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Un solo sorriso in tutta la vita


34. Un solo sorriso in tutta la vita

Sino all’ultimo giorno che Mokugen passò su questa terra, nessuno aveva mai saputo che sapesse sorridere. Quando sonò la sua ora, egli disse ai suoi discepoli: «Tutti voi studiate con me da più di dieci anni. Mostratemi la vera interpretazione dello Zen. Chi riuscirà ad esprimersi più chiaramente, sarà il mio successore e riceverà la mia veste e la mia ciotola».

Tutti fissarono la faccia severa di Mokugen, ma nessuno rispose.

Encho, un discepolo che stava da molto tempo col suo maestro, si avvicinò al letto.

Spinse avanti di qualche centimetro la tazza della medicina. Questa fu la sua risposta al comando.

La faccia del maestro si fece ancora più severa. «È questo tutto ciò che hai capito?» domandò Mokugen.

Encho allungò la mano e rimise la tazza al posto di prima.

Un bel sorriso schiarì il volto di Mokugen. «Che briccone!» disse a Encho. «Hai lavorato con me per dieci anni e non hai ancora visto tutto il mio corpo. Prenditi la veste e la ciotola. Ti appartengono».

Tratto da 101 Storie Zen

A Smile in His Lifetime

Mokugen was never known to smile until his last day on earth. When his time came to pass away he said to his faithful ones: “You have studied under me for more than ten years. Show me your real interpretation of Zen. Whoever expresses this most clearly shall by my successor and receive my robe and bowl.”

Everyone watched Mokugen’s severe face, but no one answered.

Encho, a disciple who had been with his teacher for a long time, moved near the bedside. He pushed forward the medicine cup a few inches. This was his answer to the command.

The teacher’s face became even more severe. “Is that all you understand?” he asked.

Encho reached out and moved the cup back again.

A beautiful smile broke over the features of Mokugen. “You rascal,” he told Encho. “You worked with me ten years and have not yet seen my whole body. Take the robe and bowl. They belong to you.”

Taken to 101 Zen Stories

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Che peccato!


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“Un lama della provincia di Golok, nel Tibet orientale, andò a visitare il grande Jamgön Kongtrül Lodrö Thaye e gli raccontò di essere rimasto in una casetta di ritiro in meditazione per nove o dieci anni. «La mia pratica va abbastanza bene ora e a volte sviluppo una certa chiaroveggenza. Quando mi concentro su qualche cosa, la mia attenzione rimane stabile. Mi sento così calmo e sereno! Mi trovo in un stato completamente privo di pensieri e di concetti, e per lunghi periodi sperimento solo beatitudine, chiarezza e assenza di pensieri. Potrei dire che la mia meditazione ha dato buoni risultati!».
«Che peccato!» commentò Jamgön Kongtrül.
Il praticante se ne andò un po’ abbattuto e tornò il mattino seguente. «Onestamente, Rinpoche, la mia pratica del samadhi è buona. Sono riuscito a livellare tutti gli stati mentali di piacere e di dolore. I tre veleni, l’ira, il desiderio e l’ottusità non hanno più presa su di me. Dopo avere meditato per nove anni, penso di essere a un livello piuttosto buono».
«Che peccato!» ripeté Jamgön Kongtrül.
[…]
Il praticante si ritirò nella sua stanza e probabilmente cominciò ad avere qualche dubbio, perché dopo qualche giorno tornò e disse: «Torno al mio ritiro, che cose devo fare?».
Jamgön Rinpoche gli disse: «Non meditare più! Da oggi in poi smetti di meditare. Se vuoi seguire il mio consiglio, torna a casa e va in ritiro per tre anni senza meditare! […]».
Il praticante pensò tra sé: «Che cosa sta dicendo! Che cosa significa? D’altra parte ha fama di essere un grande maestro. Cercherò di fare ciò che dice e vedrò cosa accade». Perciò disse: «Va bene, Rinpoche» e se ne andò.
Quando tornò al suo ritiro, ebbe molte difficoltà a non meditare. Ogni volta che lasciava la mente com’è, senza sforzarsi di meditare, si ritrovava a meditare. In seguito disse: «Il primo anno fu molto difficile. Il secondo anno andò un po’ meglio». A quel punto aveva scoperto che meditando aveva semplicemente tenuto occupata la mente e comprese il significato delle parole di Jamgön Kongtrül: «Non meditare».
Il terzo anno raggiunse lo stato autentico della non meditazione e abbandonò completamente ogni sforzo deliberato. Lasciando semplicemente la consapevolezza in una condizione naturale, così com’è, scoprì lo stato perfettamente al di là di fare e del meditare. Nulla di spettacolare si manifestava più nella sua pratica, nemmeno una particolare chiaroveggenza. Anche le esperienze di beatitudine, chiarezza e assenza di pensiero erano svanite e pensò: «Ora la mia pratica della meditazione è andata completamente perduta! Forse è meglio che torni da Rinpoche a chiedere altri consigli!».
Quando si ritrovò alla presenza di Jamgön Kongtrül e gli riferì la sua esperienza, Rinpoche rispose: «Va benissimo! In questi tre anni la tua meditazione ha avuto successo! Benissimo!». Jamgön Kongtrül continuò: «Non meditare avendo in mente deliberatamente qualcosa, ma non distrarti!».
Il praticante disse: «Forse per effetto del mio precedente allenamento allo stato calmo i periodi di distrazione sono abbastanza brevi, non c’è più molta distrazione. Credo di avere scoperto quel che intendevi dire: mi trovo in uno stato non creato dalla meditazione, e che tuttavia dura da sé abbastanza a lungo».
«Va benissimo!» disse Jamgön Kongtrül. «Trascorri il resto della tua vita praticando così»” 

Tulku Urgyen Rinpoche

 

A lama of the province of Golok in eastern Tibet, he went to visit the great Jamgon Lodro Thaye Kongtrül and told him that he was in a cabin retreat in meditation for nine or ten years.My practice is pretty good now and sometimes developing a certain clairvoyance. When I focus on something, my attention remains stable. I feel so calm and serene! I am in a state completely free of thoughts and concepts, and for long periods I experience only bliss, clarity and absence of thoughts. could say that my meditation has yielded good results. “
“What a pity!” Said Jamgon Kongtrül.
The practitioner went a bit knocked down and came back the next morning. Honestly, Rinpoche, my practice of samadhi is good. I managed to level all the mental states of pleasure and pain. The three poisons, anger, desire, and the stupidity no longer have a hold on me. After having meditated for nine years, I think I’m in a pretty good level. “
“What a pity!” Repeated Jamgon Kongtrül.
[…]
The practitioner retired to his room, and probably began to have some doubts, because a few days later he returned and said, “I’ll be back to my retirement, what things should I do?”.
Jamgon Rinpoche said, “I do not meditate more! From now on, stop meditating. If you want to follow my advice, go home and go into retreat for three years without meditating! […]. “
The practitioner thought to himself: “What are you saying! What does that mean? On the other hand, has a reputation for being a great teacher. I will try to do what he says and I’ll see what happens. “So he said, “Okay, Rinpoche,” and walked away.
When he returned to his retirement, he had a hard time not meditate. Every time I left the mind as it is, without trying to meditate, he found himself to meditate. He later said: “The first year was very difficult. The second year went a bit better.’ At that point he discovered that meditating had simply kept your mind busy and understood the meaning of the words of Jamgon Kongtrül: “I do not meditate.”
The third year he reached the state of non-meditation authentic and completely abandoned any deliberate effort. Leaving just the knowledge in a natural state, as it is, it was discovered perfectly beyond doing and meditate. Nothing spectacular manifested itself more in his practice, even a particular clairvoyance. Even the experiences of bliss, clarity and absence of thought were gone and thought, “Now my practice of meditation is completely lost! Maybe it’s better to come back to ask for more advice from Rinpoche. “
When he found himself in the presence of Jamgon Kongtrül and told his experience, Rinpoche said, “That’s fine! In these three years, your meditation has been successful! Very well. “Jamgon Kongtrül continued: “I do not meditate in mind something deliberately, but do not get sidetracked.”
The practitioner said, “Perhaps as a result of my previous training status calm periods of distraction are short enough, there’s a lot of distraction. I think I have discovered what you mean to say: I’m in a state not created by meditation, and yet tough enough by itself for a long time. “
It’s fine,” said Jamgon Kongtrül. Spend the rest of your life practicing so

Tulku Urgyen Rinpoche

Se mi ami, ama apertamente


5. Se ami, ama apertamente

Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro di Zen.

Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono segretamente di lei. Uno di questi le scrisse una lettera d’amore, insistendo per vederla da sola.

Eshun non rispose. Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: «Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia».

101 Storie Zen

If You Love, Love Openly

Twenty monks and one nun, who was named Eshun, were practicing meditation with a certain Zen master.

Eshun was very pretty even though her head was shaved and her dress plain. Several monks secretly fell in love with her. One of them wrote her a love letter, insisting upon a private meeting.

Eshun did not reply. The following day the master gave a lecture to the group, and when it was over, Eshun arose. Addressing the one who had written her, she said: “If you really love me so much, come and embrace me now.”

101 Zen Stories

Dieci successori


 73. Dieci successori

Gli studenti di Zen fanno voto di impegnarsi a studiare lo Zen anche se per questo dovessero rischiare di essere uccisi dal proprio insegnante. Di solito si fanno un taglio su un dito e suggellano col sangue la loro decisione. Col passar del tempo il voto è diventato una semplice formalità, e per questa ragione l’allievo che morì per mano di Ekido fu fatto apparire come un martire.

Ekido era diventato un insegnante severo. I suoi allievi lo temevano. Un discepolo che era di servizio, nel battere il gong per annunciare l’ora, sbagliò i rintocchi perché il suo sguardo fu attratto da una bella ragazza che passava davanti al cancello del tempio. Immediatamente Ekido, che stava proprio alle sue spalle, lo percosse con un bastone e quel colpo uccise l’allievo.

Il tutore dell’allievo, informato dell’incidente, andò subito da Ekido. Rendendosi conto che il maestro non aveva nessuna colpa, lo elogiò per la sua severità. Il contegno di Ekido era esattamente quello di sempre, come se l’allievo fosse ancora vivo.

Dopo che accadde questo episodio, si formarono sotto la sua guida più di dieci successori illuminati, che è un numero molto fuori del comune.

Tratto da 101 Storie zen

Ten Successors

Zen pupils take a vow that even if they are killed by their teacher, they intend to learn Zen. Usually they cut a finger and seal their resolution with blood. In time the vow has become a mere formality, and for this reason the pupil who died by the hand of Ekido was made to appear a martyr.

Ekido had become a severe teacher. His pupils feared him. One of them on duty, striking the gong to tell the time of day, missed his beats when his eye was attracted by a beautiful girl passing the temple gate.

At that moment Ekido, who was directly behind him, hit him with a stick and the shock happened to kill him.

The pupil’s guardian, hearing of the accident, went directly to Ekido. Knowing that he was not to blame he praised the master for his severe teaching. Ekido’s attitude was just the same as if the pupil were still alive.

After this took place, he was able to produce under his guidance more than ten enlightened successors, a very unusual number.

Taken from 101 zen stories

Gratitudine


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“Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato”

Tratto da 101 storie Zen

 

“A wealthy merchant made ​​a gift to a teacher of a large quantity of gold coins for the construction of a new monastery. The teacher accepted without showing neither enthusiasm nor gratitude. Annoyed, the merchant said,” You could at least thank me! “.

“And why should I?” Replied the master, “is someone who gives you should be grateful”

Taken from 101 Zen Stories

L’incensiere


 
79. L’incensiere

Una donna di Nagasaki, una certa Kame, faceva parte dell’esigua schiera di fabbricanti di incensieri del Giappone. Questi incensieri sono opere d’arte da usarsi soltanto in una sala da tè o davanti a un reliquiario di famiglia.

Kame, che era figlia di un uomo che era stato anche lui un artista, aveva il vizio di bere. Inoltre fumava e aveva continuamente rapporti con gli uomini. Non appena metteva insieme un po’ di denaro dava una festa alla quale invitava artisti, poeti, falegnami, operai, uomini di molte vocazioni e di molti mestieri. In loro compagnia elaborava i suoi disegni.

Kame era lentissima nel creare, ma la sua opera, una volta finita, era sempre un capolavoro. I suoi incensieri erano gelosamente custoditi in case dove le donne non bevevano, non fumavano e non si accompagnavano liberamente con gli uomini.

Una volta il sindaco di Nagasaki pregò Kame di fare un incensiere per lui. Ma lei rimandò il lavoro così a lungo che trascorsero quasi sei mesi. Allora il sindaco, che aveva ottenuto una carica in una città lontana, andò a trovare Kame e la sollecitò a darsi da fare per il suo incensiere.

Venutale finalmente l’ispirazione, Kame fece l’incensiere. Dopo averlo finito lo posò su un tavolo. Lo guardò a lungo e attentamente. Fumò e bevve davanti all’oggetto come se esso costituisse tutta la sua compagnia di amici. Lo osservò per tutta la giornata.

Infine, preso un martello, Kame lo ridusse in pezzi. Aveva visto che non era la creazione perfetta che la sua mente esigeva

Tratto da 101 Storie Zen

Incense Burner

A woman of Nagasaki named Kame was one of the few makers of incense burners in Japan. Such a burner is a work of art to be used only in a tearoom of before a family shrine.

Kame, whose father before her had been such an artist, was fond of drinking. She also smoked and associated with men most of the time. Whenever she made a little money she gave a feast inviting artists, poets, carpenters, workers, men of many vocations and avocations. In their association she evolved her designs.

Kame was exceedingly slow in creating, but when her work was finished it was always a masterpiece. Her burners were treasured in homes whose womanfolk never drank, smoked, or associated freely with men.

The mayor of Nagasaki once requested Kame to design an incense burner for him. She delayed doing so until almost half a year had passed. At that time the mayor, who had been promoted to office in a distant city, visited her. He urged Kame to begin work on his burner.

At last receiving the inspiration, Kame made the incense burner. After it was completed she placed it upon a table. She looked at it long and carefully. She smoked and drank before it as if it were her own company. All day she observed it.

At last, picking up a hammer, Kame smashed it to bits. She saw it was not the perfect creation her mind demanded.

Taken from 101 Zen Stories

Una parabola


18. Una parabola

In un sutra, Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!

Tratto da 101 Storie Zen

A Parable

Buddha told a parable in a sutra:

A man traveling across a field encountered a tiger. He fled, the tiger after him. Coming to a precipice, he caught hold of the root of a wild vine and swung himself down over the edge. The tiger sniffed at him from above. Trembling, the man looked down to where, far below, another tiger was waiting to eat him. Only the vine sustained him.

Two mice, one white and one black, little by little started to gnaw away the vine. The man saw a luscious strawberry near him. Grasping the vine with one hand, he plucked the strawberry with the other. How sweet it tasted!

Taken from 101 Zen Story