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Come fare meditazione Zen – How to Do Zen Meditation


Come Fare Meditazione Zen

La meditazione Zen, nota anche con il nome di “Zazen”, è una pratica buddista utilizzata da secoli. La meditazione zen si è diffusa molto anche in occidente ed è praticata anche dai non buddisti per raggiungere uno stato di tranquillità.

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La meditazione Zen è uno stato di concentrazione mediante il quale si dovrebbe raggiungere la cosiddetta “illuminazione”, dovrebbe far dimenticare di se stessi tanto da portarti ad aprire la mente e fonderla con l’universo. Non ti aspettare di raggiungere risultati così eclatanti dopo le prime esperienze, di certo potrai assicurarti una buona dose di calma e tranquillità.

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Occorrente

    Un luogo tranquillo

Impegnati per far entrare la meditazione nella tua abituale routine. Stabilisci un tempo ben preciso, meglio se di mattina presto o in tarda notte e assicurati di avere un ambiente tranquillo dove poter meditare. Se non hai abbastanza tempo puoi praticare la meditazione anche solo durante i week end e poi pian piano integrarla nella vita quotidiana.

3 Trova uno spazio abbastanza grande dove poterti sedere con le gambe incrociate, nella classica posizione del Buddha. Meglio se c’è una parete dove poter eventualmente appoggiare la schiena. La posizione dello zazen vuole che incroci le gambe portando i piedi sulle cosce. Se non riesci a tenere esattamente questa posizione puoi scegliere quella del mezzo loto (semplicemente seduta), o qualcosa di molto comodo se hai problemi alle articolazioni o alla schiena.

4 Mantieni la tua postura. Qualunque sia la posizione che hai scelto, è importante non muoversi e mantenerla, tieni la schiena dritta e la testa leggermente inclinata in avanti con il mento rivolto verso il basso. Durante la meditazione dovrai avere gli occhi aperti, ma ovviamente dovrai essere rilassata. La posizione con la testa leggermente inclinata ti porterà a guardare il pavimento, concentrati su di esso e non alzare lo sguardo verso il muro.

5 La posizione delle braccia è altrettanto importante. Tieni le mani in grembo (circa 2 cm sotto l’ombelico), con i palmi rivolti verso l’alto e le dita della mano sinistra appoggiate sulla parte superiore della mano destra. Per capire bene la posizione piramidale della meditazione, osserva una qualsiasi statua del Budda

6 Respira. Durante la meditazione Zen, non vi è un modo corretto di respirare, l’unico requisito è: respira in modo naturale! Non forzare o non tentare di controllare il tuo respiro espandendo i polmoni o respirando rapidamente. La meditazione Zazen prevede diverse pratiche, tutte hanno il medesimo scopo: non farsi prendere dai pensieri e liberare la mente. Per fare questo conta i tuoi respiri, da uno a dieci e poi inizia daccapo. Se perdi il conto prima di arrivare a dieci dovrai necessariamente ripartire da uno.

http://www.saperlo.it/guida/come-fare-meditazione-zen-15958/1

How to Do Zen Meditation

Zen meditation, also known as the “Zazen” is a Buddhist practice used for centuries. Zen meditation is very widespread in the West and is also practiced by non-Buddhists to reach a state of tranquility.

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Zen meditation is a state of concentration by which you should reach the so-called “enlightenment”, should make us forget about themselves enough to get you to open your mind and merge with the universe. Do not expect to achieve results after the first experience of such magnitude, certainly you can ensure a good dose of calm and tranquility.

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Necessary

    A quiet place

Committed to bring meditation into your regular routine. Establish a definite time, preferably early morning or late at night and make sure you have a quiet place to meditate. If you do not have enough time to practice meditation even during the weekend and then slowly incorporate it into daily life.

3 Find a space big enough where poterti sit with legs crossed, in the classic position of the Buddha. Better if there is a wall where you can possibly support the back. The position of zazen wants you cross your legs, bringing your feet on the thighs. If you can not hold this position, you can choose exactly the half-lotus (just sitting), or something very handy if you have joint problems or back pain.

4 Keep your posture. Whatever position you choose, it is important not to move and keep it, keep your back straight and head inclined slightly forward with the chin pointing down. During meditation, you should have your eyes open, but obviously you will need to be relaxed. The position with the head slightly inclined will get you to look at the floor, concentrate on it and look up toward the wall.

5 The position of the arms is also important. Keep your hands in your lap (about 2 inches below the navel), with palms facing upwards and the fingers of his left hand resting on top of the right hand. To understand the position of the pyramid meditation, observes any statue of the Buddha

Breathe 6. During meditation, Zen, there is no one correct way to breathe, the only requirement is: breathe naturally! Do not force or groped to control your breath expanding your lungs or breathing rapidly. Zazen Meditation involves different practices, all have the same goal: not to get caught by the thoughts and clear your mind. To do this, count your breaths from one to ten and then start all over again. If you lose count to ten before you arrive you’ll need to start from one.

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Il vero miracolo – The true miracle – Thich Nhat Hanh


“Il vero miracolo non è camminare sull’acqua o camminare in aria ma semplicemente camminare su questa terra.”
Thich Nhat Hanh
“The true miracle is not walking on water or walking in air, but simply walking on this earth.”
Thich Nhat Hanh

L’incensiere – Incense Burner


Una donna di Nagasaki, una certa Kame, faceva parte dell’esigua schiera di fabbricanti di incensieri del Giappone. Questi incensieri sono opere d’arte da usarsi soltanto in una sala da tè o davanti a un reliquiario di famiglia.
Kame, che era figlia di un uomo che era stato anche lui un artista, aveva il vizio di bere. Inoltre fumava e aveva continuamente rapporti con gli uomini. Non appena metteva insieme un po’ di denaro dava una festa alla quale invitava artisti, poeti, falegnami, operai, uomini di molte vocazioni e di molti mestieri. In loro compagnia elaborava i suoi disegni.
Kame era lentissima nel creare, ma la sua opera, una volta finita, era sempre un capolavoro. I suoi incensieri erano gelosamente custoditi in case dove le donne non bevevano, non fumavano e non si accompagnavano liberamente con gli uomini.
Una volta il sindaco di Nagasaki pregò Kame di fare un incensiere per lui. Ma lei rimandò il lavoro così a lungo che trascorsero quasi sei mesi. Allora il sindaco, che aveva ottenuto una carica in una città lontana, andò a trovare Kame e la sollecitò a darsi da fare per il suo incensiere.
Venutale finalmente l’ispirazione, Kame fece l’incensiere. Dopo averlo finito lo posò su un tavolo. Lo guardò a lungo e attentamente. Fumò e bevve davanti all’oggetto come se esso costituisse tutta la sua compagnia di amici. Lo osservò per tutta la giornata.
Infine, preso un martello, Kame lo ridusse in pezzi. Aveva visto che non era la creazione perfetta che la sua mente esigeva
Tratto da 101 Storie Zen
Incense Burner
A woman of Nagasaki named Kame was one of the few makers of incense burners in Japan. Such a burner is a work of art to be used only in a tearoom of before a family shrine.
Kame, whose father before her had been such an artist, was fond of drinking. She also smoked and associated with men most of the time. Whenever she made a little money she gave a feast inviting artists, poets, carpenters, workers, men of many vocations and avocations. In their association she evolved her designs.
Kame was exceedingly slow in creating, but when her work was finished it was always a masterpiece. Her burners were treasured in homes whose womanfolk never drank, smoked, or associated freely with men.
The mayor of Nagasaki once requested Kame to design an incense burner for him. She delayed doing so until almost half a year had passed. At that time the mayor, who had been promoted to office in a distant city, visited her. He urged Kame to begin work on his burner.
At last receiving the inspiration, Kame made the incense burner. After it was completed she placed it upon a table. She looked at it long and carefully. She smoked and drank before it as if it were her own company. All day she observed it.
At last, picking up a hammer, Kame smashed it to bits. She saw it was not the perfect creation her mind demanded.
Taken from 101 Zen Stories

Sofferenza – Suffering – Thich Nhat Hanh


Sofferenza
“Il fatto è che quando si fa soffrire l’altro egli cercherà di trovare sollievo facendoti soffrire di più. Il risultato è una escalation di sofferenza su entrambi i lati. “
Thich Nhat Hanh

Suffering

“The fact is that when you make the other suffer, he will try to find relief by making you suffer more. The result is an escalation of suffering on both sides.”
Thich Nhat Hanh

Come un cerchio – Like a circle – Dae Soen Sa Nim


Come un cerchio

Una sera Dae Soen Sa Nim tenne il seguente discorso di Dharma al centro zen di Providence.
“Cos’è lo Zen? Zen significa conoscere se stessi.
Significa chiedersi: Cosa sono io?
Io spiego lo Zen con un cerchio. Su questo cerchio ci sono cinque punti.
0°, 90°, 180°, 270° e 360°. 360° e 0° sono lo stesso punto.
Cominciamo con lo spazio tra 0° e 90°.
Qui dominano il pensiero e l’attacamento.
Il pensiero è esigere e l’esigere porta alla sofferenza. Tutto si sostiene sui contrasti: buono o cattivo, bello o brutto, mio e tuo.
Mi piace – non mi piace. Mi piacerebbe essere felice e non soffrire.
Così, in questo stato, la vita è sofferenza e la sofferenza è vita.
Sopra i 90° c’è lo spazio della consapevolezza del così detto karma-sé.
Al di sotto si è attaccati ai nomi, alle forme ed anche ai pensieri.
Prima che nascessi non eri nulla. Adesso sei l’Uno. Quando muori, ritorni nulla. Per questo il nulla è Uno e Uno è il nulla.
In questo parte del cerchio, tutti i fenomeno sono uguali, fatti della stessa sostanza.
Tutto ha nome e forma, ma nome e forma vengono dalla originaria vacuità e si ritorcono di nuovo sulla vacuità stessa. Il tutto è comunque ancora pensiero.
A 180° non c’è quasi più pensiero.
Questa è l’esperienza della vera vacuità. Davanti al pensiero non ci sono né parole né lingua, ma anche nessuna montagna, nessun fiume, nessun dio, nessun Buddha, assolutamente più niente. C’è solo ancora…”
A questo punto Dae Soen Sa Nim colpì il tavolo.
La prossima zona va fino a 270°, questa è la parte del cerchio della magia e del miracolo.
Qui domina la pura libertà, non ostacolata né dal tempo, né dallo spazio.
Ciò è indice di un pensare vivace. Posso trasformare il mio corpo in quello di un serpente.
Posso cavalcare le nuvole del cielo occidentale. Posso camminare sull’acqua. Voglio vivere, allora vivo; voglio morire, allora muoio.
In questo arco del cerchio tutto è possibile: una statua può piangere; la terra non è né chiara né scura; l’albero non ha radici; la valle non ha echo.
Se resti a 180°, allora rimani attaccato alla vacuità; se rimani a 270° soffrirai per l’attaccamento alla libertà.
A 360° tutti i fenomeni sono così come sono.
La verità è semplicemente così com’è. ‘Semplicemente così’ significa che non si è più attaccati a nulla.
Questo punto è esattamente uguale al punto del nulla. Arriviamo lì dove siamo sempre stati.
La differenza è che 0° è pensiero d’attaccamento, mentre 360° è pensiero incondizionato/di non attaccamento.
Un esempio: quando si guida un auto e la tua mente è da qualche altra parte allora è probabile che tu possa attraversare un incrocio con il rosso.
Questi sono pensieri d’attaccamento. Pensiero di non attaccamento significa che la tua mene è chiara per tutto il tempo.
Quindi la verità è semplicemente così com’è. Il rosso significa stop, il verde via libera. E’ un’azione intuitiva.
Ciò significa un’azione senza reclami, senza trattenimenti.
La mia mente è come uno specchio che riflette tutto semplicemente così com’è.
Se compare il rosso davanti allo specchio, lo specchio mostra il rosso; compare il giallo, mostra il giallo. Proprio così è la vita di un Bodhidsattva.
Non desidero niente per me, le mie azioni sono per il beneficio di tutti gli uomini.
0° è il piccolo-sé. 90° è il karma-sé e 180° è il non-sé. 270° è il libertà-sé. 360° è il grande-sé.
Il grande-sé è spazio e tempo illimitati.
Quindi non conosce né vita né morte. Ha solo un desiderio: beneficiare tutti gli essere senzienti.
Se gli uomini sono felici, sono anch’io felice; se sono tristi, anch’io sono triste.
Zen significa raggiungere 360°.
Se hai raggiunto 360° allora scompaiono tutti i gradi della ruota.
La ruota è solo un ausilio all’insegnamento zen. Non esiste veramente.
La adoperiamo per rendere più semplifice il pensiero e testare la conoscensa di uno studente zen.

Dae Soen Sa Nim
Like a circle

One evening, Dae Soen Sa Nim gave the following speech at Dharma Zen Center in Providence.
“What is Zen? Zen means to know oneself.
Is to ask: What am I?
I present him with a Zen circle. On this circle there are five points.
0 °, 90 °, 180 °, 270 ° and 360 °. 360 ° and 0 ° are the same point.
We begin with the space between 0 ° and 90 °.
Here dominate the thinking and attachment.
The thought is to require and demand leads to suffering. Everything is supported on contrasts: good or bad, beautiful or ugly, mine and yours.
I like – I do not like. I’d be happy and not suffer.
Thus, in this state, life is suffering and suffering is life.
Above 90 ° there is a space of awareness of the so-called self-karma.
Below it is attached to the names, shapes, and even thoughts.
Before you were born you were nothing. Now you are the One. When you die, you return anything. That nothing is One and One is nothing.
In this part of the circle, all the phenomenon are equal, made of the same substance.
Everything has a name and form, but name and form are from the original emptiness and emptiness they turn back on itself. All this is however still thinking.
At 180 ° there is almost no thought.
This is the experience of true emptiness. Faced with the thought there are no words or language, but no mountains, no river, no God, no Buddha, absolutely nothing. There’s just more … “
At this point Dae Soen Sa Nim hit the table.
The next area go up to 270 °, this is the part of the circle of magic and miracle.
Here, overlooking the pure freedom, unhampered by either time or space.
This is indicative of a lively thinking. Can I turn my body into that of a snake.
Can I ride the clouds of the western sky. I can walk on water. I want to live, then live, I want to die, then die.
In this arc of the circle, everything is possible: a statue can cry, and the earth is neither light nor dark, the tree has no roots, the valley has no echo.
If you stay at 180 °, then you remain attached to emptiness, if you stay at 270 ° will suffer for their attachment to liberty.
At 360 ° all phenomena are as they are.
The truth is just the way it is. ‘Just so’ means that you are no longer attached to anything.
This point is exactly equal to the point of nothingness. We get there, where we have always been.
The difference is that 0 ° is thought of attachment, while 360 ° is thought unconditional / non-attachment.
An example: when driving a car and your mind is somewhere else then it is likely that you can cross an intersection with red.
These are thoughts of attachment. Thought of non-attachment means that your mene is clear for all the time.
So the truth is just the way it is. Red means stop, green go-ahead. And ‘intuitive action.
This means action without complaints, without amusements.
My mind is like a mirror that reflects everything just as it is.
If you see the red in front of the mirror, the mirror shows the red appears yellow, the yellow shows. Just so is the life of a Bodhidsattva.
I do not want anything for myself, my actions are for the benefit of all mankind.
0 ° is the little-self. Is 90 ° and 180 ° self-karma is the not-self. 270 ° is the self-freedom. 360 ° is the great-self.
The large-space and time itself is unlimited.
So I do not know, nor life nor death. It has only one desire: to benefit all sentient beings.
If people are happy, they are too happy, if they are sad, I’m sad.
Zen is to reach 360 °.
If you have reached 360 degrees, then disappear all the degrees of the wheel.
The wheel is only an aid to teaching Zen. Does not really exist.
The strive to make semplifice conoscensa thought and testing of a Zen student.

Dae Soen Sa Nim

Nessun legame con la polvere – No Attachment to Dust


77. Nessun legame con la polvere

Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T’ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli:

Vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen.

Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio.

Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.

Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite.

Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti.

La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata.

Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.

Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.

La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.

Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore.

Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l’infamia possono commuoverlo.

Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.

Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c’è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo. Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.

Tratto da 101 Storie Zen

No Attachment to Dust

Zengetsu, a Chinese master of the T’ang dynasty, wrote the following advice for his pupils:

Living in the world yet not forming attachments to the dust of the world is the way of a true Zen student.

When witnessing the good action of another encourage yourself to follow his example. Hearing of the mistaken action of another, advise yourself not to emulate it.

Even though alone in a dark room, be as if you were facing a noble guest. Express your feelings, but become no more expressive than your true nature.

Poverty is your treasure. Never exchange it for an easy life.

A person may appear a fool and yet not be one. He may only be guarding his wisdom carefully.

Virtues are the fruit of self-discipline and do not drop from heaven of themselves as does rain or snow.

Modesty is the foundation of all virtues. Let your neighbors discover you before you make yourself known to them.

A noble heart never forces itself forward. Its words are as rare gems, seldom displayed and of great value.

To a sincere student, every day is a fortunate day. Time passes but he never lags behind. Neither glory nor shame can move him.

Censure yourself, never another. Do not discuss right and wrong.

Some things, though right, were considered wrong for generations. Since the value of righteousness may be recognized after centuries, there is no need to crave immediate appreciation.

Live with cause and leave results to the great law of the universe. Pass each day in peaceful contemplation.

Taken from 101 Zen Stories

Avaro nell’insegnare – Stingy in Teaching


17. Avaro nell’insegnare

Un giovane medico di Tokyo, un certo Kusuda, incontrò un compagno di università che aveva studiato lo Zen. Il giovane dottore gli domandò che cosa fosse lo Zen.

«Io non posso dirti che cosa sia,» rispose l’amico, «ma una cosa è certa. Se capisci lo Zen, non hai più paura di morire».

«Questo è molto bello» disse Kusuda. «Voglio provarci. Dove posso trovare un insegnante?».

«Va’ dal maestro Nan-in» gli disse l’amico.

Così Kusuda andò a trovare Nan-in. E per appurare se l’insegnante avesse a sua volta paura di morire, portò con sé un pugnale lungo una ventina di centimetri.

Quando Nan-in vide Kusuda esclamò: «Salve, amico. Come stai? Non ci vediamo da un pezzo!».

Quest’accoglienza sconcertò Kusuda che rispose: «Noi non ci siamo mai visti».

«È vero» rispose Nan-in. «Ti ho scambiato per un altro medico che viene a studiare qui da me».

Dato l’esordio, Kusuda perse l’occasione di mettere alla prova il maestro, e così, con riluttanza, gli domandò se poteva prendere lezioni di Zen.

Nan-in disse: «Lo Zen non è una cosa difficile. Se sei medico, tratta i tuoi pazienti con bontà. Lo Zen è questo».

Kusuda andò tre volte da Nan-in. Ogni volta Na-in gli disse la stessa cosa. «Un medico non dovrebbe perdere tempo qui da me. Va’ a casa tua e prenditi cura dei tuoi pazienti». Ma Kusuda ancora non capiva come questo insegnamento potesse abolire la paura della morte. E la quarta volta proruppe: «Il mio amico mi aveva detto che quando uno impara lo Zen non ha più paura di morire. Ogni volta che vengo qui tu mi dici di prendermi cura dei miei pazienti. Questo lo so. Se il tuo cosiddetto Zen si riduce a questo, è inutile che continui a venire da te».

Nan-in sorrise e batté la mano sulla spalla del dottore. «Sono stato troppo rigido con te. Ora ti darò un koan». E propose a Kusuda di studiarsi il Mu di Joshu, che è il primo problema illuminante nel libro detto La porta senza porta. (I koan erano problemi, o piuttosto «sfide interiori» che i maestri proponevano ai discepoli per metterli alla prova.La porta senza porta, ovvero Mu-mon-kan, è un testo classico Zen, attribuito al maestro cinese Ekai, detto anche Mu-mon, che visse dal 1183 al 1260).

Kusuda meditò per due anni su questo problema del Mu (Niente). Infine pensò di avere raggiunto la certezza della mente. Ma l’insegnante commentò: «Non ci sei ancora».

Kusuda continuò la sua meditazione per un altro anno e mezzo. La sua mente diventò serena. I problemi si risolsero. «Niente» divenne la verità. Egli curava bene i pazienti e, senza nemmeno saperlo, era libero da ogni preoccupazione sulla vita e sulla morte.

Allora, quando tornò da Nan-in, il suo vecchio insegnante si limitò a sorridere.

Tratto da 101 Storie Zen

Stingy in Teaching

A young physician in Tokyo named Kusuda met a college friend who had been studying Zen. The young doctor asked him what Zen was.

“I cannot tell you what it is,” the friend replied, “but one thing is certain. If you understand Zen, you will not be afraid to die.”

“That’s fine,” said Kusuda. “I will try it. Where can I find a teacher?”

“Go to the master Nan-in,” the friend told him.

So Kusuda went to call on Nan-in. He carried a dagger nine and a half inches long to determine whether or not the teacher was afraid to die.

When Nan-in saw Kusuda he exclaimed: “Hello, friend. How are you? We haven’t seen each other for a long time!”

This perplexed Kusuda, who replied: “We have never met before.”

“That’s right,” answered Nan-in. “I mistook you for another physician who is receiving instruction here.”

With such a beginning, Kusuda lost his chance to test the master, so reluctantly he asked if he might receive Zen instruction.

Nan-in said: “Zen is not a difficult task. If you are a physician, treat you patients with kindness. That is Zen.”

Kusuda visited Nan-in three times. Each time Nan-in told him the same thing. “A physician should not waste time around here. Go home and take care of you patients.”

It was not yet clear to Kusuda how such teaching could remove the fear of death. So on his fourth visit he complained: “My friend told me when one learns Zen one loses the fear of death. Each time I come here all you tell me is to take care of my patients. I know that much. If that is your so-called Zen, I am not going to visit you any more.”

Nan-in smiled and patted the doctor. “I have been too strict with you. Let me give you a koan.” He presented Kusuda with Joshu’s Mu to work over, which is the first mind enlightening problem in the book called The Gateless Gate.

Kusuda pondered this problem of Mu (No-Thing) for two years. At length he thought he had reached certainty of mind. But his teacher commented: “You are not in yet.”

Kusuda continued in concentration for another year and a half. His mind became placid. Problems dissolved. No-Thing became the truth. He served his patients well and, without even knowing it, he was free from concern over life and death.

Then when he visited Nan-in, his old teacher just smiled.

Taken from 101 Zen Storie

Grandi Onde – Great Waves – tratto da 101 storie Zen


8. Grandi Onde

All’inizio dell’era Meiji viveva un famoso lottatore che si chiamava O-nami, Grandi Onde. O-nami era fortissimo e conosceva l’arte della lotta. Quando gareggiava in privato, vinceva persino il suo maestro, ma in pubblico era così timido che riuscivano a batterlo anche i suoi allievi.

O-nami capì che doveva farsi aiutare da un maestro di Zen. In un piccolo tempio poco lontano soggiornava temporaneamente Hakuju, un insegnante girovago. O-nami andò a trovarlo e gli spiegò il suo guaio.

«Tu ti chiami Grandi Onde,» gli disse l’insegnante «perciò stanotte rimani in questo tempio. Immaginati di essere quei marosi. Non sei più un lottatore che ha paura. Tu sei quelle ondate enormi che spazzano via tutto davanti a loro, distruggendo qualunque cosa incontrino. Fa’ così, e sarai il più grande lottatore del paese».

L’insegnante lo lasciò solo. O-nami rimase in meditazione, cercando di immaginare se stesso come onde. Pensava alle cose più disparate. Poi, gradualmente, si soffermava sempre più spesso sulla sensazione delle onde. Man mano che la notte avanzava le onde si facevano più grosse. Spazzarono via i fiori coi loro vasi. Sommersero perfino il Buddha nella sua cappella. Prima dell’alba il tempio non era più che il continuo fluire e rifluire di un mare immenso.

Al mattino l’insegnante trovò O-nami assorto in meditazione, con un lieve sorriso sul volto. Gli batté sulla spalla. «Ora niente potrà più turbarti» gli disse. «Tu sei quelle onde. Travolgerai tutto ciò che ti trovi davanti».

Quel giorno stesso O-nami partecipò alle gare di lotta e vinse. E da allora, nessuno in Giappone riuscì più a batterlo.

tratto da 101 storie Zen

 

Great Waves

In the early days of the Meiji era there lived a well-known wrestler called O-nami, Great Waves.

O-nami was immensly strong and knew the art of wresting. In his private bouts he defeated even his teacher, but in public was so bashful that his own pupils threw him.

O-nami felt he should go to a Zen master for help. Hakuju, a wandering teacher, was stopping in a little temple nearby, so O-nami went to see him and told him of his great trouble.

“Great Waves is your name,” the teacher advised, “so stay in this temple tonight. Imagine that you are those billows. You are no longer a wrestler who is afraid. You are those huge waves sweeping everything before them, swallowing all in their path. Do this and you will be the greatest wrestler in the land.”

The teacher retired. O-nami sat in meditation trying to imagine himself as waves. He thought of many different things. Then gradualy he turned more and more to the feeling of waves. As the night advanced the waves became larger and larger. They swept away the flowers in their vases. Even the Buddha in the shrine was inundated. Before dawn the temple was nothing but the ebb and flow of an immense sea.

In the morning the teacher found O-nami meditating, a faint smile on his face. He patted the wrestler’s shoulder. “Now nothing can disturb you,” he said. “You are those waves. You will sweep everything before you.”

The same day O-nami entered the wrestling contests and won. After that, no one in Japan was able to defeat him.

Take from 101 Zen Stories

Storia tibetana – Tibetan history


C’è una storia tibetana che narra di quattro studenti che si recano da un Lama per essere accolti come discepoli.
Il lama li riceve e chiede loro se sono disposti a rifiutare i loro maestri precedenti, come condizione per essere accolti…..
dice loro di dormirci sopra e li congeda.
Il giorno dopo i giovani tornano dal Lama e il primo dice:
accetto, il mio maestro era sempre burbero e severo, lo rifiuto!
Il secondo dice: anche io accetto di rifiutarlo, era un buon vecchietto ma senza nerbo
Il terzo dice: certamente lo rifiuto era pieno di difetti e per niente carismatico
Il quarto si avvicina, si prostra e dice:
mi spiace, me ne vado….non posso rifiutare che mi ha aiutato nonostante i suoi limiti e debolezze….e poi chi non ne ha?
Il Lama sorrise e sentenziò:
voi tre potete tornare a casa perchè non conoscete la riconoscenza e il rispetto…….
tu rimani e impara il poco che posso darti!

Storia Tibetana

There is a Tibetan story tells of four students who come from a blade to be accepted as disciples.
The blade receiving them and asks them if they are willing to reject their earlier masters, as a condition to be accepted …..
tells them to sleep on it and sends them away.
The day after returning from the young Lama and the first says:
I agree, my teacher was always gruff and harsh, I refuse!
The second says: I also agree to reject it, but it was a good old spineless
The third says, certainly the refusal was flawed and not at all charismatic
The fourth approaches, kneels and says:
I’m sorry, I’m going …. I can not deny that helped me in spite of its limitations and weaknesses …. and besides, who does not?
The Lama smiled and declared:
three of you can go home because you do not know the gratitude and respect …….
you stay and learn the little that I can give you!

Tibetan history

L’artista taccagno – The Stingy Artist – 101 Storie Zen


47. L’artista taccagno

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l’artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest’artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l’ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l’abito, chiese a Gessen di fare un’altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.
Tratto da 101 Storie Zen
The Stingy Artist
Gessen was an artist monk. Before he would start a drawing or painting he always insisted upon being paid in advance, and his fees were high. He was known as the “Stingy Artist.”
A geisha once gave him a commission for a painting. “How much can you pay?” inquired Gessen.
“‘Whatever you charge,” replied the girl, “but I want you to do the work in front of me.”
So on a certain day Gessen was called by the geisha. She was holding a feast for her patron.
Gessen with fine brush work did the paining. When it was completed he asked the highest sum of his time.
He received his pay. Then the geisha turned to her patron saying: “All this artist wants is money. His paintings are fine but his mind is dirty; money has caused it to become muddy. Drawn by such a filthy mind, his work is not fit to exhibit. It is just about good enough for one of my petticoats.”
Removing her skirt, she then asked Gessen to do another picture on the back of her petticoat.
“How much will you pay?” asked Gessen.
“Oh, any amount,” answered the girl.
Gessen named a fancy price, painted the picture in the manner requested, and went away.
It was learned later that Gessen had these reasons for desiring money:
A ravaging famine often visited his province. The rich would not help the poor, so Gessen had a secret warehouse, unknown to anyone, which he kept filled with grain, prepared for these emergencies.
From his village to the National Shrine the road was in very poor condition and many travelers suffered while traversing it. He desired to build a better road.
His teacher had passed away without realizing his wish to build a temple, and Gessen wished to complete this temple for him.
After Gessen had accomplished his three wishes he threw away his brushes and artist’s materials and, retiring to the mountains, never painted again.
Taken from 101 Zen Stories

Pioggia di fiori – Flower Shower


36. Pioggia di fiori

Subhuti era discepolo di Buddha. Era capace di capire la potenza del vuoto, il punto di vista che nulla esiste se non nei suoi rapporti di soggettività e di oggettività. Un giorno Subhuti, in uno stato d’animo di vuoto sublime, era seduto sotto un albero. Dei fiori cominciarono a cadergli tutt’intorno.

«Ti stiamo lodando per il tuo discorso sul vuoto» gli mormorarono gli dèi.

«Ma io non ho parlato del vuoto» disse Subhuti.

«Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo udito il vuoto» risposero gli dèi «Questo è il vero vuoto». E le gemme cadevano su di lui come una pioggia.

Flower Shower

Subhuti was Buddha’s disciple. He was able to understand the potency of emptiness, the viewpoint that nothing exists except in its relationship of subjectivity and objectivity.

One day Subhuti, in a mood of sublime emptiness, was sitting under a tree. Flowers began to fall about him.

“We are praising you for your discourse on emptiness,” the gods whispered to him.

“But I have not spoken of emptiness,” said Subhuti.

“You have not spoken of emptiness, we have not heard emptiness,” responded the gods. “This is true emptiness.” And blossoms showered upon Subhuto as rain.

La vera Riforma – True Reformation


74. La vera riforma
Ryokan votò la propria vita allo studio dello Zen. Un giorno venne a sapere che suo nipote, nonostante i rimproveri dei parenti, sperperava il proprio denaro per una cortigiana. Poiché questo nipote amministrava i beni della famiglia al posto di Ryokan, e c’era pericolo che dilapidasse la loro fortuna, i parenti chiesero a Ryokan di intervenire. Ryokan dové intraprendere un lungo viaggio per visitare il nipote, che non vedeva da anni. Il nipote parve contento di rivedere lo zio e lo invitò a passare la notte in casa sua. Ryokan rimase in meditazione tutta la notte. La mattina dopo, mentre stava per partire, disse al giovane: «Evidentemente sto invecchiando, perché mi trema la mano. Vuoi aiutarmi a legare il laccio del mio sandalo?».
Il nipote lo aiutò volentieri. «Grazie,» disse Ryokan «vedi, un uomo diventa più vecchio e più debole di giorno in giorno. Abbi cura di te». Poi se ne andò, senza nemmeno far cenno alla cortigiana o alle lamentele dei parenti. Ma da quella mattina il nipote smise di far vita dissoluta.
Tratto da 101 storie Zen

True Reformation
Ryokan devoted his life to the study of Zen. One day he heard that his nephew, despite the admonitions of relatives, was spending his money on a courtesan. Inasmuch as the nephew had taken Ryokan’s place in managing the family estate and the property was in danger of being dissipated, the relatives asked Ryoken to do something about it.
Ryokan had to travel a long way to visit his nephew, whom he had not seen for many years. The nephew seemed pleased to meet his uncle again and invited him to remain overnight.
All night Ryokan sat in meditation. As he was departing in the morning he said to the young man: “I must be getting old, my hand shakes so. Will you help me tie the string of my straw sandal?”
The nephew helped him willingly. “Thank you,” finished Ryokan, “you see, a man becomes older and feebler day by day. Take good care of yourself.” Then Ryokan left, never mentioning a word about the courtesan or the complaints of the relatives. But, from that morning on, the dissipations of the nephew ended.
Taken to 101 Zen stories

Dormire di giorno – Sleeping in the Daytime – 101 Storie Zen


39. Dormire di giorno
Il maestro Soyen Shaku lasciò questo mondo quando aveva sessantun anni. Col lavoro della sua intera vita, lasciò un grande insegnamento, molto più ricco di quello della maggior parte dei maestri di Zen. Nel pieno dell’estate i suoi discepoli potevano dormire durante il giorno; ma lui, pur tollerando che loro lo facessero, non sprecava mai nemmeno un minuto del suo tempo.
Quando aveva soltanto dodici anni già studiava la filosofia Tendai. Un giorno d’estate, mentre il suo maestro non c’era, il piccolo Soyen si sentì così spossato dall’afa che si stese in terra e si mise a dormire.
Passarono tre ore e tutt’ad un tratto, svegliandosi di soprassalto, sentì entrare il maestro, ma troppo tardi. Lui era là, sdraiato sulla soglia.
«Scusami tanto, scusami tanto» mormorò il maestro, scavalcando con cura il corpo di Soyen come se si trattasse di un ospite di riguardo. Da quel giorno, Soyen non dormì più nel pomeriggio.
101 Storie Zen
Sleeping in the Daytime
The master Soyen Shaku passed from this world when he was sixty-one years of age. Fulfilling his life’s work, he left a great teaching, far richer than that of most Zen masters. His pupils used to sleep in the daytime during midsummer, and while he overlooked this he himself never wasted a minute.
When he was but twelve years old he was already studying Tendai philosophical speculation. One summer day the air had been so sultry that little Soyen stretched his legs and went to sleep while his teacher was away.
Three hours passed when, suddenly waking, he heard his master enter, but it was too late. There he lay, sprawled across the doorway.
“I beg your pardon, I beg your pardon,” his teacher whispered, stepping carefully over Soyen’s body as if it were that of some distinguished guest. After this, Soyen never slept again in the afternoon.
101 Zen Stories

Piccole storie Zen – Le due lune – Two moons – Littles zen story


LE DUE LUNE

Un giorno, mentre stavo riposando in una stanza del dipartimento editoriale, situato a lato di una strada, udii alcune persone parlare mentre stavano lentamente risalendo la salita. Senza prestare particolare attenzione, sentii qualcuno dire:

“Questo è uno dei due templi principali della scuola Soto. L’altro si chiama Eiheiji e si trova nella provincia di Fukui”.

Curioso di sapere chi fosse, mi sporsi per guardare fuori. Era il signor M., che ha un negozio vicino al portale del tempio e stava facendo da guida a un gruppo di visitatori che sembrava arrivare da lontano.

Alla domanda di uno dei visitatori sul perché questa scuola ha due templi principali,

il signor M. rispose: “Ascolta, è come una famiglia costituita da un padre e una madre. Il tempio Eiheiji è il padre e questo è la madre…”.

Al che il visitatore disse: “Chi ha più autorità?”.

E il signor M., con soddisfazione: “La madre”.

“Dunque si tratta di un piccolo uomo con una grande moglie, è così? E che cos’è questo grande edificio?” chiese poi il visitatore indicando la palestra del liceo di Tsurumi.

Il signor M.: “Qualsiasi cosa sia, si tratta di una madre molto forte, che dirige un liceo femminile. Prendendo spunto dal motto del fondatore ‘mettete al mondo figli e crescete’, è stata creata una grande setta religiosa”.

“Come si chiama il fondatore?” chiese il visitatore.

“Keizan Zenji.”

“Ho sentito parlare di Dogen, ma di Keizan, mai” replicò il visitatore.

“Lo immaginavo. Le mamme non diventano famose. E questo è ciò che le rende grandi” rispose il signor M.

Questa è solo una parte della conversazione che ho sentito. Però mi ha colpito molto e fatto riflettere perché è veritiera. Gasan Zenji è colui che lavorò in stretta collaborazione con Keizan Zenji per fondare Sojiji e stabilire le basi su cui oggi prospera la scuola Soto.

Gasan lasciò la propria famiglia per diventare novizio sul monte Hiei all’età di sedici anni. Per otto anni studiò il buddismo e, in particolare, approfondì la dottrina della setta Tendai. Tuttavia, realizzando che la vera pace della mente non si può ottenere tramite il buddismo scolastico, Gasan si allontanò dal monte Hiei, divenne un discepolo di Keizan Zenji e si dedicò alla pratica dello zen. Gasan era perspicace, sensibile di carattere e robusto di costituzione. Sembrava molto affidabile e Keizan Zenji si rallegrò di avere un tale successore. Nello stesso tempo, tuttavia, Gasan pareva piuttosto orgoglioso della propria intelligenza e Keizan Zenji decise in segreto che, al momento opportuno, avrebbe fatto qualcosa riguardo a quel comportamento altezzoso che lo portava a trattare la gente con una certa supponenza.

In una notte d’inverno con la luna allo zenith, le montagne, i fiumi, i campi e i villaggi erano tutti illuminati dal puro chiarore creando uno scenario di indescrivibile bellezza; in qualche modo la luce sembrava brillare persino attraverso il corpo e la mente degli uomini. Come se la domanda gli fosse appena venuta in mente, Keizan Zenji disse: “Gasan, lo sai che ci sono due lune?”.

“No, non lo sapevo” disse Gasan cadendo nel tranello. Vedendo Gasan in difficoltà nel trovare una risposta, Keizan Zenji disse con voce bassa e solenne: “Se non sai che ci sono due lune, non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen della scuola Soto”. Gasan non aveva mai sentito Keizan Zenji parlare in tono tanto severo e ne fu sconvolto.

In quel momento, a Gasan venne in mente un fatto storico avvenuto in Cina durante la dinastia Tang, di cui sono protagonisti Kyogen e il suo insegnante, il maestro zen Isan Reiyu

“Sei talmente istruito che non c’è niente che tu non sappia, ma ciò che hai imparato dai libri a me non serve. Vorrei però che tu mi descrivessi con parole tue il periodo trascorso prima che lasciassi il grembo di tua madre, quando non sapevi assolutamente niente.”

Kyogen diede più risposte, ma ogni volta il maestro Isan non le accettava replicando “quello l’hai visto con i tuoi occhi” o “quello l’hai sentito con le tue orecchie” o “quello l’hai letto su un libro”.

In difficoltà, Kyogen chiese: “La prego, me lo spieghi lei”.

Il maestro Isan rispose: “Se te lo spiegassi, lo farei con parole mie, e non ti sarebbe di nessuna utilità”.

Di fronte a questo rifiuto, Kyogen consultò i quaderni e i libri su cui aveva studiato fino ad allora, ma non riuscì a trovare niente. Confuso, Kyogen pensò: “Non posso saziare la fame solo guardando la rappresentazione di un dolce di riso” e bruciò tutti i libri e i quaderni. “Non studierò più gli insegnamenti buddisti. D’ora in poi farò la vita di un semplice monaco e non sottoporrò più la mia mente a severi discipline.”

Kyogen lasciò il maestrò Isan piangendo e raggiunse il monte Buto per saperne di più sulle rovine di Nanyo Echu (- 775 d.C.), dove il suo maestro aveva avuto il proprio eremo, e lì si costruì un ritiro. Piantò dei bambù e, immerso nello zazen, considerò gli alberi come suoi amici. Un giorno, mentre stava pulendo un sentiero, la scopa urtò un pezzo di mattonella che andò a colpire un bambù producendo un suono secco. Nel sentirlo, Kyogen ebbe un’esperienza di improvviso risveglio. Subito si lavò, si purificò e bruciò dell’incenso per rendere omaggio al grande Isan ora tanto lontano da lui. “Oh grande maestro Isan, se quella volta tu mi avessi dato una spiegazione, non avrei mai provato la gioia che provo oggi. Maestro, la tua gentilezza supera quella dei miei genitori.”

Simile a questo fatto realmente accaduto è l’esperienza più recente fatta dal maestro Tetsu Gikai, che a causa della sua intelligenza e perspicacia non poté ricevere la trasmissione del Dharma dal maestro Dogen.

Da quel momento in poi, il comportamento di Gasan cambiò radicalmente. Divenne umile, fece sollecitamente pratica con gli altri monaci e praticò lo zazen con severità. Il suo atteggiamento presuntuoso svanì completamente. Tuttavia, l’ombra del dubbio circa le due lune restò tale per i sei mesi successivi e oltre.

Trascorsi tre anni, la notte del 23 dicembre del 1301 la luna brillava fredda e minacciosa. Il maestro Keizan vide illuminata dalla luna la figura di Gasan assorta nello zazen e lesse la sua mente. Avvicinò quindi la mano all’orecchio di Gasan e fece un rumore con le dita. Nonostante il suono fosse appena udibile, per Gasan fu come un violento fragore che spazzò via tutti i dubbi che lo avevano attanagliato per tre anni.

“Oh, ecco cos’era. Ora capisco” Gasan recepì in modo chiaro il pensiero del maestro Keizan riguardo alle due lune.

Due lune diverse. Una, ovviamente, è quella che risplende in cielo; l’altra è la luce che brilla su tutti gli esseri viventi in tutto l’universo. In altre parole, indipendentemente da quanto una persona conosca la dottrina buddista, se questa non si manifesta o non viene praticata nella vita quotidiana, non si può considerare vera illuminazione. In questo senso le parole di Keizan “non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen”, pur con la loro severità, hanno raggiunto gli strati più profondi della mente di Gazan. Ciò gli ha permesso di capire la relazione secondo la quale “uno è due” e “due sono uno” e di renderla parte di sé.

Quando Gasan afferrò l’essenza degli insegnamenti del maestro Kazan, la felicità e l’ispirazione provate erano tanto intense da essere inesprimibili.

Da allora, tutto il paese fu rischiarato dalla luce delle due lune, il maestro Keizan e il suo discepolo Gasan che, divenuti una cosa sola, cominciarono a diffondere insieme gli insegnamenti. In quel periodo il maestro Keizan spiegava gli scritti biografici dei grandi maestri zen del passato a partire dal Buddha Shakyamuni fino a Ejo, il secondo abate del tempio Eiheiji, proprio nello stesso modo in cui era stata trasmessa la luce della luna. Questo è il famoso Denkoroku che, con lo Shobogenzo del maestro Dogen, include i due tesori delle Grandi Scritture della scuola zen Soto.

TWO MOONS

One day while I was resting in a room of the publishing department which is located at the side of a road, I heard the voices of some people who were slowly coming up the hill. Not particularly paying attention, I overheard the following:

“This is one of the two main temples of the Soto School. The other main temple is called Eiheiji, which is in Fukui Prefecture.”

Wondering who was speaking, I leaned over the fence and looked. It was Mr. M. who manages a store near the temple gate, and he was conducting a group of visitors who appeared to have come from far away.

One of the visitors asked, “Well, why is it that one school has two main temples?”

To this Mr. M. responded, “Look. It’s the same as a household having a father and a mother. Eiheiji is the father, and this is the mother …”

Visitor: “Well which one is more powerful?”

“The mother is,” Mr. M. answered with satisfaction.

“It’s a little man with a big wife then, isn’t it? What’s this building over here?” asked the visitor while pointing to the physical education building of Tsurumi College.

Mr. M.: “Well, whatever it is, this is a very strong mother, and she runs a college for girls only. The founder’s motto was “have babies and grow”, and by this he made up a big religious sect.”

Visitor: “Who was the founder?”

Mr. M.: “Keizan Zenji.”

Visitor: “I’ve heard about Dogen-san, but I’ve never heard about Keizan-san.”

Mr. M.: “That’s right. Mothers are never famous. That’s what’s great about …”

The above is only a part of the conversation I heard. I was very impressed and thought how true it was. The one who worked hand-in-glove with Keizan Zenji in founding Sojiji and in establishing the basis on which today’s Soto School is flourishing was Gasan Zenji.

Gasan left home and entered the priesthood on Mt. Hiei at the age of sixteen. For eight years he studied Buddhism and particularly studied the doctrine of the Tendai Sect which he mastered. However, realizing that true spiritual peace of mind cannot be obtained through scholastic Buddhism, Gasan came down from Mt. Hiei, became a disciple of Keizan Zenji, and devoted himself to the practice of Zen. Gasan was by nature keen and sensitive and, physically, was sturdily built. He appeared to be reliable, and Keizan Zenji was happy to be blessed with such a successor. On the other hand, Gasan seemed quite vain about his intelligence, and Keizan Zenji secretly planned, when the proper time arrived, to do something about this haughty attitude which seemed only to “put up” with people.

One winter night with the moon at its zenith, the mountains, rivers, fields and villages were all illuminated by the pure moonlight and presented an indescribably beautiful scene; somehow the light seemed even to shine through human bodies and minds. Keizan Zenji, as though the thought had just popped into his head, said “Gasan, do you know that there are two moons?”

“No, I don’t know that,” said Gasan, completely mystified. While looking at Gasan, who was having trouble coming up with an answer, Keizan Zenji said in a low and solemn voice, “If you do not know that there are two moons I cannot let you become the highest authority for spreading the Zen teachings of the Soto School.” Gasan had never before heard such stern words from Keizan Zenji and was shocked.

At that moment what crossed Gasan’s mind was the following historic incident which occurred during the Tang Dynasty in China between a prominent priest Kyogen and his teacher, Zen master Isan Reiyu.

“You are so widely learned there is nothing you do not know, but I have no use for the knowledge you’ve obtained through books. However, I would like to hear in your own words about the time before you left your mother’s womb, knowing neither east nor west.”

Kyogen answered, but each time, Master Isan did not accept the answer saying, “You saw that with your eyes,” or “you heard that with your ears,” or “that was written in a book.”

Looking troubled, Kyogen requested, “Please explain it to me.”

Master Isan answered, “If I explain it to you, it will be my words, and it won’t be of any relevance to you.”

Thus rejected, Kyogen took out his notes and books which he had studied up to that time, but he could not find out anything. Dumbfounded, Kyogen thought, “I can’t satisfy my hunger looking at paintings of rice cakes,” and he burned all his books and notes. “I will stop studying the Buddhist teachings. Hereafter, I am going to live the life of an ordinary monk and will no longer subject my mind to severe training.”

Kyogen parted from Master Isan in tears and entered Mt. Buto to inquire after the ruins of Nanyo Echu (~775 AD), where his master had had a hermitage and he built himself a retreat. He planted bamboo trees and was absorbed in zazen, making those bamboo trees as his friends. One day, as he was sweeping a pathway, his broom caught a piece of tile which went flying and hit a bamboo tree making a clinking sound. At the same time the clinking sound was heard, Kyogen was suddenly enlightened. Then, immediately cleansing and purifying himself and burning incense, he paid homage to the great Isan who was so far away. “Oh, great Master Isan, if you had given me an explanation at that time, I would not be experiencing this great joy today. Master, your kindness surpasses that of my parents.”

Similar to this historical fact, in more recent years, was the situation of Master Tettsu Gikai, who was not able to receive Dharma transmission from Master Dogen due to his cleverness and intelligence.

From this moment on, Gasan’s attitude changed completely. He became humble and trained carefully with the other monks and practiced zazen strictly. His conceited attitude disappeared completely. However, the cloud of doubt regarding the “Two Moons” remained unsolved six months and even a year later.

Three years passed, and on the night of December 23, 1301, the moon shone menacingly and coldly. Master Keizan saw the figure of Gasan in deep zazen through the moonlight and read his mind. He put his hand next to Gasan’s ear and snapped his fingers. Though the sound was barely audible, to Gasan it sounded like a loud crash which wiped away all of the doubts he had had for three years.

“Oh, that’s it! I understand now.” Gasan clearly understood Master Keizan’s mind about the two moons.

Two kinds of moons. One is, needless to say, the moon that shines in the sky. The other is the light which shines upon all the beings throughout the universe. That is – no matter how much one may be acquainted with the Buddhist doctrine, if it is not manifested or is not practiced in our daily lives, it is not true enlightenment. Accordingly, Keizan’s words, “I cannot allow you to be an authority on spreading the Zen teachings,” were severe, but they penetrated to the depths of Gasan’s mind. It enabled him to understand the relation of “one is two” and “two are one” and to make it a part of himself.

When Gasan grasped the essence of Master Keizan’s teachings the happiness and inspiration Gasan felt were so great, it was inexpressible for him.

Thereafter, the bright light of two moons, Master Keizan and his disciple Gasan having become one, shone throughout the country and they began to spread the teachings together. At that time, Master Keizan was explaining the biographical writings of great Zen masters in the past from the time of Shakyamuni Buddha to Ejo, the second abbot of the head temple of Eiheiji, similarly to the way the moon’s light was passed on. This is the famous Denkoroku which together with Master Dogen’s Shobogenzo comprises the Two Great Scriptural Treasures of the Soto School of Zen.

50. La chiara realizzazione di Ryonen – Ryonen’s Clear Realization – Storia Zen


50. La chiara realizzazione di Ryonen

La monaca buddhista conosciuta col nome di Ryonen nacque nel 1797. Era una nipote del famoso guerriero giapponese Shingen. Il suo genio poetico e la sua seducente bellezza erano così grandi che a diciassette anni era già tra le dame di corte dell’imperatrice. Nonostante la sua giovanissima età, la fama già le schiudeva le porte.
L’amata imperatrice morì improvvisamente e i sogni e le speranze di Ryonen crollarono. La fanciulla prese dolorosamente coscienza dell’instabilità della vita in questo mondo. Allora le venne il desiderio di studiare lo Zen. Ma i suoi parenti non furono dello stesso avviso, e praticamente la costrinsero al matrimonio. Ryonen, ottenuta la promessa che avrebbe potuto farsi monaca dopo aver messo al mondo tre figli, finì con l’acconsentire. Prima ancora di compiere venticinque anni, aveva già ottemperato a questa condizione. Allora il marito e i parenti non poterono più dissuaderla dal suo proposito. Ella si rase il capo, prese il nome di Ryonen, che vuol dire realizzare chiaramente, e cominciò il suo pellegrinaggio.
Andò nella città di Edo e chiese a Tetsugyu di accettarla come discepola. Il maestro la respinse alla prima occhiata perché era troppo bella. Allora Ryonen andò da un altro maestro, Hakuo. Hakuo la rifiutò per la stessa ragione, dicendo che la sua bellezza non avrebbe procurato che guai.
Ryonen si fece dare un ferro rovente e se lo appoggiò sul viso. In pochi istanti la sua bellezza era sparita per sempre.
Allora Hakuo la accettò come discepola. Commemorando questo avvenimento, Ryonen scrisse una poesia sul retro di un piccolo specchio:

Al servizio della mia imperatrice bruciavo incenso per profumare le mie belle vesti,
Adesso, mendica senza dimora, brucio il mio viso per entrare in un tempio Zen.

Quando stava per lasciare questo mondo, Ryonen scrisse un’altra poesia:

Sessantasei volte questi occhi hanno guardato la mutevole scena dell’autunno.
Ho parlato abbastanza del chiaro di luna,
Non domandare altro.
Ma ascolta la voce dei pini e dei cedri quando non c’è un alito di vento.

Ryonen’s Clear Realization
The Buddhist nun known as Ryonen was born in 1797. She was a graddaughter of the famous Japanese warrior Shingen. Her poetical genius and alluring beauty were such that at seventeen she was serving the empress as one of the ladies of the court. Even at such a youthful age fame awaited her.
The beloved empress died suddenly and Ryonen’s hopeful dreams vanished. She became acutely aware of the impermanency of life in this world. It was then that she desired to study Zen.
Her relatives disagreed, however, and practically forced her into marriage. With a promise that she might become a nun aftr she had borne three children, Ryonen assented. Before she was twenty-five she had accomplished this condition. Then her husband and relatives could no longer dissuade her from her desire. She shaved her head, took the name of Ryonen, which means to realize clearly, and started on her pilgrimage.
She came to the city of Edo and asked Tetsugya to accept her as a disciple. At one glance the master rejected her because she was too beautiful.
Ryonen went to another master, Hakuo. Hakuo refused her for the same reason, saying that her beauty would only make trouble.
Ryonen obtained a hot iron and placed it against her face. In a few moments her beauty had vanished forever.
Hakuo then accepted her as a disciple.
Commemorating this occasion, Ryonen wrote a poem on the back of a little mirror:
In the service of my Empress I burned incense to perfume my exquisite clothes,
Now as a homeless mendicant I burn my face to enter a Zen temple.

When Ryonen was about to pass from this world, she wrote another poem:
Sixty-six times have these eyes beheld the changing scene of autumn.
I have said enough about moonlight,
Ask no more.
Only listen to the voice of pines and cedars when no wind stirs.

Storia Zen: I tre ostacoli – Zen Story: The Three Obstacles


Storia Zen: i tre ostacoli
Un giorno un Maestro accolse tre candidati che volevano diventare suoi discepoli. Al primo incontro il Maestro iniziò a comportarsi in modo eccentrico a tavola, facendo discorsi assurdi e avendo atteggiamenti strani. Disse anche talune parolacce e mangiò il suo cibo con le mani, asciugandosi la bocca al polsino della camicia. Uno di questi tre discepoli se ne andò, scandalizzato di questo atteggiamento. Il secondo fu avvisato dai discepoli anziani (istruiti così dal Maestro) che questi era un truffatore, che si stavano organizzando per fargliela pagare e che lui doveva stare ben attento a fidarsi di un uomo così. Anche il secondo uscì dal gruppo. Al terzo il Maestro proibì categoricamente di prendere la parola ogni volta che la chiedeva e di porre qualsiasi tipo di domande. Anche il terzo se ne andò, sdegnato ed offeso. Quando il Maestro fu solo con i suoi allievi disse: “Il comportamento di coloro che se ne sono andati illustra tre validi concetti. Il primo “non giudicare a prima vista”. Il secondo “non giudicare cose di grande importanza da ciò che dicono gli altri”. Il terzo “non fare della tua percezione di stima ed apprezzamento altrui il metro per il tuo giudizio su di loro.”
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
La verità è qui-e-ora.
Solo la verità è.
Non esiste altro.
Perciò, quando sollevi una domanda sulla verità te ne sei già allontanato: sei già altrove, non sei più qui-e-ora. La verità non può essere insegnata perché le parole non possono trasmetterla, sono impotenti. La verità è sconfinata e le parole sono molto limitate: non puoi costringere la verità dentro le parole. impossibile.
L’insegnante è colui che insegna, il Maestro è colui che è. L’insegnante e colui che ti parla della “verità”, il Maestro è egli stesso la verità: tu la puoi apprendere, ma egli non può insegnartela.
Il Maestro può essere presente, aperto, disponibile, ma sei tu a berlo e a mangiarlo: devi imbeverti di lui; ti devi lasciar impregnare da lui.
Maestro è colui che è diventato la verità ed è disponibile per tutti coloro che sono pronti ad assorbirlo. Per questo Gesù disse ai suoi discepoli: “Mangiatemi” La verità può essere mangiata, ma non può essere insegnata. Puoi lasciare che arrivi a te, non può esserti inculcata con la forza, la verità è assolutamente non violenta, non bussa neppure alla tua porta, anzi, un semplice bussare sarebbe troppo aggressivo. Se sei disponibile, accogliente, se sei recettivo, la verità è totalmente presente. Se sei chiuso, se non sei ricettivo, potrai cercarla per milioni di vite e continuerai a lasciartela sfuggire ma la verità è sempre presente, è sempre stata presente. Non devi fare neppure un passo, non devi neanche aprire gli occhi. Non devi fare neanche un piccolo movimento per raggiungerla: la verità e sempre stata presente. Devi soltanto essere recettivo. La verità non può essere insegnata ma può essere appresa, pertanto tutta l’arte consiste nel come diventare un discepolo.
L’umanità si divide in tre parti.
1) Una, la maggioranza, in pratica il novantasei per cento del genere umano, non si interessa mai della verità. Costoro rimangono immemori, sono completamente addormentati. Non indagano, vivono come sonnambuli, L’interrogativo: ‘Cos’è la verità” non sorge mai in loro. Per la maggior parte dell’umanità è così. Costoro vivono nell’ignoranza, sono completamente inconsapevoli di essere ignoranti, e non soltanto sono inconsapevoli di essere ignoranti, possono addirittura pensare e sognare di sapere. Fa parte del loro sonno: pensano di sapere, quindi che bisogno hanno di imparare? Distruggere il bisogno d’imparare: questa è la cosa migliore da fare per continuare a sentire di sapere già tutto. Così il problema di apprendere non esiste e quella gente non sente alcun bisogno di diventare un discepolo: è soddisfatta nella sua tomba. Sono persone già morte! Questa è la condizione della maggior parte dell’umanità.
2) La seconda parte dell’umanità indaga, ma non è pronta perciò continua a girovagare fra teorie, ipotesi, proiezioni, filosofie e trappole metafisiche. Queste persone continuano a cambiare diventando dei girovaghi saltando come canguri da una credenza all’altra. Costoro ricercano, ma non comprendono che questa ricerca necessita di una trasformazione interiore. In questa dimensione l’apprendimento non e come negli altri casi: è possibile imparare la chimica, la fisica, la matematica senza alcun cambiamento nella propria consapevolezza, non hai alcun bisogno di cambiare la tua consapevolezza, così come sei tu puoi imparare. Viceversa, nella dimensione spirituale, è un apprendimento nel quale il requisito base è questo: prima di tutto cambia la tua consapevolezza. Prima ancora che l’apprendimento inizi, devi essere preparato a questo mutamento: e necessaria una lunga preparazione, senza la quale non puoi iniziare alcun apprendimento.
Questa seconda parte dell’umanità diventa una massa vagabonda di indagatori che non guadagnano mai molto. Niente le soddisfa, ma non sono consapevoli che il loro problema non è il Maestro: non sono pronti a essere dei discepoli, e se non sei pronto a essere un discepolo, come puoi trovare il Maestro? La tradizione è questa: quando il discepolo è pronto, il Maestro appare. Non devi neppure cercarlo, il Maestro arriva a te.
3) Poi viene una terza parte costituita da esseri umani molto rari, da eccezioni. Questa terza parte comprende coloro che cercano, che indagano, ma la loro indagine non è intellettuale, è totale.
La loro indagine non assomiglia allo studio di qualsiasi altra materia: indagano in modo così totale, da esser pronti a morire per la loro ricerca. Sono pronti a cambiare tutto il loro essere, sono pronti a soddisfare qualsiasi condizione: anche se morte fosse una condizione inderogabile, sono pronti a morire. A ogni costo vogliono conoscere cos’è la verità, vogliono essere nel mondo della verità e non vogliono vivere nel mondo delle menzogne e delle illusioni e dei sogni e delle proiezioni.
Chi appartiene a questo terzo tipo può diventare un discepolo. E soltanto chi appartiene a questo terzo tipo, quando si sarà realizzato, potrà diventare un Maestro. Ecco perché dico che la verità non può essere insegnata, ma può essere appresa: tutto dipende da te.
Un Maestro esiste. Si deve essere in sua presenza completamente svuotati da se stessi: questo è il significato della morte. Un discepolo arriva e muore davanti al Maestro: ecco cosa significa arrendersi. Egli arriva e lascia se stesso fuori ti dalla porta: dove lascia le proprie scarpe, lascia anche se stesso. Arriva dal Maestro completamente vuoto. Proprio in questo vuoto, la verità è possibile. Proprio in questo vuoto il Maestro comincia a fluire: diventa come una possente cascata d’acqua che precipita nella valle del discepolo. Dalle vette del proprio essere, il Maestro raggiunge le abissali profondità dell’essere del discepolo; e ricorda: il Maestro non fa niente. Accade semplicemente. Quando la valle è pronta, la cascata d’acqua precipita spontaneamente: l’essere del Maestro inizia a fluire nell’essere del discepolo. Non che il Maestro faccia qualcosa. Non che il discepolo faccia qualcosa. Nessuno dei due fa alcunché: il Maestro è alla presenza del discepolo e il discepolo è alla presenza del Maestro e il fenomeno accade spontaneamente. La fiamma del Maestro fa un balzo ne1 cuore del discepolo; ma il cuore del discepolo deve rimanere aperto e il discepolo deve rimanere vuoto: una semplice accoglienza.
Ecco perché continuo a ripetere che l’arte di essere un discepolo è l’arte di essere una consapevolezza femminile ricettiva, accogliente, che non crea barriere, che non chiude le porte, che non cerca di mettersi in salvo e di essere al sicuro. Una consapevolezza che ha fiducia.
Fiducia è la parola esatta; e nella fiducia la verità accade. Avere fiducia significa essere pronti a imparare. Certo, fiducia è la parola esatta: avere fiducia significa essere un discepolo.
Se stai ancora pensando, allora cerchi ancora di controllarti; non ti sei arreso. Se stai ancora dicendo: “Questo è giusto e quello è sbagliato”, allora la tua mente presente e tu appartieni alla seconda parte dell’umanità, non alla terza.
Adesso mi permetto ancora di dividere l’umanità in queste tre parti, ma partendo da una diversa prospettiva.
1) La prima parte dell’umanità ha come propria anima il dubbio, e il dubbio e tanto forte da diventare quasi una fiducia nel dubbio, un credo nel non credere. Il dubbio è così forte perché la prima parte dell’umanità — la parte predominante, la maggioranza – non dubita mai dei propri dubbi, ha fiducia nel dubbio. Chi è assolutamente compenetrato nel dubbio, totalmente certo dei propri dubbi rimane completamente chiuso non apre neppure uno spiraglio. In questo caso essere un discepolo è qualcosa di estremamente remoto, persino diventare uno studente risulta difficile. Addirittura ti è impossibile accettare l’idea che qualcuno sappia più di te.
2) La seconda parte dell’umanità è formata da coloro che indagano: i loro dubbi sono scossi, ma in loro la fiducia non si è ancora radicata. Non fanno più parte della maggioranza dell’umanità, si sono allontanati un pochino dalla maggioranza – ma anche questo poco è troppo per fare marcia indietro — però sono ancora nel limbo, sono sospesi proprio nel mezzo. Non hanno fiducia.
La prima parte dell’umanità ha troppa fiducia nel dubbio la seconda parte è arrivata a dubitare dei propri dubbi ma in costoro la fiducia non è ancora nata.
3) La terza parte dell’umanità ha fiducia nella fiducia: la loro fiducia è assoluta e le persone appartenenti alla seconda parte li definiranno ciechi. La fiducia nella fiducia apparirà loro come una cecità. Mentre invece la prima parte dell’umanità li definiranno folli. La fiducia le sembrerà soltanto una follia: come può una persona raziocinante credere cosi totalmente? È impossibile.
Ma per la terza parte dell’umanità, per coloro cui la fiducia è accaduta, la cecità sarà l’unica capacità di vedere. E per loro, la follia sarà 1 unica cosa sensata.
Queste tre diverse parti di umanità hanno linguaggi differenti non comunicano mai fra loro. E’ un eventualità pressoché impossibile, proprio come quando tu parli a qualcuno che non conosce la tua lingua e tu non conosci la sua — al massimo mediante i gesti diventa possibile un minimo di comunicazione, mi non di più.
Soltanto la terza parte dell’umanità può imparare: per il resto, il loro atteggiamento di chiusura e nell’essere “troppo pieni” di sé, non possono apprendere oltre a ciò che già credono di sapere…
i Maestri Zen sono molto selettivi. È molto difficile essere accettato da un Maestro, è davvero molto difficile; egli erige intorno a sé ogni sorta di ostacoli. La fiducia nella fiducia è la chiave per entrare nel Vero.
Gesù: «Non permettere che la tua mano sinistra conosca ciò che fa la tua mano destra”… vivi completamente nell’oscurità, abbraccia il mistero e abbi fiducia: in questo atteggiamento recuperi la possibilità di gioire nella Luce…
Nelle altre discipline, tu rimarrai sempre lo stesso e continui solo ad accumulare informazioni: se vuoi imparare la geografia, vai da un insegnante e apprendi. Tu rimani sempre lo stesso, in te continuano ad aumentare solo le informazioni; diventi sempre più colto, ma il tuo essere, la tua qualità di essere, il tuo stato dell’essere rimangono gli stessi. Quando vieni da un Maestro spirituale, allora tutto cambia: in te non c’e alcun accumulo d’informazioni, né un aumento del tuo sapere, in te accade una crescita dell’essere. Tu non saprai di più, ma sarai di più. La tua memoria non sarà accresciuta dall’esercizio, niente affatto; viceversa il tuo stesso essere, il tuo vero essere, diventerà più e nutrito e silenzioso, estatico.
“Quando metti una lampada accesa accanto a un’altra spenta, all’improvviso la fiamma balza dalla lampada accesa a quella spenta. La lampada accesa rimane la stessa perché non ha perso nulla, neppure un briciolo di luminosità, ma una nuova luce ha cominciato a esistete. E stato un salto, un balzo della verità dal Maestro al discepolo”.
Se vuoi essere un discepolo, se vuoi permetterti una reale trasformazione, qualsiasi cosa tu sappia devi lasciarla perdere: è necessaria una lavagna pulita. Tu sei stato riempito a dismisura e porti fin troppo sapere nella tu mente. Un uomo si presentò da Maharishi, dicendogli: “Vengo da molto lontano, un paese sperduto, e sono venuto qui per imparare da te». Maharishi gli rispose: “Allora va’ altrove perché qui noi insegniamo a disimparare, non è nostro metodo va’ altrove»…
La ricerca dipende dal ricercatore. I Maestri possono solo mostrate il cammino. La ricerca dipende dal ricercatore: dalle qualità del suo essere, dalla qualità della sua investigazione, dalle qualità che il ricercatore immette nella propria ricerca.
I Maestri possono soltanto mostrare il cammino: possono solo indicarlo, tutto il resto devi farlo tu, deve farlo il discepolo. Non ti sarà imposta alcuna disciplina, nessun Maestro impone mai una disciplina a qualcuno. Egli ti aiuta a trovare la tua disciplina questa è la differenza tra un insegnante e un vero Maestro.
Un insegnante è qualcuno che ha già in mente una formula prefabbricata, ha un modello. Egli impone quel modello a tutti indistintamente, non importa chi arriva davanti a lui; per un insegnante non è molto importante valutare la persona che gli sta di fronte, è solo un numero, non è una persona, e soltanto qualcuno sul quale può proiettare e al quale imporre la propria disciplina, qualcosa di prefabbricato.
Nella mente dell’insegnante esiste già quel progetto. Un insegnante uccide molta gente, distrugge molte persone, perché nell’essere interiore di ciascun essere umano esiste già una traccia individuale della propria crescita; nessun essere umano ha bisogno di un’altra disciplina proveniente dall’esterno. Un vero Maestro non ti impone niente, ti aiuta semplicemente a trovare la tua disciplina interiore, ti aiuta a cercare la tua via, ti aiuta a crescere, non seguendo i suoi schemi, ma assecondando il tuo essere interiore, perché tu sei il seme e il tuo albero nascerà da te.
Al massimo, il Maestro può essere un giardiniere amorevole, compassionevole, una compassione che si riversa di continuo su di te. Si prende cura di te e non ti impone nulla.
Adesso sei qui con me: io non ti costringo a seguire alcuna disciplina, ma ciò non significa che le sia contrario. Niente affatto, io sono del tutto favorevole alla disciplina; ma dovrebbe scaturire dall’interno del tuo essere, la tua disciplina sarà tua, e di nessun altro, il tuo fiore sarà il tuo fiore, non apparterrà a nessun altro. Il tuo fiore sarà unico – qui sta la bellezza della verità ogni volta che viene conquistata, è sempre unica, perché ciascuno la conquista a modo suo. Ciascuno di voi fiorirà in essa come individuo. Diventerete degli individui sempre più autentici. Questo è il significato della “resurrezione”: in te morirà ciò che nel tuo essere è falso; ma ciascun essere umano porta dentro di se il Reale: da sempre ne sei ricolmo, e il Reale che c’e in te dev’essere aiutato.
Un vero Maestro è proprio ciò che Socrate era solito dire di se stesso: “Io sono una levatrice”. Un vero Maestro è una levatrice: non ti dà nulla, aiuta semplicemente il tuo essere interiore a venire alla luce, a nascere.
Oggigiorno, in Occidente, si continua a lavorare molto intorno al concetto di crescita, ma non mi sono ancora imbattuto in qualcuno che opera all’interno del Movimento per la Crescita del potenziale umano che sia consapevole di questa evidenza: la crescita in se non è la meta, non può esserlo. Si può crescere nel modo sano e creativo. Si può crescere nel modo insano e distruttivo.
Ricordalo: la meta non è la crescita in sé, la meta è la crescita sana. E una volta cresciuto in modo inadeguato, bloccarti diventa sempre più difficile, a ogni passo, a ogni livello di crescita più sei andato lontano, più difficile sarà farti tornare indietro, perché la crescita insana e distruttiva diventa un modello rigido. La crescita sana e creativa è una cosa totalmente diversa. Fin dall’inizio devi essere consapevole, di conseguenza hai bisogno di un Maestro altrimenti come potresti essere consapevole fin dal primo passo? Tu diventerai consapevole alla fine della Via, come potresti essere consapevole all’inizio? All’inizio puoi solo brancolare nel buio. Quindi, se inizi il cammino spirituale da solo, avrai novantanove possibilità su cento di crescere nel modo inadeguato rispetto a un reale processo evolutivo… infatti chi può dirti che quello per te non è il modo giusto di crescere? E ogni crescita all’inizio sembra buona, perché ti espandi, il tuo essere interiore si ingrandisce! Ogni crescita ti può sembrare buona anche una crescita insana, una crescita inadeguata non richiede molti sforzi: assomiglia alle erbacce che invadono il giardino, non richiedono molte cure, un po’ d’acqua ogni tanto basterà per farle crescere. Ma se cerchi di far crescere delle rose, comprendi che hanno bisogno di cure, hanno bisogno di un giardino e che di erbacce non ne hai bisogno.
In Occidente, il Movimento per la crescita del potenziale umano si sta muovendo in molte direzioni, ma rimane completamente ignaro del fatto che si può anche aiutare la gente a crescere nel modo inadeguato. In questo caso sorgeranno delle difficoltà, perché si crea nelle persone qualcosa che poi sarà sempre più difficile estirpare, col passare del tempo.
E necessario un Maestro in grado di vedere fin dall’inizio il seme “oscuro”, e capace di aiutarti a estirparlo, in modo da poter trovare in te il seme “luminoso” dato che in te, tu porti anche il seme buono. Voi tutti siete confusi rispetto a ciò che è più opportuno e adeguato per voi… Fate confusione tra le erbacee e le rose: dev’essere presente qualcuno in grado di fare distinzione, perché nello stato attuale della vostra consapevolezza non siete in grado di farlo, tutto il vostro essere è saturo di confusione.
Quando un discepolo va dal Maestro, la prima domanda che sorge nel Maestro è questa: “Perche è venuto da me?”. E inizia a scrutare nell’essere del discepolo: “Perche? Per quale motivo? Cosa lo ha portato da me?”. Devo aver osservato tante persone arrivate da me: accade raramente che qualcuno venga per un motivo giusto. E’ rarissimo. L’umanità sembra essere in pessima forma: è rarissimo che qualcuno si presenti con una adeguata motivazione. Forse può pensare di essere venuto per il motivo giusto, questo è irrilevante: ciò che lui pensa non ha un gran valore, perché la motivazione è nascosta più in profondità, nell’inconscio, non è mai visibile in superficie. Nessuno è in grado di percepirla con il pensiero. La prima domanda che sorge nel Maestro è: “Perché? Perché quest’uomo è venuto da me?”. E il Maestro non può ascoltarti, non può credere in te. Qualsiasi cosa tu dica non ha molto valore per lui, perché l’attimo dopo dirai qualcos’altro. Domani cambierai la tua motivazione: tu sei un flusso, il tuo essere interiore non ha alcun centro cristallizzato in grado di rispondere. Il Maestro deve andare più in profondità, nel tuo stato incosciente, toccare le radici del tuo essere, per vedere perché sei venuto da lui: non ti può ascoltare e non può credere in te, perché ancora non sei credibile. Sei così illusorio e ingannevole da non sapere che sei in grado di illudere perfino te stesso. Una volta rilevata la tua motivazione, si può fare qualcosa: a quel punto la si deve
portare alla luce della tua consapevolezza. La tua crescita futura può essere fondata e costruita solo sulla giusta motivazione.
Il Maestro migliore per te è quello che si accorda meglio al tuo temperamento. Il Maestro è quello che ti trasmette un’esperienza, non solo chiacchiere. Se parla troppo è un insegnante e non un Maestro. La tua evoluzione spirituale sarebbe molto più lenta prendendo l’iniziazione da un insegnante spiritualmente evoluto e non da un Maestro. Il Maestro è capace di respirare attraverso il tuo respiro; di darti la coscienza della sua Anima; di farti toccare il cuore calmando la tua mente; di farti volare tra le più elevate vibrazioni della Luce.
“La piuma vola in alto, ma la perla giace in basso”
Non lasciarti incantare dalla piuma… la strada evolutiva implica un grande investimento energetico; una ricerca attiva; un calarsi nelle profondità degli abissi della pratica trasformativa… Affidarsi a un Maestro di realtà è un vero e proprio tuffo nel mistero: è l’attraversare sé stessi in piena presenza.
La Verità è certamente una sola, ma ha una realtà multidimensionale, e ogni Maestro deve scegliere una dimensione specifica. Non può parlare di tutte le dimensioni contemporaneamente. Ogni maestro ha il proprio stile, il proprio modo di parlare, il proprio modo di esprimersi. Più elevata è la consapevolezza e più diventi unico, più diventi un individuo. Lascia che ti spieghi: individualità non significa personalità. La personalità ti viene data dalla società. L’individualità è la tua natura intrinseca. La personalità è fittizia, falsa. L’individualità è il tuo Buddha interiore, la tua illuminazione interiore, la soglia interiore che conduce al divino. Ma è inevitabile che ogni maestro abbia un modo di esprimersi assolutamente unico. Tutti dicono la stessa cosa, tutti indicano la stessa luna, ma le dita sono diverse. Non possono non esserlo. Il dito di Gesù, il dito del Buddha, il dito di Lao Tzu sono necessariamente diversi. Se si presta troppa attenzione al dito, è inevitabile dimenticare l’oggetto. L’oggetto non era il dito, era la luna. Solo le dita, le espressioni, sono differenti. L’esperienza della verità è una, ma per tradurla in parole ogni maestro deve trovare il proprio strumento. Ecco perché perfino gli illuminati sembrano dire cose diverse, contraddittorie addirittura; perché l’esistenza non ha fonti unidimensionali, è multidimensionale. Accoglie tutte le contraddizioni. Nel Cosmo tutte le contraddizioni si sciolgono.
Ebbene, è impossibile ricondurre l’intero cosmo a un’affermazione, qualunque essa sia. Tutte le filosofie falliscono, tutte le lingue sembrano inadeguate. Le teologie riescono a esprimere una verità molto parziale. E ricorda: una verità parziale non è verità. La verità non può essere divisa in parti. E’ una, organicamente, non meccanicamente. Un’automobile può essere smontata e rimontata di nuovo, ma la stessa cosa non può essere fatta con un organismo vivente. Un uomo non può essere ridotto in pezzi e poi riassemblato. Lo puoi fare, ma l’uomo non ci sarà più. Avrai solo un cadavere tra le mani. Questo è uno dei problemi più difficili che gli illuminati si sono trovati ad affrontare: come trasmettere la verità? E hanno escogitato stratagemmi, metodi, meditazioni. Hanno creato aperture attraverso le quali tu possa vedere la verità con i tuoi occhi. Naturalmente ogni maestro avrà le sue. L’esistenza può essere avvicinata in milioni di modi, e quando un maestro realizza la verità, ci arriva da una via particolare. Ovviamente parlerà della via che ha condotto lui alla verità. La verità è una ma le vie sono molte. E finché non lo comprendiamo, nelle menti dei ricercatori ci saranno sempre conflitti e fraintendimenti.
Ogni maestro è unico, simile a un Everest che si erge maestoso, fino a toccare le stelle; completamente solo. Non paragonare mai due maestri. Il confronto non è l’atteggiamento adeguato nel mondo dei maestri. Il confronto è mentale, è intellettuale e la realizzazione del maestro è al di la della mente: è spirituale. Nel mondo dello spirito, nel mondo del sublime, il confronto non esiste. Ognuno è unico, ma arreso, devoto alla stessa verità da prospettive diverse. Occorre una straordinaria capacità di comprensione, e tale comprensione non deve nascere dalla mente, deve nascere dalla meditazione. La mente è in grado di comprendere tutto ciò che è altro da sé. Il mondo oggettivo è accessibile alla mente: scienza, tecnica, filosofia, teologia: sono tutte mentali.
Ma la tua interiorità si trova dietro la mente, al di la di essa. E si rivela nella meditazione, quando inizi a lasciar cadere i pensieri e ti rilassi sempre più profondamente., quando rimane solo il testimone. Il corpo è remoto, tu non sei più il corpo, la mente è solo un eco nelle valli, tu non sei più la mente. Nel centro più intimo del tuo essere non c’è un solo pensiero, una sola nuvola, tutto è silenzio. In quel silenzio, sorge una comprensione autentica. In quel silenzio, sei in contatto con il divino. Quel silenzio è una via, un ponte, un sentiero, un collegamento con la realtà suprema.
Quando ti trovi di fronte a un Maestro, devi decidere al più presto cosa fare… se rimanere o andare… perché non ti trovi in una situazione ordinaria: corri un rischio enorme, tutta la tua vita è a rischio. Rischi di perdere il tuo ego; rischi di perdere le tue maschere; rischi di perdere il senso dei tuoi autoinganni; rischi una reale e profonda trasformazione interiore; rischi di diventare gioioso e libero da ogni tipo di prigione; rischi di diventare te stesso, autentico, semplice, fluido, leggero, rilassato, luminoso…
“Ti muovi in un circolo vizioso e un muro ti circonda, ma è sottilissimo e non puoi vederlo, non puoi sentirlo. Nel momento in cui inizi a comprendere che la mente è quel muro, inizierai ad abbandonarla”…
“Ricorda solo una cosa: ogni volta che chiami in causa la mente, introduci la pazzia, Ogni volta che metti in gioco la mente, introduci un fattore che distorce, un fattore frustrante”

http://www.guarigionezen.it/Maestro%20e%20Discepolo.htm

Zen story: the three obstacles
One day a teacher received three candidates who wanted to become his disciples. At the first meeting the Master began to behave eccentrically at the table, making absurd speeches and having strange attitudes. He also said some bad words and ate his food with your hands, wiping his mouth to the shirt cuff. One of these three disciples went away, shocked by this attitude. The second was warned by senior disciples (as instructed by the Master) that he was a swindler, who were planning to make him pay and that he had to be careful to trust a man like that. The second came from the group. On the third Master categorically forbade to speak whenever asked and to ask any questions. The third went away angry and offended. When the Master was alone with his students said: “The behavior of those who have left shows three valid concepts. The first” do not judge at first sight. “The second” do not judge things of great importance to what they say other. “The third” do not do with your perception of others’ respect and appreciation of the meter for your opinion on them. “
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
The truth is here-and-now.
Only the truth is.
There is no other.
Therefore, when raising a question of the truth did you already removed: you are already somewhere else, you are no longer here-and-now. The truth can not be taught because words can not pass it, they are powerless. The truth is boundless, and the words are very limited: you can not force the truth into words. impossible.
The teacher is one who teaches, the teacher is one who is. The teacher and one who speaks to you the “truth”, the Master himself is the truth: you can learn to, but he can not teach.
The Master can be present, open, available, but you are to drink it and eat it: you have to soak him, you have to let him soak.
Teacher is one who has become the truth and is available for those who are ready to absorb it. This is why Jesus told his disciples: “eat me” The truth can be eaten, but it can not be taught. You can let it get to you, it works for you, inculcated by force, the truth is absolutely non-violent, not even knock on your door, or rather, a simple knock would be too aggressive. If you are comfortable, cozy, if you are receptive, the truth is totally present. If you are closed, if you’re not receptive, you can look for millions of lives and continue to let it slip but the truth is always present, has always been present. You do not have to make even one step, you do not even open his eyes. You do not have to do even a small movement to reach it: the truth has always been present. You just have to be receptive. The truth can not be taught but can be learned, so all the art is how to become a disciple.
Humanity is divided into three parts.
1) A, the majority, in practice the ninety-six percent of the human race, is not interested in the truth ever. They remain oblivious, they are completely asleep. Do not investigate, they live like sleepwalkers, the question: ‘What is truth “never rises in them. For most of humanity is so. They live in ignorance, unaware that they are completely ignorant and unaware that they are not only ignorant, they can even think and dream of knowing. It’s part of their sleep, they think they know, so that they need to learn? Destroy the need to learn: this is the best thing to do to continue to feel that you already know everything. So the problem does not exist and to learn that people do not feel any need to become a disciple, is satisfied in his grave. People are already dead! This is the condition of most of humanity.
2) The second part investigates humanity, but is not ready, therefore, continues to roam between theories, assumptions, projections, philosophies and metaphysical traps. These people continue to change to become wanderers of jumping like kangaroos from a belief to another. They seek, but do not understand that this research requires an inner transformation. In this dimension is not learning as in other cases it is possible to learn chemistry, physics, mathematics without any change in your awareness, you have no need to change your consciousness, just as you are you can learn. Conversely, in the spiritual dimension, in which learning is a basic requirement is this: first of all change your consciousness. Even before learning starts, you must be prepared for this change: a long and necessary preparation, without which no learning can begin.
This second part of humanity becomes a wandering mass of investigators who do not earn much ever. Nothing satisfies them, but they are not aware that their problem is not the Master, are not ready to be disciples, and if you’re not ready to be a disciple, as you can find the Master? The tradition is this: when the disciple is ready the Master appears. You do not even look for him, the Master comes to you.
3) Then comes the third part consists of a very rare human beings, with exceptions. This third part includes those who are seeking, investigating, but their investigation is not intellectual, it is total.
Their study does not look like any other subject in the study: investigating so completely as to be ready to die for their research. I am ready to change their whole being, they are ready to meet any condition, even if death were a mandatory condition, ready to die. At all costs they want to know what the truth is, they want to be in the world of truth and do not want to live in the world of lies and illusions and dreams and projections.
Who belongs to this third type may become a disciple. And only those who belong to this third type, when it will be realized, it can become a Master. That’s why I say that the truth can not be taught, but can be learned: everything depends on you.
A teacher there. It must be completely emptied in his presence for themselves: this is the meaning of death. A disciple dies before the Master comes and here is what it means to surrender. He comes to you and let himself out the door, where he leaves his shoes to leave himself. Teacher comes from completely empty. Precisely in this void, the truth is possible. Precisely in this vacuum the Master begins to flow: it becomes like a mighty waterfall that plunges into the valley of the disciple. From the peaks of their being, the Master reaches the abyssal depths of the disciple, and remember, the Master does nothing. It is simply. When the valley is ready, the waterfall rushes spontaneously: the being of being Master of the disciple begins to flow. Not that the Master do something. Not that the disciple to do something. Neither does anything: the Master is the presence of the disciple and the disciple is the presence of the Master and the phenomenon occurs spontaneously. The flame of the Master jumps NE1 heart of the disciple, but the heart of the disciple and the disciple must remain open should be left blank: a simple reception.
That’s why I keep repeating that the art of being a disciple is the art of being a consciousness receptive female, friendly, does not create barriers that will not close the door, that does not try to escape and be safe. This awareness has confidence.
Trust is the right word, and trust in the truth happens. To trust means to be ready to learn. Of course, trust is the right word: trust is to be a disciple.
If you’re still thinking about it, then try again to control you, you have not given up. If you are still saying: “This is right and what is wrong”, then your mind and you belong to this second part of humanity, not the third.
Now allow me to divide mankind into three parts, but from a different perspective.
1) The first part of humanity has as its core the doubt, and doubt, and so strong as to become almost a faith in doubt, a belief in not believing. The doubt is so strong because the first part of humanity – the predominant part, the majority – never doubts their doubts, trust in doubt. Who is totally penetrated in doubt, doubt remains totally certain of its fully closed will not open even a crack. In this case, being a disciple is something extremely remote, even become a student is difficult. I can not even accept the idea that someone knows more than you do.
2) The second part of mankind is formed by those who investigate: their doubts are shaken, but their confidence has not yet been established. Are no longer part of the majority of humanity, have strayed a little from the majority – but even this is too little to reverse – but they are still in limbo, are suspended in the middle. They have no confidence.
The first part of humanity has too much faith in doubt the second part has come to doubt their own doubts, but in them the confidence is not born yet.
3) The third part of humanity has confidence in confidence, their trust is absolute and persons belonging to the second part will define them blind. The trust will trust them as blindness. While the first part of humanity instead define them crazy. The trust will seem only madness: how can a rational person to believe so completely? It is impossible.
But for the third part of humanity for those whose confidence has occurred, the blindness will be the only ability to see. And for them, the madness will be 1 only sensible thing.
These three different parts of humanity have different languages do not ever communicate with each other. And ‘an almost impossible eventuality, just like when you talk to someone who knows your language and you do not know her – the most by the gestures of communication becomes possible to a minimum, I no more.
Only the third part of humanity can learn, for the rest, their feeling of isolation and being “too full” of himself, can not learn beyond what they already believe they know …
Zen Masters are very selective. It is very difficult to be accepted by a Master, it is very difficult, and he erected around himself all sorts of obstacles. Confidence in the trust is the key to enter the True.
Jesus: “Do not let your left hand know what thy right hand is” … live completely in the dark, embrace the mystery and trust: this attitude has regained its ability to rejoice in the Light …
In other disciplines, you will remain the same, and only continues to accumulate information: if you want to learn geography, Vai and learn from a teacher. You stay the same, continue to grow in you just the information, becomes more and more educated, but your being, the quality of your being, your state of being, remain the same. When you come from a spiritual teacher, then everything changes, in you there is no accumulation of information, or increase your knowledge, growth happens in you being. You will not know more, but you will be more. Your memory will not be increased by exercise, not at all; back your own being, your true self, and become more nourished and quiet, ecstatic.
“When you put a lamp next to another off, suddenly jumps from the flame that lit the lamp off. The lamp remains the same because he has not lost anything, even a bit of brightness, but a new light began to exist. It was a leap, a leap of truth from Master to disciple. “
If you want to be a disciple, if you want to afford a real transformation, you must leave everything you know to lose: you need a clean slate. You were filled to excess and ports too to know you in mind. A man introduced by Maharishi, saying: “I come from far away, a remote village, and I came here to learn from you.” Maharishi replied, “Then it ‘elsewhere because we teach here to unlearn, our method is not to be’ elsewhere ‘…
The search depends on the researcher. The Masters can only show the way. The search depends on the researcher: the quality of his being, the quality of its investigation, the qualities that the researcher enter in your search.
The Masters can only lead the way: they can only point it out, everything else you should do it, the disciple must do. You will not be imposed no discipline, no master ever imposes a discipline someone. He helps you find your discipline that is the difference between a teacher and a true Master.
A teacher is someone who has already had in mind a formula above ground, has a model. He requires that model to all and sundry, no matter who comes before him for a teacher is not very important to evaluate the person in front of him, is just a number, not a person, and only someone who can project and the which impose their own discipline, something prefabricated.
Already exists in the mind of the teacher that project. A teacher kills many people, destroys many people because in the inner being of every human being there is already an individual track their own growth, no human being in need of another discipline from the outside. A true Master does not force you anything, just to help you find your inner discipline, helps you find your way, helps you grow, not followed its design, but indulging your inner being, because you are the seed and your tree will come from you.
At most, the Master Gardener can be a loving, compassionate, a compassion that is poured continuously over you. Take care of yourself and do not impose anything.
You are here with me: I will not force you to follow any rules, but that does not mean that it is not. Not at all, I am completely in favor of the discipline, but should emerge from within your being, your discipline will be yours, and no one else, your flower will be your flower, does not belong to anyone else. Your flower will be unique – here’s the beauty of truth each time it is earned, it is always unique, because each winning in its own way. Each of you will flourish in it as an individual. Individuals become more and more authentic. This is the meaning of “resurrection” in you will die in your being that which is false, but each human being carries within itself the Real: they always are filled, and the real one in you must be helped .
A true Master is precisely what Socrates used to say of himself: “I am a midwife.” A true Master is a midwife: does not give you anything, just helps your inner being to come to light, to be born.
Today, in the West, it continues to work hard around the concept of growth, but I have not come across someone who operates within the Movement for the growth of human potential that is aware of this evidence: the growth itself is not the goal can not be. It can grow in a healthy and creative. It can grow as unhealthy and destructive.
Remember: the goal is not growth itself, the goal is healthy growth. And when he grew poorly, it becomes increasingly difficult to block you at every step, at every level of growth you went away, the harder it will make you go back, because the insane and destructive growth becomes a rigid model. The healthy growth and creative is a totally different thing. From the beginning you should be aware, therefore you need a teacher as otherwise you may be aware from the first step? You will become aware at the end of the path, as you may be aware at the beginning? At the beginning you can only grope in the dark. So, if you start your own spiritual journey, you will have one hundred ninety-nine chance to grow in poorly compared to a real evolutionary process … for who can tell you what for you is not the right way to grow? It looks good all growth at the beginning, because you expand, you enlarge your inner being! All growth you can look good even unhealthy growth, inadequate growth does not require much effort: like the weeds that invade the garden, do not require much care, a bit ‘of water every so often just to grow them. But if you try to grow roses, you understand that they need care, they need a garden of weeds and do not need it.
In the West, the Movement for the growth of human potential is moving in many directions, but remains completely oblivious to the fact that you can also help people to grow in improperly. In this case difficulties arise, because it creates in people, then something will be increasingly difficult to eradicate, as time passes.
It must be able to see a master beginning the seed “dark”, and able to help eradicate it, so you can find in you the seed “bright” as in you, you also bring the good seed. You are all confused as to what is most appropriate and suitable for you … Take the confusion between grass and roses: This must be someone who can make the distinction, because in the current state of your awareness you are unable to do so, your whole being is full of confusion.
When a student goes by the Master, the first question that arises in the Master, is this: “Why you come to me?”. It starts to scan the being of the disciple: “Why? Why? What brought it to me? “. I must have seen many people come to me rarely happens that someone is right for a reason. It ‘very rare. Humanity seems to be in bad shape: it is rare that someone will come up with an adequate justification. Perhaps you could think of coming for the right reason, this is irrelevant: what he thinks has a great value, because motivation is hidden deeper, unconscious, is never visible on the surface. Nobody can perceive it with the thought. The first question that arises in the Master is, “Why? Why this man is come to me? “. And the Master can not hear, can not believe in you. Whatever you say is not worth much to him, because the next moment say anything else. Tomorrow you will change your motivation: you are a stream, your inner being has no center crystallized in a position to respond. The Master must go deeper in your unconscious state, touching the roots of your being, why did you come to see him: you can hear and can not believe in you because you are not yet credible. You are so deceptive and misleading not to know that you are able to deceive even yourself. Once you found your motivation, you can do something, then it must be
bring the light of your awareness. Your future growth can be founded and built only on the right motivation.
The Master’s best for you is what best fits your temperament. The Master is the one that sends you an experience, not just talk. If he talks too much is a teacher and not a master. Your spiritual evolution is much slower taking initiation from a teacher and not spiritually evolved from a Master. The Master is able to breathe through your breath, to give you an awareness of his soul, to make you touch the heart by calming your mind, you can fly to one of the highest vibration of Light.
“The feather flies high, but the pearl lying down”
Do not let yourself be charmed by … down the road of evolution implies a large energy investment, an active search, a descend into the depths of the abyss of transformative practice … Relying on a Master of reality is a real dive into the mystery: it is through self- in full presence.
Truth is certainly one, but it has a multidimensional reality, and every teacher has to choose a specific size. He can not mention all the dimensions simultaneously. Every teacher has their own style, their way of speaking, his way of speaking. The higher the awareness and become more unique, more becomes an individual. Let me explain: it does not mean individual personality. The personality is given to you by the company. Individuality is your intrinsic nature. The personality is fictitious, false. Individuality is your Buddha within, your inner light, inner threshold that leads to the divine. But it is inevitable that every teacher has a unique mode of expression. Everyone says the same thing, all indicate the same moon, but the fingers are different. They must be so. The finger of Jesus, the Buddha’s finger, the finger of Lao Tzu are necessarily different. If you pay too much attention to the finger, it is inevitable to forget the object. The object was not the finger, was the moon. Only the fingers, the expressions are different. The experience of truth is one, but to put it into words, each teacher must find his own instrument. That’s why even the enlightened seem to say different things, even contradictory, because there is not one-dimensional sources, is multidimensional. Welcomes all the contradictions. Cosmos in all its contradictions dissolve.
Well, it is impossible to reduce a claim to the entire cosmos, whatever that is. All philosophies fail, all languages seem inadequate. The theologies fail to express a very partial truth. And remember: a partial truth is not truth. The truth can not be divided into parts. And ‘one, organically, not mechanically. A car can be disassembled and reassembled again, but the same can not be done with a living organism. A man can not be torn to pieces and then reassembled. You can do this, but the man there will be no more. You will have only a corpse in his hands. This is one of the most difficult problems that have illuminated faced: how to convey the truth? And they have devised tricks, methods, meditations. They have created openings through which you can see the truth for yourself. Of course, every teacher will have her. The existence can be approached in a million ways, and when a teacher realizes the truth, it comes from a particular street. Of course, talk about the path that led him to the truth. The truth is one, but the paths are many. And until we understand it, in the minds of researchers there will always be conflicts and misunderstandings.
Every teacher is unique, like an Everest which rises majestically, until you touch the stars, completely alone. Do not ever compare the two masters. The comparison is not the proper attitude of the teachers in the world. The comparison is mental, intellectual, and is the realization of the master is beyond the mind is spiritual. In the spirit world, the world of the sublime, the comparison does not exist. Everyone is unique, but gave up, devoted to the same truth from different perspectives. It should be an extraordinary ability to understand, and that realization should not be born from the mind, must come from meditation. The mind is able to understand everything that is other than itself. The objective world is accessible to the mind: science, technology, philosophy, theology, are all mentally.
But your inner life is behind the mind, beyond it. It is revealed in meditation, when thoughts begin to drop and relax more deeply. When only the witness remains. The body is remote, you are no longer the body, the mind is only an echo in the valleys, you are no longer the mind. In the innermost center of your being there is not a single thought, a single cloud, all is silence. In that silence, there is a genuine understanding. In that silence, you are in touch with the divine. That silence is a way, a bridge, a path, a link with the supreme reality.
When you are faced with a Master, you have to decide soon what to do … whether to stay or go … because you are not in an ordinary situation: run a huge risk, your life is at risk. Risk of losing your ego, you risk losing your masks, you risk losing your sense of self-deception; risk a real and profound inner transformation; risk of becoming happy and free from any kind of prison; risk of becoming yourself, authentic , simple, smooth, light, relaxed, bright …
“You move in a vicious circle and a wall around you, but it is very thin and you can not see it, you can not hear. The moment you begin to understand that the mind is that wall, you will begin to leave “…
“Just remember one thing: every time you call into question the mind, introduce the madness, Every time you put your mind into play, introduce a factor that distorts, a factor frustrating”
http://www.guarigionezen.it/Maestro% 20e% 20Discepolo.htm

I due monaci – The Two Monks


I Due Monaci

Un giorno due monaci zen, Tanzan e Ekido, stavano camminando lungo una strada molto fangosa. Passando vicino a un villaggio, videro una giovane donna in difficoltà, che cercava di attraversare la strada senza sporcarsi il kimono di seta. Tanzan, senza esitare, la prese in braccio e la portò dall’altra parte della strada. I due monaci poi proseguirono in silenzio. Cinque ore dopo, in prossimità del tempio che li avrebbe ospitati, Ekido non fu più capace di trattenersi: “Perché hai portato quella ragazza al di là della strada?” chiese “si suppone che noi monaci non facciamo cose simili”. Tanzan con molta calma rispose: “Ho deposto la ragazza a terra ore fa, tu perché la stai ancora portando?”.
Rimuginare sul passato tiene vive nel presente le situazioni dalle quali vorremmo staccarci.
Nella vita spesso portiamo una gran quantità di bagaglio mentale ed emozionale non necessario.
The Two Monks

One day, two Zen monks, Tanzan and Ekido, were walking along a very muddy road. Passing near a village, they saw a young woman in distress, trying to cross the street without dirtying the kimono silk. Tanzan, without hesitation, picked her up and carried her across the street. The two monks then went silent. Five hours later, near the temple that would have hosted, Ekido was no longer able to restrain himself: “Why did you bring that girl across the street?” said “we monks are supposed to not do something.” Tanzan calmly replied: “I have taken the girl to the ground hours ago, because you’re still wearing?”.
Ruminate about the past lives in the present takes the situations from which we would like to break away.
In life often bring a great deal of emotional and mental baggage not needed.

I Tre Rifugi – The Three Refuges / The Triple Treasure – Thich Nhat Hanh


I Tre Rifugi / Il Tesoro Triplice

Le Tre Gemme
Thich Nhat Hanh

Quando diciamo “Prendo rifugio nel Buddha” dobbiamo anche capire che “Il Buddha si rifugia in me”, perché senza la seconda parte la prima parte non è completa. Il Buddha ha bisogno di noi per il risveglio, la comprensione e l’amore per essere cose reali e non solo concetti. Devono essere vere le cose che hanno effetti reali sulla vita. Ogni volta che dico: “Mi rifugio nel Buddha,” sento “Buddha si rifugia in me.”

Siamo tutti Buddha, perché solo attraverso di noi può essere la comprensione e l’amore diventano tangibili ed efficaci. Thich Thanh Van è stato ucciso durante il suo tentativo di aiutare gli altri. Era un buon buddista, era un buon Buddha, perché era in grado di aiutare decine di migliaia di persone, vittime della guerra. Grazie a lui, il risveglio, la comprensione e l’amore sono cose reali. Così possiamo chiamarlo un corpo di Buddha, in sanscrito Buddhakaya. Per il Buddismo per essere reale, deve esserci un Buddhakaya, una forma di realizzazione di attività risvegliato. In caso contrario, il buddismo è solo una parola. Thich Thanh Van era un Buddhakaya. Shakyamuni era un Buddhakaya. Quando ci rendiamo conto di risveglio, quando siamo capire e amare, ognuno di noi è un Buddhakaya.

La gemma seconda è il Dharma. Dharma è ciò che il Buddha ha insegnato. E ‘il modo di comprensione e di amore – come comprendere, come amare, come fare la comprensione e l’amore nelle cose reali. Prima che il Buddha è morto, disse ai suoi studenti: “Cari, il mio corpo fisico non sarà qui domani, ma il mio corpo docente sarà sempre qui per aiutare. Potete considerare come il tuo insegnante, un insegnante che non lascia mai te “. Questa è la nascita del Dharmakaya. Il Dharma ha un corpo inoltre, il corpo di insegnamento, o il corpo del modo. Come si può vedere, il significato del Dharmakaya è abbastanza semplice, anche se le persone in Mahayana hanno reso molto complicato. Dharmakaya significa solo l’insegnamento del Buddha, la strada per realizzare la comprensione e l’amore. In seguito divenne qualcosa di simile al terreno ontologico dell’essere.

Tutto ciò che può aiutare a svegliare ha la natura di Buddha. Quando sono sola e un uccello mi chiama, io ritorno a me stesso, io respiro, e sorrido, e qualche volta mi chiama ancora una volta. Io sorrido e dico a l’uccello, “Sento già.” Non solo suona, ma luoghi in grado di ricordare per tornare al tuo vero sé. Al mattino, quando si apre la finestra e vedere la luce in streaming, è possibile riconoscere come la voce del Dharma, e diventa parte del Dharmakaya. Ecco perché le persone che stanno svegli vedono la manifestazione del Dharma in ogni cosa. Un sasso, un albero di bambù, il pianto di un bambino, tutto può essere la voce della chiamata Dharma. Dovremmo essere in grado di praticare in quel modo. . .

Dharmakaya non è solo espresso in parole, in suoni. Essa può esprimersi in un solo essere. A volte, se non facciamo nulla, aiutiamo più che se facciamo un sacco. Chiediamo che la non-azione. E ‘come la persona calma su una piccola barca in una tempesta. Quella persona non ha bisogno di fare molto, basta essere se stesso, e la situazione può cambiare. Anche questo è un aspetto del Dharmakaya: non parlare, non insegnando, solo di essere. . . .

Il Sangha è la comunità che vive in armonia e consapevolezza. Sanghakaya è un nuovo termine sanscrito.

Il Sangha ha bisogno di un corpo anche. Quando si è con la famiglia e si pratica sorridere, respirare, riconoscendo il corpo di Buddha in voi stessi ed i vostri figli, allora la vostra famiglia diventa un Sangha. Se si dispone di una campana in casa, la campana entra a far parte della vostra Sanghakaya, perché la campana aiuta ad esercitare. Se si dispone di un cuscino, poi il cuscino diventa anche parte del Sanghakaya. Molte cose ci aiutano a praticare. L’aria, per respirare. Se si dispone di un parco o di un fiume vicino a casa vostra, siete molto fortunati perché si può godere la pratica della meditazione a piedi. Devi scoprire il tuo Sanghakaya-invitare un amico a venire a praticare con voi, avete la meditazione tè, sedersi con voi, unirsi a voi per la meditazione camminata. Tutti questi sforzi sono per stabilire la vostra Sanghakaya a casa. La pratica è più facile se si dispone di un Sanghakaya. . . .

Praticare il Buddismo, la meditazione è la pratica per noi essere sereno e felice, capire e amare. In questo modo di lavorare per la pace e la felicità della nostra famiglia e della nostra società. Se guardiamo da vicino, i Tre Gioielli sono in realtà uno. In ciascuno di essi, gli altri due sono già lì. Nel Buddha, c’è Buddha, c’è il corpo di Buddha. In Buddha c’è il corpo del Dharma perché senza il corpo del Dharma, non avrebbe potuto diventare un Buddha. Nel Buddha c’è il corpo Sangha perché aveva colazione con l’albero della Bodhi, con gli altri alberi, e uccelli e l’ambiente. In un centro di meditazione, abbiamo un corpo Sangha, Sanghakaya, perché il modo di comprensione e compassione è praticato. Pertanto, il corpo del Dharma è presente, il modo in cui l’insegnamento è presente. Ma l’insegnamento non può diventare reale senza la vita e il corpo di ciascuno di noi. Così il Buddhakaya è anche presente. Se Buddha e Dharma non sono presenti, non è un Sangha. Senza di te, il Buddha non è reale, è solo un’idea.

Senza di te, il Dharma non può essere praticata. Deve essere praticata da qualcuno. Senza ognuno di voi, il Sangha non può essere. Ecco perché quando diciamo: “Mi rifugio nel Buddha,” abbiamo anche sentito, “Il Buddha si rifugia in me.” “Prendo rifugio nel Dharma. Il Dharma si rifugia in me. Prendo rifugio nel Sangha. Il Sangha si rifugia in me.”

The Three Refuges / The Triple Treasure

The Three Gems
Thich Nhat Hanh

WHEN WE SAY, “I take refuge in the Buddha” we should also understand that “The Buddha takes refuge in me,” because without the second part the first part is not complete. The Buddha needs us for awakening, understanding, and love to be real things and not just concepts. They must be real things that have real effects on life. Whenever I say, “I take refuge in the Buddha,” I hear “Buddha takes refuge in me.”

We are all Buddhas, because only through us can understanding and love become tangible and effective. Thich Thanh Van was killed during his effort to help other people. He was a good Buddhist, he was a good Buddha, because he was able to help tens of thousands of people, victims of the war. Because of him, awakening, understanding, and love were real things. So we can call him a Buddha body, in Sanskrit Buddhakaya. For Buddhism to be real, there must be a Buddhakaya, an embodiment of awakened activity. Otherwise Buddhism is just a word. Thich Thanh Van was a Buddhakaya. Shakyamuni was a Buddhakaya. When we realize awakening, when we are understanding and loving, each of us is a Buddhakaya.

The second gem is the Dharma. Dharma is what the Buddha taught. It is the way of understanding and love – how to understand, how to love, how to make understanding and love into real things. Before the Buddha passed away, he said to his students, “Dear people, my physical body will not be here tomorrow, but my teaching body will always be here to help. You can consider it as your own teacher, a teacher who never leaves you.” That is the birth of Dharmakaya. The Dharma has a body also, the body of the teaching, or the body of the way. As you can see, the meaning of Dharmakaya is quite simple, although people in Mahayana have made it very complicated. Dharmakaya just means the teaching of the Buddha, the way to realize understanding and love. Later it became something like the ontological ground of being.

Anything that can help you wake up has Buddha nature. When I am alone and a bird calls me, I return to myself, I breathe, and I smile, and sometimes it calls me once more. I smile and I say to the bird, “I hear already.” Not only sounds, but sights can remind you to return to your true self. In the morning when you open your window and see the light streaming in, you can recognize it as the voice of the Dharma, and it becomes part of the Dharmakaya. That is why people who are awake see the manifestation of the Dharma in everything. A pebble, a bamboo tree, the cry of a baby, anything can be the voice of the Dharma calling. We should be able to practice like that. . . .

Dharmakaya is not just expressed in words, in sounds. It can express itself in just being. Sometimes if we don’t do anything, we help more than if we do a lot. We call that non-action. It is like the calm person on a small boat in a storm. That person does not have to do much, just be himself, and the situation can change. That is also an aspect of Dharmakaya: not talking, not teaching, just being. . . .

The Sangha is the community that lives in harmony and awareness. Sanghakaya is a new Sanskrit term.

The Sangha needs a body also. When you are with your family and you practice smiling, breathing, recognizing the Buddha body in yourself and your children, then your family becomes a Sangha. If you have a bell in your home, the bell becomes part of your Sanghakaya, because the bell helps you to practice. If you have a cushion, then the cushion also becomes part of the Sanghakaya. Many things help us practice. The air, for breathing. If you have a park or a riverbank near your home, you are very fortunate because you can enjoy practicing walking meditation. You have to discover your Sanghakaya-invite a friend to come and practice with you, have tea meditation, sit with you, join you for walking meditation. All those efforts are to establish your Sanghakaya at home. Practice is easier if you have a Sanghakaya. . . .

Practicing Buddhism, practicing meditation is for us to be serene and happy, understanding and loving. In that way we work for the peace and happiness of our family and our society. If we look closely, the Three Gems are actually one. In each of them, the other two are already there. In Buddha, there is Buddhahood, there is the Buddha body. In Buddha there is the Dharma body because without the Dharma body, he could not have become a Buddha. In the Buddha there is the Sangha body because he had breakfast with the bodhi tree, with the other trees, and birds and environment. In a meditation center, we have a Sangha body, Sanghakaya, because the way of understanding and compassion is practiced there. Therefore the Dharma body is present, the way, the teaching is present. But the teaching cannot become real without the life and body of each of us. So the Buddhakaya is also present. If Buddha and Dharma are not present, it is not a Sangha. Without you, the Buddha is not real, it is just an idea.

Without you, the Dharma cannot be practiced. It has to be practiced by someone. Without each of you, the Sangha cannot be. That is why when we say, “I take refuge in the Buddha,” we also hear, “The Buddha takes refuge in me.” “I take refuge in the Dharma. The Dharma takes refuge in me. I take refuge in the Sangha. The Sangha takes refuge in me.”

L’artista – The artist


L’ Artista 

Quando un artista crea assomiglia ad uno sciamano. L’ispirazione gli giunge come un dono. I seguaci del Tao fanno lo stesso. La loro consapevolezza del Tao non è nulla di chiaramente formulato, né qualcosa che essi possiedono: è il Tao ad andare da loro come un dono. Per questo le arti e il Tao sono così saldamente alleati: perché l’atto del ricevere e dell’esprimere è il medesimo.
Proprio come un artista teme l’incapacità di fare arte, così il seguace ha il terrore di non sentire più il Tao.
Spesso le circostanze ci impongono di creare: come atleti sul campo di gara, come oratori di fronte ad un pubblico, come musicisti sul palcoscenico, come cuochi ai fornelli o genitori alle prese con i figli. In che modo mantenere vivo il flusso? Alcuni cercano di farlo conducendo una vita ordinata e regolare, altri mantenendosi costantemente attivi. Ognuno di noi è diverso, dunque non esiste nulla di assolutamente giusto o sbagliato. L’unica cosa che conta è sentire il Tao e tenere questa percezione in vita il più a lungo possibile. Se riusciamo a scoprire ciò che vi è di speciale e nascosto in noi, e a imparare ad esprimerlo, allora conosceremo il Tao.

“Il Tao per un anno” Deng Ming-Dao 

 

The Artist

When an artist creates resembles a shaman. The inspiration comes to him as a gift.The followers of the Tao do the same. Their awareness of the Tao is nothing clearly stated, nor something that they possess: the Tao is to come to them as a gift. For this reason the arts and the Tao are so tightly allied, because the act of receiving and expressing is the same.
Just as an artist fears an inability to make art, so the follower is terrified of no longer hearing the Tao.
Often the circumstances require us to create, as athletes on the racetrack, as speakers in front of an audience, as the musicians on stage, as cooks in the kitchenor parents struggling with their children. How to keep alive the flow? Some people try to do it by living a life orderly and regular, others remaining constantly active.Each of us is different, so there is nothing absolutely right or wrong. The only thing that matters is to hear the Tao, and keep this perception alive as long as possible. If we can discover what is special and hidden in us, and learn to express it, then we will know the Tao.

“The Tao for a year,” Deng Ming-Dao


Lo Zen nella vita di un mendicante


43. Lo Zen nella vita di un mendicante

Ai suoi tempi, Tosui era un famoso insegnante di Zen. Aveva vissuto in parecchi templi e aveva insegnato in diverse province.

L’ultimo tempio nel quale si era recato contava tanti seguaci che Tosui decise di smettere i suoi corsi, e nel comunicare a tutti questa sua decisione, consigliò ai discepoli di separarsi e di andarsene ciascuno dove voleva. Da quel momento, si persero le sue tracce.

Tre anni dopo, uno dei suoi discepoli scoprì che viveva con alcuni mendicanti sotto un ponte di Kyoto. Subito implorò Tosui di istruirlo.

«Se riesci a fare quello che faccio io sia pure soltanto per un paio di giorni, forse posso istruirti» rispose Tosui.

Così l’ex discepolo si vestì da mendicante e passò una giornata con Tosui. L’indomani uno dei mendicanti morì. A mezzanotte Tosui e il suo allievo portarono via il corpo e lo seppellirono sul fianco di una montagna. Poi tornarono nel loro rifugio sotto il ponte.

Tosui dormì profondamente per il resto della notte, ma il discepolo non riuscì ad addormentarsi. Quando venne il mattino Tosui disse: «Oggi non dobbiamo mendicare il cibo. Il nostro amico morto ce ne ha lasciato un po’». Ma il discepolo non poté mangiarne nemmeno un pezzetto.

«Lo sapevo che non avresti potuto fare come me» concluse Tosui. «Vattene via e non seccarmi più».

101 Storie Zen


Zen in a Beggar’s Life

Tosui was a well-known Zen teacher of his time. He had lived in several temples and taught in various provinces.

The last temple he visited accumulated so many adherents that Tosui told them he was going to quit the lecture business entirely. He advised them to disperse and go wherever they desired. After that no one could find any trace of him.

Three years later one of his disciples discovered him living with some beggars under a bridge in Kyoto. He at once implored Tosui to teach him.

“If you can do as I do for even a couple days, I might,” Tosui replied.

So the former disciple dressed as a beggar and spent the day with Tosui. The following day one of the beggars died. Tosui and his pupil carried the body off at midnight and buried it on a mountainside. After that they returned to their shelter under the bridge.

Tosui slept soundly the remainder of the night, but the disciple could not sleep. When morning came Tosui said: “We do not have to beg food today. Our dead friend has left some over there.” But the disciple was unable to eat a single bite of it.

“I have said you could not do as I,” concluded Tosui. “Get out of here and do not bother me again.”

101 Zen stories

La risposta del morto – The Dead Man’s Answer – Storia Zen


42. La risposta del morto

Quando Mamiya, che divenne in seguito un famoso predicatore, andò da un insegnante per farsi istruire, gli fu chiesto di spiegare il suono di una sola mano.

Mamiya meditò intensamente quale potesse essere il suono di una sola mano. «Non ti applichi abbastanza» gli disse l’insegnante. «Sei troppo attaccato al cibo, alla ricchezza, alle cose e ai loro suoni. Sarebbe meglio se tu morissi. Questo risolverebbe il problema».

Quando Mamiya si presentò all’insegnante la volta successiva, quello gli domandò di nuovo che cosa avesse da dire a proposito del suono di una sola mano.

Subito Mamiya si lasciò cadere giù come se fosse morto. «Sei proprio morto» osservò allora l’insegnante. «Ma che mi dici di quel suono?».

«Quello non l’ho ancora risolto» rispose Mamiya alzando lo sguardo.

«I morti non parlano» disse l’insegnante. «Vattene!».

101 Storie Zen

The Dead Man’s Answer

When Mamiya, who later became a well-known preacher, went to a teacher for personal guidance, he was asked to explain the sound of one hand.

Mamiya concentrated upon what the sound of one hand might be. “You are not working hard enough,” his teacher told him. “You are too attached to food, wealth, things, and that sound. It would be better if you died. That would solve the problem.”

The next time Mamiya appeared before his teacher he was again asked what he had to show regarding the sound of one hand. Mamiya at once fell over as if he were dead.

“You are dead all right,” observed the teacher. “But how about that sound?”

“I haven’t solved that yet,” replied Mamiya, looking up.

“Dead men do not speak,” said the teacher. “Get out!”

101 Zen stories

Il tuo nemico – Your enemy


Il tuo nemico

Ti sei svegliato prima dell’alba, ma il tuo nemico non l’hai trovato.
Quando il sole era basso hai attraversato tutta la pianura, ma il tuo nemico non l’hai trovato.
Mentre il sole era alto nel cielo hai cercato tra le piante di tutta la foresta, ma il tuo nemico
non l’hai trovato. Il sole era rosso nel cielo mentre tu cercavi sulla cima di tutte le colline, ma
il tuo nemico non l’hai trovato. Ora sei stanco e ti riposi sulla riva di un ruscello, guardi
nell’acqua ed ecco il tuo nemico: l’hai trovato.

Storia Zen

Your enemy
You woke up before dawn, but your enemy is not you found it.
When the sun was low you crossed the plain, but your enemy is not you found it.
As the sun was high in the sky you looked between the trees throughout the forest,but did not find your enemy. The sun was red in the sky while you were looking foron the top of the hills, but your enemy is not you found it. Now you’re tired and you rest on the bank of a stream, watch the water and here is your enemy, you found it.
Zen story

Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè – The Duel of the Master of Tea Ceremony – Suzuki Daisetz T


Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè

Un giorno, a Edo, un pacifico maestro del tè (che non aveva il rango di samurai, sebbene il protocollo gli imponesse di vestirsi come tale) fece un incontro che aveva sempre temuto da quando aveva lasciato il castello: si imbatte in un ronin(un samurai senza padrone) che lo sfidò a duello: Il maestro del tè spiegò chi era, ma il ronin, nella speranza di estorcere danaro alla sua vittima, continuò a minacciarlo. Pagare per venire lasciato in pace sarebbe stata un’azione disonorevole per il maestro del tè, per il suo signore e per il suo clan. L’unica alternativa era accettare la sfida. Ormai rassegnato alla morte, il maestro del tè aveva l’unico desiderio di morire in un modo degno di un samurai. Perciò chiese all’avversario il permesso di rinviare lo scontro e si precipitò in una scuola di scherma che aveva visto nelle vicinanze, sperando di ricevere almeno le informazioni fondamentali, cioè di imparare a morire onorevolmente di spada. Senza lettere di presentazione di solito era difficile farsi ricevere dal maestro di una scuola, ma in questo caso, i portinai si accorsero del turbamento del maestro del tè, e rimasero colpiti dall’enfasi con cui chiedeva di entrare. Egli venne finalmente condotto dal maestro che, dopo aver ascoltato attentamente la storia, pregò il visitatore di servire un po’ di tè prima di imparare l’arte di morire. Il maestro di scherma, vedendolo compiere la cerimonia del tè con totale concentrazione e serenità mentale, a un certo punto si batté la mano sul ginocchio, in segno di cordiale approvazione ed esclamò: “Ecco! Non c’è bisogno che tu impari l’arte della morte! Lo stato d’animo in cui ora ti trovi è sufficiente per permetterti di affrontare qualunque spadaccino. Quando vedrai il tuo ronin, comportati così: prima pensa che ti accingi a servire il tè ad un ospite. Salutalo cortesemente, scusandoti per il ritardo, e digli che ora sei pronto per lo scontro. Togliti il haori, la sopravveste, piegalo con cura, e poi posa su di esso il ventaglio, come quando stai lavorando. Poi cingiti la testa con il tenugui, la fascia, rimboccati le maniche e legale con una corda, e raccogli la tua hakama. Sguaina la spada, levala sopra la testa, pronto ad abbattere l’avversario e , chiudendo gli occhi, raccogli i tuoi pensieri per il combattimento. Quando lo udrai lanciare un urlo, colpiscilo con la tua spada. Probabilmente l’incontro si concluderà con la morte di entrambi”. Ringraziando profusamente lo schermitore, il maestro del tè ritornò dal ronin, si preparò ed attese. Il ronin vide “una persona completamente diversa” e “chiese perdono al maestro del tè per la sua scortese richiesta, affrettandosi ad andarsene”

Suzuki Daisetz T. “Zen and Japanese Culture” NewYork: Pantheon Book,1960

The Duel of the Master of Tea Ceremony

One day, in Edo, a peaceful tea master (who had the rank of samurai, the protocol to impose a dress like that) had a meeting that he had always feared since she left the castle, he runs into a ronin ( a masterless samurai) who challenged him to a duel: The tea master explained who he was, but the ronin, in the hope of extorting money to his victim, continued to threaten him. Paying for being left alone would have been dishonorable action for the tea master, for his master and his clan. The only alternative was to accept the challenge. Resigned to death, the tea master was the only wish of dying in a manner worthy of a samurai. So the opponent asked for permission to postpone the fight and ran a school of fencing that had seen nearby, hoping to receive at least basic information, that is to learn to die honorably by the sword. No letters of introduction was usually difficult to be received by the master of a school, but in this case, the caretakers noticed the disturbance of the tea master, and were struck with dall’enfasi asking to enter. He was finally taken by the master who, after listening carefully to the story, the visitor asked him to serve a little ‘tea before learning the art of dying. The fencing master, seeing him do the tea ceremony with full concentration and peace of mind, at one point slapped his hand on her knee as a sign of cordial approval and exclaimed: “Behold! There is no need for you to learn the art of death! The mood you are in now is sufficient to allow it to tackle any swordsman. When you see your ronin, behaved like this: first think that you prepare to serve tea to a visitor. Greet kindly, apologizing for the delay, and tell him that you are now ready for battle. Take off the haori, the surcoat, fold it carefully, and then lay the fan on it, like when you’re working. Then gird up my head with tenugui, the band, roll up your sleeves and legal with a rope, and pick up your hakama. Draws his sword, Leval overhead, ready to shoot down the opponent, and closing his eyes, collect your thoughts for combat. When you hear a scream run, hit him with your sword. Probably the meeting will end with the death of both. ” Thanking him profusely fencer, returned from the tea master ronin, he prepared himself and waited. The ronin saw “a completely different person” and “begged forgiveness from the tea master for his rude request, hurrying to leave,”

T. Suzuki Daisetz “Zen and Japanese Culture”, New York: Pantheon Books, 1960

Soldati dell’umanità – Soldiers of Humanity – 101 Storie Zen 


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59. Soldati dell’umanità

Una volta una divisione dell’esercito giapponese era impegnata in un’esercitazione militare, e alcuni ufficiali ritennero indispensabile stabilire il quartier generale nel tempio di Gasan.

Gasan disse al cuoco: «Servi agli ufficiali lo stesso semplice vitto che mangiamo noi». I militari, che erano avvezzi a essere trattati con tutti i riguardi, se ne risentirono. Uno di loro andò da Gasan e gli disse: «Ma chi ti credi che siamo? Noi siamo soldati, pronti a sacrificare la nostra vita per il nostro paese. Perché, allora, non ci tratti come è giusto?». Gasan rispose duramente: «E tu, chi ti credi che siamo “noi”? Noi siamo i soldati dell’umanità, votati a salvare tutti gli esseri senzienti».

Da 101 Storie Zen 

Soldiers of Humanity

Once a division of the Japanese army was engaged in a sham battle, and some of the officers found it necessary to make their headquarters in Gasan’s temple.

Gasan told his cook: “Let the officers have only the same simple fare we eat.”

This made the army men angry, as they wre used to very deferential treatment. One came to Gasan and said: “Who do you think we are? We are soldiers, sacrificing our lives for our country. Why don’t you treat us accordingly?”

Gasan answered sternly: “Who do you think we are? We are soldiers of humanity, aiming to save all sentient beings.”

From 101 Zen Stories 

Una bomba a tempo – A time bomb


Una bomba a tempo
Un esperto di boxe cinese si stabilì in un piccolo villaggio isolato. Dopo poco tempo cominciò a sentirsi davvero a suo agio dato che i contadini avevano paura di lui. In breve, divenne il signore di quei luoghi. Ciò che più apprezzava era il fatto che nessuno osava affrontarlo, fino al giorno in cui… un vecchietto con la barba bianca nell’attraversare un ponte non gli cedette il passo continuando il suo cammino, proprio davanti a lui.
Fedele alla sua terribile immagine, l’esperto lottatore tentò di spingere il vecchio, ma il suo colpo andò a vuoto, perché questi evito il gesto. Furioso, si lanciò sopra l’anziano e iniziò a colpirlo. Durante la lotta, il vecchio provò a parare i colpi, riuscendo anche a toccare leggermente il petto del bruto, ma rovinò presto al suolo. Soddisfatto per la lezione impartita, il lottatore abbandonò sul ponte il corpo inanimato del vecchio impertinente che aveva osato affrontarlo. Quando il bruto si allontanò, il vecchio aprì un occhio, poi l’altro, si sollevò, si tolse la polvere e se ne andò tranquillamente. I giorni passavano e il lottatore si sentiva sempre meno in forma. Il suo corpo si debilitav, aveva problemi di respirazione e di digestione; i dolori alla testa erano sempre più frequenti. Un giorno, scosso da forti brividi di febbre, si coricò privo di forze per muoversi. Riusciva a malapena a parlare. Dopo aver meditato lungamente sulle ragioni del proprio stato, arrivò a quella che sembrava essere la spiegazione più plausibile: il leggero colpo infertogli dal vecchio, lo aveva colpito senza dubbio in un punto vitale ed ora se ne manifestavano gli effetti. Comprendendo finalmente la lezione che il vecchio gli aveva dato, capì quanto ingannevoli erano le apparenze e quanto aveva vissuto, fino ad allora, nell’illusione della sua forza. Mandò a cercare il vecchio per chiedergli perdono per la sua inqualificabile condotta e per ringraziarlo per avergli aperto gli occhi.
Il vecchio viveva in una cappella vicina al villaggio e non tardò ad arrivare. Decise di curarlo egli stesso, impressionato dal ravvedimento sincero del malato che supplicò umilmente l’anziano d’accettarlo come discepolo, animato com’era, finalmente, da una vera necessità di conoscenza.
Da quel momento si fermò alla cappella, fino alla morte del maestro e quando tornò al villaggio, la sua presenza non incuteva più timore, ma un benevolo rispetto.
Da un Commentario a “L’arte della Guerra” di Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio

A time bomb

An expert on Chinese boxing settled in a small isolated village. Before long he began to feel really at ease because the peasants were afraid of him. In short, became the lord of those places. What I appreciated most was the fact that no one dared to face it, … until the day when an old man with white beard in crossing a bridge gave way not continuing on his journey, in front of him.
True to its terrible image, the expert fighter tried to push the old, but his shot went empty, because this avoids the gesture. Furious, he threw over the old man and started hitting him. During the fight, the old man tried to parry the blows, and managed to just touch the breast of the brute, but soon crashed to the ground. Satisfied with the lesson, the fighter left the deck the lifeless body of the old cocky who had dared to confront him. When the beast went away, the old man opened one eye, then another, rose, took off the dust and went quietly. The days passed and the wrestler felt less and less fit. His body is weakened, had trouble breathing and digestion, the headaches were more frequent. One day, shaken by severe chills of fever, he lay powerless to move. He could hardly speak. Having pondered at length on the reasons of your country, arrived in what appeared to be the most plausible explanation: the light blow from infertogli old, had no doubt struck at a vital point and now it showed the effects. Realizing at last the lesson that the old man had given him, he knew how deceptive appearances and had what he had, until then, the illusion of strength. Sent for the old man to ask for forgiveness for his disgraceful conduct and to thank him for having opened my eyes.
The old man lived in a chapel near the village and was not long in coming. He decided to treat himself, impressed by the sincere repentance of the sick person who begged humbly accept it as a disciple of the elderly, animated as it was, finally, a real need for knowledge.
From that moment he stopped at the chapel until the death of the master and when he returned to the village, his presence inspired more fear, but a cordial respect.
From a commentary on “The Art of War” by Sun Tzu – Barrio JMSanchez

Piccole storie Zen – Pratica e realizzazione sono una cosa sola – PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE


PRATICA E REALIZZAZIONE SONO UNA COSA SOLA

Lo zen ci insegna che pratica e realizzazione (satori) sono un tutt’uno. In altre parole, noi non raggiungiamo lo scopo attraverso la pratica; la pratica in sè stessa è la realizzazione e lo scopo da realizzare è la pratica stessa.

Comunemente si tende a distinguere tra pratica e realizzazione: in termini temporali, prima viene la pratica e poi la realizzazione, ovvero la realizzazione si ottiene come risultato della pratica. Tuttavia, la pratica zen è costituita dalla disciplina zazen (contemplazione la posizione fisica e spirituale di stare stando seduti immobili in silenzio con le gambe incrociate), cioè il compimento di un atto e il compiere un l’atto qui equivale a realizzare lo scopo. Generalmente si insegna che dal momento che lo zazen è pratica e messa in atto, questa dovrà avere uno scopo e lo scopo è la realizzazione. In questo modo lo zazen, finalizzato alla realizzazione, diviene un mezzo per raggiungere un obiettivo. Quando si crede che da una parte vi sia il mezzo e dall’altra lo scopo, desiderare di ottenere la realizzazione attraverso lo zazen diventa un atteggiamento naturale. Se si ragiona come si fa comunemente, questo è senz’altro vero. Tuttavia, così come non si è ladri perché ci si esercita a diventarlo – si è ladri quando effettivamente si ruba qualcosa –si può dire che proprio il compimento dello zazen è il Buddha ed è la realizzazione.

Nello zen, la cosa più incresciosa è separare pratica e realizzazione e interporre tra queste pensieri e distinzioni. Questa attitudine è ciò che viene definito impurità. Lo zazen, invece, deve essere pratica pura. Quando si pratica lo zazen bisogna solo assumere la posizione della seduta. Gli insegnamenti, infatti, ci dicono che non dobbiamo separare mezzi e scopo e che non dobbiamo aspettarci impazientemente la realizzazione durante la pratica dello zazen.

Secoli or sono in Cina, durante il periodo Tang, vi fu un monaco di nome Mazu Daoyi (Baso Doitsu secondo la lettura giapponese) il quale si esercitava nella pratica dello zen. Un giorno, durante una seduta di zazen, arrivò il suo maestro, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo in giapponese) e gli chiese: “Fratello, la tua pratica è davvero ammirabile, ma cosa cerchi di ottenere?”.

“Sto cercando di ottenere la realizzazione” rispose Mazu e subito il maestro Nanyue andò a prendere un mattone, e cominciò a sfregarlo contro una roccia.

Un passo del Diario di Santaro di Jiro Abe dice:
“Noi cresciamo grazie all’amore romantico. Indipendentemente dal fatto che questo amore si realizzi o meno, noi cresciamo. Tuttavia, amare per crescere non è vero amore; è solo un esperimento d’amore. Finché il nostro scopo cosciente è la crescita, un esperimento d’amore non può essere completo. Quando né il successo né l’insuccesso potranno cambiare questo amore, solo allora, per la prima volta, l’esperienza potrà permeare il nostro essere. E come risultato di questo tipo di amore, noi cresciamo.”

Detto in altre parole, ciò significa che noi cresciamo effettivamente quando ci immergiamo in ogni esperienza che ci si presenta e non quando la crescita è il nostro scopo cosciente. Al contrario, quando siamo profondamente immersi in un’esperienza concreta, il concetto di crescita deve dissolversi altrimenti non sarà possibile raggiungere lo scopo. Senza eliminare il nostro desiderio di crescita e senza tornare ai nostri sensi, non potremo mai arrivare alla profondità delle esperienze della vita.

Secondo un detto, “praticare zazen per mezz’ora significa essere un Buddha per mezz’ora”. La convinta pratica zazen avviene quando non si spera di diventare un Buddha o di ottenere la realizzazione. La posizione stessa assunta con lo zazen è il Buddha e la realizzazione. Per questo, invece di praticare per mezz’ora, è meglio praticare per mezza giornata ed essere Buddha per mezza giornata. Più intensamente ci immergiamo nelle esperienze che ci si presentano, più grande sarà la crescita che ne risulterà. Da questa esperienza è nato l’approccio alla vita proprio del buddhista zen che regola la propria esistenza e la rende un tutt’uno con lo zazen, che non cerca ricompense e per il quale un istante è l’eternità e l’eternità non è che un istante.

Lo zazen è un infinito progresso che non ha scopo e questo progresso senza scopo significa che noi raggiungiamo l’obiettivo passo dopo passo durante il cammino.. In altre parole, si tratta di una vita creata nuovamente ogni giorno.

Chissà come hanno percorso questo cammino i saggi del passato…


PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE

In Zen, the unity of Practice and Realization (satori) is taught. In other words, we do not attain the goal by means of practice; practice itself is the goal of realization, and the goal, realization, is at once practice

The common view is that practice and realization are two distinct things; that practice comes first and realization second; that realization comes as a result of having practiced. However, Zen practice is a discipline called zazen (cross-legged sitting meditation), and an actualization; and what we mean by actualization is making a goal come true. Consequently, it is generally thought that as long as zazen is practice and actualization it must have a goal, and that realization is that goal. So, zazen, which has realization as an objective, becomes a means of actualizing that objective. If we come to think that on the one hand we have the means and on the other hand we have a goal, then it is only natural that we should wish to attain realization by zazen. From the every day point of view this is quite right. However, one does not become a thief by training himself to steal; one becomes a thief when he actually steals something from another, and in the same way we can say that assuming the posture of zazen is itself the Buddha and is realization.

In Zen, the most objectionable thing is to separate practice and realization and to interpose between them thoughts and discriminations. This is called impurity. But zazen must be a pure practice. When we practice zazen we must only sit. We are taught not to separate means and end and not to expectantly await realization while practicing zazen.

Once upon a time during the Tang Dynasty in China, there was a monk called Mazu Daoyi (Baso Doitsu, in Japanese) who was undergoing training. One day, he was practicing zazen alone when along came his teacher, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo, in Japanese), who asked, “Brother, your zazen is truly admirable, but just what are you trying to accomplish by it?”

This is a little story which warns us not to use zazen as a means of gaining realization. There is a deep philosophical meaning here, but not even going into that, Zen teaches that practice is not to be used as a means of gaining realization, and that true actualization is pure and does not seek rewards or compensation. There is something our every day minds find difficult to agree with, but somehow or another we must see it this way if our actualization is to be genuine. This is a fact which confronts us twenty-four hours a day seven days a week.

“I’m going to polish it and make a mirror,” Nanyue responded.

When Mazu objected Nanyue retorted, “Even if you polish it you can’t make a mirror of a tile!”

“And do you think you can awaken realization by practicing zazen?”

http://global.sotozen-net.or.jp/ita/library/stories/book1.html

Non violenza – No Violence – Thich Nhat Hanh


Non violenza

“Noi che abbiamo toccato la guerra hanno il dovere di portare la verità sulla guerra a coloro che non hanno avuto un’esperienza diretta. Siamo la luce sulla punta della candela. E ‘davvero calda, ma ha il potere di lucentezza e illuminazione. Se si pratica la consapevolezza, sapremo guardare a fondo la natura della guerra e, con la nostra visione, le persone si svegliano in modo che insieme possiamo evitare di ripetere gli stessi orrori ancora e ancora. “
Thich Nhat Hanh, Love in azione: Scritti su Nonviolento cambiamento sociale
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“We who have touched war have a duty to bring the truth about war to those who have not had a direct experience of it. We are the light at the tip of the candle. It is really hot, but it has the power of shining and illuminating. If we practice mindfulness, we will know how to look deeply into the nature of war and, with our insight, wake people up so that together we can avoid repeating the same horrors again and again.”
Thich Nhat Hanh, Love in Action: Writings on Nonviolent Social Change

Il mio messaggio – My message – Dalai Lama


Il mio messaggio

Il mio messaggio è sempre lo stesso.
Coltivare e praticare l’amore,
gentilezza, compassione e tolleranza.

Dalai Lama

My message

My message is always the same.
To cultivate and practice love,
kindness, compassion and tolerance.

Dalai Lama

Il contadino saggio – The wise  farmer – Storia Zen


Il contadino saggio

C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato;
tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli
il loro dispiacere.
“Siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito.
E’ una cosa terribile”
Il contadino rispose:
“Forse.”
Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi,
e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero:
“Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose.
Ora hai otto cavalli!”
Il contadino disse:
“Forse.”
Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo,
ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:
“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta”
ma ancora una volta il contadino commentò:
“Forse.”
Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito,
e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta.
Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare:
“Non è fantastico?”
ma di nuovo il contadino disse:
“Forse.”
Il contadino si è mantenuto nel rifiuto di guadagno o di perdita,
di vantaggio o di svantaggio
nello Zen possiamo chiamarlo
“non-scegliere”
perchè, se ben si pensa non vi è nulla che possieda una caratteristica
che sia sempre positiva o sempre negativa!
Storia zen
The wise farmer
There was once a Chinese whose horse ran away;
all the neighbors that night came to him to express
their displeasure.
“We are so saddened to hear that your horse has escaped.
It ‘a terrible thing “
The farmer said:
“Maybe.”
The next day the horse returned bringing with it seven wild horses,
and that evening all the neighbors came back and said:
“What luck! See how things have changed.
Now you have eight horses! “
The farmer said:
“Maybe.”
The day after his son tried to tame one of those horses to ride,
but was thrown and broke his leg, which all said
“Oh, poor guy. This is’ real notice”
but once again the farmer said:
“Maybe.”
The day following the advice of military men came to enlist in the army,
and the child was left at home due to broken leg.
Once again, the neighbors gathered around to comment:
“Is not it great?”
but again the farmer said:
“Maybe.”
The farmer is maintained in the rejection of gain or loss,
advantage or disadvantage
in Zen we call
“no-choice”
because, if well you think there is nothing that possesses a characteristic
which is always positive or always negative!
Zen story

Il cavallo , la principessa e il trono – The horse, the princess and the throne – Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio



Il cavallo , la principessa e il trono.

Verso la fine della dinastia Chin, Mo Tun, affermò la propria supremazia al vertice del potere nella sua regione. Gli Hu dell’est, regione confinante, erano forti ed inviarono alcuni ambasciatori per parlamentare: “Desideriamo il cavallo dei cinquecento chilometri che possedete”. Mo Tun consultò i propri consiglieri, che esclamarono: “ Il cavallo dei cinquecento chilometri! Una delle cose più preziose del Paese! Non può cederlo!” Mo Tun rispose: “Perché negare un cavallo ad un vicino?”.
Gli Hu non tardarono ad inviare nuovi delegati che dissero: “Desideriamo una delle vostre principesse”. Mo Tun si rivolse ai suoi Ministri, che collerici dissero:”Gli Hu sono perversi! Adesso chiedono una principessa! Ti imploriamo, attaccali!”. Mo Tun disse: “Come si può negare una moglie ad un vicino?”. E diede loro una principessa.
Poco dopo, gli Hu tornarono e dissero: “Possedete mille chilometri quadrati di territorio che non utilizzate, lo vogliamo!”. Mo Tun tornò a sentire i suoi consiglieri. Alcuni sostenevano che fosse razionale cedere quelle terre, altri no. Mo Tun si infuriò e disse: “Il territorio è il fondamento dello Stato. Come si può cederlo?”. Tutti quelli che avevano suggerito la resa furono decapitati. Mo Tun saltò sul suo cavallo, ordinò la decapitazione di tutti quelli che non lo avrebbero seguito e lanciò un attacco a sorpresa. Gli Hu dell’est avevano sottovalutato Mo Tun e quindi non erano preparati alla guerra. Furono subito annientati. Mo Tun si diresse quindi a Ovest e poi a Sud riconquistando gli antichi territori che gli aveva strappato il Generale Meng Tien.

Commentario a “L’arte della Guerra” di Sun Tsu – J.M.Sanchez Barrio

The horse, the princess and the throne.

Towards the end of the Chin dynasty, Mo Tun, asserted their supremacy at the top of the power in its region. The Eastern Hu, the border region, were strong and some ambassadors sent to Parliament: “We want five hundred kilometers of the horse that you own.” Mo Tun consulted his advisers, who exclaimed: “The horse of the five hundred miles! One of the most precious things in the country! Can not sell it! “Mo Tun replied:” Why deny a horse to a neighbor? “.
The Hu did not take long to send new delegates who said: “We want one of your princesses.” Mo Tun said to his ministers, who said angry: “The Hu are wicked! Now ask for a princess! Beseech thee, them attack. “Mo Tun said, “How can you deny a wife to a neighbor?”. It gave them a princess.
Shortly thereafter, the Hu returned and said: “Do you have thousand square kilometers of territory that is not used, we want it.” Mo Tun came to hear his advisers. Some argued that it was rational to give those lands, others do not. Mo Tun was furious and said: “The land is the foundation of the state. How can you sell it? “. All those who had suggested the yield were beheaded. Mo Tun jumped on his horse, he ordered the beheading of those who would not have followed and launched a surprise attack. The Eastern Hu Mo Tun had underestimated and therefore were not prepared for war. Were immediately destroyed. Mo Tun then headed west and then south to recapture the ancient territories that had torn the General Meng Tian.

Commentary on “The Art of War” by Sun Tzu – Barrio JMSanchez