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L’incensiere


 
79. L’incensiere

Una donna di Nagasaki, una certa Kame, faceva parte dell’esigua schiera di fabbricanti di incensieri del Giappone. Questi incensieri sono opere d’arte da usarsi soltanto in una sala da tè o davanti a un reliquiario di famiglia.

Kame, che era figlia di un uomo che era stato anche lui un artista, aveva il vizio di bere. Inoltre fumava e aveva continuamente rapporti con gli uomini. Non appena metteva insieme un po’ di denaro dava una festa alla quale invitava artisti, poeti, falegnami, operai, uomini di molte vocazioni e di molti mestieri. In loro compagnia elaborava i suoi disegni.

Kame era lentissima nel creare, ma la sua opera, una volta finita, era sempre un capolavoro. I suoi incensieri erano gelosamente custoditi in case dove le donne non bevevano, non fumavano e non si accompagnavano liberamente con gli uomini.

Una volta il sindaco di Nagasaki pregò Kame di fare un incensiere per lui. Ma lei rimandò il lavoro così a lungo che trascorsero quasi sei mesi. Allora il sindaco, che aveva ottenuto una carica in una città lontana, andò a trovare Kame e la sollecitò a darsi da fare per il suo incensiere.

Venutale finalmente l’ispirazione, Kame fece l’incensiere. Dopo averlo finito lo posò su un tavolo. Lo guardò a lungo e attentamente. Fumò e bevve davanti all’oggetto come se esso costituisse tutta la sua compagnia di amici. Lo osservò per tutta la giornata.

Infine, preso un martello, Kame lo ridusse in pezzi. Aveva visto che non era la creazione perfetta che la sua mente esigeva

Tratto da 101 Storie Zen

Incense Burner

A woman of Nagasaki named Kame was one of the few makers of incense burners in Japan. Such a burner is a work of art to be used only in a tearoom of before a family shrine.

Kame, whose father before her had been such an artist, was fond of drinking. She also smoked and associated with men most of the time. Whenever she made a little money she gave a feast inviting artists, poets, carpenters, workers, men of many vocations and avocations. In their association she evolved her designs.

Kame was exceedingly slow in creating, but when her work was finished it was always a masterpiece. Her burners were treasured in homes whose womanfolk never drank, smoked, or associated freely with men.

The mayor of Nagasaki once requested Kame to design an incense burner for him. She delayed doing so until almost half a year had passed. At that time the mayor, who had been promoted to office in a distant city, visited her. He urged Kame to begin work on his burner.

At last receiving the inspiration, Kame made the incense burner. After it was completed she placed it upon a table. She looked at it long and carefully. She smoked and drank before it as if it were her own company. All day she observed it.

At last, picking up a hammer, Kame smashed it to bits. She saw it was not the perfect creation her mind demanded.

Taken from 101 Zen Stories

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Una parabola


18. Una parabola

In un sutra, Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!

Tratto da 101 Storie Zen

A Parable

Buddha told a parable in a sutra:

A man traveling across a field encountered a tiger. He fled, the tiger after him. Coming to a precipice, he caught hold of the root of a wild vine and swung himself down over the edge. The tiger sniffed at him from above. Trembling, the man looked down to where, far below, another tiger was waiting to eat him. Only the vine sustained him.

Two mice, one white and one black, little by little started to gnaw away the vine. The man saw a luscious strawberry near him. Grasping the vine with one hand, he plucked the strawberry with the other. How sweet it tasted!

Taken from 101 Zen Story

28. Apri la tua stanza del tesoro


28. Apri la tua stanza del tesoro

Daiju fece visita al maestro Baso in Cina. Baso domandò: «Che cosa cerchi?».
«L’Illuminazione» rispose Daiju.
«Tu hai la tua stanza del tesoro. Perché vai in giro a cercare?» domandò Baso.
Daiju domandò: «Dov’è la mia stanza del tesoro?».
Baso rispose: «Quello che stai domandando è la tua stanza del tesoro».
Daiju fu illuminato! Da quel momento, esortava sempre i suoi amici: Aprite la vostra stanza del tesoro e usate quei tesori.

Tratto da 101 Storie Zen

Open Your Own Treasure House

Daiju visited the master Baso in China. Baso asked: “What do you seek?”

“Enlightenment,” replied Daiju.

“You have your own treasure house. Why do you search outside?” Baso asked.

Daiju inquired: “Where is my treasure house?”

Baso answered: “What you are asking is your treasure house.”

Daiju was delighted! Ever after he urged his friends: “Open your own treasure house and use those treasures.

Taken to 101 Zen stories

Il vero miracolo


 
80. Il vero miracolo

Quando Bankei predicava nel tempio Ryumon, un prete Shinshu, che credeva nella salvezza ottenuta ripetendo il nome del Buddha dell’Amore, si ingelosì del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.

Bankei stava parlando allorché comparve il prete, ma questo creò una tale confusione che Bankei si interruppe e domandò che cosa fosse tutto quel baccano.

«Il fondatore della nostra setta» si vantò il prete «aveva poteri così miracolosi che stando su una riva del fiume con un pennello in mano riusciva a scrivere attraverso l’aria il sacro nome di Amida su un foglio che un suo assistente reggeva sull’altra riva. Tu puoi fare questa cosa prodigiosa?».

Bankei rispose gaiamente: «Forse questo gioco di prestigio può farlo la tua volpe, ma non è questo il modo dello Zen. Il mio miracolo è che se ho fame mangio, e se ho sete bevo».

Tratto da 101 Storie Zen

The Real Miracle

When Bankei was preaching at Ryumon temple, a Shinshu priest, who believed in salvation through repetition of the name of the Buddha of Love, was jealous of his large audience and wanted to debate with him.

Bankei was in the midst of a talk when the priest appeared, but the fellow made such a disturbance that Bankei stopped his discourse and asked about the noise.

“The founder of our sect,” boasted the priest, “had such miraculous powers that he held a brush in his hand on one bank of the river, his attendant held up a paper on the other bank, and the teacher wrote the holy name of Amida through the air. Can you do such a wonderful thing?”

Bankei replied lightly: “Perhaps your fox can perform that trick, but that is not the manner of Zen. My miracle is that when I feel hungry I eat, and when I feel thirsty I drink.”

Taken from 101 Zen Stories

Il ladro che diventò discepolo


44. Il ladro che diventò discepolo

Una sera, mentre Shichiri Kojun stava recitando i sutra, entrò un ladro con una spada affilata e gli ordinò di dargli il denaro se non voleva essere ucciso.

Shichiri gli disse: «Non mi disturbare. Il denaro lo troverai in quel cassetto». Poi si rimise a recitare.

Poco dopo si interruppe e gridò: «Non prendertelo tutto. Domani me ne serve un po’ per pagare le tasse».

L’intruso aveva arraffato quasi tutto il denaro e stava per andarsene. «Ringrazia, quando ricevi un regalo» soggiunse Shichiri. L’uomo lo ringraziò e andò via.

Alcuni giorni dopo quel tale fu preso e confessò, tra gli altri, il furto ai danni di Shichiri.

Quando fu chiamato come testimone Shichiri disse: «Quest’uomo non è un ladro, almeno per quanto mi riguarda. Io gli ho dato il denaro e lui mi ha detto grazie». Dopo avere scontato la pena, l’uomo andò da Shichiri e divenne suo discepolo

Tratto da 101 Storie Zen

The Thief Who Became a Disciple

One evening as Shichiri Kojun was reciting sutras a thief with a sharp sword entered, demanding either money or his life.

Shichiri told him: “Do not disturb me. You can find the money in that drawer.” Then he resumed his recitation.

A little while afterwards he stopped and called: “Don’t take it all. I need some to pay taxes with tomorrow.”

The intruder gathered up most of the money and started to leave. “Thank a person when you receive a gift,” Shichiri added. The man thanked him and made off.

A few days afterwards the fellow was caught and confessed, among others, the offence against Shichiri. When Shichiri was called as a witness he said: “This man is no thief, at least as far as I am concerned. I gave him money and he thanked me for it.”

After he had finished his prison term, the man went to Shichiri and became his disciple.

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Avaro nell’insegnare


17. Avaro nell’insegnare

Un giovane medico di Tokyo, un certo Kusuda, incontrò un compagno di università che aveva studiato lo Zen. Il giovane dottore gli domandò che cosa fosse lo Zen.

«Io non posso dirti che cosa sia,» rispose l’amico, «ma una cosa è certa. Se capisci lo Zen, non hai più paura di morire».

«Questo è molto bello» disse Kusuda. «Voglio provarci. Dove posso trovare un insegnante?».

«Va’ dal maestro Nan-in» gli disse l’amico.

Così Kusuda andò a trovare Nan-in. E per appurare se l’insegnante avesse a sua volta paura di morire, portò con sé un pugnale lungo una ventina di centimetri.

Quando Nan-in vide Kusuda esclamò: «Salve, amico. Come stai? Non ci vediamo da un pezzo!».

Quest’accoglienza sconcertò Kusuda che rispose: «Noi non ci siamo mai visti».

«È vero» rispose Nan-in. «Ti ho scambiato per un altro medico che viene a studiare qui da me».

Dato l’esordio, Kusuda perse l’occasione di mettere alla prova il maestro, e così, con riluttanza, gli domandò se poteva prendere lezioni di Zen.

Nan-in disse: «Lo Zen non è una cosa difficile. Se sei medico, tratta i tuoi pazienti con bontà. Lo Zen è questo».

Kusuda andò tre volte da Nan-in. Ogni volta Na-in gli disse la stessa cosa. «Un medico non dovrebbe perdere tempo qui da me. Va’ a casa tua e prenditi cura dei tuoi pazienti». Ma Kusuda ancora non capiva come questo insegnamento potesse abolire la paura della morte. E la quarta volta proruppe: «Il mio amico mi aveva detto che quando uno impara lo Zen non ha più paura di morire. Ogni volta che vengo qui tu mi dici di prendermi cura dei miei pazienti. Questo lo so. Se il tuo cosiddetto Zen si riduce a questo, è inutile che continui a venire da te».

Nan-in sorrise e batté la mano sulla spalla del dottore. «Sono stato troppo rigido con te. Ora ti darò un koan». E propose a Kusuda di studiarsi il Mu di Joshu, che è il primo problema illuminante nel libro detto La porta senza porta. (I koan erano problemi, o piuttosto «sfide interiori» che i maestri proponevano ai discepoli per metterli alla prova.La porta senza porta, ovvero Mu-mon-kan, è un testo classico Zen, attribuito al maestro cinese Ekai, detto anche Mu-mon, che visse dal 1183 al 1260).

Kusuda meditò per due anni su questo problema del Mu (Niente). Infine pensò di avere raggiunto la certezza della mente. Ma l’insegnante commentò: «Non ci sei ancora».

Kusuda continuò la sua meditazione per un altro anno e mezzo. La sua mente diventò serena. I problemi si risolsero. «Niente» divenne la verità. Egli curava bene i pazienti e, senza nemmeno saperlo, era libero da ogni preoccupazione sulla vita e sulla morte.

Allora, quando tornò da Nan-in, il suo vecchio insegnante si limitò a sorridere.

Tratto da 101 Storie Zen

Stingy in Teaching

A young physician in Tokyo named Kusuda met a college friend who had been studying Zen. The young doctor asked him what Zen was.

“I cannot tell you what it is,” the friend replied, “but one thing is certain. If you understand Zen, you will not be afraid to die.”

“That’s fine,” said Kusuda. “I will try it. Where can I find a teacher?”

“Go to the master Nan-in,” the friend told him.

So Kusuda went to call on Nan-in. He carried a dagger nine and a half inches long to determine whether or not the teacher was afraid to die.

When Nan-in saw Kusuda he exclaimed: “Hello, friend. How are you? We haven’t seen each other for a long time!”

This perplexed Kusuda, who replied: “We have never met before.”

“That’s right,” answered Nan-in. “I mistook you for another physician who is receiving instruction here.”

With such a beginning, Kusuda lost his chance to test the master, so reluctantly he asked if he might receive Zen instruction.

Nan-in said: “Zen is not a difficult task. If you are a physician, treat you patients with kindness. That is Zen.”

Kusuda visited Nan-in three times. Each time Nan-in told him the same thing. “A physician should not waste time around here. Go home and take care of you patients.”

It was not yet clear to Kusuda how such teaching could remove the fear of death. So on his fourth visit he complained: “My friend told me when one learns Zen one loses the fear of death. Each time I come here all you tell me is to take care of my patients. I know that much. If that is your so-called Zen, I am not going to visit you any more.”

Nan-in smiled and patted the doctor. “I have been too strict with you. Let me give you a koan.” He presented Kusuda with Joshu’s Mu to work over, which is the first mind enlightening problem in the book called The Gateless Gate.

Kusuda pondered this problem of Mu (No-Thing) for two years. At length he thought he had reached certainty of mind. But his teacher commented: “You are not in yet.”

Kusuda continued in concentration for another year and a half. His mind became placid. Problems dissolved. No-Thing became the truth. He served his patients well and, without even knowing it, he was free from concern over life and death.

Then when he visited Nan-in, his old teacher just smiled.

Taken from 101 Zen Storie

La nostra sovranità


“Un essere umano è come un televisore con milioni di canali …. Non possiamo permettere che un solo canale ci domini. Abbiamo il seme di ogni cosa in noi, e dobbiamo recuperare la nostra sovranità “.

Thich Nhat Hanh

 
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“A human being is like a television set with millions of channels…. We cannot let just one channel dominate us. We have the seed of everything in us, and we have to recover our own sovereignty.”

Thich Nhat Hanh