¸-☆☆Favole – Tales¸-☆☆


tavolozza

Forse un cuore fanciullo accoglie meglio le traccie delle favole e la loro essenza,
forse comprende meglio le piccole lezioni di vita che una storia potrebbe contenere.
Io desidero condividere quello che nel tempo è scaturito ispirandomi a persone reali.

 

Un sorriso
Daniela Poetyca


Perhaps a heart child receives the best tracks of the fables and their essence,
perhaps better small lessons of life that a story might contain.
I want to share what has emerged over time is based on real people.

 

A smile
Daniela Poetyca

Cigno nero

Girasole era stanca di volare,lei, giovane cigno nero, era sempre stata considerata diversa dagli altri cigni: bianchi, fieri, altezzosi e incapaci di credere alla possibilità di conoscere verità superiori. Si era trovata quasi per caso in quello stagno e il ricordo più lontano risaliva a quando piccolissima e debole era riuscita a nascondersi tra le fronde di un cespuglio,lontano dai pericoli ed una superba mamma di altri piccoli cigni come lei, le indicò lo stagno come luogo tranquillo. Condivideva con tutti gli altri l’ora del bagno e il cibo ed in fondo erano gentili , ma era evidente che lei, cigno nero dovesse avere una diversa provenienza , così come diverso era il mondo che sentiva dentro. Non era per quello stagno, quel limite nel quale gli altri , i cigni bianchi, sembrava si sentissero a loro agio. In fondo per loro la vita era tutta racchiusa nelle abitudini: il cibo,il bagno,e la stagione degli amori, anche quest’ultima la rendeva triste, nessun cigno bianco infatti cercava le sue attenzioni. Era in volo dal giorno precedente, sola e senza nessuno che in fondo si preoccupasse della sua assenza, era stato più forte di lei, sentiva infatti che la grande saggia : la nonna di tutti i cigni bianchi che viveva nel parco da anni, si sbagliava quando diceva che loro non erano migratori e che la vita migliore era quella che conducevano nel parco. Girasole lo sentiva dentro che non era così e che se lei era diversa ci sarebbe stata una ragione, intendeva scoprirla piuttosto che fermarsi in quel luogo senza dar vita a quello che sentiva essere vero, i cigni bianchi comunque erano felici con quello che avevano e non cercavano altro, ma non era per lei quel vivere. Ora era stanca e doveva cercare un giaciglio e un pò di cibo prima che giungesse la notte, dall’alto vide un campo e una casa, forse lì poteva riposare, scese e si nascose all’interno di un cespuglio che sembrava adatto al suo riposo. mangiò alcune foglie prima di scivolare in un sonno profondo. Fece un sogno : Un grande cigno nero volava in testa ad uno stormo e l’accoglieva nel gruppo dicendo : “Ascolta la voce che parla nel cuore, ti indica la strada e sarai capace di giungere a casa…la rotta non è dimenticata e non è mai tardi.” Era un bel sogno, non la faceva sentire sola ma con la sicurezza di trovare altri cigni neri come lei. Al risveglio fu felice ed il pensiero che per la prima volta avesse sognato dei suoi simili la colmò di gioia malgrado la stanchezza e le titubanze per quel suo viaggio, chissà, forse la meta era vicina e comunque qualcosa le faceva comprendere che per lei tutto presto sarebbe cambiato, poteva ora ascoltare l’istinto che si svegliava come un orologio biologico pronto a compiere il proprio dovere,non solo, sentiva infatti che qualcuno l’avrebbe accolta,qualcuno non diverso da lei e quindi capace di comprenderla. Quel sogno le mise una nuova carica. Si guardò intorno e si mise all’ascolto dei suoni dell’ambiente, ad un tratto senti un gracidare sommesso, a poca distanza doveva esserci uno stagno, attraversò la breve distanza a passi misurati ponendo attenzione ad eventuali pericoli, era da tempo abituata a badare a se stessa ma quello era un territorio sconosciuto, la prudenza era necessaria.Lo vide: piccolo e verde con un fare vivace che metteva allegria : ” Ciao, arrivata oggi? Che carina che sei, ma ti sei persa? Non ti sei accorta dei tuoi compagni partiti due giorni fa? Dormivi? A fare tutte quelle domande era Greg : un ranocchio gonfio e verde con due occhietti vispi che fece sorridere Girasole.Lei raccontò di essere lì dalla sera precedente e chiese di che colore fossero i cigni che Greg aveva considerato suoi compagni.” Oh bella! ma come te! Perché di che colore sono i cigni dalle tue parti?” Lei sorrise ancora, era evidente che lui non conoscesse i cigni bianchi, rimase infatti stupito nell’apprenderne l’esistenza , un ranocchio sempre vissuto in quello stagno non poteva immaginare diversi pezzettini di mondo a lui sconosciuti. Dunque altri cigni neri erano in volo , chissà,forse anche loro verso ” casa” come aveva compreso attraverso il suo sogno, ancora più forte sentì l’emozione dominarla insieme alla necessità di ascoltare il cuore che le avrebbe mostrato in che direzione volare. Restò poco presso quello stagno e dopo aver ringraziato ( quel ranocchio era stato molto prezioso) e salutato calorosamente si mise in ascolto del vento e dei fremiti del suo cuore, presto sarebbe tornata a casa. Seguendo il cammino del sole giunse presso la riva di un lago, avrebbe dormito lì , era infatti molto stanca dopo ore d’interminabile volo, si accoccolò tra canne di bambù, mangiò un pò e si addormentò. Era l’alba quando aprì gli occhi, il chiarore l’avvolse ,un nuovo giorno era pronto ad accoglierla con le braccia protese verso di lei, nuotò nel lago a lungo poi…si mise a correre sul pelo d’acqua e finalmente si staccò da esso…Lì in alto uno stormo messo in formazione a ” V ” era pronto per il viaggio, lei si avvicinò ad un giovane cigno che con occhi languidi le disse ” Ti aspettavo, è ora di tornare a casa “. Ecco il suo sogno che si realizzava, sapeva ora che quello in cui aveva creduto era possibile : Davanti allo stormo, a guidarlo per il viaggio riconobbe il grande cigno nero che le sorrise e dentro di sé risuonarono le stesse parole ” Ascolta la voce che parla nel cuore, ti indica la strada e sarai capace di giungere a casa…La rotta non è dimenticata e non è mai tardi” Ecco ora era pronta per il viaggio, stava tornando a casa, sorrise al giovane cigno e rispose ” Sono pronta”.

© Poetyca


Il lupacchiotto

La mattinata era quasi trascorsa e nella tana,in un bosco fitto che confinava con un piccolo villaggio erano rimasti la lupa Shamy e i piccoli Tao e Gray del padre il grande ed orgoglioso Smoke non si avevano ancora notizie. Da quando il villaggio era nato sui lupi si raccontavano tante storie troppe di cattiveria,come se i lupi volessero sempre fare del male, in realtà era la legge della sopravvivenza,leggi i lupi ne avevano tante e esisteva anche quella della solidarietà e del branco. Shamy cominciava ad agitarsi,mai il suo compagno aveva ritardato tanto, i piccoli avevano fame e tra poco non avrebbero resistito,era suo compito trattenerli nella tana e soprattutto proteggerli dai pericoli,da quando l’uomo era tanto vicino il pericolo era maggiore Doveva però cercare il suo compagno, forse era lui ad essere in pericolo. Disse ai suoi piccoli di non muoversi dalla tana per nessuna ragione e di tacere affinché potesse trovare il loro padre. I piccoli promisero e lei con il cuore gonfio di ansia si allontanò. Il piccolo Tao che era il più vivace cominciò a mordicchiare Gray sul collo,voleva mostrare la sua forza ed il suo coraggio come un giovane guerriero.
Una farfalla colorata distrasse i suoi giochi,sembrava chiedere di essere seguita,Gray si era addormentato,lui invece voleva ancora giocare così seguì quella farfalla. Un salto…e…fuggita,meglio riprovare. Ecco un salto più veloce, nulla da fare,quella farfalla era furba e capace di volare sugli alberi dove lui di certo non sapeva andare. Troppo tardi quando si accorse di essere lontano dalla protezione della sua tana,ma mamma dov’era?Quando torna? Nel bosco qual giorno Paolo era con suo padre,era sabato e potevano fare la loro gara di raccolta di funghi e fragole e more,per loro quello era un momento magico,un modo di stare insieme dal momento che suo padre lavorava tutta la settimana e non poteva stare con lui. Paolo sentì guaire nel bosco,era proprio lì vicino,qualcuno piangeva e aveva bisogno d’aiuto,strinse la mano a suo padre,chiese se anche lui sentisse piangere. Lo videro in un cespuglio un esserino tremante,spaurito. Paolo lo voleva portare a casa,suo padre disse di essere prudenti, sua madre poteva essere nelle vicinanze,sarebbe stato un pericolo. Attesero. Trascorse del tempo e nulla accadeva,nessuna lupa nelle vicinanze. Quel giorno invece di funghi o fragole tra le braccia di Paolo un musino cercava conforto. Padre e figlio si avviarono in cucina e dopo un po’ in un piatto fu pronta una zuppa di pane e latte che il piccolo lupo divorò in un attimo,poi una vecchia coperta divenne culla per il riposo di Tao ormai sfinito. Shamy e Smoke erano di ritorno a casa,lui ferito e lei pronta alla difesa,preoccupata per i suoi piccoli si accorse che Tao era sparito,dove era andato? Non perse tempo e lasciato il compagno a riposare nella loro tana andò alla ricerca delle tracce. Venne condotta ad una casa confinante con il bosco, l’odore dell’uomo,del cucciolo d’uomo del suo Tao erano netti,suo figlio era lì. Restò a distanza ed emise un richiamo. In casa si sentiva ululare,proveniva da fuori, Tao si svegliò e Paolo e suo padre erano felici che la mamma di Tao fosse riuscita a trovarlo, lui era una creatura del bosco e solo lì sarebbe stato felice. Il giovane lupo era felice e scodinzolava, guaiva verso la porta che dava nel bosco, la sua mamma era arrivata,lo aveva trovato! Paolo aprì la porta e il piccolo Tao gli leccò le mani,fece le feste anche al padre di Paolo, aveva trovato due amici speciali ma ora era il momento di andare. Corse da sua madre e si voltò indietro, anche la mamma lo fece ed emise un ululato di riconoscenza,non tutti gli umani erano cattivi come era stato raccontato e lei e il suo piccolo lo avevano scoperto quel giorno. Nel cuore del piccolo uomo e in quello del piccolo lupo ora era presente un legame speciale. Arrivati alla tana c’era una nuova storia da raccontare, e Tao raccontò sempre che nel cuore di alcuni uomini ci sono le stesse leggi del branco,della solidarietà e del rispetto dei deboli da proteggere

© Poetyca



Il Soldato e la Vestale.

Era di Vesta il tempio,nella Roma antica, epoca che tutti sanno e conoscono dai libri di Storia. Ma questa storia non ebbe mai gloria né citazione a causa della vergogna e del disonore per aver rotto il patto ed antico giuramento. Lei,di timido candore aveva lo sguardo che lanciava fugace con un sospiro a quell’eroe delle gesta gloriose. Lui, che conosceva sangue e furore e delle battaglie aveva il destino. Fu quando L’imperatore per una sentita minaccia di invasioni straniere dietro suggerimento della moglie devota a Vesta Dea della Purificazione volle la guardia rinforzare. Mai ella conobbe uomo,giovinetta fu condotta presso l’altare,fu iniziata alla modestia e all’elevazione dello Spirito,a Vesta dedicata, lei che in se aveva lo Spirito Puro e la modestia. Quale delicatezza,quale fragilità e quale pudore in quei tratti fini, in quell’incedere silenzioso presso l’altare. Lui che delle battaglie conosceva la polvere e le ferite,che di donne conosceva quelle mercenarie che in se aveva una sicura forza e non conosceva commozione,la vide con il suo sorriso ed il pudore di chi non conobbe mai il mondo e la corruzione di feste e banchetti. Il giuramento lui fece alla legione e l’onore era sacro, la sua vita era di ordini a cui obbedire ciecamente,senza chiedere mai nulla.Lei giovinetta il voto fece e non doveva disobbedire ormai tutta la sua vita a Vesta era dedicata e il Sacro fuoco era la sua ragione di devozione, il suo tempo ed il suo amore erano per quel fuoco La sera quando le ombre di allungavano e la fiamma mandava i suoi suggestivi bagliori, il soldato stanco ed infreddolito desiderava avvicinarsi a quel fuoco per rubare un po’ di calore per le proprie stanche membra. Non poteva,regola voleva che non si avvicinasse mai ad alcuna Vestale, neanche a quella dallo sguardo sì dolce che emanava soave candore. Ma la vestale dal grande Cuore,non poteva restare a vegliare il fuoco sapendo il soldato infreddolito. Solo un muto sguardo per l’invito ad avvicinarsi al fuoco,in fondo che male ci sarebbe stato,nessuna regola infranta se il fuoco poteva servire a scaldare il soldato, la Dea ne sarebbe stata felice, un soldato romano avrebbe avuto un po’ di conforto, in fondo difendeva le sue ancelle. Con modi un po’ bruschi da guerriero fiero il soldato si avvicinò,non voleva mostrare la debolezza delle sue membra ma il freddo di quelle notti non era un piacere,meglio una battaglia con coraggio che ore fermo presso un tempio. Anche se la visione di quella fanciulla aveva da giorni corroso qualcosa. Cosa era accaduto a lui così insensibile ormai a tutto?,lui si poneva mille ragioni e da soldato preparava strategie,alla vita era pronto. Questo era quel che aveva creduto. Solo da qualche giorno sostava per le guardie davanti al tempio e già si sentiva sconvolgere dentro alla vista della fanciulla. Si sentiva ardere un fuoco del tutto simile a quel Sacro fuoco che la fanciulla doveva vegliare. Ella vedendolo la sera si abbandonava a pensieri,ad emozioni che mai aveva provati e di cui non conosceva il nome, ma che le accadeva?Mai vista la forza ed i muscoli in quel luogo, mai visto quel rigore,si era luogo Sacro ma con le altre fanciulle si cantava e la vita era soave. Sguardo fiero aveva quell’uomo e nelle battaglie chissà quante cose aveva veduto,ma la tenerezza,quella non l’aveva mai conosciuta. La ragazza quante volte si sentiva prendere da paure,da incertezze ed anche se serena desiderava sicurezza. Fu quello sguardo fugace ad avvicinare i due mondi,a dargli legame. Occhi che parlavano,si cercavano anche se proibito. Quante cose in quello sguardo desiderio di proteggere la Donna e ricerca di quelle braccia per farsi cullare. Ma una promessa,un pegno, un giuramento,un voto. Non poter parlare,non poter osare tanto. Se fossero stati scoperti così vicini era la morte,la persecuzione,il disonore. Che fare?no povera fanciulla,il soldato non voleva violare quel tenero fiore,quella purezza. Timida lei non poteva chieder nulla,che solitudine tra quelle mura,neanche il calore del fuoco poteva riscaldarla dal suo freddo interiore. Da lì a poche ore lui sarebbe andato a dormire e lei doveva restare ancora presso il Sacro fuoco. Come la notte precedente lei ne avrebbe sentito il vuoto,avrebbe ricordato i fugaci sorrisi…. Lui lungo il tragitto per raggiungere la residenza dei soldati avrebbe ripensato a come lei fosse bella,delicata,che pensieri indegni gli giungevano, si doveva trattenere,era la fanciulla una vestale e non una donna di facili costumi. Da lì a poco sarebbe finito il turno e sarebbe stato sostituito,che tristezza presagiva. Ancora un po’ vicino al fuoco, a quell’ora nessuno se ne sarebbe accorto. Se solo potesse stringerle le mani,null’altro! Come ad intuire il pensiero del soldato,con molta indecisione la fanciulla si avvicinò a lui, con lo sguardo basso e pieno di vergogna,un passo ancora,sarebbe stata vicinissima … D’improvviso un grido si levò nella notte,non era neppure soffocato,forse sarebbe stato meglio! Vergogna,disonore,scandalo,non si capì bene il motivo del grido,in realtà nulla era ancora accaduto, la fantasia a volte precede i fatti. Forse se la fanciulla avesse solo leggermente allungato una mano poi i desideri che ardevano avrebbero fatto il loro corso o il soldato avrebbe retto il giuramento a Roma ma contro se stesso ed il suo volere. La legge era chiara al riguardo e questa volta la legge era Divina per Vesta e terrena per il soldato. Condannati!!Torture,supplizi, che cosa li attendeva? Quel grido era una condanna,un’accusa più forte della coscienza. Non doveva perdurare,si doveva far tacere… Fu un attimo ,uno scatto,fu zittito dal pugnale del soldato quel grido,era di un’altra vestale,tutti sarebbero accorsi per qualcosa di non compiuto,non ancora aveva sfiorato quella mano. Sangue,l’urlo della ragazza,paura. Basta,una sola cosa ora, fuggire nella notte, nascondersi,cercare riparo. Prese per mano la ragazza intontita e confusa e con lei fuggì nella notte. Nessuno ne seppe nulla,non se ne volle parlare e non entrò mai nella Storia.

© Poetyca



La Principessa degli Arcobaleni

La piccola Alice era triste nel suo lettino d’ospedale,ancora analisi l’aspettavano, era la terza volta e non comprendevano il motivo della sua febbre.Il suo sorriso si era ormai spento e anche la nonna non riusciva più ad inventare storie nuove per farla sorridere di nuovo. La bambina pensava ai suoi giochi rimasti a casa,ai suoi libri e al suo gattino Fiocco in attesa,nessuno poteva restituirle la voglia di sorridere. Quella notte faceva molto caldo e la Fata Azzurrina come al solito non aveva più con sé la polvere d’arcobaleno,senza quella polvere magica le sarebbe stato difficile fare la sua magia più bella! Era dunque necessario andarla a prendere nella boscaglia poco lontana, erano anni che lo gnomo Piermagù le forniva la polvere, personalmente raccolta nei giorni dispari di pioggia all’alba di un sogno. Decise quindi di prendere la bacchetta e di indossare il mantello color nottedistelle, uno strano ed inaspettato vento l’attendeva all’imbocco del quarto albero senza chioma,strano in quella stagione un simile vento,non ci pensò troppo e s’incammino sulla soglia di casa dove la sua fedele colomba l’attendeva. Era perfetta per una fatina delle sue dimensioni,tra quelle morbide piume si sentiva ben accolta e aveva un’ottima visuale, con difficoltà,a causa del vento, potè raggiungere la casa-albero dello gnomo che era felice di rivederla,per lei faceva brillare i suoi occhietti intelligenti. Sulla stufa bolliva uno strano miscuglio dall’odore dolciastro. una semplice stanza scavata nella corteccia di un robusto tronco,con la sua vocetta quasi infantile lo gnomo fece accomodare la Fatina e le offrì una tazza bollente di elisir del sogno. Cominciarono a chiacchierare allegramente mentre con movimenti veloci lo gnomo cercava qua e là degli oggetti colorati: polveri,stoffe,fiori che mai appassiscono e boccette di pagliuzze dorate. Dopo aver messo in un cestino il contenuto variopinto, andò a prendere da un piccolo armadio chiuso,con una grande fettuccia arcobaleno,un frammento di essa, emanava una strana luce,si era una luce speciale,era un frammento di arcobaleno magico!Con un sorrisone sdentato lo gnomo disse che quel frammento di arcobaleno era magico: in grado di restituire il sorriso e la forza a chi ne avesse bisogno ma che solo un cuore puro poteva tenerlo con sé e farlo crescere. Chi avesse avuto un frammento di quell’arcobaleno e lo avesse donato con il cuore sarebbe stato in grado di dare il sorriso. Poi con affetto e la gote arrossate per l’emozione lo regalò a Fata Azzurrina che sorrise dolcemente stampando un grosso bacio sulla fronte ormai calva dello gnomo di centoquarantasei anni. Aveva apprezzato quel nuovo e interessante regalo e poiché lei era una Fatina che amava aiutare gli altri era già intenta a pensare a chi potesse darne, lo pose con cura nel sacchetto dei sogni,precedente dono di Piermagù e dopo aver preso le varie boccette,polveri e magie colorate,disse che era ora di andare. Colombina attendeva paziente,scocco un bacio sulle dita allo gnomo e volò via! Il vento turbinava,era difficoltoso quel viaggio e mai era stato tanto complicato. Sapeva che ci sarebbe riuscita,solo che afferrarsi forte era difficile. Colombina era stanca di combattere contro Padre vento,voleva che lei si fermasse a riposare. Compresa l’esigenza, la Fatina affermò che avrebbero sostato, in basso erano visibili delle luci, sicuramente ci sarebbe stato un luogo adatto alla sosta. La piccola Alice era in preda alla febbre, si agitava e non si accorgeva della finestra aperta stanza, un colpo di vento più forte l’aveva spalancata e la nonna dormiva. Sentì un po’ di solletico su una guancia e solo dopo un po’ comprese che una strana donnina le stesse parlando, possibile che fosse così piccola?Poteva essere alta come il suo pollice ed era molto carina in quel vestito nero scintillante, non si comprendeva bene se fosse una bambina o una donna adulta,la guardava con dolcezza e le ripeteva qualcosa che lei non comprendeva bene, aveva uno strano fagottino colorato che luccicava. La bambina si stropicciò gli occhi credendo fosse una visione, poi, con fatica si sedette e comprese che non lo era e cercò di ascoltare quella vocina appena udibile. Aprì la mano e l’avvicinò alla strana creatura che ci salì sopra. Si sentiva strana con quell’esserino in mano, con delicatezza l’avvicinò all’orecchio ed ecco che finalmente Azzurrina le disse Ciao piccola! Mi sapresti dire come fare per raggiungere le colline dorate? La bambina sorrise, pensò che se quello era un sogno era sicuramente il più bello che avesse mai fatto, si schiarì la voce e affermò che lei era piccola e che non conosceva bene le strade, volle sapere come quella piccola donnina fosse giunta presso il suo lettino d’ospedale. Quando Azzurrina seppe che la piccola Alice era ammalata e che non se ne comprendesse la ragione,raggiante le affermò che aveva proprio con sé un rimedio efficace. La bambina si aspettava di vedere uno sciroppo amarissimo o qualche altra medicina non troppo accetta. Con grande stupore vide striscette di luce colorata danzarle intorno, erano veramente capaci di rischiarare tutta la stanza, la gioia negli occhi della bambina era pari a tutti quei meravigliosi bagliori. La fatina le affermò che quello era solo un frammento d’arcobaleno e che per avere sempre colori splendidi doveva far sorridere gli altri e regalarne un po’ con cuore puro. Troppa era la gioia della bimba che saltellava sul letto continuando a sorridere! Dopo aver riposto la fatina sul cuscino accanto a sé le cantò una canzoncina insegnatale dalla nonna dicendole di cantarla alle altre fatine amiche. Con commossa tenerezza la fatina la ringraziò e si avvio verso la finestra dove Colombina era come il solito in paziente attesa, era stata una giornata splendida per lei pensò, se non ci fosse stato il vento quella notte non avrebbe mai conosciuto una bambina tanto dolce e non avrebbe potuto donare l’arcobaleno. La mattina dopo Alice non aveva più la febbre, raccontò alla nonna stupita,della sua amica Azzurrina e le fece vedere il suo prezioso dono, alla vista dell’arcobaleno la nonna si commosse molto perché le venne in mente quando lei da piccola aveva avuto in dono da uno gnomo di nome Piermagù un arcobaleno per averlo aiutato a sollevare un sasso che gli ostruiva il cammino. La nonna disse alla bambina che dovevano andare per tutto l’ospedale a donare pezzettini di arcobaleno ad altri bambini. Alice e la nonna fecero il giro dell’ospedale raccontando la storia di una piccola fata che si chiamava Azzurrina e di uno gnomo che regalavano arcobaleni. Da quel giorno anche a scuola la piccola Alice venne chiamata da tutti con un nome speciale: Principessa degli arcobaleni.

© Poetyca


La Principessa del sorriso

“ Quello che nasce dentro è un piccolo miracolo che nessuna avversità può mai fermare La giovane Sabine apri gli occhi,da dove provenivano quelle parole? Chi le aveva pronunciate? La sensazione che provava la stava avvolgendo, una strana calma,sembrava che tutto fosse illuminato da una luce irreale,eppure prima di addormentarsi era tanto triste,sola,aveva freddo e non aveva vestiti adatti per quel clima,presto l’inverno sarebbe giunto e forse questa volta anche la neve. La neve,da quanto tempo non ricordava una nevicata dolce, che fosse una magia,ora la neve sarebbe stata solo capace di farla tremare fin dentro le ossa,mangiava troppo poco per potersi scaldare. Quanto tempo era passato da quando da piccola la nonna la coccolava e le raccontava storie magiche,quelle storie che dipingono di magia i pensieri e fanno illuminare il cuore,poi si avvicinava ai vetri e alitava, faceva vivere quelle storie disegnando sul vapore i personaggi, le sembrava di vederli lì fuori al buio .Quella casa era piccola ma conteneva tanto amore e la nonna era l’unica persona che poteva prendersi cura di lei. Loro,lei e la nonna non potevano permettersi quei lampioni che erano presenti nelle strade dei ricchi,la notte la strada non era mai troppo sicura e lo sapevano anche se non ne parlavano mai. La nonna preferiva raccontarle di sogni e cose fantastiche di cose che solo un cuore bambino può raccogliere,le tiene strette e le fa volare in un cielo limpido perché ci crede e quando si crede tutto accade. Ora invece non conosceva più l’odore dei sogni e la nonna lasciò solo tristezza e vuoto il giorno che morì .Lei,ragazzina senza nessuno dovette mettere da parte ogni gioco,ogni sogno per imparare a sopravvivere. Non era sola,altri ragazzini avevano il suo stesso destino: piccole cose da trascinare in una giornata,pochi abiti,poco cibo e poche parole,piccole ossa leggere che facevano chilometri alla ricerca di qualche buon cuore che lasciasse qualche spicciolo. Sabine della nonna aveva un ricordo indelebile e poiché aveva un sorriso talmente bello da illuminare il volto,la cara nonna la chiamava “Principessa del sorriso”,quello era il suo piccolo dono,un tesoro che malgrado le avversità,le ferite che la vita aveva inciso non aveva perduto,sapeva che la nonna sarebbe stata orgogliosa di lei perché con quel suo sorriso sapeva prendersi cura dei più piccoli del gruppo. Tutti bambini con la stessa sorte,età diverse,alcuni piccolissimi ma con gli stessi occhi grandi e smarriti,lei,Sabine era più grande ed aveva avuto l’amore della nonna,sapeva raccontare storie fantastiche e sapeva far addormentare chi aveva paura del buio .La notte erano i cartoni trovati per strada a coprirli. Al mattino era il suo sorriso a scaldarli. Quel mattino sentì che sarebbe accaduto qualcosa di diverso,forse quel sogno, quelle sensazioni strane. Ma cosa poteva mai accadere a dei bambini che non interessavano a nessuno? Ma non volle farsi domande,la giornata era appena cominciata e bisognava abbandonare quel luogo prima che li cacciassero, dovevano raggiungere la fontana ad un paio di isolati per potersi lavare. Fu lei a svegliare tutti con una canzone,poi concesse la magia di un suo sorriso e i bambini cominciarono a stiracchiarsi e ad illuminare il volto per quel sorriso che accarezzava l’anima. Era rassicurante ricevere quella silenziosa carezza,sapere che Sabine non li avrebbe lasciati. Era il momento di andare,tutti in fila cominciarono a muovere i primi passi verso la durezza della giornata. Erano stanchi ma non lo avrebbero detto per far vedere che potevano resistere a tante prove,che erano come giovani eroi, gli stessi delle storie di Sabine,quelli che sfidavano ogni avversità con il coraggio di leoni. Poi la tristezza,il desiderio di un abbraccio stretto che cancellasse tutte le paure lo nascondevano dentro come un segreto. Clara quel giorno aveva voglia di visitare i quartieri che le guide turistiche non avrebbero mai mostrato,Matteo suo marito era come lei, quando visitava un nuovo luogo voleva vederne tutti gli aspetti, non avrebbe mai permesso di restare fermo ai luoghi “ per turisti”. Erano arrivati da tre giorni invitati da un amico che lavorava da anni per quella terra,per la sua popolazione,per chi era dimenticato. Pensarono di farsi portare con un taxi ma chiamarono prima Antonio, volevano essere guidati. Dopo circa un ora il taxi accoglieva i tre amici,erano giunti nelle strade più squallide ma era quello che volevano. Angoli sporchi,odori repellenti e un grigiore che sembrava avesse inghiottito i colori di quei luoghi,ecco dunque la realtà,quello che la gente è costretta a vivere mentre a chi viene da fuori mostra cose che illudono, distanze nette tra questo mondo e quel paradiso artificiale. Clara era una giornalista,sapeva che era in questo modo,lo stesso aveva visto in altre città,non era mai fuggita inorridita ma desiderava,seppure per poco,conoscere quella verità e riflettere su quello che poi la circondava, era una lezione senza paragoni. Lei era maturata moltissimo da quando aveva perduto la sua unica figlia,sapeva che non poteva averne. Accadde in un attimo. L’autista distratto da un riflesso di sole proveniente da una finestra aperta non si accorse di quella bambina magra,sorridente e con un aria sognante…troppo tardi,stava attraversando la strada e a nulla servì frenare. Clara con un sussulto nel cuore apri la portiera della macchina, scese di corsa seguita dal marito incredulo e dall’autista che urlava contro quella creatura,Antonio era inebetito. Clara stesa a terra sorreggeva la testa della bambina,per fortuna era stata presa di striscio,i piccoli compagni di Sabine singhiozzavano e non sapevano che fare senza i suoi sorrisi che accarezzavano. Sabine era scivolata in uno strano torpore,ancora quella voce,quelle parole “Quello che nasce dentro è un piccolo miracolo che nessuna avversità può mai fermare” Ecco, ora vedeva un bellissimo Angelo che le accarezzava i capelli,le sorrideva pronunciando quelle parole,si sentiva meglio e sorrise,quando aprì gli occhi vide una donna che le parlava,le sorrideva e la chiamava per nome. Come conosceva il suo nome? Le sembrava di vedere nella donna qualcosa di familiare ma non comprendeva, non sapeva. Seppe dopo due giorni che Clara era sua zia e che quando sua madre scappò con suo padre li cercò per tutto il paese e che il suo lavoro la teneva lontana,la zia la riconobbe per quel suo sorriso identico a quello della madre, per quei modi,per la dolcezza. Giunse l’inverno e la neve da dietro i vetri era uno spettacolo, Sabine e i suoi “ fratelli” dalla casa di Clara potevano vederla, era il momento delle storie che ancora poteva inventare per loro, poi,tutti insieme si andava a giocare. Non pensava che il suo sorriso potesse permettere ad una donna di riconoscerla e ringraziava ogni giorno il suo Angelo per esserle stato sempre vicino.

© Poetyca


L’elefantino Chimbo

Il vento racconta sempre tante storie e per chi non riesce a dormire e resta in ascolto,la notte è capace di portarne sempre di nuove,basta restare in silenzio e far riposare i pensieri . C’era una volta nella foresta africana una bella famiglia di elefanti,tutti erano in attesa della nascita di un nuovo elefantino che avrebbe arricchito il “ Grande gruppo”. L’evento era molto atteso e le elefantesse più anziane tenevano d’occhio Aurora la giovane sposina che cominciava ad agitarsi… La luna era piena e giù al fiume le canne erano agitate dal vento… Aurora sentì essere giunto il momento di allontanarsi per il grande evento lentamente si spostò dove sapeva esserci uno spiazzo e vicino un cespuglio che l’avrebbe protetta da occhi indiscreti. Dopo qualche attimo di smarrimento per la visuale poco nitida e per la trepidazione per quanto stesse per accadere,l’elefantessa sentì l’istinto che la guidava… Dopo un po’ di tempo vide nell’erba un esserino tenero che coccolò amorevolmente,ecco ora poteva fare la conoscenza del suo piccolo e volle chiamarlo Chimbo. L’elefantino era vivace e amava scoprire tutte le cose che il mondo conteneva : odori,suoni e sapori,non era una cosa di tutti i giorni avere un mondo da assaggiare e una mamma così premurosa! Ritornata al gruppo con quel nuovo componente venne festeggiata ed accolta da tutti con gioia,il suo piccolo era proprio carino. La mamma era paziente ed ogni mattina lo portava al fiume per fare il bagno e gli insegnava i luoghi dove avrebbe trovato l’erba migliore. Il piccolo Chimbo era davvero felice,non conosceva il pericolo e nessuno gli avrebbe mai fatto del male con la presenza della sua adorata mamma. Un giorno dal cielo scese uno strano animale che nella sua pancia trasportava degli umani,scesero dei cacciatori in cerca di nuove prede da vendere ai circhi più importanti d’Europa. Era un gruppo,tra i vari cacciatori il più temuto ed abile Albert ,era quello che sapeva fare il suo mestiere con destrezza,tutti sapevano che la cicatrice che aveva nel braccio era per la lotta che ebbe con un feroce leone,lui non temeva nulla e conosceva il territorio come nessuno. La notte dell’arrivo fu subito impiegata per mettere delle reti molto robuste e il fatto che la luna mandasse poca luce a causa delle nubi era per lui un’occasione da non far fuggire. Si nascose nei pressi del fiume che sapeva essere territorio di abbeverata per gli elefanti con la speranza di trovarne uno abbastanza giovane in modo da essere addestrato in un Circo. Alle prime luci dell’alba l’elefantino assetato si sveglio e si allontanò per andare a bere al fiume,non volle svegliare la madre che era molto stanca. Appena si avvicino alla riva senti un odore sconosciuto ma non ci fece caso e ZAC! fu prigioniero della rete,il cacciatore soddisfatto per la sua preda,prima che l’elefantino potesse emettere un suono lo narcotizzò e lo mise in una grande cassa dotata di ruote agganciata alla sua jeep. Il piccolo era confuso,non comprendeva nulla e sapeva solo che si sentiva molto pesante. Dopo ore di sonno si risvegliò in un luogo rumoroso e buio con la strana sensazione di rollare,era infatti nel bagagliaio di un aereo,cominciò a pensare alla sua mamma,alla foresta e al suo fiume,gli amici che forse non avrebbe più rivisto…Si mise a piangere e una brutta voce rispose “ Ti sei svegliato finalmente? Tu ed io dovremmo fare un lungo viaggio insieme e poi…Sarai importante sai? Sarai capace di lavorare in un bellissimo Circo! Era il domatore del Circo Betrix che era andato a prenderlo,era un omone grosso,grosso con uno sguardo che metteva paura,per lui,domatore di leoni ed elefanti era importante dover essere imponente e farsi rispettare soprattutto dalle belve. L’ elefantino lo temeva,aveva una voglia matta di andare dalla sua mamma,ma dov’era? Il piccolo si mise a piangere…Sentì una vocettina che gli disse : “ Non piangere piccino,vedrai che non è poi così brutto il Circo,sai,ci sono tanti bambini che ci vengono a vedere e ci regalano mille sorrisi !” Era Coco la scimmietta del domatore,com’era piccola e buffa con quel vestitino rosso con bottoni dorati,addirittura aveva un cappellino! Chimbo la guardò e sorrise ,si,era proprio carina,le ricordava Dolly e Molly le sue amiche della foresta. Così ,da questo primo incontro Coco e Chimbo rimasero sempre insieme,l’elefantino imparò molti esercizi ed era bravo,non poteva però cancellare dal cuore la foresta e la sua mamma. Un giorno la piccola Coco rimase chiusa in una scatola,conteneva dei vestiti colorati da pagliaccio e lei non riuscì a trattenere la sua curiosità ,la serratura scattò ma essendo difettosa la rese prigioniera. Non riusciva a respirare,era buio ed aveva paura,cominciò allora a piangere e ad agitarsi. Per fortuna Chimbo la sentì poiché era vicino al tendone dove stava provando i suoi esercizi,subito corse e con la proboscide aprì la scatola e la trasse in salvo. Coco fu felice per la dimostrazione d’amicizia e chiese cosa desiderasse tanto e se lei potesse aiutarlo per ricambiare l’atto d’amicizia. Chimbo divenne triste,voleva tornare nella sua foresta,era felice di fare gli esercizi per i sorrisi dei bambini ma lui non poteva dimenticare la foresta e la sua mamma,voleva che Coco prendesse la chiave della sua gabbia dalla roulotte del domatore per poter tornare a casa. Quella notte Coco con le chiavi sottratte al domatore aprì la gabbia del suo amico che lo salutò con le lacrime agli occhi riconoscente per la conquistata libertà e per doversi separare,le chiese se volesse andare con lui ma la scimmietta rifiutò dicendo di non aver mai visto una foresta e di essere nata nel Circo e non avrebbe mai lasciato il sorriso dei bambini che amava. Chimbo sparì nel buio della notte,non sapeva dove andare,era stanco e infreddolito,troppi rumori minacciosi,aveva fame e voleva sempre di più la presenza della sua mamma. Finì distrutto in un parco e si addormentò. Al mattino presto Angelo e suo padre insieme al cane Ringo erano andati a fare la passeggiata del mattino. Quando Angelo lo vide credette di sognare,com’era possibile che ci fosse un elefante nel parco? Lo portarono nel giardino di casa e poi in garage stando attenti a non farsi scoprire,il padre di Angelo amava la natura e gli animali e conosceva molti zoofili così organizzò un viaggio e dopo pochi giorni il piccolo Chimbo vide dal finestrino dell’aereo la sua amata foresta e il fiume degli elefanti. Quando lo fecero scendere si voltò per salutare il bambino con uno dei suoi esercizi più belli e il bambino dopo averlo abbracciato gli regalo un sorriso,per Chimbo fu il più prezioso che conserva ancora nel cuore. Il vento ha portato questa storia raccolta in uno dei suoi lunghi viaggi e altre ne raccoglie se in silenzio lo sai ascoltare.

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Raccontare un sogno

Non sempre ci troviamo capaci di raccogliere le cose migliori e ci facciamo cogliere dalle ombre: Incubi,paure e quelle gabbie nelle quali ci rinchiudiamo, gettandone spesso le chiavi per sempre, eppure basta osservare la Natura e la sua meravigliosa capacità di vita, il modo di regalare immagini di luce nei momenti più grigi. Ecco, se potessi, regalerei a tutti un Arcobaleno,da condividere, da tirare fuori dalla tasca e da porgere insieme ad un sorriso. Questo è il mio sogno, disse Padre Inverno.

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Stellina

Nell’immensità della notte,nel suo vasto spazio una piccola stella guardava la terra lontana,sentiva una forte attrazione e avrebbe voluto scendere per conoscere il mare e quei bambini di cui aveva sentito parlare,avrebbe voluto entrare in contatto con quel loro mondo capace di cogliere ogni cosa fino a quando diventati adulti la realtà avrebbe cancellato la visione magica del mondo. Chiese alla sua mamma se poteva andare alla ricerca di avventure,se poteva entrare in contatto con i bambini,ma la madre rispose che per farlo avrebbe perso la sua luce,sarebbe diventata opaca e nessuno avrebbe potuto ammirare la sua bellezza. Sulla terra una bambina era intenta a guardare il cielo e tra quella miriade di stelle le parve di vederne una occhieggiare in modo particolare verso di lei, chiese alla sua mamma se fosse possibile avere per Natale una bella stella,la madre paziente spiegò che non fosse possibile avere una stella vera, sarebbe stata troppo grande e avrebbe perso la sua bellissima luce. La bambina stanca diede il bacio della buonanotte alla mamma,si mise nel lettino e dopo un attimo si addormentò. La stellina desiderava così tanto di poter scendere sulla terra che…Puff ! si tuffò giù,fece un gran volo e si senti precipitare sempre più giù, la terra che prima appariva tanto lontana ora era sempre più vicina. Stellina era felice e non aveva paura,ora poteva vedere il mare e nulla temeva,la sua coda luminosa la confortava e riusciva a vedere bene attraverso il buio della notte,si specchiava sull’acqua e si sentiva veramente bene. Ora si stava avvicinando al giardino di una casa,al centro del quale si trovava un grande albero addobbato con tante luci colorate ed anche delle stelline che però avevano delle luci opache. Era un albero di Natale e intorno un manto candido ricopriva ogni cosa,uno strano silenzio accolse la stellina che credeva di poter trovare tanta gioia e bimbi intorno,dopo un attimo cadde tra la neve emettendo un bagliore molto forte. La bambina si svegliò perché aveva sognato l’arrivo di una stellina nel suo giardino,si mise le pantofole e la calda vestaglia e andò a chiamare la mamma che credeva ad un incubo. Non era un incubo ma un sogno bellissimo spiegò la bambina e dovevano andare subito in giardino,la mamma temeva in una delusione ma volle seguire la piccola che si era già precipitata fuori. Una strana luce azzurrina illuminava lo spazio del giardino,da dove proveniva? La bambina corse verso Il luogo in cui era più intensa e la madre era incredula,quella era realmente una stella,quella che la sua bambina aveva desiderato ed ora era proprio nel suo giardino. La bambina aveva un sorriso tenero mentre teneva tra le dita la stellina e le parlava,l’accarezzava con la voce e con lo sguardo,sembrava che la conoscesse da sempre. Alla modulazione della voce della bambina la stellina aumentava la sua luce e sembrava comprendesse il senso dei discorsi. Quella notte molti bambini accompagnati dai genitori giunsero in quel giardino, un luogo tra tanti in un paese tra tanti,tutti sentirono nel cuore la luce di una piccola stella che accarezzava donando serenità,tutti videro quello che non si verificò mai prima perché una bambina insieme ad una piccola stella avevano avuto lo stesso desiderio, qualcosa in cui forse nessuno avrebbe creduto.

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Un incontro

Era forse follia quella che sembrava dominasse quell’uomo? Eppure amava camminare sotto la pioggia, quella notte danzava preso dal ritmo che solo lui sentiva, tra le gocce che non temeva e che piuttosto desiderava che lo sfiorassero, voleva catturarne la luce, riprodurla sulle sue tele. Ricordava, perché un altro uomo, come lui era diventato la sua “ardente passione”, che molti anni prima qualcun altro si metteva in ricerca di emozioni e desiderava riprodurle, era il suo ispiratore, era qualcosa difficile da spiegare per chi, preso dalla razionalità non avrebbe compreso. Ora era lì, zuppo di pioggia nel buio della notte rotto soltanto dalla fioca luce lunare che faceva capolino, a tratti tra le nubi cariche di pioggia. Era un pittore emulo di Vincent Van Gogh, conosceva ogni cosa, ogni atto della vita dell’artista e sentiva in sé la sua presenza e a volte anche intorno, sarebbe stato difficile spiegare, ma in fondo lui, non cercava spiegazioni, desiderava solo vivere le sue emozioni. Da qualche tempo aveva fatto delle particolari ricerche sulla cromaticità e trasparenza di alcune tinte, in particolare sui gialli e sui blu, quelli erano per lui colori importanti. Il suo animo era sempre sereno, solare e tendeva a donarsi fino all’ultima stilla, eppure la sua vita era stata poco generosa con lui, particolare la sua infanzia e prima giovinezza, una cosa aveva imparato con l’intatto animo d’innocenza, come quello di un bimbo entusiasta: ogni istante era prezioso, ogni cosa che la vita avrebbe donato non doveva essere sprecata, mai! Tutti i solchi che la sua anima aveva ricevuto, quegli invisibili semi in essi sparsi erano tutti germinati, un dono inaspettato per chi come lui aveva subite molte privazioni. Ora era lì ad ascoltare quel ritmo gioioso che faceva danzare la sua anima, era ad allargare il cerchio d’anima per quel dono che tanto amava: la pioggia. Tutte le volte che pioveva per lui era una gioia, pensava a quanti arcobaleni ci potevano essere intorno e n’era affascinato. Nella sua vita non erano mancate le difficoltà ma non si era perso d’animo, nella convinzione che servissero per trovare qualcosa di grande, quello che aveva sempre “ sentito” esistere oltre ogni linea di confine data dalla vita come appare. Credeva molto alle sue sensazioni, agli attimi impalpabili che sentiva provenire da una diversa dimensione, in fondo, seppure la sua vita in principio fosse stata molto solitaria ed il destino avverso si era impadronito della sua porzione di serenità, sapeva che da altre dimensioni esistevano i suoi cari e vegliavano su di lui, accoglieva quel suo particolare destino anche se poteva apparire triste. Il suo orgoglio consisteva nel fatto che aveva potuto seguire la sua inclinazione naturale, nessuno gli aveva potuto impedire di esprimere la sua tendenza artistica, la sua stessa vita era imperniata sugli studi che lo potevano aiutare in tal senso, ma non aveva potuto completarli, non era un problema: artista si è nell’animo e non nell’acquisizione di nozioni e di teorie, lo aveva dimostrato quando per mantenersi vendeva i suoi quadri nati da istinto, era autodidatta, sentiva dentro come e cosa portare fuori quel suo mondo emotivo che lo affascinava: bastava poco per farlo gioire, il primo sole al mattino, l’incontro con gli animali del bosco, del lago, la natura per lui aveva un fascino assoluto e in particolari giornate tra i raggi di sole che filtravano tra le foglie del bosco, quando la luce e il pulviscolo dorato assumevano, insieme al silenzio, un’atmosfera rarefatta, si rendeva conto di sconfinare in un particolare sentire. Il giorno precedente era accaduto un episodio particolare: immerso nel silenzio, tra la quiete dei suoi pensieri e la luce del bosco, aveva avutola particolare sensazione di essere osservato, ma nulla di inquietante, solo una “presenza” che espandesse la pace di quel luogo, era come se lui stesse per essere spettatore di qualcosa di non comune, persino il respiro sembrava essersi bloccato, il cuore invece cominciò a tamburellare quasi a dare la certezza di non essere morto. In un attimo sembrò che i colori, gli odori, le sagome e i contorni prendessero una diversa connotazione: tutto era brillante, intenso, correva incontro… Tutto era precipitato come attraverso un vorticoso tunnel “ dentro l’anima” e lui ora era parte di quel tutto. Lei era lì, davanti a lui o dentro le sue emozioni, era un tutto indistinguibile, sapeva che la conosceva da sempre eppure era consapevole che quello era il primo incontro. Non era quello il momento di formularsi domande, temeva che se lo avesse fatto tutto sarebbe svanito. Lei era una creatura particolare, su questo non vi erano dubbi: alta, candida, capelli lunghi e occhi che contenevano una strana luce: pacata e forte al contempo, sembrava che emettesse una conoscenza bonaria, il sorriso era come quello che si vede nei volti dei “ vecchi saggi” di alcune miniature orientali. Lui si sentiva come essere entrato, non si sa bene come, dentro una favola, un mito, una di quelle storie che si raccontano ai bambini: era una fata dei boschi? Aveva il corpo non troppo diafano e neppure esageratamente possente, ma quello che colpiva era quanto emettesse: armonia, dolcezza, consapevolezza e ogni gesto era accompagnato da un sorriso radioso e una luminescenza dorata che ora aumentava, ora si stemperava. Non stava certo sognando, quello era un episodio che lo stava avvolgendo di una serenità che mai aveva conosciuto. Questa particolare situazione a lui parve durasse ore, poi tutto svanì poco a poco. In lui rimase una strana euforia, una gioia indescrivibile e un impeto che lo spinse a cercare, vivere, gioire di ogni attimo di vita per quella meravigliosa scoperta, sentiva che l’avrebbe incontrata ancora, che quella serenità che aveva ancora dentro di sé quella notte di pioggia, era ormai incapace di svanire. Voleva dipingerla, dare a quel volto, a quella coroncina di foglie che le cingeva il capo una “concretizzazione” attraverso un quadro, cercava ora di riprodurre gli stessi colori, le stesse sensazioni che
aveva provato, voleva vivere con la natura, nella natura e darle vita anche sulla tela. Sentiva persino che la sua interiorità aveva trovato un diverso ascolto, sentiva Vincent che lo guidava e tutto quanto gli stesse accadendo, no, non poteva essere compreso.

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Valentina

C’era una volta Giulia una bambina che si sentiva spesso sola perché i genitori erano entrambi impegnati con il lavoro. Al mattino veniva accompagnata a casa della nonna Alice che abitava in una villetta con giardino ma non giocava mai con lei,infatti in casa aveva tante cose da fare ed era impegnata per sistemare,pulire e cucinare. Ormai Giulia aveva imparato a giocare da sola con le sue bambole. Un giorno la bambina chiese alla nonna di poter andare in giardino: era una bella giornata di sole e portare fuori le sue bambole,raccogliere erba per farne verdure e sabbia per inventare altre pietanze era quello che desiderava. La nonna l’accontentò, ma prima fece le solite raccomandazioni sul non correre,non sporcarsi le mani e il vestito ma soprattutto di non restare fuori troppo tempo poiché era quasi pronto il pranzo. Che noia per Giulia doversi accontentare solo di una passeggiata in giardino, non aveva altro perché avrebbe disubbidito alla nonna se avesse toccato la sabbia e l’erba,allora volle scoprire intorno se esisteva un tesoro,magari nella fenditura di un muro o dietro un cespuglio. Si mise ad osservare con attenzione la bellezza dei fiori,dei rampicanti sul muro, quelle api sciamanti e assaporò l’odore delle rose… Proprio sotto il cespuglio delle rose gialle vide un animaletto buffo che la stava osservando con i suoi occhietti vispi e camminava con un’andatura lenta. Era una tartaruga! Per la bambina fu la scoperta di un tesoro preziosissimo.. Ora aveva un’amica. Felice cominciò a saltare e ballare,a ridere e a sentirsi fortunata, doveva ora cercare un nome adatto..<< La chiamerò Valentina, cammina infatti piano – Va lentina – e rideva per questo nome adatto alla piccola creatura. Pensò che dimostrare la sua amicizia dovesse cominciare con il donare alla piccola amica una foglia di lattuga, di nascosto dalla nonna sgattaiolò in cucina e prese la lattuga. Corse in giardino e la offrì alla piccola compagna di giochi. Da quel giorno erano diventate inseparabili,finalmente qualcuno che giocasse con lei senza sgridare,che ascoltasse e mangiasse non come le bambole che non mangiavano e lei doveva solo immaginarlo, il tempo scorreva lieto e la mattina era sempre sorridente anche se assonnata quando andava a trovare la nonna,aveva infatti la sua amica tartaruga ad attenderla. La nonna aveva visto come la nipotina fosse allegra e la sentiva parlare,aveva visto la tartaruga e sorrideva da dietro la finestra ricordando che anche lei da bambina amava gli animali. Giunse l’autunno e il vento scompigliava i rami,i colori del giardino erano colori rossicci o rugginosi,per la piccola Valentina era tempo di riposo tutto ormai l’affaticava,sentiva la necessità di rallentare ulteriormente i suoi movimenti. La bambina poteva uscire per poco e con il cappello e il cappottino, la nonna temeva che prendesse freddo,non voleva che si ammalasse. Giulia aveva la sua lattuga in mano per farne dono a Valentina, faceva proprio freddo e soprattutto era il vento a dare fastidio, era presto per la neve ma come ogni anno la nonna aveva fatto sistemare la legnaia per il camino. Giulia era preoccupata,sotto il cespuglio di rose ormai spoglio non scorgeva la sua Valentina e cercava,si guardava intorno con una grande preoccupazione – dov’era la sua amica? – perché non arrivava appena la chiamava come al solito? Si mise a piangere e di corsa chiese aiuto alla nonna, l’anziana donna fece un sorriso per rassicurarla e si mise a cercare in giardino con lei,della tartaruga non vi era traccia, asciugo le lacrime della bambina e le accarezzo i capelli, guardarono con maggior attenzione e si accorsero che dietro il cespuglio di rose la terra era smossa. La nonna spiegò allora alla bambina che Valentina aveva scavato per fare una tana contro il gelo che arrivava, che stava bene solo che aveva un grande sonno – doveva riposare – la sua amica era in letargo e a Primavera sarebbe stata più grande e felice di vedere i fiori e i colori,anche le piante erano andate a dormire e la natura era in attesa di preparare il vestito nuovo per la stagione nuova. Allora la bambina sorrise e chiese alla nonna quali altre storie così belle conoscesse,se le poteva raccontare quando con il fuoco acceso faceva tanto freddo,la nonna felice le disse – certo piccolina,tutte le storie che vuoi – Fu un Inverno indimenticabile,ricco di fascino e di scoperte,la bambina imparò tante cose nuove dalla voce carezzevole della nonna e l’anziana donna sorridendo pensò che in fondo le cose da sistemare in casa potevano anche attendere,poter essere ascoltati era veramente un piacere. Aspettarono insieme il ritorno della Primavera e quando Valentina si fece trovare sotto la pianta di rose fu una vera festa e questa volta aveva anche una nuova amica; Nonna Alice era lì pronta a viziarla insieme alla piccola Giulia.

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Il Paradiso dei giocattoli

Un giorno un bambino volle immaginare un luogo dove tutti i giocattoli non venissero dimenticati, dove la polvere non li avesse corrosi e dove, quei bambini cresciuti , afferrati all’orecchio di un orsacchiotto, con ancora il ricordo di una bambola stretta in petto, solo perché il tempo era trascorso, solo perché si era diventati “adulti” e non si poteva più cercare il compagno di giochi, il conforto contro le paure, quale era per quel giocattolo. L’inesorabile destino era di essere stato utile per ore liete, magari a sacrificio di capelli, braccia, orecchie , pur di sapere che aveva reso migliore il tempo a quei bambini,ma il bambino non riusciva a comprendere perché , per tutti quei compagni di fantasie, di sogni abbandonati dovesse esistere la dimenticanza. Si immaginò allora che tutti quei giocattoli mutilati, dimenticati, tutte quelle bambole, ormai irriconoscibili e gettate via da genitori stanchi di vederli come “disordine” nella vita dei figli, potessero avere il loro Paradiso, fu così che si propose, con pazienza di imparare a ricostruirne , pezzo per pezzo , la dignità perduta. Quel bambino da “grande”, perché grande era il suo cuore, decise di raccogliere tutti i giocattoli possibili: ai mercatini, nei posti più improbabili e dimenticati e, poiché la notte non riusciva a dormire, di impiegare quel tempo per lavare, pettinare capelli, cucire e dipingere , incollare e risistemare ogni parte e far rivivere, per il Paradiso, ogni giocattolo che, con la sua piccola anima lo chiamava. Il dono magico che una piccola dea dagli occhi di giada volle fargli per la sua generosità e per quella dolcezza fu il suo sorriso che incantava gli occhi ed il cuore di chi la vedesse, si perché era il vero sorriso della sua anima bambina.

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L’Angelo e gli uomini

Un Angelo scese sulla terra, incaricato di risvegliare la memoria sopita degli uomini.
Attraversò in lungo ed in largo il pianeta in ricerca di persona che fossero pronte a vedere la sua presenza,non era facile infatti trovare chi avesse conservato un cuore puro di fronte a tante illusioni. Molti erano caduti nell’ignoranza e proclamavano come vere delle cose che erano molto distanti dalla Verità. Era necessaria la presenza di almeno due esseri umani che comprendessero a fondo quanto lui avesse rivelato
per poi diffonderlo ovunque. Sicuramente avrebbero dovuto dimostrare con una prova pratica se erano adattia quell’importantissimo compito.

Finalmente dopo un lungo periodo di ricerca trovò due persone con adeguate caratteristiche dalle quali si fece seguire ai piedi di una montagna,che,con grande fatica avrebbero scalato, per poi ricevere un’importantissima rivelazione che riguardava l’umanità intera.

I due uomini, l’uno accanto all’altro si impegnarono con tutte le forze,il percorso era molto aspro,trascorsero delle fredde notti all’aperto condividendo cibo e fatiche, erano solidali l’un l’altro;
uno era taciturno, corrugato e sembrava con la mente assente, l’altro appariva entusiasta, pieno di forza e sorridente. Dopo sette giorni di duro cammino raggiunsero la vetta e si abbracciarono. L’Angelo era lì ad attenderli, era l’alba ed il sole sembrava salutasse il loro trionfo. L’Angelo disse a due uomini: “Devo rivelarvi una cosa molto importante, questo dovrete dire a tutti gli uomini, le donne, eccetto i bambini che sanno..purtroppo con il tempo dimenticheranno, ma dopo la mia rivelazione questo non accadrà più.”

L’Angelo fece una lunga pausa mentre i due uomini lo osservavano. L’uomo corrucciato si sentiva a disagio,si chiedeva cosa mai potesse rivelare quel Deva che lo aveva convinto a salire la montagna, pensava ora
a tutte le fatiche dei giorni precedenti e perchè mai lo avesse seguito, magari non aveva nulla di speciale da dire, lui che era un uomo di scienza, che studiava tutto con attenzione, che da più di trent’anni cercava la Verità. Rimase in silenzio e in spasmodica attesa di quanto potesse essere pronuciato da quell’Essere di Luce.

L’altro uomo era palpitante, entusiasta e stava gioendo di un’alba meravigliosa,mai aveva visto un simile spettacolo, era commosso da quanto stesse vivendo in quel preciso istante. Si sentiva pronto ad accogliere quanto quella gentile creatura avesse voluto manifestare, poneva attenzione al suo respiro e cercava di accogliere quanto più potesse quel momento prezioso. Dopo la lunga pausa l’Angelo emanava dei colori più decisi e sembrava che quell’Armonia coprisse persino la luce del sole nascente era un fiammeggiare di serenità.

L’Angelo disse: “Quanto sto per dire potrebbe incontrare la vostra perplessità, in fondo non dico nulla di nuovo, vi ricordo solo qualcosa che si è perduta dalla notte dei tempi, che troppe voci, troppi stravolgimenti hanno nascosto agli uomini, poichè sono caduti in un profondo sonno dell’anima. Ecco non farei altro che ricordare quello che intimamente conoscevate e vorrei che, in vece mia andiate a dirlo a più gente possibile – avete le ali! Chi le proverà per primo? ” I due uomini restarono in silenzio, poi l’uomo corrucciato chiese:”che cosa dobbiamo fare?” L’Angelo che gli leggeva dentro sorrise e disse: “Venite con me su quello spuntone di roccia,scivolerete, molto lentamente sullo strapiombo, vi aggrapperete alla roccia poi restando appesi vedrete che sotto di voi ci sarà il vuoto, chiudete gli occhi,respirate profondamente e lasciate andare la presa, poi…dovete semplicemente aprire le ali,tanto non cadrete!”

L’uomo,visibilmente preoccupato rispose:””le ali? ma non le vedo?”Con un frullio delle proprie ali l’Angelo rispose:”Beh…non vi ho detto che sono invisibili…Anche le mie lo sono, ma sono io stesso che vi sto permettendo di vederle,ma…credete alle mie parole…allora chi si getta per primo?”
L’uomo era entrato nel panico e cominciò a parlare, a parlare, sembrava non prendesse neppure fiato,iniziò a citare brani della Bibbia,lui in fondo era erudito, conosceva anche i Veda e il canone buddhista,
aveva viaggiato per il mondo e incontrato tutti i saggi della terra, aveva studiato le leggi della fisica,doveva solo ricordare e coordinare ogni insegnamento per poter aprire quelle ali! Provò a spiegare di come Dio
avesse creato gli angeli, ma era certo che gli uomini non hanno mai avuto ali,questo lo avrebbe saputo,qualcuno gli avrebbe detto come stavano le cose! Forse avrebbe dovuto imitare gli uccelli, magari lanciare
un palloncino gonfiato ad elio e poi studiare le correnti ascensionali, ecco, sicuramente aveva bisogno di tempo per capire tutto questo, poi avrebbe potuto volare,magari dire al mondo che…l’uomo ha le ali, ma come lo avrebbe dimostrato? Sarebbero persino invisibili!”

Ma l’angelo disse:” vuoi volare? Io aspetto,hai questo dono,ma puoi non volare se vuoi!”

Poi, tranquillo si rivolse all’altro uomo che era estasiato dalla Natura e da quella meravigliosa alba e per tutto il tempo sembrava distratto e taceva:” E tu? Hai sentito quanto abbia detto a proposito delle ali
e che tutti ne sono dotati? Non voli?” L’uomo sorrise, poi chinò il capo dicendo: “Si, attendevo che tu mi rivolgessi la parola, sentivo che questo era possibile, ho osservato per anni la Natura, mi sono sentito parte di essa, ho vissuto le gioie più belle della mia vita partecipando ad ogni dono della Vita, ai suoi colori e mutamenti, ho accolto dolore e gioia con la consapevolezza che tutto è mutevole, che tutto passa per poi manifestarsi ancora, ora sono pieno di gioia per quanto tu mi stia dicendo,in fondo ho sempre saputo che le persone che sanno accogliere speranza ed amore hanno bellissime ali, a volte mi sembra persino di vederle colorare il buio di chi vaga nella notte. Tacevo preso da questa bellissima alba e prima di andare volevo salutarti ed offrirti tutta la mia gratitudine per aver rivelato la presenza di questo dono agli uomini che, distratti avevano dimenticato”. Portò le mani congiunte al petto, fece un inchino e sorridendo volò via per dire agli uomini di guardare bene chi hanno accanto prima di cercare solo ombre, di non dimenticare più che ogni essere umano ha delle splendide ali che vanno accolte con gratitudine.

21.11.2007 Poetyca


“Fai il bene e dimenticalo, fai il male e ricordalo per sempre!”

In un paesino di montagna vivevano due fratelli;
non andavano d’accordo da molti anni a causa
di un malinteso e di una dimenticanza:
Il fratello maggiore era molto chiuso e non amava la compagnia;
spesso diffidava di tutti e si autoconvinceva di avere ragione,
motivo che lo induceva ad essere orgoglioso.

Il fratello minore invece era molto aperto, offriva a tutti
quanto avesse e non teneva conto, ad esempio, se aveva
prestato del denaro che non gli era stato restituito
o se avesse ricevuto un torto da qualcuno – la sua vera
gioia era condividere ogni cosa.

Il fratello maggiore non voleva ricordare tutte le volte
che aveva criticato il proprio fratello perchè dava ai vicini
il proprio aiuto, oppure quando aveva un buon raccolto
che, invece di accumulare nel granaio donava senza
pensare al futuro. Lui invece aveva sempre posto attenzione
a questo, sopratutto aveva considerato che si dovessero
mettere da parte dei beni per il futuro.
Ogni volta che uno degli abitanti del paese gli chiedeva qualcosa
lui era convinto che quella gente volesse derubarlo.
Ecco che se vendeva le sue verdure al mercato lo faceva
ad un prezzo più alto di tutti gli altri; a lui era costato duro
lavoro poter ottenere quei prodotti; suo fratello doveva
essere pazzo a fare prezzi irrisori e lo aveva persino visto
regalare alcune patate.

Quell’anno accadde l’imprevisto;
una forte grandinata aveva gelato tutti
i nuovi germogli e il raccolto sarebbe stato perduto.
La moglie del fratello maggiore lo pregò di andare
dal fratello minore che, sicuramente lo avrebbe aiutato.
Ma per orgoglio, perchè in quell’occasione
gli venne in mente che persino la propria moglie
riconosceva la generosità del cognato,
decise di non chiedere nulla, intanto guardava dalla finestra
e si accorse che dietro la porta del fratello una fila di persone
portava qualcosa; chi del pane, chi dell’olio o del vino.
Persone consapevoli del bene ricevuto e della difficoltà
economica che aveva trovato il loro benefattore.
Ecco che comprese che se lui fosse stato
meno orgoglioso, capace di non attaccarsi alle cose,
alle proprie paure ed avesse avuto un cuore più
generoso avrebbe trovato anche lui il calore degli amici.
Gli venne in mente un antico detto del nonno ” Fai il bene
e dimenticalo, fai il male e ricordalo per sempre! “.
Come erano vere quelle parole, decise di scusarsi
con il fratello per quella lezione di vita appresa.
Con cuore sincero andò a parlargli, egli era
felice di vederlo e di offrire anche a lui e alla sua
famiglia parte di quanto aveva ricevuto.
Il fratello maggiore confessò di avere avuto paura
e di non essere stato capace di non avere attaccamento
per i beni materiali. Da quel giorno cominciò ad alimentare
fiducia nella vita che, potrebbe togliere ma anche donare
quello che si semina con il cuore.

18.01.2006 Poetyca


Cuore e Ratio

Una fanciulla di nome Cuore viveva in un castello, nella torre, era sempre vegliata dal fratello Ratio che per proteggerla non le permetteva di andare in giro per il mondo.
La fanciulla desiderava cogliere la vita e non restare in quello spazio angusto,voleva danzare, respirare la gioia e poter correre sui prati.
Una notte che il fratello era addormentato, senza farsi scoprire la fanciulla sgattaiolò via e senza una meta si mise in cammino.

La ragazza era senza difesa alcuna e se vedeva chi soffriva in sè erano trafitture profonde, se vedeva la gioia in chi era allegro, ne prendeva una parte e la regalava ad altri. Molte persone si radunarono e le chiedevano di regalare quella gioia, di non trattenerne per sè.
La giovane donna era stranamente esausta e si sentiva svuotare, da lei fuoriusciva un’energia potente e non sapeva come fare per guidarla, la sovrastava e una goccia era per lei oceano, non sapeva trattenersi ed era strumento per quell’energia che la guidava.

Il fratello si svegliò e non trovando la sorella, preoccupato per la fragilità, per l’inesperienza comprese che non avrebbe dovuto trattenerla in quella prigione, era necessario trovarla per insegnarle ad essere in grado di difendersi da sola.

Dopo tanto vagare, finalmente la trovò, addormentata, sfinita, ai piedi di un albero. La svegliò e lei era felice di ritrovarlo,scoppiò in lacrime e disse che si sentiva senza protezione da quando era fuggita dal castello.
Il fratello le insegno a non dare tutto a chiunque ma a raccogliere sempre un serbatoio di energia per sè, uno spazio di silenzio per gioire, danzare, respirare vita, senza disperdere tutto.
Le disse che anche la pioggia, colta dall’oceano e che saliva al cielo era felice di precipitare ed irrigare i campi, goccia a goccia, ma che aveva sempre l’opportunità di chiedere aiuto al sole, al vento, per essere nuvole e poi preziose gocce d’amore.

La ragazza abbracciò il fratello e comprese che non avrebbe mai potuto fare nulla da sola, che tutto è legato da forze sottili e che non doveva disperdere nulla ma che da quelle gocce, se il terreno era fertile, potevano nascere germogli dai semi che avrebbero avuto la forza della vita.

© Poetyca

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Il valore dei sogni

Questa notte si è svegliato un sogno, dopo aver aperto gli occhi ha detto: “Sono stanco di correre sulle strade del nulla e di aggrapparmi al niente vorrei per una volta diventare vero.” Troppe volte aveva sentito dire che era inutile sognare,poche le persone che lo cercavano ancora. Una sola cosa lo poteva aiutare a non essere dimenticato e a trovare il suo valore,solo poter essere “ personaggio” di un mondo migliore. Se i sogni non contano nulla a che sarebbe servito il suo darsi da fare? Chi lo avrebbe più cercato di lì a breve? Molti nel mondo lo chiamavano illusione,certi lo cercavano di nascosto e presto sarebbe estinto e senza gloria. Brutta fine! Era dunque il momento di cercare una risposta e il modo di diventare concreto. Dopo aver attraversato il monte dell’oblio,la vallata della fantasia e guadato il fiume dei desideri,ormai stanco, giunse al Castello delle Verità dove regnava pacificamente Padre Tempo, conosciuto da tutti come medico e saggio. Non era ancora l’alba, quando bussò alla porta del tempo: ” Padre Tempo spiegami perché non posso essere vivo.” Affaticato per la lunga ricerca, per il disastrato cammino quasi non riusciva a parlare. Ma il tempo scuotendo il capo disse: ” E’ dai sogni che nacque il reale.”

The value of dreams

Last night the dream awoke, after opening its eyes it said: “I’m tired of running on the streets of nowhere and nothing to cling to when I want to become true.”

Too many times it had heard that it was pointless to dream. Hoever, there were few people who continued to try again. Only one thing could help not to be forgotten and to find its value, only to be “character” of a better world. “If people do not believe in me, why should I work so hard for them to make them “feel” themselves?” Who would have sought more from there? Many in the world called them illusion, some tried to hide them and too soon were passing away with no glory. Withering blossom! It was, therefore, time to look for an answer and how to become concrete. After crossing the mountain climbing, the valley of the imagination and fording the river of wishes, now tired, came to the Castle of Truth, where reigned peacefully Father Time, known to all as a doctor and wise man. It was not yet dawn, when I knocked at the door of time, “Father Time explain why I cannot live.” Tired for the long search for the path and shattered I almost could not speak. But the time shaking his head said: “It is the dream that comes true.”

© Poetyca

Viola

Seduta sul bordo del suo lettino Viola attendeva che la mamma arrivasse, anche questa volta aveva fatto un brutto sogno e dopo aver sudato tanto, compreso che si trattava solo un sogno, aveva chiamato la mamma perché l’abbracciasse e le raccontasse una delle sue bellissime storie.

Non era facile per Viola di soli cinque anni capire come mai non tutti erano capaci di fare cose che lei faceva spontaneamente e non aveva intenzione di dare preoccupazione alle persone , solo che non capiva cosa era possibile manifestare e cosa era meglio trattenere o fare solo quando nessuno guardava, come accaduto la mattina prima, quando in giardino aveva visto una farfalla battere inesorabilmente e con grande fatica le ali, era davvero un grande sforzo per lei volare di nuovo.

Viola  indicò  quella povera farfalla al nonno e la bambina disse  che voleva aiutala a volare, il nonno spiegò che aveva volato tanto ma ora era il tempo di un lungo sonno, che per tutti arriva la fatica e quel sonno, che ci sono cose che accadono e che non si può reagire, lei non avrebbe potuto fare nulla!

Eppure Viola sentiva quel solletico sulla punta delle dita, sentiva quel calore e vedeva intorno alla farfalla un alone colorato che stava per spegnersi, perché non offrire un poco dei suoi colori alla farfalla? In fondo aveva dato gioia al cielo e ai fiori!

Viola disse al nonno di non preoccuparsi, ci avrebbe pensato lei! Il nonno sorrise per il candore e la convinzione di quella bimbetta, così simile nell’esprimere i sogni che la sua mamma faceva da piccola, lei che inventava fiabe ed era solitaria, seria e attenta a tutto. Quanta fatica per aiutarla a cambiare perché i sogni non servono a nulla nella vita e si deve essere concreti.

Viola si avvicinò alla farfalla, la prese delicatamente e la adagiò sul palmo della mano sinistra mente con la mano destra compiva degli strani movimenti circolari intorno alle ali della farfalla, il nonno guardava stupito e scettico, preoccupato della imminente delusione che la piccola Viola avrebbe avuto a breve.

Restava in silenzio, pronto a cercare parole adatte, ad accogliere le lacrime della bambina. Trascorsero pochi attimi e  come una piccola nuvola azzurrina apparve avvolgendo la farfalla, il nonno credeva di avere delle allucinazioni perché immediatamente dopo la farfalla iniziò a muovere le ali e a volare intorno alla bambina disegnando alcuni ghirigori festanti.

Come era possibile? Si trattava di una particolare coincidenza?

Eppure solo pochi minuti prima quella farfalla era disidratata e morta, certamente non era così colorata e viva come adesso!

La bimba aveva un’aria soddisfatta e a guardare il viso serio e stupito del nonno  si rese conto che forse aveva fatto qualcosa di sbagliato, almeno per il nonno e chiese: – Nonno sono stata cattiva? Perché i tuoi occhi mi stanno rimproverando?

Cosa ho fatto di sbagliato?

Il nonno non sapeva cosa rispondere, quello allora era un prodigio se la bambina era consapevole di avere fatto qualcosa per cambiare la realtà della farfalla, l’unica cosa che riuscì a chiedere fu: – Ma dove hai imparato? Sei così piccina, come hai fatto?

La bimba sgranò gli occhi :

–          Perché nonno tu non lo sai fare?

–         No piccola mia io non sono capace, nessuno mi ha insegnato o forse ..non ho mai provato perché non credevo possibile una cosa del genere. Comunque piccola mia forse è meglio non dire questo alla mamma, potrebbe preoccuparsi e se proprio devi fare queste cose, stai molto attenta che non ti veda nessuno!

Viola percepì ancora una volta come il nonno fosse turbato e che lei ne era la causa, allora disse al nonno di rilassarsi e di non essere preoccupato perché lei avrebbe fatto attenzione, non lo avrebbe detto neppure a Francy la sua migliore amica.

Il sogno era stato davvero spaventoso, una grossa nube scura si stava spostando e con dei vortici che sembravano tentacoli cercava di penetrare nelle case, nei boschi e dove arrivava sotto forma di nebbia cambiava l’aspetto delle cose; alberi e rocce, fiumi e mari, tutto sembrava perdere vita, come un contenitore vuoto, senza più energia, la gente sembrava non avere volontà ed agiva senza riflettere.

Nel suo sogno le farfalle, gli uccelli, i pesci e le voci di altri bambini come lei, così sensibili e speciali sembrava la chiamassero per portare aiuto e per riportare energie colorate a quel disastro.

Quel sogno appariva così vero! Infine la farfalla che la mattina prima l’aveva ringraziata con la danza del cuore le appariva e le diceva che per gratitudine le avrebbe presentato la fatina del giardino e che con lei avrebbe potuto aiutare piante e d insetti, animali ed esseri umani, ma non sarebbe stata sola, altre fatine avevano l’incarico di parlare con altri bambini e si sarebbero tutti incontrati, che una missione la stava attendendo.

 

Viola si svegliò perché quella brutta visione della nube la faceva sentire come senza fiato, come avrebbe potuto aiutare tutti lei che era tanto piccola?

Poi ricordò come il nonno fosse preoccupato e cercò la mamma per capire cosa stesse accadendo.

La mamma arrivò, semi addormentata ma calma, chiese cosa fosse accaduto e cosa la bambina avesse sognato di tanto brutto.

Ascoltò attenta, sebbene la bambina non sapesse come fare per dire che nel sogno era stata richiesta per aiutare , ma che il nonno che aveva assistito al volo della farfalla era preoccupato.

Viola disse che era stato un sogno brutto, che era presente una brutta nuvola che si sentiva soffocare per questo ma che alcune cose erano difficili da capire per la mamma come lo erano per il nonno, che forse qualcosa di sbagliato era nelle sue mani.

La mamma accarezzò la fronte della bambina e le stampò un bacio, seduta sul letto, con la manina stretta alla sua, le disse di non temere, che la mamma non aveva mai pensato che lei potesse essere sbagliata, che anzi, da quando lei era nel pancione e la mamma sentiva i suoi calcetti sapeva come quella fosse stata una bimba speciale che sognava spesso e come alla nascita la piccola Viola fosse esattamente come nel sogno, persino il piccolo neo a forma di cuore sul pancino!

Le disse che anche lei quando era una bambina per molte persone poteva apparire strana, ricca di fantasia, solitaria e che solo se immersa nella natura si sentiva bene.

Solo che aveva dovuto mettere da parte ogni sogno, ogni fiaba per essere come altri volevano e solo ora, con la piccola Viola poteva raccontare le sue favole e le sue sensazioni che altri non avrebbero compreso. Dunque di non temere perché la mamma sapeva quanto lei fosse speciale.

La bimba allora, ritrovata fiducia le disse della farfalla e la mamma sorrise, le disse del sogno e di come dovesse l’indomani andare in giardino a ricercare la farfalla e come questa le avrebbe fatto conoscere la fatina del giardino.

La mamma sorrise ancora, sembrava le credesse e la bimba si rilassò, chiedendo un bicchiere d’acqua e una favola nuova.

La mamma andò in cucina e prese l’acqua con sé e lì per lì inventò una favola che parlava dei sogni dei bambini, di come ogni sogno ricco di bellezza, di purezza e di amore fosse energia colorata che salva il mondo, che tante cose invece sono capaci di inaridire la vita, soprattutto non saper sognare o avere paura di farlo,di come tante cose possano invece contaminare e distruggere la bellezza e la Natura, perché si perde il rispetto e si è sordi alla voce del cuore.

La bimba comprese come la mamma le stesse indicando di credere in se stessa, di non farsi influenzare delle cose che spesso i grandi dicono perché hanno perso quella fiducia e camminano su una strada che ha perso colori.

Il mattino dopo Viola e la sua mamma andarono in giardino insieme, mano nella mano, sorridenti e piene di speranze.

Improvvisamente apparve la farfalla, ma a guardarla meglio era una fatina minuscola che emanava grazia e colori, ovunque battesse le sue piccole ali folate di polvere di stelle sprizzavano allegramente e con la sua piccola bacchetta magica fece dei ghirigori e disse con una vocina dolcissima a Viola che lei non doveva mai smettere di manifestare quelle sue doti speciali, che l’intero mondo ne aveva bisogno e se persone tristi e scettiche preferivano restare cieche, lei e altri bambini che presto avrebbe conosciuto non devono fermarsi ma portare avanti l’Opera dalle Bellezza e del Cuore Puro, per salvare la terra da quella nube velenosa che lei aveva sognato.

L’appuntamento era nel parco, un centinaio di bambini venuti da ogni parte del mondo avevano fatto dei sogni di vita, di speranza e di bellezza ed ora, con i genitori che attraverso di loro avevano capito come si stessero dimenticando il valore profondo delle  cose, finalmente si sarebbero incontrati.

Quanta emozione e quanti abbracci! Finalmente si poteva regalare luce e colori alla Natura morente per fermare le nubi tossiche della violenza e del rancore per portare pace e compassione nel Mondo.

Viola era felice, raggiante e vibrava alla medesima frequenza di quei bambini.

Tutto stava per iniziare.

© Poetyca


Ariel il messaggero degli alberi

“In passato tutta la vita si fondava sugli alberi. I loro fiori ci abbellivano,i frutti ci sfamavano,le foglie e le fibre ci vestivano e ci davano riparo. Noi ci nascondevamo tra i rami per proteggerci dagli animali selvatici. Il legno ci scaldava, o utilizzavamo per fare i bastoni che ci sorreggevano nella vecchiaia e armi per difenderci. Eravamo molto legati agli alberi. Oggi,circondati da macchine sofisticate e computer  ad alte prestazioni nei nostri  uffici ultra moderni, è facile per noi dimenticare il legame con la natura.”

XIV Dalai Lama

Ariel lesse questa frase prima di chiudere il libro che aveva comprato una settimana prima presso una grande libreria del centro. Aveva fretta e doveva prepararsi per la serata alla festa di un amico. Aveva scelto accuratamente il libro e per essere sicuro ne aveva acquistato due copie, una per sé e una per il suo amico, nel caso non fosse del tutto convinto del contenuto avrebbe fatto in tempo per cambiare, ma si riteneva soddisfatto da quanto letto e non era necessario scegliere un diverso libero per la festa di laurea in scienza politiche di Alessio.

Naturalmente insieme al libro avrebbe ben figurato con il  set di penne stilografiche e il navigatore satellitare che quella sera avrebbe regalato ad Alessio. Infatti era in programma per l’Estate successiva un viaggio insieme in Brasile e i due ragazzi non vedevano l’ora di andare nelle zone rurali e di incontrare i nativi del luogo, in particolare era nel loro programma una settimana nella foresta per studiare usi e costumi delle popolazione e per apprendere alcune arcane scienze che in Occidente erano state sin troppo edulcorare attraverso alcuni libri che erano stati a lungo il best seller nelle vetrine della grande libreria del centro ma che, in realtà, nulla spiegavano circa alcuni particolari fenomeni che sia in Ariel che in Alessio si erano presentati in forma del tutto spontanea.

Quello da un paio di anni sembrava essere nelle capacità dei due ragazzi era il contatto particolare con le piante, ne avvertivano l’aura e quelle energie sottili erano in grado di far cogliere lo stato di salute delle piante, questo aveva spinto i due ragazzi ad assolvere molte pratiche burocratiche al fine di entrare in possesso di alcuni terreni agricoli ed impiantare delle specie rare di piante e di curare la loro crescita in forma del tutto biologica senza uso di concimi o di antiparassitari di origine chimica.

Ogni cosa era coordinata e messa in pratica attraverso una forma di istinto e di ascolto profondo e sembrava fossero le piante stesse a “ suggerire” cosa fosse necessario. Il loro piccolo Paradiso era diventato in poco tempo un luogo di armonia e di serenità, dove molti erano i volontari e i braccianti regolarmente registrati che offrivano assistenza per la parte più pratica del lavoro.

Persino un comitato scientifico era giunto dagli Stati Uniti per cercare di misurare i campi elettrici e le emissioni di energia delle piante , sembrava infatti che vi fosse una sorta di presenza di “ endorfine” e che nell’insieme il solo sostare poco più di trenta minuti nei pressi della cooperativa agricola favoriva sensazioni piacevoli alle persone, non solo ogni cosa era studiata per non utilizzare generatori di corrente inquinanti e per favorire ogni processo naturale, un fenomeno che avrebbe condotto a studi sull’energia alternativa da impiegare insieme a quella eolica. Tutto funzionava sfruttando il vento, il sole e un grande mulino faceva  muovere in canali appositi l’acqua per irrigare le piante favorendo un’autonomia di circa dieci giorni senza fare la fatica di abbeverare manualmente le piante.

Questo progetto era nato da profonde intuizioni da parte dei due ragazzi che, malgrado questo sogno, mai avevano smesso di studiare e di seguire il senso pratico della vita. Il prodotto finale consistente in prodotti ortofrutticoli di prima qualità veniva venduto e con parte del ricavato si era pensato di aiutare popolazioni lontane e in difficoltà.

La festa venne organizzata nel patio e in giardino dove alcuni tavoli ben decorati con fiori freschi facevano la loro bella figura. Gli invitati arrivarono e l’atmosfera familiare e serena faceva da contorno perché tutti si sentissero a proprio agio, alcuni amici che non avevano creduto troppo nel loro progetto e che negli ultimi tempi si erano allontanati, erano quella sera tra gli invitati e naturalmente la tavola venne imbandita con diverse pietanze vegetariane, nulla infatti sarebbe stato usato sacrificando degli animali, anzi in una zona poco distante dalla grande casa di pietra erano stati curati degli animali scampati all’abbandono da parte di proprietari senza rispetto e ora scorazzavano felici su una vasta area, era personale cura di Ariel e di Alessio visitarli ogni giorno e molte tempo era speso in coccole.

Quella sera anche gli orgogliosi genitori di Alessio erano presenti, commossi da quel luogo e dalla capacità imprenditoriale del loro figlio, mai infatti avrebbero pensato, con le grandi difficoltà che quest’epoca comporta di poter vedere assicurato al proprio figlio un futuro così intelligente e capace di salvaguardare la salute e l’ambiente, quel loro sacrificio in sostegno del figlio, insieme ai genitori di Ariel era davvero valso  permettendo di fare di quel progetto una realtà della quale essere orgogliosi.

I due ragazzi erano davvero persone in gamba e la loro attività era stata in principio ostacolata da persone che non ne capivano la portata ma ora, finalmente, avevano tutte le carte in regola per fare della loro scelta di “ tornare alla terra” uno dei migliori esempi per coloro che oramai stanchi di competizioni, veleni e recessioni, insieme alla corsa al potere erano stressati e logorati, perdendo soprattutto identità a causa delle maschere che la società vuole fare indossare a chi “ entra nella corsa”.

Ma da qualche tempo il livello di cultura medio, le incompetenze e la corruzione in diversi settori aveva resto i cittadini scontenti ed incapaci di una pur minima iniziativa. Era davvero una grande soddisfazione vedere dei ragazzi impegnati anche socialmente, capaci di affidarsi alla capacità intuitiva nel rispetto della natura, doti che sembravano essere sopite da lungo tempo.

La serata fu molto piacevole e Alessio ricevette molti doni, in particolare il libro di Arie fu per lui un gradito regalo, aveva sentito parlare di Dharma e di compassione e lo trovava essere un percorso naturale in lui, ma in fondo anche Ariel ara un ragazzo compassionevole, capace di essere profondamente attento al sentimenti , davvero lui era un grande amico, un compagno d’infanzia che aveva sempre ceduto alla compassione e mai aveva alimentato contrapposizioni o attaccamento.

Avere affrontato con lui quell’avventura tra piante e animali, con il fine di offrire alle persone svantaggiate un particolare contributo, soprattutto per il mercato equo solidale era a suo avviso la scelta migliore che si potesse fare e andare a visitare personalmente quei lontani luoghi, avere l’occasione di abbracciare i bambini e di fare parte della loro vita per alcuni giorni era la cosa più bella che potesse capitare loro, in particolare avrebbero riprodotto il modello di azienda agricola presso quelle popolazioni, per evitare loro un aggravio di spese in modo che una economia naturale potesse allentare il peso delle spese e li avrebbe resi indipendenti. In quel momento non ricordava chi avesse detto “ Se vuoi aiutare qualcuno a mangiare, non dare il pesce ma insegna a pescare”, quello era il loro intento perché alcune aziende agricola non fossero  oppresse dalle grandi Lobby e non dovessero trovarsi a comprare semi transgenici e sterili, questo era una vera follia per paesi poveri, il loro contributo avrebbe permesso di offrire come una sorta di “ banca delle sementi” solo prodotti di ottima qualità e a prezzo di favore, dove non ci sarebbe stata la necessità di comprare ancora perché quanto offerto  era produttivo e non sterile.

Trascorsi alcuni mesi tutto era pronto per il viaggio in Brasile, sia i documenti che il carico di sementi ed i bagagli, questo sarebbe stato uno dei momenti più importanti per la loro vita ed anche sul loro sito web era stato annunciato come da lì a pochi giorni sarebbero partiti, per l’estate avevano avuto alcune prenotazioni nella loro azienda per alcuni matrimoni ed anche un paio di negozi avevano ordinato le loro marmellate le i biscotti che “ Mamma Lina” preparava magnificamente, parte del ricavato era già destinato per aiutare le popolazioni in Brasile. Ogni cosa era davvero fonte di serenità e di fermento per le emozioni che li avrebbero attesi.

Lo spostamento dall’aeroporto all’albergo avvenne senza troppi scossoni, sia Alessio che Ariel erano stravolti per il lungo viaggio e una camera li attendeva, ci sarebbe voluta una bella doccia e poi direttamente una dormita, il fuso orario si faceva sentire e l’indomani mattina dovevano essere pronti per spostarsi nella zona interna al confine con la foresta, un viaggio non facile li attendeva ma non si sarebbero certo scoraggiati perché i loro intenti erano la forza motrice che li spingeva ad avventurarsi in zone impervie e in situazioni imprevedibili.

La notte fu agitata a causa delle zanzare e del caldo ma soprattutto Ariel il mattino dopo raccontò di un sogno, forse una visione dove entrambi erano stati catturati da persone che volevano impedire loro di aiutare le popolazioni, alcuni interessi economici avrebbero spinto  alcuni nativi a svendere le proprie origini e la foresta era in pericolo. Malgrado queste sensazioni forti di pericolo sia Ariel che Alessio decisero di non farsi suggestionare, in qualche modo, il loro intento era di aiutare, qualunque cosa fosse accaduta.

Al mattino il bagaglio fu pronto, anche una scorta di viveri venne sistemata nella jeep e soprattutto acqua e medicine che sarebbero potute servire per i bambini e per gli anziani.

Il viaggio si protrasse per tre lunghi giorni, le jeep puntavano a nord e la strada era molto sconnessa, a tratti ampie pianure assolate mostravano il luogo dove intere porzioni di foresta era stata deforestata e, incredibile, vi erano persino delle discariche di immondizia, uno spettacolo inaspettato, come era possibile la produzione di quella immondizia e di materiale ingombrante in una zona tanto povera?

Cosa stava accadendo? La guida disse che grossi camion la notte andavano a scaricare e che coprivano la targa, non si sapeva da dove provenissero e al mattino non vi era traccia, solo nuovi cumoli di immondizia e molti animali erano morti, altri si erano spostati. Ma chi era tanto incosciente da non tutelare questo polmone verde per il mondo intero?

Forse Alessio e Ariel avevano alti ideali ma non avevano fatto i conti con la cruda realtà che solo andando di persona presso quelle popolazioni avrebbero potuto costatare.

Chi era tanto cieco, per una manciata di soldi, da attentare la vita dell’intero pianeta?

Finalmente il viaggio ebbe fine e toccarono l’ambita meta, una sgranchita alle gambe, un sopralluogo ai posti che avevano solo visto sulla cartina e un po’ di tempo per acclimatarsi, ora molto lavoro li attendeva, soprattutto erano attesi da un’altra guida e da un facilitatore culturale che li avrebbe aiutati a comprendere usi e costumi dei nativi.

Era quasi l’ora del tramonto quando giunsero di fronte ad una grande capanna posta al centro di una serie di altre sette capanne che ospitavano altre famiglie e una piccola scuola, un dispensario e una foresteria.

Vennero accolti da un anziano che con un gesto e un’espressione gutturale fu felice di accoglierli, quando la guida disse chi erano il vecchio si aprì ad un ampio sorriso sdentato e offrì del latte di cocco in una tazza di legno.

Alessio e Ariel erano stralunati ma felici, con calma e attenzione, che mostrasse di essere in ascolto, fecero scaricare le medicine, i viveri e alcuni doni per la collettività, infatti erano stati avvisati che il capo tribù mai avrebbe accettato doni personali ma solo quanto potesse essere gradito e di uso comune  per tutti.

Un nugolo di bambini, sorridenti e timidi si avvicinarono e salutarono nella lingua dei visitatori i quali restarono stupiti, il vecchio saggio sorrise ed indicò il loro maestro della piccola scuola per fare capire che se i bambini sapevano quella lingua era per merito suo.

Dopo i primi momenti  di timidezza i bambini furono pronti a mostrare la loro grande curiosità per quei gradi pacchi che venivano scaricati dalle due jeep di supporto a quella che aveva accompagnato Alessio e Ariel. Venne mostrata ai nuovi ospiti la foresterie e i “ confort” che avrebbero avuto: un ventilatore molto vecchio ma funzionante e delle zanzariere avviluppate intorno ai loro letti.

Non era molto importante come era strutturata la loro temporanea dimora, era molto più importante, il mattino seguente, poter parlare di come organizzare un miglioramento alle risorse di quella popolazione perché “ imparassero a pescare”. Il mattino dopo era stato progettata anche una visita alla porzione di foresta che i nativi occupavano da millenni perché i nuovi visitatori prendessero confidenza con il territorio e soprattutto con il clima. Ci sarebbe stata una visita anche al fiume e al “ grande albero” che da sempre era stato il “ consigliere” del capo villaggio, un privilegio che non a tutti era concesso ma il vecchio saggio aveva percepito in Ariel la sua particolare sensibilità con le piante e mai gli era accaduto di trovare un occidentale così aperto alla natura vegetale, era allora importante che si potesse avere questo contatto, utile soprattutto a Ariel come “ messaggero” del mondo occidentale.

Una nuova notte trascorse ed ancora una volte fu agitata, questa volta non avevano alcuna responsabilità le zanzare ma Ariel percepiva quei luoghi come molto familiari, come se appartenesse a quel territorio e si fosse allontanato da tempo, come un ritorno a casa, ma non sapeva ben focalizzare quella sensazione, mai infatti era stato prima di allora in quei luoghi.

Il mattino seguente il capo tribù raccontò una storia che  riguardava una ragazza forse una leggenda che da alcuni anni si raccontava presso un villaggio vicino:

Una ragazza era stata rapita da un villaggio del quale non si conosceva il nome  da un “ uomo bianco” che l’aveva portata con sé strappandola alla sua gente, il fratello della ragazza, aveva promesso che l’avrebbe cercata per riportarla indietro, ma il tempo passava e non gli fu possibile trovarla  con grande dispiacere di tutto il  villaggio che la aveva vista crescere , il fratello morì e non si seppe più nulla della ragazza. Una storia che forse faceva capire come la presenza dell’uomo bianco avesse spesso invaso e saccheggiato tutto a quella povera gente del tutto inerme e pacifica che conoscenza erbe e piante per curare e non sapeva offendere o aggredire era del tutto impotente alla sete di potere che come un’ombra si stagliava sulle mire di chi voleva quei territori per tagliare alberi e per svendere i terreni per farne allevamenti di mucche.

Ariel a sentire quella storia si sentì turbato, era come se quella storia per una strana ragione lo riguardasse e provò una profonda compassione per quella ragazza, strappata dalla sua terra, dal villaggio, per andare a vivere chissà dove, se per ipotesi avesse dovuto vivere in Occidente, come si sarebbe adattata?

Davvero una tragedia ed una perdita di valori atavici scolpiti del cuore di quella gente che sarebbero stati inquinati da una corsa alle apparenze, al possesso e al vuoto di valori, in fondo per quanto quel villaggio potesse apparire piccolo, insignificante, povero di tutto, sia i bambini che gli adulti emanavano una forza vibrante, una luce d’amore che mai nella sua vita aveva incontrato, erano persona spontanee, pronte ad abbracciare, ad aiutarsi l’un l’altro e la collaborazione e la condivisione erano del tutto spontanei, non aveva infatti osservato alcun gesto di stizza o di competizione ma tutti erano come un gruppo affiatato che si prodigava al benessere di tutti. I bambini non appartenevano ad una sola famiglia ma spesso si mangiava tutti insieme e si esercitava una comune attenzione alla protezione della prole e alla costruzione di case o locali comuni. Alessio al sentire queste spiegazioni da parte del facilitatore rimase pensieroso per un attimo pensando a come nelle grande metropoli dell’Occidente accadesse l’esatto contrario, dove la competizione e la superficialità distruggono il dialogo sincero e la manifestazione dei sentimenti.

La sere di fronte al fuoco arrivò in fretta, tutto il giorno fu dedicato alla spiegazione di come Alessio e Ariel organizzassero il loro progetto e come le strutture permettessero l’uso di energia naturale, in particolare fu importante dare disposizioni, per quel tipo di terreno ad alcuni adulti del luogo su come costruire il mulino e  i canali dell’acqua condotta dal vicino fiume per evitare viaggio con i secchi e permettere una irrigazione automatica delle culture, venne anche dato inizio alla costruzione di un magazzino per conservare le sementi e vennero collocati due generatori di energia eolica vicino alla foresteria e vicino alla piccola scuola per poter usufruire di energia pulita.

Nelle prime ore del pomeriggio in programma era stata preparata la visita alla zona sacra dove solo in capo villaggio  e Ariel si sarebbero avvicinato al “ grande albero”, l’ispiratore delle visioni e il protettore del villaggio. Presso i nativi infatti, non solo la foresta era considerata sacra perché fonte di vita, con le piogge e le erbe mediche ma in particolare il saggio era in grado di percepire l’albero a capo della intera foresta che con la sua saggezza e presenza governava il regno vegetale, permetteva alle piante di rigenerarsi, di produrre i frutti seguendo le stagioni e di cadere nel grande sonno quando era finito il loro tempo di vita.

Lungo il cammino, circa otto kilomentri a piedi presso un altipiano, il capo villaggio aiutato dal facilitatore fece capire a Ariel come il grande albero fosse preoccupato per l’ecosistema e come molti fratelli siano stati abbattuti, che era necessario proteggere la foresta, il rispetto da parte dell’Uomo di ogni albero anche nei grandi centri urbani perché possa svolgere il proprio compito di fornire umidità ed ossigeno per la vita di tutto il pianeta. Ariel era stupito di come il vecchio saggio parlasse di inquinamento e centri urbani, cosa che non pensava potesse conoscere in quell’angolo remoto di mondo, allora si azzardò a chiedere come sapesse di inquinamento, di ossigeno e di cose lontane, il vecchio fece un largo sorriso e disse – me io non so nulla, mai ho visto qualcosa di lontano da questo luogo- è il Maestro albero che mi racconta tutto, lui ascolta il vento o gli uccelli migratori, io ascolto lui ed imparo davvero molte cose. Forse tu, caro ragazzo, non sai che siamo tutti interconnessi? Che ogni cosa è legata e si supporta a vicenda?

Ariel aveva in mente le parole del libro:

 

“In passato tutta la vita si fondava sugli alberi. I loro fiori ci abbellivano,i frutti ci sfamavano,le foglie e le fibre ci vestivano e ci davano riparo. Noi ci nascondevamo tra i rami per proteggerci dagli animali selvatici. Il legno ci scaldava, o utilizzavamo per fare i bastoni che ci sorreggevano nella vecchiaia e armi per difenderci. Eravamo molto legati agli alberi. Oggi,circondati da macchine sofisticate e computer  ad alte prestazioni nei nostri  uffici ultra moderni, è facile per noi dimenticare il legame con la natura.”

XIV Dalai Lama

Sorrise pensando che quel vecchio non aveva bisogno di leggere un libro ma davvero viveva quella dimensione e che gli alberi sono sempre stati una presenza importante nella vita umana ma che tutti si è diventati ciechi ed incapaci di capire.

Con passi lenti si avvicinarono ad un enorme albero, Ariel avvertì una potente energia, molto più pulita di quelle delle piante nella sua cooperativa, in realtà tutto il luogo emanava una forte energia di compassione e di bellezza, sembrava che tutta l’energia primordiale del mondo provenisse da quel luogo e pensò come fosse fortunato il capo villaggio ad avere quel privilegio di vivere quello spazio, sino a quando gli fosse consentito, gli venne in mente il suo brutto sogno e i pericoli che quella gente pacifica attraversavano per la sola ragione che essi vivono quel luogo da sempre.

Che senso avrebbe annullare ogni cosa per il potere o il denaro, inquinando o devastando senza ritegno, possibile non potesse esserci una soluzione?

Un fremere di foglie sembrava avere ascoltato i suoi pensieri, il capo villaggio disse al facilitatore che il Maestro albero era felice di incontrare Ariel e che finalmente era arrivato.

Finalmente? Era così atteso? Ma questa volta il Maestro albero parlò direttamente dentro di lui e anche il capo villaggio poté capire perché si trattava della lingua delle visioni, dove non si hanno parole e meccanismi mentali ma un sentire diretto.

La visione apparve, in un luogo del mondo era nato un bambino, un essere di luce, ricco di compassione che avrebbe avuto a cuore le sorti del pianeta, avrebbe aiutato la gente in difficoltà.

Il Maestro albero disse che la crisi, lo scossone era inevitabile per spezzare la vecchia guardia ed anche se molti fratelli alberi erano stati sacrificati, anche se la terra era avvelenata, questa non sarebbe stata la fine definitiva, che tutto  deve trovare la collaborazione di tutti, che non si devono sfruttare risorse inquinanti.

Ariel era scosso nel profondo, toccato, incapace di parlare ma aveva recepito a fondo il messaggio, aveva capito che la collaborazione, lo sforzo di tutti, la pulizia morale sarebbero state la “ culla “ per quel bambino, per quella era in arrivo della quale tutti noi siamo responsabili.

Quando Ariel ritornò al villaggio sembrava emanare luce, era vibrante e anche Alessio si accorse di questo, con un filo di voce, temendo di disturbare, chiese all’amico cosa fosse accaduto, ma non servì parlare, Ariel prese le mani di Alessio e la visione venne trasferita a lui.

Ebbero la certezza di avere scelto la strada giusta nella propria vita e di essere messaggeri di amore.

© Poetyca

 

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4 commenti

4 thoughts on “¸-☆☆Favole – Tales¸-☆☆

  1. Sono felice finalmente ho trovato un’altra persona che come me scrive fiabe!!
    Lo dico perché tutti le osteggiano, come se fosse un mondo figlio di un Dio minore, e invece secondo me sono la parte migliore di noi stessi, e c’insegnano tantissimo. Un abbraccio con calore, mara.
    Bellissime le tue fiabe.

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    • Grazie di cuore Mara,
      un tempo le favole erano una forma educativa molto valida,
      capace di trasmettere l’essenza della cultura, di offrire insegnamenti indelebili. Le fiabe, con le loro metafore accompagnano ad un mondo immaginario che offre vita agli Archetipi e permette di manifestare parti di noi stessi altrimenti perdute.
      Anche a me fa piacere questo trovarci. In fondo la parte bambina in noi deve avere modo di esprimersi.
      Un sorriso
      Daniela

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  2. L’ angelo della notte. Sandro aveva la febbre alta, era pallido,chiamava la mamma. solo due anni, il timore del buio. Il medico voleva la madre nella notte. La tosse non si calmava a tratti il bimbo sl lamentava.All’improvviso, indico’alla madre la parete.
    -cosa succede chiese la mamma, c’è una luce, … si riaddormento’
    E’ l’angelo della notte rispose nonna un sogno che feci da bambina. cosi’ lo chiamo’
    mia madre. Domani stara meglio l’alba la febbre era scesa.
    per tutti i bambinio

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