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Illuminazione – Lighting – Dogen Zenji


Illuminazione

“L’illuminazione è come
la luna riflessa sull’acqua.
La luna non si bagna,
né l’acqua si rompe.
Anche se la sua luce
è ampia e grande,
la luna si riflette
anche in una pozzanghera
di un centimetro.
L’intera luna e l’intero cielo
si riflettono in una goccia
di rugiada sul prato.”

Dogen Zenji

Lighting

“Lighting is like
the moon reflected on the water.
The moon does not get wet,
nor does the water break.
Even if its light
it is wide and large,
the moon is reflected
even in a puddle
of an inch.
The whole moon and the whole sky
they are reflected in a drop
of dew on the lawn. ”

Dogen Zenji

Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè – The Duel of the Master of Tea Ceremony – Suzuki Daisetz T


Il Duello del Maestro di Cerimonia del Tè

Un giorno, a Edo, un pacifico maestro del tè (che non aveva il rango di samurai, sebbene il protocollo gli imponesse di vestirsi come tale) fece un incontro che aveva sempre temuto da quando aveva lasciato il castello: si imbatte in un ronin(un samurai senza padrone) che lo sfidò a duello: Il maestro del tè spiegò chi era, ma il ronin, nella speranza di estorcere danaro alla sua vittima, continuò a minacciarlo. Pagare per venire lasciato in pace sarebbe stata un’azione disonorevole per il maestro del tè, per il suo signore e per il suo clan. L’unica alternativa era accettare la sfida. Ormai rassegnato alla morte, il maestro del tè aveva l’unico desiderio di morire in un modo degno di un samurai. Perciò chiese all’avversario il permesso di rinviare lo scontro e si precipitò in una scuola di scherma che aveva visto nelle vicinanze, sperando di ricevere almeno le informazioni fondamentali, cioè di imparare a morire onorevolmente di spada. Senza lettere di presentazione di solito era difficile farsi ricevere dal maestro di una scuola, ma in questo caso, i portinai si accorsero del turbamento del maestro del tè, e rimasero colpiti dall’enfasi con cui chiedeva di entrare. Egli venne finalmente condotto dal maestro che, dopo aver ascoltato attentamente la storia, pregò il visitatore di servire un po’ di tè prima di imparare l’arte di morire. Il maestro di scherma, vedendolo compiere la cerimonia del tè con totale concentrazione e serenità mentale, a un certo punto si batté la mano sul ginocchio, in segno di cordiale approvazione ed esclamò: “Ecco! Non c’è bisogno che tu impari l’arte della morte! Lo stato d’animo in cui ora ti trovi è sufficiente per permetterti di affrontare qualunque spadaccino. Quando vedrai il tuo ronin, comportati così: prima pensa che ti accingi a servire il tè ad un ospite. Salutalo cortesemente, scusandoti per il ritardo, e digli che ora sei pronto per lo scontro. Togliti il haori, la sopravveste, piegalo con cura, e poi posa su di esso il ventaglio, come quando stai lavorando. Poi cingiti la testa con il tenugui, la fascia, rimboccati le maniche e legale con una corda, e raccogli la tua hakama. Sguaina la spada, levala sopra la testa, pronto ad abbattere l’avversario e , chiudendo gli occhi, raccogli i tuoi pensieri per il combattimento. Quando lo udrai lanciare un urlo, colpiscilo con la tua spada. Probabilmente l’incontro si concluderà con la morte di entrambi”. Ringraziando profusamente lo schermitore, il maestro del tè ritornò dal ronin, si preparò ed attese. Il ronin vide “una persona completamente diversa” e “chiese perdono al maestro del tè per la sua scortese richiesta, affrettandosi ad andarsene”

Suzuki Daisetz T. “Zen and Japanese Culture” NewYork: Pantheon Book,1960

The Duel of the Master of Tea Ceremony

One day, in Edo, a peaceful tea master (who had the rank of samurai, the protocol to impose a dress like that) had a meeting that he had always feared since she left the castle, he runs into a ronin ( a masterless samurai) who challenged him to a duel: The tea master explained who he was, but the ronin, in the hope of extorting money to his victim, continued to threaten him. Paying for being left alone would have been dishonorable action for the tea master, for his master and his clan. The only alternative was to accept the challenge. Resigned to death, the tea master was the only wish of dying in a manner worthy of a samurai. So the opponent asked for permission to postpone the fight and ran a school of fencing that had seen nearby, hoping to receive at least basic information, that is to learn to die honorably by the sword. No letters of introduction was usually difficult to be received by the master of a school, but in this case, the caretakers noticed the disturbance of the tea master, and were struck with dall’enfasi asking to enter. He was finally taken by the master who, after listening carefully to the story, the visitor asked him to serve a little ‘tea before learning the art of dying. The fencing master, seeing him do the tea ceremony with full concentration and peace of mind, at one point slapped his hand on her knee as a sign of cordial approval and exclaimed: “Behold! There is no need for you to learn the art of death! The mood you are in now is sufficient to allow it to tackle any swordsman. When you see your ronin, behaved like this: first think that you prepare to serve tea to a visitor. Greet kindly, apologizing for the delay, and tell him that you are now ready for battle. Take off the haori, the surcoat, fold it carefully, and then lay the fan on it, like when you’re working. Then gird up my head with tenugui, the band, roll up your sleeves and legal with a rope, and pick up your hakama. Draws his sword, Leval overhead, ready to shoot down the opponent, and closing his eyes, collect your thoughts for combat. When you hear a scream run, hit him with your sword. Probably the meeting will end with the death of both. ” Thanking him profusely fencer, returned from the tea master ronin, he prepared himself and waited. The ronin saw “a completely different person” and “begged forgiveness from the tea master for his rude request, hurrying to leave,”

T. Suzuki Daisetz “Zen and Japanese Culture”, New York: Pantheon Books, 1960

Il momento presente – Present moment – Thich Nhat Hanh


Il momento presente

“Quando siamo consapevoli,
profondamente in contatto con
il momento presente,
la nostra comprensione di
quello che sta succedendo si approfondisce,
e cominciamo a essere riempiti
con l’accettazione di
gioia, pace e amore “.
Thich Nhat Hanh
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Present moment

“When we are mindful,
deeply in touch with
the present moment,
our understanding of
what is going on deepens,
and we begin to be filled
with acceptance,
joy, peace and love.”
Thich Nhat Hanh

La vera prosperità – Real Prosperity – Tratto da 101 Storie Zen


78. La vera prosperità

Un uomo ricco chiese a Sengai di scrivergli qualche cosa per la continua prosperità della sua famiglia, così che si potesse custodirla come un tesoro di generazione in generazione. Sengai si fece dare un grande foglio di carta e scrisse: «Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote».

L’uomo ricco andò in collera. «Io ti avevo chiesto di scrivere qualcosa per la felicità della mia famiglia! Perché mi fai uno scherzo del genere?».

«Non sto scherzando affatto» spiegò Sengai. «Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia, di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho detto, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità».

Tratto da 101 Storie Zen

Real Prosperity

A rich man asked Sengai to write something for the continued prosperity of his family so that it might be treasured from generation to generation.

Sengai obtained a large sheet of paper and wrote: “Father dies, son dies, grandson dies.”

The rich man became angry. “I asked you to write something for the happiness of my family! Why do you make such a joke of this?”

“No joke is intended,” explained Sengai. “If before you yourself die your son should die, this would grieve you greatly. If your grandson should pass away before your son, both of you would be broken-hearted. If your family, generation after generation, passes away in the order I have named, it will be the natural course of life. I call this real prosperity.”

Taken form 101 Zen Stories

Una pace reale – Real peace – Thich Nhat Hanh


Una pace reale

“Sradica la violenza nella tua vita e impara a vivere con compassione e consapevolmente. Cerca la pace. Quando si ha la pace interiore una pace reale con gli altri è possibile “.
Thich Nhat Hanh

Real peace
“Root out the violence in your life, and learn to live compassionately and mindfully. Seek peace. When you have peace within, real peace with others is possible.”
Thich Nhat Hanh

I due monaci – The Two Monks


I Due Monaci
Un giorno due monaci zen, Tanzan e Ekido, stavano camminando lungo una strada molto fangosa. Passando vicino a un villaggio, videro una giovane donna in difficoltà, che cercava di attraversare la strada senza sporcarsi il kimono di seta. Tanzan, senza esitare, la prese in braccio e la portò dall’altra parte della strada. I due monaci poi proseguirono in silenzio. Cinque ore dopo, in prossimità del tempio che li avrebbe ospitati, Ekido non fu più capace di trattenersi: “Perché hai portato quella ragazza al di là della strada?” chiese “si suppone che noi monaci non facciamo cose simili”. Tanzan con molta calma rispose: “Ho deposto la ragazza a terra ore fa, tu perché la stai ancora portando?”.
Rimuginare sul passato tiene vive nel presente le situazioni dalle quali vorremmo staccarci.
Nella vita spesso portiamo una gran quantità di bagaglio mentale ed emozionale non necessario.

The Two Monks
One day, two Zen monks, Tanzan and Ekido, were walking along a very muddy road. Passing near a village, they saw a young woman in distress, trying to cross the street without dirtying the kimono silk. Tanzan, without hesitation, picked her up and carried her across the street. The two monks then went silent. Five hours later, near the temple that would have hosted, Ekido was no longer able to restrain himself: “Why did you bring that girl across the street?” said “we monks are supposed to not do something.” Tanzan calmly replied: “I have taken the girl to the ground hours ago, because you’re still wearing?”.
Ruminate about the past lives in the present takes the situations from which we would like to break away.
In life often bring a great deal of emotional and mental baggage not needed.

Piccole storie Zen – Pratica e realizzazione sono una cosa sola – PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE


PRATICA E REALIZZAZIONE SONO UNA COSA SOLA

Lo zen ci insegna che pratica e realizzazione (satori) sono un tutt’uno. In altre parole, noi non raggiungiamo lo scopo attraverso la pratica; la pratica in sè stessa è la realizzazione e lo scopo da realizzare è la pratica stessa.

Comunemente si tende a distinguere tra pratica e realizzazione: in termini temporali, prima viene la pratica e poi la realizzazione, ovvero la realizzazione si ottiene come risultato della pratica. Tuttavia, la pratica zen è costituita dalla disciplina zazen (contemplazione la posizione fisica e spirituale di stare stando seduti immobili in silenzio con le gambe incrociate), cioè il compimento di un atto e il compiere un l’atto qui equivale a realizzare lo scopo. Generalmente si insegna che dal momento che lo zazen è pratica e messa in atto, questa dovrà avere uno scopo e lo scopo è la realizzazione. In questo modo lo zazen, finalizzato alla realizzazione, diviene un mezzo per raggiungere un obiettivo. Quando si crede che da una parte vi sia il mezzo e dall’altra lo scopo, desiderare di ottenere la realizzazione attraverso lo zazen diventa un atteggiamento naturale. Se si ragiona come si fa comunemente, questo è senz’altro vero. Tuttavia, così come non si è ladri perché ci si esercita a diventarlo – si è ladri quando effettivamente si ruba qualcosa –si può dire che proprio il compimento dello zazen è il Buddha ed è la realizzazione.

Nello zen, la cosa più incresciosa è separare pratica e realizzazione e interporre tra queste pensieri e distinzioni. Questa attitudine è ciò che viene definito impurità. Lo zazen, invece, deve essere pratica pura. Quando si pratica lo zazen bisogna solo assumere la posizione della seduta. Gli insegnamenti, infatti, ci dicono che non dobbiamo separare mezzi e scopo e che non dobbiamo aspettarci impazientemente la realizzazione durante la pratica dello zazen.

Secoli or sono in Cina, durante il periodo Tang, vi fu un monaco di nome Mazu Daoyi (Baso Doitsu secondo la lettura giapponese) il quale si esercitava nella pratica dello zen. Un giorno, durante una seduta di zazen, arrivò il suo maestro, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo in giapponese) e gli chiese: “Fratello, la tua pratica è davvero ammirabile, ma cosa cerchi di ottenere?”.

“Sto cercando di ottenere la realizzazione” rispose Mazu e subito il maestro Nanyue andò a prendere un mattone, e cominciò a sfregarlo contro una roccia.

Un passo del Diario di Santaro di Jiro Abe dice:
“Noi cresciamo grazie all’amore romantico. Indipendentemente dal fatto che questo amore si realizzi o meno, noi cresciamo. Tuttavia, amare per crescere non è vero amore; è solo un esperimento d’amore. Finché il nostro scopo cosciente è la crescita, un esperimento d’amore non può essere completo. Quando né il successo né l’insuccesso potranno cambiare questo amore, solo allora, per la prima volta, l’esperienza potrà permeare il nostro essere. E come risultato di questo tipo di amore, noi cresciamo.”

Detto in altre parole, ciò significa che noi cresciamo effettivamente quando ci immergiamo in ogni esperienza che ci si presenta e non quando la crescita è il nostro scopo cosciente. Al contrario, quando siamo profondamente immersi in un’esperienza concreta, il concetto di crescita deve dissolversi altrimenti non sarà possibile raggiungere lo scopo. Senza eliminare il nostro desiderio di crescita e senza tornare ai nostri sensi, non potremo mai arrivare alla profondità delle esperienze della vita.

Secondo un detto, “praticare zazen per mezz’ora significa essere un Buddha per mezz’ora”. La convinta pratica zazen avviene quando non si spera di diventare un Buddha o di ottenere la realizzazione. La posizione stessa assunta con lo zazen è il Buddha e la realizzazione. Per questo, invece di praticare per mezz’ora, è meglio praticare per mezza giornata ed essere Buddha per mezza giornata. Più intensamente ci immergiamo nelle esperienze che ci si presentano, più grande sarà la crescita che ne risulterà. Da questa esperienza è nato l’approccio alla vita proprio del buddhista zen che regola la propria esistenza e la rende un tutt’uno con lo zazen, che non cerca ricompense e per il quale un istante è l’eternità e l’eternità non è che un istante.

Lo zazen è un infinito progresso che non ha scopo e questo progresso senza scopo significa che noi raggiungiamo l’obiettivo passo dopo passo durante il cammino.. In altre parole, si tratta di una vita creata nuovamente ogni giorno.

Chissà come hanno percorso questo cammino i saggi del passato…


PRACTICE AND REALIZATION ARE ONE

In Zen, the unity of Practice and Realization (satori) is taught. In other words, we do not attain the goal by means of practice; practice itself is the goal of realization, and the goal, realization, is at once practice

The common view is that practice and realization are two distinct things; that practice comes first and realization second; that realization comes as a result of having practiced. However, Zen practice is a discipline called zazen (cross-legged sitting meditation), and an actualization; and what we mean by actualization is making a goal come true. Consequently, it is generally thought that as long as zazen is practice and actualization it must have a goal, and that realization is that goal. So, zazen, which has realization as an objective, becomes a means of actualizing that objective. If we come to think that on the one hand we have the means and on the other hand we have a goal, then it is only natural that we should wish to attain realization by zazen. From the every day point of view this is quite right. However, one does not become a thief by training himself to steal; one becomes a thief when he actually steals something from another, and in the same way we can say that assuming the posture of zazen is itself the Buddha and is realization.

In Zen, the most objectionable thing is to separate practice and realization and to interpose between them thoughts and discriminations. This is called impurity. But zazen must be a pure practice. When we practice zazen we must only sit. We are taught not to separate means and end and not to expectantly await realization while practicing zazen.

Once upon a time during the Tang Dynasty in China, there was a monk called Mazu Daoyi (Baso Doitsu, in Japanese) who was undergoing training. One day, he was practicing zazen alone when along came his teacher, Nanyue Huairang (Nangaku Ejo, in Japanese), who asked, “Brother, your zazen is truly admirable, but just what are you trying to accomplish by it?”

This is a little story which warns us not to use zazen as a means of gaining realization. There is a deep philosophical meaning here, but not even going into that, Zen teaches that practice is not to be used as a means of gaining realization, and that true actualization is pure and does not seek rewards or compensation. There is something our every day minds find difficult to agree with, but somehow or another we must see it this way if our actualization is to be genuine. This is a fact which confronts us twenty-four hours a day seven days a week.

“I’m going to polish it and make a mirror,” Nanyue responded.

When Mazu objected Nanyue retorted, “Even if you polish it you can’t make a mirror of a tile!”

“And do you think you can awaken realization by practicing zazen?”

http://global.sotozen-net.or.jp/ita/library/stories/book1.html

Nelle mani del destino – In the Hands of Destiny – Storie Zen


62. Nelle mani del destino
Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.
Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: «Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino».
Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà.
«Nessuno può cambiare il destino» disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia.
«No davvero» disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt’e due le facce.

Da 101 Storie Zen
In the Hands of Destiny
A great Japanese warrior named Nobunaga decided to attack the enemy although he had only one-tenth the number of men the opposition commanded. He knew that he would win, but his soldiers were in doubt.
On the way he stopped at a Shinto shrine and told his men: “After I visit the shrine I will toss a coin. If heads comes, we will win; if tails, we will lose. Destiny holds us in her hand.”
Nobunaga entered the shrine and offered a silent prayer. He came forth and tossed a coin. Heads appeared. His soldiers were so eager to fight that they won their battle easily.
“No one can change the hand of destiny,” his attendant told him after the battle.
“Indeed not,” said Nobunaga, showing a coin which had been doubled, with heads facing either way.
From 101 Zen Stories

Il contadino saggio – The wise  farmer – Storia Zen


Il contadino saggio

C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato;
tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli
il loro dispiacere.
“Siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito.
E’ una cosa terribile”
Il contadino rispose:
“Forse.”
Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi,
e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero:
“Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose.
Ora hai otto cavalli!”
Il contadino disse:
“Forse.”
Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo,
ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:
“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta”
ma ancora una volta il contadino commentò:
“Forse.”
Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito,
e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta.
Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare:
“Non è fantastico?”
ma di nuovo il contadino disse:
“Forse.”
Il contadino si è mantenuto nel rifiuto di guadagno o di perdita,
di vantaggio o di svantaggio
nello Zen possiamo chiamarlo
“non-scegliere”
perchè, se ben si pensa non vi è nulla che possieda una caratteristica
che sia sempre positiva o sempre negativa!
Storia zen
The wise farmer
There was once a Chinese whose horse ran away;
all the neighbors that night came to him to express
their displeasure.
“We are so saddened to hear that your horse has escaped.
It ‘a terrible thing “
The farmer said:
“Maybe.”
The next day the horse returned bringing with it seven wild horses,
and that evening all the neighbors came back and said:
“What luck! See how things have changed.
Now you have eight horses! “
The farmer said:
“Maybe.”
The day after his son tried to tame one of those horses to ride,
but was thrown and broke his leg, which all said
“Oh, poor guy. This is’ real notice”
but once again the farmer said:
“Maybe.”
The day following the advice of military men came to enlist in the army,
and the child was left at home due to broken leg.
Once again, the neighbors gathered around to comment:
“Is not it great?”
but again the farmer said:
“Maybe.”
The farmer is maintained in the rejection of gain or loss,
advantage or disadvantage
in Zen we call
“no-choice”
because, if well you think there is nothing that possesses a characteristic
which is always positive or always negative!
Zen story

Dormire di giorno – Sleeping in the Daytime – 101 Storie Zen


39. Dormire di giorno
Il maestro Soyen Shaku lasciò questo mondo quando aveva sessantun anni. Col lavoro della sua intera vita, lasciò un grande insegnamento, molto più ricco di quello della maggior parte dei maestri di Zen. Nel pieno dell’estate i suoi discepoli potevano dormire durante il giorno; ma lui, pur tollerando che loro lo facessero, non sprecava mai nemmeno un minuto del suo tempo.
Quando aveva soltanto dodici anni già studiava la filosofia Tendai. Un giorno d’estate, mentre il suo maestro non c’era, il piccolo Soyen si sentì così spossato dall’afa che si stese in terra e si mise a dormire.
Passarono tre ore e tutt’ad un tratto, svegliandosi di soprassalto, sentì entrare il maestro, ma troppo tardi. Lui era là, sdraiato sulla soglia.
«Scusami tanto, scusami tanto» mormorò il maestro, scavalcando con cura il corpo di Soyen come se si trattasse di un ospite di riguardo. Da quel giorno, Soyen non dormì più nel pomeriggio.
101 Storie Zen
Sleeping in the Daytime
The master Soyen Shaku passed from this world when he was sixty-one years of age. Fulfilling his life’s work, he left a great teaching, far richer than that of most Zen masters. His pupils used to sleep in the daytime during midsummer, and while he overlooked this he himself never wasted a minute.
When he was but twelve years old he was already studying Tendai philosophical speculation. One summer day the air had been so sultry that little Soyen stretched his legs and went to sleep while his teacher was away.
Three hours passed when, suddenly waking, he heard his master enter, but it was too late. There he lay, sprawled across the doorway.
“I beg your pardon, I beg your pardon,” his teacher whispered, stepping carefully over Soyen’s body as if it were that of some distinguished guest. After this, Soyen never slept again in the afternoon.
101 Zen Stories

La voce della felicità – The Voice of Happiness – Storie zen


27. La voce della felicità

Dopo la morte di Bankei, un cieco che viveva accanto al tempio del maestro disse a un amico: «Da quando sono cieco, non posso osservare la faccia delle persone, e allora devo giudicare il loro carattere dal suono della voce. Il più delle volte, quando sento qualcuno che si congratula con un altro per la sua felicità o il suo successo, afferro anche una segreta sfumatura di invidia. Quando uno esprime il suo rammarico per la disgrazia di un altro, sento il piacere e la soddisfazione, come se quello che si rammarica sia in realtà contento che nel suo proprio mondo ci sia ancora qualcosa da guadagnare.

«La voce di Bankei, però, sin dalla prima volta che l’ho sentita, è stata sempre sincera. Quando lui esprimeva la felicità non ho mai sentito null’altro che la felicità, e quando esprimeva il dolore, il dolore era l’unico sentimento che io sentissi».

Tratto da 101 Storie Zen

The Voice of Happiness

After Bankei had passed away, a blind man who lived near the master’s temple told a friend: “Since I am blind, I cannot watch a person’s face, so I must judge his character by the sound of his voice. Ordinarily when I hear someone congratulate another upon his happiness or success, I also hear a secret tone of envy. When condolence is expressed for the misfortune of another, I hear pleasure and satisfaction, as if the one condoling was really glad there was something left to gain in his own world.

“In all my experience, however, Bankei’s voice was always sincere. Whenever he expressed happiness, I heard nothing but happiness, and whenever he expressed sorrow, sorrow was all I heard.”

Taken fron 101 Zen Story

80 Il vero miracolo – The Real Miracle – Storie Zen


80 Il vero miracolo

Quando Bankei predicava al Ryumon tempio, un prete Shinshu, che ha creduto nella salvezza attraverso la ripetizione del nome del Buddha dell’Amore, era geloso del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.

Bankei era nel bel mezzo di un discorso quando il prete è apparso, ma il tizio senti un disturbo che Bankei fermò il suo discorso e ha chiesto per il rumore.

“Il fondatore della nostra setta”, si vantava il sacerdote, “ha avuto tutti i poteri miracolosi che ha tenuto un pennello in mano su una sponda del fiume, il suo attendente sollevò un documento sull’altra sponda, e l’insegnante scrisse il nome santo di Amida attraverso l’aria. puoi fare una cosa meravigliosa? “

Bankei rispose con leggerezza: “Forse la volpe può eseguire quel trucco, ma non è questo una sorta di Zen mio miracolo è che quando ho fame mangio, e quando ho sete bevo.».

Tratto da 101 Storie Zen

The Real Miracle

When Bankei was preaching at Ryumon temple, a Shinshu priest, who believed in salvation through repetition of the name of the Buddha of Love, was jealous of his large audience and wanted to debate with him.

Bankei was in the midst of a talk when the priest appeared, but the fellow made such a disturbance that Bankei stopped his discourse and asked about the noise.

“The founder of our sect,” boasted the priest, “had such miraculous powers that he held a brush in his hand on one bank of the river, his attendant held up a paper on the other bank, and the teacher wrote the holy name of Amida through the air. Can you do such a wonderful thing?”

Bankei replied lightly: “Perhaps your fox can perform that trick, but that is not the manner of Zen. My miracle is that when I feel hungry I eat, and when I feel thirsty I drink.”

Taken from 101 Zen Stories

La risposta del morto – The Dead Man’s Answer – Storia Zen


42. La risposta del morto

Quando Mamiya, che divenne in seguito un famoso predicatore, andò da un insegnante per farsi istruire, gli fu chiesto di spiegare il suono di una sola mano.

Mamiya meditò intensamente quale potesse essere il suono di una sola mano. «Non ti applichi abbastanza» gli disse l’insegnante. «Sei troppo attaccato al cibo, alla ricchezza, alle cose e ai loro suoni. Sarebbe meglio se tu morissi. Questo risolverebbe il problema».

Quando Mamiya si presentò all’insegnante la volta successiva, quello gli domandò di nuovo che cosa avesse da dire a proposito del suono di una sola mano.

Subito Mamiya si lasciò cadere giù come se fosse morto. «Sei proprio morto» osservò allora l’insegnante. «Ma che mi dici di quel suono?».

«Quello non l’ho ancora risolto» rispose Mamiya alzando lo sguardo.

«I morti non parlano» disse l’insegnante. «Vattene!».

101 Storie Zen

The Dead Man’s Answer

When Mamiya, who later became a well-known preacher, went to a teacher for personal guidance, he was asked to explain the sound of one hand.

Mamiya concentrated upon what the sound of one hand might be. “You are not working hard enough,” his teacher told him. “You are too attached to food, wealth, things, and that sound. It would be better if you died. That would solve the problem.”

The next time Mamiya appeared before his teacher he was again asked what he had to show regarding the sound of one hand. Mamiya at once fell over as if he were dead.

“You are dead all right,” observed the teacher. “But how about that sound?”

“I haven’t solved that yet,” replied Mamiya, looking up.

“Dead men do not speak,” said the teacher. “Get out!”

101 Zen stories

Ciò che porti nel cuore – What you carry in your heart – Storiella Zen


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Ciò che porti nel cuore – Storiella Zen

    C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
    Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
    “Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
    “Così sono gli abitanti di questa città”, gli rispose il vecchio saggio.

    Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
    L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”
    “Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”
    “Anche gli abitanti di questa città sono così”, rispose il vecchio saggio.

    Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
    “Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.”

What you carry in your heart – Zen story

     There once was a wise old man sitting on the edge of an oasis at the entrance to a city in the Middle East.
     A young man approached him and asked: “I have never been in these parts. How are the residents of this city? “
     The man replied in turn with a question: “How were the inhabitants of the city from which you came?”
     “Selfish and bad. For this I was happy to leave beyond. “
     “So are the inhabitants of this city,” replied the wise old man.

     Soon after, another young man approached the man and asked him the same question: “I have just arrived in this country. How are the residents of this city? “
     The man replied, again with the same question: “What were the inhabitants of the city from where you come from?”
     “They were good, generous, hospitable, honest. I had so many friends and I really struggled to leave! “
     “The people of this city are so,” said the wise old man.

     A merchant who had brought the watering his camels had heard the conversations and when the second young man walked away he turned to the old man in a tone of reproach: “How can you give two completely different answers to the same question asked by two people?
     “My son,” replied the sage, “everyone carries in his heart what it is. Who has not found anything good in the past, will not find anything good here either. On the contrary, he who had loyal friends in the other city, you’ll also loyal and faithful friends here. Because, you see, every human being is led to see in others what is in his heart. “

Bodhisatva – Thich Nhat Hanh


Bodhisatva

Un bodhisattva è colui che ha compassione dentro di sé stesso e che è capace di fare ad altra persona un sorriso o aiuta qualcuno soffrire di meno. Ognuno di noi è capace di questo. “
Thich Nhat Hanh

★…★…★♥.♥…★…★…★
“A bodhisattva is someone who has compassion within himself or herself and who is able to make another person smile or help someone suffer less. Every one of us is capable of this.”
Thich Nhat Hanh

La mente – The mind – Philip Kapleau


La mente
La mente, come uno specchio, riflette tutte le cose:
questo tavolo, questa stuoia, tutto ciò che vedete.
Se non percepisce nulla, lo specchio riflette se stesso.
Ogni mente è diversa.
Il modo in cui la mia mente riflette gli oggetti
differisce dal modo proprio della vostra mente.
Tutto ciò che è nella vostra mente
è un riflesso prodotto dalla vostra mente,
quindi è voi stesso.
Perciò, quando percepite questa stuoia o questo tavolo
non fate altro che percepire voi stesso.
Inoltre se la mente è libera da tutte le opinioni,
le idee, i punti di vista, le valutazioni e le supposizioni,
allora riflette se stessa.
Questa è la condizione dell’indifferenziazione del MU.
Philip Kapleau I Tre Pilastri dello Zen

The mind
The mind, like a mirror, reflecting all things:
this table, this mat, everything you see.
If you do not feel anything, the mirror reflects itself.
Every mind is different.
The manner in which my mind the objects reflects
differs from the way of your own mind.
All that is in your mind
product is a reflection of your mind,
so it is yourself.
So, when you notice that this mat or table
you do nothing but hear for yourself.
Furthermore, if the mind is free from all the opinions,
the ideas, views, estimates, and assumptions,
then reflects itself.
This is the condition of dell’indifferenziazione MU.
Philip Kapleau The Three Pillars of Zen

Assenza di guerra – Absence of war


Assenza di guerra
“Spesso pensiamo della pace come assenza di guerra che se i paesi forti riducessero i loro arsenali di armi potremmo avere la pace. Ma se guardiamo in profondità alle armi, vediamo le nostre menti i nostri pregiudizi, le paure e l’ignoranza. Anche se trasportiamo tutte le bombe sulla luna, le radici della guerra e le radici delle bombe sono ancora lì nei nostri cuori e le menti e prima o poi faremo nuove bombe. Per lavorare per la pace è necessario sradicare la guerra da noi stessi e dai cuori di uomini e donne. Il prepararsi alla guerra, per dare a milioni di uomini e donne l’opportunità di praticare l’uccisione giorno e notte nei loro cuori è piantare milioni di semi di violenza, rabbia, frustrazione e la paura che saranno passate per le generazioni a venire. “
Thich Nhat Hanh

Buddha Vivente Cristo Vivente

Absence of war

“We often think of peace as the absence of war, that if powerful countries would reduce their weapon arsenals, we could have peace. But if we look deeply into the weapons, we see our own minds- our own prejudices, fears and ignorance. Even if we transport all the bombs to the moon, the roots of war and the roots of bombs are still there, in our hearts and minds, and sooner or later we will make new bombs. To work for peace is to uproot war from ourselves and from the hearts of men and women. To prepare for war, to give millions of men and women the opportunity to practice killing day and night in their hearts, is to plant millions of seeds of violence, anger, frustration, and fear that will be passed on for generations to come. ”
Thich Nhat Hanh,
Living Buddha, Living Christ

Sorridendo – Smiley


Sorridendo

“Di tanto in tanto per ricordare a noi stessi per rilassarsi e stare tranquillo, possiamo desiderare di mettere da parte un po ‘di tempo per un ritiro, una giornata di consapevolezza, quando siamo in grado di camminare lentamente, sorridendo bere il tè con un amico piace stare insieme come se siamo le persone più felici sulla Terra. “
– Thich Nhat Hanh Essere Pace
Smiley
“From time to time, to remind ourselves to relax and be peaceful, we may wish to set aside some time for a retreat, a day of mindfulness, when we can walk slowly, smile, drink tea with a friend, enjoy being together as if we are the happiest people on Earth.”
― Thich Nhat Hanh, Being Peace

Piccole storie Zen – Le due lune – Two moons – Littles zen story


LE DUE LUNE

Un giorno, mentre stavo riposando in una stanza del dipartimento editoriale, situato a lato di una strada, udii alcune persone parlare mentre stavano lentamente risalendo la salita. Senza prestare particolare attenzione, sentii qualcuno dire:

“Questo è uno dei due templi principali della scuola Soto. L’altro si chiama Eiheiji e si trova nella provincia di Fukui”.

Curioso di sapere chi fosse, mi sporsi per guardare fuori. Era il signor M., che ha un negozio vicino al portale del tempio e stava facendo da guida a un gruppo di visitatori che sembrava arrivare da lontano.

Alla domanda di uno dei visitatori sul perché questa scuola ha due templi principali,

il signor M. rispose: “Ascolta, è come una famiglia costituita da un padre e una madre. Il tempio Eiheiji è il padre e questo è la madre…”.

Al che il visitatore disse: “Chi ha più autorità?”.

E il signor M., con soddisfazione: “La madre”.

“Dunque si tratta di un piccolo uomo con una grande moglie, è così? E che cos’è questo grande edificio?” chiese poi il visitatore indicando la palestra del liceo di Tsurumi.

Il signor M.: “Qualsiasi cosa sia, si tratta di una madre molto forte, che dirige un liceo femminile. Prendendo spunto dal motto del fondatore ‘mettete al mondo figli e crescete’, è stata creata una grande setta religiosa”.

“Come si chiama il fondatore?” chiese il visitatore.

“Keizan Zenji.”

“Ho sentito parlare di Dogen, ma di Keizan, mai” replicò il visitatore.

“Lo immaginavo. Le mamme non diventano famose. E questo è ciò che le rende grandi” rispose il signor M.

Questa è solo una parte della conversazione che ho sentito. Però mi ha colpito molto e fatto riflettere perché è veritiera. Gasan Zenji è colui che lavorò in stretta collaborazione con Keizan Zenji per fondare Sojiji e stabilire le basi su cui oggi prospera la scuola Soto.

Gasan lasciò la propria famiglia per diventare novizio sul monte Hiei all’età di sedici anni. Per otto anni studiò il buddismo e, in particolare, approfondì la dottrina della setta Tendai. Tuttavia, realizzando che la vera pace della mente non si può ottenere tramite il buddismo scolastico, Gasan si allontanò dal monte Hiei, divenne un discepolo di Keizan Zenji e si dedicò alla pratica dello zen. Gasan era perspicace, sensibile di carattere e robusto di costituzione. Sembrava molto affidabile e Keizan Zenji si rallegrò di avere un tale successore. Nello stesso tempo, tuttavia, Gasan pareva piuttosto orgoglioso della propria intelligenza e Keizan Zenji decise in segreto che, al momento opportuno, avrebbe fatto qualcosa riguardo a quel comportamento altezzoso che lo portava a trattare la gente con una certa supponenza.

In una notte d’inverno con la luna allo zenith, le montagne, i fiumi, i campi e i villaggi erano tutti illuminati dal puro chiarore creando uno scenario di indescrivibile bellezza; in qualche modo la luce sembrava brillare persino attraverso il corpo e la mente degli uomini. Come se la domanda gli fosse appena venuta in mente, Keizan Zenji disse: “Gasan, lo sai che ci sono due lune?”.

“No, non lo sapevo” disse Gasan cadendo nel tranello. Vedendo Gasan in difficoltà nel trovare una risposta, Keizan Zenji disse con voce bassa e solenne: “Se non sai che ci sono due lune, non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen della scuola Soto”. Gasan non aveva mai sentito Keizan Zenji parlare in tono tanto severo e ne fu sconvolto.

In quel momento, a Gasan venne in mente un fatto storico avvenuto in Cina durante la dinastia Tang, di cui sono protagonisti Kyogen e il suo insegnante, il maestro zen Isan Reiyu

“Sei talmente istruito che non c’è niente che tu non sappia, ma ciò che hai imparato dai libri a me non serve. Vorrei però che tu mi descrivessi con parole tue il periodo trascorso prima che lasciassi il grembo di tua madre, quando non sapevi assolutamente niente.”

Kyogen diede più risposte, ma ogni volta il maestro Isan non le accettava replicando “quello l’hai visto con i tuoi occhi” o “quello l’hai sentito con le tue orecchie” o “quello l’hai letto su un libro”.

In difficoltà, Kyogen chiese: “La prego, me lo spieghi lei”.

Il maestro Isan rispose: “Se te lo spiegassi, lo farei con parole mie, e non ti sarebbe di nessuna utilità”.

Di fronte a questo rifiuto, Kyogen consultò i quaderni e i libri su cui aveva studiato fino ad allora, ma non riuscì a trovare niente. Confuso, Kyogen pensò: “Non posso saziare la fame solo guardando la rappresentazione di un dolce di riso” e bruciò tutti i libri e i quaderni. “Non studierò più gli insegnamenti buddisti. D’ora in poi farò la vita di un semplice monaco e non sottoporrò più la mia mente a severi discipline.”

Kyogen lasciò il maestrò Isan piangendo e raggiunse il monte Buto per saperne di più sulle rovine di Nanyo Echu (- 775 d.C.), dove il suo maestro aveva avuto il proprio eremo, e lì si costruì un ritiro. Piantò dei bambù e, immerso nello zazen, considerò gli alberi come suoi amici. Un giorno, mentre stava pulendo un sentiero, la scopa urtò un pezzo di mattonella che andò a colpire un bambù producendo un suono secco. Nel sentirlo, Kyogen ebbe un’esperienza di improvviso risveglio. Subito si lavò, si purificò e bruciò dell’incenso per rendere omaggio al grande Isan ora tanto lontano da lui. “Oh grande maestro Isan, se quella volta tu mi avessi dato una spiegazione, non avrei mai provato la gioia che provo oggi. Maestro, la tua gentilezza supera quella dei miei genitori.”

Simile a questo fatto realmente accaduto è l’esperienza più recente fatta dal maestro Tetsu Gikai, che a causa della sua intelligenza e perspicacia non poté ricevere la trasmissione del Dharma dal maestro Dogen.

Da quel momento in poi, il comportamento di Gasan cambiò radicalmente. Divenne umile, fece sollecitamente pratica con gli altri monaci e praticò lo zazen con severità. Il suo atteggiamento presuntuoso svanì completamente. Tuttavia, l’ombra del dubbio circa le due lune restò tale per i sei mesi successivi e oltre.

Trascorsi tre anni, la notte del 23 dicembre del 1301 la luna brillava fredda e minacciosa. Il maestro Keizan vide illuminata dalla luna la figura di Gasan assorta nello zazen e lesse la sua mente. Avvicinò quindi la mano all’orecchio di Gasan e fece un rumore con le dita. Nonostante il suono fosse appena udibile, per Gasan fu come un violento fragore che spazzò via tutti i dubbi che lo avevano attanagliato per tre anni.

“Oh, ecco cos’era. Ora capisco” Gasan recepì in modo chiaro il pensiero del maestro Keizan riguardo alle due lune.

Due lune diverse. Una, ovviamente, è quella che risplende in cielo; l’altra è la luce che brilla su tutti gli esseri viventi in tutto l’universo. In altre parole, indipendentemente da quanto una persona conosca la dottrina buddista, se questa non si manifesta o non viene praticata nella vita quotidiana, non si può considerare vera illuminazione. In questo senso le parole di Keizan “non posso permettere che tu diventi la maggiore autorità per la diffusione degli insegnamenti zen”, pur con la loro severità, hanno raggiunto gli strati più profondi della mente di Gazan. Ciò gli ha permesso di capire la relazione secondo la quale “uno è due” e “due sono uno” e di renderla parte di sé.

Quando Gasan afferrò l’essenza degli insegnamenti del maestro Kazan, la felicità e l’ispirazione provate erano tanto intense da essere inesprimibili.

Da allora, tutto il paese fu rischiarato dalla luce delle due lune, il maestro Keizan e il suo discepolo Gasan che, divenuti una cosa sola, cominciarono a diffondere insieme gli insegnamenti. In quel periodo il maestro Keizan spiegava gli scritti biografici dei grandi maestri zen del passato a partire dal Buddha Shakyamuni fino a Ejo, il secondo abate del tempio Eiheiji, proprio nello stesso modo in cui era stata trasmessa la luce della luna. Questo è il famoso Denkoroku che, con lo Shobogenzo del maestro Dogen, include i due tesori delle Grandi Scritture della scuola zen Soto.

TWO MOONS

One day while I was resting in a room of the publishing department which is located at the side of a road, I heard the voices of some people who were slowly coming up the hill. Not particularly paying attention, I overheard the following:

“This is one of the two main temples of the Soto School. The other main temple is called Eiheiji, which is in Fukui Prefecture.”

Wondering who was speaking, I leaned over the fence and looked. It was Mr. M. who manages a store near the temple gate, and he was conducting a group of visitors who appeared to have come from far away.

One of the visitors asked, “Well, why is it that one school has two main temples?”

To this Mr. M. responded, “Look. It’s the same as a household having a father and a mother. Eiheiji is the father, and this is the mother …”

Visitor: “Well which one is more powerful?”

“The mother is,” Mr. M. answered with satisfaction.

“It’s a little man with a big wife then, isn’t it? What’s this building over here?” asked the visitor while pointing to the physical education building of Tsurumi College.

Mr. M.: “Well, whatever it is, this is a very strong mother, and she runs a college for girls only. The founder’s motto was “have babies and grow”, and by this he made up a big religious sect.”

Visitor: “Who was the founder?”

Mr. M.: “Keizan Zenji.”

Visitor: “I’ve heard about Dogen-san, but I’ve never heard about Keizan-san.”

Mr. M.: “That’s right. Mothers are never famous. That’s what’s great about …”

The above is only a part of the conversation I heard. I was very impressed and thought how true it was. The one who worked hand-in-glove with Keizan Zenji in founding Sojiji and in establishing the basis on which today’s Soto School is flourishing was Gasan Zenji.

Gasan left home and entered the priesthood on Mt. Hiei at the age of sixteen. For eight years he studied Buddhism and particularly studied the doctrine of the Tendai Sect which he mastered. However, realizing that true spiritual peace of mind cannot be obtained through scholastic Buddhism, Gasan came down from Mt. Hiei, became a disciple of Keizan Zenji, and devoted himself to the practice of Zen. Gasan was by nature keen and sensitive and, physically, was sturdily built. He appeared to be reliable, and Keizan Zenji was happy to be blessed with such a successor. On the other hand, Gasan seemed quite vain about his intelligence, and Keizan Zenji secretly planned, when the proper time arrived, to do something about this haughty attitude which seemed only to “put up” with people.

One winter night with the moon at its zenith, the mountains, rivers, fields and villages were all illuminated by the pure moonlight and presented an indescribably beautiful scene; somehow the light seemed even to shine through human bodies and minds. Keizan Zenji, as though the thought had just popped into his head, said “Gasan, do you know that there are two moons?”

“No, I don’t know that,” said Gasan, completely mystified. While looking at Gasan, who was having trouble coming up with an answer, Keizan Zenji said in a low and solemn voice, “If you do not know that there are two moons I cannot let you become the highest authority for spreading the Zen teachings of the Soto School.” Gasan had never before heard such stern words from Keizan Zenji and was shocked.

At that moment what crossed Gasan’s mind was the following historic incident which occurred during the Tang Dynasty in China between a prominent priest Kyogen and his teacher, Zen master Isan Reiyu.

“You are so widely learned there is nothing you do not know, but I have no use for the knowledge you’ve obtained through books. However, I would like to hear in your own words about the time before you left your mother’s womb, knowing neither east nor west.”

Kyogen answered, but each time, Master Isan did not accept the answer saying, “You saw that with your eyes,” or “you heard that with your ears,” or “that was written in a book.”

Looking troubled, Kyogen requested, “Please explain it to me.”

Master Isan answered, “If I explain it to you, it will be my words, and it won’t be of any relevance to you.”

Thus rejected, Kyogen took out his notes and books which he had studied up to that time, but he could not find out anything. Dumbfounded, Kyogen thought, “I can’t satisfy my hunger looking at paintings of rice cakes,” and he burned all his books and notes. “I will stop studying the Buddhist teachings. Hereafter, I am going to live the life of an ordinary monk and will no longer subject my mind to severe training.”

Kyogen parted from Master Isan in tears and entered Mt. Buto to inquire after the ruins of Nanyo Echu (~775 AD), where his master had had a hermitage and he built himself a retreat. He planted bamboo trees and was absorbed in zazen, making those bamboo trees as his friends. One day, as he was sweeping a pathway, his broom caught a piece of tile which went flying and hit a bamboo tree making a clinking sound. At the same time the clinking sound was heard, Kyogen was suddenly enlightened. Then, immediately cleansing and purifying himself and burning incense, he paid homage to the great Isan who was so far away. “Oh, great Master Isan, if you had given me an explanation at that time, I would not be experiencing this great joy today. Master, your kindness surpasses that of my parents.”

Similar to this historical fact, in more recent years, was the situation of Master Tettsu Gikai, who was not able to receive Dharma transmission from Master Dogen due to his cleverness and intelligence.

From this moment on, Gasan’s attitude changed completely. He became humble and trained carefully with the other monks and practiced zazen strictly. His conceited attitude disappeared completely. However, the cloud of doubt regarding the “Two Moons” remained unsolved six months and even a year later.

Three years passed, and on the night of December 23, 1301, the moon shone menacingly and coldly. Master Keizan saw the figure of Gasan in deep zazen through the moonlight and read his mind. He put his hand next to Gasan’s ear and snapped his fingers. Though the sound was barely audible, to Gasan it sounded like a loud crash which wiped away all of the doubts he had had for three years.

“Oh, that’s it! I understand now.” Gasan clearly understood Master Keizan’s mind about the two moons.

Two kinds of moons. One is, needless to say, the moon that shines in the sky. The other is the light which shines upon all the beings throughout the universe. That is – no matter how much one may be acquainted with the Buddhist doctrine, if it is not manifested or is not practiced in our daily lives, it is not true enlightenment. Accordingly, Keizan’s words, “I cannot allow you to be an authority on spreading the Zen teachings,” were severe, but they penetrated to the depths of Gasan’s mind. It enabled him to understand the relation of “one is two” and “two are one” and to make it a part of himself.

When Gasan grasped the essence of Master Keizan’s teachings the happiness and inspiration Gasan felt were so great, it was inexpressible for him.

Thereafter, the bright light of two moons, Master Keizan and his disciple Gasan having become one, shone throughout the country and they began to spread the teachings together. At that time, Master Keizan was explaining the biographical writings of great Zen masters in the past from the time of Shakyamuni Buddha to Ejo, the second abbot of the head temple of Eiheiji, similarly to the way the moon’s light was passed on. This is the famous Denkoroku which together with Master Dogen’s Shobogenzo comprises the Two Great Scriptural Treasures of the Soto School of Zen.

Morte di Takuan Soho – Death of Takuan Soho – Zen e l’arte della spada.


Morte di Takuan Soho

Takuan Soho fu monaco Zen, ma fu anche calligrafo, pittore, poeta, maestro dell’arte del giardinaggio e del the. I suoi scritti possono considerarsi prodigiosi (la collezione completa dei suoi lavori consta di sei volumi), e sono fonte di ispirazione e di suggerimenti per il popolo giapponese di oggi, così come lo sono stati dal momento in cui sono stati redatti, quasi quattro secoli or sono.
Consigliere e confidente per il ricco e per il povero, Takuan sembra essersi mosso con libertà attraverso le diverse classi sociali; istruì tanto lo Shogun quanto l’Imperatore e, come narra la leggenda, fu amico e maestro dell’artista e maestro di spada Miyamoto Musashi. Non parve mai essere sensibile alla fama e alla popolarità e, prossimo alla morte, istruì in questo modo i suoi discepoli:”Seppellite il mio corpo sulla montagna dietro al tempio, copritelo con detriti e tornate alle vostre dimore. Non leggete i sutra, non officiate cerimonie. Non accettate alcun dono né dal monaco né dal profano. Lasciate che i monaci indossino le solite vesti e consumino i loro pasti e procedete come in un giorno qualsiasi”. Nel momento culminante, prima della morte, scrisse l’ideogramma cinese yume (sogno), ripose il pennello, e morì.

Introduzione a “Lo Zen e l’arte della spada” ediz. Mondadori


Death of Takuan Soho

Takuan Soho was Zen monaco, but was also a calligrapher, painter, poet, master of the art of gardening and tea. His writings can be regarded as prodigious (the complete collection of his work consists of six volumes), and are a source of inspiration and tips for the Japanese people today, as we have been since they were written, nearly four centuries ago.
Adviser and confidante for the rich and the poor, Takuan seems to have moved freely through the various social classes, taught him so much as the Emperor and Shogun, as the legend goes, was a friend and master artist and master swordsman Miyamoto Musashi. Do not ever seemed to be sensitive to the fame and popularity and, near death, he instructed his disciples in this way: “Bury my body on the mountain behind the temple, cover it with debris and return to your homes. Do not read the sutras, no ceremonies officiated. Do not accept any gift or monaco or from the profane. Let the monks wear the usual clothes and consume their meals and proceed as on any day. “At the peak, before his death, wrote the Chinese character yume (dream), put the brush, and died.

Introduction to “Zen and the art of the sword” ed. Mondadori

L’artista taccagno – The Stingy Artist – 101 Storie Zen


47. L’artista taccagno

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l’artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest’artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l’ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. È a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l’abito, chiese a Gessen di fare un’altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.
Tratto da 101 Storie Zen
The Stingy Artist
Gessen was an artist monk. Before he would start a drawing or painting he always insisted upon being paid in advance, and his fees were high. He was known as the “Stingy Artist.”
A geisha once gave him a commission for a painting. “How much can you pay?” inquired Gessen.
“‘Whatever you charge,” replied the girl, “but I want you to do the work in front of me.”
So on a certain day Gessen was called by the geisha. She was holding a feast for her patron.
Gessen with fine brush work did the paining. When it was completed he asked the highest sum of his time.
He received his pay. Then the geisha turned to her patron saying: “All this artist wants is money. His paintings are fine but his mind is dirty; money has caused it to become muddy. Drawn by such a filthy mind, his work is not fit to exhibit. It is just about good enough for one of my petticoats.”
Removing her skirt, she then asked Gessen to do another picture on the back of her petticoat.
“How much will you pay?” asked Gessen.
“Oh, any amount,” answered the girl.
Gessen named a fancy price, painted the picture in the manner requested, and went away.
It was learned later that Gessen had these reasons for desiring money:
A ravaging famine often visited his province. The rich would not help the poor, so Gessen had a secret warehouse, unknown to anyone, which he kept filled with grain, prepared for these emergencies.
From his village to the National Shrine the road was in very poor condition and many travelers suffered while traversing it. He desired to build a better road.
His teacher had passed away without realizing his wish to build a temple, and Gessen wished to complete this temple for him.
After Gessen had accomplished his three wishes he threw away his brushes and artist’s materials and, retiring to the mountains, never painted again.
Taken from 101 Zen Stories

Imparare a stare zitti – Learning to Be Silent – Storia Zen


71. Imparare a star zitti

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.

Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».

Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo. «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.

«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.

«Io sono l’unico che non ha parlato» concluse il quarto.

Tratto da 101 Storie Zen

Learning to Be Silent

The pupils of the Tendai school used to study meditation before Zen entered Japan. Four of them who were intimate friends promised one another to observe seven days of silence.

On the first day all were silent. Their meditation had begun auspiciously, but when night came and the oil lamps were growing dim one of the pupils could not help exclaiming to a servant: “Fix those lamps.”

The second pupils was surprised to hear the first one talk. “We are not supposed to say a word,” he remarked.

“You two are stupid. Why did you talk?” asked the third.

“I am the only one who has not talked,” concluded the fourth pupil.

Taken to 101 Zen Stories

Storia zen – Zen story


Storia zen
Un giovane monaco di un monastero Zen
corre trafelato cercando il suo Maestro.
Trovato il vecchio insegnante,
impegnato a potare i suoi piccoli alberi,
lo interrompe dicendo:
“Maestro oggi durante la meditazione mattutina
ho iniziato a comprendere il canto degli uccelli,
sentire il suono dei fili d’erba
e il vociare delle formiche”.
Il Vecchio Monaco guarda il suo giovane allievo
e con fare un poco complice gli risponde:
“Non ti preoccupare troppo di questo…
fra qualche giorno passa”.
Storia Zen

Zen story

A young monaco a Zen monastery
runs out of breath trying his Master.
Found the old teacher,
committed to prune your small trees,
interrupts him by saying:
“Master today during the morning meditation
I began to understand the song of birds,
hear the sound of the blades of grass
and the cries of the ants. “
The Old Monaco watches her young pupil
and do a little accomplice replied:
“Do not worry too much about this …
in a few days pass. “
Zen story

Non violenza – No Violence – Thich Nhat Hanh


Non violenza

“Noi che abbiamo toccato la guerra hanno il dovere di portare la verità sulla guerra a coloro che non hanno avuto un’esperienza diretta. Siamo la luce sulla punta della candela. E ‘davvero calda, ma ha il potere di lucentezza e illuminazione. Se si pratica la consapevolezza, sapremo guardare a fondo la natura della guerra e, con la nostra visione, le persone si svegliano in modo che insieme possiamo evitare di ripetere gli stessi orrori ancora e ancora. “
Thich Nhat Hanh, Love in azione: Scritti su Nonviolento cambiamento sociale
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“We who have touched war have a duty to bring the truth about war to those who have not had a direct experience of it. We are the light at the tip of the candle. It is really hot, but it has the power of shining and illuminating. If we practice mindfulness, we will know how to look deeply into the nature of war and, with our insight, wake people up so that together we can avoid repeating the same horrors again and again.”
Thich Nhat Hanh, Love in Action: Writings on Nonviolent Social Change

Gudo e l’imperatore – Gudo and the Emperor


61. Gudo e l’imperatore

L’imperatore Goyozei studiava lo Zen con Gudo. Gli domandò: «Nello Zen questa mia mente è Buddha. È giusto?».

Gudo rispose: «Se ti dico di sì, tu crederai di capire senza aver capito. Se ti dico di no, negherei un fatto che molti capiscono benissimo».

Un altro giorno l’imperatore domandò a Gudo: «Dove va l’uomo illuminato quando muore?».

Gudo rispose: «Non lo so».

«Perché non lo sai?» chiese l’imperatore.

«Perché non sono ancora morto» rispose Gudo. L’imperatore esitava a fare altre domande su queste cose che la sua mente non riusciva a comprendere. Così Gudo batté la mano a terra come se volesse svegliarlo, e l’imperatore fu illuminato!

Dopo l’Illuminazione l’imperatore rispettò più che mai lo Zen e il vecchio Gudo, e permetteva persino che d’inverno, al palazzo, il maestro tenesse il cappello in testa.

Quando aveva ormai più di ottant’anni, Gudo soleva addormentarsi nel mezzo della lezione, e allora l’imperatore se ne andava silenziosamente in un’altra stanza, così che il suo amato maestro potesse godersi il riposo di cui il suo vecchio corpo aveva bisogno.

Da 101 Storie Zen

Gudo and the Emperor

The emperor Goyozei was studying Zen under Gudo. He inquired: “In Zen this very mind is Buddha. Is this correct?”

Gudo answered: “If I say yes, you will think that you understand without understanding. If I say no, I would be contradicting a fact which you may understand quite well.”

On another day the emperor asked Gudo: “Where does the enlightened man go when he dies?”

Gudo answered: “I know not.”

“Why don’t you know?” asked the emperor.

“Because I have not died yet,” replied Gudo.

The emperor hesitated to inquire further about these things his mind could not grasp. So Gudo beat the floor with his hand as if to awaken him, and the emperor was enlightened!

The emperor respected Zen and old Gudo more than ever after his enlightenment, and he even permitted Gudo to wear his hat in the palace in winter. When Gudo was over eighty he used to fall asleep in the midst of his lecture, and the emperor would quietly retire to another room so his beloved teacher might enjoy the rest his aging body required.

From 101 Zen Stories

Shoun e sua madre – Shoan and His Mother – 101 storie Zen


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15. Shoun e sua madre

Shoun diventò un insegnante di Zen Soto. Faceva ancora i suoi studi quando gli era morto il padre, lasciando la vecchia madre affidata alle sue cure.
Tutte le volte che andava in una sala di meditazione Shoun portava con sé la madre. Da quando essa lo accompagnava, però, lui nei monasteri non poteva più vivere coi monaci. Sicché le costruiva una casetta e si prendeva cura della madre. Copiava sutra e poesie buddhiste, e in questo modo guadagnava quel poco di che vivere.
Quando Shoun comprava un po’ di pesce per la madre, la gente rideva di lui, perché a un monaco è vietato mangiare pesce. Shoun non se ne curava. Ma a sua madre dispiaceva che gli altri ridessero del figlio. E infine disse a Shoun: «Credo che mi farò monaca. Posso diventare vegetariana anch’io». Così fece, e cominciarono a studiare insieme.
Shoun era appassionato di musica ed era un virtuoso dell’arpa, strumento che anche sua madre suonava. Nelle notti di plenilunio avevano l’abitudine di suonare insieme.
Una notte una giovane signora passò davanti alla sua casa e udì la musica. Profondamente commossa, invitò Shoun la sera dopo in casa sua perché suonasse per lei. Shoun accettò l’invito. Dopo qualche giorno incontrò per la strada la giovane signora e la ringraziò della sua ospitalità. Gli altri risero di lui. Era andato in casa di una donna di piacere.
Un giorno Shoun andò a fare una conferenza in un tempio lontano. Tornò a casa dopo qualche mese e trovò che la madre era morta. Gli amici non sapevano dove rintracciarlo, e il funerale si stava celebrando in quel momento.
Shoun si avvicinò e picchiò sulla bara col bastone. «Mamma, tuo figlio è tornato» disse. «Sono contenta di vedere che sei tornato, figlio» rispose Shoun per la madre.
«Sì, sono contento anch’io» disse Shoun. Poi annunciò a quelli che stavano intorno a lui: «La cerimonia funebre è finita. Potete seppellire il corpo».
Quando fu vecchio, Shoun sapeva che la sua fine era prossima. La mattina chiese ai suoi discepoli di radunarsi intorno a lui e disse che sarebbe morto a mezzogiorno. Bruciando incenso davanti ai ritratti di sua madre e del suo vecchio maestro, scrisse una poesia:

Ho vissuto sessant’anni come meglio potevo
Facendo la mia strada in questo mondo.
Ora la pioggia è cessata, le nubi scompaiono,
Il cielo azzurro ha una luna piena.

I suoi discepoli si raccolsero intorno a lui recitando un sutra, e Shoun spirò durante l’invocazione.
tratto da 101 Storie Zen
Shoan and His Mother
Shoun became a teacher of Soto Zen. When he was still a student his father passed away, leaving him to care for his old mother.
Whenever Shoun went to a meditation hall he always took his mother with him. Since she accompanied him, when he visited monasteries he could not live with the monks. So he would build a little house and care for her there. He would copy sutras, Buddhist verses, and in this manner receive a few coins for food.
When Shoun bought fish for his mother, the people would scoff at him, for a monk is not supposed to eat fish. But Shoun did not mind. His mother, however, was hurt to see the others laugh at her son. Finally she told Shoun: “I think I will become a nun. I can be a vegaterian too.” She did, and they studied together.
Shoun was fond of music and was a master of the harp, which his mother also played. On full-moon nights they used to play together.
One night a young lady passed by their house and heard music. Deeply touched, she invited Shoun to visit her the next evening and play. He accepted the invitation. A few days later he met the young lady on the street and thanked her for her hospitality. Others laughed at him. He had visited the house of a woman of the streets.
One day Shoun left for a distant temple to deliver a lecture. A few months afterwards he returned home to find his mother dead. Friends had not known where to reach him, so the funeral was then in progress.
Shoun walked up and hit the coffin with his staff. “Mother, your son has returned,” he said.
“I am glad to see you have returned, son,” he answered for his mother.
“Yes, I am glad too,” Shoun responded. Then he announced to the people about him: “The funeral ceremony is over. You may bury the body.”
When Shoun was old he knew his end was approaching. He asked his disciples to gather around him in the morning, telling them he was going to pass on at noon. Burning incense before the picture of his mother and his old teacher, he wrote a poem:
For fifty-six years I lived as best I could,
Making my way in this world.
Now the rain has ended, the clouds are clearing,
The blue sky has a full moon.

His disciples gathered about him, reciting a sutra, and Shoun passed on during the invocation.
Taken from 101 Zen Stories

Lo Zen di ogni istante – Every-Minute Zen


35. Lo Zen di ogni istante

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l’ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’anticamera. Vorrei sapere se hai messo l’ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».

Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.

Every-Minute Zen

Zen students are with their masters at least two years before they presume to teach others. Nan-in was visited by Tenno, who, having passed his apprenticeship, had become a teacher. The day happened to be rainy, so Tenno wore wooden clogs and carried an umbrella. After greeting him Nan-in remarked: “I suppose you left your wooden clogs in the vestibule. I want to know if your umbrella is on the right or left side of the clogs.”

Tenno, confused, had no instant answer. He realized that he was unable to carry his Zen every minute. He became Nan-in’s pupil, and he studied six more years to accomplish his every-minute Zen.

Trovare un diamante su una strada fangosa – Finding a Diamond on a Muddy Road – Storie Zen


Trovare un diamante su una strada fangosa

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.

«Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».

«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».

Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?».

«Qualcosa ce l’ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po’ di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.

«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.

L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore.

Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».

«Come vuoi» acconsentì Gudo.

I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.

«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.

«Faccio ancora dieci miglia» rispose l’uomo.

«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.

«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l’uomo.

In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l’uomo che non tornò mai indietro.

101 storie Zen

Finding a Diamond on a Muddy Road

Gudo was the emperor’s teacher of his time. Nevertheless, he used to travel alone as a wandering mendicant. Once when he was on his was to Edo, the cultural and political center of the shogunate, he approached a little village named Takenaka. It was evening and a heavy rain was falling. Gudo was thoroughly wet. His straw sandals were in pieces. At a farmhouse near the village he noticed four or five pairs of sandals in the window and decided to buy some dry ones.

The woman who offered him the sandals, seeing how wet he was, invited him in to remain for the night at her home. Gudo accepted, thanking her. He entered and recited a sutra before the family shrine. He then was introduced to the woman’s mother, and to her children. Observing that the entire family was depressed, Gudo asked what was wrong.

“My husband is a gambler and a drunkard,” the housewife told him. “When he happens to win he drinks and becomes abusive. When he loses he borrows money from others. Sometimes when he becomes thoroughly drunk he does not come home at all. What can I do?”

I will help him,” said Gudo. “Here is some money. Get me a gallon of fine wine and something good to eat. Then you may retire. I will meditate before the shrine.”

When the man of the house returned about midnight, quite drunk, he bellowed: “Hey, wife, I am home. Have you something for me to eat?”

“I have something for you,” said Gudo. “I happened to get caught in the rain and your wife kindly asked me to remain here for the night. In return I have bought some wine and fish, so you might as well have them.”

The man was delighted. He drank the wine at once and laid himself down on the floor. Gudo sat in meditation beside him.

In the morning when the husband awoke he had forgotten about the previous night. “Who are you? Where do you come from?” he asked Gudo, who still was meditating.

“I am Gudo of Kyoto and I am going on to Edo,” replied the Zen master.

The man was utterly ashamed. He apologized profusely to the teacher of his emperor.

Gudo smiled. “Everything in this life is impermanent,” he explained. “Life is very brief. If you keep on gambling and drinking, you will have no time left to accomplish anything else, and you will cause your family to suffer too.”

The perception of the husband awoke as if from a dream. “You are right,” he declared. “How can I ever repay you for this wonderful teaching! Let me see you off and carry your things a little way.”

“If you wish,” assented Gudo.

The two started out. After they had gone three miles Gudo told him to return. “Just another five miles,” he begged Gudo. They continued on.

“You may return now,” suggested Gudo.

“After another ten miles,” the man replied.

“Return now,” said Gudo, when the ten miles had been passed.

“I am going to follow you all the rest of my life,” declared the man.

Modern Zen teachers in Japan spring from the lineage of a famous master who was the successor of Gudo. His name was Mu-nan, the man who never turned back.

101 Zen stories

La non violenza – No violence – Thich Nhat Hanh


La non violenza

Chiunque può praticare un po ‘la non violenza, anche i soldati. Alcuni generali dell’esercito, per esempio, possono svolgere le loro operazioni in modo tale da evitare di uccidere persone innocenti, questo è una sorta di non-violenza “.
Thich Nhat Hanh,

Amore in Azione: Scritti sul cambiamento sociale non violento
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No violence

“Anyone can practice some no violence, even soldiers. Some army generals, for example, conduct their operations in ways that avoid killing innocent people; this is a kind of nonviolence.”
Thich Nhat Hanh,
Love in Action: Writings on Nonviolent Social Change

Dialogo commerciale per avere alloggio


26. Dialogo commerciale per avere alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.

In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.

Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.

Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.

Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».

«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.

«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.

«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.

«Ho saputo che hai vinto il dibattito».

«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».

«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.

«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Tratto da 101 storie Zen

Trading Dialogue For Lodging

Provided he makes and wins an argument about Buddhism with those who live there, any wandering monk can remain in a Zen temple. If he is defeated, he has to move on.

In a temple in the northern part of Japan two brother monks were dwelling together. The elder one was learned, but the younger one was stupid and had but one eye.

A wandering monk came and asked for lodging, properly challenging them to a debate about the sublime teaching. The elder brother, tired that day from much studying, told the younger one to take his place. “Go and request the dialogue in silence,” he cautioned.

So the young monk and the stranger went to the shrine and sat down.

Shortly afterwards the traveler rose and went in to the elder brother and said: “Your young brother is a wonderful fellow. He defeated me.”

“Relate the dialogue to me,” said the elder one.

“Well,” explained the traveler, “first I held up one finger, representing Buddha, the enlightened one. So he held up two fingers, signifying Buddha and his teaching. I held up three fingers, representing Buddha, his teaching, and his followers, living the harmonious life. Then he shook his clenched fist in my face, indicating that all three come from one realization. Thus he won and so I have no right to remain here.” With this, the traveler left.

“Where is that fellow?” asked the younger one, running in to his elder brother.

“I understand you won the debate.”

“Won nothing. I’m going to beat him up.”

“Tell me the subject of the debate,” asked the elder one.

“Why, the minute he saw me he held up one finger, insulting me by insinuating that I have only one eye. Since he was a stranger I thought I would be polite to him, so I held up two fingers, congratulating him that he has two eyes. Then the impolite wretch held up three fingers, suggesting that between us we only have three eyes. So I got mad and started to punch him, but he ran out and that ended it!”

From 101 Zen Stories