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Il biglietto da visita


30. Il biglietto da visita

Keichu, il grande insegnante di Zen dell’era Meiji, era il capo di Kofuku, una cattedrale di Kyoto. Un giorno il governatore di Kyoto andò per la prima volta a fargli visita. Il suo aiutante presentò il biglietto del governatore, sul quale era scritto: Kitagaki, Governatore di Kyoto.

«Io non ho nulla a che fare con questo individuo» disse Keichu al suo aiutante. «Digli che se ne vada».

L’aiutante andò a restituire il biglietto con molte scuse. «È stata colpa mia» disse il governatore, e con una matita cancellò le parole ‘Governatore di Kyoto’. «Torna ad annunciarmi al tuo maestro».

«Oh, è Kitagaki?» esclamò il maestro quando lesse il biglietto. «Voglio vedere quest’uomo».

Tratto da 101 Storie Zen

Calling Card

Keichu, the great Zen teacher of the Meiji era, was the head of Tofuku, a cathedral in Kyoto. One day the governor of Kyoto called upon him for the first time.

His attendant presented the card of the governor, which read: Kitagaki, Governor of Kyoto.

“I have no business with such a fellow,” said Keichu to his attendant. “Tell him to get out of here.”The attendant carried the card back with apologies. “That was my error,” said the governor, and with a pencil he scratched out the words Governor of Kyoto. “Ask your teacher again.”

“Oh, is that Kitagaki?” exclaimed the teacher when he saw the card. “I want to see that fellow.”

L’artista


L’ Artista 

Quando un artista crea assomiglia ad uno sciamano. L’ispirazione gli giunge come un dono. I seguaci del Tao fanno lo stesso. La loro consapevolezza del Tao non è nulla di chiaramente formulato, né qualcosa che essi possiedono: è il Tao ad andare da loro come un dono. Per questo le arti e il Tao sono così saldamente alleati: perché l’atto del ricevere e dell’esprimere è il medesimo.
Proprio come un artista teme l’incapacità di fare arte, così il seguace ha il terrore di non sentire più il Tao.
Spesso le circostanze ci impongono di creare: come atleti sul campo di gara, come oratori di fronte ad un pubblico, come musicisti sul palcoscenico, come cuochi ai fornelli o genitori alle prese con i figli. In che modo mantenere vivo il flusso? Alcuni cercano di farlo conducendo una vita ordinata e regolare, altri mantenendosi costantemente attivi. Ognuno di noi è diverso, dunque non esiste nulla di assolutamente giusto o sbagliato. L’unica cosa che conta è sentire il Tao e tenere questa percezione in vita il più a lungo possibile. Se riusciamo a scoprire ciò che vi è di speciale e nascosto in noi, e a imparare ad esprimerlo, allora conosceremo il Tao.

“Il Tao per un anno” Deng Ming-Dao 

 

The Artist

When an artist creates resembles a shaman. The inspiration comes to him as a gift.The followers of the Tao do the same. Their awareness of the Tao is nothing clearly stated, nor something that they possess: the Tao is to come to them as a gift. For this reason the arts and the Tao are so tightly allied, because the act of receiving and expressing is the same.
Just as an artist fears an inability to make art, so the follower is terrified of no longer hearing the Tao.
Often the circumstances require us to create, as athletes on the racetrack, as speakers in front of an audience, as the musicians on stage, as cooks in the kitchenor parents struggling with their children. How to keep alive the flow? Some people try to do it by living a life orderly and regular, others remaining constantly active.Each of us is different, so there is nothing absolutely right or wrong. The only thing that matters is to hear the Tao, and keep this perception alive as long as possible. If we can discover what is special and hidden in us, and learn to express it, then we will know the Tao.

“The Tao for a year,” Deng Ming-Dao


Vivere nel mondo


Vivere nel mondo

Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T’ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli: “Vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen. Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio. Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo. Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite. Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti. La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata. Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento. Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve. La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato. Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore. Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l’infamia possono commuoverlo. Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c’è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo. Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.”

Living in the world

Zengetsu, a Chinese master of the T’ang dynasty, wrote to his students the following advice: “Living in the world but do not tighten ties with the dust of the world is the policy of a true Zen student. When assisted to good action of another, encouraged to follow his example. in having news of the error of another, recommended not to imitate him. Even alone in a dark room as if i had behaved in front of a noble guest. Express your feelings, but do not become more expansive than your true nature gave thee. poverty is your treasure. not ever barter with a comfortable life. a person may seem silly and yet not. Maybe he’s just protecting his discernment with care . virtues are the fruit of self discipline and do not fall from the sky from the sun as rain or snow. modesty is the foundation of all virtues. Let your neighbors discover you before you will be revealed. a noble heart do not ever put on display. his words are like precious gems, rare and valuable sported. to a sincere student, every day is a lucky day. time passes but he never stays behind. neither the glory nor ‘shame can move him. Critique yourself, do not ever criticize others. Do not discuss what is right and what is wrong. Some things, though right, were considered wrong for generations. Since it is possible that the fair value of both recognized after many centuries, there is no need to demand an immediate recognition. Live with a purpose and leave the results to the great law of the universe. Spend each day in quiet contemplation. “

Il consiglio di una madre


20. Il consiglio di una madre

Jiun, un maestro di Shingon, era un rinomato studioso di sanscrito dell’era Tokugawa, da giovane faceva conferenze ai suoi confratelli studenti.

Sua madre lo seppe e gli scrisse una lettera: «Non credo, figlio, che tu sia diventato un seguace del Buddha per il desiderio di trasformarti in un’enciclopedia ambulante per gli altri. Informazione e commento, gloria e onore non hanno mai fine. Vorrei che tu smettessi questa storia delle conferenze. Chiuditi in un piccolo tempio in qualche luogo remoto sulla montagna. Dedica il tuo tempo a meditare e raggiungi così la vera realizzazione di te stesso».

Da: 101 Storie Zen

A Mother’s Advice

Jiun, a Shogun master, was a well-known Sanskrit scholar of the Tokugawa era. When he was young he used to deliver lectures to his brother students.

His mother heard about this and wrote him a letter.:

“Son, I do not think you became a devotee of the Buddha because you desired to turn into a walking dictionary for others. There is no end to information and commentation, glory and honor. I wish you would stop this lecture business. Shut yourself up in a little temple in a remote part of the mountain. Devote your time to meditation and in this way attain true realization.”

From 101 Zen Stories

Piccole storie Zen – Amputarsi un braccio in una mattina innevata


AMPUTARSI UN BRACCIO IN UNA MATTINA INNEVATA

Bodhidharma, conosciuto come Daruma san in Giappone, giunse in Cina dopo un viaggio di tre anni dall’India. Gli insegnamenti di Shakyamuni Buddha sono stati trasmessi da maestro a discepolo così come l’acqua si travasa da un recipiente all’altro senza che ne vada persa una goccia. La Luce del Dharma è stata tramandata da Shakyamuni a Mahakashapa, da Mahakashapa ad Ananda e così via fino a Bodhidharma, che rappresenta la ventottesima generazione del lignaggio.

L’intrepido spirito necessario a raggiungere un paese sconosciuto in un’epoca in cui i trasporti non erano sviluppati e, ancora meno, il coraggio di partire in età già avanzata non possono appartenere certo a chi tiene a conservare la propria salute e alla propria vita. Proprio questa, invece, è la nobile pratica dei Buddha il cui cuore pieno di immensa compassione desidera trasmettere fedelmente la Verità e salvare gli esseri senzienti che sono nella confusione.

L’imperatore Wu di Liang venne a sapere dell’arrivo di Bodhidharma a Kwangchow il 21 settembre dell’anno 520 e inviò un emissario per invitarlo nell’attuale Nanchino. L’imperatore chiese a Bodhidharma: “Finora ho fatto costruire templi, copiare sutra e dato il mio appoggio a monaci e monache. Che merito ha ricavato da tutto questo?”.

La risposta di Bodhidharma fu concisa: “Nessun merito!”.

Ciò urtò molto l’imperatore Wu che si aspettava una risposta positiva.

La superficialità avrebbe portato una persona qualsiasi a elogiare l’imperatore ma Bodhidharma, che si era promesso di salvare tutte le creature senzienti, non aveva la minima intenzione di adulare né di scendere a compromessi con nessuno.

Quando Bodhidharma incontrò l’imperatore Wu, che veniva chiamato “il figlio celeste del cuore del Buddha”, capì che questi non era altro che un fanatico alla ricerca di vantaggi temporali. Fu così che Bodhidharma attraversò il fiume Azzurro, entrò nel paese di Wei, si stabilì presso il tempio Shao Lin e praticò zazen per nove anni seduto davanti a una parete. La gente del posto lo chiamava “il brahmano che fissa il muro”.

Il 9 dicembre, un novizio di nome Shen-kuang (Shinko in giapponese) venne a cercare Bodhidharma. Una spessa coltre di neve ricopriva le montagne; Shen-kuang dovette aprirsi un sentiero per seguire la giusta direzione e, finalmente, arrivò al muro di Bodhidharma. Le notti invernali in cima all’alta montagna erano così fredde da spezzare persino il bambu e sembrava impossibile poter resistere all’aperto, ma Bodhidharma non si voltò neppure a guardare. Shen-kuang rimase immobile per tutta la notte senza dormire, sedersi né riposare. La neve che continuava a scendere gli arrivò fino alla vita; le lacrime si ghiacciarono diventando perle gelate e i vestiti si indurirono tanto da fare sembrare il monaco un pezzo di ghiaccio. Il suo corpo era completamente irrigidito dal freddo, ma lo spirito alla ricerca della Via ardeva fervente.

Finalmente, quando dalla notte si cominciava a intravedere l’alba, Bodhidharma si voltò e chiese: “Sei rimasto a lungo immobile nella neve. Cosa stai cercando?”.

“Voglio chiedervi una cosa. Vi prego, abbiate pietà di me e mostratemi i veri insegnamenti buddhisti!”

La risposta di Bodhidharma all’onesta e sincera supplica di Shen-kuang, tuttavia, fu più fredda del ghiaccio. “Una persona va alla ricerca degli insegnamenti del Buddha mette a repentaglio la propria vita. Un ignorante di poca virtù che cerca gli insegnamenti del Buddha in modo avventato e presuntuoso perde solo tempo”.

A queste parole, la determinazione di Shen-kuang si fece ancora più salda. Impugnò una spada affilata, si amputò il braccio sinistro all’altezza del gomito e lo offrì a Bodhidharma.

Bodhidharma capì che Shen-kuang era degno di ricevere gli insegnamenti e lo accettò come discepolo.

Fu così che Bodhidharma divenne il primo patriarca dello zen cinese e Shen-kuang (noto in seguito come Huike o Eka in giapponese) il secondo.

CUTTING OFF YOUR ARM ON A SNOWY MORNING

Bodhidharma, known as Daruma-San in Japanese, came from India to China after traveling for three years. The teachings of Shakyamuni Buddha were handed down from master to disciple just as water is transferred from one vessel to another without any leakage. The Dharma Lamp was passed from Shakyamuni to Mahakashapa, from Mahakashapa to Ananda, and eventually down to Bodhidharma, who was the twenty-eighth generation of this lineage.

The intrepid spirit needed to set out for an unknown country at a time when transportation had not been developed and, moreover, to do it at an advanced age is something which an ordinary man who guards his body and life would not even think of. But this is the noble practice of Buddhas, who from their great compassionate hearts wish to faithfully transmit the Truth and save deluded sentient beings.

Emperor Wu of Liang found out that Bodhidharma had arrived in Kwangchow on September 21, 520, and dispatched an emissary to invite him to what is now Nanking. The emperor inquired of Bodhidharma, “I have up until now built temples, had sutras copied, and supported monks and nuns. What merit is there in these things?”

Bodhidharma curtly replied, “No merit!”

This greatly disappointed Emperor Wu, who was expecting a favorable answer.

The shallow thinking of ordinary people would have dictated flattering the Emperor, but for Bodhidharma, who had vowed to save deluded sentient beings, there was not the slightest intention of flattering or compromising with anyone.

When Bodhidharma met Emperor Wu, who was called “The Son of Heaven of the Buddha Mind”, he realized that the emperor was nothing more than a Buddhist fanatic who was seeking temporal gain. So, Bodhidharma crossed the Yangtze River, entered the country of Wei, settled down at Shao Lin Temple, sat down facing a wall and practiced zazen for nine years. The people of the area referred to him as “The wall-gazing Brahmin”.

On the ninth day of December a monk-in-training called Shen-kuang (Shinko, in Japanese) came looking for Bodhidharma. A deep snow had covered the mountains and Shen-kuang had to break a trail through the snow as he tried to follow the path, but finally he arrived at Bodhidharma’s wall. The winter night on the high mountain peak was so cold that even the joints of the bamboo cracked, and it seemed impossible to stand outdoors, but Bodhidharma did not even turn around to look. Shen-kuang stood stock-still throughout the night without sleeping, sitting, or resting. The falling snow drifted up to his waist; his tears froze into beads of ice; and his robes froze to his body so that he became like a block of ice. His whole body was rigid with cold, but the mind which seeks the Way was burning brightly.

Finally, as the night was turning to dawn, Bodhidharma turned and asked, “You’ve been standing in the snow a long time. What is it you’re looking for?”

“I have a request. Please have mercy on me and show me the true Buddhist teachings!”

But Bodhidharma’s answer to Shen-kuang’s tearfully earnest entreaty was colder than ice. “One seeks the Buddha’s teaching at the risk of one’s life. It is a waste of time for an ignorant person of little virtue to carelessly and conceitedly seek the teachings of the Buddha.”

Hearing this, Shen-kuang made his resolve even firmer. Taking a sharp sword he cut off his left arm at the elbow and presented the severed arm to Bodhidharma.

Bodhidharma realized that this very Shen-kuang was a person worthy of succeeding to the teachings and allowed him to be a disciple.

In this manner, Bodhidharma became the first patriarch of Chinese Zen, and Shen-kuang (later known as Huike, or Eka in Japanese) became the second.

Avaro nell’insegnare


17. Avaro nell’insegnare

Un giovane medico di Tokyo, un certo Kusuda, incontrò un compagno di università che aveva studiato lo Zen. Il giovane dottore gli domandò che cosa fosse lo Zen.

«Io non posso dirti che cosa sia,» rispose l’amico, «ma una cosa è certa. Se capisci lo Zen, non hai più paura di morire».

«Questo è molto bello» disse Kusuda. «Voglio provarci. Dove posso trovare un insegnante?».

«Va’ dal maestro Nan-in» gli disse l’amico.

Così Kusuda andò a trovare Nan-in. E per appurare se l’insegnante avesse a sua volta paura di morire, portò con sé un pugnale lungo una ventina di centimetri.

Quando Nan-in vide Kusuda esclamò: «Salve, amico. Come stai? Non ci vediamo da un pezzo!».

Quest’accoglienza sconcertò Kusuda che rispose: «Noi non ci siamo mai visti».

«È vero» rispose Nan-in. «Ti ho scambiato per un altro medico che viene a studiare qui da me».

Dato l’esordio, Kusuda perse l’occasione di mettere alla prova il maestro, e così, con riluttanza, gli domandò se poteva prendere lezioni di Zen.

Nan-in disse: «Lo Zen non è una cosa difficile. Se sei medico, tratta i tuoi pazienti con bontà. Lo Zen è questo».

Kusuda andò tre volte da Nan-in. Ogni volta Na-in gli disse la stessa cosa. «Un medico non dovrebbe perdere tempo qui da me. Va’ a casa tua e prenditi cura dei tuoi pazienti». Ma Kusuda ancora non capiva come questo insegnamento potesse abolire la paura della morte. E la quarta volta proruppe: «Il mio amico mi aveva detto che quando uno impara lo Zen non ha più paura di morire. Ogni volta che vengo qui tu mi dici di prendermi cura dei miei pazienti. Questo lo so. Se il tuo cosiddetto Zen si riduce a questo, è inutile che continui a venire da te».

Nan-in sorrise e batté la mano sulla spalla del dottore. «Sono stato troppo rigido con te. Ora ti darò un koan». E propose a Kusuda di studiarsi il Mu di Joshu, che è il primo problema illuminante nel libro detto La porta senza porta. (I koan erano problemi, o piuttosto «sfide interiori» che i maestri proponevano ai discepoli per metterli alla prova.La porta senza porta, ovvero Mu-mon-kan, è un testo classico Zen, attribuito al maestro cinese Ekai, detto anche Mu-mon, che visse dal 1183 al 1260).

Kusuda meditò per due anni su questo problema del Mu (Niente). Infine pensò di avere raggiunto la certezza della mente. Ma l’insegnante commentò: «Non ci sei ancora».

Kusuda continuò la sua meditazione per un altro anno e mezzo. La sua mente diventò serena. I problemi si risolsero. «Niente» divenne la verità. Egli curava bene i pazienti e, senza nemmeno saperlo, era libero da ogni preoccupazione sulla vita e sulla morte.

Allora, quando tornò da Nan-in, il suo vecchio insegnante si limitò a sorridere.

Tratto da 101 Storie Zen

Stingy in Teaching

A young physician in Tokyo named Kusuda met a college friend who had been studying Zen. The young doctor asked him what Zen was.

“I cannot tell you what it is,” the friend replied, “but one thing is certain. If you understand Zen, you will not be afraid to die.”

“That’s fine,” said Kusuda. “I will try it. Where can I find a teacher?”

“Go to the master Nan-in,” the friend told him.

So Kusuda went to call on Nan-in. He carried a dagger nine and a half inches long to determine whether or not the teacher was afraid to die.

When Nan-in saw Kusuda he exclaimed: “Hello, friend. How are you? We haven’t seen each other for a long time!”

This perplexed Kusuda, who replied: “We have never met before.”

“That’s right,” answered Nan-in. “I mistook you for another physician who is receiving instruction here.”

With such a beginning, Kusuda lost his chance to test the master, so reluctantly he asked if he might receive Zen instruction.

Nan-in said: “Zen is not a difficult task. If you are a physician, treat you patients with kindness. That is Zen.”

Kusuda visited Nan-in three times. Each time Nan-in told him the same thing. “A physician should not waste time around here. Go home and take care of you patients.”

It was not yet clear to Kusuda how such teaching could remove the fear of death. So on his fourth visit he complained: “My friend told me when one learns Zen one loses the fear of death. Each time I come here all you tell me is to take care of my patients. I know that much. If that is your so-called Zen, I am not going to visit you any more.”

Nan-in smiled and patted the doctor. “I have been too strict with you. Let me give you a koan.” He presented Kusuda with Joshu’s Mu to work over, which is the first mind enlightening problem in the book called The Gateless Gate.

Kusuda pondered this problem of Mu (No-Thing) for two years. At length he thought he had reached certainty of mind. But his teacher commented: “You are not in yet.”

Kusuda continued in concentration for another year and a half. His mind became placid. Problems dissolved. No-Thing became the truth. He served his patients well and, without even knowing it, he was free from concern over life and death.

Then when he visited Nan-in, his old teacher just smiled.

Taken from 101 Zen Storie

Ciò che porti nel cuore – Storiella Zen


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Ciò che porti nel cuore – Storiella Zen

    C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
    Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
    “Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
    “Così sono gli abitanti di questa città”, gli rispose il vecchio saggio.

    Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”
    “Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”
    “Anche gli abitanti di questa città sono così”, rispose il vecchio saggio.

    Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
    “Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.”

What you carry in your heart – Zen story

     There once was a wise old man sitting on the edge of an oasis at the entrance to a city in the Middle East.
     A young man approached him and asked: “I have never been in these parts. How are the residents of this city? “
     The man replied in turn with a question: “How were the inhabitants of the city from which you came?”
     “Selfish and bad. For this I was happy to leave beyond. “
     “So are the inhabitants of this city,” replied the wise old man.

     Soon after, another young man approached the man and asked him the same question: “I have just arrived in this country. How are the residents of this city? “
     The man replied, again with the same question: “What were the inhabitants of the city from where you come from?”
     “They were good, generous, hospitable, honest. I had so many friends and I really struggled to leave! “
     “The people of this city are so,” said the wise old man.

     A merchant who had brought the watering his camels had heard the conversations and when the second young man walked away he turned to the old man in a tone of reproach: “How can you give two completely different answers to the same question asked by two people?
     “My son,” replied the sage, “everyone carries in his heart what it is. Who has not found anything good in the past, will not find anything good here either. On the contrary, he who had loyal friends in the other city, you’ll also loyal and faithful friends here. Because, you see, every human being is led to see in others what is in his heart. “