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La realizzazione


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“La realizzazione consiste nello sbarazzarvi dell’illusione che vi fa credere di non essere realizzati”

                                      Ramana Maharshi – Maestro indiano

“The realization is to get rid of the illusion that makes you believe not to be realized”

                                       Ramana Maharshi – Indian master

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Diventa infinito


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Il Buddha diceva e lo ripeté continuamente per quarant’anni,che si diventa qualsiasi cosa si pensa.Il pensiero determina tutto ciò che sei.Se sei finito dipende dal tuo punto di vista:abbandona questa opinione e diventa infinito.

Osho Rajeneesh

☆ ❥☼ღ❥¸¸.☆

The Buddha said and repeated continuously for forty years,you become whatever you think.Thought determines all that you are.If you end up it depends on your point of view:abandons this opinion and becomes infinite.

Osho Rajeneesh

Pensare e creare


Pensare e creare

Se pensando ad un qualcosa..in quell’istante..si pensa..che se accade quella cosa..l’individuo..deve fare cosi o cosa..è indifferente cosa..l’accadere è una risposta tra pensiero e coscienza?

quindi una risposta a se in se..

…..
Qualunque pensiero sorga nel momento non ha in realtà nulla a che vedere con quello che accade in un apparente prossimo momento. E’ solo la coscienza identificata con il concetto di tempo e di causa-effetto che legge tempo e causa effetto nella manifestazione. Se il gallo si sveglia la mattina e canta il suo verso e vede sorgere il sole penserà che è stato “lui” a farlo sorgere. Un giorno il gallo morirà e il sole continuerà a sorgere.

La vita non accade attorno ad un “me” immaginario che pensa i pensieri o che deve cercare in qualche modo di allinearsi con il corso degli eventi attraverso una “giusta” azione. Se un pensiero sorge e la manifestazione sembra seguire il percorso di quel pensiero semplicemente questo accade perchè doveva accadere. Il pensiero e la manifestazione apparentemente correlata sono entrambe due azioni impersonali che sorgono nel momento. Il leggere un fenomeno di causa effetto deriva dalla tendenza della mente basata sul me di “dividere” le cose, di separarle, di frazionarle.

Tutto è un unico accadimento, un’unica azione che accade NEL MOMENTO. Non accade nel tempo, ma nel momento è letta dalla mente basata sul me COME SE il tempo esistesse, COME SE causa ed effetto esistessero davvero. In un mondo dove tutto sorge da un unico Sè ogni cosa è la causa e l’effetto di ogni cosa. Non esiste un oggetto separato che provochi un altro oggetto perchè se guardi bene entrambi sorgono nel momento, sono testimoniati da un’unica Coscienza che ne coglie il manifestarsi e il dissolversi.

La tendenza a voler leggere dei “segni” nella manifestazione è insomma indice della presenza dell’idea che ci sia un qualcuno che sta vivendo la vita o che possa scegliere se viverla in un certo modo piuttosto che un altro. Di fatto, nel momento, è chiaro che la Vita accade senza che noi possimao deciderne il percorso. Possiamo avere l’impressione che questo non sia così, ma tale impressione è data soltanto dalla nostra incapacità di vedere come di fatto non scegliamo nessuno dei pensieri che sorgono nella mente, delle sensazioni o emozioni e a livello ultimo neppure nessuna delle azioni.

La Vita accade comunque come essa deve accadere, senza possibilità di interferenza da parte di un personaggio che neppure esiste! Essa sorge come riflesso del modo in cui la Coscienza stessa si conosce attraverso la tua forma: se in te esistono concetti di ignoranza e paura il mondo di cui farai esperienza ne sarà permeato. Se pensi che ci sia una possibilità di scelta per te, leggerai questo nel mondo e soffrirai le conseguenze della paura di fare la scelta sbagliata.

Quando il senso del “me” inizia a dissolversi, si inizia a intuire di essere i creatori di quello che sta accadendo. Essendo però ancora presente in parte il senso di separazione si potrebbe pensare che questa creazione sia in qualche modo frutto di un agire individuale. Essa invece è espressione non di qualcosa che facciamo, ma di cosa siamo e di come ci conosciamo. Esattamente come in un sogno ogni cosa è il riflesso della coscienza del sognotore, nel Sogno della Vita ogni cosa è il riflesso del modo in cui la Coscienza si conosce attraverso quella forma.

Più il senso di separazione di rivela nella sua illusorietà e più quella manifestazione si mostrerà come un avvenimento impersonale, necessario, spontaneo ed inevitabile. Questo non significa che il futuro sia già scritto: il futuro non esiste, esiste solo questo istante. E tu SEI questo istante.

Shakti Caterina Maggi

http://www.avasashakti.blogspot.com/

Think and create
If thinking of something at that moment .. .. .. you think that if that thing happens .. the individual must do so .. or what .. it does not matter what happen .. the answer is between thought and consciousness?

Therefore, if an answer to itself ..

….

Whatever thoughts arise in the moment does not really have anything to do with what happens in an apparent next time. And ‘only consciousness identified with the concept of time and cause and effect of law time and cause and effect in the event. If the rooster wakes up and sings to her and sees the sun rise will think that it was “him” to do so arise. One day the rooster will die and the sun will continue to rise.

Life does not happen around an “I” that thinks the thoughts or imagination which must find some way to align with the course of events through a “right” action. If a thought arises, and the event seems to follow the path of thinking that just because this happens had to happen. Thought and expression are both two apparently related actions that arise when impersonal. The light phenomena of cause and effect comes from the tendency of the mind based on me to “divide” things, to separate, to divide.

Everything is a unique occurrence, a single action is happening in the moment. It does not happen in time, but when you read the mind based on me as if time exist, as if there were really cause and effect. In a world where everything arises from a single self everything is cause and effect of everything. There is a separate object that causes another object because if you look carefully in both rise time are reflected in a single consciousness that catches the emergence and dissolution.

The tendency to want to read the “signs” in the event is in fact indicative of the presence of the idea that there is someone who is living the life or it can choose to live in a certain way rather than another. In fact, in the moment, it is clear that life happens without us possimao decide the path. We have the impression that this is not so, but that impression is given only by our inability to see how in fact we do not choose any of the thoughts that arise in the mind, feelings or emotions and at last even any of the action.

Life happens, however, how it should happen, without the possibility of interference by a character who does not even exist! It stands as a reflection of the way in which consciousness knows itself through your form: If you are the concepts of ignorance and fear you will experience the world of which it will permeate. If you think there is a choice for you, read this in the world and suffer the consequences of fear of making the wrong choice.

When the sense of “me” begins to fade, you start to sense that they are the creators of what is happening. Since, however, still present in the sense of separation you might think that this creation is somehow the result of individual action. Rather it is an expression of something we do not, but what we are and how we know each other. Just like in a dream, everything is a reflection of the consciousness of sognotore, Dream of Life in all things is a reflection of the way in which consciousness is known through that form.

The more the sense of separation and illusion in his shows as the event will show how an event impersonal, necessary, natural and inevitable. This does not mean that the future is already written, that the future does not exist, there is only this moment. And you’re here as well.

Shakti Caterina Maggi

http://www.avasashakti.blogspot.com/

Abbandonare i desideri


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Dovete abbandonare il vostro pensiero, desiderio. Dovete solo essere, e improvvisamente tutto cade in un tutto organico, diventa armonia. E questi desideri sono la radice delle tenebre che vi circonda. Questi desideri sono il supporto, la fondazione delle tenebre che vi circondano. Questi desideri sono gli ostacoli che non permettono di diventare attenti. Attenzione a questi desideri. E ricordate – _la parola” stare attenti” significa essere consapevoli. Questo è l’unico modo. Se davvero ci si vuole sbarazzare di questi desideri, non iniziate a combatterli . In caso contrario, vi perderete ancora. Perché se iniziate a combattere con i vostri desideri, significa che è stato creato un nuovo desiderio – di essere senza desideri. Ora questo desiderio si scontreranno contro altri desideri. Questo sta cambiando la linguaggio, che rimane lo stesso.

Osho

You have to drop your thinking, desiring. You have just to be, and suddenly everything falls into an organic whole, becomes a harmony. And these desires are the root of the darkness that is surrounding you. These desires are the support, the foundation of the darkness that surrounds you. These desires are the hindrances that don’t allow you to become alert. Beware of these desires. And remember — the word ‘beware’ means be aware. That is the only way. If you really want to get rid of these desires, don’t start fighting them. Otherwise you will miss again. Because if you start fighting with your desires, that means you have created a new desire — to be desireless. Now this desire will clash against other desires. This is changing the language; you remain the same.

Osho

Vivere nella gioia


Vivere nella gioia

“Vivere costantemente nella gioia sembra impossibile, perché non
si conosce la struttura dell’essere umano. Al di là del corpo
fisico, astrale e mentale, noi possediamo altri tre corpi
superiori: il corpo causale, buddhico e atmico. Questi tre corpi
ci mettono in relazione con il mondo divino, e se noi riusciamo a
svilupparli, neppure le preoccupazioni e i dispiaceri possono più
alterare od oscurare ciò che stiamo vivendo nelle regioni della
luce.
Perciò, ogni giorno, con i nostri pensieri, i nostri sentimenti
e le nostre azioni, ma anche con la meditazione e la preghiera,
dobbiamo sforzarci di mantenere il legame con il mondo divino,
per continuare a vivere nella nostra anima e nel nostro spirito;
e la nostra anima e il nostro spirito ci ispirano tutto un altro
modo di vedere e di sentire le cose. Quando l’anima e lo spirito
parlano in noi, si cancellano tanti dispiaceri e anche tante
sofferenze… e si trasformano in pace, in saggezza e nella
comprensione del senso della vita!”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Joy

Joy – does not leave us if we know how to live in the regions of the soul and spirit
“Because people lack a knowledge of the human structure, living in endless joy seems like an impossibility. Beyond the physical, astral and mental bodies, we have three further, higher bodies: the causal, buddhic and atmic. These three bodies bring us into relationship with the divine world, and if we manage to develop them, even our cares and sorrows can no longer alter or obscure what we are experiencing in the regions of light.
This is why we must try each day, through our thoughts, feelings and actions, as well as through meditation and prayer, to maintain our connection with the divine world, so we can continue to live in our soul and spirit. And our soul and spirit inspire in us quite a different way of seeing and feeling. When they speak within us, so many troubles fade away, so much suffering too!… and they are even transformed into peace, wisdom and an understanding of the meaning of life.”
Omraam Mikhaël Aïvanhov

La realtà dell’impermanenza


La realtà dell’impermanenza

Ogni cosa esistente è impermanente.
Quando si comincia a osservare ciò,
con comprensione profonda e diretta esperienza,
allora ci si mantiene distaccati dalla sofferenza:
questo è il cammino della purificazione.

Dhammapada, XX (277)

Per spiegare in maniera più ampia e dettagliata l’importante concetto di anicca, l’impermanenza, proponiamo questo articolo redatto dal Vipassana Research Institute.

Anicca, l’impermanenza
Il cambiamento è inerente a ogni esistenza fenomenica. Non vi è nulla nel campo animato o inanimato, organico o inorganico che possiamo definire permanente, e anche se dessimo questa denominazione a qualcosa, inevitabilmente essa sarebbe destinata a cambiare, a sottoporsi a qualche metamorfosi. Avendo compreso questo fatto fondamentale attraverso l’esperienza diretta all’interno di se stesso, il Buddha dichiarò:

Sia che nel mondo ci sia o no una persona completamente illuminata, tuttavia rimane una condizione ferma, un fatto immutabile e una legge fissata: tutte le formazioni fisiche e mentali sono impermanenti, soggette alla sofferenza e prive di sostanza.

Anicca (impermanenza), dukkha (sofferenza) e anatta (inconsistenza dell’io) sono le tre caratteristiche comuni ad ogni esistenza cosciente. Tra queste, la più importante nella pratica di Vipassana è anicca. Come meditatori ci troviamo ad affrontare l’impermanenza di noi stessi. Ciò ci permette di comprendere che non abbiamo alcun controllo su questo fenomeno, e che ogni tentativo di manipolarlo non ci crea altro che sofferenza. Impariamo quindi a sviluppare il distacco e l’accettazione di questo fatto, l’apertura al cambiamento, permettendoci così di vivere felicemente tra le vicissitudini della vita. Perciò il Buddha disse:

Meditatori, a colui che percepisce l’impermanenza si manifesta chiaramente la percezione della inconsistenza e mancanza di un io. E in chi percepisce questa inconsistenza, l’egoismo viene distrutto. E, come risultato, ottiene la liberazione persino in questa stessa vita. La comprensione di anicca conduce automaticamente alla comprensione di anatta e dukkha, chiunque realizzi questi fatti si trova naturalmente sul cammino che conduce fuori dalla sofferenza.

Data la cruciale importanza di anicca non sorprende che il Buddha ne sottolineasse ripetutamente l’importante significato per coloro che cercano la liberazione. Nel Maha-Satjpatthana Suttanta, il testo principale in cui viene spiegata la meditazione Vipassana, egli descrisse i differenti stadi della pratica, che devono in ogni caso condurre alla seguente esperienza:

Il meditatore si sofferma ad osservare il fenomeno del sorgere… si sofferma ad osservare il fenomeno del passare… si sofferma ad osservare il fenomeno del sorgere e passare.

Dobbiamo saper riconoscere il fatto dell’impermanenza non solamente nel suo aspetto facilmente riconoscibile, intorno e all’interno di noi stessi. Oltre a ciò, dobbiamo imparare a vedere la realtà sottile che noi stessi stiamo cambiando ogni momento, che l’io di cui siamo così infatuati è un fenomeno in flusso costante, in continuo cambiamento. Con questa esperienza possiamo facilmente emergere dall’egoismo e così dalla sofferenza. In altre circostanze il Buddha disse:

L’occhio, o meditatori, è impermanente. E ciò che è impermanente è insoddisfacente. Ciò che è insoddisfacente è senza sostanza. E ciò che è senza sostanza non è “mio”, non è “io”, non è “me stesso”. Ecco come osservare l’occhio con saggezza, come è realmente.

La stessa cosa si ripete per l’orecchio, il naso, la lingua, il corpo, per tutte le basi dell’esperienza sensoriale, per ogni aspetto dell’essere umano. Il Buddha così continuò:

Vedendo ciò, o meditatori, il meditatore bene istruito ne ha abbastanza dell’occhio, dell’orecchio, del naso, della lingua, del corpo, e della mente. Essendo ormai sazio non prova più la passione per essi. Essendo senza passione per questi sensi, si sente libero. In questa libertà nasce la comprensione di essere liberato.

In questo passaggio il Buddha fa una netta distinzione tra il conoscere per sentito dire e la personale comprensione dovuta all’esperienza diretta. Si possono ascoltare numerosi discorsi e accettarli per fede o anche intellettualmente. Comunque questa accettazione è insufficiente per liberarci dal ciclo della sofferenza. Per ottenere la liberazione ognuno deve vedere e sperimentare la verità da solo, all’interno di se stesso. Ecco ciò che Vipassana ci permette di fare.

Se vogliamo capire l’eccezionale contributo del Buddha, dobbiamo mantenere questa distinzione bene in mente. Le verità di cui egli parlava erano conosciute anche prima di lui, ed erano comuni nell’India dei suoi tempi. Egli non inventò i concetti dell’impermanenza, della sofferenza e dell’inconsistenza dell’io. La sua unicità e peculiarità consiste nell’aver trovato una via per passare dai discorsi sulla verità alla diretta esperienza della verità. Un testo in cui ritroviamo l’attenzione per questo particolare aspetto dell’insegnamento del Buddha è il Bahiya Sutta, che si trova nel gruppo di discorsi del Samyutta Nikaya. In esso viene descritto l’incontro del Buddha con Bahiya, un ricercatore del cammino spirituale. Nonostante non fosse un discepolo del Buddha, Bahiya gli chiese di essergli da guida per la sua ricerca. I1 Buddha rispose ponendogli delle domande:

Che cosa ne pensi, Bahiya: è l’occhio permanente o impermanente?
Impermanente, signore.
E ciò che è impermanente è causa di sofferenza o di felicità?
Di sofferenza, signore.
Ora, ti sembra giusto considerare ciò che è impermanente, causa di sofferenza e per natura mutevole, come “mio”, “io”,” me stesso”?
Certamente no, signore.

Il Buddha continuò a fare le stesse domande a Bahiya sugli oggetti della vista, la coscienza dell’occhio e il contatto dell’occhio. L’uomo era sempre d’accordo: essi sono impermanenti, insoddisfacenti, senza un “io”. Non si dichiarava un seguace dell’insegnamento del Buddha, e tuttavia accettava la realtà di anicca, dukkha, e anatta. Naturalmente la spiegazione è che per Bahiya e altri come lui, i concetti dell’impermanenza, della sofferenza e della inconsistenza dell’io erano semplicemente delle opinioni. A queste persone il Buddha mostrò una via per andare al di là di credenze e filosofie, e fare esperienza diretta della loro natura come impermanente, come sofferente e senza un Io. In che cosa consiste quindi questa via che egli ha mostrato? Nel Brahamajala Suttanta, un altro discorso, il Buddha offre una risposta. Fa un elenco di tutte le credenze, le opinioni e i punti di vista del suo tempo, e quindi afferma di conoscere qualcosa molto oltre tutti quei punti di vista:

Avendo fatto esperienza di come realmente sono il sorgere e il passare delle sensazioni, l’attaccamento verso di esse, il pericolo insito in esse e il distaccarsi da esse, l’Illuminato, o meditatori, è diventato distaccato e liberato.

Qui il Buddha molto semplicemente dichiara che è diventato illuminato osservando le sensazioni fisiche come manifestazioni di impermanenza. E invita chiunque voglia seguire l’insegnamento del Buddha a fare altrettanto. L’impermanenza è il fatto centrale che dobbiamo comprendere per uscire dalla nostra sofferenza; e la via immediata per fare esperienza dell’impermanenza è osservare le nostre sensazioni fisiche, corporee. Di nuovo il Buddha disse:

Ci sono tre tipi di sensazioni, o meditatori, e tutte sono impermanenti, composte, e sorgono per una causa, destinate a non durare, e per natura a passare, scomparire, cessare.

Le sensazioni all’interno di noi stessi sono la più palpabile espressione della caratteristica di anicca, l’impermanenza. Osservandole, diventiamo capaci di accettare questa realtà, non solamente per fede o per convinzione intellettuale, ma per nostra esperienza diretta. In questo modo progrediamo dall’ascoltare solamente la verità allo sperimentarla all’interno di noi stessi. E la verità, quando la incontriamo faccia a faccia, è destinata a trasformarci radicalmente. Così il Buddha disse:

Quando un meditatore resta consapevole con corretta comprensione, diligente, ardente, e con pieno autocontrollo, quando piacevoli sensazioni fisiche sorgono nel suo corpo, egli allora comprende che è sorta questa piacevole sensazione corporea, ma è dipendente da una causa, non è indipendente. Dipendente da cosa? Da questo corpo. Ma questo corpo è impermanente, composto, condizionato. Ora, come potrebbero queste piacevoli sensazioni fisiche essere permanenti dal momento che dipendono da questo corpo composto e impermanente, e che è esso stesso condizionato?

Il meditatore fa esperienza dell’impermanenza delle sensazioni nel corpo, del loro sorgere, del loro passare, del loro cessare, e quindi del diminuire dell’attaccamento a esse. Mentre fa ciò, il suo sotterraneo condizionamento di bramosia viene abbandonato. Allo stesso modo, quando prova sensazioni spiacevoli nel corpo, viene abbandonato il suo sotterraneo condizionamento di avversione; e quando fa esperienza di sensazioni neutre nel corpo, viene abbandonato il suo sotterraneo condizionamento di ignoranza. In questo modo, osservando l’impermanenza delle sensazioni corporee, un meditatore si avvicina sempre più alla meta dello stadio incondizionato del nibbana, al di là delle esperienze sensoriali. Dopo aver raggiunto quella meta, Kondañña, la prima persona che divenne liberata attraverso l’insegnamento del Buddha, dichiarò:

Ogni cosa che ha la natura del sorgere ha anche la natura del cessare.

Solamente facendo esperienza in modo totale della realtà di anicca fu capace di fare esperienza di una realtà che non sorge e non passa. La sua dichiarazione è un chiaro segnale sul cammino ai futuri ricercatori della verità, indica la via che essi devono seguire per raggiungere la meta. Al termine della sua vita il Buddha dichiarò:

Ogni cosa esistente è impermanente.

Nei suoi ultimi momenti volle riproporre il grande tema di cui aveva parlato così spesso durante i suoi anni di insegnamento. E poi aggiunse:

Sforzatevi diligentemente.

Ma per quale scopo, ci dobbiamo chiedere, dobbiamo sforzarci? Sicuramente queste parole, le ultime dette dal Buddha, non possono che riferirsi alla frase precedente. Il prezioso messaggio del Buddha al mondo è la comprensione di anicca, la comprensione per esperienza diretta dell’impermanenza di ogni fenomeno fisico e mentale, come strumento per la liberazione. Dobbiamo sforzarci di raggiungere l’impermanenza all’interno di noi stessi; solo facendo ciò si potrà dire di aver compreso la sua ultima esortazione e il suo insegnamento.

Tratto da:http://www.vridhamma.org/Home.aspx

The reality of impermanence

Every existing thing is impermanent.
When you begin to observe this,
with deep understanding and direct experience,
then there remains detached from suffering;
this is the path of purification.

Dhammapada, XX (277)

To explain in greater detail and the important concept of anicca, impermanence, we offer this article written by the Vipassana Research Institute.

Anicca, impermanence
Change is inherent in any phenomenal existence. There is nothing in animate or inanimate, organic or inorganic which can be defined as permanent, and even if we gave that name to something, it would inevitably set to change, to undergo some metamorphosis. Having understood this basic fact through direct experience within himself, the Buddha said:

Whether or not the world there is a completely enlightened person, however, remains a firm condition, an immutable fact and set a law: all the physical and mental formations are impermanent, subject to suffering and no substance.

Anicca (impermanence), dukkha (suffering) and anatta (inconsistency ego) are the three characteristics common to all conscious existence. Among these, the most important in the practice of Vipassana is anicca. As meditators, we face the impermanence of ourselves. This allows us to understand that we have no control over this phenomenon, and that any attempt to manipulate it there creates nothing but suffering. Then learn to develop detachment and acceptance of this fact, openness to change, allowing us to live happily among the vicissitudes of life. So the Buddha said:

Meditation, one who perceives impermanence manifests clearly the perception of inconsistency and lack of an ego. And recipients of this inconsistency, selfishness is destroyed. And as a result, attains liberation even in this life. Understanding anicca automatically lead to understanding of dukkha and anatta, persons engaged in these events is of course on the path that leads out of suffering.

Given the crucial importance of anicca not surprising that the Buddha he repeatedly stressed the important significance to those who seek freedom. In the Maha-Satjpatthana Suttanta, the main text to the explanation of Vipassana meditation, he described the different stages of practice, which must in any case lead to the following experience:

The meditator stops to observe the phenomenon of the rise … stops to observe the phenomenon of the past … stops to observe the phenomenon of arising and passing.

We must recognize the fact of impermanence not only easily recognizable in his appearance, around and within ourselves. In addition, we must learn to see the reality that we ourselves are subtle changes each time that the ego of which we are so thrilled is a phenomenon in constant flux, changing. With this experience we can so easily arise from selfishness and suffering. In other circumstances, the Buddha said:

The eye, or meditation, is impermanent. And what is impermanent is unsatisfactory. What is unsatisfactory is without substance. And that is without substance is not “my”, not “I”, not “myself”. Here is how to observe the eye with wisdom, as it really is.

The same thing happens to the ear, nose, tongue, body, all the basics of sensory experience for every aspect of human beings. The Buddha continues:

Seeing this, or meditation, the meditator has had enough well trained eye, ear, nose, tongue, body, and mind. Being now satisfied does not prove more passion for them. Since no passion for these purposes, feel free. In this freedom comes the understanding of being released.

In this step, the Buddha made a clear distinction between knowing by hearsay and personal understanding due to direct experience. You can listen to many speeches and accept by faith or intellectually. However, this acceptance is insufficient for liberation from the cycle of suffering. To obtain the release everyone should see and experience the truth alone, within himself. Vipassana is what allows us to do.

If we understand the unique contribution of the Buddha, we must keep this distinction in mind. The truth of which he spoke were also known before him, and were common in India of his day. He did not invent the concepts of impermanence, suffering and the inconsistency of the self. Its uniqueness and peculiarity consists in having found a way to move from talk of truth to the direct experience of truth. A text where we find the focus on this particular aspect of the teaching of Buddha is Bahiya Sutta, which is in group discussions of the Samyutta Nikaya. It describes the encounter with the Buddha Bahiya, a researcher of the spiritual journey. Despite not being a disciple of the Buddha, Bahiya asked him to be his guide for his research. I1 Buddha replied by asking questions:

What do you think, Bahiya: The eye is permanent or impermanent?
Impermanent, sir.
And what is impermanent is the cause of suffering or happiness?
Suffering, sir.
Now, you seem fair considering what is impermanent, suffering and because of changing nature, as “my”, “I”, “myself”?
Certainly not, sir.

The Buddha continued to make these applications in Bahiya objects of sight, the consciousness of the eye and eye contact. The man was always agree: they are impermanent, unsatisfactory, without an “I”. Not declared a follower of the teaching of Buddha, and yet accept the reality of anicca, dukkha and anatta. Of course the explanation is that Bahiya and others like him, the concepts of impermanence, suffering and the inconsistency of the self were simply opinions. To these people the Buddha show the way to go beyond beliefs and philosophies, and have direct experience of nature as impermanent, as suffering and without an ego. What is this road that he has shown? In Brahamajala Suttanta, another discourse, the Buddha provides an answer. Make a list of all beliefs, opinions and views of his time, and then claims to know something very well all those points of view:

Having experienced how truly are the emergence and passing of feelings, attachment to them, the danger inherent in them and detach from them, the Enlightened One, or meditation, has become detached and released.

Here the Buddha simply said that he became enlightened by observing the physical sensations as manifestations of impermanence. It invites anyone who wants to follow the Buddha’s teaching to do likewise. Impermanence is the central fact that we must understand to get out of our suffering, and immediate way to experience feelings of impermanence is to observe our physical body. Again the Buddha said:

There are three types of feelings, or meditation, and all are impermanent, compotes, and rise to a cause, destined not to last, and for nature to pass, disappear, cease.

The feelings inside of ourselves are the most tangible expression of the characteristic anicca, impermanence. Observing them, we are able to accept this reality, not only by faith or intellectual conviction, but to our experience. In this way we move from hearing the truth only to experience it within ourselves. And the truth when we meet face to face, is designed to radically transform. So the Buddha said:

When a meditator remains conscious with proper understanding, diligent, ardent, and full self-control, where pleasant physical sensations arise in your body, then he understands that this is sort pleasant bodily sensation, but is dependent on a cause, is not independent. Depends on what? From this body. But this body is impermanent, made, conditioned. Now, how could these pleasant physical sensations to be permanent because it affects body composition and the impermanent, and that is itself conditioned?

The meditator experiences of impermanence of the sensations in the body, their rise, their past, their end, and therefore the decrease of attachment to them. While doing this, its underground conditioning craving is abandoned. Similarly, when trying unpleasant sensations in the body, it abandoned its underground aversion conditioning, and when you experience neutral feelings in the body, it abandoned its underground conditions of ignorance. In this way, observing the impermanence of bodily sensations, a meditator is getting closer to the goal of Nibbana unconditional stadium, despite the sensory experiences. After reaching that goal, Kondañña, the first person who became liberated through the teachings of the Buddha, said:

Everything has the nature of the rise also has the nature of the stop.

Only by experiencing the reality in a total of anicca was able to experience a reality that does not arise and does not pass. His statement is a clear signal on the path to future seekers of truth, shows the way that they must follow to reach the goal. At the end of his life the Buddha said:

Every existing thing is impermanent.

In his last moments he wanted to revive the major area that had spoken so often during his years of teaching. And then he added:

Strive diligently.

But for what purpose, we must ask, we should strive? Surely these words, the last spoken by the Buddha, can only refer to the preceding sentence. The valuable message of the Buddha in the world is the understanding of anicca, understanding from experience of impermanence of all physical and mental phenomenon, as an instrument for liberation. We should strive to impermanence within ourselves only by what can be said to have understood his final exhortation and teaching.

Taken from: http://www.vridhamma.org/Home.aspx

 

La Quarta via


“La Quarta Via”
G. Gurdjieff

brano tratto da “frammenti di un insegnamento sconosciuto” di P. D. Ouspensky

Gurdjieff: In verità, soltanto l’uomo che possieda i quattro corpi completamente sviluppati può essere chiamato Uomo nel pieno senso della parola. Così, l’uomo compiuto possiede numerose proprietà che l’uomo ordinario non possiede. Una di queste proprietà è l’immortalità. Tutte le religioni e tutti gli insegnamenti antichi contengono l’idea che con l’acquisizione del quarto corpo l’uomo acquista l’immortalità; e tutte indicano delle vie per acquisire il quarto corpo, ossia l’immortalità.

In relazione a ciò, alcuni insegnamenti paragonano l’uomo ad una casa di quattro stanze. L’uomo vive in una sola, la più piccola e la più povera di tutte, senza supporre minimamente, fino a quando non glielo si dice, l’esistenza delle altre, che sono piene di tesori. Quando egli ne sente parlare, incomincia a cercare le chiavi di queste stanze, e specialmente della quarta, la più importante. E quando un uomo ha trovato il mezzo di penetrarvi, diventa realmente il padrone della sua casa, perchè è soltanto allora che la casa gli appartiene completamente e per sempre.

La quarta stanza dà all’uomo l’immortalità e tutti gli insegnamenti religiosi si sforzano di indicargli il cammino verso di essa. Vi è un grandissimo numero di strade, più o meno lunghe, più o meno dure, ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa direzione, che è quella dell’immortalità.

L’immortalità non è una proprietà con la quale l’uomo nasce, ma una proprietà che può essere acquisita. Tutte le vie che conducono all’immortalità, quelle che sono generalmente conosciute e le altre, possono essere ripartite in tre categorie:

1. La via del fachiro.
2. La via del monaco.
3. La via dello yogi.

La via del fachiro è quella della lotta con il corpo fisico, è lunga, difficile e incerta. Il fachiro si sforza di sviluppare la volontà fisica, il potere sul corpo. Egli vi riesce attraverso terribili sofferenze, torturando il corpo. Tutta la via del fachiro è fatta di esercizi fisici incredibilmente penosi. Egli sta in piedi, nella medesima posizione, senza un movimento, per ore, giorni, mesi o anni; oppure siede con le braccia tese, su un nudo sasso, al sole, alla pioggia, alla neve; oppure si infligge il supplizio del fuoco o quello del formicaio in cui egli tiene le gambe nude, e così via. Se non cade ammalato o non muore, si sviluppa in lui ciò che può essere chiamato volontà fisica ed egli raggiunge allora la possibilità di formare il quarto corpo. Ma le altre sue funzioni, emozionali e intellettuali, rimangono non sviluppate. Egli ha conquistato la volontà, ma non possiede niente cui applicarla, non può farne uso per acquistare la conoscenza o perfezionare se stesso. In generale, è troppo vecchio per cominciare un lavoro nuovo.

Ma dove vi sono scuole di fachiri, si trovano pure scuole di yogi.
Generalmente gli yogi non perdono di vista i fachiri. E allorché‚ un fachiro raggiunge ciò a cui aspirava, prima di essere troppo vecchio, essi lo prendono in una delle loro scuole, dove per prima cosa lo curano e ricreano in lui il potere di movimento, dopo di che incominciano ad istruirlo. Un fachiro deve imparare di nuovo a parlare e a camminare come un bimbo piccolo. Ma egli possiede ora una volontà che ha superato difficoltà incredibili e che potrà aiutarlo a superare le difficoltà che l’attendono ancora nella seconda parte del suo cammino, allorché‚ si tratterà di sviluppare le sue funzioni intellettuali ed emozionali.

Non potete immaginarvi le prove alle quali si sottomettono i fachiri.
Non so se voi abbiate mai visto veri fachiri. Io ne ho incontrati molti; mi ricordo di uno di essi che viveva nel cortile interno di un tempio indiano; ho perfino dormito al suo fianco. Giorno e notte, per vent’anni, egli si era tenuto sulla punta delle dita dei piedi e delle mani. Non era più capace di raddrizzarsi ne‚ di spostarsi. I suoi discepoli lo portavano a braccia, lo conducevano al fiume dove lo lavavano come un oggetto. Ma un tale risultato non si ottiene in un giorno. Pensate a tutto ciò che aveva dovuto superare, alle torture che aveva dovuto subire per raggiungere quel grado.

E un uomo non diventa fachiro per sentimento religioso, o perché‚ egli comprenda le possibilità e i risultati di questa via. In tutti i paesi d’Oriente dove esistono fachiri, il popolino ha l’usanza di votare ai fachiri un ragazzo nato dopo qualche avvenimento felice. Accade anche che i fachiri adottino degli orfani o acquistino i figli di povera gente. Questi bambini diventano loro allievi e li imitano di buon grado, o vi sono costretti; alcuni lo fanno solo esteriormente, ma altri col tempo diventano realmente fachiri.

Si aggiunga che altri seguono questa via semplicemente per essere stati colpiti dallo spettacolo di qualche fachiro. Accanto a tutti i fachiri che si possono vedere nei templi, si trovano persone che li imitano, sedute o in piedi, nella stessa posizione. Costoro non lo fanno a lungo, certamente, ma a volte per parecchie ore. E accade anche che un uomo, entrato per caso in un tempio in un giorno di festa, dopo aver cominciato ad imitare qualche fachiro che l’aveva particolarmente impressionato, non ritorni a casa mai più ma si aggiunga alla folla dei suoi discepoli; più tardi, col passare del tempo diventerà anche lui un fachiro. Capirete che io in questi casi non do più alla parola ‘fachiro’ il suo senso proprio. In Persia, la parola fachiro indica semplicemente un mendicante; in India. i giocolieri, i saltimbanchi sono soliti chiamare se stessi fachiri. Gli europei, soprattutto gli europei istruiti, danno molto spesso il nome di fachiro agli yogi come pure a monaci erranti di diversi ordini.

Ma in realtà la via del fachiro, la via del monaco e la via dello yogi sono completamente differenti. Non ho parlato finora che dei fachiri.

Questa è la prima via.

La seconda è quella del monaco.
È la via della fede, del sentimento religioso e del sacrificio. Un uomo che non abbia fortissime emozioni religiose e una immaginazione religiosa molto intensa non può diventare un monaco nel vero senso della parola. Pure la via del monaco è molto dura e molto lunga. Il monaco passa degli anni, decine di anni a lottare contro se stesso, ma tutto il suo lavoro è concentrato sul secondo corpo, ossia sui sentimenti. Sottomettendo tutte le altre emozioni a una sola emozione, la fede, egli sviluppa in se stesso l’unità, la volontà sulle emozioni. Ma il suo corpo fisico e le sue capacità intellettuali possono restare non sviluppate. Per essere in grado di servirsi di ciò che egli avrà raggiunto, dovrà coltivarsi fisicamente e intellettualmente. Questo non potrà essere condotto a buon fine se non mediante nuovi sacrifici, nuove austerità, nuove rinunce. Un monaco deve ancora diventare uno yogi e un fachiro. Rarissimi sono coloro che arrivano così lontano; più rari sono ancora coloro che superano tutte le difficoltà. La maggior parte muoiono prima o non diventano monaci che in apparenza.

La terza via è quella dello yogi.
É la via della conoscenza, la via dell’intelletto. Lo yogi riesce a sviluppare il suo intelletto, ma il suo corpo e le sue emozioni restano da sviluppare e, come il fachiro ed il monaco, egli è incapace di trarre profitto da ciò che ha realizzato. Egli sa tutto, ma non può fare nulla. Per diventare capace di fare deve conquistare il dominio sul suo corpo e sulle sue emozioni. Per riuscirvi, deve rimettersi al lavoro ed egli non otterrà alcun risultato se non con degli sforzi prolungati. Però in questo caso ha il vantaggio di comprendere la sua posizione, di conoscere ciò che gli manca, ciò che deve fare e la direzione da seguire. Ma, come sulla via del fachiro e del monaco, rarissimi sono coloro che acquistano una tale conoscenza sulla via dello yogi, ossia raggiungono il livello in cui un uomo può sapere dove va. La maggior parte si arrestano ad un certo grado e non vanno oltre.

Le vie si differenziano l’una dall’altra anche nella loro relazione con il maestro o guida spirituale.

Sulla via del fachiro un uomo non ha maestro nel vero senso di questa parola. Il maestro in questo caso non insegna, serve semplicemente da esempio. Il lavoro dell’allievo consiste nell’imitare il maestro.

L’uomo che segue la via del monaco ha un maestro, e una parte dei suoi doveri, una parte del suo compito, è di avere nel suo maestro una fede assoluta, egli deve sottomettersi assolutamente a lui, in obbedienza. Ma l’essenziale sulla via del monaco è la fede in Dio, l’amore di Dio, gli sforzi ininterrotti per obbedire a Dio e servirlo, anche se nella sua comprensione dell’idea di Dio e del servizio di Dio può esservi una grande parte di soggettività e molte contraddizioni.

Sulla via dello yogi senza un maestro non si può fare nulla e non si deve fare nulla. L’uomo che abbraccia questa via deve, all’inizio, imitare il suo maestro come il fachiro e credere in lui come il monaco. Ma in seguito diviene gradualmente il maestro di se stesso. Egli impara i metodi del suo maestro e si esercita gradualmente ad applicarli a se stesso.

Ma tutte le vie, la via del fachiro come le vie del monaco e dello yogi hanno un punto comune: tutte incominciano da ciò che vi è di più difficile, un cambiamento di vita totale, una rinuncia a tutto ciò che è di questo mondo. Un uomo che ha una casa, una famiglia, deve abbandonarle, deve rinunciare a tutti i piaceri, attaccamenti e doveri della vita, e partire per il deserto, entrare in un monastero o in una scuola di yogi. Fin dal primo giorno, dai primi passi sulla via egli deve morire al mondo; soltanto così egli può sperare di raggiungere qualcosa su una di queste vie.

In una vita ordinaria, per quanto colma di interessi filosofici, scientifici, religiosi o sociali, non vi è nulla e non può esservi nulla che offra le possibilità contenute nelle vie. Infatti, esse conducono o potrebbero condurre l’uomo all’immortalità. La vita mondana, anche la più riuscita, conduce alla morte e non potrebbe condurre a nient’altro. L’idea delle vie non può essere compresa, se si ammette la possibilità di un’evoluzione dell’uomo senza il loro aiuto.

Per cogliere l’essenza di questo insegnamento, è indispensabile comprendere che le vie sono gli unici metodi che possono garantire lo sviluppo delle possibilità nascoste dell’uomo. Ciò mostra d’altronde come un tale sviluppo sia raro e difficile. Lo sviluppo di queste possibilità non è una legge. La legge per l’uomo è una esistenza nel cerchio delle influenze meccaniche., è lo stato di “uomo macchina”. La via dello sviluppo delle possibilità nascoste è una via contro la natura, contro Dio. Ciò spiega le difficoltà e il carattere esclusivo delle vie. Esse sono ardue e strette. Ma al tempo stesso nulla potrebbe essere raggiunto senza di esse. Nell’oceano della vita ordinaria, e specialmente della vita moderna, le vie sono un fenomeno piccolo, appena percettibile, che, dal punto di vista della vita stessa, non ha la minima ragione di essere. Ma questo piccolo fenomeno contiene in se stesso tutto ciò di cui l’uomo può disporre per lo sviluppo delle sue possibilità nascoste. Le vie si oppongono alla vita di tutti i giorni, basata su altri principî e assoggettata ad altre leggi. In ciò consiste il loro potere e il loro significato. In una vita ordinaria, per quanto colma di interessi filosofici, scientifici, religiosi o sociali, non vi è nulla e non può esservi nulla che offra le possibilità contenute nelle vie. Infatti, esse conducono o potrebbero condurre l’uomo all’immortalità. La vita mondana, anche la più riuscita, conduce alla morte e non potrebbe condurre a nient’altro. L’idea delle vie non può essere compresa, se si ammette la possibilità di una evoluzione dell’uomo senza il loro aiuto.

Come regola generale, è duro per un uomo rassegnarsi a quest’idea; essa gli pare esagerata, ingiusta e assurda. Egli ha una povera comprensione del senso della parola ‘possibilità. Si immagina che, se vi sono delle possibilità in lui, debbano svilupparsi e che debbano pur esserci dei mezzi di sviluppo alla sua portata. Da un totale rifiuto di riconoscere in se stesso qualsiasi genere di possibilità, l’uomo, in generale, passa immediatamente a un’esigenza imperiosa del loro sviluppo inevitabile. É difficile per lui abituarsi all’idea che non soltanto le sue possibilità possono restare al loro stadio attuale di sottosviluppo, ma che esse possono atrofizzarsi definitivamente e che d’altra parte il loro sviluppo esige da lui sforzi prodigiosi e perseveranti. In generale, se noi consideriamo le persone che non sono né fachiri, né monaci, né yogi, e delle quali possiamo affermare con sicurezza che non lo saranno mai, siamo in grado di affermare con certezza assoluta che le loro possibilità non possono svilupparsi e non saranno mai sviluppate. É indispensabile persuadersene profondamente per comprendere ciò che sto per dire.

Nelle condizioni ordinarie della vita civilizzata, la situazione di un uomo, anche intelligente, che cerca la conoscenza, è senza speranza, poiché‚ egli non ha la minima possibilità di trovare attorno a se‚ qualcosa che somigli ad una scuola di fachiri o ad una scuola di yogi; quanto alle religioni dell’occidente, esse sono degenerate a tal punto che da molto tempo non vi è più nulla di vivente in esse. Infine dall’occultismo o dallo spiritismo non c’è altro da aspettarsi che qualche ingenua esperienza.

E la situazione sarebbe veramente disperata se non esistesse un’altra possibilità, quella di una quarta via.

La quarta via non richiede che ci si ritiri dal mondo, non esige la rinuncia a tutto ciò che formava la nostra vita. Essa comincia molto più lontano che non la via dello yogi. Ciò significa che bisogna essere preparati per impegnarsi sulla quarta via e che questa preparazione deve essere acquisita nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare parecchi aspetti differenti. Inoltre un uomo che vuole seguire la quarta via deve riunire nella sua vita condizioni favorevoli al lavoro, o che in ogni caso non lo rendano impossibile. Infatti, bisogna convincersi che sia nella vita esteriore che nella vita interiore di un uomo, certe condizioni possono costituire per la quarta via barriere insormontabili. Aggiungiamo che questa via, contrariamente a quella del fachiro, del monaco e dello yogi, non ha una forma definita. Prima di tutto essa deve essere trovata. É la prima prova. Ed è difficile, poiché‚ la quarta via è ben lontana dall’essere conosciuta quanto le altre tre vie tradizionali. C’è molta gente che non ne ha mai sentito parlare ed altri che negano semplicemente la sua esistenza o anche la sua possibilità.

Tuttavia, l’inizio della quarta via è ben più facile dell’inizio delle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. É possibile seguire la quarta via e lavorare su di essa rimanendo nelle condizioni abituali di vita e continuando il lavoro usuale, senza rompere le relazioni che si avevano con la gente, senza abbandonare nulla. Anzi, le condizioni di vita nelle quali un uomo si trova quando inizia il lavoro – dove il lavoro, per così dire, lo sorprende – sono le migliori possibili per lui, perlomeno all’inizio. Infatti, queste condizioni gli sono naturali. Esse sono quell’uomo stesso, poiché‚ la vita di un uomo e le sue condizioni corrispondono a ciò che egli è. La vita le ha create sulla sua misura; di conseguenza ogni altra condizione sarebbe artificiale e il lavoro non potrebbe, in questo caso, toccare contemporaneamente tutti i lati del suo essere.

Così la quarta via tocca tutti i lati dell’essere umano simultaneamente. È il lavoro sulle tre camere contemporaneamente. Il fachiro lavora sulla prima camera, il monaco sulla seconda, lo yogi sulla terza. Quando raggiungono la quarta camera, il fachiro, il monaco e lo yogi lasciano dietro di sè molte cose incompiute e non possono fare uso di ciò che hanno raggiunto, poichè non sono padroni di tutte le loro funzioni. Il fachiro è padrone del suo corpo, ma non delle emozioni, né dai pensieri; il monaco è padrone delle sue emozioni, ma non del corpo, né del suo pensiero; lo yogi è padrone del suo pensiero, ma non del corpo, né delle emozioni.

La quarta via differisce dunque dalle altre in quanto la sua principale richiesta è una richiesta di comprensione. L’uomo non deve fare nulla senza comprendere – salvo a titolo di esperienza – sotto il controllo e la direzione del suo maestro. Più un uomo comprenderà quello che fa, più i risultati dei suoi sforzi saranno validi. É un principio fondamentale della quarta via. I risultati ottenuti nel lavoro sono proporzionali alla coscienza che si ha di questo lavoro. La fede non è richiesta su questa via; al contrario, la fede di qualsiasi tipo costituisce un ostacolo. Sulla quarta via un uomo deve assicurarsi da se‚ la verità di ciò che gli viene detto. E fin quando non avrà acquisito questa certezza, non deve fare nulla.

Il metodo della quarta via è il seguente: mentre si lavora sul corpo fisico, bisogna lavorare simultaneamente sul pensiero e sulle emozioni; lavorando sul pensiero, bisogna lavorare sul corpo fisico e sulle emozioni; mentre si lavora sulle emozioni, occorre lavorare sul pensiero e sul corpo fisico. Ciò che permette di riuscire è la possibilità, nella quarta via, di fare uso di un sapere particolare, inaccessibile nelle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. Questo sapere rende possibile un lavoro simultaneo nelle tre direzioni. Tutta una serie di esercizi paralleli sui tre piani: fisico, mentale ed emozionale, servono a questo scopo.
Inoltre, nella quarta via è possibile individualizzare il lavoro di ciascuno; vale a dire, ogni persona deve fare solo ciò che gli è necessario e nulla che sia inutile per lui. Infatti, la quarta via fa a meno di tutto il superfluo che si è mantenuto per tradizione nelle altre vie.

Così, allorché‚ un uomo raggiunge la volontà mediante la quarta via, egli può servirsene, poiché‚ ha acquistato il controllo di tutte le sue funzioni fisiche, emozionali ed intellettuali. Egli ha risparmiato per giunta molto tempo con questo lavoro simultaneo e parallelo sui tre lati del suo essere.

La quarta via è talvolta chiamata la via dell’uomo astuto. “L’uomo astuto” conosce un segreto che il fachiro, il monaco e lo yogi non conoscono. In che modo “l’uomo astuto” abbia appreso questo segreto, non si sa. Forse l’ha trovato in qualche vecchio libro, forse l’ha ereditato, forse l’ha comperato, forse l’ha rubato a qualcuno. Fa lo stesso. L’uomo astuto conosce il segreto, e con il suo aiuto supera il fachiro, il monaco, lo yogi.

“Il fachiro è, tra i quattro, colui che opera nella maniera più grossolana; sa pochissimo e comprende pochissimo. Supponiamo che egli riesca, dopo un mese di intense torture, a sviluppare una certa energia, una certa sostanza che produca in lui determinati cambiamenti. Egli lo fa assolutamente all’oscuro, ad occhi chiusi, non conoscendo ne lo scopo, ne i metodi, ne i risultati, semplicemente per imitazione.

Il monaco sa un po’ meglio ciò che vuole; è guidato dal sentimento religioso, dalla tradizione religiosa, da un desiderio di compiutezza, di salvezza; egli ha fede nel maestro che gli dice ciò che deve fare e crede che i suoi sforzi ed i suoi sacrifici “piacciano a Dio”. Supponiamo che in una settimana di digiuni, di continue preghiere, di privazioni e di penitenze, riesca a raggiungere ciò che il fachiro non aveva potuto sviluppare in sè che in un mese di torture.

Lo yogi ne sa molto di più. Sa ciò che vuole, sa perchè lo vuole, sa come può ottenerlo. Egli sa per esempio che, per arrivare al suo scopo, deve sviluppare in sè una certa sostanza. Egli sa che questa sostanza può essere prodotta in un giorno mediante un certo tipo di esercizio mentale o mediante una concentrazione intellettuale. Così per un giorno intero, senza permettersi una sola idea estranea, tiene l’attenzione fissa sopra questo esercizio ed ottiene ciò di cui ha bisogno. In questa maniera uno yogi riesce a raggiungere in un giorno la stessa cosa che il monaco raggiunge in una settimana, e il fachiro in un mese.

Bisogna ancora notare che oltre a queste vie giuste e legittime, vi sono anche vie artificiali che non danno che risultati temporanei e vie decisamente sbagliate che possono anche dare risultati permanenti, ma nefasti. Pure su queste vie l’uomo cerca la chiave della quarta stanza e qualche volta la trova. Ma ciò che trova nella quarta stanza, non ci è dato sapere.

Accade anche che la porta della quarta stanza venga aperta artificialmente con un grimaldello e in entrambi i casi è possibile che la stanza sia vuota”.

Da: http://www.riflessioni.it/testi/quartavia.htm

 

“The Fourth Way”
G. Gurdjieff

excerpt from “fragments of an unknown teaching” in P. D. Ouspensky

Gurdjieff: In truth, only the man who owns the four bodies fully grown man can be called in the full sense of the word. Thus, man has made a number of properties that the ordinary man does not possess. One of these properties is immortality. All religions and all the ancient teachings include the idea that with the acquisition of the fourth body, man achieves immortality, and all suggest ways to acquire the fourth body, that is immortality.

In this regard, some lessons liken man to a house with four rooms. The man lives in one, the smallest and poorest of all, without assuming any way, until you say it to him, the existence of others, which are full of treasures. When he hears about, begins to look for the keys to these rooms, especially the fourth, the most important. And when a man has found the means to penetrate it, becomes the real master of his house, because it is only then that the house belongs to him completely and forever.

The fourth stanza gives man the immortality and all religious teachings are trying to point the way to it. There is a large number of roads, more or less long, more or less hard, but all, without exception, lead or trying to live in the same direction, which is immortality.

Immortality is not a property with which man is born, but a property that can be gained.All roads that lead to immortality, what are generally known and others, can be divided into three categories:

1. The way of the fakir.
2. The way of Monaco.
3. The way of the yogi.

The way of the fakir is the struggle with the physical body is long, difficult and uncertain. The fakir will seek to develop physical power over the body. He will succeed through tremendous suffering, torturing the body. All the way of the fakir is made of incredibly painful physical exercises. He is standing in the same position, without moving for hours, days, months or years, or sits with her arms outstretched, on a bare stone, sun, rain, snow, or is inflicted the torture of fire or that of the ant hill where he keeps his legs bare, and so on. If you do not fall sick or dies, he developed what may be called natural, and he will then reach the possibility of forming the fourth body. But its other functions, emotional and intellectual, remain undeveloped. He has conquered the desire, but that has nothing to apply it, can not use it to acquire knowledge or improve himself. In general, it is too old to start a new job.

But where there are schools of fakirs, there are also schools of yogis.
Generally, the yogis do not lose sight of the fakirs. And when, a fakir to aspire to reach this before being too old, they take it in one of their schools, where the first thing to look after and re-create in him the power of motion, after which they begin to teach him. A fakir has to relearn to talk and walk like a small child. But he now has a will that has overcome incredible difficulties and that can help overcome the difficulties that are still awaiting the second part of his journey, when, it will develop its intellectual and emotional functions.

You can not imagine the trials to which they submit the fakirs.
I do not know if you’ve ever seen real fakirs. I’ve met a lot of it, I remember one of them who lived in the courtyard of a temple in India, I even stayed at his side. Day and night, for twenty years, he had kept on the tip of the toes and hands. It was no longer able to straighten it, to move. His disciples carried arms, led him to the river where they wash as an object. But such a result is not achieved in one day. Think of all that had to overcome the torture he had endured to reach that rank.

And a man does not become a fakir to religious sentiment, or because he understands the possibilities and results of this street. In all countries of the East where there are fakirs, the populace has the habit of voting for the fakirs a boy born after a happy event. It also happens that the fakirs adopt orphans or purchase the children of poor people. These children become their students and imitate them willingly, or are forced, some do so only externally, but others eventually become really fakirs.

He added that others follow this path simply because they were impressed by the spectacle of some fakir. In addition to all the fakirs who can be seen in the temples, there are people who imitate them, sitting or standing in the same position. They do not do it for a long time, certainly, but sometimes for several hours. It also happens that a man came by chance in a temple on a day of celebration, after they begin to imitate some fakir who had particularly impressed, not to come home but never more to be added to the crowd of his disciples, and later , over time he will become a fakir.I understand that in these cases do not give more to the word ‘fakir’ its true sense. In Persia, the word fakir simply indicates a beggar in India. jugglers, acrobats are wont to call themselves fakirs. The Europeans, especially the European-educated, very often give the name of the fakir yogi as well as wandering monks of different orders.

But in reality the way of the fakir, the way to Monaco and the way of the yogi is completely different. I have not spoken so far that the fakirs.

This is the first street.

The second is that of Monaco.
It is the path of faith, religious sentiment and sacrifice. A man who has very strong religious emotions and a very intense religious imagination can not become a monaco in the true sense of the word. Yet the path of Monaco is very hard and very long. The Monaco over the years, tens of years to fight against himself, but all his work has focused on the second body, that is feelings. By submitting all the other emotions to one emotion, faith, he develops in himself the unity, the will over the emotions. But his physical body and its intellectual capacity may remain undeveloped. To be able to make use of what he has achieved, will have their physical and intellectually. This can not be successfully carried out except through sacrifices, new, new austerity, new sacrifices. Monaco has yet to become a yogi and a fakir. Rare are those who get this far, rarer still are those who overcome all difficulties. Most die before they become monks or in appearance.

The third way is that of the yogi.
It is the way of knowledge, the way of. The yogi is able to develop his intellect, but his body and his emotions remain to be developed and, like Monaco and the fakir, he is unable to profit from what he has accomplished. He knows everything but can not do anything. To be able to do is win the dominion over his body and his emotions. To succeed, he must go back to work and he will not do anything except through a sustained effort. But in this case has the advantage of understanding his position, to know what’s missing, what to do and the way forward. But, as in the way of the fakir and monaco, rare are those who acquire such knowledge on the path of the yogi, or reach the level where a man can know where it goes. Most stop at a certain level and go no further.

The streets are different from each other also in their relationship with the teacher or spiritual guide.

On the way of the fakir a man has no teacher in the truest sense of the word. The teacher does not teach in this case, serves merely as an example. The pupil’s work consists in imitating the master.

The man who follows the path of Monaco has a master, and part of his duties, a part of his task, is to have absolute faith in his teacher, he must absolutely submit to him in obedience. But the main point on the path of Monaco is faith in God, love of God, uninterrupted effort to obey God and serve him, even though in his understanding of the idea of God and the service of God can be a big part of subjectivity and contradictions.

On the way of the yogi without a teacher you can not do anything and you should not do anything. The man who embraces this path must initially imitate his master like the fakir and believe in him as the Monaco. But then it gradually becomes the master of himself. He learns his teacher’s methods and practices to gradually apply them to himself.

But all the streets, the way of the fakir as the streets of Monaco and the yogi’s have a common point: all begin from what is most difficult, a total change of life, a renunciation of all that is of this world. A man who has a home, a family must leave, must give up all pleasures, attachments and duties of life, and leave for the desert, enter a monastery or a school of yogis. From day one, from the first steps on the path he must die to the world, the only way he can hope to achieve something on one of these pathways.

In an ordinary life, as full of philosophical interests, scientific, religious or social, there is nothing and there can be nothing that offers the possibilities contained in the streets. In fact, they lead or could lead man to immortality. Social life, even the most successful, leading to death and could not lead to anything else. The idea of the streets can not be understood if we admit the possibility of human evolution without their help.

To grasp the essence of this teaching, it is essential to understand that the streets are the only methods that can ensure the development of hidden possibilities of man. It shows, moreover, that such a development is rare and difficult. The development of these possibilities is not a law. The law for man is existence in a circle of mechanical influences., Is the state of “human machine”. The way of the development of hidden possibilities is a way against nature, against God This explains the difficulties and the exclusive nature of the streets. They are hard and narrow. But at the same time nothing could be achieved without them. In the ocean of ordinary life, and especially of modern life, the streets are a phenomenon of small, barely perceptible, which, from the perspective of life itself, has not the slightest reason to be. But this little phenomenon contains in itself everything that man can have for the development of its hidden possibilities. The streets are opposed to everyday life, based on other principles and subject to other laws. Therein lies their power and their meaning. In an ordinary life, as full of philosophical interests, scientific, religious or social, there is nothing and there can be nothing that offers the possibilities contained in the streets.In fact, they lead or could lead man to immortality. Social life, even the most successful, leading to death and could not lead to anything else. The idea of the streets can not be understood if we admit the possibility of human evolution without their help.

As a general rule, it is hard for a man to resign himself to this idea, it’s seems exaggerated, unfair and absurd. He has a poor understanding of the meaning of the word ‘possibility. One imagines that if there are possibilities in him, should develop and should even be the means of development within its grasp. From a total refusal to recognize himself in any kind of chance, the man generally goes immediately to a mandatory requirement of their development inevitable. It is difficult for him to get used to the idea that not only his chances may remain at their current stage of underdevelopment, but they definitely can atrophy and the other part of their development requires prodigious efforts by him and persevering. In general, if we consider the people who are neither fakirs, or monks, or yogis, and of which we can safely say that never will be, we can say with absolute certainty that their potential can not develop and will never be developed. It must be convinced to deeply understand what I’m about to say.

In ordinary conditions of civilized life, the situation of a man, even intelligent, that seeking knowledge is hopeless, since he has not the slightest chance of finding around him, something closer to a school or a fakir School yogi, as the religions of the West, they have degenerated to the point that for a long time there is nothing living in them. Finally occultism or spiritualism there is nothing to be expected that some naive experience.

And the situation is really desperate if there were another possibility, that of a fourth way.

The fourth way that does not require us to withdraw from the world, does not require the renunciation of everything that makes up our lives. It begins much farther than the way of the yogi. This means that we must be prepared to engage on the fourth way and this preparation must be acquired in ordinary life, be very serious and embrace many different aspects. Also a man who wants to follow the fourth way is to combine in his life conditions conducive to work, or in any case not make that impossible. In fact, you have to believe that it is in the outer life that in the inner life of a man, certain conditions can be insurmountable barriers for the fourth way. Let us add that this pathway, unlike that of the fakir, the Monaco and the yogi has no definite form. First of all it has to be found. It is the first test. And it is difficult, since the fourth way is far from being known as the other three traditional ways. There are many people who has never heard of and others who simply deny its existence or its possibility.

However, the beginning of the fourth way is much easier to start the ways of the fakir, the Monaco and the yogi. You can follow the fourth way and work on it remaining in the normal way of life and continuing the usual work, without breaking the relationships that you had with people, without leaving anything. Indeed, the living conditions in which a man is when he starts work – where the work, so to speak, I wonder – are the best possible for him, at least initially. In fact, these are the natural conditions. They are the same man as the life of a man and his condition correspond to what he is. Life has created on their measure, so any other condition would be artificial and could not work in this case, simultaneously touch all sides of his being.

Thus, the fourth way touches all sides of the human being simultaneously. It is the work of the three rooms simultaneously. The fakir working on the first room and Monaco on the second, the yogi on the third. When they reach the fourth room, the fakir, the Monaco and the yogi leave behind many things unfinished, and can not make use of what they have achieved, as they are not masters of all their functions. The Fakir is master of his body, but not the emotions or thoughts, Monaco is the master of his emotions, but not the body or of his thought, the yogi is master of his thought, but not the body, or the emotions.

The fourth way differs from the others in so far as its main request is a request for understanding. The man must not do anything without understanding – except by way of experience – under the supervision and direction of his master. The more a man understands what he does, plus the results of his efforts will be valid. It is a fundamental principle of the fourth way. The results obtained in the work are proportional to the consciousness we have of this work. Faith is not required on this road, on the contrary, faith of any kind is an obstacle. The fourth way a man must be sure if the truth of what is being said. And until they have acquired this certainty must not do anything.

The method of the fourth way is: while working on the physical body, we must simultaneously work on thought and emotions, working on the thought, we need to work on the physical body and emotions while working on the emotions, we must work on thinking and physical body. This allows you the opportunity to succeed, the fourth way, to make use of a particular knowledge, inaccessible in the ways of the fakir, the Monaco and the yogi. This knowledge makes it possible to work simultaneously in three directions. A series of parallel operation on three levels: physical, mental and emotional, serve this purpose.
In addition, the fourth way you can individualize the work of each, that is, each person must do only what you need and nothing that is useless for him. In fact, the fourth street does without all the superfluous that is maintained tradition in other ways.

Thus, when a man reaches the will by the fourth street, he may use it, because, he acquired control of all his bodily functions, emotional and intellectual. He has saved too much time with a simultaneous and parallel work on the three sides of his being.

The fourth way is sometimes called the smart man’s way. “Man Smart” knows a secret that the fakir, the Monaco and the yogi do not know. How “smart man” has learned this secret, you do not know. Maybe he found some old book, perhaps inherited, perhaps he bought it, maybe someone stole it. Whatever. The smart man knows the secret, and with his help over the fakir, the Monaco, the yogi.

“The Fakir is among the four, who works in a simpler way, knows little and understands very little. Suppose he succeeds, after a month of intense torture, to develop a certain energy, a substance that produces certain changes in him . He is absolutely in the dark, eyes closed, not knowing its purpose, its methods, its results, simply by imitation.

The Monaco knows a bit ‘better what she wants and is driven by religious sentiment, from the religious tradition, by a desire for perfection, salvation, and he has faith in the teacher who tells him what to do and believes that its efforts and their sacrifices “pleasing to God.” Suppose that in a week of fasting, continuous prayer, penance and deprivation, is able to achieve what the fakir had not been able to develop itself in a month of torture.

The yogi knows much more. He knows what he wants, knows why he wants, knows how can get it. He knows for example that, to achieve its purpose, must develop in itself a substance. He knows that this substance can be produced in a day using some type of mental exercise or by an intellectual concentration. So for a whole day, without afford one alien idea, keeps the attention fixed on this exercise and get what they need. In this way a yogi can achieve in one day the same thing as Monaco reached in a week, and the fakir in a month.

Should also be noted that in addition to these just and legitimate way, there are also artificial means that do not give that much wrong way and temporary results can also give permanent results, but harmful. Even on these streets man seeks the key to the fourth room, and sometimes finds it. But what is in the fourth stanza, we can not know.

It also happens that the door of the fourth room is opened artificially by a pick and in both cases it is possible that the room is empty. ”

From: http://www.riflessioni.it/testi/quartavia.htm