Archivio tag | Storie Zen

Una bomba a tempo – A time bomb


Una bomba a tempo
Un esperto di boxe cinese si stabilì in un piccolo villaggio isolato. Dopo poco tempo cominciò a sentirsi davvero a suo agio dato che i contadini avevano paura di lui. In breve, divenne il signore di quei luoghi. Ciò che più apprezzava era il fatto che nessuno osava affrontarlo, fino al giorno in cui… un vecchietto con la barba bianca nell’attraversare un ponte non gli cedette il passo continuando il suo cammino, proprio davanti a lui.
Fedele alla sua terribile immagine, l’esperto lottatore tentò di spingere il vecchio, ma il suo colpo andò a vuoto, perché questi evito il gesto. Furioso, si lanciò sopra l’anziano e iniziò a colpirlo. Durante la lotta, il vecchio provò a parare i colpi, riuscendo anche a toccare leggermente il petto del bruto, ma rovinò presto al suolo. Soddisfatto per la lezione impartita, il lottatore abbandonò sul ponte il corpo inanimato del vecchio impertinente che aveva osato affrontarlo. Quando il bruto si allontanò, il vecchio aprì un occhio, poi l’altro, si sollevò, si tolse la polvere e se ne andò tranquillamente. I giorni passavano e il lottatore si sentiva sempre meno in forma. Il suo corpo si debilitav, aveva problemi di respirazione e di digestione; i dolori alla testa erano sempre più frequenti. Un giorno, scosso da forti brividi di febbre, si coricò privo di forze per muoversi. Riusciva a malapena a parlare. Dopo aver meditato lungamente sulle ragioni del proprio stato, arrivò a quella che sembrava essere la spiegazione più plausibile: il leggero colpo infertogli dal vecchio, lo aveva colpito senza dubbio in un punto vitale ed ora se ne manifestavano gli effetti. Comprendendo finalmente la lezione che il vecchio gli aveva dato, capì quanto ingannevoli erano le apparenze e quanto aveva vissuto, fino ad allora, nell’illusione della sua forza. Mandò a cercare il vecchio per chiedergli perdono per la sua inqualificabile condotta e per ringraziarlo per avergli aperto gli occhi.
Il vecchio viveva in una cappella vicina al villaggio e non tardò ad arrivare. Decise di curarlo egli stesso, impressionato dal ravvedimento sincero del malato che supplicò umilmente l’anziano d’accettarlo come discepolo, animato com’era, finalmente, da una vera necessità di conoscenza.
Da quel momento si fermò alla cappella, fino alla morte del maestro e quando tornò al villaggio, la sua presenza non incuteva più timore, ma un benevolo rispetto.
Da un Commentario a “L’arte della Guerra” di Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio

A time bomb

An expert on Chinese boxing settled in a small isolated village. Before long he began to feel really at ease because the peasants were afraid of him. In short, became the lord of those places. What I appreciated most was the fact that no one dared to face it, … until the day when an old man with white beard in crossing a bridge gave way not continuing on his journey, in front of him.
True to its terrible image, the expert fighter tried to push the old, but his shot went empty, because this avoids the gesture. Furious, he threw over the old man and started hitting him. During the fight, the old man tried to parry the blows, and managed to just touch the breast of the brute, but soon crashed to the ground. Satisfied with the lesson, the fighter left the deck the lifeless body of the old cocky who had dared to confront him. When the beast went away, the old man opened one eye, then another, rose, took off the dust and went quietly. The days passed and the wrestler felt less and less fit. His body is weakened, had trouble breathing and digestion, the headaches were more frequent. One day, shaken by severe chills of fever, he lay powerless to move. He could hardly speak. Having pondered at length on the reasons of your country, arrived in what appeared to be the most plausible explanation: the light blow from infertogli old, had no doubt struck at a vital point and now it showed the effects. Realizing at last the lesson that the old man had given him, he knew how deceptive appearances and had what he had, until then, the illusion of strength. Sent for the old man to ask for forgiveness for his disgraceful conduct and to thank him for having opened my eyes.
The old man lived in a chapel near the village and was not long in coming. He decided to treat himself, impressed by the sincere repentance of the sick person who begged humbly accept it as a disciple of the elderly, animated as it was, finally, a real need for knowledge.
From that moment he stopped at the chapel until the death of the master and when he returned to the village, his presence inspired more fear, but a cordial respect.
From a commentary on “The Art of War” by Sun Tzu – Barrio JMSanchez

Piccole storie Zen – Pratica e realizzazione sono una cosa sola – PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE


PRATICA E REALIZZAZIONE SONO UNA COSA SOLA

Lo zen ci insegna che pratica e realizzazione (satori) sono un tutt’uno. In altre parole, noi non raggiungiamo lo scopo attraverso la pratica; la pratica in sè stessa è la realizzazione e lo scopo da realizzare è la pratica stessa.

Comunemente si tende a distinguere tra pratica e realizzazione: in termini temporali, prima viene la pratica e poi la realizzazione, ovvero la realizzazione si ottiene come risultato della pratica. Tuttavia, la pratica zen è costituita dalla disciplina zazen (contemplazione la posizione fisica e spirituale di stare stando seduti immobili in silenzio con le gambe incrociate), cioè il compimento di un atto e il compiere un l’atto qui equivale a realizzare lo scopo. Generalmente si insegna che dal momento che lo zazen è pratica e messa in atto, questa dovrà avere uno scopo e lo scopo è la realizzazione. In questo modo lo zazen, finalizzato alla realizzazione, diviene un mezzo per raggiungere un obiettivo. Quando si crede che da una parte vi sia il mezzo e dall’altra lo scopo, desiderare di ottenere la realizzazione attraverso lo zazen diventa un atteggiamento naturale. Se si ragiona come si fa comunemente, questo è senz’altro vero. Tuttavia, così come non si è ladri perché ci si esercita a diventarlo – si è ladri quando effettivamente si ruba qualcosa –si può dire che proprio il compimento dello zazen è il Buddha ed è la realizzazione.

Nello zen, la cosa più incresciosa è separare pratica e realizzazione e interporre tra queste pensieri e distinzioni. Questa attitudine è ciò che viene definito impurità. Lo zazen, invece, deve essere pratica pura. Quando si pratica lo zazen bisogna solo assumere la posizione della seduta. Gli insegnamenti, infatti, ci dicono che non dobbiamo separare mezzi e scopo e che non dobbiamo aspettarci impazientemente la realizzazione durante la pratica dello zazen.

Secoli or sono in Cina, durante il periodo Tang, vi fu un monaco di nome Mazu Daoyi (Baso Doitsu secondo la lettura giapponese) il quale si esercitava nella pratica dello zen. Un giorno, durante una seduta di zazen, arrivò il suo maestro, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo in giapponese) e gli chiese: “Fratello, la tua pratica è davvero ammirabile, ma cosa cerchi di ottenere?”.

“Sto cercando di ottenere la realizzazione” rispose Mazu e subito il maestro Nanyue andò a prendere un mattone, e cominciò a sfregarlo contro una roccia.

Un passo del Diario di Santaro di Jiro Abe dice:
“Noi cresciamo grazie all’amore romantico. Indipendentemente dal fatto che questo amore si realizzi o meno, noi cresciamo. Tuttavia, amare per crescere non è vero amore; è solo un esperimento d’amore. Finché il nostro scopo cosciente è la crescita, un esperimento d’amore non può essere completo. Quando né il successo né l’insuccesso potranno cambiare questo amore, solo allora, per la prima volta, l’esperienza potrà permeare il nostro essere. E come risultato di questo tipo di amore, noi cresciamo.”

Detto in altre parole, ciò significa che noi cresciamo effettivamente quando ci immergiamo in ogni esperienza che ci si presenta e non quando la crescita è il nostro scopo cosciente. Al contrario, quando siamo profondamente immersi in un’esperienza concreta, il concetto di crescita deve dissolversi altrimenti non sarà possibile raggiungere lo scopo. Senza eliminare il nostro desiderio di crescita e senza tornare ai nostri sensi, non potremo mai arrivare alla profondità delle esperienze della vita.

Secondo un detto, “praticare zazen per mezz’ora significa essere un Buddha per mezz’ora”. La convinta pratica zazen avviene quando non si spera di diventare un Buddha o di ottenere la realizzazione. La posizione stessa assunta con lo zazen è il Buddha e la realizzazione. Per questo, invece di praticare per mezz’ora, è meglio praticare per mezza giornata ed essere Buddha per mezza giornata. Più intensamente ci immergiamo nelle esperienze che ci si presentano, più grande sarà la crescita che ne risulterà. Da questa esperienza è nato l’approccio alla vita proprio del buddhista zen che regola la propria esistenza e la rende un tutt’uno con lo zazen, che non cerca ricompense e per il quale un istante è l’eternità e l’eternità non è che un istante.

Lo zazen è un infinito progresso che non ha scopo e questo progresso senza scopo significa che noi raggiungiamo l’obiettivo passo dopo passo durante il cammino.. In altre parole, si tratta di una vita creata nuovamente ogni giorno.

Chissà come hanno percorso questo cammino i saggi del passato…


PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE

In Zen, the unity of Practice and Realization (satori) is taught. In other words, we do not attain the goal by means of practice; practice itself is the goal of realization, and the goal, realization, is at once practice

The common view is that practice and realization are two distinct things; that practice comes first and realization second; that realization comes as a result of having practiced. However, Zen practice is a discipline called zazen (cross-legged sitting meditation), and an actualization; and what we mean by actualization is making a goal come true. Consequently, it is generally thought that as long as zazen is practice and actualization it must have a goal, and that realization is that goal. So, zazen, which has realization as an objective, becomes a means of actualizing that objective. If we come to think that on the one hand we have the means and on the other hand we have a goal, then it is only natural that we should wish to attain realization by zazen. From the every day point of view this is quite right. However, one does not become a thief by training himself to steal; one becomes a thief when he actually steals something from another, and in the same way we can say that assuming the posture of zazen is itself the Buddha and is realization.

In Zen, the most objectionable thing is to separate practice and realization and to interpose between them thoughts and discriminations. This is called impurity. But zazen must be a pure practice. When we practice zazen we must only sit. We are taught not to separate means and end and not to expectantly await realization while practicing zazen.

Once upon a time during the Tang Dynasty in China, there was a monk called Mazu Daoyi (Baso Doitsu, in Japanese) who was undergoing training. One day, he was practicing zazen alone when along came his teacher, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo, in Japanese), who asked, “Brother, your zazen is truly admirable, but just what are you trying to accomplish by it?”

This is a little story which warns us not to use zazen as a means of gaining realization. There is a deep philosophical meaning here, but not even going into that, Zen teaches that practice is not to be used as a means of gaining realization, and that true actualization is pure and does not seek rewards or compensation. There is something our every day minds find difficult to agree with, but somehow or another we must see it this way if our actualization is to be genuine. This is a fact which confronts us twenty-four hours a day seven days a week.

“I’m going to polish it and make a mirror,” Nanyue responded.

When Mazu objected Nanyue retorted, “Even if you polish it you can’t make a mirror of a tile!”

“And do you think you can awaken realization by practicing zazen?”

http://global.sotozen-net.or.jp/ita/library/stories/book1.html

Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè – The Duel of the Master of Tea Ceremony – Suzuki Daisetz T


Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè

Un giorno, a Edo, un pacifico maestro del tè (che non aveva il rango di samurai, sebbene il protocollo gli imponesse di vestirsi come tale) fece un incontro che aveva sempre temuto da quando aveva lasciato il castello: si imbatte in un ronin(un samurai senza padrone) che lo sfidò a duello: Il maestro del tè spiegò chi era, ma il ronin, nella speranza di estorcere danaro alla sua vittima, continuò a minacciarlo. Pagare per venire lasciato in pace sarebbe stata un’azione disonorevole per il maestro del tè, per il suo signore e per il suo clan. L’unica alternativa era accettare la sfida. Ormai rassegnato alla morte, il maestro del tè aveva l’unico desiderio di morire in un modo degno di un samurai. Perciò chiese all’avversario il permesso di rinviare lo scontro e si precipitò in una scuola di scherma che aveva visto nelle vicinanze, sperando di ricevere almeno le informazioni fondamentali, cioè di imparare a morire onorevolmente di spada. Senza lettere di presentazione di solito era difficile farsi ricevere dal maestro di una scuola, ma in questo caso, i portinai si accorsero del turbamento del maestro del tè, e rimasero colpiti dall’enfasi con cui chiedeva di entrare. Egli venne finalmente condotto dal maestro che, dopo aver ascoltato attentamente la storia, pregò il visitatore di servire un po’ di tè prima di imparare l’arte di morire. Il maestro di scherma, vedendolo compiere la cerimonia del tè con totale concentrazione e serenità mentale, a un certo punto si batté la mano sul ginocchio, in segno di cordiale approvazione ed esclamò: “Ecco! Non c’è bisogno che tu impari l’arte della morte! Lo stato d’animo in cui ora ti trovi è sufficiente per permetterti di affrontare qualunque spadaccino. Quando vedrai il tuo ronin, comportati così: prima pensa che ti accingi a servire il tè ad un ospite. Salutalo cortesemente, scusandoti per il ritardo, e digli che ora sei pronto per lo scontro. Togliti il haori, la sopravveste, piegalo con cura, e poi posa su di esso il ventaglio, come quando stai lavorando. Poi cingiti la testa con il tenugui, la fascia, rimboccati le maniche e legale con una corda, e raccogli la tua hakama. Sguaina la spada, levala sopra la testa, pronto ad abbattere l’avversario e , chiudendo gli occhi, raccogli i tuoi pensieri per il combattimento. Quando lo udrai lanciare un urlo, colpiscilo con la tua spada. Probabilmente l’incontro si concluderà con la morte di entrambi”. Ringraziando profusamente lo schermitore, il maestro del tè ritornò dal ronin, si preparò ed attese. Il ronin vide “una persona completamente diversa” e “chiese perdono al maestro del tè per la sua scortese richiesta, affrettandosi ad andarsene”

Suzuki Daisetz T. “Zen and Japanese Culture” NewYork: Pantheon Book,1960

The Duel of the Master of Tea Ceremony

One day, in Edo, a peaceful tea master (who had the rank of samurai, the protocol to impose a dress like that) had a meeting that he had always feared since she left the castle, he runs into a ronin ( a masterless samurai) who challenged him to a duel: The tea master explained who he was, but the ronin, in the hope of extorting money to his victim, continued to threaten him. Paying for being left alone would have been dishonorable action for the tea master, for his master and his clan. The only alternative was to accept the challenge. Resigned to death, the tea master was the only wish of dying in a manner worthy of a samurai. So the opponent asked for permission to postpone the fight and ran a school of fencing that had seen nearby, hoping to receive at least basic information, that is to learn to die honorably by the sword. No letters of introduction was usually difficult to be received by the master of a school, but in this case, the caretakers noticed the disturbance of the tea master, and were struck with dall’enfasi asking to enter. He was finally taken by the master who, after listening carefully to the story, the visitor asked him to serve a little ‘tea before learning the art of dying. The fencing master, seeing him do the tea ceremony with full concentration and peace of mind, at one point slapped his hand on her knee as a sign of cordial approval and exclaimed: “Behold! There is no need for you to learn the art of death! The mood you are in now is sufficient to allow it to tackle any swordsman. When you see your ronin, behaved like this: first think that you prepare to serve tea to a visitor. Greet kindly, apologizing for the delay, and tell him that you are now ready for battle. Take off the haori, the surcoat, fold it carefully, and then lay the fan on it, like when you’re working. Then gird up my head with tenugui, the band, roll up your sleeves and legal with a rope, and pick up your hakama. Draws his sword, Leval overhead, ready to shoot down the opponent, and closing his eyes, collect your thoughts for combat. When you hear a scream run, hit him with your sword. Probably the meeting will end with the death of both. ” Thanking him profusely fencer, returned from the tea master ronin, he prepared himself and waited. The ronin saw “a completely different person” and “begged forgiveness from the tea master for his rude request, hurrying to leave,”

T. Suzuki Daisetz “Zen and Japanese Culture”, New York: Pantheon Books, 1960

Piccole storie Zen – Le due lune – Two moons – Littles zen story


LE DUE LUNE

Un giorno, mentre stavo riposando in una stanza del dipartimento editoriale, situato a lato di una strada, udii alcune persone parlare mentre stavano lentamente risalendo la salita. Senza prestare particolare attenzione, sentii qualcuno dire:

“Questo è uno dei due templi principali della scuola Soto. L’altro si chiama Eiheiji e si trova nella provincia di Fukui”.

Curioso di sapere chi fosse, mi sporsi per guardare fuori. Era il signor M., che ha un negozio vicino al portale del tempio e stava facendo da guida a un gruppo di visitatori che sembrava arrivare da lontano.

Alla domanda di uno dei visitatori sul perché questa scuola ha due templi principali,

il signor M. rispose: “Ascolta, è come una famiglia costituita da un padre e una madre. Il tempio Eiheiji è il padre e questo è la madre…”.

Al che il visitatore disse: “Chi ha più autorità?”.

E il signor M., con soddisfazione: “La madre”.

“Dunque si tratta di un piccolo uomo con una grande moglie, è così? E che cos’è questo grande edificio?” chiese poi il visitatore indicando la palestra del liceo di Tsurumi.

Il signor M.: “Qualsiasi cosa sia, si tratta di una madre molto forte, che dirige un liceo femminile. Prendendo spunto dal motto del fondatore ‘mettete al mondo figli e crescete’, è stata creata una grande setta religiosa”.

“Come si chiama il fondatore?” chiese il visitatore.

“Keizan Zenji.”

“Ho sentito parlare di Dogen, ma di Keizan, mai” replicò il visitatore.

“Lo immaginavo. Le mamme non diventano famose. E questo è ciò che le rende grandi” rispose il signor M.

Questa è solo una parte della conversazione che ho sentito. Però mi ha colpito molto e fatto riflettere perché è veritiera. Gasan Zenji è colui che lavorò in stretta collaborazione con Keizan Zenji per fondare Sojiji e stabilire le basi su cui oggi prospera la scuola Soto.

Gasan lasciò la propria famiglia per diventare novizio sul monte Hiei all’età di sedici anni. Per otto anni studiò il buddismo e, in particolare, approfondì la dottrina della setta Tendai. Tuttavia, realizzando che la vera pace della mente non si può ottenere tramite il buddismo scolastico, Gasan si allontanò dal monte Hiei, divenne un discepolo di Keizan Zenji e si dedicò alla pratica dello zen. Gasan era perspicace, sensibile di carattere e robusto di costituzione. Sembrava molto affidabile e Keizan Zenji si rallegrò di avere un tale successore. Nello stesso tempo, tuttavia, Gasan pareva piuttosto orgoglioso della propria intelligenza e Keizan Zenji decise in segreto che, al momento opportuno, avrebbe fatto qualcosa riguardo a quel comportamento altezzoso che lo portava a trattare la gente con una certa supponenza.

In una notte d’inverno con la luna allo zenith, le montagne, i fiumi, i campi e i villaggi erano tutti illuminati dal puro chiarore creando uno scenario di indescrivibile bellezza; in qualche modo la luce sembrava brillare persino attraverso il corpo e la mente degli uomini. Come se la domanda gli fosse appena venuta in mente, Keizan Zenji disse: “Gasan, lo sai che ci sono due lune?”.

“No, non lo sapevo” disse Gasan cadendo nel tranello. Vedendo Gasan in difficoltà nel trovare una risposta, Keizan Zenji disse con voce bassa e solenne: “Se non sai che ci sono due lune, non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen della scuola Soto”. Gasan non aveva mai sentito Keizan Zenji parlare in tono tanto severo e ne fu sconvolto.

In quel momento, a Gasan venne in mente un fatto storico avvenuto in Cina durante la dinastia Tang, di cui sono protagonisti Kyogen e il suo insegnante, il maestro zen Isan Reiyu

“Sei talmente istruito che non c’è niente che tu non sappia, ma ciò che hai imparato dai libri a me non serve. Vorrei però che tu mi descrivessi con parole tue il periodo trascorso prima che lasciassi il grembo di tua madre, quando non sapevi assolutamente niente.”

Kyogen diede più risposte, ma ogni volta il maestro Isan non le accettava replicando “quello l’hai visto con i tuoi occhi” o “quello l’hai sentito con le tue orecchie” o “quello l’hai letto su un libro”.

In difficoltà, Kyogen chiese: “La prego, me lo spieghi lei”.

Il maestro Isan rispose: “Se te lo spiegassi, lo farei con parole mie, e non ti sarebbe di nessuna utilità”.

Di fronte a questo rifiuto, Kyogen consultò i quaderni e i libri su cui aveva studiato fino ad allora, ma non riuscì a trovare niente. Confuso, Kyogen pensò: “Non posso saziare la fame solo guardando la rappresentazione di un dolce di riso” e bruciò tutti i libri e i quaderni. “Non studierò più gli insegnamenti buddisti. D’ora in poi farò la vita di un semplice monaco e non sottoporrò più la mia mente a severi discipline.”

Kyogen lasciò il maestrò Isan piangendo e raggiunse il monte Buto per saperne di più sulle rovine di Nanyo Echu (- 775 d.C.), dove il suo maestro aveva avuto il proprio eremo, e lì si costruì un ritiro. Piantò dei bambù e, immerso nello zazen, considerò gli alberi come suoi amici. Un giorno, mentre stava pulendo un sentiero, la scopa urtò un pezzo di mattonella che andò a colpire un bambù producendo un suono secco. Nel sentirlo, Kyogen ebbe un’esperienza di improvviso risveglio. Subito si lavò, si purificò e bruciò dell’incenso per rendere omaggio al grande Isan ora tanto lontano da lui. “Oh grande maestro Isan, se quella volta tu mi avessi dato una spiegazione, non avrei mai provato la gioia che provo oggi. Maestro, la tua gentilezza supera quella dei miei genitori.”

Simile a questo fatto realmente accaduto è l’esperienza più recente fatta dal maestro Tetsu Gikai, che a causa della sua intelligenza e perspicacia non poté ricevere la trasmissione del Dharma dal maestro Dogen.

Da quel momento in poi, il comportamento di Gasan cambiò radicalmente. Divenne umile, fece sollecitamente pratica con gli altri monaci e praticò lo zazen con severità. Il suo atteggiamento presuntuoso svanì completamente. Tuttavia, l’ombra del dubbio circa le due lune restò tale per i sei mesi successivi e oltre.

Trascorsi tre anni, la notte del 23 dicembre del 1301 la luna brillava fredda e minacciosa. Il maestro Keizan vide illuminata dalla luna la figura di Gasan assorta nello zazen e lesse la sua mente. Avvicinò quindi la mano all’orecchio di Gasan e fece un rumore con le dita. Nonostante il suono fosse appena udibile, per Gasan fu come un violento fragore che spazzò via tutti i dubbi che lo avevano attanagliato per tre anni.

“Oh, ecco cos’era. Ora capisco” Gasan recepì in modo chiaro il pensiero del maestro Keizan riguardo alle due lune.

Due lune diverse. Una, ovviamente, è quella che risplende in cielo; l’altra è la luce che brilla su tutti gli esseri viventi in tutto l’universo. In altre parole, indipendentemente da quanto una persona conosca la dottrina buddista, se questa non si manifesta o non viene praticata nella vita quotidiana, non si può considerare vera illuminazione. In questo senso le parole di Keizan “non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen”, pur con la loro severità, hanno raggiunto gli strati più profondi della mente di Gazan. Ciò gli ha permesso di capire la relazione secondo la quale “uno è due” e “due sono uno” e di renderla parte di sé.

Quando Gasan afferrò l’essenza degli insegnamenti del maestro Kazan, la felicità e l’ispirazione provate erano tanto intense da essere inesprimibili.

Da allora, tutto il paese fu rischiarato dalla luce delle due lune, il maestro Keizan e il suo discepolo Gasan che, divenuti una cosa sola, cominciarono a diffondere insieme gli insegnamenti. In quel periodo il maestro Keizan spiegava gli scritti biografici dei grandi maestri zen del passato a partire dal Buddha Shakyamuni fino a Ejo, il secondo abate del tempio Eiheiji, proprio nello stesso modo in cui era stata trasmessa la luce della luna. Questo è il famoso Denkoroku che, con lo Shobogenzo del maestro Dogen, include i due tesori delle Grandi Scritture della scuola zen Soto.

TWO MOONS

One day while I was resting in a room of the publishing department which is located at the side of a road, I heard the voices of some people who were slowly coming up the hill. Not particularly paying attention, I overheard the following:

“This is one of the two main temples of the Soto School. The other main temple is called Eiheiji, which is in Fukui Prefecture.”

Wondering who was speaking, I leaned over the fence and looked. It was Mr. M. who manages a store near the temple gate, and he was conducting a group of visitors who appeared to have come from far away.

One of the visitors asked, “Well, why is it that one school has two main temples?”

To this Mr. M. responded, “Look. It’s the same as a household having a father and a mother. Eiheiji is the father, and this is the mother …”

Visitor: “Well which one is more powerful?”

“The mother is,” Mr. M. answered with satisfaction.

“It’s a little man with a big wife then, isn’t it? What’s this building over here?” asked the visitor while pointing to the physical education building of Tsurumi College.

Mr. M.: “Well, whatever it is, this is a very strong mother, and she runs a college for girls only. The founder’s motto was “have babies and grow”, and by this he made up a big religious sect.”

Visitor: “Who was the founder?”

Mr. M.: “Keizan Zenji.”

Visitor: “I’ve heard about Dogen-san, but I’ve never heard about Keizan-san.”

Mr. M.: “That’s right. Mothers are never famous. That’s what’s great about …”

The above is only a part of the conversation I heard. I was very impressed and thought how true it was. The one who worked hand-in-glove with Keizan Zenji in founding Sojiji and in establishing the basis on which today’s Soto School is flourishing was Gasan Zenji.

Gasan left home and entered the priesthood on Mt. Hiei at the age of sixteen. For eight years he studied Buddhism and particularly studied the doctrine of the Tendai Sect which he mastered. However, realizing that true spiritual peace of mind cannot be obtained through scholastic Buddhism, Gasan came down from Mt. Hiei, became a disciple of Keizan Zenji, and devoted himself to the practice of Zen. Gasan was by nature keen and sensitive and, physically, was sturdily built. He appeared to be reliable, and Keizan Zenji was happy to be blessed with such a successor. On the other hand, Gasan seemed quite vain about his intelligence, and Keizan Zenji secretly planned, when the proper time arrived, to do something about this haughty attitude which seemed only to “put up” with people.

One winter night with the moon at its zenith, the mountains, rivers, fields and villages were all illuminated by the pure moonlight and presented an indescribably beautiful scene; somehow the light seemed even to shine through human bodies and minds. Keizan Zenji, as though the thought had just popped into his head, said “Gasan, do you know that there are two moons?”

“No, I don’t know that,” said Gasan, completely mystified. While looking at Gasan, who was having trouble coming up with an answer, Keizan Zenji said in a low and solemn voice, “If you do not know that there are two moons I cannot let you become the highest authority for spreading the Zen teachings of the Soto School.” Gasan had never before heard such stern words from Keizan Zenji and was shocked.

At that moment what crossed Gasan’s mind was the following historic incident which occurred during the Tang Dynasty in China between a prominent priest Kyogen and his teacher, Zen master Isan Reiyu.

“You are so widely learned there is nothing you do not know, but I have no use for the knowledge you’ve obtained through books. However, I would like to hear in your own words about the time before you left your mother’s womb, knowing neither east nor west.”

Kyogen answered, but each time, Master Isan did not accept the answer saying, “You saw that with your eyes,” or “you heard that with your ears,” or “that was written in a book.”

Looking troubled, Kyogen requested, “Please explain it to me.”

Master Isan answered, “If I explain it to you, it will be my words, and it won’t be of any relevance to you.”

Thus rejected, Kyogen took out his notes and books which he had studied up to that time, but he could not find out anything. Dumbfounded, Kyogen thought, “I can’t satisfy my hunger looking at paintings of rice cakes,” and he burned all his books and notes. “I will stop studying the Buddhist teachings. Hereafter, I am going to live the life of an ordinary monk and will no longer subject my mind to severe training.”

Kyogen parted from Master Isan in tears and entered Mt. Buto to inquire after the ruins of Nanyo Echu (~775 AD), where his master had had a hermitage and he built himself a retreat. He planted bamboo trees and was absorbed in zazen, making those bamboo trees as his friends. One day, as he was sweeping a pathway, his broom caught a piece of tile which went flying and hit a bamboo tree making a clinking sound. At the same time the clinking sound was heard, Kyogen was suddenly enlightened. Then, immediately cleansing and purifying himself and burning incense, he paid homage to the great Isan who was so far away. “Oh, great Master Isan, if you had given me an explanation at that time, I would not be experiencing this great joy today. Master, your kindness surpasses that of my parents.”

Similar to this historical fact, in more recent years, was the situation of Master Tettsu Gikai, who was not able to receive Dharma transmission from Master Dogen due to his cleverness and intelligence.

From this moment on, Gasan’s attitude changed completely. He became humble and trained carefully with the other monks and practiced zazen strictly. His conceited attitude disappeared completely. However, the cloud of doubt regarding the “Two Moons” remained unsolved six months and even a year later.

Three years passed, and on the night of December 23, 1301, the moon shone menacingly and coldly. Master Keizan saw the figure of Gasan in deep zazen through the moonlight and read his mind. He put his hand next to Gasan’s ear and snapped his fingers. Though the sound was barely audible, to Gasan it sounded like a loud crash which wiped away all of the doubts he had had for three years.

“Oh, that’s it! I understand now.” Gasan clearly understood Master Keizan’s mind about the two moons.

Two kinds of moons. One is, needless to say, the moon that shines in the sky. The other is the light which shines upon all the beings throughout the universe. That is – no matter how much one may be acquainted with the Buddhist doctrine, if it is not manifested or is not practiced in our daily lives, it is not true enlightenment. Accordingly, Keizan’s words, “I cannot allow you to be an authority on spreading the Zen teachings,” were severe, but they penetrated to the depths of Gasan’s mind. It enabled him to understand the relation of “one is two” and “two are one” and to make it a part of himself.

When Gasan grasped the essence of Master Keizan’s teachings the happiness and inspiration Gasan felt were so great, it was inexpressible for him.

Thereafter, the bright light of two moons, Master Keizan and his disciple Gasan having become one, shone throughout the country and they began to spread the teachings together. At that time, Master Keizan was explaining the biographical writings of great Zen masters in the past from the time of Shakyamuni Buddha to Ejo, the second abbot of the head temple of Eiheiji, similarly to the way the moon’s light was passed on. This is the famous Denkoroku which together with Master Dogen’s Shobogenzo comprises the Two Great Scriptural Treasures of the Soto School of Zen.

Il contadino saggio – The wise  farmer – Storia Zen


Il contadino saggio

C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato;
tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli
il loro dispiacere.
“Siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito.
E’ una cosa terribile”
Il contadino rispose:
“Forse.”
Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi,
e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero:
“Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose.
Ora hai otto cavalli!”
Il contadino disse:
“Forse.”
Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo,
ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:
“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta”
ma ancora una volta il contadino commentò:
“Forse.”
Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito,
e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta.
Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare:
“Non è fantastico?”
ma di nuovo il contadino disse:
“Forse.”
Il contadino si è mantenuto nel rifiuto di guadagno o di perdita,
di vantaggio o di svantaggio
nello Zen possiamo chiamarlo
“non-scegliere”
perchè, se ben si pensa non vi è nulla che possieda una caratteristica
che sia sempre positiva o sempre negativa!
Storia zen
The wise farmer
There was once a Chinese whose horse ran away;
all the neighbors that night came to him to express
their displeasure.
“We are so saddened to hear that your horse has escaped.
It ‘a terrible thing “
The farmer said:
“Maybe.”
The next day the horse returned bringing with it seven wild horses,
and that evening all the neighbors came back and said:
“What luck! See how things have changed.
Now you have eight horses! “
The farmer said:
“Maybe.”
The day after his son tried to tame one of those horses to ride,
but was thrown and broke his leg, which all said
“Oh, poor guy. This is’ real notice”
but once again the farmer said:
“Maybe.”
The day following the advice of military men came to enlist in the army,
and the child was left at home due to broken leg.
Once again, the neighbors gathered around to comment:
“Is not it great?”
but again the farmer said:
“Maybe.”
The farmer is maintained in the rejection of gain or loss,
advantage or disadvantage
in Zen we call
“no-choice”
because, if well you think there is nothing that possesses a characteristic
which is always positive or always negative!
Zen story

Il cavallo , la principessa e il trono – The horse, the princess and the throne – Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio



Il cavallo , la principessa e il trono.

Verso la fine della dinastia Chin, Mo Tun, affermò la propria supremazia al vertice del potere nella sua regione. Gli Hu dell’est, regione confinante, erano forti ed inviarono alcuni ambasciatori per parlamentare: “Desideriamo il cavallo dei cinquecento chilometri che possedete”. Mo Tun consultò i propri consiglieri, che esclamarono: “ Il cavallo dei cinquecento chilometri! Una delle cose più preziose del Paese! Non può cederlo!” Mo Tun rispose: “Perché negare un cavallo ad un vicino?”.
Gli Hu non tardarono ad inviare nuovi delegati che dissero: “Desideriamo una delle vostre principesse”. Mo Tun si rivolse ai suoi Ministri, che collerici dissero:”Gli Hu sono perversi! Adesso chiedono una principessa! Ti imploriamo, attaccali!”. Mo Tun disse: “Come si può negare una moglie ad un vicino?”. E diede loro una principessa.
Poco dopo, gli Hu tornarono e dissero: “Possedete mille chilometri quadrati di territorio che non utilizzate, lo vogliamo!”. Mo Tun tornò a sentire i suoi consiglieri. Alcuni sostenevano che fosse razionale cedere quelle terre, altri no. Mo Tun si infuriò e disse: “Il territorio è il fondamento dello Stato. Come si può cederlo?”. Tutti quelli che avevano suggerito la resa furono decapitati. Mo Tun saltò sul suo cavallo, ordinò la decapitazione di tutti quelli che non lo avrebbero seguito e lanciò un attacco a sorpresa. Gli Hu dell’est avevano sottovalutato Mo Tun e quindi non erano preparati alla guerra. Furono subito annientati. Mo Tun si diresse quindi a Ovest e poi a Sud riconquistando gli antichi territori che gli aveva strappato il Generale Meng Tien.

Commentario a “L’arte della Guerra” di Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio

The horse, the princess and the throne.

Towards the end of the Chin dynasty, Mo Tun, asserted their supremacy at the top of the power in its region. The Eastern Hu, the border region, were strong and some ambassadors sent to Parliament: “We want five hundred kilometers of the horse that you own.” Mo Tun consulted his advisers, who exclaimed: “The horse of the five hundred miles! One of the most precious things in the country! Can not sell it! “Mo Tun replied:” Why deny a horse to a neighbor? “.
The Hu did not take long to send new delegates who said: “We want one of your princesses.” Mo Tun said to his ministers, who said angry: “The Hu are wicked! Now ask for a princess! Beseech thee, them attack. “Mo Tun said, “How can you deny a wife to a neighbor?”. It gave them a princess.
Shortly thereafter, the Hu returned and said: “Do you have thousand square kilometers of territory that is not used, we want it.” Mo Tun came to hear his advisers. Some argued that it was rational to give those lands, others do not. Mo Tun was furious and said: “The land is the foundation of the state. How can you sell it? “. All those who had suggested the yield were beheaded. Mo Tun jumped on his horse, he ordered the beheading of those who would not have followed and launched a surprise attack. The Eastern Hu Mo Tun had underestimated and therefore were not prepared for war. Were immediately destroyed. Mo Tun then headed west and then south to recapture the ancient territories that had torn the General Meng Tian.

Commentary on “The Art of War” by Sun Tzu – Barrio JMSanchez

Una scheggia di tempo, una grande gemma – Inch Time Foot Gem


32. Una scheggia di tempo, una grande gemma

Un signore pregò Takuan, un insegnante di Zen, di suggerirgli come potesse trascorrere il tempo. Le giornate gli sembravano molto lunghe, mentre assolveva le proprie funzioni e se ne stava seduto e impettito a ricevere l’omaggio della gente.

Takuan tracciò otto ideogrammi cinesi e li diede all’uomo:

Non si ripete due volte questo giorno
Scheggia di tempo grande gemma.
Mai più tornerà questo giorno.
Ogni istante vale una gemma inestimabile.

Tratto da 101 Storie Zen

Inch Time Foot Gem

A lord asked Takuan, a Zen teacher, to suggest how he might pass the time. He felt his days very long attending his office and sitting stiffly to receive the homage of others.

Takuan wrote eight Chinese characters and gave them to the man:

Not twice this day
Inch time foot gem.
This day will not come again.
Each minute is worth a priceless gem.

Taken from 101 Zen Story

La voce della felicità – The Voice of Happiness – Storie zen


27. La voce della felicità

Dopo la morte di Bankei, un cieco che viveva accanto al tempio del maestro disse a un amico: «Da quando sono cieco, non posso osservare la faccia delle persone, e allora devo giudicare il loro carattere dal suono della voce. Il più delle volte, quando sento qualcuno che si congratula con un altro per la sua felicità o il suo successo, afferro anche una segreta sfumatura di invidia. Quando uno esprime il suo rammarico per la disgrazia di un altro, sento il piacere e la soddisfazione, come se quello che si rammarica sia in realtà contento che nel suo proprio mondo ci sia ancora qualcosa da guadagnare.

«La voce di Bankei, però, sin dalla prima volta che l’ho sentita, è stata sempre sincera. Quando lui esprimeva la felicità non ho mai sentito null’altro che la felicità, e quando esprimeva il dolore, il dolore era l’unico sentimento che io sentissi».

Tratto da 101 Storie Zen

The Voice of Happiness

After Bankei had passed away, a blind man who lived near the master’s temple told a friend: “Since I am blind, I cannot watch a person’s face, so I must judge his character by the sound of his voice. Ordinarily when I hear someone congratulate another upon his happiness or success, I also hear a secret tone of envy. When condolence is expressed for the misfortune of another, I hear pleasure and satisfaction, as if the one condoling was really glad there was something left to gain in his own world.

“In all my experience, however, Bankei’s voice was always sincere. Whenever he expressed happiness, I heard nothing but happiness, and whenever he expressed sorrow, sorrow was all I heard.”

Taken fron 101 Zen Story

I due monaci – The Two Monks


I Due Monaci

Un giorno due monaci zen, Tanzan e Ekido, stavano camminando lungo una strada molto fangosa. Passando vicino a un villaggio, videro una giovane donna in difficoltà, che cercava di attraversare la strada senza sporcarsi il kimono di seta. Tanzan, senza esitare, la prese in braccio e la portò dall’altra parte della strada. I due monaci poi proseguirono in silenzio. Cinque ore dopo, in prossimità del tempio che li avrebbe ospitati, Ekido non fu più capace di trattenersi: “Perché hai portato quella ragazza al di là della strada?” chiese “si suppone che noi monaci non facciamo cose simili”. Tanzan con molta calma rispose: “Ho deposto la ragazza a terra ore fa, tu perché la stai ancora portando?”.
Rimuginare sul passato tiene vive nel presente le situazioni dalle quali vorremmo staccarci.
Nella vita spesso portiamo una gran quantità di bagaglio mentale ed emozionale non necessario.
The Two Monks

One day, two Zen monks, Tanzan and Ekido, were walking along a very muddy road. Passing near a village, they saw a young woman in distress, trying to cross the street without dirtying the kimono silk. Tanzan, without hesitation, picked her up and carried her across the street. The two monks then went silent. Five hours later, near the temple that would have hosted, Ekido was no longer able to restrain himself: “Why did you bring that girl across the street?” said “we monks are supposed to not do something.” Tanzan calmly replied: “I have taken the girl to the ground hours ago, because you’re still wearing?”.
Ruminate about the past lives in the present takes the situations from which we would like to break away.
In life often bring a great deal of emotional and mental baggage not needed.

Ma che cosa fai! Ma che cosa dici! – What Are You Doing! What Are You Saying!


67. Ma che cosa fai! Ma che cosa dici!

Oggigiorno si raccontano molte sciocchezze a proposito dei maestri e dei discepoli, e dell’insegnamento che il maestro lascia in eredità agli allievi prediletti, autorizzati così a trasmettere la verità ai propri seguaci. Naturalmente lo Zen dovrebbe essere comunicato in questo modo, da cuore a cuore, e in passato avveniva proprio così. Regnavano il silenzio e l’umiltà, non l’asserzione e la dichiarazione. Chi riceveva un simile insegnamento teneva segreta la cosa persino dopo vent’anni. Finché un altro, spinto dal proprio bisogno non scopriva che era disponibile un vero maestro, nessuno sapeva che l’insegnamento era stato impartito, e anche allora l’occasione si presentava in modo del tutto naturale, e l’insegnamento si faceva strada da sé. In nessun caso l’insegnante avrebbe dichiarato: «Io sono il successore del tale». Questa asserzione avrebbe dimostrato proprio il contrario.
Il maestro di Zen Mu-nan ebbe un solo successore. Il suo nome era Shoju. Quando Shoju ebbe compiuto i suoi studi di Zen, Mu-nan lo chiamò nella propria stanza. «Sto diventando vecchio,» disse «e a quanto ne so io, Shoju, tu sei l’unico che continuerai questo insegnamento. Qui c’è un libro. È stato tramandato da maestro a maestro per sette generazioni. Anch’io vi ho fatto molte aggiunte secondo il mio criterio. Il libro è molto prezioso e io te lo do come simbolo della tua successione».
«Se questo libro è una cosa tanto importante, faresti meglio a tenertelo» rispose Shoju. «Io ho ricevuto il tuo Zen senza scritti, e mi sta bene così com’è».
«Lo so» disse Mu-nan. «Tuttavia, sono sette generazioni che quest’opera passa da un maestro all’altro, così puoi conservarlo come segno che hai ricevuto l’insegnamento. Tieni».
I due stavano parlando davanti a un braciere. Non appena Shoju ebbe il libro tra le mani lo gettò sui carboni accesi. Non aveva nessun desiderio di possedere qualcosa.
Mu-nan, che sino a quel momento non era mai andato in collera, strillò: «Ma che cosa fai!». Shoju gridò di rimando: «Ma che cosa dici!».
Tratto da 101 Storie Zen
What Are You Doing! What Are You Saying!
In modern times a great deal of nonsense is talked about masters and disciples, and about the inheritance of a master’s teaching by favorite pupils, entitling them to pass the truth on to their adherents. Of course Zen should be imparted in this way, from heart to heart, and in the past it was really accomplished. Silence and humility reigned rather than profession and assertion. The one who received such a teaching kept the matter hidden even after twenty years. Not until another discovered through his own need that a real master was at hand was it learned that the teching had been imparted, and even then the occasion arose quite naturally and the teaching made its way in its own right. Under no circumstance did the teacher even claim “I am the successor of So-and-so.” Such a claim would prove quite the contrary.
The Zen master Mu-nan had only one successor. His name was Shoju. After Shoju had completed his study of Zen, Mu-nan called him into his room. “I am getting old,” he said, “and as far as I know, Shoju, you are the only one who will carry on this teaching. Here is a book. It has been passed down from master to master for seven generations. I have also added many points according to my understanding. The book is very valuable, and I am giving it to you to represent your successorhip.”
“If the book is such an important thing, you had better keep it,” Shoju replied. “I received your Zen without writing and am satisfied with it as it is.”
“I know that,” said Mu-nan. “Even so, this work has been carried from master to master for seven generations, so you may keep it as a symbol of having received the teaching. Here.”
They happened to be talking before a brazier. The instant Shoju felt the book in his hands he thrust it into the flaming coals. He had no lust for possessions.
Mu-nan, who never had been angry before, yelled: “What are you doing!”
Shoju shouted back: “What are you saying!”
Taken fron 101 Zen Stories

La freccia avvelenata – The poisoned arrow – Zen story


La freccia avvelenata (storia zen)

“Se un uomo viene colpito da una freccia avvelenata e non vuole che gli sia tolta prima di sapere chi l’abbia lanciata, a quale casta appartenga, quale sia il suo nome, quale sia la sua famiglia, quale sia la sua statura, quale sia la sua carnagione, da quale paese provenga, il tipo di arco che usa, il tipo di corda, il tipo di freccia, il tipo di penne, il tipo di punta, ecc., costui morirà prima di conoscere tutte queste cose.”

Buddha

Commento: Nella ricerca della verità – argomenta il Buddha – incontriamo numerose domande inutili: se l’universo sia o non sia eterno, se sia o non sia limitato, se esista o non esista un’anima, se esista o non esista un Dio, e così via. Ma “se un uomo vuole rimandare la ricerca e la pratica dell’Illuminazione fino a risolvere questi problemi, morirà senza aver trovato la Via.” Che cos’è questa freccia avvelenata se non la mente che perde tempo con il pretesto di dover prima risolvere innumerevoli questioni

 

The poisoned arrow (Zen story)

“If a man is hit by a poisoned arrow and does not want to be removedbefore you know who has launched, what caste belongs to, what ishis name, what his family, as is his stature as her complexion is, what country it comes from, the type of bow used, the type of string, thearrow type, the type of pens, the kind of tip, etc.., he will die before knowing all these things. “

Buddha

Comment: In the search for truth – the Buddha argues – we find manyuseless questions: whether the universe is eternal or not, whether or not it is limited, if a soul exists or not, whether or not there is a God,and so on. But “if a man wants to postpone the research and the practice of enlightenment to solve these problems, he will die without having found the Way.” What is this poisoned arrow, if not mindlosing time with the pretext of having to answer countless questions

Grandi Onde – Great Waves – tratto da 101 storie Zen


8. Grandi Onde

All’inizio dell’era Meiji viveva un famoso lottatore che si chiamava O-nami, Grandi Onde. O-nami era fortissimo e conosceva l’arte della lotta. Quando gareggiava in privato, vinceva persino il suo maestro, ma in pubblico era così timido che riuscivano a batterlo anche i suoi allievi.

O-nami capì che doveva farsi aiutare da un maestro di Zen. In un piccolo tempio poco lontano soggiornava temporaneamente Hakuju, un insegnante girovago. O-nami andò a trovarlo e gli spiegò il suo guaio.

«Tu ti chiami Grandi Onde,» gli disse l’insegnante «perciò stanotte rimani in questo tempio. Immaginati di essere quei marosi. Non sei più un lottatore che ha paura. Tu sei quelle ondate enormi che spazzano via tutto davanti a loro, distruggendo qualunque cosa incontrino. Fa’ così, e sarai il più grande lottatore del paese».

L’insegnante lo lasciò solo. O-nami rimase in meditazione, cercando di immaginare se stesso come onde. Pensava alle cose più disparate. Poi, gradualmente, si soffermava sempre più spesso sulla sensazione delle onde. Man mano che la notte avanzava le onde si facevano più grosse. Spazzarono via i fiori coi loro vasi. Sommersero perfino il Buddha nella sua cappella. Prima dell’alba il tempio non era più che il continuo fluire e rifluire di un mare immenso.

Al mattino l’insegnante trovò O-nami assorto in meditazione, con un lieve sorriso sul volto. Gli batté sulla spalla. «Ora niente potrà più turbarti» gli disse. «Tu sei quelle onde. Travolgerai tutto ciò che ti trovi davanti».

Quel giorno stesso O-nami partecipò alle gare di lotta e vinse. E da allora, nessuno in Giappone riuscì più a batterlo.

tratto da 101 storie Zen

 

Great Waves

In the early days of the Meiji era there lived a well-known wrestler called O-nami, Great Waves.

O-nami was immensly strong and knew the art of wresting. In his private bouts he defeated even his teacher, but in public was so bashful that his own pupils threw him.

O-nami felt he should go to a Zen master for help. Hakuju, a wandering teacher, was stopping in a little temple nearby, so O-nami went to see him and told him of his great trouble.

“Great Waves is your name,” the teacher advised, “so stay in this temple tonight. Imagine that you are those billows. You are no longer a wrestler who is afraid. You are those huge waves sweeping everything before them, swallowing all in their path. Do this and you will be the greatest wrestler in the land.”

The teacher retired. O-nami sat in meditation trying to imagine himself as waves. He thought of many different things. Then gradualy he turned more and more to the feeling of waves. As the night advanced the waves became larger and larger. They swept away the flowers in their vases. Even the Buddha in the shrine was inundated. Before dawn the temple was nothing but the ebb and flow of an immense sea.

In the morning the teacher found O-nami meditating, a faint smile on his face. He patted the wrestler’s shoulder. “Now nothing can disturb you,” he said. “You are those waves. You will sweep everything before you.”

The same day O-nami entered the wrestling contests and won. After that, no one in Japan was able to defeat him.

Take from 101 Zen Stories

Storia Zen: I tre ostacoli – Zen Story: The Three Obstacles


Storia Zen: i tre ostacoli

Un giorno un Maestro accolse tre candidati che volevano diventare suoi discepoli. Al primo incontro il Maestro iniziò a comportarsi in modo eccentrico a tavola, facendo discorsi assurdi e avendo atteggiamenti strani. Disse anche talune parolacce e mangiò il suo cibo con le mani, asciugandosi la bocca al polsino della camicia. Uno di questi tre discepoli se ne andò, scandalizzato di questo atteggiamento. Il secondo fu avvisato dai discepoli anziani (istruiti così dal Maestro) che questi era un truffatore, che si stavano organizzando per fargliela pagare e che lui doveva stare ben attento a fidarsi di un uomo così. Anche il secondo uscì dal gruppo. Al terzo il Maestro proibì categoricamente di prendere la parola ogni volta che la chiedeva e di porre qualsiasi tipo di domande. Anche il terzo se ne andò, sdegnato ed offeso. Quando il Maestro fu solo con i suoi allievi disse: “Il comportamento di coloro che se ne sono andati illustra tre validi concetti. Il primo “non giudicare a prima vista”. Il secondo “non giudicare cose di grande importanza da ciò che dicono gli altri”. Il terzo “non fare della tua percezione di stima ed apprezzamento altrui il metro per il tuo giudizio su di loro.”
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
La verità è qui-e-ora.
Solo la verità è.
Non esiste altro.

Perciò, quando sollevi una domanda sulla verità te ne sei già allontanato: sei già altrove, non sei più qui-e-ora. La verità non può essere insegnata perché le parole non possono trasmetterla, sono impotenti. La verità è sconfinata e le parole sono molto limitate: non puoi costringere la verità dentro le parole. impossibile.
L’insegnante è colui che insegna, il Maestro è colui che è. L’insegnante e colui che ti parla della “verità”, il Maestro è egli stesso la verità: tu la puoi apprendere, ma egli non può insegnartela.

Il Maestro può essere presente, aperto, disponibile, ma sei tu a berlo e a mangiarlo: devi imbeverti di lui; ti devi lasciar impregnare da lui.

Maestro è colui che è diventato la verità ed è disponibile per tutti coloro che sono pronti ad assorbirlo. Per questo Gesù disse ai suoi discepoli: “Mangiatemi” La verità può essere mangiata, ma non può essere insegnata. Puoi lasciare che arrivi a te, non può esserti inculcata con la forza, la verità è assolutamente non violenta, non bussa neppure alla tua porta, anzi, un semplice bussare sarebbe troppo aggressivo. Se sei disponibile, accogliente, se sei recettivo, la verità è totalmente presente. Se sei chiuso, se non sei ricettivo, potrai cercarla per milioni di vite e continuerai a lasciartela sfuggire ma la verità è sempre presente, è sempre stata presente. Non devi fare neppure un passo, non devi neanche aprire gli occhi. Non devi fare neanche un piccolo movimento per raggiungerla: la verità e sempre stata presente. Devi soltanto essere recettivo. La verità non può essere insegnata ma può essere appresa, pertanto tutta l’arte consiste nel come diventare un discepolo.

L’umanità si divide in tre parti.

1) Una, la maggioranza, in pratica il novantasei per cento del genere umano, non si interessa mai della verità. Costoro rimangono immemori, sono completamente addormentati. Non indagano, vivono come sonnambuli, L’interrogativo: ‘Cos’è la verità” non sorge mai in loro. Per la maggior parte dell’umanità è così. Costoro vivono nell’ignoranza, sono completamente inconsapevoli di essere ignoranti, e non soltanto sono inconsapevoli di essere ignoranti, possono addirittura pensare e sognare di sapere. Fa parte del loro sonno: pensano di sapere, quindi che bisogno hanno di imparare? Distruggere il bisogno d’imparare: questa è la cosa migliore da fare per continuare a sentire di sapere già tutto. Così il problema di apprendere non esiste e quella gente non sente alcun bisogno di diventare un discepolo: è soddisfatta nella sua tomba. Sono persone già morte! Questa è la condizione della maggior parte dell’umanità.

2) La seconda parte dell’umanità indaga, ma non è pronta perciò continua a girovagare fra teorie, ipotesi, proiezioni, filosofie e trappole metafisiche. Queste persone continuano a cambiare diventando dei girovaghi saltando come canguri da una credenza all’altra. Costoro ricercano, ma non comprendono che questa ricerca necessita di una trasformazione interiore. In questa dimensione l’apprendimento non e come negli altri casi: è possibile imparare la chimica, la fisica, la matematica senza alcun cambiamento nella propria consapevolezza, non hai alcun bisogno di cambiare la tua consapevolezza, così come sei tu puoi imparare. Viceversa, nella dimensione spirituale, è un apprendimento nel quale il requisito base è questo: prima di tutto cambia la tua consapevolezza. Prima ancora che l’apprendimento inizi, devi essere preparato a questo mutamento: e necessaria una lunga preparazione, senza la quale non puoi iniziare alcun apprendimento.
Questa seconda parte dell’umanità diventa una massa vagabonda di indagatori che non guadagnano mai molto. Niente le soddisfa, ma non sono consapevoli che il loro problema non è il Maestro: non sono pronti a essere dei discepoli, e se non sei pronto a essere un discepolo, come puoi trovare il Maestro? La tradizione è questa: quando il discepolo è pronto, il Maestro appare. Non devi neppure cercarlo, il Maestro arriva a te.

3) Poi viene una terza parte costituita da esseri umani molto rari, da eccezioni. Questa terza parte comprende coloro che cercano, che indagano, ma la loro indagine non è intellettuale, è totale.
La loro indagine non assomiglia allo studio di qualsiasi altra materia: indagano in modo così totale, da esser pronti a morire per la loro ricerca. Sono pronti a cambiare tutto il loro essere, sono pronti a soddisfare qualsiasi condizione: anche se morte fosse una condizione inderogabile, sono pronti a morire. A ogni costo vogliono conoscere cos’è la verità, vogliono essere nel mondo della verità e non vogliono vivere nel mondo delle menzogne e delle illusioni e dei sogni e delle proiezioni.
Chi appartiene a questo terzo tipo può diventare un discepolo. E soltanto chi appartiene a questo terzo tipo, quando si sarà realizzato, potrà diventare un Maestro. Ecco perché dico che la verità non può essere insegnata, ma può essere appresa: tutto dipende da te.
Un Maestro esiste. Si deve essere in sua presenza completamente svuotati da se stessi: questo è il significato della morte. Un discepolo arriva e muore davanti al Maestro: ecco cosa significa arrendersi. Egli arriva e lascia se stesso fuori ti dalla porta: dove lascia le proprie scarpe, lascia anche se stesso. Arriva dal Maestro completamente vuoto. Proprio in questo vuoto, la verità è possibile. Proprio in questo vuoto il Maestro comincia a fluire: diventa come una possente cascata d’acqua che precipita nella valle del discepolo. Dalle vette del proprio essere, il Maestro raggiunge le abissali profondità dell’essere del discepolo; e ricorda: il Maestro non fa niente. Accade semplicemente. Quando la valle è pronta, la cascata d’acqua precipita spontaneamente: l’essere del Maestro inizia a fluire nell’essere del discepolo. Non che il Maestro faccia qualcosa. Non che il discepolo faccia qualcosa. Nessuno dei due fa alcunché: il Maestro è alla presenza del discepolo e il discepolo è alla presenza del Maestro e il fenomeno accade spontaneamente. La fiamma del Maestro fa un balzo ne1 cuore del discepolo; ma il cuore del discepolo deve rimanere aperto e il discepolo deve rimanere vuoto: una semplice accoglienza.
Ecco perché continuo a ripetere che l’arte di essere un discepolo è l’arte di essere una consapevolezza femminile ricettiva, accogliente, che non crea barriere, che non chiude le porte, che non cerca di mettersi in salvo e di essere al sicuro. Una consapevolezza che ha fiducia.
Fiducia è la parola esatta; e nella fiducia la verità accade. Avere fiducia significa essere pronti a imparare. Certo, fiducia è la parola esatta: avere fiducia significa essere un discepolo.
Se stai ancora pensando, allora cerchi ancora di controllarti; non ti sei arreso. Se stai ancora dicendo: “Questo è giusto e quello è sbagliato”, allora la tua mente presente e tu appartieni alla seconda parte dell’umanità, non alla terza.

Adesso mi permetto ancora di dividere l’umanità in queste tre parti, ma partendo da una diversa prospettiva.

1) La prima parte dell’umanità ha come propria anima il dubbio, e il dubbio e tanto forte da diventare quasi una fiducia nel dubbio, un credo nel non credere. Il dubbio è così forte perché la prima parte dell’umanità — la parte predominante, la maggioranza – non dubita mai dei propri dubbi, ha fiducia nel dubbio. Chi è assolutamente compenetrato nel dubbio, totalmente certo dei propri dubbi rimane completamente chiuso non apre neppure uno spiraglio. In questo caso essere un discepolo è qualcosa di estremamente remoto, persino diventare uno studente risulta difficile. Addirittura ti è impossibile accettare l’idea che qualcuno sappia più di te.

2) La seconda parte dell’umanità è formata da coloro che indagano: i loro dubbi sono scossi, ma in loro la fiducia non si è ancora radicata. Non fanno più parte della maggioranza dell’umanità, si sono allontanati un pochino dalla maggioranza – ma anche questo poco è troppo per fare marcia indietro — però sono ancora nel limbo, sono sospesi proprio nel mezzo. Non hanno fiducia.
La prima parte dell’umanità ha troppa fiducia nel dubbio la seconda parte è arrivata a dubitare dei propri dubbi ma in costoro la fiducia non è ancora nata.
3) La terza parte dell’umanità ha fiducia nella fiducia: la loro fiducia è assoluta e le persone appartenenti alla seconda parte li definiranno ciechi. La fiducia nella fiducia apparirà loro come una cecità. Mentre invece la prima parte dell’umanità li definiranno folli. La fiducia le sembrerà soltanto una follia: come può una persona raziocinante credere cosi totalmente? È impossibile.
Ma per la terza parte dell’umanità, per coloro cui la fiducia è accaduta, la cecità sarà l’unica capacità di vedere. E per loro, la follia sarà 1 unica cosa sensata.
Queste tre diverse parti di umanità hanno linguaggi differenti non comunicano mai fra loro. E’ un eventualità pressoché impossibile, proprio come quando tu parli a qualcuno che non conosce la tua lingua e tu non conosci la sua — al massimo mediante i gesti diventa possibile un minimo di comunicazione, mi non di più.
Soltanto la terza parte dell’umanità può imparare: per il resto, il loro atteggiamento di chiusura e nell’essere “troppo pieni” di sé, non possono apprendere oltre a ciò che già credono di sapere…
i Maestri Zen sono molto selettivi. È molto difficile essere accettato da un Maestro, è davvero molto difficile; egli erige intorno a sé ogni sorta di ostacoli. La fiducia nella fiducia è la chiave per entrare nel Vero.
Gesù: «Non permettere che la tua mano sinistra conosca ciò che fa la tua mano destra”… vivi completamente nell’oscurità, abbraccia il mistero e abbi fiducia: in questo atteggiamento recuperi la possibilità di gioire nella Luce…
Nelle altre discipline, tu rimarrai sempre lo stesso e continui solo ad accumulare informazioni: se vuoi imparare la geografia, vai da un insegnante e apprendi. Tu rimani sempre lo stesso, in te continuano ad aumentare solo le informazioni; diventi sempre più colto, ma il tuo essere, la tua qualità di essere, il tuo stato dell’essere rimangono gli stessi. Quando vieni da un Maestro spirituale, allora tutto cambia: in te non c’e alcun accumulo d’informazioni, né un aumento del tuo sapere, in te accade una crescita dell’essere. Tu non saprai di più, ma sarai di più. La tua memoria non sarà accresciuta dall’esercizio, niente affatto; viceversa il tuo stesso essere, il tuo vero essere, diventerà più e nutrito e silenzioso, estatico.
“Quando metti una lampada accesa accanto a un’altra spenta, all’improvviso la fiamma balza dalla lampada accesa a quella spenta. La lampada accesa rimane la stessa perché non ha perso nulla, neppure un briciolo di luminosità, ma una nuova luce ha cominciato a esistete. E stato un salto, un balzo della verità dal Maestro al discepolo”.
Se vuoi essere un discepolo, se vuoi permetterti una reale trasformazione, qualsiasi cosa tu sappia devi lasciarla perdere: è necessaria una lavagna pulita. Tu sei stato riempito a dismisura e porti fin troppo sapere nella tu mente. Un uomo si presentò da Maharishi, dicendogli: “Vengo da molto lontano, un paese sperduto, e sono venuto qui per imparare da te». Maharishi gli rispose: “Allora va’ altrove perché qui noi insegniamo a disimparare, non è nostro metodo va’ altrove»…
La ricerca dipende dal ricercatore. I Maestri possono solo mostrate il cammino. La ricerca dipende dal ricercatore: dalle qualità del suo essere, dalla qualità della sua investigazione, dalle qualità che il ricercatore immette nella propria ricerca.
I Maestri possono soltanto mostrare il cammino: possono solo indicarlo, tutto il resto devi farlo tu, deve farlo il discepolo. Non ti sarà imposta alcuna disciplina, nessun Maestro impone mai una disciplina a qualcuno. Egli ti aiuta a trovare la tua disciplina questa è la differenza tra un insegnante e un vero Maestro.
Un insegnante è qualcuno che ha già in mente una formula prefabbricata, ha un modello. Egli impone quel modello a tutti indistintamente, non importa chi arriva davanti a lui; per un insegnante non è molto importante valutare la persona che gli sta di fronte, è solo un numero, non è una persona, e soltanto qualcuno sul quale può proiettare e al quale imporre la propria disciplina, qualcosa di prefabbricato.
Nella mente dell’insegnante esiste già quel progetto. Un insegnante uccide molta gente, distrugge molte persone, perché nell’essere interiore di ciascun essere umano esiste già una traccia individuale della propria crescita; nessun essere umano ha bisogno di un’altra disciplina proveniente dall’esterno. Un vero Maestro non ti impone niente, ti aiuta semplicemente a trovare la tua disciplina interiore, ti aiuta a cercare la tua via, ti aiuta a crescere, non seguendo i suoi schemi, ma assecondando il tuo essere interiore, perché tu sei il seme e il tuo albero nascerà da te.
Al massimo, il Maestro può essere un giardiniere amorevole, compassionevole, una compassione che si riversa di continuo su di te. Si prende cura di te e non ti impone nulla.
Adesso sei qui con me: io non ti costringo a seguire alcuna disciplina, ma ciò non significa che le sia contrario. Niente affatto, io sono del tutto favorevole alla disciplina; ma dovrebbe scaturire dall’interno del tuo essere, la tua disciplina sarà tua, e di nessun altro, il tuo fiore sarà il tuo fiore, non apparterrà a nessun altro. Il tuo fiore sarà unico – qui sta la bellezza della verità ogni volta che viene conquistata, è sempre unica, perché ciascuno la conquista a modo suo. Ciascuno di voi fiorirà in essa come individuo. Diventerete degli individui sempre più autentici. Questo è il significato della “resurrezione”: in te morirà ciò che nel tuo essere è falso; ma ciascun essere umano porta dentro di se il Reale: da sempre ne sei ricolmo, e il Reale che c’e in te dev’essere aiutato.
Un vero Maestro è proprio ciò che Socrate era solito dire di se stesso: “Io sono una levatrice”. Un vero Maestro è una levatrice: non ti dà nulla, aiuta semplicemente il tuo essere interiore a venire alla luce, a nascere.
Oggigiorno, in Occidente, si continua a lavorare molto intorno al concetto di crescita, ma non mi sono ancora imbattuto in qualcuno che opera all’interno del Movimento per la Crescita del potenziale umano che sia consapevole di questa evidenza: la crescita in se non è la meta, non può esserlo. Si può crescere nel modo sano e creativo. Si può crescere nel modo insano e distruttivo.
Ricordalo: la meta non è la crescita in sé, la meta è la crescita sana. E una volta cresciuto in modo inadeguato, bloccarti diventa sempre più difficile, a ogni passo, a ogni livello di crescita più sei andato lontano, più difficile sarà farti tornare indietro, perché la crescita insana e distruttiva diventa un modello rigido. La crescita sana e creativa è una cosa totalmente diversa. Fin dall’inizio devi essere consapevole, di conseguenza hai bisogno di un Maestro altrimenti come potresti essere consapevole fin dal primo passo? Tu diventerai consapevole alla fine della Via, come potresti essere consapevole all’inizio? All’inizio puoi solo brancolare nel buio. Quindi, se inizi il cammino spirituale da solo, avrai novantanove possibilità su cento di crescere nel modo inadeguato rispetto a un reale processo evolutivo… infatti chi può dirti che quello per te non è il modo giusto di crescere? E ogni crescita all’inizio sembra buona, perché ti espandi, il tuo essere interiore si ingrandisce! Ogni crescita ti può sembrare buona anche una crescita insana, una crescita inadeguata non richiede molti sforzi: assomiglia alle erbacce che invadono il giardino, non richiedono molte cure, un po’ d’acqua ogni tanto basterà per farle crescere. Ma se cerchi di far crescere delle rose, comprendi che hanno bisogno di cure, hanno bisogno di un giardino e che di erbacce non ne hai bisogno.
In Occidente, il Movimento per la crescita del potenziale umano si sta muovendo in molte direzioni, ma rimane completamente ignaro del fatto che si può anche aiutare la gente a crescere nel modo inadeguato. In questo caso sorgeranno delle difficoltà, perché si crea nelle persone qualcosa che poi sarà sempre più difficile estirpare, col passare del tempo.
E necessario un Maestro in grado di vedere fin dall’inizio il seme “oscuro”, e capace di aiutarti a estirparlo, in modo da poter trovare in te il seme “luminoso” dato che in te, tu porti anche il seme buono. Voi tutti siete confusi rispetto a ciò che è più opportuno e adeguato per voi… Fate confusione tra le erbacee e le rose: dev’essere presente qualcuno in grado di fare distinzione, perché nello stato attuale della vostra consapevolezza non siete in grado di farlo, tutto il vostro essere è saturo di confusione.
Quando un discepolo va dal Maestro, la prima domanda che sorge nel Maestro è questa: “Perche è venuto da me?”. E inizia a scrutare nell’essere del discepolo: “Perche? Per quale motivo? Cosa lo ha portato da me?”. Devo aver osservato tante persone arrivate da me: accade raramente che qualcuno venga per un motivo giusto. E’ rarissimo. L’umanità sembra essere in pessima forma: è rarissimo che qualcuno si presenti con una adeguata motivazione. Forse può pensare di essere venuto per il motivo giusto, questo è irrilevante: ciò che lui pensa non ha un gran valore, perché la motivazione è nascosta più in profondità, nell’inconscio, non è mai visibile in superficie. Nessuno è in grado di percepirla con il pensiero. La prima domanda che sorge nel Maestro è: “Perché? Perché quest’uomo è venuto da me?”. E il Maestro non può ascoltarti, non può credere in te. Qualsiasi cosa tu dica non ha molto valore per lui, perché l’attimo dopo dirai qualcos’altro. Domani cambierai la tua motivazione: tu sei un flusso, il tuo essere interiore non ha alcun centro cristallizzato in grado di rispondere. Il Maestro deve andare più in profondità, nel tuo stato incosciente, toccare le radici del tuo essere, per vedere perché sei venuto da lui: non ti può ascoltare e non può credere in te, perché ancora non sei credibile. Sei così illusorio e ingannevole da non sapere che sei in grado di illudere perfino te stesso. Una volta rilevata la tua motivazione, si può fare qualcosa: a quel punto la si deve
portare alla luce della tua consapevolezza. La tua crescita futura può essere fondata e costruita solo sulla giusta motivazione.
Il Maestro migliore per te è quello che si accorda meglio al tuo temperamento. Il Maestro è quello che ti trasmette un’esperienza, non solo chiacchiere. Se parla troppo è un insegnante e non un Maestro. La tua evoluzione spirituale sarebbe molto più lenta prendendo l’iniziazione da un insegnante spiritualmente evoluto e non da un Maestro. Il Maestro è capace di respirare attraverso il tuo respiro; di darti la coscienza della sua Anima; di farti toccare il cuore calmando la tua mente; di farti volare tra le più elevate vibrazioni della Luce.
“La piuma vola in alto, ma la perla giace in basso”
Non lasciarti incantare dalla piuma… la strada evolutiva implica un grande investimento energetico; una ricerca attiva; un calarsi nelle profondità degli abissi della pratica trasformativa… Affidarsi a un Maestro di realtà è un vero e proprio tuffo nel mistero: è l’attraversare sé stessi in piena presenza.
La Verità è certamente una sola, ma ha una realtà multidimensionale, e ogni Maestro deve scegliere una dimensione specifica. Non può parlare di tutte le dimensioni contemporaneamente. Ogni maestro ha il proprio stile, il proprio modo di parlare, il proprio modo di esprimersi. Più elevata è la consapevolezza e più diventi unico, più diventi un individuo. Lascia che ti spieghi: individualità non significa personalità. La personalità ti viene data dalla società. L’individualità è la tua natura intrinseca. La personalità è fittizia, falsa. L’individualità è il tuo Buddha interiore, la tua illuminazione interiore, la soglia interiore che conduce al divino. Ma è inevitabile che ogni maestro abbia un modo di esprimersi assolutamente unico. Tutti dicono la stessa cosa, tutti indicano la stessa luna, ma le dita sono diverse. Non possono non esserlo. Il dito di Gesù, il dito del Buddha, il dito di Lao Tzu sono necessariamente diversi. Se si presta troppa attenzione al dito, è inevitabile dimenticare l’oggetto. L’oggetto non era il dito, era la luna. Solo le dita, le espressioni, sono differenti. L’esperienza della verità è una, ma per tradurla in parole ogni maestro deve trovare il proprio strumento. Ecco perché perfino gli illuminati sembrano dire cose diverse, contraddittorie addirittura; perché l’esistenza non ha fonti unidimensionali, è multidimensionale. Accoglie tutte le contraddizioni. Nel Cosmo tutte le contraddizioni si sciolgono.
Ebbene, è impossibile ricondurre l’intero cosmo a un’affermazione, qualunque essa sia. Tutte le filosofie falliscono, tutte le lingue sembrano inadeguate. Le teologie riescono a esprimere una verità molto parziale. E ricorda: una verità parziale non è verità. La verità non può essere divisa in parti. E’ una, organicamente, non meccanicamente. Un’automobile può essere smontata e rimontata di nuovo, ma la stessa cosa non può essere fatta con un organismo vivente. Un uomo non può essere ridotto in pezzi e poi riassemblato. Lo puoi fare, ma l’uomo non ci sarà più. Avrai solo un cadavere tra le mani. Questo è uno dei problemi più difficili che gli illuminati si sono trovati ad affrontare: come trasmettere la verità? E hanno escogitato stratagemmi, metodi, meditazioni. Hanno creato aperture attraverso le quali tu possa vedere la verità con i tuoi occhi. Naturalmente ogni maestro avrà le sue. L’esistenza può essere avvicinata in milioni di modi, e quando un maestro realizza la verità, ci arriva da una via particolare. Ovviamente parlerà della via che ha condotto lui alla verità. La verità è una ma le vie sono molte. E finché non lo comprendiamo, nelle menti dei ricercatori ci saranno sempre conflitti e fraintendimenti.
Ogni maestro è unico, simile a un Everest che si erge maestoso, fino a toccare le stelle; completamente solo. Non paragonare mai due maestri. Il confronto non è l’atteggiamento adeguato nel mondo dei maestri. Il confronto è mentale, è intellettuale e la realizzazione del maestro è al di la della mente: è spirituale. Nel mondo dello spirito, nel mondo del sublime, il confronto non esiste. Ognuno è unico, ma arreso, devoto alla stessa verità da prospettive diverse. Occorre una straordinaria capacità di comprensione, e tale comprensione non deve nascere dalla mente, deve nascere dalla meditazione. La mente è in grado di comprendere tutto ciò che è altro da sé. Il mondo oggettivo è accessibile alla mente: scienza, tecnica, filosofia, teologia: sono tutte mentali.
Ma la tua interiorità si trova dietro la mente, al di la di essa. E si rivela nella meditazione, quando inizi a lasciar cadere i pensieri e ti rilassi sempre più profondamente., quando rimane solo il testimone. Il corpo è remoto, tu non sei più il corpo, la mente è solo un eco nelle valli, tu non sei più la mente. Nel centro più intimo del tuo essere non c’è un solo pensiero, una sola nuvola, tutto è silenzio. In quel silenzio, sorge una comprensione autentica. In quel silenzio, sei in contatto con il divino. Quel silenzio è una via, un ponte, un sentiero, un collegamento con la realtà suprema.
Quando ti trovi di fronte a un Maestro, devi decidere al più presto cosa fare… se rimanere o andare… perché non ti trovi in una situazione ordinaria: corri un rischio enorme, tutta la tua vita è a rischio. Rischi di perdere il tuo ego; rischi di perdere le tue maschere; rischi di perdere il senso dei tuoi autoinganni; rischi una reale e profonda trasformazione interiore; rischi di diventare gioioso e libero da ogni tipo di prigione; rischi di diventare te stesso, autentico, semplice, fluido, leggero, rilassato, luminoso…
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
“Ricorda solo una cosa: ogni volta che chiami in causa la mente, introduci la pazzia, Ogni volta che metti in gioco la mente, introduci un fattore che distorce, un fattore frustrante”

http://www.guarigionezen.it/Maestro%20e%20Discepolo.htm

Zen story: the three obstacles

One day a teacher received three candidates who wanted to become his disciples. At the first meeting the Master began to behave eccentrically at the table, making absurd speeches and having strange attitudes. He also said some bad words and ate his food with your hands, wiping his mouth to the shirt cuff. One of these three disciples went away, shocked by this attitude. The second was warned by senior disciples (as instructed by the Master) that he was a swindler, who were planning to make him pay and that he had to be careful to trust a man like that. The second came from the group. On the third Master categorically forbade to speak whenever asked and to ask any questions. The third went away angry and offended. When the Master was alone with his students said: “The behavior of those who have left shows three valid concepts. The first” do not judge at first sight. “The second” do not judge things of great importance to what they say other. “The third” do not do with your perception of others’ respect and appreciation of the meter for your opinion on them. “
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
The truth is here-and-now.
Only the truth is.
There is no other.

Therefore, when raising a question of the truth did you already removed: you are already somewhere else, you are no longer here-and-now. The truth can not be taught because words can not pass it, they are powerless. The truth is boundless, and the words are very limited: you can not force the truth into words. impossible.
The teacher is one who teaches, the teacher is one who is. The teacher and one who speaks to you the “truth”, the Master himself is the truth: you can learn to, but he can not teach.

The Master can be present, open, available, but you are to drink it and eat it: you have to soak him, you have to let him soak.

Teacher is one who has become the truth and is available for those who are ready to absorb it. This is why Jesus told his disciples: “eat me” The truth can be eaten, but it can not be taught. You can let it get to you, it works for you, inculcated by force, the truth is absolutely non-violent, not even knock on your door, or rather, a simple knock would be too aggressive. If you are comfortable, cozy, if you are receptive, the truth is totally present. If you are closed, if you’re not receptive, you can look for millions of lives and continue to let it slip but the truth is always present, has always been present. You do not have to make even one step, you do not even open his eyes. You do not have to do even a small movement to reach it: the truth has always been present. You just have to be receptive. The truth can not be taught but can be learned, so all the art is how to become a disciple.

Humanity is divided into three parts.

1) A, the majority, in practice the ninety-six percent of the human race, is not interested in the truth ever. They remain oblivious, they are completely asleep. Do not investigate, they live like sleepwalkers, the question: ‘What is truth “never rises in them. For most of humanity is so. They live in ignorance, unaware that they are completely ignorant and unaware that they are not only ignorant, they can even think and dream of knowing. It’s part of their sleep, they think they know, so that they need to learn? Destroy the need to learn: this is the best thing to do to continue to feel that you already know everything. So the problem does not exist and to learn that people do not feel any need to become a disciple, is satisfied in his grave. People are already dead! This is the condition of most of humanity.

2) The second part investigates humanity, but is not ready, therefore, continues to roam between theories, assumptions, projections, philosophies and metaphysical traps. These people continue to change to become wanderers of jumping like kangaroos from a belief to another. They seek, but do not understand that this research requires an inner transformation. In this dimension is not learning as in other cases it is possible to learn chemistry, physics, mathematics without any change in your awareness, you have no need to change your consciousness, just as you are you can learn. Conversely, in the spiritual dimension, in which learning is a basic requirement is this: first of all change your consciousness. Even before learning starts, you must be prepared for this change: a long and necessary preparation, without which no learning can begin.
This second part of humanity becomes a wandering mass of investigators who do not earn much ever. Nothing satisfies them, but they are not aware that their problem is not the Master, are not ready to be disciples, and if you’re not ready to be a disciple, as you can find the Master? The tradition is this: when the disciple is ready the Master appears. You do not even look for him, the Master comes to you.

3) Then comes the third part consists of a very rare human beings, with exceptions. This third part includes those who are seeking, investigating, but their investigation is not intellectual, it is total.
Their study does not look like any other subject in the study: investigating so completely as to be ready to die for their research. I am ready to change their whole being, they are ready to meet any condition, even if death were a mandatory condition, ready to die. At all costs they want to know what the truth is, they want to be in the world of truth and do not want to live in the world of lies and illusions and dreams and projections.
Who belongs to this third type may become a disciple. And only those who belong to this third type, when it will be realized, it can become a Master. That’s why I say that the truth can not be taught, but can be learned: everything depends on you.
A teacher there. It must be completely emptied in his presence for themselves: this is the meaning of death. A disciple dies before the Master comes and here is what it means to surrender. He comes to you and let himself out the door, where he leaves his shoes to leave himself. Teacher comes from completely empty. Precisely in this void, the truth is possible. Precisely in this vacuum the Master begins to flow: it becomes like a mighty waterfall that plunges into the valley of the disciple. From the peaks of their being, the Master reaches the abyssal depths of the disciple, and remember, the Master does nothing. It is simply. When the valley is ready, the waterfall rushes spontaneously: the being of being Master of the disciple begins to flow. Not that the Master do something. Not that the disciple to do something. Neither does anything: the Master is the presence of the disciple and the disciple is the presence of the Master and the phenomenon occurs spontaneously. The flame of the Master jumps NE1 heart of the disciple, but the heart of the disciple and the disciple must remain open should be left blank: a simple reception.
That’s why I keep repeating that the art of being a disciple is the art of being a consciousness receptive female, friendly, does not create barriers that will not close the door, that does not try to escape and be safe. This awareness has confidence.
Trust is the right word, and trust in the truth happens. To trust means to be ready to learn. Of course, trust is the right word: trust is to be a disciple.
If you’re still thinking about it, then try again to control you, you have not given up. If you are still saying: “This is right and what is wrong”, then your mind and you belong to this second part of humanity, not the third.

Now allow me to divide mankind into three parts, but from a different perspective.

1) The first part of humanity has as its core the doubt, and doubt, and so strong as to become almost a faith in doubt, a belief in not believing. The doubt is so strong because the first part of humanity – the predominant part, the majority – never doubts their doubts, trust in doubt. Who is totally penetrated in doubt, doubt remains totally certain of its fully closed will not open even a crack. In this case, being a disciple is something extremely remote, even become a student is difficult. I can not even accept the idea that someone knows more than you do.

2) The second part of mankind is formed by those who investigate: their doubts are shaken, but their confidence has not yet been established. Are no longer part of the majority of humanity, have strayed a little from the majority – but even this is too little to reverse – but they are still in limbo, are suspended in the middle. They have no confidence.
The first part of humanity has too much faith in doubt the second part has come to doubt their own doubts, but in them the confidence is not born yet.
3) The third part of humanity has confidence in confidence, their trust is absolute and persons belonging to the second part will define them blind. The trust will trust them as blindness. While the first part of humanity instead define them crazy. The trust will seem only madness: how can a rational person to believe so completely? It is impossible.
But for the third part of humanity for those whose confidence has occurred, the blindness will be the only ability to see. And for them, the madness will be 1 only sensible thing.
These three different parts of humanity have different languages ​​do not ever communicate with each other. And ‘an almost impossible eventuality, just like when you talk to someone who knows your language and you do not know her – the most by the gestures of communication becomes possible to a minimum, I no more.
Only the third part of humanity can learn, for the rest, their feeling of isolation and being “too full” of himself, can not learn beyond what they already believe they know …
Zen Masters are very selective. It is very difficult to be accepted by a Master, it is very difficult, and he erected around himself all sorts of obstacles. Confidence in the trust is the key to enter the True.
Jesus: “Do not let your left hand know what thy right hand is” … live completely in the dark, embrace the mystery and trust: this attitude has regained its ability to rejoice in the Light …
In other disciplines, you will remain the same, and only continues to accumulate information: if you want to learn geography, Vai and learn from a teacher. You stay the same, continue to grow in you just the information, becomes more and more educated, but your being, the quality of your being, your state of being, remain the same. When you come from a spiritual teacher, then everything changes, in you there is no accumulation of information, or increase your knowledge, growth happens in you being. You will not know more, but you will be more. Your memory will not be increased by exercise, not at all; back your own being, your true self, and become more nourished and quiet, ecstatic.
“When you put a lamp next to another off, suddenly jumps from the flame that lit the lamp off. The lamp remains the same because he has not lost anything, even a bit of brightness, but a new light began to exist. It was a leap, a leap of truth from Master to disciple. “
If you want to be a disciple, if you want to afford a real transformation, you must leave everything you know to lose: you need a clean slate. You were filled to excess and ports too to know you in mind. A man introduced by Maharishi, saying: “I come from far away, a remote village, and I came here to learn from you.” Maharishi replied, “Then it ‘elsewhere because we teach here to unlearn, our method is not to be’ elsewhere ‘…
The search depends on the researcher. The Masters can only show the way. The search depends on the researcher: the quality of his being, the quality of its investigation, the qualities that the researcher enter in your search.
The Masters can only lead the way: they can only point it out, everything else you should do it, the disciple must do. You will not be imposed no discipline, no master ever imposes a discipline someone. He helps you find your discipline that is the difference between a teacher and a true Master.
A teacher is someone who has already had in mind a formula above ground, has a model. He requires that model to all and sundry, no matter who comes before him for a teacher is not very important to evaluate the person in front of him, is just a number, not a person, and only someone who can project and the which impose their own discipline, something prefabricated.
Already exists in the mind of the teacher that project. A teacher kills many people, destroys many people because in the inner being of every human being there is already an individual track their own growth, no human being in need of another discipline from the outside. A true Master does not force you anything, just to help you find your inner discipline, helps you find your way, helps you grow, not followed its design, but indulging your inner being, because you are the seed and your tree will come from you.
At most, the Master Gardener can be a loving, compassionate, a compassion that is poured continuously over you. Take care of yourself and do not impose anything.
You are here with me: I will not force you to follow any rules, but that does not mean that it is not. Not at all, I am completely in favor of the discipline, but should emerge from within your being, your discipline will be yours, and no one else, your flower will be your flower, does not belong to anyone else. Your flower will be unique – here’s the beauty of truth each time it is earned, it is always unique, because each winning in its own way. Each of you will flourish in it as an individual. Individuals become more and more authentic. This is the meaning of “resurrection” in you will die in your being that which is false, but each human being carries within itself the Real: they always are filled, and the real one in you must be helped .
A true Master is precisely what Socrates used to say of himself: “I am a midwife.” A true Master is a midwife: does not give you anything, just helps your inner being to come to light, to be born.
Today, in the West, it continues to work hard around the concept of growth, but I have not come across someone who operates within the Movement for the growth of human potential that is aware of this evidence: the growth itself is not the goal can not be. It can grow in a healthy and creative. It can grow as unhealthy and destructive.
Remember: the goal is not growth itself, the goal is healthy growth. And when he grew poorly, it becomes increasingly difficult to block you at every step, at every level of growth you went away, the harder it will make you go back, because the insane and destructive growth becomes a rigid model. The healthy growth and creative is a totally different thing. From the beginning you should be aware, therefore you need a teacher as otherwise you may be aware from the first step? You will become aware at the end of the path, as you may be aware at the beginning? At the beginning you can only grope in the dark. So, if you start your own spiritual journey, you will have one hundred ninety-nine chance to grow in poorly compared to a real evolutionary process … for who can tell you what for you is not the right way to grow? It looks good all growth at the beginning, because you expand, you enlarge your inner being! All growth you can look good even unhealthy growth, inadequate growth does not require much effort: like the weeds that invade the garden, do not require much care, a bit ‘of water every so often just to grow them. But if you try to grow roses, you understand that they need care, they need a garden of weeds and do not need it.
In the West, the Movement for the growth of human potential is moving in many directions, but remains completely oblivious to the fact that you can also help people to grow in improperly. In this case difficulties arise, because it creates in people, then something will be increasingly difficult to eradicate, as time passes.
It must be able to see a master beginning the seed “dark”, and able to help eradicate it, so you can find in you the seed “bright” as in you, you also bring the good seed. You are all confused as to what is most appropriate and suitable for you … Take the confusion between grass and roses: This must be someone who can make the distinction, because in the current state of your awareness you are unable to do so, your whole being is full of confusion.
When a student goes by the Master, the first question that arises in the Master, is this: “Why you come to me?”. It starts to scan the being of the disciple: “Why? Why? What brought it to me? “. I must have seen many people come to me rarely happens that someone is right for a reason. It ‘very rare. Humanity seems to be in bad shape: it is rare that someone will come up with an adequate justification. Perhaps you could think of coming for the right reason, this is irrelevant: what he thinks has a great value, because motivation is hidden deeper, unconscious, is never visible on the surface. Nobody can perceive it with the thought. The first question that arises in the Master is, “Why? Why this man is come to me? “. And the Master can not hear, can not believe in you. Whatever you say is not worth much to him, because the next moment say anything else. Tomorrow you will change your motivation: you are a stream, your inner being has no center crystallized in a position to respond. The Master must go deeper in your unconscious state, touching the roots of your being, why did you come to see him: you can hear and can not believe in you because you are not yet credible. You are so deceptive and misleading not to know that you are able to deceive even yourself. Once you found your motivation, you can do something, then it must be
bring the light of your awareness. Your future growth can be founded and built only on the right motivation.
The Master’s best for you is what best fits your temperament. The Master is the one that sends you an experience, not just talk. If he talks too much is a teacher and not a master. Your spiritual evolution is much slower taking initiation from a teacher and not spiritually evolved from a Master. The Master is able to breathe through your breath, to give you an awareness of his soul, to make you touch the heart by calming your mind, you can fly to one of the highest vibration of Light.
“The feather flies high, but the pearl lying down”
Do not let yourself be charmed by … down the road of evolution implies a large energy investment, an active search, a descend into the depths of the abyss of transformative practice … Relying on a Master of reality is a real dive into the mystery: it is through self- in full presence.
Truth is certainly one, but it has a multidimensional reality, and every teacher has to choose a specific size. He can not mention all the dimensions simultaneously. Every teacher has their own style, their way of speaking, his way of speaking. The higher the awareness and become more unique, more becomes an individual. Let me explain: it does not mean individual personality. The personality is given to you by the company. Individuality is your intrinsic nature. The personality is fictitious, false. Individuality is your Buddha within, your inner light, inner threshold that leads to the divine. But it is inevitable that every teacher has a unique mode of expression. Everyone says the same thing, all indicate the same moon, but the fingers are different. They must be so. The finger of Jesus, the Buddha’s finger, the finger of Lao Tzu are necessarily different. If you pay too much attention to the finger, it is inevitable to forget the object. The object was not the finger, was the moon. Only the fingers, the expressions are different. The experience of truth is one, but to put it into words, each teacher must find his own instrument. That’s why even the enlightened seem to say different things, even contradictory, because there is not one-dimensional sources, is multidimensional. Welcomes all the contradictions. Cosmos in all its contradictions dissolve.
Well, it is impossible to reduce a claim to the entire cosmos, whatever that is. All philosophies fail, all languages ​​seem inadequate. The theologies fail to express a very partial truth. And remember: a partial truth is not truth. The truth can not be divided into parts. And ‘one, organically, not mechanically. A car can be disassembled and reassembled again, but the same can not be done with a living organism. A man can not be torn to pieces and then reassembled. You can do this, but the man there will be no more. You will have only a corpse in his hands. This is one of the most difficult problems that have illuminated faced: how to convey the truth? And they have devised tricks, methods, meditations. They have created openings through which you can see the truth for yourself. Of course, every teacher will have her. The existence can be approached in a million ways, and when a teacher realizes the truth, it comes from a particular street. Of course, talk about the path that led him to the truth. The truth is one, but the paths are many. And until we understand it, in the minds of researchers there will always be conflicts and misunderstandings.
Every teacher is unique, like an Everest which rises majestically, until you touch the stars, completely alone. Do not ever compare the two masters. The comparison is not the proper attitude of the teachers in the world. The comparison is mental, intellectual, and is the realization of the master is beyond the mind is spiritual. In the spirit world, the world of the sublime, the comparison does not exist. Everyone is unique, but gave up, devoted to the same truth from different perspectives. It should be an extraordinary ability to understand, and that realization should not be born from the mind, must come from meditation. The mind is able to understand everything that is other than itself. The objective world is accessible to the mind: science, technology, philosophy, theology, are all mentally.
But your inner life is behind the mind, beyond it. It is revealed in meditation, when thoughts begin to drop and relax more deeply. When only the witness remains. The body is remote, you are no longer the body, the mind is only an echo in the valleys, you are no longer the mind. In the innermost center of your being there is not a single thought, a single cloud, all is silence. In that silence, there is a genuine understanding. In that silence, you are in touch with the divine. That silence is a way, a bridge, a path, a link with the supreme reality.
When you are faced with a Master, you have to decide soon what to do … whether to stay or go … because you are not in an ordinary situation: run a huge risk, your life is at risk. Risk of losing your ego, you risk losing your masks, you risk losing your sense of self-deception; risk a real and profound inner transformation; risk of becoming happy and free from any kind of prison; risk of becoming yourself, authentic , simple, smooth, light, relaxed, bright …
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
“Just remember one thing: every time you call into question the mind, introduce the madness, Every time you put your mind into play, introduce a factor that distorts, a factor frustrating”

http://www.guarigionezen.it/Maestro% 20e% 20Discepolo.htm

50. La chiara realizzazione di Ryonen – Ryonen’s Clear Realization – Storia Zen


50. La chiara realizzazione di Ryonen

La monaca buddhista conosciuta col nome di Ryonen nacque nel 1797. Era una nipote del famoso guerriero giapponese Shingen. Il suo genio poetico e la sua seducente bellezza erano così grandi che a diciassette anni era già tra le dame di corte dell’imperatrice. Nonostante la sua giovanissima età, la fama già le schiudeva le porte.
L’amata imperatrice morì improvvisamente e i sogni e le speranze di Ryonen crollarono. La fanciulla prese dolorosamente coscienza dell’instabilità della vita in questo mondo. Allora le venne il desiderio di studiare lo Zen. Ma i suoi parenti non furono dello stesso avviso, e praticamente la costrinsero al matrimonio. Ryonen, ottenuta la promessa che avrebbe potuto farsi monaca dopo aver messo al mondo tre figli, finì con l’acconsentire. Prima ancora di compiere venticinque anni, aveva già ottemperato a questa condizione. Allora il marito e i parenti non poterono più dissuaderla dal suo proposito. Ella si rase il capo, prese il nome di Ryonen, che vuol dire realizzare chiaramente, e cominciò il suo pellegrinaggio.
Andò nella città di Edo e chiese a Tetsugyu di accettarla come discepola. Il maestro la respinse alla prima occhiata perché era troppo bella. Allora Ryonen andò da un altro maestro, Hakuo. Hakuo la rifiutò per la stessa ragione, dicendo che la sua bellezza non avrebbe procurato che guai.
Ryonen si fece dare un ferro rovente e se lo appoggiò sul viso. In pochi istanti la sua bellezza era sparita per sempre.
Allora Hakuo la accettò come discepola. Commemorando questo avvenimento, Ryonen scrisse una poesia sul retro di un piccolo specchio:

Al servizio della mia imperatrice bruciavo incenso per profumare le mie belle vesti,
Adesso, mendica senza dimora, brucio il mio viso per entrare in un tempio Zen.

Quando stava per lasciare questo mondo, Ryonen scrisse un’altra poesia:

Sessantasei volte questi occhi hanno guardato la mutevole scena dell’autunno.
Ho parlato abbastanza del chiaro di luna,
Non domandare altro.
Ma ascolta la voce dei pini e dei cedri quando non c’è un alito di vento.

Ryonen’s Clear Realization
The Buddhist nun known as Ryonen was born in 1797. She was a graddaughter of the famous Japanese warrior Shingen. Her poetical genius and alluring beauty were such that at seventeen she was serving the empress as one of the ladies of the court. Even at such a youthful age fame awaited her.
The beloved empress died suddenly and Ryonen’s hopeful dreams vanished. She became acutely aware of the impermanency of life in this world. It was then that she desired to study Zen.
Her relatives disagreed, however, and practically forced her into marriage. With a promise that she might become a nun aftr she had borne three children, Ryonen assented. Before she was twenty-five she had accomplished this condition. Then her husband and relatives could no longer dissuade her from her desire. She shaved her head, took the name of Ryonen, which means to realize clearly, and started on her pilgrimage.
She came to the city of Edo and asked Tetsugya to accept her as a disciple. At one glance the master rejected her because she was too beautiful.
Ryonen went to another master, Hakuo. Hakuo refused her for the same reason, saying that her beauty would only make trouble.
Ryonen obtained a hot iron and placed it against her face. In a few moments her beauty had vanished forever.
Hakuo then accepted her as a disciple.
Commemorating this occasion, Ryonen wrote a poem on the back of a little mirror:
In the service of my Empress I burned incense to perfume my exquisite clothes,
Now as a homeless mendicant I burn my face to enter a Zen temple.

When Ryonen was about to pass from this world, she wrote another poem:
Sixty-six times have these eyes beheld the changing scene of autumn.
I have said enough about moonlight,
Ask no more.
Only listen to the voice of pines and cedars when no wind stirs.

Soldati dell’umanità – Soldiers of Humanity – 101 Storie Zen 


10302117_10152778433289646_7854675921075654059_n

59. Soldati dell’umanità

Una volta una divisione dell’esercito giapponese era impegnata in un’esercitazione militare, e alcuni ufficiali ritennero indispensabile stabilire il quartier generale nel tempio di Gasan.

Gasan disse al cuoco: «Servi agli ufficiali lo stesso semplice vitto che mangiamo noi». I militari, che erano avvezzi a essere trattati con tutti i riguardi, se ne risentirono. Uno di loro andò da Gasan e gli disse: «Ma chi ti credi che siamo? Noi siamo soldati, pronti a sacrificare la nostra vita per il nostro paese. Perché, allora, non ci tratti come è giusto?». Gasan rispose duramente: «E tu, chi ti credi che siamo “noi”? Noi siamo i soldati dell’umanità, votati a salvare tutti gli esseri senzienti».

Da 101 Storie Zen 

Soldiers of Humanity

Once a division of the Japanese army was engaged in a sham battle, and some of the officers found it necessary to make their headquarters in Gasan’s temple.

Gasan told his cook: “Let the officers have only the same simple fare we eat.”

This made the army men angry, as they wre used to very deferential treatment. One came to Gasan and said: “Who do you think we are? We are soldiers, sacrificing our lives for our country. Why don’t you treat us accordingly?”

Gasan answered sternly: “Who do you think we are? We are soldiers of humanity, aiming to save all sentient beings.”

From 101 Zen Stories 

La morte di Eshun – Eshun\’s Departure – Storie Zen



23. La morte di Eshun

Quando aveva ormai più di sessant’anni e stava per lasciare questo mondo, Eshun, la monaca Zen, pregò alcuni monaci di fare una catasta di legna nel cortile.
Poi si sedette risolutamente nel mezzo della pira funebre e ordinò che vi appiccassero il fuoco tutt’intorno.
«O sorella!» gridò un monaco «c’è caldo, lassù?».
«Soltanto uno stupido come te potrebbe preoccuparsi di una cosa simile» rispose Eshun.
Le fiamme divamparono e lei morì.

Storie zen

Eshun’s Departure

When Eshun, the Zen nun, was past sixty and about to leave this world, she asked some monks to pile up wood in the yard.
Seating herself firmly in the center of the funeral pyre, she had it set fire around the edges.
“O nun!” shouted one monk, “is it hot in there?”
“Such a matter would concern only a stupid person like yourself,” answered Eshun.
The flames arose, and she passed away.

Zen story

La vera Riforma – True Reformation


74. La vera riforma
Ryokan votò la propria vita allo studio dello Zen. Un giorno venne a sapere che suo nipote, nonostante i rimproveri dei parenti, sperperava il proprio denaro per una cortigiana. Poiché questo nipote amministrava i beni della famiglia al posto di Ryokan, e c’era pericolo che dilapidasse la loro fortuna, i parenti chiesero a Ryokan di intervenire. Ryokan dové intraprendere un lungo viaggio per visitare il nipote, che non vedeva da anni. Il nipote parve contento di rivedere lo zio e lo invitò a passare la notte in casa sua. Ryokan rimase in meditazione tutta la notte. La mattina dopo, mentre stava per partire, disse al giovane: «Evidentemente sto invecchiando, perché mi trema la mano. Vuoi aiutarmi a legare il laccio del mio sandalo?».
Il nipote lo aiutò volentieri. «Grazie,» disse Ryokan «vedi, un uomo diventa più vecchio e più debole di giorno in giorno. Abbi cura di te». Poi se ne andò, senza nemmeno far cenno alla cortigiana o alle lamentele dei parenti. Ma da quella mattina il nipote smise di far vita dissoluta.
Tratto da 101 storie Zen

True Reformation
Ryokan devoted his life to the study of Zen. One day he heard that his nephew, despite the admonitions of relatives, was spending his money on a courtesan. Inasmuch as the nephew had taken Ryokan’s place in managing the family estate and the property was in danger of being dissipated, the relatives asked Ryoken to do something about it.
Ryokan had to travel a long way to visit his nephew, whom he had not seen for many years. The nephew seemed pleased to meet his uncle again and invited him to remain overnight.
All night Ryokan sat in meditation. As he was departing in the morning he said to the young man: “I must be getting old, my hand shakes so. Will you help me tie the string of my straw sandal?”
The nephew helped him willingly. “Thank you,” finished Ryokan, “you see, a man becomes older and feebler day by day. Take good care of yourself.” Then Ryokan left, never mentioning a word about the courtesan or the complaints of the relatives. But, from that morning on, the dissipations of the nephew ended.
Taken to 101 Zen stories

La vera prosperità – Real Prosperity – Tratto da 101 Storie Zen


78. La vera prosperità

Un uomo ricco chiese a Sengai di scrivergli qualche cosa per la continua prosperità della sua famiglia, così che si potesse custodirla come un tesoro di generazione in generazione. Sengai si fece dare un grande foglio di carta e scrisse: «Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote».

L’uomo ricco andò in collera. «Io ti avevo chiesto di scrivere qualcosa per la felicità della mia famiglia! Perché mi fai uno scherzo del genere?».

«Non sto scherzando affatto» spiegò Sengai. «Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia, di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho detto, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità».

Tratto da 101 Storie Zen

Real Prosperity

A rich man asked Sengai to write something for the continued prosperity of his family so that it might be treasured from generation to generation.

Sengai obtained a large sheet of paper and wrote: “Father dies, son dies, grandson dies.”

The rich man became angry. “I asked you to write something for the happiness of my family! Why do you make such a joke of this?”

“No joke is intended,” explained Sengai. “If before you yourself die your son should die, this would grieve you greatly. If your grandson should pass away before your son, both of you would be broken-hearted. If your family, generation after generation, passes away in the order I have named, it will be the natural course of life. I call this real prosperity.”

Taken form 101 Zen Stories

Nelle mani del destino – In the Hands of Destiny – Storie Zen


62. Nelle mani del destino
Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.
Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: «Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino».
Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà.
«Nessuno può cambiare il destino» disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia.
«No davvero» disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt’e due le facce.

Da 101 Storie Zen
In the Hands of Destiny
A great Japanese warrior named Nobunaga decided to attack the enemy although he had only one-tenth the number of men the opposition commanded. He knew that he would win, but his soldiers were in doubt.
On the way he stopped at a Shinto shrine and told his men: “After I visit the shrine I will toss a coin. If heads comes, we will win; if tails, we will lose. Destiny holds us in her hand.”
Nobunaga entered the shrine and offered a silent prayer. He came forth and tossed a coin. Heads appeared. His soldiers were so eager to fight that they won their battle easily.
“No one can change the hand of destiny,” his attendant told him after the battle.
“Indeed not,” said Nobunaga, showing a coin which had been doubled, with heads facing either way.
From 101 Zen Stories

Dormire di giorno – Sleeping in the Daytime – 101 Storie Zen


39. Dormire di giorno
Il maestro Soyen Shaku lasciò questo mondo quando aveva sessantun anni. Col lavoro della sua intera vita, lasciò un grande insegnamento, molto più ricco di quello della maggior parte dei maestri di Zen. Nel pieno dell’estate i suoi discepoli potevano dormire durante il giorno; ma lui, pur tollerando che loro lo facessero, non sprecava mai nemmeno un minuto del suo tempo.
Quando aveva soltanto dodici anni già studiava la filosofia Tendai. Un giorno d’estate, mentre il suo maestro non c’era, il piccolo Soyen si sentì così spossato dall’afa che si stese in terra e si mise a dormire.
Passarono tre ore e tutt’ad un tratto, svegliandosi di soprassalto, sentì entrare il maestro, ma troppo tardi. Lui era là, sdraiato sulla soglia.
«Scusami tanto, scusami tanto» mormorò il maestro, scavalcando con cura il corpo di Soyen come se si trattasse di un ospite di riguardo. Da quel giorno, Soyen non dormì più nel pomeriggio.
101 Storie Zen
Sleeping in the Daytime
The master Soyen Shaku passed from this world when he was sixty-one years of age. Fulfilling his life’s work, he left a great teaching, far richer than that of most Zen masters. His pupils used to sleep in the daytime during midsummer, and while he overlooked this he himself never wasted a minute.
When he was but twelve years old he was already studying Tendai philosophical speculation. One summer day the air had been so sultry that little Soyen stretched his legs and went to sleep while his teacher was away.
Three hours passed when, suddenly waking, he heard his master enter, but it was too late. There he lay, sprawled across the doorway.
“I beg your pardon, I beg your pardon,” his teacher whispered, stepping carefully over Soyen’s body as if it were that of some distinguished guest. After this, Soyen never slept again in the afternoon.
101 Zen Stories

80 Il vero miracolo – The Real Miracle – Storie Zen


80 Il vero miracolo

Quando Bankei predicava al Ryumon tempio, un prete Shinshu, che ha creduto nella salvezza attraverso la ripetizione del nome del Buddha dell’Amore, era geloso del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.

Bankei era nel bel mezzo di un discorso quando il prete è apparso, ma il tizio senti un disturbo che Bankei fermò il suo discorso e ha chiesto per il rumore.

“Il fondatore della nostra setta”, si vantava il sacerdote, “ha avuto tutti i poteri miracolosi che ha tenuto un pennello in mano su una sponda del fiume, il suo attendente sollevò un documento sull’altra sponda, e l’insegnante scrisse il nome santo di Amida attraverso l’aria. puoi fare una cosa meravigliosa? “

Bankei rispose con leggerezza: “Forse la volpe può eseguire quel trucco, ma non è questo una sorta di Zen mio miracolo è che quando ho fame mangio, e quando ho sete bevo.».

Tratto da 101 Storie Zen

The Real Miracle

When Bankei was preaching at Ryumon temple, a Shinshu priest, who believed in salvation through repetition of the name of the Buddha of Love, was jealous of his large audience and wanted to debate with him.

Bankei was in the midst of a talk when the priest appeared, but the fellow made such a disturbance that Bankei stopped his discourse and asked about the noise.

“The founder of our sect,” boasted the priest, “had such miraculous powers that he held a brush in his hand on one bank of the river, his attendant held up a paper on the other bank, and the teacher wrote the holy name of Amida through the air. Can you do such a wonderful thing?”

Bankei replied lightly: “Perhaps your fox can perform that trick, but that is not the manner of Zen. My miracle is that when I feel hungry I eat, and when I feel thirsty I drink.”

Taken from 101 Zen Stories

La risposta del morto – The Dead Man’s Answer – Storia Zen


42. La risposta del morto

Quando Mamiya, che divenne in seguito un famoso predicatore, andò da un insegnante per farsi istruire, gli fu chiesto di spiegare il suono di una sola mano.

Mamiya meditò intensamente quale potesse essere il suono di una sola mano. «Non ti applichi abbastanza» gli disse l’insegnante. «Sei troppo attaccato al cibo, alla ricchezza, alle cose e ai loro suoni. Sarebbe meglio se tu morissi. Questo risolverebbe il problema».

Quando Mamiya si presentò all’insegnante la volta successiva, quello gli domandò di nuovo che cosa avesse da dire a proposito del suono di una sola mano.

Subito Mamiya si lasciò cadere giù come se fosse morto. «Sei proprio morto» osservò allora l’insegnante. «Ma che mi dici di quel suono?».

«Quello non l’ho ancora risolto» rispose Mamiya alzando lo sguardo.

«I morti non parlano» disse l’insegnante. «Vattene!».

101 Storie Zen

The Dead Man’s Answer

When Mamiya, who later became a well-known preacher, went to a teacher for personal guidance, he was asked to explain the sound of one hand.

Mamiya concentrated upon what the sound of one hand might be. “You are not working hard enough,” his teacher told him. “You are too attached to food, wealth, things, and that sound. It would be better if you died. That would solve the problem.”

The next time Mamiya appeared before his teacher he was again asked what he had to show regarding the sound of one hand. Mamiya at once fell over as if he were dead.

“You are dead all right,” observed the teacher. “But how about that sound?”

“I haven’t solved that yet,” replied Mamiya, looking up.

“Dead men do not speak,” said the teacher. “Get out!”

101 Zen stories

Ciò che porti nel cuore – What you carry in your heart – Storiella Zen


zen-wallpaper-7

Ciò che porti nel cuore – Storiella Zen

    C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
    Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
    “Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
    “Così sono gli abitanti di questa città”, gli rispose il vecchio saggio.

    Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”
    “Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”
    “Anche gli abitanti di questa città sono così”, rispose il vecchio saggio.

    Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
    “Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.”

What you carry in your heart – Zen story

     There once was a wise old man sitting on the edge of an oasis at the entrance to a city in the Middle East.
     A young man approached him and asked: “I have never been in these parts. How are the residents of this city? “
     The man replied in turn with a question: “How were the inhabitants of the city from which you came?”
     “Selfish and bad. For this I was happy to leave beyond. “
     “So are the inhabitants of this city,” replied the wise old man.

     Soon after, another young man approached the man and asked him the same question: “I have just arrived in this country. How are the residents of this city? “
     The man replied, again with the same question: “What were the inhabitants of the city from where you come from?”
     “They were good, generous, hospitable, honest. I had so many friends and I really struggled to leave! “
     “The people of this city are so,” said the wise old man.

     A merchant who had brought the watering his camels had heard the conversations and when the second young man walked away he turned to the old man in a tone of reproach: “How can you give two completely different answers to the same question asked by two people?
     “My son,” replied the sage, “everyone carries in his heart what it is. Who has not found anything good in the past, will not find anything good here either. On the contrary, he who had loyal friends in the other city, you’ll also loyal and faithful friends here. Because, you see, every human being is led to see in others what is in his heart. “

Morte di Takuan Soho – Death of Takuan Soho – Zen e l’arte della spada.


Morte di Takuan Soho

Takuan Soho fu monaco Zen, ma fu anche calligrafo, pittore, poeta, maestro dell’arte del giardinaggio e del the. I suoi scritti possono considerarsi prodigiosi (la collezione completa dei suoi lavori consta di sei volumi), e sono fonte di ispirazione e di suggerimenti per il popolo giapponese di oggi, così come lo sono stati dal momento in cui sono stati redatti, quasi quattro secoli or sono.
Consigliere e confidente per il ricco e per il povero, Takuan sembra essersi mosso con libertà attraverso le diverse classi sociali; istruì tanto lo Shogun quanto l’Imperatore e, come narra la leggenda, fu amico e maestro dell’artista e maestro di spada Miyamoto Musashi. Non parve mai essere sensibile alla fama e alla popolarità e, prossimo alla morte, istruì in questo modo i suoi discepoli:”Seppellite il mio corpo sulla montagna dietro al tempio, copritelo con detriti e tornate alle vostre dimore. Non leggete i sutra, non officiate cerimonie. Non accettate alcun dono né dal monaco né dal profano. Lasciate che i monaci indossino le solite vesti e consumino i loro pasti e procedete come in un giorno qualsiasi”. Nel momento culminante, prima della morte, scrisse l’ideogramma cinese yume (sogno), ripose il pennello, e morì.

Introduzione a “Lo Zen e l’arte della spada” ediz. Mondadori


Death of Takuan Soho

Takuan Soho was Zen monaco, but was also a calligrapher, painter, poet, master of the art of gardening and tea. His writings can be regarded as prodigious (the complete collection of his work consists of six volumes), and are a source of inspiration and tips for the Japanese people today, as we have been since they were written, nearly four centuries ago.
Adviser and confidante for the rich and the poor, Takuan seems to have moved freely through the various social classes, taught him so much as the Emperor and Shogun, as the legend goes, was a friend and master artist and master swordsman Miyamoto Musashi. Do not ever seemed to be sensitive to the fame and popularity and, near death, he instructed his disciples in this way: “Bury my body on the mountain behind the temple, cover it with debris and return to your homes. Do not read the sutras, no ceremonies officiated. Do not accept any gift or monaco or from the profane. Let the monks wear the usual clothes and consume their meals and proceed as on any day. “At the peak, before his death, wrote the Chinese character yume (dream), put the brush, and died.

Introduction to “Zen and the art of the sword” ed. Mondadori

L’artista taccagno – The Stingy Artist – 101 Storie Zen


47. L’artista taccagno

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l’artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest’artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l’ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l’abito, chiese a Gessen di fare un’altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.
Tratto da 101 Storie Zen
The Stingy Artist
Gessen was an artist monk. Before he would start a drawing or painting he always insisted upon being paid in advance, and his fees were high. He was known as the “Stingy Artist.”
A geisha once gave him a commission for a painting. “How much can you pay?” inquired Gessen.
“‘Whatever you charge,” replied the girl, “but I want you to do the work in front of me.”
So on a certain day Gessen was called by the geisha. She was holding a feast for her patron.
Gessen with fine brush work did the paining. When it was completed he asked the highest sum of his time.
He received his pay. Then the geisha turned to her patron saying: “All this artist wants is money. His paintings are fine but his mind is dirty; money has caused it to become muddy. Drawn by such a filthy mind, his work is not fit to exhibit. It is just about good enough for one of my petticoats.”
Removing her skirt, she then asked Gessen to do another picture on the back of her petticoat.
“How much will you pay?” asked Gessen.
“Oh, any amount,” answered the girl.
Gessen named a fancy price, painted the picture in the manner requested, and went away.
It was learned later that Gessen had these reasons for desiring money:
A ravaging famine often visited his province. The rich would not help the poor, so Gessen had a secret warehouse, unknown to anyone, which he kept filled with grain, prepared for these emergencies.
From his village to the National Shrine the road was in very poor condition and many travelers suffered while traversing it. He desired to build a better road.
His teacher had passed away without realizing his wish to build a temple, and Gessen wished to complete this temple for him.
After Gessen had accomplished his three wishes he threw away his brushes and artist’s materials and, retiring to the mountains, never painted again.
Taken from 101 Zen Stories

Imparare a stare zitti – Learning to Be Silent – Storia Zen


71. Imparare a star zitti

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.

Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».

Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo. «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.

«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.

«Io sono l’unico che non ha parlato» concluse il quarto.

Tratto da 101 Storie Zen

Learning to Be Silent

The pupils of the Tendai school used to study meditation before Zen entered Japan. Four of them who were intimate friends promised one another to observe seven days of silence.

On the first day all were silent. Their meditation had begun auspiciously, but when night came and the oil lamps were growing dim one of the pupils could not help exclaiming to a servant: “Fix those lamps.”

The second pupils was surprised to hear the first one talk. “We are not supposed to say a word,” he remarked.

“You two are stupid. Why did you talk?” asked the third.

“I am the only one who has not talked,” concluded the fourth pupil.

Taken to 101 Zen Stories

Gudo e l’imperatore – Gudo and the Emperor


61. Gudo e l’imperatore

L’imperatore Goyozei studiava lo Zen con Gudo. Gli domandò: «Nello Zen questa mia mente è Buddha. È giusto?».

Gudo rispose: «Se ti dico di sì, tu crederai di capire senza aver capito. Se ti dico di no, negherei un fatto che molti capiscono benissimo».

Un altro giorno l’imperatore domandò a Gudo: «Dove va l’uomo illuminato quando muore?».

Gudo rispose: «Non lo so».

«Perché non lo sai?» chiese l’imperatore.

«Perché non sono ancora morto» rispose Gudo. L’imperatore esitava a fare altre domande su queste cose che la sua mente non riusciva a comprendere. Così Gudo batté la mano a terra come se volesse svegliarlo, e l’imperatore fu illuminato!

Dopo l’Illuminazione l’imperatore rispettò più che mai lo Zen e il vecchio Gudo, e permetteva persino che d’inverno, al palazzo, il maestro tenesse il cappello in testa.

Quando aveva ormai più di ottant’anni, Gudo soleva addormentarsi nel mezzo della lezione, e allora l’imperatore se ne andava silenziosamente in un’altra stanza, così che il suo amato maestro potesse godersi il riposo di cui il suo vecchio corpo aveva bisogno.

Da 101 Storie Zen

Gudo and the Emperor

The emperor Goyozei was studying Zen under Gudo. He inquired: “In Zen this very mind is Buddha. Is this correct?”

Gudo answered: “If I say yes, you will think that you understand without understanding. If I say no, I would be contradicting a fact which you may understand quite well.”

On another day the emperor asked Gudo: “Where does the enlightened man go when he dies?”

Gudo answered: “I know not.”

“Why don’t you know?” asked the emperor.

“Because I have not died yet,” replied Gudo.

The emperor hesitated to inquire further about these things his mind could not grasp. So Gudo beat the floor with his hand as if to awaken him, and the emperor was enlightened!

The emperor respected Zen and old Gudo more than ever after his enlightenment, and he even permitted Gudo to wear his hat in the palace in winter. When Gudo was over eighty he used to fall asleep in the midst of his lecture, and the emperor would quietly retire to another room so his beloved teacher might enjoy the rest his aging body required.

From 101 Zen Stories

Shoun e sua madre – Shoan and His Mother – 101 storie Zen


laotzu4base

15. Shoun e sua madre

Shoun diventò un insegnante di Zen Soto. Faceva ancora i suoi studi quando gli era morto il padre, lasciando la vecchia madre affidata alle sue cure.
Tutte le volte che andava in una sala di meditazione Shoun portava con sé la madre. Da quando essa lo accompagnava, però, lui nei monasteri non poteva più vivere coi monaci. Sicché le costruiva una casetta e si prendeva cura della madre. Copiava sutra e poesie buddhiste, e in questo modo guadagnava quel poco di che vivere.
Quando Shoun comprava un po’ di pesce per la madre, la gente rideva di lui, perché a un monaco è vietato mangiare pesce. Shoun non se ne curava. Ma a sua madre dispiaceva che gli altri ridessero del figlio. E infine disse a Shoun: «Credo che mi farò monaca. Posso diventare vegetariana anch’io». Così fece, e cominciarono a studiare insieme.
Shoun era appassionato di musica ed era un virtuoso dell’arpa, strumento che anche sua madre suonava. Nelle notti di plenilunio avevano l’abitudine di suonare insieme.
Una notte una giovane signora passò davanti alla sua casa e udì la musica. Profondamente commossa, invitò Shoun la sera dopo in casa sua perché suonasse per lei. Shoun accettò l’invito. Dopo qualche giorno incontrò per la strada la giovane signora e la ringraziò della sua ospitalità. Gli altri risero di lui. Era andato in casa di una donna di piacere.
Un giorno Shoun andò a fare una conferenza in un tempio lontano. Tornò a casa dopo qualche mese e trovò che la madre era morta. Gli amici non sapevano dove rintracciarlo, e il funerale si stava celebrando in quel momento.
Shoun si avvicinò e picchiò sulla bara col bastone. «Mamma, tuo figlio è tornato» disse. «Sono contenta di vedere che sei tornato, figlio» rispose Shoun per la madre.
«Sì, sono contento anch’io» disse Shoun. Poi annunciò a quelli che stavano intorno a lui: «La cerimonia funebre è finita. Potete seppellire il corpo».
Quando fu vecchio, Shoun sapeva che la sua fine era prossima. La mattina chiese ai suoi discepoli di radunarsi intorno a lui e disse che sarebbe morto a mezzogiorno. Bruciando incenso davanti ai ritratti di sua madre e del suo vecchio maestro, scrisse una poesia:

Ho vissuto sessant’anni come meglio potevo
Facendo la mia strada in questo mondo.
Ora la pioggia è cessata, le nubi scompaiono,
Il cielo azzurro ha una luna piena.

I suoi discepoli si raccolsero intorno a lui recitando un sutra, e Shoun spirò durante l’invocazione.
tratto da 101 Storie Zen
Shoan and His Mother
Shoun became a teacher of Soto Zen. When he was still a student his father passed away, leaving him to care for his old mother.
Whenever Shoun went to a meditation hall he always took his mother with him. Since she accompanied him, when he visited monasteries he could not live with the monks. So he would build a little house and care for her there. He would copy sutras, Buddhist verses, and in this manner receive a few coins for food.
When Shoun bought fish for his mother, the people would scoff at him, for a monk is not supposed to eat fish. But Shoun did not mind. His mother, however, was hurt to see the others laugh at her son. Finally she told Shoun: “I think I will become a nun. I can be a vegaterian too.” She did, and they studied together.
Shoun was fond of music and was a master of the harp, which his mother also played. On full-moon nights they used to play together.
One night a young lady passed by their house and heard music. Deeply touched, she invited Shoun to visit her the next evening and play. He accepted the invitation. A few days later he met the young lady on the street and thanked her for her hospitality. Others laughed at him. He had visited the house of a woman of the streets.
One day Shoun left for a distant temple to deliver a lecture. A few months afterwards he returned home to find his mother dead. Friends had not known where to reach him, so the funeral was then in progress.
Shoun walked up and hit the coffin with his staff. “Mother, your son has returned,” he said.
“I am glad to see you have returned, son,” he answered for his mother.
“Yes, I am glad too,” Shoun responded. Then he announced to the people about him: “The funeral ceremony is over. You may bury the body.”
When Shoun was old he knew his end was approaching. He asked his disciples to gather around him in the morning, telling them he was going to pass on at noon. Burning incense before the picture of his mother and his old teacher, he wrote a poem:
For fifty-six years I lived as best I could,
Making my way in this world.
Now the rain has ended, the clouds are clearing,
The blue sky has a full moon.

His disciples gathered about him, reciting a sutra, and Shoun passed on during the invocation.
Taken from 101 Zen Stories

Lo Zen di ogni istante – Every-Minute Zen


35. Lo Zen di ogni istante

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l’ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’anticamera. Vorrei sapere se hai messo l’ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».

Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.

Every-Minute Zen

Zen students are with their masters at least two years before they presume to teach others. Nan-in was visited by Tenno, who, having passed his apprenticeship, had become a teacher. The day happened to be rainy, so Tenno wore wooden clogs and carried an umbrella. After greeting him Nan-in remarked: “I suppose you left your wooden clogs in the vestibule. I want to know if your umbrella is on the right or left side of the clogs.”

Tenno, confused, had no instant answer. He realized that he was unable to carry his Zen every minute. He became Nan-in’s pupil, and he studied six more years to accomplish his every-minute Zen.

Trovare un diamante su una strada fangosa – Finding a Diamond on a Muddy Road – Storie Zen


Trovare un diamante su una strada fangosa

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.

«Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».

«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».

Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?».

«Qualcosa ce l’ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po’ di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.

«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.

L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore.

Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».

«Come vuoi» acconsentì Gudo.

I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.

«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.

«Faccio ancora dieci miglia» rispose l’uomo.

«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.

«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l’uomo.

In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l’uomo che non tornò mai indietro.

101 storie Zen

Finding a Diamond on a Muddy Road

Gudo was the emperor’s teacher of his time. Nevertheless, he used to travel alone as a wandering mendicant. Once when he was on his was to Edo, the cultural and political center of the shogunate, he approached a little village named Takenaka. It was evening and a heavy rain was falling. Gudo was thoroughly wet. His straw sandals were in pieces. At a farmhouse near the village he noticed four or five pairs of sandals in the window and decided to buy some dry ones.

The woman who offered him the sandals, seeing how wet he was, invited him in to remain for the night at her home. Gudo accepted, thanking her. He entered and recited a sutra before the family shrine. He then was introduced to the woman’s mother, and to her children. Observing that the entire family was depressed, Gudo asked what was wrong.

“My husband is a gambler and a drunkard,” the housewife told him. “When he happens to win he drinks and becomes abusive. When he loses he borrows money from others. Sometimes when he becomes thoroughly drunk he does not come home at all. What can I do?”

I will help him,” said Gudo. “Here is some money. Get me a gallon of fine wine and something good to eat. Then you may retire. I will meditate before the shrine.”

When the man of the house returned about midnight, quite drunk, he bellowed: “Hey, wife, I am home. Have you something for me to eat?”

“I have something for you,” said Gudo. “I happened to get caught in the rain and your wife kindly asked me to remain here for the night. In return I have bought some wine and fish, so you might as well have them.”

The man was delighted. He drank the wine at once and laid himself down on the floor. Gudo sat in meditation beside him.

In the morning when the husband awoke he had forgotten about the previous night. “Who are you? Where do you come from?” he asked Gudo, who still was meditating.

“I am Gudo of Kyoto and I am going on to Edo,” replied the Zen master.

The man was utterly ashamed. He apologized profusely to the teacher of his emperor.

Gudo smiled. “Everything in this life is impermanent,” he explained. “Life is very brief. If you keep on gambling and drinking, you will have no time left to accomplish anything else, and you will cause your family to suffer too.”

The perception of the husband awoke as if from a dream. “You are right,” he declared. “How can I ever repay you for this wonderful teaching! Let me see you off and carry your things a little way.”

“If you wish,” assented Gudo.

The two started out. After they had gone three miles Gudo told him to return. “Just another five miles,” he begged Gudo. They continued on.

“You may return now,” suggested Gudo.

“After another ten miles,” the man replied.

“Return now,” said Gudo, when the ten miles had been passed.

“I am going to follow you all the rest of my life,” declared the man.

Modern Zen teachers in Japan spring from the lineage of a famous master who was the successor of Gudo. His name was Mu-nan, the man who never turned back.

101 Zen stories