ricerca conduce ad
alimentare la via di mezzo, quel giusto equilibrio che possa mantenere un
atteggiamento equidistante su avventimenti della vita e giudizio e nel contempo
insegni ad abbracciare ogni nostro aspetto facendolo convivere senza
conflittualità ma anche la presenza di rispetto verso gli altri che sono
riconosciuti come interdipendenti.

06.10.2007 Poetyca

Buddhism and dualism

For Buddhism is not considered a net spin on the duality, the
point that no one tries to reassemble it, you are aware that everything is and is not.
That everything is impermanent and that reality is different from that which the mind there
proposes. So if it shows us the illusion of a tree, for example, it
considered as non-tree, as the result of the perception of the senses. Not
we are opposed to what the mind shows us, you just try not to try
attachment to those elements that may generate conflict, welcoming
but knowing that they are impermanent ..
It would then be “good” while “no-good” “bad
“While” non-evil “, a way to neutralize this
opinion dictated by the mind itself and accept the reality of things,
different from what the mind indicate. One way not to stick to their
opinions and needs of the critical tool that is dictated by the mind
feel afraid.
Fear, in particular the unconscious but still alive is a death
the main cause of the pain, as you know, Buddhism implements
effective mechanisms, because experiencing right to be free of pain.

The koan is typical of the Zen school and its mission is to break, at a fast pace,
those tricks of the mind to open a path to awakening. It is
special “riddles” that short-circuit the mental logic and
return to a normal size are different. Only in the Zen school is taken into
consider the possibility of awakening in this life and is pursued
meccanismoe not only through this, other schools and do not define
looking for a revival through such means but they dedicate themselves to the study of
texts or the use of mantras, meditation is the key that leads to a
inner work of considerable effectiveness.

Consider that for every choice, every aspect of our behavior or that
Person (as defined by CG Jung) lasted, what we want
show that they, too, that leads to discard aspects of us that we keep
shadows. Just for the principle of duality and the fear of receiving a
rating frustrating and painful, brings us to our food a second
personality that keep underground and is called the Shadow (always
for CG.Jung) Now although the comparison is less like saying that a
upright man hid reckless man, the woman has in an exemplary
underground space hidden his shadow side and therefore the woman
transgressive. Of course these theories in addition to demarcate clear boundaries.
But my point is to reflect that, after all those parts of us
split, and why not accepted due to the duality away, become
then the bulky weights, energies that might emerge suddenly
why not accepted at the time and depth.

In a sense the duality of food always brings risks, as well as denying
life to parts of ourselves, never recognized, especially because it follows the
model of conditioning, it happens that a heavy food court proceedings
toward others and want to “fight” on them that
we hide ourselves part of our Shadow.
After all, Buddhism has dissolved this attitude through the
recognition of the dichotomy of opposites in the right effort to embrace the
reality for what it is, mostly limited to those with projections of others and
working in deep reading of themselves ..
But important, in my opinion, Buddhism, provides that all contain
a seed of Buddhahood which is researched and energized.
So even those who appeared far from a behavior is a valuable
potential awakening. More reason not to feed the trial, under
shoes of the person objectionable is its opposite, the same
could say who is seemingly perfect. The search leads to
feed the middle way, that it can maintain a proper balance
Adventist equidistant attitude of the life and trial and at the same time
teach you to embrace every aspect of our co-exist without causing
conflict but also the presence of respect towards others who are
recognized as interdependent.

06.10.2007 Poetyca