Risultati della ricerca per: 2008

Gratitudine – Gratitude


🌸Gratitudine🌸

La vita è
tutto e niente
malgrado
bellezza
in innumerevoli
sfumature

Poi tutto
comprendi
ed apprezzi
di fronte
a perdite
inaspettate

La morte
scuote
e riconduce
al riconoscimento
di quanto ricevuto

29.12.2021 Poetyca
🌸🌿🌸#Poetycamente
🌸Gratitude

Life is
all and nothing
Despite
beauty
in countless
nuances

Then everything
understand
and appreciate
in front of
to losses
unexpected

The death
shakes
and leads back
to recognition
than received

29.12.2021 Poetyca

Respiri di vita – Breathe Life


Respiri di vita

Rinascere ogni volta
tra incanti e dimenticanza
dov’ è la vita che era?
Cosa resta del sogno andato?
Ricostruendo istanti
tutto si colora di memoria
e percorro il tempo
in un viaggio dai perduti confini
Una farfalla oggi ha riaperto le ali
per sorridere al sole
e rincorrere sogni da accarezzare
perchè tutto sia nella forza
di respiri che avvolgono la vita

27.01.2008 Poetyca

Breathe Life

Reborn every time
between charms and forgetting
Where ‘s the life that was?
What remains of the dream go?


Reconstructing moments
everything is colored memory
and go through the time
a journey from the lost boundaries


A butterfly wings now reopened
to smile in the sun
and chasing dreams to caress
because everything is in force
breath of life that surround

27.01.2008 Poetyca

Respiri di vita


Respiri di vita

Rinascere ogni volta
tra incanti e dimenticanza
dov’ è la vita che era?
Cosa resta del sogno andato?

Ricostruendo istanti
tutto si colora di memoria
e percorro il tempo
in un viaggio dai perduti confini

Una farfalla oggi ha riaperto le ali
per sorridere al sole
e rincorrere sogni da accarezzare
perchè tutto sia nella forza
di respiri che avvolgono la vita

27.01.2008 Poetyca


Breathe Life

Reborn every time
between charms and forgetting
Where ‘s the life that was?
What remains of the dream go?

Reconstructing moments
everything is colored memory
and go through the time
a journey from the lost boundaries

A butterfly wings now reopened
to smile in the sun
and chasing dreams to caress
because everything is in force
breath of life that surround

27.01.2008 Poetyca

Respiro di vita


Respiri di vita

Rinascere ogni volta
tra incanti e dimenticanza
dov’ è la vita che era?
Cosa resta del sogno andato?

Ricostruendo istanti
tutto si colora di memoria
e percorro il tempo
in un viaggio dai perduti confini

Una farfalla oggi ha riaperto le ali
per sorridere al sole
e rincorrere sogni da accarezzare
perchè tutto sia nella forza
di respiri che avvolgono la vita

27.01.2008 Poetyca


Breath of Life

Reborn every time
between charms and forgetting
Where ‘s the life that was?
What remains of the dream go?

Reconstructing moments
everything is colored memory
and go through the time
on a voyage from the lost boundaries

A butterfly has now re-opened wings
to smile in the sun
petting and chasing dreams
because everything is in force
breath of life that surround

27.01.2008 Poetyca

Anche se…Although


Anche se…

Anche se ti dicono che sei idealista,
cercano di farti desistere, perchè il tuo sentire sarebbe diverso
dalla maggior parte delle persone, che non credono più;
che si sono disperse nell’illusione che tutto sia da gettare via…

Tu non ti arrendere!

Anche se dentro di te le lacrime sono l’unica fonte
che possa irrigare la speranza,
perchè è cocente constatare
che si attraversa ogni giorno il deserto e l’indifferenza…

Non smettere di credere!

Ascoltati, immergiti nel silenzio e lascia andare ogni cosa…
Riprendi la forza del sorriso, della consapevolezza che, in fondo,
ogni amarezza, ogni paura, ogni sofferenza si lega ad una precisa scelta,
anche quella di aspettarti qualcosa,
di credere che altri siano capaci di seguirti,
di abbracciare il tuo stesso desiderio
di un mondo perfetto e giusto.

Nella danza degli opposti sarebbe difficile che questo accada,
sii consapevole!

Semplicemente cerca la gioia,
l’equidistanza e la volontà di fare tutto il possibile,
affinché, nel tuo piccolo, tu sappia dare senso al tuo essere
qui ed ora,

sembra poco ma il vento accarezza ogni seme
e ne fa l’essenza perchè sia frutto da offrire
– nell’interessere –
a tutti coloro che sono nella sofferenza.

21.03.2008 Poetyca

Although …

Even if you say you are idealistic,
try to make you give up, because your feeling is different
by most people, who no longer believe;
that were released in the illusion that everything is to throw away …

You did not give up!

Even if inside you tears are the only source
that can irrigate hope
because it is hot note
that cross the desert each day and indifference …

Do not stop believing!

Play, enjoy the silence and let everything go …
Shoot the power of smile, knowing that, ultimately,
all bitterness, all fear, all suffering binds to a specific choice,
also to expect something
to believe that others are able to follow you,
to embrace your own desire
a perfect world and just.

In the dance of opposites would be difficult for this to happen,
Be aware!

Simply search for joy,
the equidistance and willingness to do everything possible
ensure that your child, you know make sense of your being
here and now,

seems little but the wind caresses each seed
and makes the essence because the fruit has to offer
– In the interest –
to all those who are suffering.

21.03.2008 Poetyca

Demis Roussos – Greatest Hits 1971-1980 (Full Album)


[youtube https://youtu.be/sFyg84T1LHY]

Artemios Ventouris “Demis” Roussos (greco Αρτέμιος Bεντούρης Pούσσος; Alessandria d’Egitto, 15 giugno 1946 – Atene, 25 gennaio 2015) è stato un cantante e bassista greco.

Demis Roussos ha saputo esprimere il passato ellenico e la bellezza delle terre in cui ha vissuto attraverso un canto poetico e soave, prestato a generi diversissimi, dalrock progressivo, alla disco music, alle tante varianti del pop. Come bassista ha uno stile che ricorda le sonorità e la tecnica di Paul McCartney e di Brian Wilson.

Nato in Egitto da genitori di origini greche, tornò nel paese di origine dopo la perdita di tutti gli averi familiari, in seguito alla Crisi di Suez del 1956.

In gioventù Roussos aveva appreso il solfeggio e aveva imparato a suonare la chitarra e la tromba, divenendo inoltre cantante solista nel coro della chiesa bizantina diAlessandria d’Egitto.

In Grecia Demis Roussos entrò in diversi gruppi musicali (The Idols, Minis,Stormies, We Five e soprattutto Aphrodite’s Child), prima di iniziare la carriera da solista.

Il gruppo degli Aphrodite’s Child, del quale ha fatto parte dalla loro origine fino allo scioglimento, ha prodotto singoli di successo planetario come It’s Five O’Clock, Rain And Tears, Spring, Summer, Winter And Fall, I Want To Live, etc, e un album, 666, considerato dal pubblico e dalla critica come un capolavoro.

Il tastierista degli Aphrodite’s Child, Vangelis Papathanassiou, diventerà famoso compositore di colonne sonore con il nome di Vangelis (notevoli fra le altre: Momenti di gloria, Blade Runner, Alexander).

Demis Roussos è apparso anche in album solisti di Vangelis. Un suo grande successo è stato Race to the End, adattamento vocale del tema portante della colonna sonora di Momenti di Gloria (Chariots of Fire). La sua carriera solistica ha toccato l’apice negli anni settanta: vinse il Festivalbar 1971 con We shall dance che arriva quarta in Austria. Il singolo Forever and Ever fu primo nelle classifiche di molti Paesi (anche nellaUK Singles Chart con l’Extended play The Roussos Phenomenon nel 1976), secondo nei Paesi Bassi e quarto in Austria nel 1973. Altri successi furono My Friend the Wind prima nei Paesi Bassi per due settimane e settima in Germania nel 1973, My Reason prima nei Paesi Bassi per tre settimane nel 1972, Lovely Lady of Arcadia che nella versione Schönes Mädchen aus Arcadia arriva prima per tre settimane nei Paesi Bassi, seconda in Svizzera, sesta in Germania e settima in Austria nel 1973 e Goodbye My Love, Goodbye prima in Svizzera per 12 settimane ed in Germania, seconda in Austria e terza in Norvegia. Molto note furonoSomeday Somewhere che nel 1974 arriva seconda nei Paesi Bassi, Auf Wiederseh’n sesta nei Paesi Bassi nel 1974, Perdoname sesta nei Paesi Bassi nel 1975, Happy to Be on an Island in the Sun quinta nella UK Singles Chart nel 1975, When Forever Has Gone seconda nel Regno Unito nel 1976 ed anche una sua versione di Lost in Love degli Air Supply che arriva quarta nei Paesi Bassi nel 1980.

Fu tra i passeggeri del volo TWA 847 dirottato il 14 giugno del 1985. Percependo una svolta nella sua vita, Demis Roussos si imbarcò in un’operazione di rilancio della sua immagine con l’LP Time, che riscosse un discreto successo e con il singolo da discoteca Dance of Love. Nel 1988 il singolo Quand je t’aime arriva terzo in Francia e nel 1990 On écrit sur les murs quarto in Francia.

Gli anni novanta videro ulteriori sostanziali uscite: si accordò con la BR Music nei Paesi Bassi per produrre Immortal, Serenade e In Holland, utilizzando una gran varietà di strumenti etnici e stili elettronici.

Demis Roussos ha continuato a registrare e ad esibirsi dal vivo fino a poco prima della sua scomparsa. Nella primavera del 2002 fece un tour del Regno Unito. Nello stesso anno ha duettato con Ivana Spagna nel brano Tears of Love, inserito nell’album della cantante Woman.

Il 19 settembre 2008 è stato tra gli ospiti della trasmissione della RAI I migliori anni ed ha ringraziato il pubblico italiano perché proprio in Italia iniziò con successo la sua carriera come solista. Grande ritorno a I migliori anni nella serata del 31 ottobre ed in quella finale del 5 dicembre 2008; nelle edizioni successive è riapparso nelle puntate del 5 novembre e del 17 dicembre 2010: in quest’ultima ha riproposto il suo grande successo Forever and ever.

È morto in una clinica di Atene il 25 gennaio 2015 all’età di 68 anni. Il cantante era malato da tempo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Demis_Roussos

Artemios “Demis” Ventouris-Roussos (Greek: Αρτέμιος “Ντέμης” Βεντούρης-Ρούσσος, 15 June 1946 – 25 January 2015) was an Egyptian Greek singer and performer who had international hit records as a solo performer in the 1970s after having been a member of Aphrodite’s Child, a progressive rock group that also included Vangelis. Roussos sold over 60 million albums worldwide and became “an unlikely kaftan-wearing sex symbol”.

A Demis Roussos Museum is now planned in Nijkerk, the Netherlands.

After settling in Greece, Roussos participated in a series of musical groups beginning with The Idols when he was 17, where he met Evangelos Papathanassiou (later known as Vangelis) and Loukas Sideras, his future bandmates in Aphrodite’s Child.[9] After this he joined the Athens band, We Five, another cover band which had limited success in Greece.

Roussos came to a wider audience in 1967 when he joined progressive rock band Aphrodite’s Child, with Vangelis and Loukas Sideras, initially as a singer but later also playing bass guitar, achieving commercial success in France and other parts of Europe from 1968 to 1972. They set off for London to break into the international music scene but were turned back at Dover due to visa problems. They retreated to Pariswhere they decided to stay, signing a record deal there with Philips Records. Their first recording sessions were delayed by the general strike of May 1968 but later the same year the song “Rain and Tears” was issued across Europe. the song appeared on the album End of the World in October. Composed by Vangelis and the French lyricist Boris Bergman, the song featured Roussos’s unusual high tenor, The song was only a minor hit in Britain but was successful in many other countries.[10] Roussos’s operatic vocal style helped propel the band to international success, notably on their final album 666, based on passages from theBook of Revelation, which became a progressive rock cult classic.

After Aphrodite’s Child disbanded, Roussos continued to record sporadically with his former bandmate Vangelis. In 1970 the two released the film score album Sex Power (the album has also been credited to Aphrodite’s Child) and also recorded the 1977 album Magic together. Their most successful collaboration was “Race to the End” (also sung in Spanish as “Tu Libertad”), a vocal adaptation of the musical theme from the Oscar winning film Chariots of Fire, while Roussos also guested on the soundtrack to Blade Runner (1982), with a song entitled “Tales of the Future”

https://en.wikipedia.org/wiki/Demis_Roussos

Una fiaba – A fairy tale


Una fiaba

Per te che guardi dalla finestra

ed oggi attendi il sole

ho in mente di regalarti nuove parole

e di disegnare tra le nubi una bella fiaba.

Una storia sempre diversa

che conosca il sorriso,

una mano tesa e la voce del cuore.

Una piccola storia racchiusa in un pugno

per farti sentire la forza

di chi anche se lontano a te offre un fiore.

Per te che non speri più nella parola amica

e vorresti accogliere questo nuovo sogno

senza l’amaro in bocca dell’ennesima delusione.

Ho solo delle immagini da regalare

e la presenza di ogni giorno

fatta di semplici parole.

Ma se soltanto ci fossero più raggi,

più gocce e sorrisi da questo istante

conosceresti l’amicizia di tanta gente.

A te offro il poco che so fare,

ma con il cuore in mano, che ti racchiude

e pennellate di speranza che accarezzino

con dolcezza il tuo viso.

Ma se soltanto, altri cuori

forse oggi…oppure domani

bussassero alla tua porta

e ai nostri si uniranno…

di sicuro nel cielo vedrai il sole

che potrà splendere come il tuo sorriso.

14.04.2008 Poetyca

A fairy tale

For you that you look out the window

and now wait for the sun

I plan to give you new words

and draw the clouds a great story.

A story is always different

I know the smile,

an outstretched hand and the voice of the heart.

A little history contained in a handful

to make you feel the force

of those who although far away to you in full bloom.

For you who do not hope in the word friend

and would like to accept this new dream

without the bitter taste of yet another disappointment.

I have only the pictures as gifts

and the presence of every day

made of simple words.

But if only there were more beams,

more drops and smiles from this moment

knowing the friendship of many people.

To you I offer what little I can do,

but with my heart in my hand, which holds you

and touches of hope that caress

softly your face.

But if only, other hearts

maybe today or tomorrow …

knocking on your door

and to join our …

certainly see the sun in the sky

that can shine as your smile.

14.04.2008 Poetyca

Rod Stewart Greatest Hits (Full Album) – The Best Of Rod Stewart (HD/HQ Mp3)


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=n7SeqcWBgo8]

Roderick David Stewart (Londra, 10 gennaio 1945) è un cantautore britannico.

Caratterizzato dalla sua graffiante voce, Rod Stewart è uno degli artisti di maggiore successo di tutti i tempi, avendo venduto oltre 200 milioni di dischi in tutto il mondo. In tutta la sua lunga carriera, Rod ha conquistato sei volte la prima posizione nella classifica degli album più venduti nel Regno Unito e 31 volte la top ten per quanto riguarda quella dei singoli. Egli ha avuto un grande successo anche in America, con 16 singoli entrati nella top ten della Billboard Hot 100., di cui quattro che hanno raggiunto il primo posto. Sempre in America, grazie al concerto gratuito del 31 dicembre 1994 davanti a oltre quattro milioni di spettatori sulla spiaggia di Copacabana, Stewart è entrato nel Guinness dei primati, diventando l’artista con maggiore pubblico a un proprio concerto dell’intera storia del rock. Nel 2007 è stato nominato CBE, Commendatore dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (Commander of the Order of the British Empire) a Buckingham Palace per i meriti e il contributo dato alla musica.

Vincitore di numerosi prestigiosi premi, tra cui 1 Grammy Award nel 2005, 1 BRIT Awards nel 1993, 1 American Music Award nel 1994 e 2 World Music Award nel 1993 e nel 2001, nel 2008, la rivista Billboard lo ha posizionato al 17esimo posto nella classifica dei 100 artisti di maggior successo, mentre si trova alla posizione numero 59 nella classifica dei 100 maggiori cantanti di tutti i tempi, stilata dalla rivista Rolling Stone .[ Come artista solista, Stewart è stato inserito nella US Rock and Roll Hall of Fame nel 1994, nella UK Music Hall of Fame nel 2006 e una seconda volta nella US Rock and Roll Hall of Fame nel 2012, come membro del gruppo dei Faces. Infine, il suo nome è scritto anche sulla Hollywood Walk of Fame, a Hollywood.

https://it.wikipedia.org/wiki/Rod_Stewart

Roderick David “Rod” Stewart, CBE (born 10 January 1945) is a British rock singer-songwriter. Born and raised in London, he is of English and Scottish ancestry. Stewart is one of the best-selling music artists of all time, having sold over 100 million records worldwide.

He has had six consecutive number one albums in the UK, and his tally of 62 UK hit singles includes 31 that reached the top 10, six of which gained the number one position. He has had 16 top ten singles in the US, with four reaching number one on the Billboard Hot 100. In 2007, he received a CBE at Buckingham Palace for services to music.

With his distinctive raspy singing voice, Stewart came to prominence in the late 1960s and early 1970s with The Jeff Beck Group and then with Faces, though his music career had begun in 1962 when he took up busking with a harmonica. In October 1963 he joined the Dimensions as a harmonica player and part-time vocalist, then in 1964 he joined Long John Baldry and the All Stars. Later, in August 1964, he also signed a solo contract, releasing his first solo single, “Good Morning Little Schoolgirl”, in October of the same year. He maintained a solo career alongside a group career, releasing his debut solo album An Old Raincoat Won’t Ever Let You Down (US: The Rod Stewart Album), in 1969. His early albums were a fusion of rock, folk music, soul music and R&B. His aggressive blues work with The Jeff Beck Group and the Faces influenced heavy metal genres. From the late 1970s through the 1990s, Stewart’s music often took on a new wave or soft rock/middle-of-the-road quality, and in the early 2000s he released a series of successful albums interpreting the Great American Songbook.

In 2008, Billboard magazine ranked him the 17th most successful artist on the “Billboard Hot 100 All-Time Top Artists”.[7] A Grammy and Brit Award recipient, he was voted at No. 33 in Q Magazine’s list of the top 100 Greatest Singers of all time, and No. 59 on Rolling Stone 100 Greatest Singers of all time.[9] As a solo artist, Stewart was inducted into the US Rock and Roll Hall of Fame in 1994, the UK Music Hall of Fame in 2006 and was inducted a second time into the US Rock and Roll Hall of Fame in 2012, as a member of the Faces.

https://en.wikipedia.org/wiki/Rod_Stewart

Ancora un passo – Anchors a footstep


Ancora un passo

Sciogli i lacci del timore,
tuffati nelle dolci acque della vita;
oltre ogni confine
respira piano ad aspetta,
osserva senza stringere nulla.

Ricorda il vento tra i capelli,
le corse sul prato
di quando eri bambino
e lasciati andare
in quel luogo non luogo,
nel tempo senza tempo:
– qui ed ora – dove al sicuro
sarai sempre te stesso.

Ancora un passo,
senza cercare meta
ancora un respiro
nel vortice rassicurante
della tua vita
e ad ogni laccio che si spezza
potrai disegnare sul volto
la gioia profonda
del tuo atteso risveglio.

31.08.2008 Poetyca


Anchors a footstep

You loosen the drawstrings of the fear,
plunged in the sweet waters of the life;
over every border
it breathes plain to it waits,
it observes without tightening nothing.

You remembers the wind among the hair,
the runs on the lawn
if when you were child
and allowed to go
in that place not place,
in the time without time:
– here and now – where to the sure one
you will be always yourself.

Anchors a footstep,
without looking for destination
You anchors a breath
in the reassuring vortex
of your life
and to every drawstring that breaks him
you can draw on the face
the deep joy
of yours attended awakening.

31.08.2008 Poetyca

The best of Van Morrison



George Ivan “Van” Morrison (Belfast, 31 agosto 1945) è un cantante, polistrumentista e paroliere proveniente dall’Irlanda del Nord; suona diversi strumenti tra i quali chitarra, armonica a bocca, tastiere, sassofono e occasionalmente anche la batteria.

Dopo gli esordi blues rock con i Them, Morrison intraprese una carriera solista in bilico tra la passione giovanile per la musica nera, una forte vena sperimentale (che lo ha portato a sconfinare spesso in territori jazz) e uno stretto legame con la musica tradizionale della sua terra d’origine[1][2]. A rendere unico il suo stile contribuiscono la sua caratteristica vocalità[3] e una intensa poetica che abbraccia musica e parole in modo altamente espressivo.

La rivista Rolling Stone lo classifica quarantaduesimo nella sua lista dei cento migliori artisti di sempre[4] nonché ventiquattresimo in quella dei cento migliori cantanti[5]. Le sue esibizioni dal vivo, al suo meglio, sono state definite come mistiche e trascendenti.

Inoltre due suoi album, Astral Weeks e Moondance, compaiono nella lista dei 500 migliori album di sempre, ancora secondo Rolling Stone.

http://it.wikipedia.org/wiki/Van_Morrison

George Ivan “Van” Morrison, OBE (born 31 August 1945) is a Northern Irish singer-songwriter and musician. Some of his recordings, such as the studio albums Astral Weeks and Moondance and the live album It’s Too Late to Stop Now, are critically acclaimed. He has received six Grammy Awards, the Brit Award for Outstanding Contribution to Music, been inducted into both the Rock and Roll Hall of Fame and the Songwriters Hall of Fame.

Known as “Van the Man” to his fans, Morrison started his professional career when, as a teenager in the late 1950s, he played a variety of instruments including guitar, harmonica, keyboards and saxophone for various Irish showbands covering the popular hits of the day. He rose to prominence in the mid-1960s as the lead singer of the Northern Irish R&B band Them, with whom he recorded the garage band classic “Gloria”. His solo career began under the pop-hit oriented guidance of Bert Berns with the release of the hit single “Brown Eyed Girl” in 1967. After Berns’ death, Warner Bros. Records bought out his contract and allowed him three sessions to record Astral Weeks in 1968.[1] Even though this album would gradually garner high praise, it was initially a poor seller; however, the next one, Moondance, established Morrison as a major artist,[2] and throughout the 1970s he built on his reputation with a series of critically acclaimed albums and live performances. Morrison continues to record and tour, producing albums and live performances that sell well and are generally warmly received, sometimes collaborating with other artists, such as Georgie Fame and The Chieftains. In 2008 he performed Astral Weeks live for the first time since 1968.

Much of Morrison’s music is structured around the conventions of soul music and R&B, such as the popular singles “Brown Eyed Girl”, “Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile)”, “Domino” and “Wild Night”. An equal part of his catalogue consists of lengthy, loosely connected, spiritually inspired musical journeys that show the influence of Celtic tradition, jazz, and stream-of-consciousness narrative, such as Astral Weeks and lesser-known works such as Veedon Fleece and Common One.[3][4] The two strains together are sometimes referred to as “Celtic Soul”

http://en.wikipedia.org/wiki/Van_Morrison

Vero sè – True self -Riflettendo



Riflettendo…

La Riflessione

Ascoltando la neve
Notte fredda, niente vento, il suono del bambù,
rumori lontani che ora si riuniscono,
filtrando attraverso la rete dei pini che si fiancheggiano.
Ascoltare con l’udito è meno sottile
che ascoltare con la mente.
Sto disteso accanto alla lampada,
a fianco di un mezzo rotolo di sutra.
Maestro Daito
———————-
Prima della meditazione
l’orecchio porge assuefatto ascolto.
Durante la meditazione
il silenzio ovatta il suono
ed interconnette al soffice udire
dove s’espande l’eco delle distanze
per essere ora uno nell’abbraccio
che avvolge ogni confine.
Poetyca
———————-
L’insegnamento

Vero sé

Il vero sé è non-sé,
è la consapevolezza che il sé è fatto solo di elementi di non-sé.
Non c’è separazione fra il sé e l’altro
ed ogni cosa è interconnessa.
Appena siete consapevoli di ciò,
non siete più intrappolati dall’idea di essere un’entità separata.
Questo è il fine della pratica:
realizzare il non-sé e l’interconnessione.

Maestro Thich Nhat Hanh
—————————-
Non vivo dentro mura,
non un nucleo che protegga,
non sono come goccia che è separata
dalle acque dell’oceano.
Estensione di ogni essere
è nella danza che non ci identifica
perchè si è in ogni riflesso
che specchia vacuità
in interconnessa presenza

Poetyca
—————————-
09.02.2008 Poetyca

Reflecting …

Reflection

Listening to the snow
Cold night , no wind , the sound of bamboo,
distant sounds that come together now ,
filtering through the network of pine trees that flank .
Listen with your ears are less subtle
you listen with your mind.
I’m lying next to the lamp,
to the left of a half roll of sutras .

Master Daito
———————-
Before the meditation
addicted listening ear hands .
During meditation
the sound of silence wadding
and interconnects to hear soft
where the echo carries over distances
to be now one embrace
that wraps around each border.

Poetyca
———————-
The teaching

True self

The true self is no-self ,
is the awareness that the self is made up only of elements of non -self.
There is no separation between the self and the other
and everything is interconnected .
As soon as you are aware of this,
you are no longer trapped by the idea of being a separate entity.
This is the end of the practice:
realize the not-self and interconnection .

Master Thich Nhat Hanh
—————————-
I do not live inside the walls ,
not a core that protects ,
I’m not like that drop is separated
by the waters of the ocean.
Extension of every
is the dance that we do not identify
because it is reflected in every
that reflects the emptiness
interconnected in the presence

Poetyca
—————————-
09.02.2008 Poetyca

Pink Floyd – Hits (Full Album)


I Pink Floyd sono stati un gruppo musicale rock britannico formatosi nella seconda metà degli anni sessanta che, nel corso di una lunga e travagliata carriera, è riuscito a riscrivere le tendenze musicali della propria epoca, diventando uno dei gruppi più importanti della storia.[1][4]
Sebbene agli inizi si siano dedicati prevalentemente alla psichedelia[5] e allo space rock, il genere che meglio definisce l’opera dei Pink Floyd, caratterizzata da una coerente ricerca filosofica, esperimenti sonori, grafiche innovative e spettacolari concerti, è il rock progressivo.[5][6][7]
Nel 2008 si è stimato che abbiano venduto circa 250 milioni di dischi in tutto il mondo,[8][9] di cui 74,5 milioni nei soli Stati Uniti d’America.[10]
I Pink Floyd hanno influenzato considerevolmente la musica successiva, dai gruppi progressive degli anni settanta, come Genesis e Yes,[11] fino a musicisti contemporanei, come Nine Inch Nails,[12] Dream Theater e Porcupine Tree.[13]
Il gruppo, nato a Londra nel 1965,[14][15] viene fondato dal cantante e chitarrista Roger Keith “Syd” Barrett, dal bassista George Roger Waters, dal batterista Nicholas Berkeley “Nick” Mason e dal tastierista Richard William “Rick” Wright. Nel dicembre del 1967 si aggiunge al gruppo il chitarrista David Jon “Dave” Gilmour,[14][15] che si affianca e quindi si sostituisce definitivamente a Barrett, progressivamente emarginatosi dal gruppo a causa del pesante uso di droghe e di una forma di alienazione.
Il gruppo, dopo essersi fatto notare grazie a lavori di stampo psichedelico, raggiunge la maturità con Atom Heart Mother e Meddle, e si afferma a livello mondiale con The Dark Side of the Moon e i successivi album, tra cui Wish You Were Here, Animals e The Wall, che consegnano i quattro alla storia del rock.[16] La formazione non subisce sostanziali cambiamenti fino al 1985,[15] escludendo una parentesi di alcuni anni in cui Wright figura solo come turnista.[14] Nel 1985 Waters abbandona il gruppo e i membri rimanenti, dopo aver vinto la breve battaglia legale per stabilire a chi spettasse continuare a usare il nome “Pink Floyd”, pubblicano successivamente altri due album in studio: A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell. La formazione cessa la propria attività nel 1995,[14] sciogliendosi definitivamente nel 2006, quando Gilmour nega ufficialmente la possibilità di una riunione.[17] Nel 2008, con la morte di Wright, si spengono di fatto le speranze dei fan di rivedere il gruppo dal vivo con tutti e quattro i componenti al completo. Tuttavia, il 5 luglio 2014 viene annunciata da Polly Samson, moglie di David Gilmour, la pubblicazione a ottobre dello stesso anno di un quindicesimo album in studio, The Endless River.
https://it.wikipedia.org/wiki/Pink_Floyd
Pink Floyd were an English rock band formed in London. They achieved international acclaim with their progressive and psychedelic music. Distinguished by their use of philosophical lyrics, sonic experimentation, extended compositions and elaborate live shows, they are one of the most commercially successful and musically influential groups in the history of popular music.
Pink Floyd were founded in 1965 by students Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters, and Richard Wright. They gained popularity performing in London’s underground music scene during the late 1960s, and under Barrett’s leadership released two charting singles and a successful debut album, The Piper at the Gates of Dawn (1967). David Gilmour joined as a fifth member in December 1967; Barrett left the band in April 1968 due to deteriorating mental health exacerbated by drug use. Waters became the band’s primary lyricist and, by the mid-1970s, their dominant songwriter, devising the concepts behind their critically and commercially successful albums The Dark Side of the Moon (1973), Wish You Were Here (1975), Animals (1977), The Wall (1979) and The Final Cut (1983).
Wright left Pink Floyd in 1979, followed by Waters in 1985, declaring it a “spent force”. Gilmour and Mason continued as Pink Floyd; Wright rejoined them as a session musician and, later, a band member. The three produced two more albums, A Momentary Lapse of Reason (1987) and The Division Bell (1994), and toured until 1994. After nearly two decades of acrimony, Pink Floyd reunited with Waters in 2005 for a performance at the global awareness event Live 8, but Gilmour and Waters have since stated they have no plans to reunite as a band again. Barrett died in 2006 and Wright in 2008. The final Pink Floyd studio album, The Endless River, recorded without Waters and based on material recorded in 1993–1994, was released in November 2014.
Pink Floyd were inducted into the US Rock and Roll Hall of Fame in 1996, and the UK Music Hall of Fame in 2005. By 2013, the band had sold more than 250 million records worldwide, including 75 million certified units in the United States.
https://en.wikipedia.org/wiki/Pink_Floyd

Leonard Cohen


[youtube https://youtu.be/IEVow6kr5nI?list=PL22135BF03C47D7CC]

Leonard Norman Cohen (Montréal, 21 settembre 1934) è un cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese. È uno dei cantautori più celebri, influenti e apprezzati della storia della musica.

Nelle sue opere esplora temi come la religione, l’isolamento e la sessualità, ripiegando spesso sull’individuo. Vincitore di numerosi premi e onorificenze, è inserito nellaRock and Roll Hall of Fame, nella Canadian Songwriters Hall of Fame e nella Canadian Music Hall of Fame. È inoltre insignito del titolo di Compagno dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa dal Canada. Nel 2011, ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Cohen

Leonard Norman Cohen, CC GOQ (born 21 September 1934) is a Canadian singer, songwriter, musician, painter, poet, and novelist. His work has explored religion, politics, isolation, sexuality, and personal relationships. Cohen has been inducted into both the Canadian Music Hall of Fame and the Canadian Songwriters Hall of Fame as well as the American Rock and Roll Hall of Fame. He is also a Companion of the Order of Canada, the nation’s highest civilian honor. In 2011, Cohen received aPrincess of Asturias Awards for literature.

The critic Bruce Eder assessed Cohen’s overall career in popular music by asserting that “[he is] one of the most fascinating and enigmatic … singer/songwriters of the late ’60s … [and] has retained an audience across four decades of music-making…. Second only to Bob Dylan (and perhaps Paul Simon) [in terms of influence], he commands the attention of critics and younger musicians more firmly than any other musical figure from the 1960s who is still working at the outset of the 21st century.”

One of his notable novels, Beautiful Losers (1966) received attention from the Canadian press and was considered controversial because of a number of sexually graphic passages.[4] The Academy of American Poets has commented more broadly on Cohen’s overall career in the arts, including his work as a poet, novelist, and songwriter, stating that “Cohen’s successful blending of poetry, fiction, and music is made most clear in Stranger Music: Selected Poems and Songs, published in 1993, which gathered more than 200 of Cohen’s poems … several novel excerpts, and almost 60 song lyrics… While it may seem to some that Leonard Cohen departed from the literary in pursuit of the musical, his fans continue to embrace him as a Renaissance man who straddles the elusive artistic borderlines.”

Cohen’s first album was Songs of Leonard Cohen (1967) followed by Songs from a Room (1969) (featuring the often-recorded “Bird on the Wire”) and Songs of Love and Hate (1971). His 1977 record Death of a Ladies’ Man was co-written and produced by Phil Spector, which was a move away from Cohen’s previous minimalist sound. In 1979 Cohen returned with the more traditional Recent Songs, which blended his acoustic style with jazz and Oriental and Mediterranean influences. “Hallelujah” was first released on Cohen’s studio album Various Positions in 1984. I’m Your Man in 1988 marked Cohen’s turn to synthesized productions and remains his most popular album. In 1992 Cohen released its follow-up, The Future, which had dark lyrics and references to political and social unrest. Cohen returned to music in 2001 with the release ofTen New Songs, which was a major hit in Canada and Europe. In 2006 Cohen produced and co-wrote Blue Alert, a collaboration with jazz chanteuse Anjani Thomas. After the success of his 2008–13 world tours, Cohen released the highest charting album in his entire career, Old Ideas, to positive reviews. On 22 September 2014, one day after his 80th birthday, Cohen released his 13th studio album, Popular Problems, again to positive reviews.

https://en.wikipedia.org/wiki/Leonard_Cohen

Costruire la pace – Building peace



Costruire la pace.
“Quando punti il dito per condannare, tre dita restano puntate contro di te”

Proverbio cinese
Amicizia e riflessione
Credo sia importante un’analisi relativa alle proprie responsabilità,
alle aspettative e se e in che modo abbiamo trasmesso amicizia o altro.
Sicuramente,se è amicizia che offriamo ( e non pretendiamo ),
dobbiamo essere in grado di scacciare da noi stessi sentimenti di possesso,
cogliere in noi se,dietro la parola amicizia si cela altro.
Prima di puntare il dito su quanto altri non avrebbero fatto verso
di noi sarebbe opportuno chiedersi se, in fondo, ci attendevamo qualcosa.

Se riusciamo a non fuggire le nostre responsabilità,se siamo capaci
di vedere cosa abbiamo sbagliato, se siamo capaci di manifestare
dove si sia colto un malinteso( facile interpretare diversamente
ed il dialogo leale serve a questo)allora si è capaci di portare
avanti un rapporto maturo.Troppo facile dare ad altri responsabilità
e non vedere la trave che ci renderebbe ciechi.
Dialogo,condivisione,senza nulla pretendere, è la migliore base
per mettere le radici a rapporti destinati a durare nel tempo.
Quando muore in fretta era solo illusione.

Luglio 2007 Poetyca
Grandi e piccoli. Gli adulti per primi e i bambini per spirito d’emulazione
imparano a tenere stretta un’opinione.A voler dimostrare a tutti i costi
di avere ragione, dimenticando spesso come la realtà che si potrebbe cogliere,
quando non si è liberi dall’attaccamemto è sempre distorta.
Pestare i piedi, urlare l’altrui torto, dimenticando di leggere
in profondità cosa possa avere mosso in noi delle eccessive reazioni,
è solo alimentare il nostro ego che non ci permette di distaccarci
dall’attaccamento alle proprie opinioni,si diventa ” territoriali”,
come se la difesa ad oltranza di quello che possa essere uno spazio che
ci rappresenti sia capace di tenere in equilibrio una già precaria opinione di sè.
Si cercano alleanze, attenzioni e altre persone che ci possano appoggiare.
Ma,riflettendo,è meglio avere accanto il ” paladino a spada tratta”
che inconsciamente alimenta la nostra dipendenza o chi, pur sapendo
di rischiare la profonda incomprensione, sia capace di farci capire che,
in fondo, è necessario mettere in atto una profonda analisi sull’eccessiva
reazione legata a questa insicurezza?

Naturalmente si è liberi nelle personali scelte, esse saranno rispettate,
ma non ha senso entrare in nuovi ” loop” ( percorsi senza uscita con la
ripetizione sistematica degli stessi atteggiamenti mentali) e non fare nulla
per venirne fuori. Essere capaci di maturità è tra le nostre opportunità.
siamo sempre tutti pronti a puntare il dito contro gli altri. Gli altri
sbagliano, gli altri si comportano male, gli altri mentono, gli altri
sono incapaci e diversi da quanto vorremmo.

Gli altri,e noi?
E’comune il puntare l’indice contro qualcuno dicendo che ha fatto un errore,
ma se osserviamo la nostra mano è facile notare che nel fare questo gesto
ci sono altre tre dita che sono puntate contro di noi,
Il ruolo di queste tre dita è è la chiave di volta per imparare che:

1) Non si deve essere sempre sicuri di avere ragione.
2) Anche se avessimo ricevuto un torto, è anche vero che non siamo infallibili.
3) La frustrazione ed il disagio provati ora ed altre volte
precedenti devono indurre e non ripetere il nostro autoinganno.

Non è mai stato facile crescere, superare dei modelli che sono autoindotti
ma avere modo di sperimentare l’ascolto interiore, di mettere una nuova procedura
che spezzi la coazione a ripetere è la via che ci insegni a non giudicare e
a ” lasciare andare ” la presa. Un modo maturo per non essere fonte di energie
quali la rabbia ed il rancore che sono distanti dalla pace interiore e pongono
in atto un percorso legato all’ignoranza e all’illusione.

Tre dita, non uno soltanto sono la necessità di alimentare la pace interiore.
30.03.2008 Poetyca

Building peace.

“When you point your finger to condemn, three fingers are pointed at you”

Chinese proverb
Friendship and reflection
I think it’s important to test for their responsibilities,
expectations and whether and how we have transmitted friendship or more.
Surely, if friendship is that we (and do not claim)
we must be able to rid ourselves of feelings of ownership,
If we take in, hides behind the word friendship more.
Before pointing the finger at what others have done to
of us would be asked whether, after all, we expected something.

If we can not escape our responsibilities, if we can
to see what we did wrong, if we are able to express
where it is caught a misunderstanding (easy to interpret differently
and honest dialogue serves this) then you are able to bring
maturo.Troppo easy to forward a report to other responsibilities
and not see the beam that blinds us.
Dialogue, sharing nothing to claim, is the best basis
to take roots in relationships intended to last.
When he dies in a hurry was just an illusion.

July 2007 Poetyca
Large and small. Adults and children first in the spirit of emulation
learn to keep close review. want to show at all costs
to be right, as often forgetting the reality that they could grasp
when you are not free dall’attaccamemto is always distorted.
Stamping his feet, shouting the others wrong, forgetting to read
What may have moved deep in us excessive reactions,
Food is only our egos that we can detach
from attachment to their opinions, we become “territorial”
as if to defend to the bitter end of what could be a space that
represent us is able to balance a precarious opinion of himself.
We seek alliances, attention and other people who can support.
But, on reflection, it is better to have the next “champion to the hilt”
unconsciously feeds our addiction or who, knowing
to risk profound misunderstanding is capable of making us understand that
basically, you need to implement a deep analysis on the excessive
reaction related to this insecurity?

Of course you are free on personal choices, they will be met,
it is nonsense to enter new loop (with no exit routes
systematic repetition of the same mind) and do nothing
to get out. Being able to maturity is one of our opportunities.
We are all always ready to point the finger at others. Other
wrong, the others behave badly, others lie, the other
are unable and different from what we want.

The other, and we?
E’comune the point the finger at someone saying that he made a mistake,
but if we keep our hand is easy to see that in making this gesture
There are three other fingers are pointed at us,
The role of these three fingers and is the key to learn that:

1) You should not always be sure of being right.
2) Even if we had been wronged, it is also true that we are not infallible.
3) The frustration and discomfort proven time and other times
above should lead and not repeat our self-deception.

It has never been easy to grow, to overcome patterns that are self-induced
but having to experience the inner listening, putting a new procedure
that breaks the repetition compulsion is the way we teach and not giudcare
to “let go” grip. A mature way to not be a source of energy
such as anger and resentment that are distant from inner peace and pose
act in a way linked to ignorance and illusion.

Three fingers, not one only are the need to nurture inner peace.
30.03.2008 Poetyca

Best songs of The Cure || The Cure’s Greatest Hits


The Cure è un gruppo musicale post-punk inglese, i cui esordi risalgono al 1976, in piena esplosione new wave (in compagnia di gruppi come Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Echo and the Bunnymen). La band, la cui formazione è variata più o meno regolarmente nel corso degli anni, comprendendo da un minimo di due fino ad un massimo di sei membri, ha raggiunto l’apice del successo tra la metà e la fine degli anni ottanta (soprattutto con i singoli Close to Me e Lullaby, tratti, rispettivamente, dai due album The Head on the Door del 1985 e Disintegration del 1989). Robert Smith, il cantante, chitarrista, autore dei testi e compositore di quasi tutte le musiche, nonché fondatore del gruppo, è l’unico membro ad averne sempre fatto parte dagli esordi ad oggi.

Al luglio 2008, i Cure avevano venduto circa 28 milioni di dischi. L’album più venduto è la raccolta di successi Standing on a Beach – The Singles 1978-1985[3] del 1986, che solo in America ha venduto più di due milioni di copie.[4] Tra Regno Unito, Stati Uniti d’America e Italia, i Cure hanno avuto nella Top Ten 12 album (posizioni più alte: UK: Wish, numero 1; USA: Wish, numero 2; Italia: The Cure, numero 2) e 11 singoli (posizioni più alte: UK: Lullaby, numero 5; USA: Lovesong, numero 2, Italia: High, numero 2).[5]

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Cure
The Cure are an English rock band formed in Crawley, West Sussex, in 1976. The band has experienced several line-up changes, with vocalist, guitarist and principal songwriter Robert Smith being the only constant member. The Cure first began releasing music in the late 1970s with their debut album Three Imaginary Boys. Their second single, “Boys Don’t Cry”, became a hit; this, along with several early singles, placed the band as part of the post-punk and new wave movements that had sprung up in the wake of the punk rock revolution in the United Kingdom. During the early 1980s, the band’s increasingly dark and tormented music was a staple of the emerging gothic rock genre.

After the release of 1982’s Pornography, the band’s future was uncertain and Smith was keen to move past the gloomy reputation his band had acquired. With the single “Let’s Go to Bed” released the same year, Smith began to place a pop sensibility into the band’s music and their popularity increased as the decade wore on, with songs like “Just Like Heaven”, “Lovesong” and “Friday I’m in Love”. The band is estimated to have sold 27 million albums as of 2004 and have released thirteen studio albums, ten EPs and over thirty singles during their career.

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Cure

Devo


I Devo sono un gruppo musicale statunitense formatosi ad Akron (Ohio) nel 1972.

Il loro stile musicale è stato classificato come punk, art rock o post-punk, ma sono per lo più ricordati come una delle band-simbolo della New wave. Sono oggi considerati dalla critica un gruppo fondamentale per l’evoluzione del rock contemporaneo.

Il gruppo viene fondato da Gerald Casale, Bob Lewis e Mark Mothersbaugh, nel 1972.

Il nome “Devo” viene dal termine “de-evolution” (de-evoluzione), teoria secondo cui l’umanità, invece che continuare ad evolversi, avrebbe cominciato a regredire, come dimostrerebbero le disfunzioni e la mentalità gretta della società americana. Tale teoria era frutto di uno scherzo di Casale e Lewis, nato nella fine degli anni sessanta, quando i due frequentavano la Kent State University.

La prima formazione prevedeva sei componenti: i fratelli Gerald e Bob Casale (basso e voce il primo, chitarra, tastiere e cori il secondo), Bob Lewis (chitarra), Mark Mothersbaugh (voce, sintetizzatori e chitarra), Rod Reisman (batteria) e Fred Weber (voce). La loro prima performance avviene nel 1973 al Performing Arts Festival della Kent State University.[6] Dopo questa prima esibizione, il gruppo abbandona Reisman e Weber, e ingaggia Jim Mothersbaugh alla batteria elettronica e Bob Mothersbaugh alla chitarra, entrambi fratelli di Mark. Negli anni a venire, il gruppo passerà attraverso cambi di formazione, che vedono, tra gli altri, l’abbandono di Jim Mothersbaugh, ed esibizioni dal vivo conflittuali.

Nel 1976 viene reclutato il batterista Alan Myers alla batteria, che sancisce una formazione solida che durerà dieci anni circa.

Lo stile del gruppo, ironico, pungente, irriverente e critico nei confronti della società moderna, inserito in un contesto estetico che rimanda a una sorta di fantascienza al limite del kitsch, gli fa guadagnare la simpatia di artisti noti come Neil Young e David Bowie, nonché apparizioni in film dei quali Mark Mothersbaugh curerà la colonna sonora. Il gruppo sarà anche pioniere nell’uso del videoclip, il più noto dei quali, Whip It, godrà di una massiccia presenza nei primi mesi di vita di MTV.

Nel 1977, grazie anche a Bowie e Iggy Pop, ottengono un contratto con la Warner Bros. Il loro primo album, Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! viene prodotto nientemeno che da Brian Eno. L’anno successivo sono ospiti del Saturday Night Live, dove si esibiranno in una cover di (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones.

Nel 1984, lo scarso successo commerciale del sesto album Shout e l’abbandono del batterista Myers, costringono il gruppo a rinunciare al tour di promozione, con conseguente pausa delle attività. Nel frattempo, Mark Mothersbaugh si diletta nella produzione di musica per la televisione, nonché di un progetto solista, Musik for Insomniaks.

Nel 1987 il gruppo si riforma con un nuovo batterista, David Kendrick, precedentemente con gli Sparks. L’anno successivo esce Total Devo, che contiene brani che compariranno in alcuni B movie come Slaughterhouse Rock e The Tapeheads, con John Cusack e Tim Robbins.

Nel 1990 esce Smooth Noodle Maps, che non raccoglie grandi consensi di pubblico e critica, e l’anno successivo il gruppo si scioglie nuovamente. Successivamente, Mark Mothersbaugh fonda uno studio di registrazione per produzioni musicali commerciali, il Mutato Muzika, insieme col fratello Bob e Bob Casale. Lo studio lavora principalmente per produzioni televisive come sigle, programmi, cartoni animati, videogame e film, tra cui alcuni di Wes Anderson. Nel frattempo, Gerald Casale intraprende una carriera come regista di spot pubblicitari e video musicali, per gruppi come Rush, Silverchair e Foo Fighters.

Nel 1995 il gruppo appare nella colonna sonora del film Tank Girl, e l’anno successivo si esibisce al Sundance Film Festival e al Lollapalooza proponendo alcuni classici del periodo tra il 1978 e il 1982.

Pur non pubblicando album fino al 2010, il gruppo produce una serie di singoli per compilation, produzioni televisive, spot pubblicitari per aziende come Dell e la multinazionale Target.

Nel 2006 collaborano con la Disney per un progetto chiamato Devo 2.0, un gruppo composto da bambini che suonano classici dei Devo.

Nel 2008 l’azienda McDonald’s propone un personaggio in omaggio che indossa l’Energy dome, il tipico copricapo dei Devo in plastica rossa a forma di ziqqurat circolare. Il gruppo intenterà una causa alla multinazionale, che successivamente alcuni blog riporteranno come “amichevolmente risolta”.

Nel 2010 esce il loro ultimo album Something for Everybody, a vent’anni dal precedente.

Nel 2013 il loro ex batterista Alan Myers muore a causa di un tumore cerebrale.

Il 17 febbraio 2014 muore improvvisamente Bob Casale, membro fondatore del gruppo, per arresto cardiaco.

https://it.wikipedia.org/wiki/Devo
Devo (/ˈdiːvoʊ/, originally /diːˈvoʊ/) is an American rock band formed in 1972, consisting of members from Kent and Akron, Ohio. The classic line-up of the band included two sets of brothers, the Mothersbaughs (Mark and Bob) and the Casales (Gerald and Bob), along with Alan Myers. The band had a No. 14 Billboard chart hit in 1980 with the single “Whip It”, and has maintained a cult following throughout its existence.

Devo’s style, over time, has shifted between punk, art rock, post-punk and new wave. Their music and stage show mingle kitsch science fiction themes, deadpan surrealist humor, and mordantly satirical social commentary. Their often discordant pop songs feature unusual synthetic instrumentation and time signatures that have proven influential on subsequent popular music, particularly new wave, industrial and alternative rock artists. Devo was also a pioneer of the music video, creating many memorable clips for the LaserDisc format, with “Whip It” getting heavy airplay in the early days of MTV.

https://en.wikipedia.org/wiki/Devo

Sulla via della pace – The Path to Peace


Sulla via della pace

Le battaglie nel mondo

Fate ogni cosa con una mente che sappia lasciare andare.
Non aspettatevi nessuna ricompensa o premio.
Se lasciate andare un poco, avrete un poco di pace.
Se lasciate andare completamente, conoscerete la pace e la libertà complete.
Le vostre battaglie con il mondo giungeranno al termine.
Achaan Chah

La pace è ogni passo

La pace è ogni passo.
Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigloglio tutto intorno!
Com’è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

La pace è ogni passo – Thich Nhat Hanh

Il sentiero della pace

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Brani estratti da un discorso del Venerabile Ajahn Chah indirizzato ai monaci e ai novizi.

POSSIAMO DIRE CHE IL RETTO SENTIERO DELLA PACE, il sentiero che il Buddha ha scoperto e ci ha indicato, che conduce alla pace della mente, alla purezza e alla realizzazione delle qualità di un samana, è formato da sila (freno morale), samadhi(concentrazione) e pañña (saggezza). E’ una strada valida per tutti. Infatti i discepoli del Buddha che divennero illuminati, all’inizio erano delle persone ordinarie, come tutti noi. Anche il Buddha all’inizio era uno come noi. Praticarono e dall’opacità fecero emergere la luce, dalla rozzezza la bellezza e dalle cose vane e inutili grandi benefici per tutti.

Silasamadhi e pañña sono i nomi dati a tre diversi aspetti della pratica. Praticando sila, samadhi pañña, in effetti, praticate con voi stessi. La giusta sila esiste qui in questo momento, il giusto samadhiè qui. Perché? Perché il vostro corpo è qui! La pratica di silariguarda il corpo intero. Quindi, siccome il vostro corpo è qui, le mani, le gambe sono qui, è qui che praticate sila.

Un conto è tenere a mente tutta la lista dei comportamenti sbagliati da evitare, così come elencata nei libri, un altro conto è capire che le potenzialità che questi atteggiamenti hanno di crescere, risiede in voi. Praticare la disciplina morale vuol dire stare attenti ad evitare certe azioni, come uccidere, rubare ed avere una condotta sessuale scorretta. Il Buddha ci ha insegnato a prenderci cura di tutte le nostre azioni, anche delle più semplici.

Forse nel passato avete ucciso degli animali o degli insetti schiacciandoli o non siete stati troppo attenti nel parlare: il parlare sbagliato si ha quando si mente o si esagera la verità, mentre parlare in modo grossolano vuol dire essere aggressivi e offensivi verso gli altri, dicendo in continuazione ‘imbroglione’, ‘idiota’ e così via. Il parlare frivolo si ha quando i discorsi sono solo chiacchiere inutili, senza senso, sconclusionati, che vanno avanti senza voler dire niente. Ci siamo lasciati andare tutti qualche volta a questo genere di discorsi a ruota libera, quindi praticare silasignifica sorvegliare se stessi, sorvegliare le proprie azioni e le proprie parole.

Ma chi sorveglia? Chi si prende la responsabilità delle vostre azioni? Quando vi appropriate di qualcosa che non vi appartiene, chi è consapevole di quell’azione? E’ la mano? Questo è il punto su cui dovete sviluppare la consapevolezza. Chi sa che state per mentire, giurare o dire qualcosa di frivolo? Consapevole di ciò che dice è la bocca, o è colui che conosce il significato delle parole? Contemplate: ‘colui che conosce’, chiunque sia, deve prendersi la responsabilità della vostra sila. Portate questa consapevolezza a sorvegliare le vostre azioni e le parole. Per praticare sila, usate quella parte della mente che dirige le vostre azioni e che vi porta ad agire bene o male, a cacciare il furfante e a trasformarlo in uno sceriffo. Tenete ferma la mente capricciosa e portatela a servire e a prendersi la responsabilità di tutte le vostre azioni e parole. Osservate ciò e contemplatelo. Il Buddha ci ha esortato ad essere consapevoli delle nostre azioni. Chi è consapevole? Il corpo non ne sa niente; sa solo stare in piedi, camminare e cose del genere. Per poter fare qualsiasi cosa deve aspettare che qualcuno glielo ordini. La stessa cose vale per le mani, per la bocca.

La pratica comporta che si instauri sati – cioè la consapevolezza – in ‘colui che conosce’. ‘Colui che conosce’ è quell’intenzione della mente che prima ci portava ad uccidere esseri viventi, a rubare le cose altrui e a indulgere a una sessualità scorretta, a mentire, a calunniare, a parlare in modo sciocco e frivolo, a comportarci nei modi più sfrenati. E’ ‘colui che conosce’ che ci ha spinto a parlare; esso esiste nella mente. Focalizzate la consapevolezza (sati) – questa costante riflessione consapevole – su ‘colui che conosce’. Lasciate che la conoscenza si prenda cura della vostra pratica.

Usate sati, la consapevolezza, per mantenere la mente riflessiva, concentrata nel momento presente, ottenendo così la calma mentale. Fate che la mente badi a se stessa, e che lo faccia bene.

Mantenere sila – o in altre parole, prendersi cura delle azioni e delle parole – non è poi una cosa così difficile, se la mente sa badare a se stessa. Siate sempre consapevoli, ogni momento e in ogni postura: sdraiati, in piedi, camminando e seduti. Prima di compiere qualsiasi azione, prima di parlare o di impegnarvi in una conversazione, stabilite la consapevolezza, sati; dovete essere raccolti, prima di fare qualsiasi cosa. Non importa quello che direte, l’importante è raccogliersi nella mente. Esercitatevi fino a diventare molto abili. Praticate, in modo da essere sempre al corrente di ciò che capita nella mente; praticate fino a quando la consapevolezza diventi così naturale da essere presente ancora prima di agire o di parlare. E’ questo il modo per stabilire la consapevolezza nel cuore. E’ con ‘colui che conosce’ che sorvegliate voi stessi, perché tutte le azioni vengono da lui. E’ qui che hanno origine le intenzioni che produrranno l’azione ed è per questo che la pratica non avrà successo se fate svolgere questo compito a qualcun altro.

Le vostre parole e le vostre azioni, sempre tenute a bada, diventeranno aggraziate e piacevoli sia all’occhio che all’orecchio, mentre voi stessi, sarete perfettamente a vostro agio all’interno di questa disciplina. Se praticate la consapevolezza e il controllo fino a renderli atteggiamenti naturali, la mente diventerà ferma e risoluta nella pratica di sila. Farà costantemente attenzione alla pratica, riuscendo così a concentrarsi completamente. In altre parole, la pratica basata sul controllo e la disciplina, in cui vi prendete costantemente cura delle azioni e delle parole, in cui siete completamente responsabili del comportamento esteriore che avete, si chiama sila, mentre samadhi è caratterizzato dalla saldezza della consapevolezza, a sua volta derivato dalla ferma concentrazione nella pratica di sila. Queste sono le caratteristiche di samadhi, come fattore esterno della pratica. Ma vi è un lato più profondo e interiore.

Una volta che la mente sia concentrata nella pratica e che sila e samadhi si siano stabilizzati, sarete in grado di investigare e riflettere su ciò che è salutare e ciò che non lo è, chiedendo a voi stessi “questo è giusto? O non è giusto?”, man mano che sperimentate i vari contenuti mentali. Quando la mente entra in contatto con cose visive, con suoni, odori, gusti, con sensazioni tattili o con idee, ‘colui che conosce’ apparirà e stabilirà la consapevolezza del piacere e dispiacere, della felicità e della sofferenza, e di tutti gli oggetti mentali che si vanno sperimentando. Riuscirete finalmente a ‘vedere’ chiaramente e osserverete un’infinità di cose diverse.

Se siete consapevoli, vedrete i vari oggetti che passano nella mente e la reazione che accompagna l’esperienza di essi. ‘Colui che conosce’ li prenderà automaticamente come oggetti di contemplazione. Quando la mente è vigile e la consapevolezza ferma e stabile, noterete facilmente le reazioni che si manifestano per mezzo del corpo, della parola o della mente, man mano che si sperimentano questi oggetti mentali. Tale aspetto della mente che identifica e seleziona il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato, in mezzo agli oggetti mentali che rientrano nel campo della consapevolezza, è pañña, una pañña allo stadio iniziale, che maturerà con l’avanzare della pratica. Tutti questi vari aspetti della pratica sorgono dall’interno della mente. Il Buddha si riferì a queste caratteristiche chiamandole sila, samadhi e pañña.

Continuando la pratica, vedrete sorgere nella mente altri attaccamenti e illusioni. Questo significa che ora state attaccandovi a ciò che è buono e sano. Diventate timorosi di ogni caduta o errore della mente, temendo che il samadhi ne risenta. Nello stesso tempo cominciate ad essere diligenti nella pratica, ad amarla e a coltivarla, lavorandovi con grande energia.

Continuate a praticare così il più a lungo possibile, fino a quando forse raggiungerete il punto in cui non farete altro che giudicare e trovare errori in chiunque incontrate, ovunque andiate. Reagite continuamente con attrazione o avversione al mondo che vi circonda, diventando sempre più incerti sulla correttezza di ciò che fate. E’ come se foste ossessionati dalla pratica. Ma non preoccupatevene; a questo punto è meglio praticare troppo che troppo poco. Praticate molto e dedicatevi a sorvegliare il corpo, la parola e la mente. Di questo esercizio non ne farete mai abbastanza. Tenetevi ancorati agli oggetti mentali rappresentati dalla consapevolezza e dal controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente, e dalla discriminazione tra giusto e sbagliato. In questo modo svilupperete sempre più la concentrazione e rimanendo costantemente e fermamente ancorati a questo modo di praticare, la mente diventerà essa stessa sila, samadhi e pañña, le caratteristiche della pratica come descritte negli insegnamenti tradizionali.

Man mano che continuate a sviluppare la pratica, queste differenti caratteristiche e qualità, si perfezioneranno nella mente. Tuttavia la pratica di sila, samadhi pañña, a questo livello non è sufficiente per produrre i fattori di jhana (assorbimento meditativo) – la pratica è ancora troppo grossolana. Eppure la mente è abbastanza raffinata (sempre relativamente alla grossolanità di base!). E tale appare a una normale persona non illuminata, che non abbia curato troppo la propria mente e che non abbia praticato la meditazione e la consapevolezza.

A questo livello si può sentire un certo senso di soddisfazione per riuscire a praticare al massimo delle proprie possibilità e lo vedrete da soli. E’ qualcosa che solo il praticante può sperimentare all’interno della propria mente. E se questo avviene, potete ritenervi già sulla giusta via. State camminando solo all’inizio del sentiero – ai livelli più elementari – ma, per certi versi, questi sono gli stadi più difficili. State praticando sila, samadhi e pañña e dovete continuare a praticarli sempre tutti e tre, poiché se ne manca anche solo uno, la pratica non si svilupperà in modo corretto. Più cresce sila, più solida e concentrata diviene la mente. Più la mente è stabile più consistente diventa pañña, e così via; ogni parte della pratica sostiene e si collega all’altra.

Man mano che approfondite e raffinate la pratica, sila, samadhi paññamatureranno insieme sgorgando dalla stessa fonte, come infatti si sono raffinate sbozzandosi dallo stesso materiale grezzo. In altre parole, il Sentiero ha inizi grossolani, ma raffinando ed esercitando la mente con la meditazione e la riflessione, tutto diventa via via più raffinato.

Quando la mente è più raffinata, la pratica della consapevolezza si focalizza meglio, poiché è concentrata su un’area più ristretta. Anzi, la pratica diventa molto più facile, quando la mente si concentra sempre di più su se stessa. Ormai non fate più grossi sbagli, ormai, quando la mente è presa in qualche problema, quando sorgono dubbi se è giusto o no agire o dire certe cose, semplicemente fermate la proliferazione mentale e, intensificando gli sforzi nella pratica, continuate a volgere l’attenzione sempre più in profondità in voi stessi. Così la pratica del samadhi diverrà vieppiù ferma e concentrata, mentre la pratica di pañña si rafforza, permettendo di vedere le cose più chiaramente e più naturalmente.

Il risultato è che potrete vedere la mente e i suoi oggetti nitidamente, senza dover fare distinzione fra mente, corpo e parola. Continuando a volgere l’attenzione all’interno di sé e continuando a riflettere sul Dhamma, la facoltà della saggezza gradualmente maturerà fino al punto che potrete contemplare la mente e gli oggetti mentali soltanto, ciò significa che state cominciando a sperimentare il corpo come immateriale. Quando l’intuizione è così sviluppata, non andrete più a tentoni, incerti su come interpretare il corpo e il suo modo di essere. La mente sperimenterà le caratteristiche fisiche del corpo come oggetti senza forma con cui essa entra in contatto. Infine, contemplerete solo la mente e gli oggetti mentali, cioè quegli oggetti che arrivano a livello di coscienza.

Esaminando ora la vera natura della mente, osserverete che, nel suo stato naturale, non ha preoccupazioni o ambizioni che la sommergano. E’ come una bandiera che sia stata legata all’estremità di un’asta; se niente la muove rimarrà così, tranquilla. E se si muove significa che c’è del vento, una forza esterna che la fa agitare. Allo stato naturale, la mente fa lo stesso – in essa non vi è né amore né odio, né disapprovazione. Essa è indipendente, in uno stato di purezza che è completamente chiaro, raggiante, non offuscato. Nel suo stato puro la mente è pacifica, senza felicità o sofferenza, – in effetti non sperimenta nessun vedana(sensazione). E’ questo il vero stato della mente.

Lo scopo della pratica, quindi, è guardarsi internamente, cercando e investigando fino a quando troverete la mente originale. La mente originale è detta anche la mente pura. La mente pura è la mente senza attaccamenti. E’ in uno stato di perenne conoscenza e attenzione, completamente consapevole di ciò che sta sperimentando. Quando la mente è così non vi sono oggetti mentali piacevoli o spiacevoli che la possano turbare, non li insegue. La mente non ‘diventa’ nulla. In altre parole, nulla può scuoterla. La mente conosce se stessa come purezza. Si è evoluta verso una vera, completa indipendenza; ha raggiunto il suo stato originale.

E come ha potuto raggiungere questo stato originale? Attraverso la facoltà della consapevolezza, riflettendo con saggezza e vedendo che tutte le cose sono solo condizioni che sorgono dal mutuo interagire degli elementi, senza che vi sia nessuno che li controlli. E così capita anche quando sperimentiamo la gioia e la sofferenza. Questi stati mentali sono solo “felicità” e “sofferenza”. Non vi è qualcuno che ‘ha’ la felicità, la mente non ‘possiede’ la sofferenza; gli stati mentali non ‘appartengono’ alla mente. Osservatelo voi stessi. In effetti, queste sono cose che non riguardano la mente, sono separate, distinte da essa. La felicità è solo uno stato di felicità; la sofferenza è solo uno stato di sofferenza. Voi siete solo coloro che sanno questo.

In passato, a causa delle radici dell’avidità, dell’odio e dell’illusione presenti nella mente, essa avrebbe reagito immediatamente quando entravate in contatto con qualcosa di piacevole o spiacevole, e attraverso questa reazione vi sareste ‘impadroniti’ di quell’oggetto mentale, sperimentandolo come sofferenza o gioia. E così potrà avvenire ancora fino a quando la mente non conoscerà se stessa, fino a quando non sarà chiara e illuminata. Quando la mente non è libera, si lascia influenzare da qualsiasi oggetto mentale le capiti di sperimentare. In altre parole, non ha un rifugio, è incapace di dipendere veramente da se stessa. In questa situazione, quando ricevete una piacevole impressione mentale diventate allegri o diventate tristi quando l’oggetto mentale è spiacevole. Così la mente dimentica se stessa.

La mente originale, invece, è al di là del bene e del male, poiché questa è la natura originale della mente. E’ un’illusione essere felici per aver sperimentato un oggetto mentale piacevole. E’ un’illusione essere tristi per aver sperimentato un oggetto mentale spiacevole. Gli oggetti mentali sorgono con il mondo, sono il mondo. Danno l’avvio alla felicità e alla sofferenza, al bene e al male, e a tutto ciò che è soggetto all’impermanenza e all’incertezza. Quando vi separate dalla mente originale, tutto diventa incerto: solo una catena interminabile di nascita e morte, dubbi e apprensioni, sofferenza e fatica, senza la possibilità di fermare, di far cessare tutto ciò. E’ questa la ruota eterna delle rinascite.

Samadhi significa la mente fermamente concentrata, e più praticate più la mente diventa stabile. Più la mente è concentrata, più essa diventa risoluta nella pratica. Più contemplate, più diventate fiduciosi e la mente diventerà così stabile che non potrà più essere smossa da nulla. Sapete perfettamente che nessun oggetto mentale la può scuotere. Gli oggetti mentali sono oggetti mentali; la mente è la mente. La mente sperimenta stati mentali buoni o cattivi, felicità e sofferenza, perché viene illusa dagli oggetti mentali. La mente che non si fa ingannare non può essere turbata da nulla, poiché nello stato di consapevolezza, vede tutte le cose come elementi naturali che sorgono e scompaiono: solo questo! Si può avere questo tipo di esperienza anche quando non si è riusciti a lasciar andare completamente.

Semplificando, lo stato che è sorto, è la mente stessa. Se contemplate seguendo la verità delle cose così come sono, vi accorgerete che esiste un solo sentiero e che è vostro dovere seguirlo. Significa che sapete, fin dall’inizio, che gli stati mentali di felicità e dolore non sono il sentiero da seguire. E’ qualcosa che dovete capire da soli: è la verità delle cose così come sono! Siete in grado di capire tutto ciò – siete consapevoli con la giusta visione delle cose – ma allo stesso tempo non siete in grado di lasciar andare completamente i vostri attaccamenti.

Qual è allora il modo giusto di praticare? State nella via di mezzo, che vuol dire prendere nota dei vari stati di gioia e dolore, ma contemporaneamente teneteli a debita distanza sia da un’esagerazione che dall’altra. Questa è la via corretta di praticare: mantenere la consapevolezza anche se non siete in grado di lasciar andare. E’ la via più giusta, poiché, anche se la mente è aggrappata ai vari stati di gioia o sofferenza, vi è sempre la consapevolezza di questo attaccamento. Ciò significa che quando la mente si attacca a stati di felicità, voi non le date importanza e non ne gioite e altrettanto non criticate gli stati di sofferenza. In questo modo potete veramente osservare la mente così com’è. Quando praticate fino al punto di portare la mente oltre la gioia e l’infelicità, automaticamente sorgerà l’equanimità, e voi non dovrete fare altro che contemplarla come un oggetto mentale e seguirla, pian pianino. Il cuore sa dove andare per essere oltre le negatività, e anche se non è ancora pronto a trascenderle, le mette da parte e continua a praticare.

Quando sorge la felicità e la mente vi si attacca, prendete proprio questa felicità come oggetto di contemplazione; lo stesso, se la mente si attacca all’infelicità, prendete questa infelicità come oggetto di contemplazione. Finalmente la mente raggiungerà uno stadio in cui sarà pienamente consapevole sia della felicità che dell’infelicità. E questo accadrà quando sarà in grado di mettere da parte sia la felicità che la sofferenza, sia il piacere che la tristezza, quando sarà in grado di mettere da parte il mondo per diventare allora il ‘conoscitore dei mondi’. Una volta che la mente ‘colei che conosce’ – può lasciar andare, è qui che si stabilizzerà ed allora la pratica diventa veramente interessante.

Ogni volta che vi è attaccamento nella mente, continuate a battere su quel punto, senza lasciar andare. Se c’è attaccamento alla felicità, continuate a meditarvi sopra, senza permettere che la mente si allontani da quello stato d’animo. Se la mente si attacca alla sofferenza, afferratevi a ciò, tenendovi ben stretti e contemplando subito quella disposizione d’animo. Anche se la mente è intrappolata in uno stato mentale negativo, riconoscetelo come uno stato d’animo negativo e la mente non ne sarà più distratta. E’ come quando si capita in un cespuglio di rovi; ovviamente non lo fate appositamente, anzi cercate di evitarlo, ma può capitare che vi troviate a camminare tra le spine. E come vi sentite allora? Naturalmente provate avversione. Anche se lo sapete, non potete fare a meno di essere ‘in mezzo alle spine’. La mente continua ancora a inseguire i vari stati di felicità e sofferenza, ma non indulge in essi. Il vostro è un continuo sforzo per eliminare ogni attaccamento dalla mente, per eliminare e per ripulire la mente da tutto ciò che è esteriore, mondano.

Alcuni vogliono pacificare la mente, ma essi stessi non sanno che cos’è la pace. Non sanno che cos’è una mente tranquilla! Vi sono due tipi di tranquillità mentale: uno è la pace che viene per mezzo del samadhi,l’altro è la pace che viene da pañña. La mente che è calma per mezzo disamadhi è una mente ancora in preda all’illusione. La pace che si raggiunge per mezzo del solo samadhi, dipende dal fatto che la mente è separata dagli oggetti mentali. Quando non sperimenta alcun oggetto mentale, allora è calma, e perciò uno si attacca alla felicità collegata a questa pace. Tuttavia, quando c’è il contatto con i sensi, la mente vi si precipita dentro subito, poiché ha paura degli oggetti mentali. Ha paura della felicità e della sofferenza; ha paura della lode e della critica, ha paura delle forme, dei suoni, degli odori e dei gusti. Chi ha la pace per mezzo di samadhi ha paura di tutto e non vuole essere coinvolto in niente e con nessuno. La gente che pratica samadhi in questo modo, vorrebbe isolarsi in una grotta, dove può sperimentare in pieno la beatitudine delsamadhi, senza mai doverne uscire fuori. Appena trovano un posto isolato, vi si intrufolano e vi si nascondono.

Questo tipo di samadhi porta con sé molta sofferenza: per loro è difficile uscirne fuori e avvicinarsi agli altri. Non vogliono vedere forme o udire suoni. Non vogliono sperimentare completamente nulla! Devono vivere in appositi luoghi particolarmente tranquilli, dove nessuno possa disturbarli con la presenza o con le parole.

Questo tipo di pace non è utile allo scopo. Quando avete raggiunto un normale livello di calma, allontanatevene. Il Buddha non ci ha insegnato a praticare samadhi nell’illusione. Se vi accorgete di praticare in questa maniera, smettete subito. Se la mente ha raggiunto la calma, usate questa calma come base di contemplazione. Contemplate la pace della concentrazione e usatela per collegare la mente con i vari oggetti mentali che sperimenta, riflettendoci poi sopra. Contemplate le tre caratteristiche di aniccam (impermanenza), dukkham (sofferenza) e anatta (non-sé). Riflettete e quando avrete contemplato abbastanza, potete ristabilire senza pericolo la calma del samadhi, sedendo in meditazione e poi, una volta riottenuta la calma, riprendete la contemplazione. Man mano che acquistate conoscenza, usatela per combattere le negatività e allenare la mente.

La pace che viene per mezzo di pañña è un’altra cosa, perché quando la mente lascia lo stato di calma, la presenza di pañña la salva dal timore per le forme, i suoni, gli odori, i gusti, le sensazioni tattili e le idee. Vuol dire che ogni volta che c’è un contatto sensoriale, la mente è subito consapevole dell’oggetto mentale e lo lascia perdere – la consapevolezza è abbastanza acuta per poterlo fare immediatamente. Questa è la pace che arriva per mezzo di pañña.

Quando praticate in questo modo, la mente diventa molto più raffinata di quando sviluppavate solo samadhi. La mente diventa potentissima e non cerca più di scappare. E’ questa energia che allontana ogni timore. Prima avevate paura di ogni esperienza, ma ora conoscete gli oggetti mentali per quello che sono e non ne siete quindi più spaventati. Conoscete la vostra stessa forza mentale e non ne siete più intimoriti. Quando vedete una forma, la contemplate; quando udite un suono, lo contemplate. Diventate abili nella contemplazione degli oggetti mentali e comunque essi siano, li potete lasciar andare. Vedete chiaramente la felicità e la lasciate andare. Qualsiasi cosa vediate, la lasciate subito andare. In tal modo tutti gli oggetti mentali perdono la loro forza e non possono più trascinarvi con loro. Quando sorgono queste caratteristiche nella mente del praticante, si può cambiare il nome della pratica, chiamandola vipassana, che significa chiara conoscenza in accordo con la verità. E’ tutto qui: conoscenza in accordo con la verità sulle cose così come sono. Questa è pace al più alto livello, la pace di vipassana.

Il vero scopo della pratica, quindi, non è sviluppare samadhi, sedendosi in meditazione e aggrappandosi a quello stato di beatitudine che procura. Dovete anzi evitare questo stato. Il Buddha ha detto che dovete combattere apertamente la vostra battaglia, non nascondervi in una trincea cercando di evitare le pallottole del nemico. Quando è il momento di lottare, dovete saltar fuori con le armi in pugno, dovete per forza uscire dal nascondiglio. Non potete più stare lì a poltrire quando è tempo di battaglia. Questa è la pratica. Non dovete permettere che la mente si nasconda, acquattandosi nell’ombra.

Ho spiegato la pratica a grandi linee, affinché non abbiate ad impantanarvi nel dubbio, affinché non vi siano esitazioni sul modo di praticare. Quando c’è la felicità, osservate quella felicità; quando c’è la sofferenza, osservate quella sofferenza. E così stabilizzati nella consapevolezza, provate a lasciarle andare entrambe, a metterle da parte. Ora che le avete osservate e quindi le conoscete, continuate a lasciarle andare. Non è importante che meditiate seduti o camminando, se continuate a pensare non fa niente. La cosa importante è essere sempre e continuamente consapevoli della propria mente. Se vi trovate invischiati in troppe proliferazioni mentali, raccoglietele tutte insieme, e contemplatele come se fossero un tutt’uno. Ne taglierete l’energia alla radice dicendo: “Tutti questi pensieri, queste idee e immaginazioni sono semplicemente delle proliferazioni mentali e basta. Tutto ciò è aniccam, dukkham anatta. In nessuno di loro risiede la certezza”. E poi lasciatele subito perdere.

© Ass. Santacittarama (& Wat Nong Pah Pong), 2006. Tutti i diritti sono riservati. SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE
GRATUITA. 
On the Road to PeaceThe battles in the worldDo everything with a mind that knows how to let go.
Do not expect any reward or prize.
If you let go a little, you’ll have a little peace.
If you let go completely, you will know complete freedom andpeace.
Your battles with the world come to an end.

Achaan Chah

Peace is every step

Peace is every step.
The shining red sun is my heart.
Each flower smiles with me.
Rigloglio how green all around!
How cool the wind blowing!
Peace is every step.
It is the joyful endless path.

Peace is every step – Thich Nhat Hanh

The Path to Peace

Today I will give a teaching particularly for you as monks and novices, so please determine your hearts and minds to listen. There is nothing else for us to talk about other than the practice of the DhammaVinaya (Truth and Discipline).

Every one of you should clearly understand that now you have been ordained as Buddhist monks and novices and should be conducting yourselves appropriately. We have all experienced the lay life, which is characterised by confusion and a lack of formal Dhamma practice; now, having taken up the form of a Buddhistsamana1, some fundamental changes have to take place in our minds so that we differ from lay people in the way we think. We must try to make all of our speech and actions – eating and drinking, moving around, coming and going – befitting for one who has been ordained as a spiritual seeker, who the Buddha referred to as a samana. What he meant was someone who is calm and restrained. Formerly, as lay people, we didn’t understand what it meant to be a samana, that sense of peacefulness and restraint. We gave full license to our bodies and minds to have fun and games under the influence of craving and defilement. When we experienced pleasant ārammana2, these would put us into a good mood, unpleasant mind-objects would put us into a bad one – this is the way it is when we are caught in the power of mind-objects. The Buddha said that those who are still under the sway of mind-objects aren’t looking after themselves. They are without a refuge, a true abiding place, and so they let their minds follow moods of sensual indulgence and pleasure-seeking and get caught into suffering, sorrow, lamentation, pain, grief and despair. They don’t know how or when to stop and reflect upon their experience.

In Buddhism, once we have received ordination and taken up the life of the samana, we have to adjust our physical appearance in accordance with the external form of the samana: we shave our heads, trim our nails and don the brown bhikkhus’3 robes – the banner of the Noble Ones, the Buddha and the Arahants4. We are indebted to the Buddha for the wholesome foundations he established and handed down to us, which allow us to live as monks and find adequate support. Our lodgings were built and offered as a result of the wholesome actions of those with faith in the Buddha and His teachings. We do not have to prepare our food because we are benefiting from the roots laid down by the Buddha. Similarly, we have inherited the medicines, robes and all the other requisites that we use from the Buddha. Once ordained as Buddhist monastics, on the conventional level we are called monks and given the title ‘Venerable’5; but simply having taken on the external appearance of monks does not make us truly venerable. Being monks on the conventional level means we are monks as far as our physical appearance goes. Simply by shaving our heads and putting on brown robes we are called ‘Venerable’, but that which is truly worthy of veneration has not yet arisen within us – we are still only ‘Venerable’ in name. It’s the same as when they mould cement or cast brass into a Buddha image: they call it a Buddha, but it isn’t really that. It’s just metal, wood, wax or stone. That’s the way conventional reality is.

It’s the same for us. Once we have been ordained, we are given the title Venerable Bhikkhu, but that alone doesn’t make us venerable. On the level of ultimate reality – in other words, in the mind – the term still doesn’t apply. Our minds and hearts have still not been fully perfected through the practice with such qualities as mettā (kindness), karunā (compassion), muditā (sympathetic joy) and upekkhā (equanimity). We haven’t reached full purity within. Greed, hatred and delusion are still barring the way, not allowing that which is worthy of veneration to arise.

Our practice is to begin destroying greed, hatred and delusion – defilements which for the most part can be found within each and every one of us. These are what hold us in the round of becoming and birth and prevent us from achieving peace of mind. Greed, hatred and delusion prevent the samana – peacefulness – from arising within us. As long as this peace does not arise, we are still not samana; in other words, our hearts have not experienced the peace that is free from the influence of greed, hatred and delusion. This is why we practise – with the intention of expunging greed, hatred and delusion from our hearts. It is only when these defilements have been removed that we can reach purity, that which is truly venerable.

Internalising that which is venerable within your heart doesn’t involve working only with the mind, but your body and speech as well. They have to work together. Before you can practise with your body and speech, you must be practising with your mind. However, if you simply practise with the mind, neglecting body and speech, that won’t work either. They are inseparable. Practising with the mind until it’s smooth, refined and beautiful is similar to producing a finished wooden pillar or plank: before you can obtain a pillar that is smooth, varnished and attractive, you must first go and cut a tree down. Then you must cut off the rough parts – the roots and branches – before you split it, saw it and work it. Practising with the mind is the same as working with the tree, you have to work with the coarse things first. You have to destroy the rough parts: destroy the roots, destroy the bark and everything which is unattractive, in order to obtain that which is attractive and pleasing to the eye. You have to work through the rough to reach the smooth. Dhamma practice is just the same. You aim to pacify and purify the mind, but it’s difficult to do. You have to begin practising with externals – body and speech – working your way inwards until you reach that which is smooth, shining and beautiful. You can compare it with a finished piece of furniture, such as these tables and chairs. They may be attractive now, but once they were just rough bits of wood with branches and leaves, which had to be planed and worked with. This is the way you obtain furniture that is beautiful or a mind that is perfect and pure.

Therefore the right path to peace, the path the Buddha laid down, which leads to peace of mind and the pacification of the defilements, is sīla (moral restraint), samādhi (concentration) andpaññā (wisdom). This is the path of practice. It is the path that leads you to purity and leads you to realise and embody the qualities of the samana. It is the way to the complete abandonment of greed, hatred and delusion. The practice does not differ from this whether you view it internally or externally.

This way of training and maturing the mind – which involves the chanting, the meditation, the Dhamma talks and all the other parts of the practice – forces you to go against the grain of the defilements. You have to go against the tendencies of the mind, because normally we like to take things easy, to be lazy and avoid anything which causes us friction or involves suffering and difficulty. The mind simply doesn’t want to make the effort or get involved. This is why you have to be ready to endure hardship and bring forth effort in the practice. You have to use the dhammaof endurance and really struggle. Previously your bodies were simply vehicles for having fun, and having built up all sorts of unskilful habits it’s difficult for you to start practising with them. Before, you didn’t restrain your speech, so now it’s hard to start restraining it. But as with that wood, it doesn’t matter how troublesome or hard it seems: before you can make it into tables and chairs, you have to encounter some difficulty. That’s not the important thing; it’s just something you have to experience along the way. You have to work through the rough wood to produce the finished pieces of furniture.

The Buddha taught that this is the way the practice is for all of us. All of his disciples who had finished their work and become fully enlightened, had, (when they first came to take ordination and practise with him) previously been puthujjana (ordinary worldlings). They had all been ordinary unenlightened beings like ourselves, with arms and legs, eyes and ears, greed and anger – just the same as us. They didn’t have any special characteristics that made them particularly different from us. This was how both the Buddha and his disciples had been in the beginning. They practised and brought forth enlightenment from the unenlightened, beauty from the ugliness and great benefit from that which was virtually useless. This work has continued through successive generations right up to the present day. It is the children of ordinary people – farmers, traders and businessmen – who, having previously been entangled in the sensual pleasures of the world, go forth to take ordination. Those monks at the time of the Buddha were able to practise and train themselves, and you must understand that you have the same potential. You are made up of the five khandhas6 (aggregates), just the same. You also have a body, pleasant and unpleasant feelings, memory and perception, thought formations and consciousness – as well as a wandering and proliferating mind. You can be aware of good and evil. Everything’s just the same. In the end, that combination of physical and mental phenomena present in each of you, as separate individuals, differs little from that found in those monastics who practised and became enlightened under the Buddha. They had all started out as ordinary, unenlightened beings. Some had even been gangsters and delinquents, while others were from good backgrounds. They were no different from us. The Buddha inspired them to go forth and practise for the attainment of magga (the Noble Path) and phala (Fruition)7, and these days, in similar fashion, people like yourselves are inspired to take up the practice of sīlasamādhi and paññā.

Sīlasamādhi and paññā are the names given to the different aspects of the practice. When you practise sīlasamādhi and paññā, it means you practise with yourselves. Right practice takes place here within you. Right sīla exists here, right samādhi exists here. Why? Because your body is right here. The practice of sīla involves every part of the body. The Buddha taught us to be careful of all our physical actions. Your body exists here! You have hands, you have legs right here. This is where you practise sīla. Whether your actions will be in accordance with sīla and Dhamma depends on how you train your body. Practising with your speech means being aware of the things you say. It includes avoiding wrong kinds of speech, namely divisive speech, coarse speech and unnecessary or frivolous speech. Wrong bodily actions include killing living beings, stealing and sexual misconduct.

It’s easy to reel off the list of wrong kinds of behaviour as found in the books, but the important thing to understand is that the potential for them all lies within us. Your body and speech are with you right here and now. You practise moral restraint, which means taking care to avoid the unskilful actions of killing, stealing and sexual misconduct. The Buddha taught us to take care with our actions from the very coarsest level. In the lay life you might not have had very refined moral conduct and frequently transgressed the precepts. For instance, in the past you may have killed animals or insects by smashing them with an axe or a fist, or perhaps you didn’t take much care with your speech: false speech means lying or exaggerating the truth; coarse speech means you are constantly being abusive or rude to others – ‘you scum,’ ‘you idiot,’ and so on; frivolous speech means aimless chatter, foolishly rambling on without purpose or substance. We’ve indulged in it all. No restraint! In short, keeping sīla means watching over yourself, watching over your actions and speech.

So who will do the watching over? Who will take responsibility for your actions? When you kill some animal, who is the one who knows? Is your hand the one who knows, or is it someone else? When you steal someone else’s property, who is aware of the act? Is your hand the one who knows? This is where you have to develop awareness. Before you commit some act of sexual misconduct, where is your awareness? Is your body the one who knows? Who is the one who knows before you lie, swear or say something frivolous? Is your mouth aware of what it says, or is the one who knows in the words themselves? Contemplate this: whoever it is who knows is the one who has to take responsibility for your sīla. Bring that awareness to watch over your actions and speech. That knowing, that awareness is what you use to watch over your practice. To keep sīla, you use that part of the mind which directs your actions and which leads you to do good and bad. You catch the villain and transform him into a sheriff or a mayor. Take hold of the wayward mind and bring it to serve and take responsibility for all your actions and speech. Look at this and contemplate it. The Buddha taught us to take care with our actions. Who is it who does the taking care? The body doesn’t know anything; it just stands, walks around and so on. The hands are the same; they don’t know anything. Before they touch or take hold of anything, there has to be someone who gives them orders. As they pick things up and put them down there has to be someone telling them what to do. The hands themselves aren’t aware of anything; there has to be someone giving them orders. The mouth is the same – whatever it says, whether it tells the truth or lies, is rude or divisive, there must be someone telling it what to say.

The practice involves establishing sati, mindfulness, within this ‘one who knows.’ The ‘one who knows’ is that intention of mind, which previously motivated us to kill living beings, steal other people’s property, indulge in illicit sex, lie, slander, say foolish and frivolous things and engage in all the kinds of unrestrained behaviour. The ‘one who knows’ led us to speak. It exists within the mind. Focus your mindfulness or sati – that constant recollectedness – on this ‘one who knows.’ Let the knowing look after your practice.

In practice, the most basic guidelines for moral conduct stipulated by the Buddha were: to kill is evil, a transgression of sīla; stealing is a transgression; sexual misconduct is a transgression; lying is a transgression; vulgar and frivolous speech are all transgressions of sīla. You commit all this to memory. It’s the code of moral discipline, as laid down by the Buddha, which encourages you to be careful of that one inside of you who was responsible for previous transgressions of the moral precepts. That one, who was responsible for giving the orders to kill or hurt others, to steal, to have illicit sex, to say untrue or unskilful things and to be unrestrained in all sorts of ways – singing and dancing, partying and fooling around. The one who was giving the orders to indulge in all these sorts of behaviour is the one you bring to look after the mind. Use sati or awareness to keep the mind recollecting in the present moment and maintain mental composure in this way. Make the mind look after itself. Do it well.

If the mind is really able to look after itself, it is not so difficult to guard speech and actions, since they are all supervised by the mind. Keeping sīla – in other words taking care of your actions and speech – is not such a difficult thing. You sustain awareness at every moment and in every posture, whether standing, walking, sitting or lying down. Before you perform any action, speak or engage in conversation, establish awareness first – don’t act or speak first, establish mindfulness first and then act or speak. You must have sati, be recollecting, before you do anything. It doesn’t matter what you are going to say, you must first be recollecting in the mind. Practise like this until you are fluent. Practise so that you can keep abreast of what’s going on in the mind; to the point where mindfulness becomes effortless and you are mindful before you act, mindful before you speak. This is the way you establish mindfulness in the heart. It is with the ‘one who knows’ that you look after yourself, because all your actions spring from here.

This is where the intentions for all your actions originate and this is why the practice won’t work if you try to bring in someone else to do the job. The mind has to look after itself; if it can’t take care of itself, nothing else can. This is why the Buddha taught that keeping sīla is not that difficult, because it simply means looking after your own mind. If mindfulness is fully established, whenever you say or do something harmful to yourself or others, you will know straight away. You know that which is right and that which is wrong. This is the way you keep sīla. You practise with your body and speech from the most basic level.

By guarding your speech and actions they become graceful and pleasing to the eye and ear, while you yourself remain comfortable and at ease within the restraint. All your behaviour, manners, movements and speech become beautiful, because you are taking care to reflect upon, adjust and correct your behaviour. You can compare this with your dwelling place or the meditation hall. If you are regularly cleaning and looking after your dwelling place, then both the interior and the area around it will be pleasant to look at, rather than a messy eyesore. This is because there is someone looking after it. Your actions and speech are similar. If you are taking care with them, they become beautiful, and that which is evil or dirty will be prevented from arising.

Ādikalyānamajjhekalyānapariyosānakalyāna: beautiful in the beginning, beautiful in the middle and beautiful in the end; or harmonious in the beginning, harmonious in the middle and harmonious in the end. What does that mean? Precisely that the practice of sīlasamādhi and paññā is beautiful. The practice is beautiful in the beginning. If the beginning is beautiful, it follows that the middle will be beautiful. If you practise mindfulness and restraint until it becomes comfortable and natural to you – so that there is a constant vigilance – the mind will become firm and resolute in the practise of sīla and restraint. It will be consistently paying attention to the practice and thus become concentrated. That characteristic of being firm and unshakeable in the monastic form and discipline and unwavering in the practice of mindfulness and restraint can be referred to as ‘samādhi.’

That aspect of the practice characterised by a continuous restraint, where you are consistently taking care with your actions and speech and taking responsibility for all your external behaviour, is referred to as sīla. The characteristic of being unwavering in the practice of mindfulness and restraint is calledsamādhi. The mind is firmly concentrated in this practice of sīlaand restraint. Being firmly concentrated in the practice of sīlameans that there is an evenness and consistency to the practice of mindfulness and restraint. These are the characteristics of samādhias an external factor in the practice, used in keeping sīla. However, it also has an inner, deeper side to it. It is essential that you develop and maintain sīla and samādhi from the beginning – you have to do this before anything else.

Once the mind has an intentness in the practice and sīla andsamādhi are firmly established, you will be able to investigate and reflect on that which is wholesome and unwholesome – asking yourself… ‘Is this right?’… ‘Is that wrong?’ – as you experience different mind-objects. When the mind makes contact with different sights, sounds, smells, tastes, tactile sensations or ideas, the ‘one who knows’ will arise and establish awareness of liking and disliking, happiness and suffering and the different kinds of mind-objects that you experience. You will come to see clearly, and see many different things.

If you are mindful, you will see the different objects which pass into the mind and the reaction which takes place upon experiencing them. The ‘one who will automatically take them up as objects for contemplation. Once the mind is vigilant and mindfulness is firmly established, you will note all the reactions displayed through either body, speech or mind, as mind-objects are experienced. That aspect of the mind which identifies and selects the good from the bad, the right from the wrong, from amongst all the mind-objects within your field of awareness, ispaññā. This is paññā in its initial stages and it matures as a result of the practice. All these different aspects of the practice arise from within the mind. The Buddha referred to these characteristics assīlasamādhi and paññā. This is the way they are, as practised in the beginning.

As you continue the practice, fresh attachments and new kinds of delusion begin to arise in the mind. This means you start clinging to that which is good or wholesome. You become fearful of any blemishes or faults in the mind – anxious that your samādhiwill be harmed by them. At the same time you begin to be diligent and hard working, and to love and nurture the practice. Whenever the mind makes contact with mind-objects, you become fearful and tense. You become aware of other people’s faults as well, even the slightest things they do wrong. It’s because you are concerned for your practice. This is practising sīlasamādhi and paññā on one level – on the outside – based on the fact that you have established your views in accordance with the form and foundations of practice laid down by the Buddha. Indeed, these are the roots of the practice and it is essential to have them established in the mind.

You continue to practise like this as much as possible, until you might even reach the point where you are constantly judging and picking fault with everyone you meet, wherever you go. You are constantly reacting with attraction and aversion to the world around you, becoming full of all kinds of uncertainty and continually attaching to views of the right and wrong way to practise. It’s as if you have become obsessed with the practice. But you don’t have to worry about this yet – at that point it’s better to practise too much than too little. Practise a lot and dedicate yourself to looking after body, speech and mind. You can never really do too much of this. This is said to be practising sīla on one level; in fact, sīlasamādhi and paññā are all in there together.

If you were to describe the practice of sīla at this stage, in terms of pāramī8 (spiritual perfections), it would be dāna pāramī (the spiritual perfection of giving), or sīla pāramī (the spiritual perfection of moral restraint). This is the practice on one level. Having developed this much, you can go deeper in the practice to the more profound level of dāna upapāramī9 and sīla upapāramī. These arise out of the same spiritual qualities, but the mind is practising on a more refined level. You simply concentrate and focus your efforts to obtain the refined from the coarse.

Once you have gained this foundation in your practice, there will be a strong sense of shame and fear of wrong-doing established in the heart. Whatever the time or place – in public or in private – this fear of wrong doing will always be in the mind. You become really afraid of any wrong doing. This is a quality of mind that you maintain throughout every aspect of the practice. The practice of mindfulness and restraint with body, speech and mind and the consistent distinguishing between right and wrong is what you hold as the object of mind. You become concentrated in this way and by firmly and unshakeably attaching to this way of practice, it means the mind actually becomes sīlasamādhi and paññā – the characteristics of the practice as described in the conventional teachings.

As you continue to develop and maintain the practice, these different characteristics and qualities are perfected together in the mind. However, practising sīlasamādhi and paññā at this level is still not enough to produce the factors of jhāna10 (meditative absorption) – the practice is still too coarse. Still, the mind is already quite refined – on the refined side of coarse! For an ordinary unenlightened person who has not been looking after the mind or practised much meditation and mindfulness, just this much is already something quite refined. It’s like a poor person – owning two or three pounds can mean a lot, though for a millionaire it’s almost nothing. This is the way it is. A few quid is a lot when you’re down and out and hard up for cash, and in the same way, even though in the early stages of the practice you might still only be able to let go of the coarser defilements, this can still seem quite profound to one who is unenlightened and has never practised or let go of defilements before. At this level, you can feel a sense of satisfaction with being able to practise to the full extent of your ability. This is something you will see for yourself; it’s something that has to be experienced within the mind of the practitioner.

If this is so, it means that you are already on the path, i.e. practising sīlasamādhi and paññā. These must be practised together, for if any are lacking, the practice will not develop correctly. The more your sīla improves, the firmer the mind becomes. The firmer the mind is, the bolder paññā becomes and so on… each part of the practice supporting and enhancing all the others. In the end, because the three aspects of the practice are so closely related to each other, these terms virtually become synonymous. This is characteristic of sammā patipadā (right practice), when you are practising continuously, without relaxing your effort.

If you are practising in this way, it means that you have entered upon the correct path of practice. You are travelling along the very first stages of the path – the coarsest level – which is something quite difficult to sustain. As you deepen and refine the practice,sīlasamādhi and paññā will mature together from the same place – they are refined down from the same raw material. It’s the same as our coconut palms. The coconut palm absorbs the water from the earth and pulls it up through the trunk. By the time the water reaches the coconut itself, it has become clean and sweet, even though it is derived from that plain water in the ground. The coconut palm is nourished by what are essentially the coarse earth and water elements, which it absorbs and purifies, and these are transformed into something far sweeter and purer than before. In the same way, the practice of sīlasamādhi and paññā – in other words Magga – has coarse beginnings, but, as a result of training and refining the mind through meditation and reflection, it becomes increasingly subtle.

As the mind becomes more refined, the practice of mindfulness becomes more focused, being concentrated on a more and more narrow area. The practice actually becomes easier as the mind turns more and more inwards to focus on itself. You no longer make big mistakes or go wildly wrong. Now, whenever the mind is affected by a particular matter, doubts will arise – such as whether acting or speaking in a certain way is right or wrong – you simply keep halting the mental proliferation and, through intensifying effort in the practice, continue turning your attention deeper and deeper inside. The practice of samādhi will become progressively firmer and more concentrated. The practice of paññā is enhanced so that you can see things more clearly and with increasing ease.

The end result is that you are clearly able to see the mind and its objects, without having to make any distinction between the mind, body or speech. You no longer have to separate anything at all – whether you are talking about the mind and the body or the mind and its objects. You see that it is the mind which gives orders to the body. The body has to depend on the mind before it can function. However, the mind itself is constantly subject to different objects contacting and conditioning it before it can have any effect on the body. As you continue to turn attention inwards and reflect on the Dhamma, the wisdom faculty gradually matures, and eventually you are left contemplating the mind and mind-objects – which means that you start to experience the body,rūpadhamma (material), as arūpadhamma (immaterial). Through your insight, you are no longer groping at or uncertain in your understanding of the body and the way it is. The mind experiences the body’s physical characteristics as arūpadhamma – formless objects – which come into contact with the mind. Ultimately, you are contemplating just the mind and mind-objects – those objects which come into your consciousness.

Now, examining the true nature of the mind, you can observe that in its natural state, it has no preoccupations or issues prevailing upon it. It’s like a piece of cloth or a flag that has been tied to the end of a pole. As long as it’s on its own and undisturbed, nothing will happen to it. A leaf on a tree is another example – ordinarily it remains quiet and unperturbed. If it moves or flutters this must be due to the wind, an external force. Normally, nothing much happens to leaves; they remain still. They don’t go looking to get involved with anything or anybody. When they start to move, it must be due to the influence of something external, such as the wind, which makes them swing back and forth. In its natural state, the mind is the same – in it, there exists no loving or hating, nor does it seek to blame other people. It is independent, existing in a state of purity that is truly clear, radiant and untarnished. In its pure state, the mind is peaceful, without happiness or suffering – indeed, not experiencing any vedanā (feeling) at all. This is the true state of the mind.

The purpose of the practice, then, is to seek inwardly, searching and investigating until you reach the original mind. The original mind is also known as the pure mind. The pure mind is the mind without attachment. It doesn’t get affected by mind-objects. In other words, it doesn’t chase after the different kinds of pleasant and unpleasant mind-objects. Rather, the mind is in a state of continuous knowing and wakefulness – thoroughly mindful of all it is experiencing. When the mind is like this, no pleasant or unpleasant mind-objects it experiences will be able to disturb it. The mind doesn’t ‘become’ anything. In other words, nothing can shake it. Why? Because there is awareness. The mind knows itself as pure. It has evolved its own, true independence; it has reached its original state. How is it able to bring this original state into existence? Through the faculty of mindfulness wisely reflecting and seeing that all things are merely conditions arising out of the influence of elements, without any individual being controlling them.

This is how it is with the happiness and suffering we experience. When these mental states arise, they are just ‘happiness’ and ‘suffering’. There is no owner of the happiness. The mind is not the owner of the suffering – mental states do not belong to the mind. Look at it for yourself. In reality these are not affairs of the mind, they are separate and distinct. Happiness is just the state of happiness; suffering is just the state of suffering. You are merely the knower of these. In the past, because the roots of greed, hatred and delusion already existed in the mind, whenever you caught sight of the slightest pleasant or unpleasant mind-object, the mind would react immediately – you would take hold of it and have to experience either happiness or suffering. You would be continuously indulging in states of happiness and suffering. That’s the way it is as long as the mind doesn’t know itself – as long as it’s not bright and illuminated. The mind is not free. It is influenced by whatever mind-objects it experiences. In other words, it is without a refuge, unable to truly depend on itself. You receive a pleasant mental impression and get into a good mood. The mind forgets itself.

In contrast, the original mind is beyond good and bad. This is the original nature of the mind. If you feel happy over experiencing a pleasant mind-object, that is delusion. If you feel unhappy over experiencing an unpleasant mind-object, that is delusion. Unpleasant mind-objects make you suffer and pleasant ones make you happy – this is the world. Mind-objects come with the world. They are the world. They give rise to happiness and suffering, good and evil, and everything that is subject to impermanence and uncertainty. When you separate from the original mind, everything becomes uncertain – there is just unending birth and death, uncertainty and apprehensiveness, suffering and hardship, without any way of halting it or bringing it to cessation. This is vatta (the endless round of rebirth).

Through wise reflection, you can see that you are subject to old habits and conditioning. The mind itself is actually free, but you have to suffer because of your attachments. Take, for example, praise and criticism. Suppose other people say you are stupid: why does that cause you to suffer? It’s because you feel that you are being criticised. You ‘pick up’ this bit of information and fill the mind with it. The act of ‘picking up,’ accumulating and receiving that knowledge without full mindfulness, gives rise to an experience that is like stabbing yourself. This is upādāna(attachment). Once you have been stabbed, there is bhava(becoming). Bhava is the cause for jāti (birth). If you train yourself not to take any notice of or attach importance to some of the things other people say, merely treating them as sounds contacting your ears, there won’t be any strong reaction and you won’t have to suffer, as nothing is created in the mind. It would be like listening to a Cambodian scolding you – you would hear the sound of his speech, but it would be just sound because you wouldn’t understand the meaning of the words. You wouldn’t be aware that you were being told off. The mind wouldn’t receive that information, it would merely hear the sound and remain at ease. If anybody criticised you in a language that you didn’t understand, you would just hear the sound of their voice and remain unperturbed. You wouldn’t absorb the meaning of the words and be hurt over them. Once you have practised with the mind to this point, it becomes easier to know the arising and passing away of consciousness from moment to moment. As you reflect like this, penetrating deeper and deeper inwards, the mind becomes progressively more refined, going beyond the coarser defilements.

Samādhi means the mind that is firmly concentrated, and the more you practise the firmer the mind becomes. The more firmly the mind is concentrated, the more resolute in the practice it becomes. The more you contemplate, the more confident you become. The mind becomes truly stable – to the point where it can’t be swayed by anything at all. You are absolutely confident that no single mind-object has the power to shake it. Mind-objects are mind-objects; the mind is the mind. The mind experiences good and bad mental states, happiness and suffering, because it is deluded by mind-objects. If it isn’t deluded by mind-objects, there’s no suffering. The undeluded mind can’t be shaken. This phenomenon is a state of awareness, where all things and phenomena are viewed entirely as dhātu11 (natural elements) arising and passing away – just that much. It might be possible to have this experience and yet still be unable to fully let go. Whether you can or can’t let go, don’t let this bother you. Before anything else, you must at least develop and sustain this level of awareness or fixed determination in the mind. You have to keep applying the pressure and destroying defilements through determined effort, penetrating deeper and deeper into the practice.

Having discerned the Dhamma in this way, the mind will withdraw to a less intense level of practice, which the Buddha and subsequent Buddhist scriptures describe as the Gotrabhū citta12. The Gotrabhū citta refers to the mind which has experienced going beyond the boundaries of the ordinary human mind. It is the mind of the puthujjana (ordinary unenlightened individual) breaking through into the realm of the ariyan (Noble One) – however, this phenomena still takes place within the mind of the ordinary unenlightened individual like ourselves. The Gotrabhūpuggala is someone, who, having progressed in their practice until they gain temporary experience of Nibbāna (enlightenment), withdraws from it and continues practising on another level, because they have not yet completely cut off all defilements. It’s like someone who is in the middle of stepping across a stream, with one foot on the near bank, and the other on the far side. They know for sure that there are two sides to the stream, but are unable to cross over it completely and so step back. The understanding that there exist two sides to the stream is similar to that of the Gotrabhū puggala or the Gotrabhū citta. It means that you know the way to go beyond the defilements, but are still unable to go there, and so step back. Once you know for yourself that this state truly exists, this knowledge remains with you constantly as you continue to practise meditation and develop your pāramī. You are both certain of the goal and the most direct way to reach it.

Simply speaking, this state that has arisen is the mind itself. If you contemplate according to the truth of the way things are, you can see that there exists just one path and it is your duty to follow it. It means that you know from the very beginning that mental states of happiness and suffering are not the path to follow. This is something that you have to know for yourself – it is the truth of the way things are. If you attach to happiness, you are off the path because attaching to happiness will cause suffering to arise. If you attach to sadness, it can be a cause for suffering to arise. You understand this – you are already mindful with right view, but at the same time, are not yet able to fully let go of your attachments.

So what is the correct way to practice? You must walk the middle path, which means keeping track of the various mental states of happiness and suffering, while at the same time keeping them at a distance, off to either side of you. This is the correct way to practise – you maintain mindfulness and awareness even though you are still unable to let go. It’s the correct way, because whenever the mind attaches to states of happiness and suffering, awareness of the attachment is always there. This means that whenever the mind attaches to states of happiness, you don’t praise it or give value to it, and whenever it attaches to states of suffering, you don’t criticise it. This way you can actually observe the mind as it is. Happiness is not right, suffering is not right. There is the understanding that neither of these is the right path. You are aware, awareness of them is sustained, but still you can’t fully abandon them. You are unable to drop them, but you can be mindful of them. With mindfulness established, you don’t give undue value to happiness or suffering. You don’t give importance to either of those two directions which the mind can take, and you hold no doubts about this; you know that following either of those ways is not the right path of practice, so at all times you take this middle way of equanimity as the object of mind. When you practise to the point where the mind goes beyond happiness and suffering, equanimity will necessarily arise as the path to follow, and you have to gradually move down it, little by little – the heart knowing the way to go to be beyond defilements, but, not yet being ready to finally transcend them, it withdraws and continues practising.

Whenever happiness arises and the mind attaches, you have to take that happiness up for contemplation, and whenever it attaches to suffering, you have to take that up for contemplation. Eventually, the mind reaches a stage when it is fully mindful of both happiness and suffering. That’s when it will be able to lay aside the happiness and the suffering, the pleasure and the sadness, and lay aside all that is the world and so become lokavidū(knower of the worlds). Once the mind – ‘one who knows’ – can let go it will settle down at that point. Why does it settle down? Because you have done the practice and followed the path right down to that very spot. You know what you have to do to reach the end of the path, but are still unable to accomplish it. When the mind attaches to either happiness or suffering, you are not deluded by them and strive to dislodge the attachment and dig it out.

This is practising on the level of the yogāvacara, one who is travelling along the path of practice – striving to cut through the defilements, yet not having reached the goal. You focus upon these conditions and the way it is from moment to moment in your own mind. It’s not necessary to be personally interviewed about the state of your mind or do anything special. When there is attachment to either happiness or suffering, there must be the clear and certain understanding that any attachment to either of these states is deluded. It is attachment to the world. It is being stuck in the world. Happiness means attachment to the world, suffering means attachment to the world. This is the way worldly attachment is. What is it that creates or gives rise to the world? The world is created and established through ignorance. It’s because we are not mindful that the mind attaches importance to things, fashioning and creating sankhāra (formations) the whole time.

It is here that the practice becomes really interesting. Wherever there is attachment in the mind, you keep hitting at that point, without letting up. If there is attachment to happiness, you keep pounding at it, not letting the mind get carried away with the mood. If the mind attaches to suffering, you grab hold of that, really getting to grips with it and contemplating it straight away. You are in the process of finishing the job off; the mind doesn’t let a single mind-object slip by without reflecting on it. Nothing can resist the power of your mindfulness and wisdom. Even if the mind is caught in an unwholesome mental state, you know it as unwholesome and the mind is not heedless. It’s like stepping on thorns: of course, you don’t seek to step on thorns, you try to avoid them, but nevertheless sometimes you step on one. When you do step on one, do you feel good about it? You feel aversion when you step on a thorn. Once you know the path of practice, it means you know that which is the world, that which is suffering and that which binds us to the endless cycle of birth and death. Even though you know this, you are unable to stop stepping on those ‘thorns’. The mind still follows various states of happiness and sadness, but doesn’t completely indulge in them. You sustain a continuous effort to destroy any attachment in the mind – to destroy and clear all that which is the world from the mind.

You must practise right in the present moment. Meditate right there; build your pāramī right there. This is the heart of practice, the heart of your effort. You carry on an internal dialogue, discussing and reflecting on the Dhamma within yourself. It’s something that takes place right inside the mind. As worldly attachment is uprooted, mindfulness and wisdom untiringly penetrate inwards, and the ‘one who knows’ sustains awareness with equanimity, mindfulness and clarity, without getting involved with or becoming enslaved to anybody or anything. Not getting involved with things means knowing without clinging – knowing while laying things aside and letting go. You still experience happiness; you still experience suffering; you still experience mind-objects and mental states, but you don’t cling to them.

Once you are seeing things as they are you know the mind as it is and you know mind-objects as they are. You know the mind as separate from mind-objects and mind-objects as separate from the mind. The mind is the mind, mind-objects are mind-objects. Once you know these two phenomena as they are, whenever they come together you will be mindful of them. When the mind experiences mind-objects, mindfulness will be there. Our teacher described the practice of the yogāvacara who is able to sustain such awareness, whether walking, standing, sitting or lying down, as being a continuous cycle. It is sammā patipadā (right practice). You don’t forget yourself or become heedless.

You don’t simply observe the coarser parts of your practice, but also watch the mind internally, on a more refined level. That which is on the outside, you set aside. From here onwards you are just watching the body and the mind, just observing this mind and its objects arising and passing away, and understanding that having arisen they pass away. With passing away there is further arising – birth and death, death and birth; cessation followed by arising, arising followed by cessation. Ultimately, you are simply watching the act of cessation. Khayavayam means degeneration and cessation. Degeneration and cessation are the natural way of the mind and its objects – this is khayavayam. Once the mind is practising and experiencing this, it doesn’t have to go following up on or searching for anything else – it will be keeping abreast of things with mindfulness. Seeing is just seeing. Knowing is just knowing. The mind and mind-objects are just as they are. This is the way things are. The mind isn’t proliferating about or creating anything in addition.

Don’t be confused or vague about the practice. Don’t get caught in doubting. This applies to the practice of sīla just the same. As I mentioned earlier, you have to look at it and contemplate whether it’s right or wrong. Having contemplated it, then leave it there. Don’t doubt about it. Practising samādhi is the same. Keep practising, calming the mind little by little. If you start thinking, it doesn’t matter; if you’re not thinking, it doesn’t matter. The important thing is to gain an understanding of the mind.

Some people want to make the mind peaceful, but don’t know what true peace really is. They don’t know the peaceful mind. There are two kinds of peacefulness – one is the peace that comes through samādhi, the other is the peace that comes through paññā. The mind that is peaceful through samādhi is still deluded. The peace that comes through the practice of samādhi alone is dependent on the mind being separated from mind-objects. When it’s not experiencing any mind-objects, then there is calm, and consequently one attaches to the happiness that comes with that calm. However, whenever there is impingement through the senses, the mind gives in straight away. It’s afraid of mind-objects. It’s afraid of happiness and suffering; afraid of praise and criticism; afraid of forms, sounds, smells and tastes. One who is peaceful through samādhi alone is afraid of everything and doesn’t want to get involved with anybody or anything on the outside. People practising samādhi in this way just want to stay isolated in a cave somewhere, where they can experience the bliss of samādhiwithout having to come out. Wherever there is a peaceful place, they sneak off and hide themselves away. This kind of samādhiinvolves a lot of suffering – they find it difficult to come out of it and be with other people. They don’t want to see forms or hear sounds. They don’t want to experience anything at all! They have to live in some specially preserved quiet place, where no-one will come and disturb them with conversation. They have to have really peaceful surroundings.

This kind of peacefulness can’t do the job. If you have reached the necessary level of calm, then withdraw. The Buddha didn’t teach to practise samādhi with delusion. If you are practising like that, then stop. If the mind has achieved calm, then use it as a basis for contemplation. Contemplate the peace of concentration itself and use it to connect the mind with and reflect upon the different mind-objects which it experiences. Use the calm ofsamādhi to contemplate sights, smells, tastes, tactile sensations and ideas. Use this calm to contemplate the different parts of the body, such as the hair of the head, hair of the body, nails, teeth, skin and so on. Contemplate the three characteristics of aniccam(impermanence), dukkham (suffering) and anattā (not-self). Reflect upon this entire world. When you have contemplated sufficiently, it is all right to reestablish the calm of samādhi. You can re-enter it through sitting meditation and afterwards, with calm re-established, continue with the contemplation. Use the state of calm to train and purify the mind. Use it to challenge the mind. As you gain knowledge, use it to fight the defilements, to train the mind. If you simply enter samādhi and stay there you don’t gain any insight – you are simply making the mind calm and that’s all. However, if you use the calm mind to reflect, beginning with your external experience, this calm will gradually penetrate deeper and deeper inwards, until the mind experiences the most profound peace of all.

The peace which arises through paññā is distinctive, because when the mind withdraws from the state of calm, the presence ofpaññā makes it unafraid of forms, sounds, smells, tastes, tactile sensations and ideas. It means that as soon as there is sense contact the mind is immediately aware of the mind-object. As soon as there is sense contact you lay it aside; as soon as there is sense contact mindfulness is sharp enough to let go right away. This is the peace that comes through paññā.

When you are practising with the mind in this way, the mind becomes considerably more refined than when you are developing samādhi alone. The mind becomes very powerful, and no longer tries to run away. With such energy you become fearless. In the past you were scared to experience anything, but now you know mind-objects as they are and are no longer afraid. You know your own strength of mind and are unafraid. When you see a form, you contemplate it. When you hear a sound, you contemplate it. You become proficient in the contemplation of mind-objects. You are established in the practice with a new boldness, which prevails whatever the conditions. Whether it be sights, sounds or smells, you see them and let go of them as they occur. Whatever it is, you can let go of it all. You clearly see happiness and let it go. You clearly see suffering and let it go. Wherever you see them, you let them go right there. That’s the way! Keep letting them go and casting them aside right there. No mind-objects will be able to maintain a hold over the mind. You leave them there and stay secure in your place of abiding within the mind. As you experience, you cast aside. As you experience, you observe. Having observed, you let go. All mind-objects lose their value and are no longer able to sway you. This is the power of vipassanā (insight meditation). When these characteristics arise within the mind of the practitioner, it is appropriate to change the name of the practice to vipassanā: clear knowing in accordance with the truth. That’s what it’s all about – knowledge in accordance with the truth of the way things are. This is peace at the highest level, the peace of vipassanā. Developing peace through samādhialone is very, very difficult; one is constantly petrified.

So when the mind is at its most calm, what should you do? Train it. Practise with it. Use it to contemplate. Don’t be scared of things. Don’t attach. Developing samādhi so that you can just sit there and attach to blissful mental states isn’t the true purpose of the practice. You must withdraw from it. The Buddha said that you must fight this war, not just hide out in a trench trying to avoid the enemy’s bullets. When it’s time to fight, you really have to come out with guns blazing. Eventually you have to come out of that trench. You can’t stay sleeping there when it’s time to fight. This is the way the practice is. You can’t allow your mind to just hide, cringing in the shadows.

Sīla and samādhi form the foundation of practice and it is essential to develop them before anything else. You must train yourself and investigate according to the monastic form and ways of practice which have been passed down.

Be it as it may, I have described a rough outline of the practice. You as the practitioners must avoid getting caught in doubts. Don’t doubt about the way of practice. When there is happiness, watch the happiness. When there is suffering, watch the suffering. Having established awareness, make the effort to destroy both of them. Let them go. Cast them aside. Know the object of mind and keep letting it go. Whether you want to do sitting or walking meditation it doesn’t matter. If you keep thinking, never mind. The important thing is to sustain moment to moment awareness of the mind. If you are really caught in mental proliferation, then gather it all together, and contemplate it in terms of being one whole, cutting it off right from the start, saying, ‘All these thoughts, ideas and imaginings of mine are simply thought proliferation and nothing more. It’s all aniccamdukkham and anattā. None of it is certain at all.’ Discard it right there.


Footnotes

…samana1
Recluse, monk or holy one – one who has left the home life to pursue the Higher Life.
…ārammana2
Ārammana: mind-objects; the object which is presented to the mind (citta) at any moment. This object is derived from the five senses or direct from the mind (memory, thought, feelings). It is not the external object (in the world), but that object after having been processed by one’s preconceptions and predispositions.
…bhikkhus’3
Bhikkhu: Buddhist monk, alms mendicant.
…Arahants4
Arahant: Worthy one, one who is full enlightened.
5
Venerable: in Thai, ‘Phra‘.
…khandhas6
Khandhas: Groups or aggregates: form (rūpa), feeling (vedanā), perception (saññā), thought formations (sankhārā) and consciousness (viññāna). These groups are the five groups that constitute what we call a person.
7
Magga-phala: Path and fruition: the four transcendent paths – or rather one path and four different levels of refinement – leading to ‘nobility’ (ariya) or the end of suffering, i.e., the insight knowledge which cuts through the fetters (samyojana); and the four corresponding fruitions arising from those paths – refers to the mental state, cutting through defilements, immediately following the attainment of any of these paths.
…pāramī8
Pāramī: refers to the ten spiritual perfections: generosity, moral restraint, renunciation, wisdom, effort, patience, truthfulness, determination, kindness and equanimity.
…upapāramī9
Upapāramī: refers to the same ten spiritual perfections, but practised on a deeper, more intense and profound level (practised to the highest degree, they are called paramattha pāramī)
…jhāna10
Jhāna: Various levels of meditative absorption. The five factors of jhāna are initial and sustained application of mind, rapture, pleasure and equanimity.
…dhātu11
Dhātu: Elements, natural essence. The elementary properties which make up the inner sense of the body and mind: earth (material), water (cohesion), fire (energy) and air (motion), space and consciousness.
…citta12
Gotrabhū citta: Change-of-lineage (state of consciousness preceding jhāna or Path).
Contents: © Wat Nong Pah Pong, 2007 | Last update: March 2008

The Band – The Last Waltz (full album)


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=8i-m_yaFh2k]

The Band è stato uno storico gruppo rock canadese, formatosi nel 1967 a Toronto e scioltosi nel 1976 per poi riformarsi nel 1983 fino al 1999.
I componenti, tutti musicisti di grande levatura, erano: Robbie Robertson (chitarra, pianoforte); Richard Manuel (pianoforte, armonica a bocca, sassofono, batteria, voce);Garth Hudson (tastiere, sintetizzatore, fisarmonica, sassofono); Rick Danko (basso, violino, voce) e Levon Helm (unico statunitense, batteria, cordofoni e voce).[1]

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Band

The Band was a Canadian-American roots rock group that originally consisted of Rick Danko (bass guitar, double bass, fiddle, trombone, vocals), Levon Helm (drums, mandolin, guitar, vocals), Garth Hudson (keyboard instruments, saxophones, trumpet), Richard Manuel (piano, drums, baritone saxophone, vocals) and Robbie Robertson (guitar, vocals). The members of the Band first came together as they joined rockabilly singer Ronnie Hawkins‘ backing group The Hawks one by one between 1958 and 1963.

In 1964, they separated from Hawkins, after which they toured and released a few singles as Levon and the Hawks and the Canadian Squires. The next year, Bob Dylan hired them for his U.S. tour in 1965 and world tour in 1966.[1] Following the 1966 tour, the group moved with Dylan to Saugerties, New York, where they made the informal 1967 recordings that became The Basement Tapes, which forged the basis for their 1968 debut album Music from Big Pink. Because they were always “the band” to various frontmen, Helm said the name “the Band” worked well when the group came into its own.[2][a] The group began performing officially as the Band in 1968, and went on to release ten studio albums. Dylan continued to collaborate with the Band over the course of their career, including a joint 1974 tour.

The original configuration of the Band ended its touring career in 1976 with an elaborate live ballroom performance featuring numerous musical celebrities. This performance was immortalized in Martin Scorsese‘s 1978 documentary The Last Waltz. The Band recommenced touring in 1983 without guitarist Robbie Robertson, who had found success with a solo career and as a Hollywood music producer. Following a 1986 show, Richard Manuel was found dead of suicide, but the remaining three members continued to tour and record albums with a revolving door of musicians filling Manuel’s and Robertson’s respective roles, before finally settling on Richard Bell,Randy Ciarlante, and Jim Weider. Danko died of heart failure in 1999, after which the group broke up for good. Levon Helm was diagnosed with throat cancer in 1998, and after a series of treatments was able to regain use of his voice. He continued to perform and released several successful albums until he succumbed to the disease in 2012.

The group was inducted into the Canadian Music Hall of Fame in 1989 and the Rock and Roll Hall of Fame in 1994.[4][5] In 2004, Rolling Stone ranked them No. 50 on their list of the 100 Greatest Artists of All Time,[6] and in 2008, they received the Grammy‘s Lifetime Achievement Award.[7] In 2004, “The Weight” was ranked the 41st best song of all time in Rolling Stone’s 500 Greatest Songs of All Time list.[8]

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Band

La retta parola – The right word


La retta parola

Nel Vinaya leggiamo queste istruzioni: «Chiunque
stia per ammonire un altro deve suscitare in sé
cinque qualità prima di aprir bocca, in modo da
poter dire così: “Parlerò a tempo debito, non nel
momento sbagliato. Dirò la verità, non bugie.
Parlerò soavemente, non con severità. Parlerò a
suo vantaggio, non a suo danno. Parlerò con
intento gentile, non con rabbia”».

Parlare rettamente è sopratutto mantenere una costante attenzione al proprio modo di esprimersi in ogni circostanza,perchè la parola
è manifestazione del proprio essere.

Una delle cose importanti è il non parlare vanamente, l’essere prudenti e misurati
andando a verificare le fonti,
perchè non si trasmetta ad altri
qualcosa di non vero,
che propagasse ignoranza
(nel senso di falsa conoscenza).

Sopratutto nell’evitare di sovraccaricare gli altri
di troppe parole che non sempre sono utili.
Si deve sviluppare un processo di sintesi
per trasmettere l’essenza e dare spazio agli altri
nella ricerca ed ascolto interiore.

Non è la mente che deve parlare e soppesare
ma il nostro accostarci con amorevolezza
e compassione, in questo modo cade il giudizio
e la rabbia per mantenere sempre
posizioni di supremazia.

Essere duali è percorrere la strada della competizione e non ci sono giudici e gare.

Si apprende molto osservando ad ascoltando,
mentre non si ha nulla da insegnare a nessuno imponendo delle proprie opinioni.
Meglio tenerle per se stessi
o chiedersi se sono davvero valide o frutto
di condizionamenti della nostra mente.

La ricerca interiore è un giardino che ogni essere
coltiva in prima persona, possiamo solo dare sostegno e non serve essere concitati ed agitarsi con gli altri per far capire di essere vicini
o di sentirsi distanti.

Meglio un fermo silenzio,addolcito da un sorriso
ed un amorevole accoglienza che il farsi trascinare
da un fiume in piena che non placa la mente.

Non giova sapere se si è approvati o disapprovati
da qualcuno, è importante riflettere
e capire se il passo che compiamo è costruttivo
o arreca danno ad altri esseri, in questo
possiamo essere capaci da soli.

Si è davvero vicino ad una persona
restando in silenzio, per permetterle
di leggersi nel profondo,
ed aspettando che quello che noi avevavo compreso, finalmente trovi chiarezza nell’altro attraverso la retta visione ed il suo retto sforzo.
Possiamo suggerire con dolcezza,
mai sovrapporci o sostituirci agli altri.

Questo è nella mia esperienza
e nel mio modo di porgere
la mia presenza in tanti anni.

Nel nostro rapporto con gli altri
non abbiamo merito alcuno,
siamo solo testimoni
del loro sforzo per migliorare.
Ma sopratutto non dobbiamo distrarci
dal lavoro che serve per migliorare noi stessi.

©Poetyca

Vinaya è un termine sanscrito e pāli che significa disciplina e nel Buddhismo indica la raccolta scritturale delle norme di condotte seguite dai monaci (bhiksu, sanscr., bhikkhu, pāli) e dalle monache (bhiksuni, sanscr., bhikkhuni, pāli).
Il vinaya è una delle due categorie degli antichi insegnamenti del Buddha Shakyamuni (o Buddhadharma) insieme al ‘Dharma’ (ovvero dottrina). Un altro termine per indicare il Buddhismo è infatti Dharmavinaya.
Attualmente disponiamo di sette vinaya delle antiche scuole (Buddhismo dei Nikaya).
Il vinaya Theravada, di probabile origine Sthaviravada Vibhajyavada, è conservato nel Canone pāli ed è suddiviso in tre parti:
Suttavibhanga, le regole di condotta fondamentali dei monaci e delle monache (patimokkha) con le storie all’origine di ciascuna regola;
Khandhaka, a sua volta suddiviso in:
Mahavagga, altre regole di condotta e di etichetta per il sangha insieme ad altri discorsi e insegnamenti del Buddha;
Cullavagga, elaborazioni sull’etichetta e le norme dei monaci e delle monache e la trattazione di come vadano affrontati i casi di infrazione delle regole monastiche;
Parivara, una ricapitolazione delle sezioni precedenti riportante in sunto le regole classificate in vari modi a scopo didattico.

Poetyca 03.10.2008

The right word

In the Vinaya we read these instructions: “Anyone
is about to admonish another must arouse in itself
five qualities before I open my mouth, so as to
to be able to say like this: “I will speak in due course, not in
wrong time. I’ll tell the truth, not lies.
He will speak softly, not harshly. I will speak to
to his advantage, not to his detriment. I will speak with
gentle intent, not with anger “.”

Speaking straight is above all maintaining constant attention to his own way of expressing himself in all circumstances, because the word
it is a manifestation of one’s own being.

One of the important things is not to speak in vain, being prudent and measured
going to check the sources,
because it is not transmitted to others
something not true,
that propagated ignorance
(in the sense of false knowledge).

Especially in avoiding overloading others
of too many words that are not always useful.
A synthesis process has to be developed
to convey the essence and give space to others
in the search and inner listening.

It is not the mind that has to speak and weigh
but our approach with kindness
and compassion, in this way judgment falls
and anger to always keep
positions of supremacy.

To be dual is to walk the path of competition and there are no judges and no competitions.

We learn a lot by observing and listening,
while one has nothing to teach anyone by imposing of their opinions.
Better keep them for yourself
or wondering if they are really valid or fruitful
of conditioning of our mind.

The inner search is a garden that every being
cultivate in the first person, we can only give support and there is no need to be excited and agitated with others to make it clear that we are close
or to feel distant.

Better still silence, softened by a smile
and a loving welcome that being carried away
from a raging river that does not calm the mind.

It doesn’t help to know if you are approved or disapproved
from someone, it is important to reflect
and understand if the step we take is constructive
or does harm to other beings, in this
we can be capable on our own.

He is really close to a person
staying silent, to allow them
to read in depth,
and waiting for what we had understood, finally find clarity in the other through right view and its right effort.
We can gently suggest,
never overlap or replace the others.

This is in my experience
and in mine way of offering
my presence over so many years.

In our relationship with others
we have no merit,
we are only witnesses
of their effort to improve.
But above all we must not get distracted
from the work it takes to improve ourselves.

© Poetyca

Vinaya is a Sanskrit and Pāli term which means discipline and in Buddhism it indicates the scriptural collection of the norms of conduct followed by monks (bhiksu, Sanscr., Bhikkhu, pāli) and nuns (bhiksuni, Sanscr., Bhikkhuni, pāli).
The vinaya is one of the two categories of the ancient teachings of Buddha Shakyamuni (or Buddhadharma) together with the ‘Dharma’ (aka doctrine). Another term for Buddhism is in fact Dharmavinaya.
We currently have seven vinayas from the ancient schools (Nikaya Buddhism).
Vinaya Theravada, probably of Sthaviravada Vibhajyavada origin, is preserved in the Pāli Canon and is divided into three parts:
Suttavibhanga, the fundamental rules of conduct of monks and nuns (patimokkha) with the stories behind each rule;
Khandhaka, in turn divided into:
Mahavagga, other rules of conduct and etiquette for the sangha along with other discourses and teachings of the Buddha;
Cullavagga, elaborations on the etiquette and norms of monks and nuns and the discussion of how cases of infringement of monastic rules are to be dealt with;
Parivara, a recapitulation of the previous sections summarizing the rules classified in various ways for didactic purposes.

Poetyca 03.10.2008

La vera libertà – True Freedom


“Prima di agire, voi siete liberi; ma, dopo aver agito, l’effetto di quella azione vi seguirà, sia che lo vogliate o no. Quella è la legge del ‘Karma’. Voi siete un libero agente; ma, quando eseguite un certo atto, voi raccoglierete i risultati di quell’atto.”

Paramahansa Yogananda

La vera libertà

La vera libertà è scelta,
non è percorso obbligato ma opportunità.
In noi la capacità di leggere nel profondo,
di applicare la presenza mentale
per cercare le origini della nostra sofferenza.

Non è attraverso la reazione che si trova la libertà, essa fiorisce attraverso l’azione consapevole, dove il nostro disagio possa essere letto e con attenzione si possa trovare la soluzione ad esso.

Il Nobile Ottuplice Sentiero è strumento per essere capaci di risalire la corrente di un fiume, di relazionarsi con la nostra mente
e da essa sciogliere le cause della sofferenza.

Ogni effetto nuovo è fiore che conduce
ad amorevolezza e compassione verso noi stessi e tutti gli esseri senzienti.

La libertà dai condizionamenti esterni, intesi come non consapevolezza e ripetizione di credenze a volte erronee, senza riflettere se effettivamente esse sono capaci di rappresentarci, è un piccolo passo alla scoperta di Sè. L’ascolto di noi stessi, delle emozioni è il tracciato da percorrere.
In forma semplicistica Susanna Tamaro affermerebbe ” Vai dove ti porta il Cuore”, questo non signifca un seguire senza regole l’impulsività a volte distruttiva e cieca, ci sfugge spesso che l’aggressività trova origine dalla paura, dal timore di non essere oggetto d’amore.
La conoscenza dei meccanismi che procurano la sofferenza conduce a svelarne l’origine nella paura, nell’attaccamento, nelle aspettative e nelle illusioni. Quando riconosciamo in noi questi atteggiamenti, perchè siamo stati capaci di osservarci senza farci trascinare, con equidistanza, allora possiamo attraversare il nostro spazio interiore con una consapevolezza nuova che ci permetta di manifestare la nostra vera natura.Sopratutto ci permette di non reagire di fronte a chi tentasse di provocarci perchè ne comprendiamo i meccanismi mentali e proviamo comprensione.
Non è facile camminare nel Mondo del tutto disarmati, trasparenti, senza maschere, ma è una sfida che ci permetta di ascoltare e manifestare il nostro vero Sè.
Quando infatti avremo fatto spazio, con l’ascolto del silenzio, delle piccole manifestazioni, siamo pronti ad essere quel che siamo. Come una freccia scoccata che possa colpire il bersaglio senza esitazione.

Le regole che ci possiamo dare diventano delle naturali inclinazioni che conoscono e manifestano il rispetto di sè e degli altri, non come ” disciplina” ma come evoluzione di queli disagi oramai tramutati in empatia, attenzione amorevole verso tutti gli altri esseri.

Poetyca 25.08.2008

❤ ❤ ❤

“Before you act, you are free, but having acted, the effect of that action will follow, whether we like it or not. That is the law of ‘Karma’. You are a free agent, but whenexecuted a certain act, you reap the results of that act. “Paramahansa Yogananda

True freedom

True freedom is choice,
path is not required, but opportunity.
In us the ability to read deeply,
to apply mindfulness
to search for the origins of our suffering.

It is through the reaction which is freedom, it blooms through the conscious action, where our hardship can be read and carefully you can find the solution to it.

The Noble Eightfold Path is a tool to be able to go against the current of a river, to relate to our mind
dissolve it and the causes of suffering.

Every effect has a new flower that leads
with loving kindness and compassion towards ourselves and all sentient beings.

Freedom from external constraints, understood as non-awareness and repetition of erroneous beliefs sometimes, without thinking whether they are actually able to represent us, is a small step to the discovery of self. Listening to ourselves, is the trace of emotion to go.
In simplistic form Susanna Tamaro would say “Go where your heart takes you”, this is not no rules to follow a signifca impulsiveness sometimes destructive and blind, often escapes us that aggression stems from fear, fear of not being the subject of ‘love.
Knowledge of the mechanisms that bring suffering leads to unravel the origin in fear, attachment, expectations and illusions. When we recognize these attitudes in us, because we were able to observe without being dragged, equidistant, then we can cross our inner space with a new awareness that allows us to express our true natura.Sopratutto allows us not to react to those who were trying to provoke us because we understand the mental mechanisms and try to understand.
It is not easy to walk around unarmed in the World, transparent, without masks, but it is a challenge that allows us to listen and show our true self.
In fact, when we made room, listening in the silence of small events, we are ready to be who we are. As an arrow that can hit the target without hesitation.

The rules that we can become the natural inclinations that they know and demonstrate respect for self and others, not as a “discipline” but as an evolution of that unease now turned into empathy, caring attention to all other beings.

Poetyca 25.08.2008

La notte – The night


La notte

Un respiro
un sentiero tra le stelle
dove i sogni sono in attesa
Un ricordo che tocca la pelle
lasciano impronte indelebili
ed accende quella nostalgia
che ha un solo nome

Un tuffo
dove il tempo non esiste
e tutto rincorre fantasia
Un pensiero senza catene
in interminabili palpiti vivi
ed è soffio di magia
che armonizza la notte

13.08.2011  Poetyca

The night

A breath
a path among the stars
where dreams are waiting
A reminder that touches the skin
leave indelible imprints
and turns that nostalgia
which has only one name

A dip
where time does not exist
chases and all fantasy
A thought without chains
live in endless thrills
and is the breath of magic
harmonizing the night

13.08.2011  Poetyca

Pentangle – Basket of light (1969) full album


I Pentangle sono un gruppo britannico che ha proposto una innovativa miscela di folk, jazz e blues. Il nome, che significa “pentagono”, indica i cinque membri della formazione originale che suona tra il 1968 e il 1972, contendendosi il titolo di più grande folk rock band inglese con i Fairport Convention. Come nel pentagono ogni lato è indispensabile, così ogni membro del gruppo apporta il suo fondamentale contribuito alla musica del gruppo. Inoltre il pentagramma è un simbolo mistico, che è rappresentato, tra l’altro, sullo scudo di Sir Gawain nel poema medievale Sir Gawain e il cavaliere verde, da cui Renbourn era affascinato.

https://it.wikipedia.org/wiki/Pentangle

Pentangle (or The Pentangle)[1] are a British folk-jazz band with an eclectic mix of folk, jazz, blues and folk rock influences. The original band were active in the late 1960s and early 1970s, and a later version has been active since the early 1980s. The original line-up, which was unchanged throughout the band’s first incarnation (1967–1973), was: Jacqui McShee, vocals; John Renbourn, vocals and guitar; Bert Jansch, vocals and guitar; Danny Thompson, double bass; and Terry Cox, drums.

The name Pentangle was chosen to represent the five members of the band, and is also the device on Sir Gawain’s shield in the Middle English poem Sir Gawain and the Green Knight which held a fascination for Renbourn.[2]

In 2007, the original members of the band were reunited to receive a Lifetime Achievement award at the BBC Radio 2 Folk Awards and to record a short concert that was broadcast on BBC radio. In June 2008, the band, comprising all five original members, embarked on a twelve-date UK tour.

https://en.wikipedia.org/wiki/Pentangle_(band)

L’ultima notte – Last night


Savitri

Ma ora lei sedeva accanto a Satyavan addormentato,
interiormente attenta, ed enorme la Notte
la circondava della vastità dell’Inconoscibile.

Una voce cominciò a parlare dal Suo cuore,
che non era la Sua, ma dominava il pensiero e i sensi.

Com’essa parlava, tutto cambiava dentro e fuori di lei;
tutto esisteva,tutto viveva;lei sentì tutto l’essere uno;
il mondo dell’irrealtà cessò di esistere:
non c’era più un universo costruito dalla mente,
condannato come struttura o segno;
uno spirito, un essere vedeva le cose create,
si proiettava in forme innumerevoli
ed era ciò che vedeva e generava;tutto divenne allora
la prova di un’unica stupenda verità,
d’una Verità in cui non c’era posto per la negazione,
la prova di un essere e d’una coscienza vivente,
d’una Realtà completa e assoluta.

Sri Aurobindo Savitri – Volume II- Canto VII

L’ultima notte

Una Verità inconoscibile attraverso i sensi,
eppure di essi è parte,
un percorso oltre ogni immaginazione
che vibra, respira, s’espande ed E’.

Un viaggio senza muovere passo,
perchè sia manifesta la Realtà
che in tutto è Presenza ed è di Tutto essenza.

Senza stupore, senza timore
perchè sia quel che deve essere
oltre ogni freno nel fremito dell’ultima notte.

03.05.2008 Poetyca

Savitri

But now she sat beside Satyavan asleep
inwardly attentive huge Night
the surrounding of the vastness of the unknowable.

A voice began to speak from your heart,
that was not His, but dominated the thoughts and senses.

As she spoke, everything changed in and out of her;
all there, everything was living and she felt a whole being;
the world of unreality ceased to exist:
there was a universe constructed by the mind,
condemned as a structure or sign;
a spirit, a being saw things created,
was projected in many forms
and it was what he saw and created, everything became so
proof of one beautiful truth
of a Truth in which there was no room for denial,
evidence of a consciousness of being and living
Reality of a complete and absolute.

Sri Aurobindo Savitri – Canto VII, Volume II

Last night

A Truth unknowable through the senses,
and yet they belong to,
a journey beyond imagination
that vibrates, breathes, expands and E ‘.

A journey without moving step
because it is obvious Reality
that everything is all presence and essence.

No wonder, without fear
because it is what it must be
beyond the brake shudder last night.

03.05.2008 Poetyca

Jeff Buckley Greatest Hits (Full Album) – The Best Of Jeff Buckley


[youtube https://www.youtube.com/watch?v=JPZD1D1WyNQ]

Jeffrey Scott Buckley (Anaheim, 17 novembre 1966Memphis, 29 maggio 1997) è stato un cantautore e chitarrista statunitense.

Figlio del cantautore Tim Buckley, Jeff riscosse in vita la maggior fetta di fama in Francia e Australia e poi, dopo il suo decesso avvenuto per annegamento il 29 maggio 1997, in tutto il mondo, tanto che i suoi lavori rimasero famosi nel tempo[2] e appaiono regolarmente nelle classifiche delle riviste di settore.[3][4]

Jeffrey Scott Buckley nacque il 17 novembre del 1966 ad Anaheim, nella contea di Orange, in California,[5] unico figlio del cantante e cantautore Tim Buckley, di origini irlandesi[6] e italiane, e della violoncellista Mary Guibert, di origini panamensi, greche, statunitensi e francesi.[7] Ancor prima della nascita di Jeff Buckley, il padre Tim abbandonò la moglie per trasferirsi a New York in cerca di fortuna.

Per questa ragione Buckley (che incontrò il padre solo nella prima infanzia e in occasioni saltuarie) trascorse i primi anni della sua vita con la madre, il patrigno Ron Moorhead (che verrà ricordato dallo stesso Buckley per il suo contributo nella crescita personale e musicale del ragazzo, ad esempio con il regalo del 45 giri Physical Graffiti dei Led Zeppelin) e il fratellastro Corey,[8][9] con i quali si trasferì più volte in diverse città dell’Orange County, nella California del Sud.[10] In quegli anni si faceva chiamare Scott “Scotty” Moorhead, dal cognome del patrigno, nonostante il suo vero cognome fosse quello del padre biologico.[11]

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta per overdose nel giugno del 1975,[12][13] Buckley scelse di usare ufficialmente il nome registrato sul suo certificato di nascita, Jeffrey Scott Buckley,[14] pur continuando ad essere chiamato “Scotty” da tutti i componenti della sua famiglia.[11] Durante la sua infanzia e la sua adolescenza fu circondato dalla musica, grazie sia alla madre, pianista e violoncellista classica,[15] che al patrigno, che lo introdusse all’ascolto di artisti quali Led Zeppelin, Queen, Jimi Hendrix, The Who, e Pink Floyd.[16]

Il primo disco che comprò fu Physical Graffiti dei Led Zeppelin,[17] ed il gruppo hard rock Kiss divenne ben presto uno dei suoi preferiti.[18] Intorno all’età di cinque anni iniziò a suonare la chitarra acustica[19] e a 12 anni decise di diventare un musicista,[17] ricevendo in dono l’anno successivo la sua prima chitarra elettrica, un’imitazione di colore nero di una Gibson Les Paul.[20] Nel 1984 si diplomò alla Loara High School[21][22] e, durante gli anni dei suoi studi, suonò nel gruppo jazz della scuola[23] e si appassionò al progressive rock e a band come i Rush, i Genesis, gli Yes, e a musicisti jazz fusion come il chitarrista Al Di Meola.[24]

Lasciò poi il paese natale per andare a vivere da solo a Hollywood, iscrivendosi al Guitar Institute of Technology e completando il corso di studi, della durata di un anno, all’eta di 19 anni, nel 1985.[25] In un’intervista alla rivista Rolling Stone definì quell’istituto con l’espressione «the biggest waste of time», ovvero «la più grande perdita di tempo».[17] In un’intervista successiva, rilasciata a Double Take Magazine, dichiarò però di aver apprezzato lo studio della teoria musicale condotto al Guitar Institute of Technology:[26]

http://it.wikipedia.org/wiki/Jeff_Buckley

 

Jeffrey ScottJeffBuckley (November 17, 1966 – May 29, 1997), raised as Scott “Scottie” Moorhead,[1] was an American singer-songwriter and guitarist. After a decade as a session guitarist in Los Angeles, Buckley amassed a following in the early 1990s by playing cover songs at venues in Manhattan‘s East Village, such as Sin-é, gradually focusing more on his own material. After rebuffing much interest from record labels[2] and his father’s manager Herb Cohen,[3] he signed with Columbia, recruited a band, and recorded what would be his only studio album, Grace, in 1994. Rolling Stone considered him one of the greatest singers of all time.[4]

Over the following two years, the band toured widely to promote the album, including concerts in the U.S., Europe, Japan, and Australia. In 1996, they stopped touring[5]and made sporadic attempts to record Buckley’s second album in New York with Tom Verlaine as producer. In 1997, Buckley moved to Memphis, Tennessee, to resume work on the album, to be titled My Sweetheart the Drunk, recording many four-track demos while also playing weekly solo shows at a local venue. On May 29, 1997, while awaiting the arrival of his band from New York, he drowned during a spontaneous evening swim, fully clothed, in the Mississippi River when he was caught in the wake of a passing boat; his body was found on June 4.[6]

Since his death, there have been many posthumous releases of his material, including a collection of four-track demos and studio recordings for his unfinished second album My Sweetheart the Drunk, expansions of Grace, and the Live at Sin-é EP. Chart success also came posthumously: with his famous cover of Leonard Cohen‘s song “Hallelujah” he attained his first No. 1 on Billboards Hot Digital Songs in March 2008 and reached No. 2 in the UK Singles Chart that December. Buckley and his work remain popular[7] and are regularly featured in “greatest” lists in the music press.[8][9]

http://en.wikipedia.org/wiki/Jeff_Buckley

Questa via mi basterà – This way will be enough for me – Riflettendo


Riflettendo…

La Riflessione

Dove soggetto e oggetto sono compresi
come una sola sfera,
la gioia e il dolore si fondono in uno.

Qualunque circostanza debba affrontare,
sono libero nel beato reame
della saggezza risvegliata.

Milarepa

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Se tutto sai abbracciare
non trovi separazione
e saggio è colui
che non mette confine,
osservando fa svanire
attaccamento e timore
perchè nutre con amorevolezza
tutti gli attimi che vive.

Poetyca

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L’insegnamento

Questa via mi basterà

In armonia con il mio cuore,
ogni cosa si manifesta
in un unico accordo.

Guadagno e perdita,
non mi interessano;
questa via mi basterà
fino alla fine dei miei giorni.

Wen-siang (1210-1280)

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Ogni giorno armonizza
ogni tuo passo,
raccogli note e fai suonare
la musica che s’accorda al cuore:
allargando le braccia nel silenzio svuotati,
da ogni attaccamento sarai liberato
per divenire strumento
che si riconduce all’essenza del tuo essere
e troverai nel dharma la via del risveglio.

Poetyca

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16.02.2008 Poetyca

Reflecting …

The Reflection

Where subject and object are included
as a single sphere,
joy and pain merge into one.

Whatever circumstance he faces,
I am free in the blessed in the blessed realm
of awakened wisdom.

Milarepa

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If you know how to embrace everything
you do not find separation
and wise is he
that sets no boundaries,
observing makes it vanish
attachment and fear
because he nurtures with loving kindness
all the moments that he lives.

Poetyca

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The teaching

This way will be enough for me

In harmony with my heart,
everything manifests itself
in one agreement.

Gain and loss,
they don’t interest me;
this way will be enough for me
until the end of my days.

Wen-siang (1210-1280)

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Harmonize every day
your every step,
collect notes and play
the music that matches the heart:
spreading his arms in silence emptied,
da ogni attaccamento sarai liberato
to become an instrument
which leads back to the essence of your being
and you will find in the dharma the way of awakening.

Poetyca

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16.02.2008 Poetyca

Preghiera allo Spirito Santo – Prayer of holy Spirit – Edith Stein


Preghiera allo Spirito Santo
In questo clima mistico, pochi mesi prima della sua deportazione ad Auschwitz, nacque una delle preghiere più belle della Stein: l’intimo sposalizio dell’anima con lo Spirito Santo. È la “sua” Pentecoste:
“Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie e rischiara l’oscurità del mio cure? Tu mi guidi come una mano materna e mi lasci libero, così non saprei più fare un passo. Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé, da te lasciato cadrebbe nell’ abisso del nulla, dal quale tu lo elevi all’essere. Tu, più vicino a me di me stessa e più intimo del mio intimo e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile che fai esplodere ogni nome:
Spirito Santo – Amore eterno!
Non sei la dolce manna che dal cuore del Figlio fluisce nel mio, cibo degli angeli e dei santi? Egli, che si levò dalla morte alla vita, ha risvegliato anche me ad una vita nuova dal sonno della morte e mi dà una nuova vita di giorno in giorno, e un giorno la sua pienezza mi sommergerà, vita dalla tua vita – tu stesso:
Spirito Santo – Vita eterna
Sei tu il raggio che guizza giù dal trono del giudice eterno ed irrompe nella notte dell’anima che mai si è conosciuta? Misericordioso ed inesorabile penetra nelle pieghe nascoste. Si spaventa alla vista di se stessa lascia spazio al santo timore, inizio di ogni sapienza, che viene dall’alto e ci àncora con forza nell’alto: alla tua opera, come ci fa nuovi,
Spirito Santo – Raggio Impenetrabile!
Sei tu la pienezza dello Spirito e della forza con cui l’agnello sciolse il sigillo dell’eterno decreto divino? Da te sospinti i messaggeri del giudice cavalcano per il mondo e separano con spada tagliente il regno della luce dal regno della notte. Allora il cielo diventa nuovo e nuova la terra e tutto va al suo giusto posto con il tuo alito.
Spirito Santo – Forza vittoriosa.
Tu sei l’artefice che costruisce il duomo eterno che s’innalza dalla terra al cielo. Da te animate s’innalzano le colonne e restano saldamente fisse. Segnate con il nome eterno di Dio si alzano verso la luce sostenendo la cupola, che chiude il santo duomo coronandolo, la tua opera che trasforma il mondo.
Spirito Santo – Mano creatrice di Dio.
Sei tu colui che creò il chiaro specchio, vicinissimo al trono supremo, come un mare di cristallo, in cui la divinità amando si guarda? Ti chini sulla più bella opera della tua creazione e raggiante ti illumina il tuo proprio splendore, e la pura bellezza di tutti gli esseri, unita nel grazioso aspetto della Vergine, tua immacolata sposa:
Spirito Santo – Creatore dell’universo.
Sei tu il dolce canto dell’amore e del santo timore che eternamente risuona attorno al trono della Trinità e sposa in sé il puro suono di tutti gli esseri? L’armonia che congiunge le membra al capo, in cui ciascuno, felice, trova il segreto senso del suo essere e giubilante irradia, liberamente sciolto nel tuo fluire.
Spirito Santo – Giubilo eterno!
Santa Teresa Benedetta della Croce

Edith Stein

Prayer of holy Spirit

In this mystical climate, a few months before his deportation to Auschwitz, one of the most beautiful prayers of the Stein was born: the intimate marriage of the soul with the Holy Spirit. It is “his” Pentecost:
“Who are you, sweet light, that fills me and illuminates the darkness of my care? You guide me like a maternal hand and let me free, so I would no longer be able to take a step. You are the space that surrounds my being and it encloses it in itself, left by you it would fall into the abyss of nothing, from which you raise it to being. You, closer to me than myself and more intimate than my intimate and yet elusive and incomprehensible that you make every name explode:
Holy Spirit – Eternal love!
Are you not the sweet manna that flows from the heart of the Son into mine, the food of angels and saints? He, who rose from death to life, has also awakened me to a new life from the sleep of death and gives me a new life from day to day, and one day his fullness will submerge me, life from your life – yourself:
Holy Spirit – Eternal life
Are you the ray that flicks down from the throne of the eternal judge and breaks into the night of the soul that never knew itself? Merciful and relentless, it penetrates the hidden folds. It is frightened at the sight of itself, it leaves room for holy fear, the beginning of all wisdom, which comes from above and anchors us strongly in the top: to your work, as it makes us new,
Holy Spirit – Impenetrable Ray!
Are you the fullness of the Spirit and the strength with which the lamb dissolved the seal of the eternal divine decree? Driven by you, the messengers of the judge ride the world and separate the realm of light from the realm of the night with a sharp sword. Then the sky becomes new and new the earth and everything goes in its right place with your breath.
Holy Spirit – Victorious force.
You are the architect who builds the eternal cathedral that rises from earth to heaven. Animated by you, the columns rise and remain firmly fixed. Marked with the eternal name of God they rise towards the light supporting the dome, which closes the holy cathedral crowning it, your work that transforms the world.
Holy Spirit – God’s creative hand.
Are you the one who created the clear mirror, very close to the supreme throne, like a crystal sea, in which the divinity loving looks at itself? You bend over the most beautiful work of your creation and radiantly illuminates your own splendor, and the pure beauty of all beings, united in the graceful aspect of the Virgin, your immaculate bride:
Holy Spirit – Creator of the universe.
Are you the sweet song of love and holy fear that eternally resounds around the throne of the Trinity and marries within itself the pure sound of all beings? The harmony that connects the limbs to the head, in which everyone, happy, finds the secret sense of his being and jubilant radiates, freely dissolved in your flow.
Holy Spirit – Eternal jubilation!
Blessed Saint Teresa of the Cross

(Edith Stein)

Novena of the Holy Spirit
by St. Benedicta of the Cross (Edith Stein)

Who are you, sweet light, that fills me
And illumines the darkness of my heart?
You lead me like a mother’s hand,
And should you let go of me,
I would not know how to take another step.
You are the space
That embraces my being and buries it in yourself.
Away from you it sinks into the abyss
Of nothingness, from which you raised it to the light.
You, nearer to me than I to myself
And more interior than my most interior
And still impalpable and intangible
And beyond any name:
Holy Spirit eternal love!

Are you not the sweet manna
That from the Son’s heart
Overflows into my heart,
The food of angels and the blessed?
He who raised himself from death to life,
He has also awakened me to new life
From the sleep of death.
And he gives me new life from day to day,
And at some time his fullness is to stream through me,
Life of your life indeed, you yourself:
Holy Spirit eternal life!

Are you the ray
That flashes down from the eternal Judge’s throne
And breaks into the night of the soul
That had never known itself?
Mercifully relentlessly
It penetrates hidden folds.
Alarmed at seeing itself,
The self makes space for holy fear,
The beginning of that wisdom
That comes from on high
And anchors us firmly in the heights,
Your action,
That creates us anew:
Holy Spirit ray that penetrates everything!

Are you the spirit’s fullness and the power
By which the Lamb releases the seal
Of God’s eternal decree?
Driven by you
The messengers of judgment ride through the world
And separate with a sharp sword
The kingdom of light from the kingdom of night.
Then heaven becomes new and new the earth,
And all finds its proper place
Through your breath:
Holy Spirit victorious power!

Are you the master who builds the eternal cathedral,
Which towers from the earth through the heavens?
Animated by you, the columns are raised high
And stand immovably firm.
Marked with the eternal name of God,
They stretch up to the light,
Bearing the dome,
Which crowns the holy cathedral,
Your work that encircles the world:
Holy Spirit God’s molding hand!

Are you the one who created the unclouded mirror
Next to the Almighty’s throne,
Like a crystal sea,
In which Divinity lovingly looks at itself?
You bend over the fairest work of your creation,
And radiantly your own gaze
Is illumined in return.
And of all creatures the pure beauty
Is joined in one in the dear form
Of the Virgin, your immaculate bride:
Holy Spirit Creator of all!

Are you the sweet song of love
And of holy awe
That eternally resounds around the triune throne,
That weds in itself the clear chimes of each and every being?
The harmony,
That joins together the members to the Head,
In which each one
Finds the mysterious meaning of his being blessed
And joyously surges forth,
Freely dissolved in your surging:
Holy Spirit eternal jubilation!

Sussurro infinito – Infinite whisper


Sussurro infinito

Esprimi tutte le parole che sai,
falle scorrere piano sul foglio…
Come lacrime, come lampi di cielo notturno
e poi prendi fiato prima che possano
in un solo istante scagliarsi
a lasciare sgomenta questa notte
Offri la linfa del tuo essere
per rendere complice
solo quest’irripetibile istante
e non temere l’arrivo dell’alba
perchè sarà nascita e vita
a cullare ogni tua vibrante attesa
Io ascolto cullata dal sogno
che appeso alle stelle
sa scuotere ogni respiro
ed accolgo ora
le emozioni vive
che ci accompagnano ancora
Nulla sarà più
come prima della manifestazione
di questa polvere d’oro
che ricopre le palpebre
in un sussurro infinito d’amore
29.01.2008 Poetyca

Infinite whispers

Give all the words you know,
Slide it up on the sheet …
Like tears, like flashes of the night sky
and then take a breath before they can
in an instant lash
frightened to leave tonight
Offer the lifeblood of your being
to make accomplice
only quest’irripetibile moment
and do not fear the arrival of dawn
Why is birth and life
to cradle your every expectation vibrant
I listen lulled by a dream
that hung the stars
knows how to shake every breath
and welcome hour
emotions live
that is still with us
Nothing will be more
as before the event
This gold dust
covering the eyelids
in a whisper of endless love
29.01.2008 Poetyca

Sulla nuvola – On the cloud


Sulla nuvola

Dolce rumore di nulla,
culla di sogni e sospiri,
là dove il tepore è sogno,
dove la stella guida da sempre.

Lo riconosci il sentiero?
Ricordi l’incisione che facesti
a quella quercia da bambino?

Non hai tempo, non hai mantenuto
l’antica promessa – volevo respirare
tutti i sogni del cuore – essere vivo!

Nuvola soffice t’accompagna
non è fuga, è la saggezza del ricordo:
Offerta di un dono che ti faccia aprire le ali.

Percorso a ritroso per riallacciare
un filo sottile alla memoria del cuore,
in armonia fatata che sa danzare
con colorate movenze di farfalla.

Respira oggi tutta la dolcezza,
sia miele a nutrire il tuo essere
perchè riaprendo gli occhi
saprai manifestare la perduta essenza
della tua iridescente anima.

31.05.2008 Poetyca


On the cloud

Soft sound of nothing
cradle of dreams and sighs,
where the warmth is a dream,
where the guiding star forever.

You recognize the path?
Remember that you made the incision
that oak as a child?

Do not have time, you have maintained
the old promise – I breathe
all the dreams of the heart – be alive!

Cloud soft with thee
not escape, is the wisdom of memory:
Offer a gift that makes you open the wings.

Way back to resume
a thin wire to the memory of the heart,
magic that can dance in harmony
movements with colorful butterfly.

Breathe Today all the sweetness,
and honey to nourish your being
because opening his eyes
know the show lost essence
Iridescent your soul.

31.05.2008 Poetyca

The best of Van Morrison



Sir George Ivan “Van” Morrison (Belfast, 31 agosto 1945) è un cantante, polistrumentista e paroliere proveniente dall’Irlanda del Nord; suona diversi strumenti tra i quali chitarra, armonica a bocca, tastiere, sassofono e occasionalmente anche la batteria.

Dopo gli esordi blues rock con i Them, Morrison intraprese una carriera solista in bilico tra la passione giovanile per la musica nera, una forte vena sperimentale (che lo ha portato a sconfinare spesso in territori jazz) e uno stretto legame con la musica tradizionale della sua terra d’origine[1][2]. A rendere unico il suo stile contribuiscono la sua caratteristica vocalità[3] e una intensa poetica che abbraccia musica e parole in modo altamente espressivo.

La rivista Rolling Stone lo classifica quarantaduesimo nella sua lista dei cento migliori artisti di sempre[4] nonché ventiquattresimo in quella dei cento migliori cantanti[5]. Le sue esibizioni dal vivo, al suo meglio, sono state definite come mistiche e trascendenti.

Inoltre due suoi album, Astral Weeks e Moondance, compaiono nella lista dei 500 migliori album di sempre, ancora secondo Rolling Stone [6][7].

https://it.wikipedia.org/wiki/Van_Morrison

Sir George Ivan “Van” Morrison, OBE[1] (born 31 August 1945) is a Northern Irish singer-songwriter and musician. Some of his recordings, such as the studio albums Astral Weeks and Moondance and the live album It’s Too Late to Stop Now, are critically acclaimed. He has received six Grammy Awards, the Brit Award for Outstanding Contribution to Music, and has been inducted into both the Rock and Roll Hall of Fame and the Songwriters Hall of Fame. In 2015 he was knighted for his services to popular music.

Known as “Van the Man” to his fans, Morrison started his professional career when, as a teenager in the late 1950s, he played a variety of instruments including guitar, harmonica, keyboards and saxophone for various Irish showbands covering the popular hits of the day. He rose to prominence in the mid-1960s as the lead singer of the Northern Irish R&B band Them, with whom he recorded the garage band classic “Gloria”. His solo career began under the pop-hit oriented guidance of Bert Berns with the release of the hit single “Brown Eyed Girl” in 1967. After Berns’ death, Warner Bros. Records bought out his contract and allowed him three sessions to record Astral Weeks in 1968.[2] Even though this album would gradually garner high praise, it was initially a poor seller; however, the next one, Moondance, established Morrison as a major artist,[3] and throughout the 1970s he built on his reputation with a series of critically acclaimed albums and live performances. Morrison continues to record and tour, producing albums and live performances that sell well and are generally warmly received, sometimes collaborating with other artists, such as Georgie Fame and the Chieftains. In 2008 he performed Astral Weeks live for the first time since 1968.

Much of Morrison’s music is structured around the conventions of soul music and R&B, such as the popular singles “Brown Eyed Girl”, “Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile)”, “Domino” and “Wild Night”. An equal part of his catalogue consists of lengthy, loosely connected, spiritually inspired musical journeys that show the influence of Celtic tradition, jazz, and stream-of-consciousness narrative, such as Astral Weeks and lesser-known works such as Veedon Fleece and Common One.[4][5] The two strains together are sometimes referred to as “Celtic Soul”

https://en.wikipedia.org/wiki/Van_Morrison

Coscienza


Riflettendo…

La Riflessione

Qual è il significato del termine “illusione”?
Significa che i fenomeni non esistono indipendentemente da altri fenomeni,
che la loro apparente autonomia nel manifestarsi è illusoria.

Questo è ciò che si intende con “illusione”,
non che qualcosa non è realmente là.

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

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Ogni atto ha una conseguenza,
nulla è sganciato ed indipendente:
ogni anello costituisce la catena di eventi.

Illusorio è credere di non muovere
conseguenze da atti nocivi
per se stessi e per gli altri.

Illusorio è credere
di non poter generare
effetti benevoli da atti
amorevoli e compassionevoli.

Tutto è interdipendente
e si ricuce a quanto si sia compiuto
e a quanto si compie; come per un sassolino
che gettato tra le acque calme di un lago,
allarga cerchi di conseguenza alla forza
con il quale viene scagliato.

Poetyca

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L’insegnamento

Coscienza

La coscienza ha a che vedere con il cervello?
La nostra tendenza è vederla come uno stato mentale che dipende dal cervello.
Gli scienziati occidentali sostengono che la coscienza risiede nel cervello.

Ma più la esplorate con la presenza mentale e la comprensione,
più vi accorgete che il cervello, il sistema nervoso,
tutto il sistema psicofisico nel suo insieme,
sorgono nella coscienza e sono permeati di coscienza.
È per questo che possiamo essere consapevoli del corpo.

Riflettiamo sulle quattro posizioni (stare seduti, in piedi, camminare e giacere).
Quando siamo consapevoli dello star seduti così come le percepiamo adesso,
non ci limitiamo a qualcosa che è nel cervello, ma il corpo stesso è nella coscienza.
Siamo consapevoli dell’intero corpo nell’esperienza di stare seduti.

Ajahn Sumedho

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Avere coscienza di qualcosa
significa esserne consapevoli.
Porre l’attenzione alla nostra presenza,
alla porzione di spazio che occupiamo
e in che modo viene fatto.

Porsi in ascolto:

Sapersi allenare, allentando tutte le tensioni,
in quella condizione che ci ponga ad attraversare
il qui ed ora – sganciati da un prima e da un dopo –
è un modo per capire con quale atteggiamento
siamo veramente presenti.

Condizione ottimale è
il condursi alla presenza mentale
che ci mantiene attenti a quanto facciamo
e come lo facciamo, cercando consapevolezza,
con tutta l’attenzione possibile.

Poetyca

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28.06.2008 Poetyca