Archivi

L’artista taccagno – The Stingy Artist – 101 Storie Zen


47. L’artista taccagno

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l’artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest’artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l’ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l’abito, chiese a Gessen di fare un’altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.
Tratto da 101 Storie Zen
The Stingy Artist
Gessen was an artist monk. Before he would start a drawing or painting he always insisted upon being paid in advance, and his fees were high. He was known as the “Stingy Artist.”
A geisha once gave him a commission for a painting. “How much can you pay?” inquired Gessen.
“‘Whatever you charge,” replied the girl, “but I want you to do the work in front of me.”
So on a certain day Gessen was called by the geisha. She was holding a feast for her patron.
Gessen with fine brush work did the paining. When it was completed he asked the highest sum of his time.
He received his pay. Then the geisha turned to her patron saying: “All this artist wants is money. His paintings are fine but his mind is dirty; money has caused it to become muddy. Drawn by such a filthy mind, his work is not fit to exhibit. It is just about good enough for one of my petticoats.”
Removing her skirt, she then asked Gessen to do another picture on the back of her petticoat.
“How much will you pay?” asked Gessen.
“Oh, any amount,” answered the girl.
Gessen named a fancy price, painted the picture in the manner requested, and went away.
It was learned later that Gessen had these reasons for desiring money:
A ravaging famine often visited his province. The rich would not help the poor, so Gessen had a secret warehouse, unknown to anyone, which he kept filled with grain, prepared for these emergencies.
From his village to the National Shrine the road was in very poor condition and many travelers suffered while traversing it. He desired to build a better road.
His teacher had passed away without realizing his wish to build a temple, and Gessen wished to complete this temple for him.
After Gessen had accomplished his three wishes he threw away his brushes and artist’s materials and, retiring to the mountains, never painted again.
Taken from 101 Zen Stories

Imparare a stare zitti – Learning to Be Silent – Storia Zen


71. Imparare a star zitti

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.

Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».

Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo. «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.

«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.

«Io sono l’unico che non ha parlato» concluse il quarto.

Tratto da 101 Storie Zen

Learning to Be Silent

The pupils of the Tendai school used to study meditation before Zen entered Japan. Four of them who were intimate friends promised one another to observe seven days of silence.

On the first day all were silent. Their meditation had begun auspiciously, but when night came and the oil lamps were growing dim one of the pupils could not help exclaiming to a servant: “Fix those lamps.”

The second pupils was surprised to hear the first one talk. “We are not supposed to say a word,” he remarked.

“You two are stupid. Why did you talk?” asked the third.

“I am the only one who has not talked,” concluded the fourth pupil.

Taken to 101 Zen Stories

Storia zen – Zen story


Storia zen
Un giovane monaco di un monastero Zen
corre trafelato cercando il suo Maestro.
Trovato il vecchio insegnante,
impegnato a potare i suoi piccoli alberi,
lo interrompe dicendo:
“Maestro oggi durante la meditazione mattutina
ho iniziato a comprendere il canto degli uccelli,
sentire il suono dei fili d’erba
e il vociare delle formiche”.
Il Vecchio Monaco guarda il suo giovane allievo
e con fare un poco complice gli risponde:
“Non ti preoccupare troppo di questo…
fra qualche giorno passa”.
Storia Zen

Zen story

A young monaco a Zen monastery
runs out of breath trying his Master.
Found the old teacher,
committed to prune your small trees,
interrupts him by saying:
“Master today during the morning meditation
I began to understand the song of birds,
hear the sound of the blades of grass
and the cries of the ants. “
The Old Monaco watches her young pupil
and do a little accomplice replied:
“Do not worry too much about this …
in a few days pass. “
Zen story

Non violenza – No Violence – Thich Nhat Hanh


Non violenza

“Noi che abbiamo toccato la guerra hanno il dovere di portare la verità sulla guerra a coloro che non hanno avuto un’esperienza diretta. Siamo la luce sulla punta della candela. E ‘davvero calda, ma ha il potere di lucentezza e illuminazione. Se si pratica la consapevolezza, sapremo guardare a fondo la natura della guerra e, con la nostra visione, le persone si svegliano in modo che insieme possiamo evitare di ripetere gli stessi orrori ancora e ancora. “
Thich Nhat Hanh, Love in azione: Scritti su Nonviolento cambiamento sociale
❤¸.•*””*•.¸❤¸.•*””*•.¸❤❤¸.•*””*•.¸❤¸.•*””*•.¸❤❤¸.•*””*•.¸❤¸.•*””*•.¸❤
“We who have touched war have a duty to bring the truth about war to those who have not had a direct experience of it. We are the light at the tip of the candle. It is really hot, but it has the power of shining and illuminating. If we practice mindfulness, we will know how to look deeply into the nature of war and, with our insight, wake people up so that together we can avoid repeating the same horrors again and again.”
Thich Nhat Hanh, Love in Action: Writings on Nonviolent Social Change

Gudo e l’imperatore – Gudo and the Emperor


61. Gudo e l’imperatore

L’imperatore Goyozei studiava lo Zen con Gudo. Gli domandò: «Nello Zen questa mia mente è Buddha. È giusto?».

Gudo rispose: «Se ti dico di sì, tu crederai di capire senza aver capito. Se ti dico di no, negherei un fatto che molti capiscono benissimo».

Un altro giorno l’imperatore domandò a Gudo: «Dove va l’uomo illuminato quando muore?».

Gudo rispose: «Non lo so».

«Perché non lo sai?» chiese l’imperatore.

«Perché non sono ancora morto» rispose Gudo. L’imperatore esitava a fare altre domande su queste cose che la sua mente non riusciva a comprendere. Così Gudo batté la mano a terra come se volesse svegliarlo, e l’imperatore fu illuminato!

Dopo l’Illuminazione l’imperatore rispettò più che mai lo Zen e il vecchio Gudo, e permetteva persino che d’inverno, al palazzo, il maestro tenesse il cappello in testa.

Quando aveva ormai più di ottant’anni, Gudo soleva addormentarsi nel mezzo della lezione, e allora l’imperatore se ne andava silenziosamente in un’altra stanza, così che il suo amato maestro potesse godersi il riposo di cui il suo vecchio corpo aveva bisogno.

Da 101 Storie Zen

Gudo and the Emperor

The emperor Goyozei was studying Zen under Gudo. He inquired: “In Zen this very mind is Buddha. Is this correct?”

Gudo answered: “If I say yes, you will think that you understand without understanding. If I say no, I would be contradicting a fact which you may understand quite well.”

On another day the emperor asked Gudo: “Where does the enlightened man go when he dies?”

Gudo answered: “I know not.”

“Why don’t you know?” asked the emperor.

“Because I have not died yet,” replied Gudo.

The emperor hesitated to inquire further about these things his mind could not grasp. So Gudo beat the floor with his hand as if to awaken him, and the emperor was enlightened!

The emperor respected Zen and old Gudo more than ever after his enlightenment, and he even permitted Gudo to wear his hat in the palace in winter. When Gudo was over eighty he used to fall asleep in the midst of his lecture, and the emperor would quietly retire to another room so his beloved teacher might enjoy the rest his aging body required.

From 101 Zen Stories

Shoun e sua madre – Shoan and His Mother – 101 storie Zen


laotzu4base

15. Shoun e sua madre

Shoun diventò un insegnante di Zen Soto. Faceva ancora i suoi studi quando gli era morto il padre, lasciando la vecchia madre affidata alle sue cure.
Tutte le volte che andava in una sala di meditazione Shoun portava con sé la madre. Da quando essa lo accompagnava, però, lui nei monasteri non poteva più vivere coi monaci. Sicché le costruiva una casetta e si prendeva cura della madre. Copiava sutra e poesie buddhiste, e in questo modo guadagnava quel poco di che vivere.
Quando Shoun comprava un po’ di pesce per la madre, la gente rideva di lui, perché a un monaco è vietato mangiare pesce. Shoun non se ne curava. Ma a sua madre dispiaceva che gli altri ridessero del figlio. E infine disse a Shoun: «Credo che mi farò monaca. Posso diventare vegetariana anch’io». Così fece, e cominciarono a studiare insieme.
Shoun era appassionato di musica ed era un virtuoso dell’arpa, strumento che anche sua madre suonava. Nelle notti di plenilunio avevano l’abitudine di suonare insieme.
Una notte una giovane signora passò davanti alla sua casa e udì la musica. Profondamente commossa, invitò Shoun la sera dopo in casa sua perché suonasse per lei. Shoun accettò l’invito. Dopo qualche giorno incontrò per la strada la giovane signora e la ringraziò della sua ospitalità. Gli altri risero di lui. Era andato in casa di una donna di piacere.
Un giorno Shoun andò a fare una conferenza in un tempio lontano. Tornò a casa dopo qualche mese e trovò che la madre era morta. Gli amici non sapevano dove rintracciarlo, e il funerale si stava celebrando in quel momento.
Shoun si avvicinò e picchiò sulla bara col bastone. «Mamma, tuo figlio è tornato» disse. «Sono contenta di vedere che sei tornato, figlio» rispose Shoun per la madre.
«Sì, sono contento anch’io» disse Shoun. Poi annunciò a quelli che stavano intorno a lui: «La cerimonia funebre è finita. Potete seppellire il corpo».
Quando fu vecchio, Shoun sapeva che la sua fine era prossima. La mattina chiese ai suoi discepoli di radunarsi intorno a lui e disse che sarebbe morto a mezzogiorno. Bruciando incenso davanti ai ritratti di sua madre e del suo vecchio maestro, scrisse una poesia:

Ho vissuto sessant’anni come meglio potevo
Facendo la mia strada in questo mondo.
Ora la pioggia è cessata, le nubi scompaiono,
Il cielo azzurro ha una luna piena.

I suoi discepoli si raccolsero intorno a lui recitando un sutra, e Shoun spirò durante l’invocazione.
tratto da 101 Storie Zen
Shoan and His Mother
Shoun became a teacher of Soto Zen. When he was still a student his father passed away, leaving him to care for his old mother.
Whenever Shoun went to a meditation hall he always took his mother with him. Since she accompanied him, when he visited monasteries he could not live with the monks. So he would build a little house and care for her there. He would copy sutras, Buddhist verses, and in this manner receive a few coins for food.
When Shoun bought fish for his mother, the people would scoff at him, for a monk is not supposed to eat fish. But Shoun did not mind. His mother, however, was hurt to see the others laugh at her son. Finally she told Shoun: “I think I will become a nun. I can be a vegaterian too.” She did, and they studied together.
Shoun was fond of music and was a master of the harp, which his mother also played. On full-moon nights they used to play together.
One night a young lady passed by their house and heard music. Deeply touched, she invited Shoun to visit her the next evening and play. He accepted the invitation. A few days later he met the young lady on the street and thanked her for her hospitality. Others laughed at him. He had visited the house of a woman of the streets.
One day Shoun left for a distant temple to deliver a lecture. A few months afterwards he returned home to find his mother dead. Friends had not known where to reach him, so the funeral was then in progress.
Shoun walked up and hit the coffin with his staff. “Mother, your son has returned,” he said.
“I am glad to see you have returned, son,” he answered for his mother.
“Yes, I am glad too,” Shoun responded. Then he announced to the people about him: “The funeral ceremony is over. You may bury the body.”
When Shoun was old he knew his end was approaching. He asked his disciples to gather around him in the morning, telling them he was going to pass on at noon. Burning incense before the picture of his mother and his old teacher, he wrote a poem:
For fifty-six years I lived as best I could,
Making my way in this world.
Now the rain has ended, the clouds are clearing,
The blue sky has a full moon.

His disciples gathered about him, reciting a sutra, and Shoun passed on during the invocation.
Taken from 101 Zen Stories

Lo Zen di ogni istante – Every-Minute Zen


35. Lo Zen di ogni istante

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l’ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’anticamera. Vorrei sapere se hai messo l’ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».

Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.

Every-Minute Zen

Zen students are with their masters at least two years before they presume to teach others. Nan-in was visited by Tenno, who, having passed his apprenticeship, had become a teacher. The day happened to be rainy, so Tenno wore wooden clogs and carried an umbrella. After greeting him Nan-in remarked: “I suppose you left your wooden clogs in the vestibule. I want to know if your umbrella is on the right or left side of the clogs.”

Tenno, confused, had no instant answer. He realized that he was unable to carry his Zen every minute. He became Nan-in’s pupil, and he studied six more years to accomplish his every-minute Zen.

Trovare un diamante su una strada fangosa – Finding a Diamond on a Muddy Road – Storie Zen


Trovare un diamante su una strada fangosa

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.

«Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».

«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».

Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?».

«Qualcosa ce l’ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po’ di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.

«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.

L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore.

Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».

«Come vuoi» acconsentì Gudo.

I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.

«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.

«Faccio ancora dieci miglia» rispose l’uomo.

«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.

«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l’uomo.

In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l’uomo che non tornò mai indietro.

101 storie Zen

Finding a Diamond on a Muddy Road

Gudo was the emperor’s teacher of his time. Nevertheless, he used to travel alone as a wandering mendicant. Once when he was on his was to Edo, the cultural and political center of the shogunate, he approached a little village named Takenaka. It was evening and a heavy rain was falling. Gudo was thoroughly wet. His straw sandals were in pieces. At a farmhouse near the village he noticed four or five pairs of sandals in the window and decided to buy some dry ones.

The woman who offered him the sandals, seeing how wet he was, invited him in to remain for the night at her home. Gudo accepted, thanking her. He entered and recited a sutra before the family shrine. He then was introduced to the woman’s mother, and to her children. Observing that the entire family was depressed, Gudo asked what was wrong.

“My husband is a gambler and a drunkard,” the housewife told him. “When he happens to win he drinks and becomes abusive. When he loses he borrows money from others. Sometimes when he becomes thoroughly drunk he does not come home at all. What can I do?”

I will help him,” said Gudo. “Here is some money. Get me a gallon of fine wine and something good to eat. Then you may retire. I will meditate before the shrine.”

When the man of the house returned about midnight, quite drunk, he bellowed: “Hey, wife, I am home. Have you something for me to eat?”

“I have something for you,” said Gudo. “I happened to get caught in the rain and your wife kindly asked me to remain here for the night. In return I have bought some wine and fish, so you might as well have them.”

The man was delighted. He drank the wine at once and laid himself down on the floor. Gudo sat in meditation beside him.

In the morning when the husband awoke he had forgotten about the previous night. “Who are you? Where do you come from?” he asked Gudo, who still was meditating.

“I am Gudo of Kyoto and I am going on to Edo,” replied the Zen master.

The man was utterly ashamed. He apologized profusely to the teacher of his emperor.

Gudo smiled. “Everything in this life is impermanent,” he explained. “Life is very brief. If you keep on gambling and drinking, you will have no time left to accomplish anything else, and you will cause your family to suffer too.”

The perception of the husband awoke as if from a dream. “You are right,” he declared. “How can I ever repay you for this wonderful teaching! Let me see you off and carry your things a little way.”

“If you wish,” assented Gudo.

The two started out. After they had gone three miles Gudo told him to return. “Just another five miles,” he begged Gudo. They continued on.

“You may return now,” suggested Gudo.

“After another ten miles,” the man replied.

“Return now,” said Gudo, when the ten miles had been passed.

“I am going to follow you all the rest of my life,” declared the man.

Modern Zen teachers in Japan spring from the lineage of a famous master who was the successor of Gudo. His name was Mu-nan, the man who never turned back.

101 Zen stories

La non violenza – No violence – Thich Nhat Hanh


La non violenza

Chiunque può praticare un po ‘la non violenza, anche i soldati. Alcuni generali dell’esercito, per esempio, possono svolgere le loro operazioni in modo tale da evitare di uccidere persone innocenti, questo è una sorta di non-violenza “.
Thich Nhat Hanh,

Amore in Azione: Scritti sul cambiamento sociale non violento
✿¯`•.¸,¤°`°¤,¸.•✿✿¯`•.¸,¤°✿

No violence

“Anyone can practice some no violence, even soldiers. Some army generals, for example, conduct their operations in ways that avoid killing innocent people; this is a kind of nonviolence.”
Thich Nhat Hanh,
Love in Action: Writings on Nonviolent Social Change

Dialogo commerciale per avere alloggio


26. Dialogo commerciale per avere alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.

In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.

Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.

Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.

Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».

«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.

«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.

«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.

«Ho saputo che hai vinto il dibattito».

«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».

«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.

«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Tratto da 101 storie Zen

Trading Dialogue For Lodging

Provided he makes and wins an argument about Buddhism with those who live there, any wandering monk can remain in a Zen temple. If he is defeated, he has to move on.

In a temple in the northern part of Japan two brother monks were dwelling together. The elder one was learned, but the younger one was stupid and had but one eye.

A wandering monk came and asked for lodging, properly challenging them to a debate about the sublime teaching. The elder brother, tired that day from much studying, told the younger one to take his place. “Go and request the dialogue in silence,” he cautioned.

So the young monk and the stranger went to the shrine and sat down.

Shortly afterwards the traveler rose and went in to the elder brother and said: “Your young brother is a wonderful fellow. He defeated me.”

“Relate the dialogue to me,” said the elder one.

“Well,” explained the traveler, “first I held up one finger, representing Buddha, the enlightened one. So he held up two fingers, signifying Buddha and his teaching. I held up three fingers, representing Buddha, his teaching, and his followers, living the harmonious life. Then he shook his clenched fist in my face, indicating that all three come from one realization. Thus he won and so I have no right to remain here.” With this, the traveler left.

“Where is that fellow?” asked the younger one, running in to his elder brother.

“I understand you won the debate.”

“Won nothing. I’m going to beat him up.”

“Tell me the subject of the debate,” asked the elder one.

“Why, the minute he saw me he held up one finger, insulting me by insinuating that I have only one eye. Since he was a stranger I thought I would be polite to him, so I held up two fingers, congratulating him that he has two eyes. Then the impolite wretch held up three fingers, suggesting that between us we only have three eyes. So I got mad and started to punch him, but he ran out and that ended it!”

From 101 Zen Stories

Il primo principio – The First Principle – Storia zen


19. Il Primo Principio

Quando uno va nel tempio Obaku a Kyoto, vede scolpite sulla porta le parole «Il Primo Principio». Le lettere sono eccezionalmente grandi, e quelli che apprezzano la calligrafia non mancano mai di ammirarle come un capolavoro. Furono tracciate da Kosen duecento anni or sono.

Il maestro le disegnò sulla carta, e poi gli operai ne fecero la scultura ingrandita in legno. Mentre Kosen disegnava le lettere, con lui c’era un allievo impertinente che aveva preparato parecchi galloni di inchiostro per il lavoro calligrafico e che non si peritava di criticare l’opera del suo maestro.

«Questo non va» disse a Kosen dopo il primo tentativo.

«Come va questo?».

«Brutto. Peggio dell’altro» sentenziò l’allievo.

Pazientemente Kosen riempì fogli e fogli sino a mettere insieme ottantaquattro Primi Princìpi, senza peraltro ottenere l’approvazione dell’allievo.

Poi, quando il giovanotto uscì per qualche minuto, Kosen pensò: «Ora mi si offre la possibilità di sfuggire al suo occhio acuto», e in tutta fretta, con la mente libera da altri pensieri, scrisse: «Il Primo Principio».

«Un capolavoro» sentenziò l’allievo.

Tratto da 101 Storie Zwn


The First Principle

When one goes to Obaku temple in Kyoto he sees carved over the gate the words “The First Principle.” The letters are unusually large, and those who appreciate calligraphy always admire them as being a masterpiece. They were drawn by Kosen two hundred years ago.

When the master drew them he did so on paper, from which workmen made the larger carving in wood. As Kosen sketched the letters a bold pupil was with him who had made several gallons of ink for the calligraphy and who never failed to criticize his master’s work.

“That is not good,” he told Kosen after the first effort.

“How is that one?”

“Poor. Worse than before,” pronounced the pupil.

Kosen patiently wrote one sheet after another until eighty-four First Principles had been accumulated, still without the approval of the pupil.

Then, when the young man stepped outside for a few moments, Kosen thought: “Now is my chance to escape his keen eye,” and he wrote hurridly, with a mind free from disctraction. “The First Principle.”

“A masterpiece,” pronounced the pupil.

Taken from 101 Zen stories

Obbedienza – Obedience – Storia Zen


4. Obbedienza

Le lezioni del maestro Bankei non erano frequentate solo dagli studenti di Zen ma anche da persone di ogni ceto e di ogni setta. Lui non citava i sutra né si dilungava in dissertazioni dottrinali. Al contrario, le parole gli uscivano direttamente dal cuore e raggiungevano il cuore di chi lo ascoltava.

Che lui avesse un pubblico tanto numeroso fece infuriare un prete della setta Nichiren, perché tutti i suoi seguaci lo avevano abbandonato per andare a sentire lo Zen. L’egocentrico prete Nichiren si recò al tempio, risoluto ad avere un contraddittorio con Bankei.

«Ehi, insegnante di Zen!» gridò. «Aspetta un momento. Chi ti rispetta obbedirà a quello che dici, ma un uomo come me non ti rispetta. Puoi convincermi ad obbedirti?».

«Vieni qui accanto a me e te ne darò la prova» disse Bankei.

Con aria altera, il prete si fece largo in mezzo alla folla e si avvicinò all’insegnante.

Bankei sorrise. «Vieni qui alla mia sinistra» Il prete obbedì.

«No,» disse Bankei «parleremo meglio se ti metti alla mia destra. Vieni da quest’altra parte».

Con aria sprezzante il prete passò dall’altra parte.

«Come vedi,» osservò Bankei «tu mi stai obbedendo, e io trovo che sei veramente gentile. Ora siediti e ascolta».

Da 101 Storie Zen

Obedience

The master Bankei’s talks were attended not only by Zen students but by persons of all ranks and sects. He never quoted sutras nor indulged in scholastic dissertations. Instead, his words were spoken directly from his heart to the hearts of his listeners.

His large audiences angered a priest of the Nichiren sect because the adherents had left to hear about Zen. The self-centered Nichiren priest came to the temple, determined to debate with Bankei.

“Hey, Zen teacher!” he called out. “Wait a minute. Whoever respects you will obey what you say, but a man like myself does not respect you. Can you make me obey you?”

“Come up beside me and I will show you,” said Bankei.

Proudly the priest pushed his way through the crowd to the teacher.

Bankei smiled. “Come over to my left side.”

The priest obeyed.

“No,” said Bankei, “we may talk better if you are on the right side. Step over here.”

The priest proudly stepped over to the right

“You see,” observed Bankei, “you are obeying me and I think you are a very gentle person. Now sit down and listen.”


101 Zwn Stories

Se mi ami, ama apertamente – If You Love, Love Openly – Zen


5. Se ami, ama apertamente

Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro di Zen.

Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono segretamente di lei. Uno di questi le scrisse una lettera d’amore, insistendo per vederla da sola.

Eshun non rispose. Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: «Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia».

101 Storie Zen

If You Love, Love Openly

Twenty monks and one nun, who was named Eshun, were practicing meditation with a certain Zen master.

Eshun was very pretty even though her head was shaved and her dress plain. Several monks secretly fell in love with her. One of them wrote her a love letter, insisting upon a private meeting.

Eshun did not reply. The following day the master gave a lecture to the group, and when it was over, Eshun arose. Addressing the one who had written her, she said: “If you really love me so much, come and embrace me now.”

101 Zen Stories

L’assoggettamento di un fantasma – The Subjugation of a Ghost – Storia zen


65. L’assoggettamento di un fantasma

Una giovane moglie si ammalò ed era in punto di morte. «Ti amo tanto» disse al marito «che non voglio lasciarti. Non tradirmi con nessun’altra donna. Se lo fai, tornerò sotto forma di fantasma e ti darò fastidi a non finire».

Ben presto la moglie morì. Il marito, per i primi tre mesi, rispettò il suo ultimo desiderio, ma poi incontrò un’altra donna e se ne innamorò. Così i due si fidanzarono.

Subito dopo il fidanzamento, tutte le notti all’uomo appariva un fantasma che gli rimproverava di non mantenere la sua promessa. E il fantasma era intelligente. Gli diceva per filo e per segno tutto quello che era successo tra lui e la sua nuova fidanzata. Tutte le volte che lui faceva un regalo alla sua promessa sposa, il fantasma lo descriveva in tutti i particolari. Ripeteva persino i loro discorsi, e tormentava l’uomo a tal punto che il poveretto non riusciva a chiudere occhio. Qualcuno gli consigliò di sottoporre il suo problema a un maestro di Zen che viveva nei pressi del villaggio. E infine, disperato, il pover’uomo andò a chiedergli aiuto.

«La tua prima moglie è diventata un fantasma e sa tutto quello che fai» spiegò il maestro.

«Qualunque cosa tu faccia o dica, qualunque cosa tu regali alla tua innamorata, il fantasma lo sa. Dev’essere un fantasma molto sagace. Francamente, dovresti ammirare un fantasma del genere. La prossima volta che ti appare, vieni a patti con lei. Dille che è così abile che non puoi nasconderle niente, e che se risponderà a una domanda tu le prometterai di rompere il fidanzamento e di restare vedovo».

«Qual è la domanda che devo farle?» disse l’uomo.

Il maestro rispose: «Prendi una gran manciata di semi di soia e domandale quanti semi hai in mano. Se non è in grado di dirtelo, saprai che è soltanto una immaginazione della tua mente e non ti tormenterà più».

La notte dopo, quando gli apparve il fantasma, l’uomo si mise ad adularla e le disse che lei sapeva tutto.

«Infatti,» rispose il fantasma «e so che oggi sei andato a trovare quel maestro di Zen».

«E visto che sei così brava» ribatté l’uomo «dimmi quanti semi ho in questa mano!».

Non ci fu più nessun fantasma che rispondesse a quella domanda.

Tratto da 101 Storie Zen

The Subjugation of a Ghost

A young wife fell sick and was about to die. “I love you so much,” she told her husband, “I do not want to leave you. Do not go from me to any other woman. If you do, I will return as a ghost and cause you endless trouble.”

Soon the wife passed away. The husband respected her last wish for the first three months, but then he met another woman and fell in love with her. They became engaged to be married.

Immediately after the engagement a ghost appeared every night to the man, blaming him for not keeping his promise. The ghost was clever too. She told him exactly what has transpired between himself and his new sweetheart. Whenever he gave his fiancee a present, the ghost would describe it in detail. She would even repeat conversations, and it so annoyed the man that he could not sleep. Someone advised him to take his problem to a Zen master who lived close to the village. At length, in despair, the poor man went to him for help.

“Your former wife became a ghost and knows everything you do,” commented the master. “Whatever you do or say, whatever you give you beloved, she knows. She must be a very wise ghost. Really you should admire such a ghost. The next time she appears, bargain with her. Tell her that she knows so much you can hide nothing from her, and that if she will answer you one question, you promise to break your engagement and remain single.”

“What is the question I must ask her?” inquired the man.

The master replied: “Take a large handful of soy beans and ask her exactly how many beans you hold in your hand. If she cannot tell you, you will know she is only a figment of your imagination and will trouble you no longer.”

The next night, when the ghost appeared the man flattered her and told her that she knew everything.

“Indeed,” replied the ghost, “and I know you went to see that Zen master today.”

“And since you know so much,” demanded the man, “tell me how many beans I hold in this hand!”

There was no longer any ghost to answer the question.

Taken from 101 Zen Stories

Il vero sentiero – The True Path – Storia Zen


56. Il vero sentiero

Subito prima che Ninakawa morisse, gli fece visita il maestro di Zen Ikkyu.

«Devo farti da guida?» domandò Ikkyu. Ninakawa rispose: «Sono venuto qui da solo e da solo me ne vado. Che aiuto potresti darmi?».

Ikkyu rispose: «Se credi veramente che vieni e che vai, questo è il tuo errore. Lascia che ti mostri il sentiero dove non si viene e non si va».

Con queste parole Ikkyu aveva rivelato il sentiero con tanta chiarezza che Ninakawa sorrise e spirò.

Tratto da 101 Storie Zen 

The True Path

Just before Ninakawa passed away the Zen master Ikkyu visited him. “Shall I lead you on?” Ikkyu asked.

Ninakawa replied: “I came here alone and I go alone. What help could you be to me?”

Ikkyu answered: “If you think you really come and go, that is your delusion. Let me show you the path on which there is no coming and going.”

With his words, Ikkyu had revealed the path so clearly that Ninakawa smiled and passed away.

Taken to 101 Zen Stories

La storia di Shunkai – The Story of Shunkai – Storie Zen


11. La storia di Shunkai

La bellissima Shunkai, nota anche

col nome di Suzu, fu costretta ancora molto giovane a sposarsi contro la propria volontà. Più tardi, quando questo matrimonio ebbe fine, frequentò l’università, dove seguì gli studi di filosofia.
Vedere Shunkai significava innamorarsene. E per giunta anche lei, dovunque andasse, si innamorava di qualcuno. All’università, l’amore la circondava, e più tardi, quando la filosofia non le bastò più e lei andò in un tempio per imparare lo Zen, gli studenti si innamoravano sempre di lei. L’intera vita di Shunkai era impregnata di amore.
Finalmente, a Kyoto, diventò una vera studentessa di Zen. I suoi confratelli del tempio succursale di Kennin decantavano la sua sincerità. Uno di questi scoprì la propria affinità spirituale con lei e la aiutò a capire a fondo lo Zen.
L’abate di Kennin, Mokurai, Tuono Silenzioso, era molto severo. Poiché lui si atteneva alle regole, si aspettava che i suoi preti facessero altrettanto. Nel Giappone di oggi, tutto lo zelo per il Buddhismo che questi preti hanno perso pare l’abbiano acquistato nel prender moglie. Quando Mokurai trovava queste donne in uno dei suoi templi, le cacciava via a colpi di granata, ma più mogli buttava fuori e più ne venivano.
Nel tempio di cui parliamo, la moglie del prete principale si ingelosì del fervore e della bellezza di Shunkai. Sentir decantare dagli studenti la serietà del suo Zen dava a questa moglie delle vere crisi di furore. Finì che costei mise in giro delle chiacchiere su Shunkai e sul giovanotto che le era amico. Col risultato che lui fu espulso e Shunkai fu trasferita altrove.
«Io avrò commesso un peccato d’amore,» pensò Shunkai «ma nel tempio non ci resta nemmeno la moglie del prete, se il mio amico deve subire un trattamento così ingiusto».
Quella stessa notte, con un bidone di petrolio, Shunkai diede fuoco al tempio, antico di cinque secoli, e lo distrusse sino alle fondamenta. La mattina dopo la polizia l’arrestò.
Un giovane avvocato s’interessò del suo caso e si prodigò per farle avere una condanna mite. «Non mi aiuti» gli disse lei. «Potrei decidere di fare qualche altra cosa che mi riporterebbe diritta in prigione».
Infine, dopo avere scontato sette anni di carcere, Shunkai lasciò la prigione, dove anche il carceriere sessantenne si era innamorato di lei.
Ma ora tutti la guardavano come un «avanzo di galera». Nessuno voleva avvicinarla. La scansavano perfino gli adepti dello Zen, che dovrebbero credere nell’Illuminazione in questa vita e con questo corpo. Shunkai scoprì che lo Zen e i seguaci dello Zen erano due cose diverse. I suoi parenti non volevano più saperne di lei. Era debole e ammalata e cadde in miseria.
Incontrò un prete Shinshu che le insegnò il nome del Buddha dell’Amore, e in questo Shunkai trovò un po’ di sollievo e una certa serenità di spirito. Morì che a malapena aveva trent’anni ed era ancora bellissima.
Nel vano tentativo di guadagnarsi il pane, scrisse la propria vita e ne raccontò alcune vicende a una scrittrice. Così il popolo giapponese conobbe la sua storia. Tutti coloro che avevano respinto Shunkai, tutti coloro che l’avevano calunniata e odiata, ora leggevano la storia della sua vita con lacrime di rimorso.

Da 101 Storie Zen

The Story of Shunkai

The exquisite Shunkai whose other name was Suzu was compelled to marry against her wishes when she was quite young. Later, after this marriage had ended, she attended the university, where she studied philosophy.
To see Shunkai was to fall in love with her. Moreover, wherever she went, she herself fell in love with others. Love was with her at the university, and afterwards, when philosophy did not satisfy her and she visited a temple to learn about Zen, the Zen students fell in love with her. Shunkai’s whole life was saturated with love.
At last in Kyoto she became a real student of Zen. Her brothers in the sub-temple of Kennin praised her sincerity. One of them proved to be a congenial spirit and assisted her in the mastery of Zen.
The abbot of Kennin, Mokurai, Silent Thunder, was severe. He kept the precepts himself and expected his priests to do so. In modern Japan whatever zeal these priests have lost of Buddhism they seem to have gained for their wives. Mokurai used to take a broom and chase the women away when he found them in any of his temples, but the more wives he swept out, the more seemed to come back.
In this particular temple the wife of the head priest became jealous of Shunkai’s earnestness and beauty. Hearing the students praise her serious Zen made this wife squirm and itch. Finally she spread a rumor about Shunkai and the young man who was her friend. As a consequence he was expelled and Shunkai was removed from the temple.
“I may have made the mistake of love,” thought Shunkai, “but the priest’s wife shall not remain in the temple either if my friend is to be treated so unjustly.”
Shunkai the same night with a can of kerosene set fire to the five-hundred-year-old temple and burned it to the ground. In the morning she found herself in the hands of the police.
A young lawyer became interested in her and endeavored to make her sentence lighter. “Do not help me,” she told him. “I might decide to do something else which would only imprison me again.”
At last a sentence of seven years was completed, and Shunkai was released from the prison, where the sixty-year-old warden had become enamored of her.
But now everyone looked upon her as a “jailbird.” No one would associate with her. Even the Zen people, who are supposed to believe in enlightenment in this life and with this body, shunned her. Zen, Shunkai found, was one thing and the followers of Zen quite another. Her relatives would have nothing to do with her. She grew sick, poor, and weak.
She met a Shinshu priest who taught her the name of the Buddha of Love, and in this Shunkai found some solace and peace of mind. She passed away when she was still exquisitely beautiful and hardly thirty years old.
She wrote her own story in a futile endeavor to support herself and some of it she told to a woman writer. So it reached the Japanese people. Those who rejected Shunkai, those who slandered and hated her, now read of her live with tears of remorse.

From 101 Zen Stories

Il vero miracolo – The Real Miracle – Storie Zen


80. Il vero miracolo
Quando Bankei predicava nel tempio Ryumon, un prete Shinshu, che credeva nella salvezza ottenuta ripetendo il nome del Buddha dell’Amore, si ingelosì del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.
Bankei stava parlando allorché comparve il prete, ma questo creò una tale confusione che Bankei si interruppe e domandò che cosa fosse tutto quel baccano.
«Il fondatore della nostra setta» si vantò il prete «aveva poteri così miracolosi che stando su una riva del fiume con un pennello in mano riusciva a scrivere attraverso l’aria il sacro nome di Amida su un foglio che un suo assistente reggeva sull’altra riva. Tu puoi fare questa cosa prodigiosa?».
Bankei rispose gaiamente: «Forse questo gioco di prestigio può farlo la tua volpe, ma non è questo il modo dello Zen. Il mio miracolo è che se ho fame mangio, e se ho sete bevo».
Tratto da 101 Storie Zen

The Real Miracle
When Bankei was preaching at Ryumon temple, a Shinshu priest, who believed in salvation through repetition of the name of the Buddha of Love, was jealous of his large audience and wanted to debate with him.
Bankei was in the midst of a talk when the priest appeared, but the fellow made such a disturbance that Bankei stopped his discourse and asked about the noise.
“The founder of our sect,” boasted the priest, “had such miraculous powers that he held a brush in his hand on one bank of the river, his attendant held up a paper on the other bank, and the teacher wrote the holy name of Amida through the air. Can you do such a wonderful thing?”
Bankei replied lightly: “Perhaps your fox can perform that trick, but that is not the manner of Zen. My miracle is that when I feel hungry I eat, and when I feel thirsty I drink.”
Taken from 101 Zen Stories

Lo avete fatto a me – You did it to me


Lo avete fatto a me

“Ebbi fame e mi deste da mangiare,
ebbi sete e mi deste da bere,
fui forestiero e mi accoglieste.”
“Quando mai, Maestro, ti abbiamo fatto queste cose?”
“Ogni volta che avete fatto queste cose per una persona qualsiasi,
lo avete fatto a me.”

Maestro Gesù di Nazareth

You did it to me

“I was hungry and you gave me food,
I was thirsty and you gave me drink,
I was a stranger and you received me. “
“When ever, Master, we’ve done these things?”
“Whenever you did these things for any person,
you did it to me. “

Master Jesus of Nazareth

Coltivare la pace – Cultivate peace – Thich Nhat Hanh


Coltivare la Pace
“La terra è così bella. Siamo belli anche noi. Ci possiamo permettere di camminare consapevolmente, toccando la terra, nostra madre meravigliosa, ad ogni passo. Non abbiamo bisogno di augurare ai nostri amici ‘La pace sia con te’. La pace è già con loro. Abbiamo solo bisogno di aiutarli a coltivare l’abitudine della pace toccante in ogni momento. “
Thich Nhat Hanh

.•*¨`*.<3<3 ¸.•*¨*.¸¸.•*¨`*.<3<3 ¸.•*¨*.¸¸.•*¨`*.<3<3 ¸.•*¨*.¸¸

“The earth is so beautiful. We are beautiful also. We can allow ourselves to walk mindfully, touching the earth, our wonderful mother, with each step. We don’t need to wish our friends, ‘Peace be with you.’ Peace is already with them. We only need to help them cultivate the habit of touching peace in each moment.”
Thich Nhat Hanh

Ancora tre giorni


25. Ancora tre giorni

Suiwo, il discepolo di Hakuin, era un bravo insegnante. Un’estate, durante un periodo di ritiro, ebbe la visita di un allievo che era venuto a lui da un’isola meridionale del Giappone.

Suiwo gli diede il problema: «Senti il suono di una sola mano».

L’allievo si fermò per tre anni da lui, ma non riusciva a superare questa prova. Una notte andò in lacrime da Suiwo. «Devo tornarmene confuso e svergognato nella mia isola,» disse «perché non riesco a risolvere questo problema».

«Aspetta un’altra settimana e medita incessantemente» gli consigliò Suiwo. Ma il discepolo non ricevette l’Illuminazione. «Prova ancora per una settimana» disse Suiwo.

L’allievo obbedì, ma invano.

«Ancora un’altra settimana». Ma non servì a nulla. Disperato, lo studente pregò il maestro di lasciarlo libero, ma Suiwo gli chiese di meditare per altri cinque giorni. Anche questi trascorsero senza risultato. Allora il maestro disse: «Medita per altri tre giorni, poi, se non riesci a ottenere l’Illuminazione, faresti meglio a ucciderti».

Il secondo giorno l’allievo fu illuminato.

Da Storie Zen

Three Days More

Suiwo, the disciple of Hakuin, was a good teacher. During one summer seclusion period, a pupil came to him from a southern island of Japan.

Suiwo gave him the problem: “Hear the sound of one hand.”

The pupil remained three years but could not pass the test. One night he came in tears to Suiwo. “I must return south in shame and embarrassment,” he said, “for I cannot solve my problem.”

“Wait one week more and meditate constantly,” advised Suiwo. Still no enlightenment came to the pupil. “Try for another week,” said Suiwo. The pupil obeyed, but in vain.

“Still another week.” Yet this was of no avail. In despair the student begged to be released, but Suiwo requested another meditation of five days. They were without result. Then he said: “Meditate for three days longer, then if you fail to attain enlightenment, you had better kill yourself.”

On the second day the pupil was enlightened.

From Zen Stories

Il sudore di Kasan


64. Il sudore di Kasan

Kasan fu pregato di celebrare le esequie di un signore di provincia.

Prima di allora non aveva mai incontrato signori e nobili, ed era nervoso. Quando la cerimonia cominciò, Kasan sudava. Quando tornò dalla provincia, radunò i suoi allievi attorno a sé. Confessò che non era ancora idoneo a fare l’insegnante perché nel mondo della fama gli mancava l’imperturbabilità che possedeva nel suo tempio isolato. Poi si dimise e diventò allievo di un altro maestro. Otto anni dopo tornò illuminato dai suoi antichi allievi.

 Tratto da 101 Storie Zen 

Kasan Sweat

Kasan was asked to officiate at the funeral of a provincial lord.

He had never met lords and nobles before so he was nervous. When the ceremony started, Kasan sweat.

Afterwards, when he had returned, he gathered his pupils together. Kasan confessed that he was not yet qualified to be a teacher for he lacked the sameness of bearing in the world of fame that he possessed in the secluded temple. Then Kasan resigned and became a pupil of another master. Eight years later he returned to his former pupils, enlightened.

Taken to 101 Zen Stories 

Messaggio d’amore


“Attraverso il mio amore per te,
voglio esprimere il mio amore per tutto il cosmo,
l’intera umanità, e tutti gli esseri.
Vivendo con te, voglio imparare
ad amare tutti e tutte le specie.
Se riesco ad amare te,
Io sarò in grado di amare tutti
e tutte le specie sulla Terra …
Questo è il vero messaggio d’amore. “

Thich Nhat Hanh,
Insegnamenti sull’amore
“Through my love for you,
I want to express my love for the whole cosmos,
the whole of humanity, and all beings.
By living with you, I want to learn
to love everyone and all species.
If I succeed in loving you,
I will be able to love everyone
and all species on Earth…
This is the real message of love.”

Thich Nhat Hanh,
Teachings on Love

Una bomba a tempo


Una bomba a tempo

Un esperto di boxe cinese si stabilì in un piccolo villaggio isolato. Dopo poco tempo cominciò a sentirsi davvero a suo agio dato che i contadini avevano paura di lui. In breve, divenne il signore di quei luoghi. Ciò che più apprezzava era il fatto che nessuno osava affrontarlo, fino al giorno in cui… un vecchietto con la barba bianca nell’attraversare un ponte non gli cedette il passo continuando il suo cammino, proprio davanti a lui.
Fedele alla sua terribile immagine, l’esperto lottatore tentò di spingere il vecchio, ma il suo colpo andò a vuoto, perché questi evito il gesto. Furioso, si lanciò sopra l’anziano e iniziò a colpirlo. Durante la lotta, il vecchio provò a parare i colpi, riuscendo anche a toccare leggermente il petto del bruto, ma rovinò presto al suolo. Soddisfatto per la lezione impartita, il lottatore abbandonò sul ponte il corpo inanimato del vecchio impertinente che aveva osato affrontarlo. Quando il bruto si allontanò, il vecchio aprì un occhio, poi l’altro, si sollevò, si tolse la polvere e se ne andò tranquillamente. I giorni passavano e il lottatore si sentiva sempre meno in forma. Il suo corpo si debilitava, aveva problemi di respirazione e di digestione; i dolori alla testa erano sempre più frequenti. Un giorno, scosso da forti brividi di febbre, si coricò privo di forze per muoversi. Riusciva a malapena a parlare. Dopo aver meditato lungamente sulle ragioni del proprio stato, arrivò a quella che sembrava essere la spiegazione più plausibile: il leggero colpo infertogli dal vecchio, lo aveva colpito senza dubbio in un punto vitale ed ora se ne manifestavano gli effetti. Comprendendo finalmente la lezione che il vecchio gli aveva dato, capì quanto ingannevoli erano le apparenze e quanto aveva vissuto, fino ad allora, nell’illusione della sua forza. Mandò a cercare il vecchio per chiedergli perdono per la sua inqualificabile condotta e per ringraziarlo per avergli aperto gli occhi.
Il vecchio viveva in una cappella vicina al villaggio e non tardò ad arrivare. Decise di curarlo egli stesso, impressionato dal ravvedimento sincero del malato che supplicò umilmente l’anziano d’accettarlo come discepolo, animato com’era, finalmente, da una vera necessità di conoscenza.
Da quel momento si fermò alla cappella, fino alla morte del maestro e quando tornò al villaggio, la sua presenza non incuteva più timore, ma un benevolo rispetto.

Da un Commentario a “L’arte della Guerra” di Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio

A time bomb

An expert on Chinese boxing settled in a small isolated village. Before long he began to feel really at ease because the peasants were afraid of him. In short, became the lord of those places. What I appreciated most was the fact that no one dared to face it, … until the day when an old man with white beard in crossing a bridge gave way not continuing on his journey, in front of him.
True to its terrible image, the expert fighter tried to push the old, but his shot went empty, because this avoids the gesture. Furious, he threw over the old man and started hitting him. During the fight, the old man tried to parry the blows, and managed to just touch the breast of the brute, but soon crashed to the ground. Satisfied with the lesson, the fighter left the deck the lifeless body of the old cocky who had dared to confront him. When the beast went away, the old man opened one eye, then another, rose, took off the dust and went quietly. The days passed and the wrestler felt less and less fit. His body is weakened, had trouble breathing and digestion, the headaches were more frequent. One day, shaken by severe chills of fever, he lay powerless to move. He could hardly speak. Having pondered at length on the reasons of your country, arrived in what appeared to be the most plausible explanation: the light blow from infertogli old, had no doubt struck at a vital point and now it showed the effects. Realizing at last the lesson that the old man had given him, he knew how deceptive appearances and had what he had, until then, the illusion of strength. Sent for the old man to ask for forgiveness for his disgraceful conduct and to thank him for having opened my eyes.
The old man lived in a chapel near the village and was not long in coming. He decided to treat himself, impressed by the sincere repentance of the sick person who begged humbly accept it as a disciple of the elderly, animated as it was, finally, a real need for knowledge.
From that moment he stopped at the chapel until the death of the master and when he returned to the village, his presence inspired more fear, but a cordial respect.

From a commentary on “The Art of War” by Sun Tzu – Barrio JMSanchez

I Tre Rifugi – The Three Refuges / The Triple Treasure – Thich Nhat Hanh


I Tre Rifugi / Il Tesoro Triplice

Le Tre Gemme
Thich Nhat Hanh

Quando diciamo “Prendo rifugio nel Buddha” dobbiamo anche capire che “Il Buddha si rifugia in me”, perché senza la seconda parte la prima parte non è completa. Il Buddha ha bisogno di noi per il risveglio, la comprensione e l’amore per essere cose reali e non solo concetti. Devono essere vere le cose che hanno effetti reali sulla vita. Ogni volta che dico: “Mi rifugio nel Buddha,” sento “Buddha si rifugia in me.”

Siamo tutti Buddha, perché solo attraverso di noi può essere la comprensione e l’amore diventano tangibili ed efficaci. Thich Thanh Van è stato ucciso durante il suo tentativo di aiutare gli altri. Era un buon buddista, era un buon Buddha, perché era in grado di aiutare decine di migliaia di persone, vittime della guerra. Grazie a lui, il risveglio, la comprensione e l’amore sono cose reali. Così possiamo chiamarlo un corpo di Buddha, in sanscrito Buddhakaya. Per il Buddismo per essere reale, deve esserci un Buddhakaya, una forma di realizzazione di attività risvegliato. In caso contrario, il buddismo è solo una parola. Thich Thanh Van era un Buddhakaya. Shakyamuni era un Buddhakaya. Quando ci rendiamo conto di risveglio, quando siamo capire e amare, ognuno di noi è un Buddhakaya.

La gemma seconda è il Dharma. Dharma è ciò che il Buddha ha insegnato. E ‘il modo di comprensione e di amore – come comprendere, come amare, come fare la comprensione e l’amore nelle cose reali. Prima che il Buddha è morto, disse ai suoi studenti: “Cari, il mio corpo fisico non sarà qui domani, ma il mio corpo docente sarà sempre qui per aiutare. Potete considerare come il tuo insegnante, un insegnante che non lascia mai te “. Questa è la nascita del Dharmakaya. Il Dharma ha un corpo inoltre, il corpo di insegnamento, o il corpo del modo. Come si può vedere, il significato del Dharmakaya è abbastanza semplice, anche se le persone in Mahayana hanno reso molto complicato. Dharmakaya significa solo l’insegnamento del Buddha, la strada per realizzare la comprensione e l’amore. In seguito divenne qualcosa di simile al terreno ontologico dell’essere.

Tutto ciò che può aiutare a svegliare ha la natura di Buddha. Quando sono sola e un uccello mi chiama, io ritorno a me stesso, io respiro, e sorrido, e qualche volta mi chiama ancora una volta. Io sorrido e dico a l’uccello, “Sento già.” Non solo suona, ma luoghi in grado di ricordare per tornare al tuo vero sé. Al mattino, quando si apre la finestra e vedere la luce in streaming, è possibile riconoscere come la voce del Dharma, e diventa parte del Dharmakaya. Ecco perché le persone che stanno svegli vedono la manifestazione del Dharma in ogni cosa. Un sasso, un albero di bambù, il pianto di un bambino, tutto può essere la voce della chiamata Dharma. Dovremmo essere in grado di praticare in quel modo. . .

Dharmakaya non è solo espresso in parole, in suoni. Essa può esprimersi in un solo essere. A volte, se non facciamo nulla, aiutiamo più che se facciamo un sacco. Chiediamo che la non-azione. E ‘come la persona calma su una piccola barca in una tempesta. Quella persona non ha bisogno di fare molto, basta essere se stesso, e la situazione può cambiare. Anche questo è un aspetto del Dharmakaya: non parlare, non insegnando, solo di essere. . . .

Il Sangha è la comunità che vive in armonia e consapevolezza. Sanghakaya è un nuovo termine sanscrito.

Il Sangha ha bisogno di un corpo anche. Quando si è con la famiglia e si pratica sorridere, respirare, riconoscendo il corpo di Buddha in voi stessi ed i vostri figli, allora la vostra famiglia diventa un Sangha. Se si dispone di una campana in casa, la campana entra a far parte della vostra Sanghakaya, perché la campana aiuta ad esercitare. Se si dispone di un cuscino, poi il cuscino diventa anche parte del Sanghakaya. Molte cose ci aiutano a praticare. L’aria, per respirare. Se si dispone di un parco o di un fiume vicino a casa vostra, siete molto fortunati perché si può godere la pratica della meditazione a piedi. Devi scoprire il tuo Sanghakaya-invitare un amico a venire a praticare con voi, avete la meditazione tè, sedersi con voi, unirsi a voi per la meditazione camminata. Tutti questi sforzi sono per stabilire la vostra Sanghakaya a casa. La pratica è più facile se si dispone di un Sanghakaya. . . .

Praticare il Buddismo, la meditazione è la pratica per noi essere sereno e felice, capire e amare. In questo modo di lavorare per la pace e la felicità della nostra famiglia e della nostra società. Se guardiamo da vicino, i Tre Gioielli sono in realtà uno. In ciascuno di essi, gli altri due sono già lì. Nel Buddha, c’è Buddha, c’è il corpo di Buddha. In Buddha c’è il corpo del Dharma perché senza il corpo del Dharma, non avrebbe potuto diventare un Buddha. Nel Buddha c’è il corpo Sangha perché aveva colazione con l’albero della Bodhi, con gli altri alberi, e uccelli e l’ambiente. In un centro di meditazione, abbiamo un corpo Sangha, Sanghakaya, perché il modo di comprensione e compassione è praticato. Pertanto, il corpo del Dharma è presente, il modo in cui l’insegnamento è presente. Ma l’insegnamento non può diventare reale senza la vita e il corpo di ciascuno di noi. Così il Buddhakaya è anche presente. Se Buddha e Dharma non sono presenti, non è un Sangha. Senza di te, il Buddha non è reale, è solo un’idea.

Senza di te, il Dharma non può essere praticata. Deve essere praticata da qualcuno. Senza ognuno di voi, il Sangha non può essere. Ecco perché quando diciamo: “Mi rifugio nel Buddha,” abbiamo anche sentito, “Il Buddha si rifugia in me.” “Prendo rifugio nel Dharma. Il Dharma si rifugia in me. Prendo rifugio nel Sangha. Il Sangha si rifugia in me.”

The Three Refuges / The Triple Treasure

The Three Gems
Thich Nhat Hanh

WHEN WE SAY, “I take refuge in the Buddha” we should also understand that “The Buddha takes refuge in me,” because without the second part the first part is not complete. The Buddha needs us for awakening, understanding, and love to be real things and not just concepts. They must be real things that have real effects on life. Whenever I say, “I take refuge in the Buddha,” I hear “Buddha takes refuge in me.”

We are all Buddhas, because only through us can understanding and love become tangible and effective. Thich Thanh Van was killed during his effort to help other people. He was a good Buddhist, he was a good Buddha, because he was able to help tens of thousands of people, victims of the war. Because of him, awakening, understanding, and love were real things. So we can call him a Buddha body, in Sanskrit Buddhakaya. For Buddhism to be real, there must be a Buddhakaya, an embodiment of awakened activity. Otherwise Buddhism is just a word. Thich Thanh Van was a Buddhakaya. Shakyamuni was a Buddhakaya. When we realize awakening, when we are understanding and loving, each of us is a Buddhakaya.

The second gem is the Dharma. Dharma is what the Buddha taught. It is the way of understanding and love – how to understand, how to love, how to make understanding and love into real things. Before the Buddha passed away, he said to his students, “Dear people, my physical body will not be here tomorrow, but my teaching body will always be here to help. You can consider it as your own teacher, a teacher who never leaves you.” That is the birth of Dharmakaya. The Dharma has a body also, the body of the teaching, or the body of the way. As you can see, the meaning of Dharmakaya is quite simple, although people in Mahayana have made it very complicated. Dharmakaya just means the teaching of the Buddha, the way to realize understanding and love. Later it became something like the ontological ground of being.

Anything that can help you wake up has Buddha nature. When I am alone and a bird calls me, I return to myself, I breathe, and I smile, and sometimes it calls me once more. I smile and I say to the bird, “I hear already.” Not only sounds, but sights can remind you to return to your true self. In the morning when you open your window and see the light streaming in, you can recognize it as the voice of the Dharma, and it becomes part of the Dharmakaya. That is why people who are awake see the manifestation of the Dharma in everything. A pebble, a bamboo tree, the cry of a baby, anything can be the voice of the Dharma calling. We should be able to practice like that. . . .

Dharmakaya is not just expressed in words, in sounds. It can express itself in just being. Sometimes if we don’t do anything, we help more than if we do a lot. We call that non-action. It is like the calm person on a small boat in a storm. That person does not have to do much, just be himself, and the situation can change. That is also an aspect of Dharmakaya: not talking, not teaching, just being. . . .

The Sangha is the community that lives in harmony and awareness. Sanghakaya is a new Sanskrit term.

The Sangha needs a body also. When you are with your family and you practice smiling, breathing, recognizing the Buddha body in yourself and your children, then your family becomes a Sangha. If you have a bell in your home, the bell becomes part of your Sanghakaya, because the bell helps you to practice. If you have a cushion, then the cushion also becomes part of the Sanghakaya. Many things help us practice. The air, for breathing. If you have a park or a riverbank near your home, you are very fortunate because you can enjoy practicing walking meditation. You have to discover your Sanghakaya-invite a friend to come and practice with you, have tea meditation, sit with you, join you for walking meditation. All those efforts are to establish your Sanghakaya at home. Practice is easier if you have a Sanghakaya. . . .

Practicing Buddhism, practicing meditation is for us to be serene and happy, understanding and loving. In that way we work for the peace and happiness of our family and our society. If we look closely, the Three Gems are actually one. In each of them, the other two are already there. In Buddha, there is Buddhahood, there is the Buddha body. In Buddha there is the Dharma body because without the Dharma body, he could not have become a Buddha. In the Buddha there is the Sangha body because he had breakfast with the bodhi tree, with the other trees, and birds and environment. In a meditation center, we have a Sangha body, Sanghakaya, because the way of understanding and compassion is practiced there. Therefore the Dharma body is present, the way, the teaching is present. But the teaching cannot become real without the life and body of each of us. So the Buddhakaya is also present. If Buddha and Dharma are not present, it is not a Sangha. Without you, the Buddha is not real, it is just an idea.

Without you, the Dharma cannot be practiced. It has to be practiced by someone. Without each of you, the Sangha cannot be. That is why when we say, “I take refuge in the Buddha,” we also hear, “The Buddha takes refuge in me.” “I take refuge in the Dharma. The Dharma takes refuge in me. I take refuge in the Sangha. The Sangha takes refuge in me.”

Nessuna pietà


6. Nessuna pietà

In Cina c’era una vecchia che da oltre venti anni manteneva un monaco. Gli aveva costruito una piccola capanna e gli dava da mangiare mentre lui meditava. Un bel giorno si domandò quali progressi egli avesse fatti in tutto quel tempo.

Per scoprirlo, si fece aiutare da una ragazza piena di desiderio. «Va’ da lui e abbraccialo,» le disse «e poi domandagli di punto in bianco: “E adesso?”».

La ragazza andò dal monaco e senza tante storie cominciò ad accarezzarlo, domandandogli che cosa si proponesse di fare con lei.

«Un vecchio albero cresce su una roccia fredda nel cuore dell’inverno» rispose il monaco non senza un certo lirismo. «Non c’è più calore in nessun luogo».

La ragazza andò a riferire alla vecchia quel che lui le aveva detto.

«E pensare che ho mantenuto quell’individuo per vent’anni» proruppe la vecchia indignata. «Non ha dimostrato la minima considerazione per i tuoi bisogni, non si è nemmeno provato a capire la tua situazione. Non era necessario che rispondesse alla passione, ma avrebbe dovuto almeno dimostrare una certa pietà».

Andò senza indugio alla capanna del monaco vi appiccò il fuoco e la distrusse.

101 Storie Zen

No Loving – Kindness

There was an old woman in China who had supported a monk for over twenty years. She had built a little hut for him and fed him while he was meditating. Finally she wondered just what progress he had made in all this time.

To find out, she obtained the help of a girl rich in desire. “Go and embrace him,” she told her, “and then ask him suddenly: ‘What now?'”

The girl called upon the monk and without much ado caressed him, asking him what he was going to do about it.

“An old tree grows on a cold rock in winter,” replied the monk somewhat poetically. “Nowhere is there any warmth.”

The girl returned and related what he had said.

“To think I fed that fellow for twenty years!” exclaimed the old woman in anger. “He showed no consideration for your need, no disposition to explain your condition. He need not have responded to passion, but at least he could have evidenced some compassion;”

She at once went to the hut of the monk and burned it down.

101 Zen Stories

Proporzione perfetta


48. Proporzione perfetta

Sen no Rikyu, un maestro di rituale del tè, voleva appendere un cestino di fiori su una colonna. Chiese a un falegname di aiutarlo, e lo guidò nel lavoro dicendogli di spostare il cestino un po’ più su o un po’ più giù, più a destra o più a sinistra, finché non ebbe trovato il punto giusto. «Così va bene» disse finalmente Sen no Rikyu.

Il falegname, per mettere alla prova il maestro, segnò il punto e poi fece finta di averlo dimenticato. Era quello, il punto giusto? «Forse era qui? o qui?» continuava a domandare il falegname, indicando diversi punti della colonna.

Ma il maestro di rituale del tè aveva un così perfetto senso delle proporzioni che approvò soltanto quando il falegname tornò a indicare esattamente il punto scelto prima.

Tratto da 101 Storielle Zen 

48 Accurate Proportion

Sen no Rikyu, a tea-master, wished to hang a flower basket on a column. He asked a carpenter to help him, directing the man to place it a little higher or lower, to the right or left, until he had found exactly the right spot. “That’s the place,” said Sen no Rikya finally.

The carpenter, to test the master, marked the spot and then pretended he had forgotten. Was this the place? “Was this the place, perhaps?” the carpenter kept asking, pointing to various places on the column.

But so accurate was the tea-master’s sense of proportion that it was not until the carpenter reached the identical spot again that its location was approved.

Taken from 101 Zen Stories 

Ah si?


Ah sì?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.

Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.

La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.

Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.

Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.

La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.

Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».

101 Storie Zen

Is That So?

The Zen master Hakuin was praised by his neighbors as one living a pure life.

A beautiful Japanese girl whose parents owned a food store lived near him. Suddenly, without any warning, her parents discovered she was with child.

This made her parents very angry. She would not confess who the man was, but after much harassment at last named Hakuin.

In great anger the parents went to the master. “Is that so?” was all he would say.

After the child was born it was brought to Hakuin. By this time he had lost his reputation, which did not trouble him, but he took very good care of the child. He obtained milk from his neighbors and everything else the little one needed.

A year later the girl-mother could stand it no longer. She told her parents the truth – that the real father of the child was a young man who worked in the fishmarket.

The mother and father of the girl at once went to Hakuin to ask his forgiveness, to apologize at length, and to get the child back again.

Hakuin was willing. In yielding the child, all he said was: “Is that so?”

101 Zen Stories

Come fare meditazione Zen


Come Fare Meditazione Zen

La meditazione Zen, nota anche con il nome di “Zazen”, è una pratica buddista utilizzata da secoli. La meditazione zen si è diffusa molto anche in occidente ed è praticata anche dai non buddisti per raggiungere uno stato di tranquillità.

1
La meditazione Zen è uno stato di concentrazione mediante il quale si dovrebbe raggiungere la cosiddetta “illuminazione”, dovrebbe far dimenticare di se stessi tanto da portarti ad aprire la mente e fonderla con l’universo. Non ti aspettare di raggiungere risultati così eclatanti dopo le prime esperienze, di certo potrai assicurarti una buona dose di calma e tranquillità.

2
Occorrente

    Un luogo tranquillo

Impegnati per far entrare la meditazione nella tua abituale routine. Stabilisci un tempo ben preciso, meglio se di mattina presto o in tarda notte e assicurati di avere un ambiente tranquillo dove poter meditare. Se non hai abbastanza tempo puoi praticare la meditazione anche solo durante i week end e poi pian piano integrarla nella vita quotidiana.

3 Trova uno spazio abbastanza grande dove poterti sedere con le gambe incrociate, nella classica posizione del Buddha. Meglio se c’è una parete dove poter eventualmente appoggiare la schiena. La posizione dello zazen vuole che incroci le gambe portando i piedi sulle cosce. Se non riesci a tenere esattamente questa posizione puoi scegliere quella del mezzo loto (semplicemente seduta), o qualcosa di molto comodo se hai problemi alle articolazioni o alla schiena.

4 Mantieni la tua postura. Qualunque sia la posizione che hai scelto, è importante non muoversi e mantenerla, tieni la schiena dritta e la testa leggermente inclinata in avanti con il mento rivolto verso il basso. Durante la meditazione dovrai avere gli occhi aperti, ma ovviamente dovrai essere rilassata. La posizione con la testa leggermente inclinata ti porterà a guardare il pavimento, concentrati su di esso e non alzare lo sguardo verso il muro.

5 La posizione delle braccia è altrettanto importante. Tieni le mani in grembo (circa 2 cm sotto l’ombelico), con i palmi rivolti verso l’alto e le dita della mano sinistra appoggiate sulla parte superiore della mano destra. Per capire bene la posizione piramidale della meditazione, osserva una qualsiasi statua del Budda

6 Respira. Durante la meditazione Zen, non vi è un modo corretto di respirare, l’unico requisito è: respira in modo naturale! Non forzare o non tentare di controllare il tuo respiro espandendo i polmoni o respirando rapidamente. La meditazione Zazen prevede diverse pratiche, tutte hanno il medesimo scopo: non farsi prendere dai pensieri e liberare la mente. Per fare questo conta i tuoi respiri, da uno a dieci e poi inizia daccapo. Se perdi il conto prima di arrivare a dieci dovrai necessariamente ripartire da uno.

http://www.saperlo.it/guida/come-fare-meditazione-zen-15958/1

How to Do Zen Meditation

Zen meditation, also known as the “Zazen” is a Buddhist practice used for centuries. Zen meditation is very widespread in the West and is also practiced by non-Buddhists to reach a state of tranquility.

1
Zen meditation is a state of concentration by which you should reach the so-called “enlightenment”, should make us forget about themselves enough to get you to open your mind and merge with the universe. Do not expect to achieve results after the first experience of such magnitude, certainly you can ensure a good dose of calm and tranquility.

2
Necessary

    A quiet place

Committed to bring meditation into your regular routine. Establish a definite time, preferably early morning or late at night and make sure you have a quiet place to meditate. If you do not have enough time to practice meditation even during the weekend and then slowly incorporate it into daily life.

3 Find a space big enough where poterti sit with legs crossed, in the classic position of the Buddha. Better if there is a wall where you can possibly support the back. The position of zazen wants you cross your legs, bringing your feet on the thighs. If you can not hold this position, you can choose exactly the half-lotus (just sitting), or something very handy if you have joint problems or back pain.

4 Keep your posture. Whatever position you choose, it is important not to move and keep it, keep your back straight and head inclined slightly forward with the chin pointing down. During meditation, you should have your eyes open, but obviously you will need to be relaxed. The position with the head slightly inclined will get you to look at the floor, concentrate on it and look up toward the wall.

5 The position of the arms is also important. Keep your hands in your lap (about 2 inches below the navel), with palms facing upwards and the fingers of his left hand resting on top of the right hand. To understand the position of the pyramid meditation, observes any statue of the Buddha

Breathe 6. During meditation, Zen, there is no one correct way to breathe, the only requirement is: breathe naturally! Do not force or groped to control your breath expanding your lungs or breathing rapidly. Zazen Meditation involves different practices, all have the same goal: not to get caught by the thoughts and clear your mind. To do this, count your breaths from one to ten and then start all over again. If you lose count to ten before you arrive you’ll need to start from one.

http://www.saperlo.it/guida/come-fare-meditazione-zen-15958/1

Arrestare il Buddha di pietra


58. Arrestare il Buddha di pietra

Per sottrarsi al gran caldo, un mercante che portava sulle spalle cinquanta pezze di cotone si fermò a riposare sotto una tettoia dove c’era un grande Buddha di pietra. Là fu vinto dal sonno, e al risveglio scoprì che la sua merce era sparita. Immediatamente andò a denunciare il fatto alla polizia.

Un giudice chiamato O-oka aprì l’istruttoria per indagare. «La merce deve averla rubata quel Buddha di pietra» concluse il giudice. «Dovrebbe prendersi a cuore il benessere della gente, ma non ha fatto il suo sacro dovere. Arrestatelo».

La polizia arrestò il Buddha di pietra e lo portò in tribunale. Dietro alla statua faceva ressa una gran folla rumorosa, incuriosita di sapere che specie di condanna avrebbe pronunciata il giudice.

Quando O-oka andò al suo scanno, redarguì aspramente il pubblico tumultuoso. «Con che diritto vi presentate in tribunale ridendo e schiamazzando in questo modo? È un vero atto di vilipendio della Corte, ed è un reato che va punito con una multa e l’arresto».

Tutti si affrettarono a scusarsi. «Devo condannarvi a pagare un’ammenda,» disse il giudice «ma sono disposto a condonarvela se entro tre giorni ognuno di voi porterà in tribunale una pezza di cotone. Chi non lo fa sarà arrestato».

Tra le pezze che la gente portò in tribunale, il mercante riconobbe subito una di quelle che gli erano state rubate, e così il ladro fu smascherato. Il mercante recuperò la sua merce e le altre pezze furono restituite a chi le aveva portate.

 Tratto da 101 Storie Zen 

Arresting the Stone Buddha

A merchant bearing fifty rolls of cotton goods on his shoulders stopped to rest from the heat of the day beneath a shelter where a large stone Buddha was standing. There he fell asleep, and when he awoke his goods had disappeared. He immediately reported the matter to the police.

A judge named O-oka opened court to investigate. “That stone Buddha must have stolen the goods,” concluded the judge. “He is supposed to care for the welfare of the people, but he has failed to perform his holy duty. Arrest him.”

The police arrested the stone Buddha and carried it into the court. A noisy crowd followed the statue, curious to learn what kind of sentence the judge was about to impose.

When O-oka appeared on the bench he rebuked the boisterous audience. “What right have you people to appear before the court laughing and joking in this manner? You are in contempt of court and subject to a fine and imprisonment.”

The people hastened to apologize. “I shall have to impose a fine on you,” said the judge, “but I will remit it provided each one of you brings one roll of cotton goods to the court within three days. Anyone failing to do this will be arrested.”

One of the rolls of cloth which the people brought was quickly recognized by the merchant as his own, and thus the thief was easily discovered. The merchant recovered his goods, and the cotton rolls were returned to the people.